I Premio Letterario Nazionale Bukowski

“I edizione Premio Letterario Nazionale Bukowski”

Inediti di ordinaria follia

sono aperte le iscrizioni – possono partecipare opere inedite (romanzo, racconto, poesia)

I testi devono avere come tema la “donna”

(Autrice e/o protagonista dell’elaborato)

 

 

 

Sono aperte le iscrizioni per partecipare alla prima edizione del “Premio Letterario Nazionale Bukowski”, organizzato da Associazione Culturale I soliti ignoti in collaborazione con Giovane Holden Edizioni di Viareggio (Lu).

imagesA vent’anni dalla scomparsa di Charles Bukowski, sicuramente uno dei casi letterari più sorprendenti degli ultimi anni, nasce il primo premio letterario intitolato al poeta, romanziere, scrittore di racconti americano.

Difficile stabilire in modo univoco quale sia l’originalità della sua opera, spiegare le motivazioni della fama quasi leggendaria di cui gode o il perché molte università gli abbiano dedicato corsi di letteratura americana contemporanea e di scrittura creativa. Fatto sta che il suo fascino ha sedotto anche gli accademici. Di certo, per addentrarsi nell’opera di Bukowski occorre svincolarsi dal pudore e sfidare il comune buon senso. Solo così è possibile lasciarsi alle spalle il frettoloso giudizio di scrittore che scrive solo di alcol e di sesso; è vero che i suoi temi sono questi in prevalenza ma è pur vero che rientrano in una dimensione più ampia. Bukowski trova insopportabile chi scrive in una sorta di codice magari curatissimo sul piano stilistico ma che rischia di essere destinato solo a pochi eletti, qualcosa cioè di molto lontano dalla vita reale e dalla sofferenza di cui essa trabocca. La scrittura deve appropriarsi del reale e dunque in questo senso Bacco e Venere non vanno intesi come divertimento folle quanto piuttosto come testimonianza di un profondo disagio esistenziale.

Obiettivo del premio, quindi, stimolare la produzione di testi che sappiano raccontare la “vita vera” fatta di sofferenza, di sospetti, di compromessi ma anche di gioia, di risate e di amore.

La decisione di scegliere per la prima edizione il tema della “donna” è da ascriversi alla volontà di esplorare il complesso universo femminile che tanta importanza ha rivestito nell’opera dello scrittore americano.

Il premio è rivolto a tutti i cittadini, italiani e non, che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età alla data del 13/01/2014.

Si può partecipare con opere inedite (cioè mai pubblicate) scritte in lingua italiana.

Il Premio si articola in tre sezioni: romanzo inedito, racconto inedito, poesia inedita.

Gli elaborati – nel numero di due copie – devono essere consegnati a mano o inviati a mezzo posta prioritaria o per raccomandata entro il 30/04/2014 al seguente indirizzo: Segreteria Premio Bukowski – c/o Associazione Culturale I soliti ignoti – via Rosmini, 22 – 55049 Viareggio (Lucca).

Insieme all’elaborato deve essere allegata ricevuta di pagamento della quota di partecipazione (pari a 20,00 euro) e nota contenente le generalità complete (nome, cognome, indirizzo, e-mail, telefono, firma autografa). All’indirizzo info@premiobukowski.it va, invece, inviata copia digitale dell’opera (in formato Word).

La giuria selezionerà i finalisti e i vincitori, uno per sezione.

I vincitori di ciascuna sezione riceveranno in premio la pubblicazione del proprio elaborato da parte della casa editrice Giovane Holden Edizioni.

I finalisti riceveranno attestati di merito, libri e gadget durante la cerimonia di premiazione.

La proclamazione dei vincitori e la consegna dei premi avverrà il 2 agosto 2014 a Viareggio (Lu) presso Mad Gallery.

Il bando completo e i moduli di iscrizione sono scaricabili dal sito www.premiobukowski.it

 

Per informazioni:

 

Miranda Biondi

Mobile 3384207994

E-mail ufficiostampa@isolitignoti.it

Numerosi poeti si sono riuniti a Firenze per tributare il ricordo di Pablo Neruda

Sabato 21 settembre 2013 alla Libreria Nardini sita all’interno del complesso le Murate a Firenze si è svolto il reading poetico dal titolo Memorial Pablo Neruda, nato con la volontà di ricordare il poeta cileno nella ricorrenza dei quaranta anni dalla sua morte.
L’evento, organizzato dalla rivista di letteratura Euterpe, dalla Associazione Culturale TraccePerLaMeta, Deliri Progressivi e con il Patrocinio del Consejo Nacional de la Cultura y las Artes del Gobierno del Chile ha visto la partecipazione di più di trenta poeti e poetesse, appositamente giunte da ogni parte d’Italia.
Gli organizzatori -Lorenzo Spurio e Annamaria Pecoraro- hanno ricordato il poeta cileno leggendo poesie del vasto repertorio di Neruda sia in lingua originale che in italiano e i vari poeti si sono poi intervallati nella lettura delle loro poesie scelte.
L’evento è stato filmato integralmente da Laura Dalzini dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Di seguito alcune foto dell’evento da lei stessa scattate.

 

“L’urlo e il furore” di William Faulkner, recensione di Anna Maria Balzano

L’urlo e il furore
di William Faulkner
Einaudi, 2005
ISBN: 9788806179557
 
Recensione di Anna Maria Balzano

 

Spegniti, spegniti, breve candela!
La vita non è che un’ombra che cammina; un povero attore
che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena,
e del quale poi non si ode più nulla; è una storia
raccontata da un idiota, piena di rumore e furore,
che non significa nulla.

 

untitledQueste le parole di Macbeth (Shakespeare – atto V, scena V, vv 23-28), a cui Faulkner ha attinto per il titolo del suo capolavoro, che sottolineano l’insensatezza e l’inutilità della vita, una storia raccontata da un idiota, piena di “sound and fury”.

E inizia proprio con il monologo del personaggio dell’idiota, Benjy, la prima parte del racconto intitolata “Sette Aprile 1928” alla quale seguono “Due Giugno 1910”, “Sei Aprile 1928” e infine “Otto Aprile 1928”: quattro giorni descritti e dedicati ai quattro personaggi più importanti del romanzo, senza tuttavia un logico ordine cronologico. Già dai titoli delle singole parti, dunque, si deduce come la narrazione sia improntata sugli schemi della “durée bergsoniana” già sperimentati con tecnica innovativa da James Joyce. La successione temporale degli eventi, disordinata e spesso di difficile comprensione, rappresenta il disordine mentale e morale che regna tra i componenti della famiglia Compson, la cui storia ci viene descritta con impietoso realismo.

La prima giornata, il sette aprile, introduce tutti gli altri personaggi attraverso la figura del ritardato mentale Benjy, che insieme con Quentin, Caddy e Jason costituisce la prole disgraziata e in un certo senso “maledetta” della famiglia Compson. La stessa madre, Caroline appare come una donna debole che si cela volentieri dietro malanni più o meno pretestuosi, al fine di allontanare le responsabilità e gli affanni. Il padre, alcolizzato, morirà prematuramente.

La menomazione mentale di Benjy fa sì che egli, con la sua lagnosa presenza, pur essendo apparentemente lontano dal comprendere gli eventi che travolgono la famiglia, abbia la stessa funzione del clown shakespeariano unico vero e sensibile  interprete della realtà.

La sezione intitolata “Due Giugno 1910” è dedicata al monologo di Quentin: questa è senz’altro la parte più difficile del romanzo, per il complesso flusso di coscienza grammaticalmente sconnesso.

Il balzo indietro nel tempo ci introduce nel dramma vissuto dai fratelli Quentin e Caddy che si macchiano di incesto. Questo peccato, mai superato, condizionerà la vita di Caddy e porterà Quentin al suicidio. Nel racconto di Quentin è continuamente presente il tema del tempo, attraverso il simbolo dell’orologio e del suo ticchettio. Il simbolismo, così importante nella tradizione letteraria americana, da Hawthorne (The scarlet letter) a Melville (Moby Dick), è presente nell’opera di Faulkner, ed emerge in tutti i suoi romanzi. “…il babbo diceva che il tempo è morto, finchè viene rosicchiato dal ticchettio delle rotelle; solo quando si ferma, il tempo torna in vita.” La vita, dunque, è legata al tempo-non tempo, all’immobilità del presente.

In questo capitolo la morte di Quentin viene ripetutamente annunciata dal suo desiderio di calpestare la sua ombra ch’egli vede riflessa nell’acqua e di spingerla in fondo, sempre più in fondo.

Caddy, la sorella amata, viene continuamente rievocata, ma  tornerà molto più prepotentemente nel capitolo successivo, in cui è il fratello Jason a raccontare la giornata del sei aprile 1928. Questo è il fratello a cui si appoggia la madre Caroline, rimasta sola con lui dopo la morte del figlio e la partenza della figlia, sposata e poi separata. Il carattere meschino e egoista di Jason si rivela in tutta la sua tragica dimensione nel rapporto con la giovane Quentin, figlia di Caddy, così chiamata in ricordo del fratello. Jason si macchia di ogni sorta d’azione bassa e disonesta, per sfogare il suo odio nei confronti della sorella e della nipote a cui attribuisce la causa della sua mancata realizzazione nella vita.

L’ultimo capitolo, datato “Otto Aprile 1928, è dedicato all’unico personaggio dotato di sensibilità e capace d’un sentimento d’amore cosciente,  Dilsey, la serva “negra” spesso trattata con disprezzo  dai componenti della famiglia, che tradiscono, in questo modo, i persistenti atteggiamenti schiavistici di certa gente del sud degli Stati Uniti di quell’epoca. La debolezza di Dilsey, appartenente a una minoranza, è la sua forza ed è proprio la forza che le permette di prendersi cura lei stessa, donna di colore, di minoranze bianche, come Benjy, la cui mente vaga fuori del mondo, o di Caddy, emarginata dal suo stesso peccato e dalla vita dissoluta che ha scelto di condurre. Una famiglia tragica e maledetta quella dei Compson, che rappresenta la decadenza della ricca borghesia dell’inizio novecento, una borghesia che necessita di rinnovamento e di nuova linfa. Quasi un drammatico messaggio, quello di Faulkner: se la società non sarà in grado di trovare in sé la forza e la capacità di rinnovarsi e non saprà superare i pregiudizi che le impediscono di assimilare nuove energie provenienti dall’esterno, difficilmente avrà possibilità di salvezza.

ANNA MARIA BALZANO

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“Herzog” di Saul Bellow, recensione di Anna Maria Balzano

Herzog di Saul Bellow

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

imagesCA7ZGSPEHo riletto Herzog dopo molti anni, spinta dal desiderio di capire perché ricordassi ben poco di questo romanzo, opera di un grande scrittore americano, Saul Bellow, Premio Nobel per la Letteratura. I primi capitoli mi hanno indotto a credere di aver rimosso sia la trama che il significato del libro, a causa della lentezza narrativa e di quella che mi era sembrato un eccessivo sfoggio di erudizione, con le frequenti citazioni di artisti famosi, letterati, filosofi, storici. Procedendo nella lettura, ho dovuto ammettere, con un doveroso atto di umiltà, di non aver affatto colto, anni addietro, diciamo pure capito, il vero significato di quest’opera, grandiosa, non solo nella sua qualità espressiva e nell’impianto narrativo, ma soprattutto per il messaggio drammatico, ma non distruttivo che ci consegna. Un atto di umiltà, dunque, doveroso per chi persegue la più impeccabile onestà intellettuale.

Definirei Herzog un romanzo d’analisi, un antiromanzo, se vogliamo attenerci al vero significato del termine romanzo, facendo riferimento alla sua etimologia e al rapporto con il romance. Chi si aspetta un romanzo che descriva una storia ricca di avvenimenti e di azione rimarrà deluso. Qui siamo di fronte a un’analisi approfondita del pensiero, dei sentimenti, delle schizofrenie e delle idiosincrasie di un personaggio/intellettuale, che non trova più alcuna collocazione in un mondo eccessivamente meccanicistico e materialista: quello che in qualche modo ha rappresentato Woody Allen nei suoi migliori film.

La prima questione che ci si pone é se considerare Herzog eroe o vittima del dramma che sta vivendo. Il fallimento della sua vita sentimentale, due divorzi, numerose relazioni occasionali, fanno di lui il modello dello psicotico depresso; saranno i suoi insuccessi, il suo annientamento come uomo/amante la molla che lo indurrà ad iniziare il suo viaggio spirituale che dovrà condurlo alla sua Terra Promessa. E certamente la scelta del nome Moses non è casuale. Né il personaggio Moses disdegna di essere considerato addirittura pazzo: d’altronde nella tradizione letteraria anglosassone spesso la follia viene considerata il mezzo attraverso il quale si può giungere alla conoscenza del vero. Non si dimentichi il Lear di Shakespeare, uno per tutti.  

Sarà proprio nella casa di Ludeyville, che aveva acquistato per Madeleine, per farne il loro nido d’amore e che si era in breve trasformata in un inferno, dove ritornerà alla fine delle sue peregrinazioni più spirituali e intellettuali che fisiche: quello stesso luogo che lo aveva visto infelice, quando era  ben curato, ora, invaso dalle erbacce e nido di insetti e animali selvatici, nonché luogo di ritrovo di coppie occasionali introdottesi per consumare approcci sbrigativi, diventa l’ambiente ideale in cui può ritrovare la sua serenità a contatto della natura più spontanea e incolta, realizzando il sogno del beau sauvage  che alberga in ogni artista/intellettuale. Qui dopo aver ricostruito come una sorta di puzzle la sua vita, dall’infanzia, senza tralasciare, anzi insistendo sulle sue origini ebraiche, abbandonato dagli affetti più cari, senza amore e senza amicizia, ricomincerà a vivere con l’aiuto di Ramona, l’unica donna che forse avrebbe potuto accettarlo per quello che era. Diversa Ramona da Madeleine, che nella sua superficialità, era stata attratta dal suo spessore di uomo di cultura, solo per soddisfare un’esigenza snobistica.

Vivendo e sopravvivendo alla sua profonda sofferenza, Moses Herzog affida questa difficile operazione di riscatto alle numerose lettere che scrive a personaggi illustri, viventi o deceduti, senza mai spedirle, in cui analizza sentimenti, teorie, avvenimenti storici. Sarà lui stesso a confessare di andare alla ricerca della realtà attraverso il linguaggio.

In conclusione non si può certo affermare che questo grande romanzo di Bellow sia di facile o amena lettura, ma certamente è un’opera illuminante sulla sfera intellettuale e sentimentale dell’individuo, che troppo spesso giace sopita nel caos involgarito della vita moderna.

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

 

 

 

“La paga del soldato” di William Faulkner, recensione di Anna Maria Balzano

La paga del soldato

di William Faulkner (premio Nobel 1950)

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

images“La paga del soldato” e  “L’urlo e il furore” sono indiscutibilmente i capolavori di William Faulkner.

Il primo dei due romanzi fu pubblicato nel 1926 e il suo titolo va al di là del suo significato letterale.

La storia si svolge nell’immediato primo dopoguerra e inizia con il ritorno a casa di alcuni reduci sopravvissuti ai tragici e devastanti combattimenti in territorio europeo. Tra questi è il giovane Donald Mahon, orribilmente sfigurato in volto e privo di quasi tutte le facoltà intellettive: intorno a lui si snoderà tutta la vicenda e lui stesso, silente protagonista, diventerà il simbolo dell’ ottusità e della nefandezza della guerra e al tempo stesso il mezzo di cui l’autore si servirà per mettere in luce la difficoltà, a volte l’impossibilità di questi reduci di riadattarsi alla vita civile. Lo stesso tema, sia pure diversamente e in epoche più recenti, sarà affrontato nei film di Michael Cimino “Il cacciatore” del 79 e soprattutto in “Nato il 4 luglio” di Oliver Stone dell’89.

Risulta evidente, dalla lettura di questo romanzo, come fosse stata pressante nel periodo immediatamente precedente alla partecipazione degli Stati Uniti alla prima guerra mondiale la campagna di propaganda interventista, allo scopo di motivare i giovani, affinché sentissero di partire in difesa di grandi ideali e in cerca di gloria.

Il dramma che vede al centro Donald, non è in definitiva più il suo dramma personale, perché egli è ormai già distaccato dalla vita, ma è il dramma che colpisce i personaggi intorno a lui.

Il padre, rettore presbiteriano, vive nell’illusione di restituire al figlio un minimo di dignità umana ed è convinto che la fidanzata, Cecily, accetterà di sposarlo, nonostante la sua grave infermità. Ed è proprio Cecily il personaggio che Faulkner descrive con maggiore cura, attento a sottolinearne la bellezza e la sensualità, insieme con la superficialità e la frivolezza , indici di profondo egoismo. E’ questo lo stereotipo della giovane donna del sud, bella e viziata, in cerca di una conveniente sistemazione, ma restia a rinunciare all’amore e al sesso: essa mette in gioco tutte le sue armi di seduzione, rasentando a volte il cinismo e la crudeltà nel suo rapporto con gli uomini. Una Rossella O’Hara un po’ più moderna, ma pur sempre di Atlanta, città in cui  la vita sembrerebbe, da questo punto di vista, cambiata veramente poco.

Cecily non è però l’unico personaggio femminile di spicco in questo romanzo. Grande rilievo hanno Margaret Powers e Emmy. La prima appare come l’elemento rassicurante e positivo, la donna che per generosità è capace di offrire se stessa, ma anche di negare a se stessa l’amore desiderato. Emmy, piccola, rozza e quasi a tratti un po’ animalesca nasconde dietro quella totale assenza di femminilità un carica emotiva e sensuale di grande spessore. E’ lei l’unica che ama sinceramente e incondizionatamente Donald.

I personaggi maschili sono altrettanto ben delineati nelle loro caratteristiche negative e positive: da Gilligan, solidale compagno di Donald, a Jones, satiro maniaco che corre dietro a tutte le donne con cui ha a che fare, a George Farr, perdutamente innamorato di Cecily, al punto da sposarla e condurre con lei una vita sicuramente infelice.

Ciò che si nota, leggendo questo testo, oggi è quanto sia cambiata non solo la concezione della donna e del suo ruolo nella società, ma anche come il rapporto stesso uomo-donna si sia fortunatamente sensibilmente evoluto, pur conservando ancora limiti indiscutibili. Persino le arti della seduzione, che ai primi del novecento erano sì affidate alla donna, ma in modo subalterno all’uomo, trovano oggi diversi mezzi espressivi.

Non si possono non sottolineare, in ultima analisi,  le numerose citazioni colte che si trovano nel romanzo, da Shakespeare, a Wordsworth a Coleridge. Questo per rilevare una volta di più come anche nella letteratura americana il legame con la cultura europea sia evidente e fondamentale.

ANNA MARIA BALZANO

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Vita, morte e miracoli di un uomo qualunque” di Matteo Deraco, recensione di Lorenzo Spurio

Vita, morte e miracoli di un uomo qualunque
di Matteo Deraco
Sovera Edizioni, 2012
Pagine: 80
ISBN: 9788866520368
Prezzo: 9 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La gente è solo capace a etichettarti, spremerti, prendere e prendere e prendere, e se prendi prima o poi devi pure dare. Al contrario, quando dai non sempre arriva qualcosa.

 

copLa narrazione si apre con il protagonista alle prese con due gravi disdette dalla vita: l’abbandono della compagna e l’esser licenziato. I due fatti chiarificano da subito l’animo deluso e scoraggiato del protagonista che deve fare i conti, più che con un semplice licenziamento lavorativo, con un vero e proprio “licenziamento dalla vita”: privato di amore e lavoro, infatti, si sente deluso e questa condizione anima in lui una serie di pensieri e convincimenti con i quali sembrerebbe chiudersi a riccio dal mondo. In realtà la fine del suo rapporto di lavoro non è vissuta come dramma dato che subito, con chiari ed espliciti riferimenti a Bukowski e alla beat generation, osserva «ma davvero non me ne fregava poi molto del lavoro».

E’ palpabile l’intenzione di Deraco di raffigurare nel romanzo il senso di incertezza lavorativa della nostra attualità e infatti nelle prime pagine osserva: «Anzi, con la depressione galoppante, il senso d’inutilità e di precariato, il senso d’immobilismo e di fallimento, di volta in volta facevi un passetto indietro.» Quadretto quanto mai realistico e deprimente della nostra realtà dove il precariato, la disoccupazione e il tormento sono manifestazioni comuni ed universali. Deraco vede la vita attraverso il lavoro o, meglio, attraverso la mancanza di esso e la descrive come una serie di vicende momentanee che hanno un inizio e una fine (lavori per un po’, poi ti cacciano) che descrivono ciclicamente l’impegno dell’uomo nel darsi da fare, cercare lavoro e a volte addirittura inventarselo, farsi “la gavetta”, anche se spesso neppure questa conta.

Il linguaggio colorito e giovanile (la parola “cazzo” ricorre con una smodata frequenza) si sposa con una narrazione che non ha grandi pretese se non quella di un giovane di guardare con i suoi occhi il mondo che lo circonda, in maniera sfiduciata e poco combattiva, dopo tante “sconfitte” subite, provate sulla propria pelle. I rimandi, sia tematici che linguistici, a Bukowski, il padre della letteratura contemporanea che con spregiudicatezza e sagacia sconfessò le difficoltà, i drammi, le collusioni del mondo lavorativo, sono palpabili a più livelli e in maniera chiara. Lo stesso titolo del romanzo nel quale si dice “di un uomo qualunque” vuol forse sottolineare la specificità di un essere vivente garantendone l’anonimato che, però, vive una condizione che non gli è esclusiva e che, invece, è generalizzata e abbastanza comune. L’uomo qualunque, dunque, siamo noi e tutte quelle persone che possono ritrovarsi nei pensieri che l’io narrante fa.

Vi sono considerazioni anche piuttosto forti come quella ai nostri padri, che hanno fatto il ’68 e si ritrovano ora, nella loro attualità a “fregarsene” che non mi sento di condividere, ma che può essere una lecita osservazione o lo sguardo critico e a tratti sfrontato nei confronti della religione: « Dio non c’era, e per quel che mi riguardava non c’era mai stato. Dio era solo una stampella psicologica da tirare fuori nel momento del bisogno, e poi rimettere via quando non serviva più». Il protagonista vedrà Dio nell’immagine della suora che condivide con lui lo scompartimento del treno, nel Cristo di Maratea, ma anche nelle valige, nell’alcool, in episodi di fortuna e tanto altro, chiarificando il suo panteismo laico e l’utilizzo di “Dio” quale personaggio sui generis al quale demandare fortune/sfortune (si ricordi, ancora, Bukowski).

Il protagonista è un uomo arrabbiato, che non crede nei compromessi e nelle bieche leggi dell’oggi, ma finisce per apparire poco combattivo e partecipativo: l’unico gesto di tutto il romanzo in cui sembra prendere una decisione realmente importante è quando decide di lasciare la sua ragazza. Per il resto si gongola nel disprezzo verso il mondo, nella critica e nell’autocritica, nell’analisi della tragica condizione del momento, descrivendola, schifandosene senza, però, “attuare” in una qualche maniera significativa sulla sua esistenza. E’ un osservatore del mondo, a distanza, quasi un vouyer, ma raramente entra in quel mondo per agire da protagonista con consapevolezza.

Animo inquieto e sprezzante, indifferente agli altri e soprattutto ai giudizi del mondo, ricorda appunto il celebre Chinaski: «Me ne fregavo, come me ne fregavo di tutto il resto»; il protagonista nutre un atteggiamento sconsiderato, narcisista e violento tanto da arrivare a sviscerare nelle prime pagine del libro la sua indisposizione e animosità nei confronti dell’intero mondo (misantropia):  «Avrei sterminato tutti i commessi delle poste lenti, tutti gli stronzi che suonavano il clacson, tutte le vecchie in fila alla cassa al supermercato. Mi toglievano aria, mi levavano vita». Il lettore pagina dopo pagina si chiede se in realtà il comportamento ossessivo e meticoloso del ragazzo nei confronti di Chiara, l’ex-ragazza, non sia eccessivo e preoccupante e se la sua narrazione sia vagliata da una mente instabile, che vede le persone/la società in maniera distorta che allo stesso tempo imputa l’errore negli altri facendo poca autoanalisi. E’ lo stesso ragazzo ad osservare nel cuore della narrazione: « Fondamentalmente ero un egocentrico del cazzo e un sociopatico».

Domina un linguaggio giovanile, scanzonato e molto colorito con chiari e continui rimandi alla “poetica” di Bukowski e una serie di modi di dire e “frasi fatte” sgranate con gratuità al lettore; numerose anche le citazioni a pezzi di canzoni e ad autori italiani e stranieri (Ligabue, Vasco, Negramaro, Fabrizio De André, Radiofreccia, Guccini, Guns’n’roses), come pure ai film (L’ultimo bacio, V per vendetta).

Un romanzo atipico ed effervescente di un giovane e delle sue visioni sul mondo. Un’analisi nelle pieghe del proprio io che, al termine delle vicende narrate, lo porterà ad osservare il mondo con uno sprizzo di lucidità: «Fino a quel momento non ne avevo fatto entrare poi molte, di persone, all’interno del mio mondo».

Una scrollata al sé, e una maggiore consapevolezza del vivere nel hit et nunc.

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi,  4 Luglio 2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Ian McEwan, Margherita Hack, Serena Dandini, Vidia Naipaul e tanti altri al Festival letterario-musicale di Barolo (Cuneo)

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COLLISIONI 2013

CREATURE SELVAGGE

5/6/7/9 LUGLIO – BAROLO (CN)

 

 

VENERDI’ 5 LUGLIO

Ore 21,30: Jamiroquai in concerto – piazza rossa

  

SABATO 6 LUGLIO

Ore 11,30: Ascanio Celestini Reading: “Pro Patria” – piazza blu

Ore 14,00: Margherita Hack presenta: “Il Perché non lo so. Autobiografia in parole e immagini” – piazza blu

Ore 15,30: Ian McEwan.  Note a margine della scrittura – piazza blu

Ore 17,00: Luciana Littizzetto dialoga con Paola Mastrocola. “Non so niente di te”–  piazza rossa

Ore 17,00: Oliviero Toscani. Un sogno: l’abolizione della televisione. Dialoga con Emilio Targia –  piazza blu

Ore 17,30: Deb e i Mostri  in concerto – piazza verde

Ore 18,30: The Traveller  in concerto – piazza verde

Ore 19,30: 2 Fat Man  in concerto – piazza verde

Ore 20,00: Michael Chabon presenta “Telegraph Avenue” – piazza blu

Ore 20,00: Serena Dandini presenta “Ferite a Morte” –  piazza rossa

Ore 20,30: Fake Club  in concerto – piazza verde

Ore 21,30: Gianna Nannini in concerto – piazza rossa

Ore 21,45: Double Trouble  in concerto – piazza verde

Ore 23,00: Brusco  in concerto – piazza verde

Ore 23,30: Elio e Le Storie Tese  in concerto – piazza rossa

Ore 00,00: Riva Starr & Dj Pony  in concerto – piazza verde

  

DOMENICA 7 LUGLIO

Ore 10,30: Daria Bignardi presenta “L’Acustica Perfetta” – piazza blu

Ore 12,00: Ayelet Waldman presenta “La ragazza del treno d’oro” piazza rosa

Ore 12,00: Giuliano Sangiorgi. Premio Giovani 2013 di Collisioni – piazza blu

Ore 14,00: il Premio Nobel Vidia Naipaul presenta “La perdita dell’Eldorado” – piazza blu

Ore 14,00: Piergiorgio Odifreddi presenta “Abbasso Euclide!”  – piazza rosa

Ore 15,30: Caterpillar. Incontro i conduttori della famosa trasmissione radiofonica di Rai Radio2 (Massimo Cirri, Paolo Maggioni, Sara Zambotti, Sabina Cortese e Lisa Tropea).- piazza rosa

Ore 15,30: Giuseppe Tornatore. Premio Giovani 2013In collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino – piazza blu

Ore 16,00: Madyon  in concerto – piazza rossa

Ore 17,00: Crifiu  in concerto – piazza rossa

Ore 17,00: Finale contest “Suoni Reali” – Arci Real  in concerto – piazza verde

Ore 17,00: David Grossman presenta: Caduto fuori dal Tempo”  –  piazza blu

Ore 18,00: Boomdabash  in concerto – piazza rossa

Ore 18,00: David Sedaris dialoga con Lella Costa – piazza rosa

Ore 18,30: Valerio Massimo Manfredi. “Il Mio nome è nessuno” – piazza blu

Ore 19,00: Tre Allegri Ragazzi Morti  in concerto – piazza rossa

Ore 19,30: Nuju  in concerto – piazza verde

Ore 20,00: Massimo Carlotto e Marco Videtta presentano “Le Vendicatrici” – piazza blu

Ore 20,30: Maurizio Lastrico Show – piazza verde

Ore 21,00: Marta sui Tubi  in concerto – piazza rossa

Ore 21,00: Lilli Gruber presenta “Eredità” piazza blu

Ore 21,30: Daniele Ronda  in concerto – piazza verde

Ore 22,00: Fabri Fibra in concerto – piazza rossa

Ore 23,00: Feel Good Productions Dj’s  in concerto – piazza verde

 

 

MARTEDI’ 9 LUGLIO

EVENTO SPECIALE

Ore 21,00: Elton John Solo Show  – piazza rossa