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In palio 2 settimane di vacanza studio a Granada quale premio per il Concorso micro-racconti Delengua

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Imparare lo spagnolo con il Concorso di micro-racconti Delengua

Imparare lo spagnolo con il Concorso di micro-racconti 2014

Seleziona la tua lingua:

EnglishDeutchFrançaisEspañolItaliano

Vinci uno dei 5 corsi gratuiti di spagnolo di 2 settimane

Torna il concorso di micro-racconti de la Escuela Delengua! Ci unisce lo spagnolo e ci appassiona l’insegnamento dello spagnolo como lingua straniera, perciò il tema di quest’anno è “imparare lo spagnolo.

Per questo motivo, le persone di tutto il mondo interessate alla lingua e alla cultura spagnola potranno partecipare a questo concorso. I vincitori seguiranno un corso di spagnolo gratuito presso il nostro centro. Forza!Partecipa! Uno dei corsi di spagnolo gratuiti a Granada potrebbe essere tuo!

Cos’è un microracconto? 
Il micro-racconto è una storia con un’ estensione massima determinata.

REGOLAMENTO DEL CONCORSO DI MICRO-RACCONTI 2014

  • Les microrrelatoI micro-racconti potranno essere redatti in una lingua a scelta tra: inglese, italiano, francese, tedesco e spagnolo. Il tema è “imparare lo spagnolo”, e ogni micro-racconto dovrà iniziare, a seconda della lingua scelta, in uno dei seguenti modi:

#learnSpanish

#impararelospagnolo

#apprendreespagnol

#Spanischlernen

#aprenderespañol

  • L’ estensione massima dei racconti è di 100 caratteri, spazi inclusi.

Esempio:

#impararelospagnolo Scrivo un buon micro-racconto in spagnolo per partecipare al concorso de la Escuela Delengua di Granada.

  • Esistono 2 modi per partecipare al concorso:

-Scrivi il tuo micro-racconto nel modulo di contatto , oppure

-seguici su Twitter @DelenguaGranada y inviaci un tweet con il tuo micro-racconto. Non dimenticare di cominciare con @DelenguaGranada #impararelospagnolo o @DelenguaGranada#learnSpanish o @DelenguaGranada#aprenderespañol o @DelenguaGranada#apprendreespagnol o @DelenguaGranada#Spanischlernen ( a seconda della língua scelta ).

Termini:

  • 17 febbraio 2014 – 27 aprile 2014: invio dei micro-racconti attraverso il modulo di contatto che incontrerai in basso o attraverso Twitter.
  • 28 aprile 2014 – 28 Maggio 2014: tutti i visitatori del sito web potranno votare i migliori micro-racconti.
  • 28 Maggio 2014: : verranno pubblicati sul sito web i nomi dei vincitori del concorso di micro-racconti Delengua 2014.
  • L’auteur L’autore del micro-racconto che ottenga il maggior numero di voti in ciascuna lingua verrà premiato con un corso intensivo di spagnolo gratuito di 2 settimane. Verrà consegnato un secondo premio per ciascuna lingua, consistente in uno sconto del 20% su un corso intensivo di spagnolo.

Ogni partecipante potrà inviare un massimo di 3 racconti, in una o più lingue, a prescindere dal modo o modi di partecipazione prescelti, sebbene uno stesso partecipante non potrà essere premiato più di una volta.

Clicca qui per andare al Format e partecipare.

La letteratura cinese: alcune nozioni – a cura di Rita Barbieri

A CURA DI RITA BARBIERI
docente di lingua e letteratura cinese
 

36stratagemmiIn Cina, il carattere con cui si traduce più efficacemente la parola ‘letteratura’ è wen che etimologicamente ha vari significati ma tutti comunicanti l’idea di uno schema che si ripete (come per esempio in un tessuto). Può avere anche il significato di ‘linea, vena, venatura’ e si presenta come la forma visibile del li, il ‘principio’: ciò che sta alla base del mondo.

Il wen era dunque, effettivamente, la chiave di lettura e di interpretazione del mondo: il tramite attraverso cui capire il codice dell’universo e delle sue innumerevoli manifestazioni.

Inoltre, per la sua natura logografica, nellalingua cinese il carattere non solo rappresenta ma è di fatto l’oggetto che indica. In questo senso il wen è espressione del ‘principio’ sottostanteed è proprio per questo che di esso deve parlare: la letteratura deve descrivere l’ordine del mondo, deve rendere manifesto ciò che è implicito e soggiacente.

Il testo (wen) rivela il li presente nel mondo e per questo lo rende comprensibile, di conseguenza la letteratura non può che essere didattica: la Storia, la letteratura non erano una semplice cronaca dei fatti, ma descrivevano e traducevano in parole quello che era (o quello che si voleva far credere fosse) l’ordine ‘naturale’ e giusto delle cose. Per questo motivo ciò che non rientrava nella letteratura ‘corretta’ (ovvero nella corretta interpretazione delle leggi del mondo) veniva messo al bando o, nel peggiore dei casi, messo a rogo: famoso per esempio quello ordinato da Qin Shihuangdi nel 213 a.C., in cui si bruciarono perfino i Classici confuciani.

Continua a leggere l’articolo qui.

Verona capitale della letteratura russa. L’Ass.ne Conoscere Eurasia apre la prima biblioteca in lingua originale

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Verona, 30 agosto 2013. Uno strumento di conoscenza e approfondimento, dallo studio al piacere della lettura in lingua originale. È questa la ‘mission’ del nuovo progetto dell’Associazione Conoscere Eurasia che il 2 settembre aprirà le porte della prima biblioteca della città interamente in lingua originale.

Più di mille i volumi che spaziano dalla letteratura classica a quella per bambini, atlanti, dizionari, enciclopedie, libri di storia e cultura russa e volumi preziosi in consultazione custoditi nella sede dell’Associazione di via Achille Forti a Verona.

Le opere in dotazione alla biblioteca di Conoscere Eurasia accreditano Verona tra i luoghi di riferimento per lo studio della letteratura e della lingua russa e sono state donate da tre fra i fondi russi più importanti: Fondo Russkij Mir, Akimov e Rossotrudnichestvo.

Dedicata a studenti, ricercatori, accademici e persone giuridiche, la biblioteca è a disposizione anche dei cittadini italiani e russi e a coloro che si appoggiano ai servizi del Consolato Onorario della città scaligera, affiancato nelle sue iniziative dall’Associazione Conoscere Eurasia.

“I rapporti bilaterali tra la Russia e Verona sono in continuo fermento – spiega il presidente dell’Associazione Conoscere Eurasia, Antonio Fallico. – Un dinamismo che va dall’economia, come il Forum Eurasiatico e molti altri appuntamenti annuali, alla cultura. Nella biblioteca è sintetizzato lo spirito dell’Associazione, dove il sapere condiviso e le contaminazioni tra realtà diverse costituiscono la base della cooperazione del nostro tempo”. 

 

La biblioteca dell’Associazione Conoscere Eurasia è aperta dalle ore 9 alle 13 e dalle 14 alle 18, (dal lunedì al venerdì) in via Achille Forti – Verona. Per accedere al servizio bibliotecario è necessario aderire all’Associazione Conoscere Eurasia con una quota libera.

 

 

US Associazione Conoscere Eurasia: interCOM

Benny Lonardi (334.6049450 – direzione@agenziaintercom.it)

Giorgia Vincenzi (348.7943237 – ufficiostampa@agenziaintercom.it)

La rivista “El Ghibli” festeggia i dieci anni d’attività: il programma

El Ghibli-2

2003 – 2013

La rivista “El Ghibli”

compie dieci anni

 

Convegno

L’ibridazione è possibile

Sabato 15 giugno 2013

 

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Novunque

spettacolo della

Compagnia delle poete

Domenica 16 giugno 2013

 

Novunque

ombre per ogni nostro altrove

di Cristina Gentile

Mostra di disegni visitabile negli

orari di apertura della biblioteca

8 – 22 giugno 2013

 

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20 anni di collaborazione tra la

Biblioteca Dergano-Bovisa e il

Centro Culturale Multietnico La Tenda

all’insegna della letteratura della migrazione

Convegno

L’ibridazione è possibile

 

Sabato 15 giugno 2013

dalle ore 16.00 alle 23.00

 

PROGRAMMA

 

16.00   letture a cura di bovisateatro

 

Ore 16.15   Introduzione e saluti istituzionali

Francesco Cosenza, Responsabile Biblioteca

Pap Khouma, direttore della rivista El Ghibli

Daniela Benelli, Assessore Area metropolitana

Beatrice Uguccioni, Presidente del CdZ 9

 

Coordina Raffaele Taddeo, Presidente

del Centro Culturale Multietnico La Tenda

 

16.30   Silvia Camilotti (Università Ca’ Foscari Venezia)

Il guaio dell’essere diverso? Metamorfosi di un burattino

 

16.45   Raffaella Bianchi (Assistant Professor in Political Science Suleyman Şah Universitesi, Istanbul, Turchia)

I discorsi di cuori migranti in Italia: la rappresentazione dell’amore nei racconti degli scrittori migranti, pubblicati da El Ghibli

 

17.00   Itala Vivan (Università degli Studi di Milano)

Ibridazione culturale e musei contemporanei

 

17.15   Duccio Demetrio (fondatore e direttore

scientifico della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari)

Le scritture della migrazione: una nuova letteratura

 

Ore 17.30 miniconcerto del

Duo Calycanthus, soprano Dan Shen,

pianoforte Luigi Marzola

18.00   Wu Ming 2 (scrittore)

Alla ricerca di una scrittura meticcia: lingue, trame, autori collettivi

 

18.15   Ugo Fracassa (Uniroma 3)

Colore glocale. Forme, lingue e istituzioni della letteratura italiana multiculturale

 

18.30   Graziella Parati (Dartmouth College Hanover, New Hampshire, USA)

Vale ancora la pena parlare di ibridazione?

 

18.45   interventi del pubblico

19.15   buffet

 

20.15   Comitato editoriale 1^ parte

Interventi di Pap Khouma, Kossi Komla Ebri, Mia Lecomte, Mihai Mircea Butcovan

 

20.45   breve stacco musicale con Luca Baticci al pianoforte e Luca Romani al violino

 

21.00   Comitato editoriale 2^ parte

Interventi di Andrea Sirotti, Adrian Bravi, Barbara Pumhösel

 

21.15    performance di Gabriella Ghermandi

 

21.45   reading di Laura Fusco

 

22.00   reading di Adele Desideri

 

22.10   letture a cura di bovisateatro

 

 

 

 

 

Biblioteca Rionale Dergano-Bovisa

Via Baldinucci 76

20158 Milano

Info: 02.88465807

 

Tram 2, autobus 82, 90, 92,

FNM-Bovisa, MM3 Dergano

Ingresso libero

Premiazione del Concorso Letterario Internazionale Bilingue Ass. TraccePerLaMeta

LocandinaFirenze11maggio2013

A Firenze si sono celebrati i dieci anni di “Segreti di Pulcinella”, rivista di letteratura

Sabato 9 marzo 2013 a Firenze si è svolta la festa per il decennale della rivista di letteratura e cultura varia “Segreti di Pulcinella” (www.segretidipulcinella.it), rivista fondata nel capoluogo toscano da Massimo Acciai e Francesco Felici.

Cornice della festa è stato il salone del Ristorante-Pizzeria “I Tarocchi” sito in Via de’ Renai 12, zona San Niccolò.

Ha aperto l’evento il direttore della rivista, Massimo Acciai, che ha tracciato un breve consuntivo di questi dieci anni d’età e che ha letto poi il messaggio dell’amico pisano Francesco Felici che con lui, quasi per scherzo, nel 2003 fondò la rivista.

La serata è proseguita poi con la premiazione dell’omonimo concorso letterario nato per celebrare la rivista, condotta da Lorenzo Spurio, vice-direttore della rivista che pure ha curato l’opera antologica SDP 2003-2013. Questo libro-consuntivo storico contiene i testi dei premiati e segnalati nel concorso e numerosi testi, poesie, racconti, saggi ed articoli, di numerosi redattori e collaboratori della rivista durante questi dieci anni.

Si sono inoltre presentate due realtà culturali molto importanti: l’Associazione Culturale TraccePerLaMeta (www.tracceperlameta.org) e la sua attività di editoria legata ai soci, presentata da Sandra Carresi, vice-presidente dell’Associazione e Lorenzo Spurio e il gruppo poetico-musicale dei Poetikanten, presentato da Iuri Lombardi e Paolo Ragni.

I premiati e i redattori della rivista hanno letto i loro pezzi mentre Matteo Nicodemo ha allietato la serata con suoi testi, musicati con chitarra.

All’evento hanno preso parte numerosi collaboratori storici della rivista quali Alessandro Rizzo (vice-direttore), Rossana D’Angelo, Paolo Ragni, Iuri Lombardi, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Andrea Cantucci, Luca Mori, solo per citarne alcuni.

L’evento si è concluso con una cena conviviale molto apprezzata, momento nel quale i vari invitati hanno potuto conoscersi e scambiare vedute.

Lunga vita a Segreti di Pulcinella!

Clicca qui per acquistare l’opera antologica SDP 2003-2013 con prefazione di Massimo Acciai e con i testi dei vincitori/segnalati al concorso e quelli dei collaboratori storici della rivista.

Video della celebrazione del decennale (prima parte)

Video della celebrazione del decennale (seconda parte)

Una conferenza sulla letteratura cinese con Rita Barbieri

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2013 - Conferenza lett. cinese - variante

Il simbolismo nella poesia di William Blake, un commento di Pina Vinci

A CURA DI GIUSEPPINA VINCI

 

220px-William_Blake_by_Thomas_PhillipsLa produzione poetica di Blake si caratterizza di simboli. The Lamb e The tiger, sono simboli mondi reali, aspetti contrapposti, sentimenti contrastanti.

Il Cristianesimo si avvale di simboli. Per fare un esempio Il pesce per i primi cristiani rappresenta la nuova fede nel figlio di Dio fatto uomo. Il testo sacro è fonte di ispirazione per la produzione artistica narrativa e poetica del nostro Poeta. Il Bene e il Male sempre presenti, si intrecciano, coinvolgono, e  l’Essere umano teso, dilaniato perennemente in conflitto, alla Ricerca di un equilibrio emerge orgoglioso, non sconfitto.

Nella  scelta continua a cui è chiamato, gli ‘’opposti complementari’’ non annullano l’individuo, lo obbligano a intraprendere un cammino,”senza contrari non vi è progresso’’, sviluppo dinamico della Persona. Personalità complessa, affascinante, singolare, geniale, Blake, sempre Attuale

I temi della sua Poetica non circoscritti, non chiusi, non delimitati ma eterni, senza tempo, appartengono all’uomo di tutti i tempi, di tutte le epoche, l’uomo colto o non, è costretto a darsi una risposta e anche a rimettere in discussione ogni eventuale risposta.

Le origini dell’Universo, Dio creatore, Dio che plasma, forgia, modella, sia l’Agnello sia la Tigre, l’Innocenza e l’esperienza, la mitezza e mansuetudine e la violenza, il Bene e il Male, l’amore e l’odio, la bontà e l’aggressività…. ‘’Opposti complementari’’, l’uno necessita dell’altro, dualismo necessario, aspetti della stessa Realtà razionale e non. The Marriage of heaven and hell, paradiso e inferno, eden e ade, contrari coesistono, si attraggono, si completano.

Significati antichi e nuovi, messaggi apparentemente banali e scontati, significanti, simboli, segni per rappresentare la sfera del razionale e del Sentimento, della Percezione e Intuizione.

 

Giuseppina Vinci

Docente di Lingua e civiltà inglese al Liceo Classico Gorgia di Lentini

“Tenere a bada la pantera identitaria” – Una riflessione sul concetto di identità, a cura di Lorenzo Spurio

di LORENZO SPURIO

 

 

“L’intera umanità non è fatta d’altro che di casi particolari, la vita è creatrice di differenze, e se c’è “riproduzione”, non è mai in maniera identica” (p. 26).

 

 

Questo scritto-analisi a continuazione è ispirato alla lettura dell’interessante saggio di Amin Maalouf intitolato “L’identità” che venne pubblicato per la prima volta in Italia nel 1999. L’edizione alla quale mi riferisco e dalla quale sono tratte le citazioni è Amin Maalouf, “L’identità”, Milano, Bompiani, 2009. La riflessione che di seguito viene fatta sulla centralità del tema dell’identità con le conseguenti spiegazioni di carattere storico-politico-religioso sull’animosità tra nazioni, razze o religioni, serve inoltre per affrontare tematiche importanti e di dominio pubblico nella nostra attualità quali l’internazionalismo, l’intercultura, la cooperazione e la fratellanza tra paesi stranieri, l’affratellamento, l’integrazione o al contrario, fenomeni meno positivi quali la disintegrazione, l’omofobia, la violenza, la supremazia, la segregazione e così via.

L’intera dissertazione parte dall’idea che secondo Maalouf ogni persona ha sì una sua identità, ma essa stessa è a sua volta una “identità composta” che differenzia ad esempio un italiano dall’altro[1], parafrasando potremmo chiamare in causa Pirandello che con i suoi romanzi e commedie ha messo in scena proprio la complessità e allo stesso tempo la fragilità dell’identità umana. O addirittura si potrebbe far riferimento alla nascita di una corrente filosofica, l’esistenzialismo, che fa dell’analisi ripiegata sul sé la ragione primaria. Ma senza dover necessariamente citare gli altri per esemplificare un concetto, credo che il testo di Maalouf possa dar adito a una serie di riflessioni su temi cruciali per il quieto vivere e d’interesse globale.

Amin Maalouf, scrittore e saggista di origini libanesi, nel saggio  “L’identità” traccia in maniera teorica quelle che sono le basi per l’integrazione sociale, la spiegazione del contrasto tra Occidente e Oriente, l’animosità tra culture, lingue ed etnie diverse facendo spesso riferimento a particolari e dettagliati momenti storici dell’umanità (guerre, contrasti per lo più). L’intera indagine è volta a sondare quelle che sono le “apparenti insanabili” differenze tra l’io (o il noi) e l’altro. Il bisogno di riconoscere e di manifestare un’identità nasce, infatti, proprio dalla necessità di auto-differenziarsi, di descriversi, di tipicizzarsi e questo processo porta necessariamente a una comparazione con altre “auto-differenziazioni”. Se possiamo definirci italiani ad esempio, oltre alla grande ragione dell’unità d’Italia dei vari territori, è perché esiste un qualcosa esterno che non è Italia… la Francia, la Spagna o l’America ad esempio. Sono luoghi (nazioni per la precisione) che non sono Italia perché non hanno la lingua, la cultura, le tradizioni e le problematiche italiane. Ovviamente questo discorso può essere fatto all’incontrario e da ogni angolazione venga fatto risulterà valido e sensato.

Malaaouf nel saggio dice di più: ci fa intendere che è necessario partire dalla religione (dalle grandi religioni monoteistiche) per comprendere a pieno quelle che sono le culture presenti nel mondo –presenti e passate, vive o morte, maggioritarie o minoritarie, riconosciute o segregate.

L’animosità dunque tra cattolici e islamici, che tante volte viene richiamata dalla Stampa italiana o internazionale in occasione di tragici episodi deve, forse, essere rintracciata nel pensiero stesso dei due credo. Ma come hanno osservato in tanti nel corso della storia –studiosi, critici, religiosi- nessuna delle due religioni ha in sé qualcosa di negativo o di violento e laddove questo è presente è una cattiva, erronea, personalistica e pretestuosa interpretazione delle Scritture. Se ognuno di noi ad esempio ha ben a mente gli attentati terroristici che alcune cellule fondamentaliste islamiche hanno prodotto in Occidente (l’11 Settembre 2001 a New York o l’11 Marzo 2003 a Madrid, solo per citarne un paio), non deve tuttavia dimenticare la crudeltà ad esempio della Santa Inquisizione, organo “giuridico” della Santa Sede alcuni secoli fa. Allora si potrebbe opinare che quelli erano altri tempi, che si tratta del passato e che nel corso della storia l’uomo ha dato prova di crescita morale e di raggiungimento completo dei fondamenti civici per la conservazione dell’umanità. Tuttavia e purtroppo non è così perché nel mondo esistono e persistono forme di diseguaglianza, estremizzazione e di denigrazione – con forme e modi differenti- in relazione a ciascuna identità, etnia, religione o manifestazione culturale intesa come “identità”.

Il critico ricorda, infatti, il clima di profonda tolleranza che si respirava in alcune città spagnole sotto il dominio arabo: Toledo, fra tutte. Tolleranza pura tra cristiani, ebrei e musulmani. Tuttavia la storia fa il suo corso e purtroppo la storia viene fatta dagli uomini. L’uomo è per sua natura un essere imperfetto perché creato da Dio perché è puntualmente sottoposto a errori (sbagli, peccati, vizi, crimini, abusi, a seconda di come si analizzino tali “errori”). Ed è così che l’uomo in un certo momento della storia ha cominciato a farsi guerra e capendo che in realtà non poteva esserci una ragione tanto valida che corrispondesse al valore della vita umana, ha innalzato la differenza, la distinzione, la varietà a motivo di rivolta, ribellione, disputa, conflitto o guerra. In questo modo sono nati – non sto dicendo niente di nuovo- i peggiori mali della storia: l’emarginazione, la violenza, la segregazione, lo schiavismo, l’omofobia, i totalitarismi e più in generale ogni forma di odio verso l’altro.

Verso la parte finale del saggio il critico sottolinea principalmente due aspetti quali elementi fondanti, cruciali e inalienabili del concetto di cultura: la lingua e la religione. Essi sono ambiti che possono essere legati tra loro (inglesi ed irlandesi parlano inglese, ma i due popoli non hanno la stessa religione) ma il più delle volte non è così. Il critico osserva inoltre che questi due ambiti, queste due “forze motrici” sono state la causa, il motivo scatenante, la miccia che, accesa, ha originato la lotta. Non è interesse del saggio accennare in termini storici e geopolitici a guerre di questo tipo perché ciascuna persona sarà in grado di individuarne da sé almeno tre o quattro esempi.

Maalouf affronta anche i casi di bilinguismo presenti in una sola area geografica portando l’esempio dell’Islanda dove l’islandese –lingua ufficiale- viene usata per lo più in ambiti domestici mentre l’inglese –obbligatorio nelle scuole dall’infanzia- è di fatto la lingua veicolare, del commercio, della politica etc. Ciò che è interessante è l’importanza di salvaguardare le tipicità (linguistiche e di altro tipo), poiché come si estinguono le specie animali si estinguono le lingue ed è importantissimo proteggerle, tramandarle e far in modo che non si perdano. Nel caso del bilinguismo dell’Islanda –che è possibile estendere a ragione a Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia-, il critico osserva “Ciascuna lingua sembra avere il proprio spazio, ben delimitato” (p. 125) ossia ognuna delle due lingue ha una sua finalità e un suo utilizzo e per questo entrambe si conservano e si tramandano non mancando di paventare, però, l’idea che con il trascorrere del tempo la lingua meno utilizzata finisca per esserlo sempre di meno tanto da passare da lingua a dialetto popolare.

Tuttavia non avviene nel mondo esattamente ciò che Maalouf con il suo saggio descrive egregiamente. Se uno straniero che conosce un po’ di spagnolo a Bilbao ferma un passante per chiedere delle informazioni e quest’ultimo gli risponde in basco, allora dobbiamo concludere che la lingua non è esattamente ciò che il critico definisce “fattore d’identità e strumento di comunicazione” (p. 125), ma piuttosto “il perno di ogni diversità” (p. 125) che porta chiusura, marginalità e in alcuni casi emarginazione (nel caso citato motivato da un orgoglio autonomista e patriottista). Può trattarsi di un caso singolo? Può darsi. Ma essendo i casi “singoli” che dettano le leggi del comune vivere dell’umanità allora non dovrebbe essere un qualcosa sul quale sorvolare.

Il critico osserva in più punti che la ricchezza dell’uomo risiede proprio nell’apertura all’altro, nella condivisione di idee e cultura, nell’abbattimento di frontiere, nella cooperazione e federalizzazione, tutti procedimenti che almeno in campo economico-finanziario sono stati raggiunti se si pensa all’Unione Europea o in campo politico-amministrativo se si pensa agli USA, agli Stati Uniti del Messico etc. La cooperazione culturale e l’integrazione sono, invece, aspetti di carattere sociologico e antropologico che sono stati raggiunti felicemente solo in pochi ambienti e la fragilità stesso di questo procedimento –il cui segnale sono i continui fatti di cronaca che puntualmente ci informano di storie tremende- rende il raggiungimento di questo obiettivo una sorta di chimera che ogni volta si sfuma, un sogno al quale vogliamo credere ma dal quale troppo spesso veniamo svegliati. Il critico osserva nella prefazione all’opera datata 2005: “Non basta deplorare una evoluzione così inquietante, né basta scaricare la colpa sull’Altro, chiunque egli sia. Dobbiamo cercare di domare la pantera identitaria prima che ci divori. E, per iniziare, è essenziale che la osserviamo con attenzione” (p. 8).

Il concetto di identità, come si è detto o come si è cercato di far capire, si gioca tutto in un campo di frontiera, di limbo, spesso difficilmente individuabile e sfumato ai cui apici si trovano da una parte la civilizzazione nel senso completo del termine dall’altra le barbarie o per dirla con Maalouf “armonizazzioni e dissonanze” (p. 89). In molti si adoperano per cercare di avvicinare e unire culture tra loro e farle colloquiare, o semplicemente fare ammenda in maniera coscienziosa su errori ingiustificabili fatti dai propri popoli nel corso della storia. Purtroppo sono molti anche coloro che tendono a dividere e a fare delle proprie tipicità il motivo per sopraffare o soggiogare le altre, adoperando pure il revisionismo storico in maniera poco appropriata e col solo fine di portare l’acqua al proprio mulino. Per riassumere, ricorro ancora una volta alle parole di Maalouf: “Gli uomini hanno avuto tante cose in comune, tante conoscenze in comune, tanti riferimenti in comune, tante immagini, tante parole, tanti strumenti condivisi, ma ciò che spinge gli uni e gli altri ad affermare di più la loro differenza” (p. 89).

LORENZO SPURIO

Pamplona, 10/09/2012


[1] Entrambi condividono la nazionalità-cultura-lingua italiana (e questi sono aspetti importantissimi per la determinazione di una identità), ma moltissimi altri aspetti saranno sicuramente diversi: l’italiano che ha madre italiana e padre francese avrà di certo una identità differente (maggiormente composita, se vogliamo) rispetto a quella dell’italiano che, invece, è figlio di due italiani. Ovviamente esempi di questo tipo – non solo a livello linguistico- potrebbero riempire pagine intere di manuali senza fine. Per concludere: “In ogni uomo s’incontrano molteplici appartenenze che talvolta si contrappongono fra loro e lo costringono a scelte penose” (p. 13).

 

 

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Nuovi linguaggi: un breve sguardo sulla fantascienza

Di MASSIMO ACCIAI

Spesso i creatori di utopie, distopie o universi alieni hanno deciso di dare al loro mondo una o più lingue proprie, ricavandola dal passato, dal presente o inventandole di sana pianta. Nella Los Angeles di Blade Runner abbiamo ad esempio la parlata cityspeak, miscuglio di lingue diverse a testimonianza del cosmopolitismo della città del futuro. In alcuni casi non è solo un pretesto per rendere più credibile e completa l’opera, ma il linguaggio riveste un’importanza speciale come nelle anti-utopie dei tre autori trattati da Manferlotti nel suo saggio già ricordato nel primo capitolo; Brave New World di A.Huxley, Nineteen Eighty-Four di G.Orwell e A Clockwork Orange di A.Burgess.

 Nel primo il Selvaggio, figlio di una ex-Beta perdutasi nella riserva indiana e adottata dagli indigeni, “utilizza come privilegiato strumento di comunicazione ampi frammenti delle opere di Shakespeare le quali, così riesumate, finiscono per porsi come un’autentica lingua straniera in sé conchiusa, vecchia e nuova ad un tempo che, una volta penetrata nell’universo di Ford, mette in moto un cozzare di idiomi ed attiva un processo dialettico capace di scavare nel profondo di più visioni del mondo fra loro inconciliabili.”1. Questo personaggio appartiene a  realtà linguistiche diverse tra loro: accanto al linguaggio shakespeariano, che sceglie come linguaggio privato, conosce la lingua del Mondo Nuovo e il dialetto zuni imparato dagli indios. Eppure il Governatore Mondiale, Mustapha Mond, “lo sovrasta (…) proprio sul terreno della conoscenza dei classici.”2

 Orwell fa seguire il suo romanzo da una lunga appendice, The Principles of Newspeak, sui principi della “Neolingua” (peraltro già spiegati nel corso della narrazione). In Oceania, il regno del Big Brother, esistono due lingue ufficiali; la Oldspeak o inglese standard (indicata anche come Archelingua) e la suddetta Neolingua che si sostituirà, a partire dal 2050, il vecchio inglese che conosciamo. All’epoca del romanzo, il famigerato 1984, nessuno la usa ancora come mezzo di comunicazione esclusivo. Gli articoli di fondo dei quotidiani sono scritti in neolingua, ma sono riservati agli specialisti. Eppure esistono già dieci edizioni del dizionario di Neolingua ed una undicesima in preparazione.

 La neolingua nasce per le esigenze del Socing (parola che in neolingua significa Socialismo Inglese, la filosofia a cui si rifà il Partito) e consiste in un “travestimento dell’inglese moderno (…) del quale vengono esasperate regole o tendenze già in atto; dal punto di vista della ortografia, poi, la forma finale della scrittura in neolingua non è molto più di un miscuglio di ‘cablese’ e stenografia pura.”3 Pare che Orwell fosse stato influenzato da Alfred van Vogt; la neolingua infatti “ricorda molto da vicino il General Semantic dell’autore statunitense.”4

 Si tratta di una lingua semplificata ed estremamente povera dal punto di vista lessicale. Lo scopo di ogni nuova edizione del Dizionario non è infatti quello di aggiungere nuove parole ma al contrario di sopprimere quelle vecchie cancellando così, sencondo l’autore, il concetto stesso indicato dal termine soppresso: “Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, e l’Archelingua, per contro, dimenticata, un pensiero eretico (e cioé un pensiero in contrasto con i principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impensabile, per quanto almeno il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso.”5 Tuttavia coloro che hanno studiato i principi del Newspeak (e qui Manferlotti fa il nome di Brian Wicker) hanno ritenuto impossibile ed ingenua una cosa del genere, l’idea cioé “che le parole siano un mero rivestimento del pensiero e nell’assunto per cui una riduzione del patrimonio verbale in possesso del parlante corrisponda meccanicamente una riduzione delle sue funzioni speculativa.”6 Anzi, ridurre la gente a semplici automi costituisce una negazione degli stessi principi del Socing (Ingsoc7 nell’originale). Questo ci sembra molto consolante. Guardamagna invece è più pessimista al riguardo; per la studiosa la possibilità di cambiare la realtà attraveso il discorso è “tutt’altro che fantascientifica”8 e il fine del Newspeak, prevenire ogni “psicoreato” (il crimine di eterodossia) attraverso “l’abolizione di ogni ambiguità e sfumatura di significato (…) ridurre il discorso a termini comunicazionali basici, a produrre frasi predigerite e usabili a comando, indipendenti dal pensiero”9 sembra facilmente raggiungibile.

 Troviamo un esempio concreto di neolingua nelle strisce di carta che giungono a Winston dal Ministero degli affari interni con le rettifiche dei quotidiani:

“times 17.3.84 bb speech malreported africa rectify

times 19.12.83 forecasts 3 yp 4th quarter 83 misprints verify current issue

times 14.2.84 miniplenty malquoted chocolate rectify”10

Baldini nella sua traduzione italiana rende così questo brano:

discorso times 17.3.84 malriprodotto africa rettif

previsioni times 19.12.83 quarto 4° refusi 83 verif edizione corrente

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Burgess fa parlare i teppisti di A Clockwork Orange con un curioso slang giovanile noto come nadsat-talk, di cui “il lettore non fa fatica ad impadronirsi (…) anche perché si tratta di un sistema linguistico ridotto all’osso che riproduce con assoluta, spietata trasparenza, il limitato orizzonte culturale dei personaggi che lo utilizzano in maniera da farne una sorta di baby-talk. La semantica (…) attacca quasi esclusivamente l’area della referenzialità pura, limitandosi ad una riscrittura massiccia dei sostantivi, parziale degli aggettivi e limitatissima dei verbi, questi ultimi sempre impiegati al modo indicativo.”12 Il glossario che si trova in appendice all’edizione americana è quindi superfluo. Il senso delle parole in gergo s’intuisce benissimo dal contesto.

 Alex è in realtà padrone non solo del nadsat ma anche dell’inglese standard e persino della lingua colta. Il nadsat è compreso bene nelle classi sociali più basse ma “a mano a mano che si sale, dal cappellano del carcere ai medici che lo useranno come cavia per la Ludovico’s Technique, fino ai ministri del governo, Alex dovrà confrontarsi con linguaggi rarefatti, allusivi, vaghi, a loro modo ‘sapienti’, ai quali corrisponde un esercizio della violenza anch’esso ben più scientifico”13 E’ interessante notare anche che, quando si rifugia nella casa dello scrittore Alexander, “a smascherare Alex non sia il nadsat in sé (che pure insospettisce il suo ospite) ma l’uso creativo, personale che ne fa il ragazzo, infarcito di metafore e di preziosi arcaismi che gli altri teppisti ignorano.”14

C’è un vasto filone fantascientifico in cui per sua natura si pone il problema linguistico: il viaggio nel tempo. Il viaggiatore di turno si trova a contatto con altre realtà linguistiche del passato o del futuro, comunque diverse dalla sua. Se lo spostamento è breve questa diversità è trascurabile, ma in altri casi i salti temporali sono davvero notevoli. Ad esempio in The Time Machine di H.G.Wells, il precursore del genere15, l’anonimo Viaggiatore del Tempo compie un salto nel futuro di ben ottocentomila anni. Impara presto i rudimenti del semplice linguaggio degli Eloi, decaduti quasi al livello animale, e riesce a comunicare con loro con qualche prevedibile difficoltà; cosa che manca del tutto nell’ingenuo film di George Pal in cui il protagonista e gli Eloi parlano da subito la stessa lingua, l’inglese che, fatto davvero notevole, pare si sia conservato immutato per ottocento secoli!

 In questo romanzo siamo però sul limite della comunicazione tra uomo e uomo, visto che gli Eloi discendono sì dalla specie sapiens ma si sono ormai distaccati da questa, o stanno per farlo. Il fatto che una di loro, Weena, abbia un firt col Viaggiatore ci lascia un po’ perplessi nella nostra classificazione.

 Nei viaggi verso il passato il contrasto linguistico può servire anche a fini umoristici. Nel già citato racconto di Finney, “The Love Letter”16, il protagonista sorride e si stupisce del modo in cui si esprime la sua corrispondente del 1882. Similmente nel film Back to the Future (Ritorno al futuro, 1985) il protagonista tornato al 1955 suscita ilarità o perplessità per certe espressioni degli anni ottanta. Il linguaggio ottocentesco di Sherlock Holmes, trasportato nel 2096 insieme al fido Watson per cercare gli alieni, non crea un effetto meno stridente in “You See But You Do Not Observe” (1995) di Robert Sawyer.

 In Stargate (1994) non c’è un vero e proprio viaggio nel tempo, tuttavia i protagonisti dei giorni nostri vengono a contatto con una civiltà egizia rivisitata in chiave aliena su un altro pianeta. Subito si pone il problema linguistico, presto risolto dall’egittologo della spedizione che non tarda a decifrare l’antico dialetto egizio, evolutosi autonomamente, una volta capito l’uso delle vocali. In questo modo possono leggere i geroglifici con la storia dell’invasione aliena sulla Terra, conservatisi nonostante la proibizione della scrittura da parte del conquistatore.

 Curiosamente per quanto riguarda la lingua del futuro gli autori non sfruttano molto le possibilità del contrasto linguistico, preferendo magari ricorrere ad espedienti più banali. Abbiamo qualche espressione originale in Demolition Man (1993) come ‘buona vita’ e ‘buoni auspici’ al posto del solito ‘buongiorno’. La compagna poliziotta del protagonista si sforza malamente di imitare i modi di dire di fine XX secolo. In questa America del 2032 ogni termine volgare è immediatamente registrato e multato, quale violazione del Codice della Moralità, da appositi apparecchi sparsi un po’ dappertutto.

  Pare che il linguaggio del futuro sarà più raffinato rispetto al presente. Anche in Star Trek IV: The Voyage Home (Rotta verso la Terra, 1986, quarto film della saga creata da Gene Rodeberry) l’equipaggio dell’Enterprise, tornato ai nostri giorni dal XXIII secolo, si trova in difficoltà con certe espressioni colloquiali del presente (con un irresistibile effetto comico). Gli spaesati astronauti tentano di adattarsi perché, come nota l’ammiraglio Kirk, “Qui sanno parlare solo così. Nessuno ti presta attenzione se non dici qualche parolaccia, basta dare un’occhiata alla letteratura dell’epoca…”17

 Inoltre Giovannoli sostiene la tesi secondo cui “le fantascienze di questo periodo [anni Trenta e Quaranta] presuppongono una fiducia illimitata nei linguaggi formali”18, quelli cioè della logica e della matematica. Nel suo ciclo della Fondazione (1951-1993) Asimov elimina dai discorsi di alcuni dei suoi personaggi, quelli che aderiscono alla logica simbolica, “tutte le parole inutili che rendono oscuro il linguaggio umano” percui un inviato dell’Impero in cinque giorni di discussione non dice assolutamente nulla. Di logica simbolica parla anche Heinlein nel suo racconto “Methuselah’s Children”, giungendo a conclusioni analoghe.

 Quando i viaggiatori del tempo si organizzano in una vera e propria casta, come avviene ad esempio in The End of Eternity (1955) di Asimov, tecnici e dirigenti provenienti dalle epoche più disparate, gli Eterni, comunicano tra loro attraverso l’Intertemporale Standard. Naturalmente tutta la letteratura sottratta al corso naturale del tempo, dopo i mutamenti operati per evitare gravi turbamenti nella storia, è conservata su “librofilm” nella lingua originale. In un altro racconto di Asimov, “Profession”, già ricordato a proposito dell’istruzione del futuro18, i nastri della Lettura servono tra l’altro ad assicurare un linguaggio unificato per tutti. In “The Message” (1956), un altro racconto dell’autore statunitense, il viaggiatore del tempo di turno dal pacifico ma noioso XXX secolo si ritrova in piena seconda guerra mondiale: lascerà un misterioso messaggio inciso su una baracca con una penna a fascio di luce che verrà scoperto e ripetuto dai soldati. Ricordiamo anche “Living Space” (1956): nel futuro l’umanità ha risolto i problemi di sovrappopolazione costruendo appartamenti in Terre alternative su cui non si è sviluppata la vita, raggiungibili tramite una sorta di congegno dimensionale. Il governo non ha però fatto i conti con le Terre alternative abitate che hanno a loro volta colonizzato alcuni dei pianeti già occupati, finché un giorno scoprono la rispettiva presenza. Il problema linguistico si presenta quando i colonizzatori di una storia alternativa in cui Hitler ha vinto la guerra, e che hanno quindi imposto il tedesco ovunque (il Planetisch, linguaggio standard planetario), viene a contatto con l’inglese dell’altra storia alternativa. Fatto molto strano; entrambe le lingue non hanno subito molti mutamenti in più di duemila anni. 

 Una situazione linguistica simile a quella del romanzo di Asimov la ritroviamo in Return to Tomorrow (1954) di Hubbard: qua il viaggio nel tempo avviene attraverso il paradosso della Contrazione di Lorentz-Fitzgerald19, da cui consegue che a mano a mano che la velocità di un’astronave si avvicina a quella della luce, il tempo si approssima allo zero. Chi si imbarca per il Lungo Viaggio sa di tornare sulla Terra di un’altra epoca: un anno su un’astronave che viaggia quasi alla velocità della luce equivale a molti decenni sulla Terra. In questo costante sfasamento temporale viene in aiuto l’Interlingua; attraverso dei dizionari gli astronauti possono comunicare con la gente a terra superando i naturali mutamenti della lingua attraverso i secoli.

 Se poi non esiste una lingua franca tra le epoche si può sperare almeno di incontrare uno studioso del XXX secolo di lingue antiche, come nel racconto umoristico “The Businnes, As Usual” (1952) di Mack Reynolds, salvo farsi truffare da quest’ultimo; l’uomo in fondo resta sempre lo stesso da ogni parte.

Abbiamo dunque visto che il problema della lingua trova varie soluzioni nella letteratura di SF. Proviamo a riassumerle con l’aiuto di un articolo di Liven Dek, il quale cita ed integra una classificazione precedente di Bernard Golden20. Per qualcuna delle dieci categorie indicheremo un esempio tra le opere consultate:

1. Nessuna indicazione. L’autore non si pone il problema linguistico.

2. Dialoghi tra parlanti della stessa lingua, come ad esempio tra discendenti di colonizzatori terrestri. La situazione è presente nei vari cicli narrativi di Asimov.

3. Apprendimento via radio. La lingua aliena viene appresa ascoltando le trasmissioni radiofoniche. Ne parleremo meglio nel capitolo dedicato agli alieni.

4. Traduttore automatico, ossia un apparecchio piuttosto piccolo che consenta di tradurre il discorso da una lingua all’altra. Ne abbiamo un esempio in Battlefield Earth di L.Ron Hubbard.

5. Trattamento del cervello con droghe, pillole, operazioni chirurgiche, radiazioni, eccetera. Forse è un metodo più magico che scientifico.

6. Telepatia. Questo elimina del tutto il problema.

7. Lingua franca, come la sopracitata Interlingua di Return to Tomorrow, oppure il Cityspeak di Blade Runner.

8. Lingue etniche dominanti, come l’attuale situazione sulla Terra.

9. Caos completo. “E’ il caso presentato da Native Tongue (1984) di Suzette Haden Elgin, dottoressa in linguistica. Viene descritto un futuro in cui l’umanità vive sotto il dominio di fatto di dinastie di linguisti. Con un artificio che consiste nel mettere tutti i loro figli, sin dalla nascita, o già nell’incubatrice, a contatto con le lingue, i linguisti riescono a impararne migliaia (!), e così ad essere gli unici mediatori-padroni nei rapporti politici e commerciali tra la Terra e le altre civiltà del cosmo. La situazione della gente normale non è descritta, ma da diverse allusioni è possibile immaginare (…) un caos linguistico non solo simile a quello conosciuto oggi sl nostro pianeta, ma addirittura peggiore, aggravato dall’afflusso di migliaia di nuove lingue di altri pianeti.”21

10. Lingua pianificata. E’ il caso dell’Esperanto il quale, oltre ad esistere nella realtà (molti classici della SF sono stati tradotti nella lingua di Zamenhof – nata nel 1887 come lingua internazionale – ed esiste persino un’ampia letteratura fantascientifica originale), è presente in molti autori e pellicole. Dek ci porta come esempi film quali Babel (1988) e il cartone animato giapponese Gingatetudo no yoru (La notte della ferrovia galattica, 1985), un fumetto come Rowlf (1979), ed opere di narrativa quali The Green Hills of Earth (1947) di Robert A.Heinlein (1907-1988), The Rituals of Infinity (1971) di Michael Moorcock e persino Asimov in un suo racconto, “Homo sun”. Tra gli altri sostenitori dell’Esperanto va ricordato lo stesso Jules Verne, il quale nel suo ultimo romanzo incompiuto, Voyage d’études (pubblicato postumo a cura del figlio nel 1914, ma rimaneggiato), dà un ruolo importante alla lingua artificiale. In tutti questi casi la lingua è diffusa e affermata e dà un contributo all’unione degli abitanti della Terra. In un altro caso rimane sconosciuta ai più e per questo svolge il ruolo di lingua segreta dei cospiratori; stiamo parlando del romanzo The Lifeship (1976) di Harry Harrison (1925-vivente) e Gordon R.Dickson (1923-vivente).

 In questa decima categoria rientra anche il Newspeak di Orwell. Non si faccia però confusione; tra questa e l’Esperanto c’è la stessa differenza che esiste tra distopia e utopia, tra una lingua nata per la schiavitù ed una nata per la libertà e la fratellanza.

 

 

 

MASSIMO ACCIAI

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NOTE

1 Cfr. Manferlotti Stefano Anti-utopia. Huxley, Orwell, Burgess, Palermo, Sellerio, 1984, p. 87

2 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., p. 90

3 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., p. 100

4 Cfr. Giovannini Fabio e Minicangeli Marco, Storia del romanzo di fantascienza, Roma, Castelvecchi, 1998, p. 210

5 Cfr. Orwell, Nineteen Eighty-Four, 1949 (1984, Milano, Mondadori,1989), p. 315

6 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., p. 101

7 In Manferlotti, p. 100, c’è un errore. Il nome corretto del Partito è Ingsoc, contrazione in neolingua di Socialismo Inglese,

e non Ingosc come riportato nella nota 36.

8 Cfr Guardamagna Daniela, Analisi dell’incubo. L’utopia negativa da Swift alla fantascienza, Roma, Bulzoni, 1980, p. 134

9  Cfr Guardamagna Daniela, op. cit., p. 135

10 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., p. 102

11 Cfr. Orwell, op. cit., p. 42

12 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., p. 111

13 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., pp. 115-116

14 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., pp. 119

15 Cfr. Giovannini Fabio e Minicangeli Marco, op. cit., p. 94

17 Cfr. Mongini Giovanni e Claudia, op. cit., vol. VII, p. 47

18 Cfr. Giovannoli, Renato, La scienza della fantascienza, Milano, Editori Europei Associati, 1982, p. 116

20 Nota attraverso il “paradosso dei gemelli” di Albert Einstein.

21 Cfr. Dek, Liven, “Esperanto, lingua fantastica”, in Cappa, Giulio (a cura di), La lingua fantastica, Aosta, Keltia, 1994,

pp. 286-288

22  ibidem

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