“Gli indifferenti” (1929) di Alberto Moravia, recensione di Lorenzo Spurio

Gli Indifferenti di Moravia

di Lorenzo Spurio

 

Ho recentemente visto il film Gli Indifferenti del 1964 (regia di Francesco Maselli), tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia (1929).[1] Devo riconoscere che questo romanzo di Moravia è uno dei miei preferiti in assoluto e lo consiglio a coloro che non l’hanno ancora letto.

Come indica il titolo, i vari personaggi della storia, che si contano sul palmo di una mano, sono caratterizzati per una mancanza di una vera identità, per essere incapaci, spesso passivi, inetti ma più propriamente indifferenti. Le varie vicende che accadono alla famiglia, vengono accettate tacitamente dai vari protagonisti in maniera remissiva, senza cercar di cambiare il corso degli eventi. Tutti i personaggi della storia sono assoggettati e regolati dall’unico personaggio ben costruito della storia, il potente e corrotto Leo Merumeci, l’ingegnere.

La storia si apre a villa Ardengo, una villa dell’alta borghesia dove vivono Mariagrazia assieme ai suoi due figli Carla e Michele. La famiglia versa in condizioni economiche difficili e sulla villa è stata messa un’ipoteca a favore del signor Merumeci.

Merumeci è un uomo interessato ai soldi e al sesso. Ha una storia con Mariagrazia, ma non è coinvolto da lei e sta con lei solo per ricattarla. Lei, dal canto suo, si crede di essere amata da Merumeci. Quest’ultimo seduce la giovane Carla, mentre Michele ha una relazione sessuale che non gli da niente con Lisa, amica della madre. Ogni personaggio accetta il corso degli eventi per come si presenta (per come è stato regolato da Merumeci, che sembra gestire gli altri personaggi come marionette). Al termine della storia Michele sembra riattivarsi dal menefreghismo, dalla passività e dall’indifferenza che lo ha contraddistinto fino a quel momento e decide di uccidere Merumeci. Acquista una pistola e si reca a casa dell’ingegnere, ma quando fa fuoco contro il nemico si rende conto che l’arma è scarica. Ancora una volta si sottolinea l’incapacità di Michele – così come degli altri personaggi – di intervenire sulla storia. Alla fine, tutto rimarrà al caso, ovvero sarà come Merumeci ha deciso: Merumeci continuerà a frequentare villa Ardengo, forse sposerà Carla, Michele continuerà la sua relazione con Lisa e Mariagrazia si rassegnerà al suo ruolo di madre.

A mio parere il film, pur rimanendo fedele al romanzo di Moravia, non è capace di trasmettere in maniera completa e vivida il senso di apatia, di stanchezza, di menefreghismo, di lassismo, di passività e d’indifferenza dei personaggi. Sono aspetti questi che possono rivelarsi difficili da rappresentare in una realizzazione filmica e più facili da trasmettere attraverso le parole. I personaggi sembrano più attivi, decisi e risoluti di quanto lo siano nel romanzo, dove sono completamente in balia degli eventi, del corso del tempo, del caso, delle decisioni di Merumeci. È lì che secondo me si cela il vero significato del romanzo, in questo comportamento rassegnato e remissivo dei personaggi che Moravia è riuscito ad etichettare magistralmente sotto il titolo di “indifferenti”. Per questo motivo consiglio di leggere il libro più che vedere il film. La lettura di Moravia, molto semplice e scorrevole è frammista da elementi che sono in grado se non di farci calare nel contesto degli Ardengo, per lo meno di capirne le motivazioni del loro comportamento rassegnato e dell’incapacità di reagire.

                                                                                                                                                                                                                  Lorenzo Spurio

 


[1] Esiste una ulteriore realizzazione filmica intitolata Gli Indifferenti (1988), regia di Mauro Bolognini. Si tratta di un serial televisivo in due puntate. Non sono riuscito a reperire questa versione. La mia analisi qui presente si basa sul film in bianco e nero del 1964.

 

 

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Intervista a Cristiano Mocciola, autore di “Coincidenze d’inverno”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a CRISTIANO MOCCIOLA

Autore di COINCIDENZE D’INVERNO

(Edizioni Montag, Tolentino, 2012)

Isbn: 978-88-97875-14-7

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

CM: Il titolo scelto fa riferimento agli eventi sincronistici che tessono la trama della vita di ognuno di noi. Se rimanesse distaccato dal risultato, l’essere umano riuscirebbe a scorgere tutte quelle coincidenze che, passo dopo passo, lo portano al raggiungimento della propria mèta. In “coincidenze d’inverno” viene evidenziato questo fenomeno (magia?) nella vita dei due protagonisti.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CM: E’ ovvio che c’è molto di autobiografico. Come è altrettanto ovvio che la fantasia ha svolto il suo compito. Credo che ogni singolo personaggio, di qualsiasi romanzo si tratti, sia parte della personalità dell’autore. E’ inutile negarlo. Sono le diverse sfaccettature di questo IO, che vengono messe in gioco e fatte danzare, a formare il romanzo. Credo che la letteratura serva essenzialmente per aiutarci a sognare, come qualsiasi altra forma d’arte. Nel suo raccontare storie ci aiuta a crescere, a migliorarci, a scorgere il futuro che realmente desideriamo. La letteratura con il solo fine di intrattenere, come potrebbe fare qualsiasi telefilm, a mio avviso, non è utile.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CM: Ogni autore è come un amico. E come nella vita capita di avere ‘’migliori amici’’ che ci accompagnano per alcuni tratti del nostro cammino, così abbiamo anche autori che leggiamo con più interesse in certi momenti della nostra esistenza. Penso sia capitato a tutti di cominciare un libro e poi lasciarlo lì perché non andava giù. E magari riprendendolo in un secondo momento, trovarlo così esaltante da divorarlo in poco tempo. Ogni libro, ogni autore, ha bisogno di essere inserito nel giusto frangente della nostra vita. Essendo noi stessi in continuo cambiamento abbiamo bisogno ogni volta di persone diverse attorno a noi (o autori). In parte ho già risposto anche al resto della domanda. Non ho mai letto noir o gialli, ma sicuramente ci sarà il momento in cui ne avrò bisogno.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CM: Hai ragione, è molto difficile rispondere. Tornando alla risposta di prima si capisce il perché. Comunque un libro preferito ce l’ho: “Il tuo sacro io” di Wayne Dyer. Ho perso il conto delle volte che l’ho letto e sicuramente lo leggerò ancora molte volte in futuro. Quando mi decentro, quando non ritrovo il silenzio necessario dentro me, lui mi viene in aiuto. Poche e semplici regole per vivere, pensare ed emozionarsi alla giusta maniera.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CM: Idem come sopra. Se osservo come scrivevo cinque anni fa, o due, o ora, noto il cambiamento avvenuto. Cambiamento dovuto ai libri letti, alle esperienze vissute, alle persone incontrate. Quindi ritengo tutti e tutto responsabili del mio modo di narrare storie.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

CM: Ho pubblicato un solo romanzo breve nel 2008 dal titolo ‘Stop!’. Ho poco da dire a riguardo. Tranne che ora lo riscriverei da capo. Quando mi ci dedicai lo feci per gioco, per una scommessa fatta con me stesso. Ora lo racconterei sicuramente in maniera differente.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CM: Posso dire di essere molto fortunato. Oltre ad aver trovato una donna bellissima, una moglie premurosa e un instancabile alleato, in Rosalba De Amicis ho trovato un valido aiuto per i miei scritti. Se non ci fosse stata lei, se non l’avessi incontrata, forse non sarei neanche qua a rispondere a queste domande. L’idea di scrivere a quattro mani la trovo interessante anche se, ahimè, ancora non ne ho fatto esperienza.

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CM: A chiunque ne sia incuriosito.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

CM: Da quel poco che ho capito c’è molta confusione nell’editoria italiana. Pochi “grandi” detengono il potere, molti e validi piccoli editori invece raccolgono altrettanti validi scrittori ai quali risulta difficile farsi notare nell’oceano di libri che ogni giorno vengono messi in stampa. Ma poco mi interesso di quel che avviene a livello burocratico ed economico attorno all’editoria. Scrivo per puro piacere. E l’editore Montag mi ha aiutato concretamente a realizzare un piccolo sogno. Oltre a essere stati gentili e professionali sono stati gli unici a offrirmi una pubblicazione senza contributo. Cosa molto importante soprattutto in questo periodo di crisi. Vuol dire che credono in quello che fanno.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

 

CM: Credo che la vera passione dello scrittore nasca dal cuore. Penso che se non venga da dentro la spinta necessaria per scrivere, tutto il resto non serve a niente. Non esiste scuola che possa insegnarti a scrivere, non esiste premio che possa soddisfare le tue esigenze. Scrivere stando seduti sotto un albero, scrivere solo per il gusto di scrivere, e magari non far leggere mai a nessuno quello che hai scritto, scrivere per mettere nero su bianco quelle emozioni che altrimenti andrebbero perse, questo è il lavoro di chi narra. Lo scrittore contemporaneo, quello di ieri o quello di domani, sono scrittori. Punto.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CM: E’ nel contrasto che vediamo le immagini no?!

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

 CM: Credo che ogni scrittore si sia formato sui libri che ha letto e studiato. Ed è giusto, oltre che inevitabile, dal momento che prende come buona un’idea, che prima o poi la riproponga in ciò che scrive. Non è perché ha voluto prendere possesso dell’idea di un altro, ma perché l’altro è stato in grado di farlo maturare. E se lui ritieni importante “tramandare” quell’idea, è giusto che lo faccia.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

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“Coincidenze d’inverno” di Cristiano Mocciola, recensione di Lorenzo Spurio

Coincidenze d’inverno
di Cristiano Mocciola
Montag Edizioni, Tolentino, 2012
ISBN: 978-88-97875-14-7
Numero di pagine: 144
Costo: 15,00 €
 
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 

Ricordati che non ti verrà mai dato un desiderio senza che tu abbia la forza ed i mezzi per farlo avverare (p. 132).

La debolezza più diffusa fra gli uomini è senz’altro l’abitudine di essere mentalmente suscettibili agli influssi negativi provenienti da altri (p. 133).

In Coincidenze d’inverno di Cristiano Mocciola è contenuta una storia pregna di sentimento, di emozioni contrastanti e di vicissitudini abbastanza tormentate che fanno seguito a una sorta di colpo di fulmine a distanza. Il romanzo “celebra” a suo modo i contemporanei social network non come semplici spazi d’intrattenimento, ma come potenziale luogo d’incontri. E’ proprio la rete che inaugura la conoscenza tra Valentino e Tecla che ben presto si tramuta in amicizia. I due arrivano ad un punto nel quale – ancora senza essersi mai visti- sembrano conoscersi alla perfezione e nessuno dei due sente dei timori nei confronti dell’altro. Il passo dall’amicizia all’amore è breve anche se –spalleggiato dai pochi strenui romantici all’antica- trovo un po’ di difficoltà a credere nel reale a un rapporto che cresce, matura e si solidifica in brevissimo tempo, senza per altro un incontro diretto delle due persone. Ma il mondo va veloce e nessuno riesce a stargli dietro. Internet –che è la vita virtuale- ossia uno spazio nel quale possiamo fare esattamente tutto ciò che facciamo nella realtà, solamente che a livello “ideale”, è conquistato anche dalla sfera dei sentimenti. In questo rapporto la distanza non sembra configurarsi come un vero e proprio problema anche se Valentino non tarda a riscontrare nell’amica-amante un cambio di atteggiamento che non sa a cosa attribuire.

La narrazione procede in maniera incalzante ed è fatta da brani più o meno brevi che compongono numerosi capitoli, ciascuno con un suo titolo. Nel romanzo entrano in gioco anche altri personaggi come Nicola, il fidato amico di Valentino o l’amica di Tecla, tossicodipendente proprio come lei. E’ questo in fondo il tema principale che fuoriesce dal romanzo: la droga. Il desiderio giovanile di sperimentare nuove forme di eccitazione e stati adrenalinici porta la protagonista a entrare nel mondo della droga –dimensione nella quale, assieme all’amica trova spensieratezza e spontaneità. Ma come insegna la vita questa cattiva amicizia con la polvere bianca la porterà a uno stato di dipendenza, prima e a una profonda depressione, poi. La storia di una ragazza che si droga è la manifestazione concreta della vittoria indiscussa delle debolezze umane e la vigilia di un percorso di logoramento. E’ per questo che Tecla cela la sua dedizione alla droga parlando e aprendosi con Valentino e, conseguentemente, quest’ultimo capisce che c’è qualcosa di diverso in lei per come si comporta.

Il tema sociale è forte; Cristiano Mocciola tratteggia un mondo in cui l’utilizzo e l’abuso di droga ormai è una realtà o piuttosto una mania preoccupante che è inarrestabile in ogni fascia della popolazione che la riguarda: “Tirare di coca, in gergo si diceva così l’inalare col naso la sostanza raffinata ottenuta dalle foglie della suddetta pianta, triturata e resa polvere, voleva dire essere alla moda. Il pulviscolo bianco agiva sul sistema nervoso e riscuoteva un grosso successo tra i giovani, tra gli adulti, gli imprenditori e consensi da molteplici tipologie di soggetti, dai ceti più bassi della società fino alle alte sfere (p. 103). Cristiano Mocciola descrive così un problema si vasto e preoccupante, rendendolo –a mio avviso- ulteriormente ingigantito quasi si trattasse di un problema endemico i cui probabili rimedi siano già stati dichiarati nulli e privi di efficacia. Ma il lettore si renderà ben conto leggendo questo libro che non è un messaggio negativo e privo di speranza quello che l’autore vuole lanciare, tutt’altro.

Il romanzo gioca su una continua isotopia del colore bianco: si parte dalla copertina del libro con uno sfondo bianco sul quale si staglia un ramo di un albero con appoggiata della neve, per poi parlare della cocaina, notoriamente conosciuta come polvere bianca. Ma il bianco ritorna anche nella parte finale dove la protagonista, a seguito di un incidente stradale si trova in stato di coma, -una condizione di “congelamento” delle condizioni vitali. Ma è l’ospedale in se stesso a richiamare il bianco: lunghi corridoi, camici di dottori, luce bianca al neon.

Questo libro ovviamente è molto di più. Non svelerò cosa succede né come si conclude la storia. Basterà sapere che Cristiano Mocciola sottolinea più volte l’imperscrutabilità del destino, gli incontri fortuiti, le coincidenze, appunto che esistono nella nostra vita solo se siamo disposti a condividere un certo tipo di analisi.

Le cose succedono perché devono succedere e basta. Qualcuno le ha decise.

Le cose succedono semplicemente perché sono la conseguenza di altre cose.

Non c’è un senso né un motivo in quel che succede.

Una cosa succede proprio mentre –ironia della sorte, nemmeno a farci apposta- ne succede un’altra che ha uno stretto legame all’altra.

La vita è una successione di eventi. Sta a noi coglierne o ad attribuirne il senso. A seconda di come viviamo saremo in grado di intravedere sfortune, tragedie oppure coincidenze –positive o negative- che rimarcano ancora una volta come il trascorrere ineludibile del tempo a volte è così generoso da far incrociare strade, persone, momenti, pensieri, sogni.

 

Chi è l’autore?

Cristiano Mocciola è nato a Milano nel 1978. Ha esordito con Stop!, romanzo breve edito nel 2008 da Zeroundici editore. Partecipa a diversi concorsi letterari ottenendo buoni risultati. E’ presente nelle raccolte antologiche edite da Montag con due racconti: “La via di uscita” in Alchimie di Viaggio (2010) e “Acqua e Fuoco” in L’amore delle donne (2011).

  

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

03/08/2012

 

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“Arrivederci ragazzi”, film e libro di Louis Malle, recensione di Lorenzo Spurio

Arrivederci ragazzi (1987)
Titolo originale: Au revoir les enfants
Regia di Louis Malle
Paese: Francia
 
Recensione a cura di LORENZO SPURIO 

 

Il film Au revoir les enfants (Arrivederci ragazzi, 1987) è un film del regista francese Louis Malle, dal quale venne tratto l’omonimo romanzo nel 1993[1].

Il film è ambientato in Francia[2] durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale,ma prima della liberazione anglo-americana e si focalizza sulla vita di una serie di ragazzi di diversa età che vivono in un collegio cattolico.  Tratta il tema della guerra, la dominazione dei nazisti e l’odio contro gli ebrei in una maniera addolcita, attraverso l’amicizia che si instaura tra uno dei bambini del collegio, Julien Quentin e un altro ragazzo, Jean Bonnet, falso nome di un bambino ebreo. In realtà non si instaura una vera e propria amicizia tra i due ragazzi ma c’è un progressivo e continuo interessamento di Julien Quentin verso Bonnet e, una volta scoperto che è ebreo, il film trasmette una sorta di comprensione e di vicinanza nel dolore di Bonnet. I due ragazzi non si scambiano mai frasi d’affetto ne stringono patti d’amicizia e solamente in pochi rari frangenti li vediamo ridere spensierati assieme. La relazione tra Julien Quentin e Jean Bonnet non è dunque quella di un’amicizia, ma piuttosto di una solidale vicinanza di Quentin verso Bonnet, compassione e impotenza. Andiamo per gradi.

Il film si apre alla stazione ferroviaria di Parigi e una donna sta salutando i suoi due figli diretti in un convento religioso maschile, dopo le vacanze natalizie trascorse a casa, con la famiglia. I due ragazzi sono Julien Quentin, ragazzo molto attaccato alla madre e che non vorrebbe lasciarla e suo fratello François, più grande di lui.

Tutta la storia si sviluppa al Collegio dei Carmelitani Scalzi di Fontainebleau[3] nel gennaio del 1994,  un collegio religioso maschile guidato da padre Jean. Dopo qualche tempo al collegio arriva un nuovo ragazzo, Jean Bonnet. Da subito viene preso in giro dai compagni per il suo cognome Bonnet che in francese significa ‘berretto’. Già dall’arrivo di Bonnet il ragazzo viene percepito dagli altri come diverso, come estraneo e spesso viene canzonato, deriso o non considerato.

Il primo approccio di Bonnet con Quentin è tutt’altro che l’inizio di una buona amicizia: quando Bonnet chiede a Quentin come si chiama, lui risponde: «Julien Quentin e chi cerca rogna mi trova»[4]

Inizialmente il comportamento di Quentin nei confronti di Bonnet è lo stesso degli altri compagni: tiene il nuovo arrivato a distanza anche utilizzando parole non molto gradevoli, cercando di isolarlo e tentando di capire in cosa risiede la sua diversità: «Il nuovo compagno aveva un atteggiamento diverso da tutti noi. Non avevo ancora deciso se valeva la pena di diventare suo amico o se non lo potevo soffrire. […] Mi convinsi che mi nascondeva qualche segreto e presi a osservarlo con maggiore attenzione». (23)

Nel corso della storia ci sono una serie di riferimenti a libri della letteratura che vengono letti: Quentin legge Le avventure di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, I tre moschettieri di Alexander Dumas e Le mille e una notte (questo libro, carico di scene di sesso, glie l’ha dato il fratello più grande di lui).

Nel collegio vigono regole ferree stabilite da padre Jean e le giornate sono scandite da una serie di rituali: la toletta mattutina, la messa, la colazione, le ore di lezione, i momenti di ricreazione, le ore di ginnastica, le preghiere prima di andare a dormire. Una delle regole del collegio è che i ragazzi non possono tenere e nascondere cibarie per uso personali: sono costretti a condividerli con gli altri e se vengono scoperti vengono puniti.

Nel corso della storia vengono presentati altri personaggi: l’aiutante di padre Jean, padre Moreau, padre Ippolyte, Monsieur Tinchant (insegnante di francese), Mademoiselle Davenne (l’insegnante di pianoforte), Monsieur Guibourg (l’insegnate di matematica), Madame Perrin (la cuoca) che è aiutata da Joseph e altri ragazzi tra i quali Sagard, Babinot, Ciron, Boulanger, Laviron, Negus, Lafarge, Dupré, Navarre, Duvallier e D’Arsonval.

Da subito Bonnet si dimostra molto bravo nelle varie materie: matematica, musica e francese e Quentin quasi ne è invidioso: «Anche nelle altre materie Bonnet riusciva molto bene. Era il tipico primo della classe! Che razza insopportabile! Il suo forte era la matematica, che io odiavo». (25)

La guerra si manifesta per la prima volta nel corso del film per mezzo dell’allarme del coprifuoco che corrisponde alla fuga dei ragazzi negli scantinati del collegio dove vanno a rifugiarsi. Con il passare dei giorni Quentin nota che l’amico Bonnet non prega come gli altri ragazzi durante le orazioni e che prega di notte, quando tutti dormono e non possono vederlo, alla presenza di due candele accese:  «Sul comodino di Bonnet ardevano due candele, e lui stava in piedi a lato del letto, recitando qualcosa a voce bassissima, profondamente assorto. […] Ma cosa stava recitando? Forse preghiere?.. Però non teneva le mani giunte, e aveva lo sguardo fisso a terra…Girai lievemente il capo, cercando di cogliere qualche parola: quelle litanie confuse avevano i suoni sconosciuti d’una lingua diversa dalla nostra…» (43)

Inoltre Bonnet non partecipa alle lezioni di catechismo e non studia greco, diversamente dagli altri ragazzi e quando qualcuno gli chiede perché non faccia catechismo lui risponde che è protestante. Questa serie di comportamenti che differenziano Bonnet dagli altri ragazzi contribuiscono a distanziarlo dagli stessi.

Intanto la milizia tedesca comincia a fare delle perquisizioni nel collegio e Bonnet, assieme ad altri ragazzi, viene nascosto da padre Jean. Nella lettera che la madre di Quentin scrive al figlio sappiamo che Parigi viene bombardata incessantemente dai tedeschi: “A Parigi la vita è difficile, di questi tempi; ci bombardano quasi ogni notte! Ieri una bomba è caduta a Boulogne-Billancourt su una casa civile: otto morti, pensa!” (46)

Bonnet non riceve nessuna corrispondenza ed è vago quando Quentin gli domanda della sua famiglia. Tutti questi elementi alimentano Quentin a ricercare il mistero che nasconde Bonnet. Un giorno Quentin apre l’armadietto di Bonnet, trova un libro e lo apre. Nella prima pagina è tracciata una dedica nella quale invece del nome di Bonnet, c’è il nome di un certo Jean Kippelstein. Quentin capisce che non esiste nessun Jean Bonnet e che dietro quel nome si nasconde in realtà un’altra identità che viene da tutti celata.

Un’ampia scena del film mostra la giornata organizzata per la caccia al tesoro. Quentin si allontana per troppo tempo dall’area attorno al collegio per cercare il tesoro. Alla fine lo trova e, persosi nel bosco mentre si sta facendo buio, trova Bonnet e i due si riassicurano insieme, cercando di indovinare la strada per il collegio. Lungo la strada vengono fermati da una macchina della milizia, Bonnet tenta di scappare ma i due ragazzi vengono fermati e portati al collegio dai nazisti.

Ad un certo punto della storia Quentin confida a Bonnet di aver scoperto la sua vera identità e tra i due c’è una sorta di lotta poiché Bonnet, oltre a sentirsi offeso per il fatto che la sua privacy è stata violata, teme che ora la notizia diventerà nota al collegio e i nazisti lo faranno fuori. Arriva il giorno delle visite. Durante la messa Bonnet si mette in coda per fare la comunione ma quando padre Jean è in procinto di dargli l’ostia e vede che si tratta di lui, non glie la consegna: «Padre Jean avanzava lentamente, in profondo raccoglimento, reggendo il calice. Era ormai davanti a li e recitava assorto la formula della benedizione. Poi alzò gli occhi e lo vide[a Bonnet].Trasalì lievemente, rimase un attimo immobile, l’ostia consacrata tra le dita, gli occhi severi fissi in quelli di Jean, rivolti a lui, quasi candidi o disperati. Fu solo un istante: padre Jean avanzò verso di me, e tese l’ostia verso le mie labbra. Prima di chinare il capo sulle mani giunte, volsi attorno una rapida occhiata. Mi parve che nessuno, lì attorno, avesse notato quello che era accaduto.» (70)

Quentin e il fratello vanno a pranzo con la madre al ristorante il Cervo d’oro e Quentin chiede alla madre di portare con loro anche Bonnet. Durante il pranzo nel ristorante fanno irruzione dei nazisti che chiedono i documenti a tutti gli astanti. Trovato un ebreo i nazisti si accaniscono contro di lui e contro il gestore dicendo che i ristoranti sono vietati agli ebrei. Il ristoratore risponde che si tratta di un cliente di vecchia data e non intende mandarlo via. Bonnet e Quentin temono il peggio ma alcuni militari francesi, seduti a pranzo, mandano via i nazisti. Intanto tacitamente Bonnet e Quentin sono diventati due amici e Quentin osserva: «C’era questo di singolare, con Jean: ci si capiva senza bisogno delle parole. Era la prima volta che mi succedeva nella vita.» (81)

E, poco dopo, aggiunge: «Da quel giorno Jean ed io diventammo inseparabili. Avevo scoperto che con lui potevo essere sempre me stesso. Non dovevo fingere, non avevo bisogno di nascondere le mie debolezze.» (84)

Ad un certo punto padre Jean trova una serie di marmellate e bene alimentari di alcuni ragazzi e nascosti da Josef, il ragazzo della cucina. Padre Jean licenzia Josef e proibisce l’uscita per le vacanze pasquali a Quentin e al fratello e ad altri cinque ragazzi.

Un’altra scena che potrebbe far pensare alla nascente amicizia tra Quentin e Bonnet oltre a quella del bosco è quella in cui leggono assieme un libro di notte, sfidando le regole del collegio. Più che di una vera amicizia si tratta di una mutua cooperazione nelle loro attività, un interessamento nei rispettivi confronti. Se di amicizia si può parlare è un’amicizia che sta solo nascendo.

Al collegio arrivano dei nazisti che passano in rassegna le varie classi chiedendo chi è ebreo. Bonnet viene individuato dai nazisti e costretto a prendere le sue robe per lasciare il collegio. Lo stesso accade ad altri due ragazzi appartenenti ad altre classi. Padre Jean viene arrestato dai nazisti per aver coperto nel suo collegio degli ebrei e il collegio viene dichiarato chiuso. Ogni ragazzo deve preparare le sue robe per far ritorno a casa.

Prima di andarsene Bonnet regala i suoi libri a Quentin, sicuro che non avrà più occasione e voglia di leggerli nella vita futura che gli si prospetta. Alla fine veniamo a sapere che a fare la spia ai nazisti è stato Josef, l’aiutante della cucina, che ha fatto la spia come ripicca per essere stato licenziato da padre Jean. L’ultima scena che il film propone avviene fuori dal collegio, ormai dichiarato chiuso. I tedeschi fanno l’appello di tutti i ragazzi del collegio e portano via Bonnet, Negus e Dupré, i tre bambini ebrei e padre Jean per aver commesso il crimine d’occultamento degli ebrei nell’istituto. La voce narrante, quella di Quentin, ci dice che sono ormai passati più di quaranta anni da quel momento ma che mai dimenticherà la scena in cui i tre bambini e padre Jean abbandonavano il collegio seguiti dai militari armati. I tre ragazzi vennero deportati e morirono al campo di concentramento di Auschwitz mentre padre Jean nel lager di Mathausen.

Nel film i ragazzi salutano in coro padre Jean seguito dai militari che lo portano via, incuranti che non lo rivedranno più e il parroco, per fargli credere che è tutto apposto, risponde loro «Arrivederci ragazzi!». Ecco svelato il significato del titolo del film e del romanzo.

LORENZO SPURIO

05-03-2011

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.


[1] Si tratta di uno dei pochi casi in cui un libro venga tratto dall’opera cinematografica dato che solitamente avviene il processo contrario.

[2] Nel 1940 i nazisti erano entrati in Parigi mettendo la loro bandiera sull’Arco di Trionfo. Il governo presieduto da Paul Reynaud (1878-1966) venne destituito e il nuovo capo dell’esecutivo, il maresciallo Philippe Pétain (1856-1951) firma un accordo con i nazisti. La Francia viene divisa in due zone: la parte settentrionale è direttamente sotto il controllo dei nazisti mentre la parte centro-meridionale, con capitale Vichy, è affidata al governo dittatoriale e filo-nazista del maresciallo Pétain.

[3] Nel film viene inquadrata una targa con su scritto: Couvent des Carmes – Petit College – St. Jean de la Croix

[4] Louis Malle, Arrivederci ragazzi, Grugliasco (To), Archimede Edizioni, 1993, p. 14. Tutte le successive citazioni verranno fatte a questo testo e verrà indicata a termine della citazione e tra parentesi la pagina dove si trova la citazione.

“Leporis” di Meth Sambiase, recensione di Lorenzo Spurio

Leporis
di Meth Sambiase
con prefazione di Daniela Cattani-Rusich
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2011
Collana: Arduer
ISBN: 978-88-95881-50-8
Pagine: 40
Costo: 8 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore
 
 
Neppure la memoria
ha  distanza
tutto può essere segnato (p. 23)
 
 

Che cosa è questo libricino? Una raccolta di pensieri, una serie di frammenti monotematici, una poesia a carattere incalzante e narrativo, un poemetto, una plaquette – come la definisce Daniela Cattani-Rusich nella nota di prefazione. Dal francese, “plaquette” può esser tradotto come ‘opuscolo’, ‘piccola pubblicazione’, ‘pamphlet’.

E’ evidente nel corso delle varie liriche che contengono questa silloge – che si susseguono l’una all’altra senza un titolo, quasi a significare che si tratti di una sorta di poemetto- quale sia il tema da cui tutto muove. In realtà non è un vero tema, è una immagine, quella della lepre, animale selvatico appartenente alla stessa famiglia del coniglio che si caratterizza per la sua grande velocità. Ma se pensiamo al celebre Lewis Carroll non possiamo neppure dimenticare il Leprotto Marzolino, personaggio quanto mai strambo sul quale venne appunto coniato il detto “mad as a march hare” (pazzo come un leprotto marzolino).

La lepre dunque viene impiegata da Meth Sambiase come espressione primigenia e incontaminata della natura –è, infatti, un animale che non si alleva- ma forse anche perché espressione di incongruità (Carroll). A queste accezioni ne aggiungerei un’altra che fa riferimento a un proverbio spagnolo che dice: “cuando menos esperas, salta la liebre” (quando meno te lo aspetti, ecco che fuoriesce la lepre). La lepre è dunque manifestazione dell’imprevisto e allo stesso tempo fonte di stupore per chi se la trova davanti. Proprio come avviene leggendo questo libro.

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

Chi è l’autrice?

Simonetta Sambiase, in arte Meth Sambiase, nel 2011 ha vinto il Woman in Art, sezione poesia, con presidente di giuria Milo De Angelis. Ha pubblicato due libri di poesie: Tempo inaspettato e Una Clessidra di grazia, edizioni Rupe Mutevole. E’ presente in varie antologie tra cui quelle edite da Aletti, Edizioni Rei e Samperi Editore.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Questo foglio sottile di vita” di Donata Porcu, recensione di Lorenzo Spurio

Questo foglio sottile di vita
di Donata Porcu
prefazione di Antonella Ronzulli
Lettere Animate, Martina Franca (Ta), 2012
Collana: Phoetica
ISBN: 978-88-97801-01-6
Numero di pagine: 55
Costo: 8 €
 
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 
 
Vorrei incontrarti un giorno
dove il tempo non conosce limiti
a metà del faticoso cammino
perché non esiste un percorso compiuto.
(in “Attesa”, p. 18)
 
 

Ho avuto l’occasione e il piacere di “sperimentare” da vicino questo libro che, pur essendo abbastanza fino,  è ricchissimo di contenuto, durante la sua presentazione che si è svolta a Firenze sabato scorso. In quell’occasione ho conosciuto così l’autrice, Donata Porcu, una donna semplice, spontanea ed estremamente contenta –non solo di questa sua fatica letteraria, ma della vita in generale-. Dopo il suo esordio poetico con la silloge Dell’amore restato solo l’amore (Rupe Mutevole, 2011), Donata Porcu torna con Questo foglio sottile di vita, edito da Lettere Animate. Il titolo apparentemente discorsivo e poco stringato ci dà numerose informazioni: la vita è un foglio bianco da scrivere, siamo noi a scrivere su questo foglio, ma allo stesso tempo sono anche gli altri, l’ambiente che ci circonda, sicché il prodotto finale non è che un manoscritto a più mani, dettato cioè da più fattori. Ma non è solo questo. Quel foglio a cui Donata Porcu fa riferimento – la vita, appunto- non può essere che sottile. L’esistenza del singolo, infatti, non è che una piccolissima componente dell’universale ed è per questo ‘sottile’, ma lo è anche perché la vita è un percorso accidentato e quasi mai rettilineo. La sottigliezza sta nella difficoltà, nella precarietà, nell’incessante scorrere del tempo.

Leggendo le poesie che compongono questo libricino, ci si rende conto da subito che la poetica di Donata Porcu parte da cose semplici e comuni che, però, utilizza come elementi per poter riflettere e argomentare. Molte di esse sono strettamente legate a un passato vissuto in maniera dolorosa – come le liriche ispirate e dedicate alla sorellina morta in tenerissima età- in altre, invece, si ravvisa una innocenza e ingenuità infantile ormai andata e impossibile da ritrovare come in “Samuele”, dedicata al suo gattino.

Donata Porcu è una donna estremamente legata alla sua terra d’origine, alla Sardegna, anche se nella silloge non vi sono espressi riferimenti alla toponomastica di quella regione e neppure espressioni nel dialetto della zona, ma la sua terra natale si respira attraverso i colori, gli odori, le piante che contornano le sue liriche. Antonella Ronzulli, direttrice di collana, osserva nella prefazione all’opera: “Dirompente è il forte legame che ha con la terra, il mare, la sabbia con i suoni, profumi e colori, lei non vive l’ambiente, lei ne è parte; così come il suo amore per gli animali, la conduce a considerarli parte integrante della sua vita” (p. 11). Ed espressione di questo è in maniera evidente la lirica che apre la raccolta dal titolo “Terra” nella quale leggiamo: “Tutto il mondo è la mia terra/ […] Il mio cuore è la mia terra” (p. 12) a significare, forse, che si può essere lontani dalla terra d’origine, ma portarla comunque sempre nel proprio cuore. Ma anche quando la terra non viene evocata come “luogo d’origine”, Donata Porcu si riferisce ad essa come sostrato vitale, come entità materiale del nostro vivere nella quale è possibile riscontrare la creazione, la vita, la rinascita: “Ho baciato la terra umida di pioggia” (p. 21). C’è sempre una grande attenzione nelle sue liriche nei confronti della terra, della Terra, della Madre Terra.

Quando Donata Porcu non parla di terra, si riferisce, invece, all’altra grande entità terrestre: l’acqua, nella forma del mare. E’ noto che gli isolani hanno un rapporto tutto diverso nei confronti dei concetti di terraferma e di mare e Donata Porcu esplica il suo amore nei confronti del mare, come universo ricco di suoni, suggestioni, e di sensazioni donate. Affascinante il carosello di colori, odori e profumi che riusciamo a respirare leggendo le varie liriche di questo libro. Donata Porcu ci regala così un quadretto vivido e sensoriale del suo sentirsi “anima sarda”: “Ti stringerò sul cuore/ pensando alla mia terra,/ la mia terra piena di polvere/ e di una vita immensa” (p. 38).

 

 

Chi è l’autrice?

Donata Porcu (Cagliari, 1965) è fortemente attratta dalla poesia e dalla narrativa. Già a nove anni si esercita coi primi versi, a tredici decide che scrivere è il suo interesse primario. Si laurea in materie letterarie a Padova, ma il suo forte legame con la Sardegna la riporta alle origini. Attualmente studia Scienza della Formazione Primaria. Vive e lavora a Quartu S. Elena. Nel febbraio del 2011 ha pubblicato il suo primo libro, Dell’amore resta solo l’amore, silloge di poesie edita da Rupe Mutevole.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 01/08/2012

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“Chesil Beach” di Ian McEwan, recensione di Lorenzo Spurio

Chesil Beach, il fallimento della prima notte d’amore

DI LORENZO SPURIO

 

Ecco come il corso di tutta una vita può dipendere…dal non fare qualcosa. A Chesil Beach, Edward avrebbe potuto richiamare Florence, o seguirla. (p. 136)

 

Chesil Beach è il penultimo romanzo di Ian McEwan. Si è parlato poco di esso forse perché la data della sua pubblicazione è venuta a coincidere, grosso modo, con l’uscita della rappresentazione filmica di Atonement, film diretto da Joe Wright sull’omonimo romanzo di McEwan. Il film ha ottenuto in effetti un gran successo da parte di pubblico e critica, oltre a un incasso record nei botteghini.

Chesil Beach è un romanzo breve ma denso. Si legge bene, scorre via tra le pagine. Ma è complesso. La solita complessità di McEwan che si dibatte tra il tragico e il sensuale, tra l’orrendo e il grottesco. È il sesso il vero protagonista del romanzo. Un sesso inesistente ed impossibile nella prima notte di nozze tra due ragazzi dell’Inghilterra anni ’60. Tutto va come non dovrebbe andare. I due amanti sono impacciati e confusi, non sanno cosa fare. Si sbagliano continuamente e si accusano vicendevolmente per i loro insuccessi sessuali. I protagonisti sono buoni solo a scambiarsi carinerie e dichiarazioni di amore ma nella pratica sono completamente inetti e incapaci. Lui vorrebbe fare l’amore con lei mentre lei è continuamente senza voglia, non prova desiderio né comprende nella sua testa la necessità di farsi penetrare. Le loro conoscenze sulla questione sono di carattere manualistico e l’inesperienza e la forte titubanza sono le cause dell’insuccesso del loro primo rapporto sessuale. Un rapporto grottesco e goffo, che fa ridere ma che è vivido e mentre leggiamo quel passo del romanzo, il più suggestivo, l’immagine di quella scena raccontata non può fare a meno di sfilare davanti ai nostri occhi. Entrambi puntano molto su quella serata d’amore ma sarà un completo fallimento. A causa dell’eccitazione, dell’inesperienza e di un forte stato di ansia Edward non riuscirà a controllarsi ed eiaculerà dispiaciuto su una coscia di Florence. Lei rimarrà schifata e offesa, lui si sentirà maledettamente colpevole e idiota. Tutto cade a seguito di questo episodio e la coppia si spezza. I due si allontanano e non si rivedono più. McEwan sembra voler sottolineare come nella società contemporanea spesso si punta sul sesso e sulla componente materiale del rapporto uomo-donna e poco sulla comunanza di intenti e l’autenticità del rapporto amoroso. McEwan sembra suggerire che l’incapacità, il senso di vergogna e la timidezza dei due giovani, oltre a provenire dal loro essere vergini, deriva da una loro difficile situazione familiare alle spalle e soprattutto dalla società inglese del periodo dominata da obblighi e divieti:

E in che cosa consisteva l’ostacolo? Nelle rispettive personalità unite al passato, a ignoranza e paura, timidezza, pruderie, mancanza di fiducia in se stessi, esperienza e disinvoltura, più qualche strascico di divieto religioso, l’educazione britannica e l’appartenenza di classe, la Storia insomma.

Il romanzo tocca in più punti anche le problematiche politiche e sociali legate all’Inghilterra degli anni ’60. Dà un breve squarcio dell’Inghilterra sotto Harold Macmillan. Un’Inghilterra che combatteva tra il moralismo borghese e le nuove tendenze della gioventù ribelle, tra la pudicizia e la dissoluzione dei costumi, tra il perbenismo e l’apertura al tema del sesso. La storia s’inserisce dunque appieno nella vigilia delle lotte per la liberazione sociale e del femminismo. Quest’ultimo è un ulteriore aspetto del libro che va analizzato con rispetto e che non deve essere sottovalutato. Se McEwan avesse ambientato la stessa storia nella nostra società contemporanea e non negli anni ’60, il romanzo avrebbe avuto molto meno senso.

La parte centrale del libro è costituita interamente dall’episodio del primo e unico rapporto sessuale che è poi la causa stessa della lite finale e della separazione dei due giovani. Solamente una cosa rimane inalterata nel tempo e non viene investita da liti né separazioni, è il mare mosso e la spiaggia di Chesil Beach. Il fatto che sia mosso può far pensare che qualcosa che ha turbato la tranquillità del mare è successa e che quelle onde non sono dunque solo dei semplici moti ondulatori delle acque. Ed è il mare, nella sua accezione di entità indefinita ed estesa, che in ultima battuta rimarca la distanza infinita tra i due giovani dopo quell’esperienza traumatica.

 

LORENZO SPURIO

Scrittore, critico-recensionista

 

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Premio Letterario Naz.le “Salento in Love”

Premio Letterario Nazionale “Salento in love”

Passioni, intrighi e misteri in un romance storico ambientato nel Salento


L’Associazione Culturale di Promozione Sociale “MORFE’ – Formazione & Informazione” organizza la Prima edizione del Premio Letterario “Salento in Love”, nato dall’idea di un sodalizio tra il romance storico e gli scenari, per molti poco noti, della storia del Salento.

Con questo Premio si desidera dare spazio ad un genere narrativo molto apprezzato da un numero crescente di lettrici e privilegiato da scrittrici che sanno raccontare di due vite che incrociano i loro passi nel vasto panorama della Storia, rendendoli protagonisti con la loro storia d’amore e di passione che, prima di poter volgere al sospirato lieto fine, conosce spesso ostacoli, patimenti, equivoci e intrighi orditi dalle mani dell’uomo e dal vento della Storia. E ricca di fascino è la storia dell’antica penisola salentina, una terra dai ritmi ancestrali, come le passioni umane, che può accogliere tra le pieghe delle sue traversie storiche le vicende romantiche ispirate magari da uno scorcio degli intarsi di pietra del barocco delle corti e dei giardini dei palazzi di Lecce o dalle torri fortificate che punteggiano le coste del Salento, vecchi baluardi a difesa dalle incursioni corsare e turche. Pittoreschi ritagli di arte e di storia salentina sui cui intrecciare la trama di un romance che sappia svelare, tra le righe del racconto d’amore, scenari di Storia ancora non visitati.

L’obiettivo dell’Associazione è quello di offrire occasione di confronto tra lettori e scrittori. Sfruttando le potenzialità di Internet si vuole dare possibilità di espressione, allo scopo di stimolare, aggregare, valorizzare e promuovere le creatività e le attitudini professionali in ambito letterario.

Il racconto deve rientrare nel genere “Romance” di ambientazione storica che spazi dal Medioevo alla fine dell’Ottocento e abbia come scenario il Salento. La narrazione del romance si incentra sulla storia d’amore che capitola con il lieto fine.

Possono partecipare sia scrittori affermati, sia autori esordienti. Sono ammessi a concorrere solo testi inediti, in lingua italiana, inerenti al tema.

A giudicare le opere ci sarà un’apposita giuria di esperti. La Presidente sarà Ornella Albanese: ha all’attivo 8 romanzi contemporanei per la casa editrice Le Onde con lo pseudonimo di Alba O’Neal, 10 romance storici e una ristampa con Mondadori nella collana I Romanzi e, da giugno 2011, è in libreria “L’anello di ferro” edito da Leggereditore. Ha partecipato, fin dalla prima edizione, al seguitissimo evento “La Vie en Rose”, organizzato dal Juneross blog, da Silvia Basile e Caterina Caracciolo. È stata ospite del Women’s Fiction Festival di Matera, e di Più libri, più liberi, fiera dell’editoria di Roma. Ha collaborato regolarmente alla Romance Magazine, diretta da Franco Forte, ed è stata intervistata da Telenorba, Radio G, e dai più importanti blog di riferimento.

La data di svolgimento della cerimonia di premiazione sarà comunicata in tempi utili. Tutti i partecipanti al concorso riceveranno l’invito a partecipare alla serata di premiazione alla presenza dei giurati. Sul sito internet del premio verranno pubblicate in tempo utile tutte le informazioni per i trasporti e saranno pubblicizzate le convenzioni con le strutture ricettive che vorranno offrire degli sconti agli autori.

L’elaborato che verrà premiato avrà una pubblicazione inedita consegnate all’autore e un contratto di un anno per la presenza del libro nei cataloghi dei maggiori circuiti nazionali ed internazionali del libro (bol, libreriauniversitaria, amazon, ecc…). Prevista, inoltre, la realizzazione di un’antologia in cui verranno inserite le opere migliori selezionate dalla Giuria del Premio. Sia l’opera vincitrice che l’antologia del premio saranno pubblicate in formato e-book e pubblicizzate mediante gli idonei canali di distribuzione web.

Per tutte le info e per scaricare il bando, visitate il sito http://www.love.associazionemorfe.org

“Sangue, sapone e camicie di forza” di Cristina Canovi, recensione di Lorenzo Spurio

Sangue, sapone e camicie di forza
di Cristina Canovi
con prefazione a cura di Luca Milasi
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2010
Collana: Rêverie
ISBN: 978-88-95881-28-7
Numero di pagine: 126
Costo: 11,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore
 

Dracula, Sweeney Todd,  Jack lo Squartatore, Burke e Hare, personaggi terribili, scaltri omicidi, assassini instancabili che hanno occupato le pagine di testi letterari e adattamenti anche per la tv. In realtà più che di “personaggi” si dovrebbe parlare di “persone” dato che tutti gli illustri citati sono veri e che la storia ce li ha tramandati attraverso il racconto popolare, ma anche la letteratura. Esistenze al limite tra il reale e un mondo torbido, difficile da indagare, come nel caso di Jack lo Squartatore della Londra vittoriana come pure i dissacranti “ladri di cadaveri” Burke e Hare nella Scozia ottocentesca. La lista ovviamente sarebbe troppo lunga e per chi fosse interessato a conoscere qualcosa di più su alcuni di questi efferati serial killer, può leggere un mio articolo su Sweeney Todd, portato sulle scene dalla magistrale interpretazione di Johnny Depp, e uno su Burke & Hare. Mi sento di aggiungere però un serial killer tutto nostrano, forse poco conosciuto: la saponificatrice di Correggio.

Cristina Canovi, con alle spalle la pubblicazione di narrativa breve dal titolo Favole crudeli (Limina Mentis Editore, Villasanta, 2008), ritorna con un nuovo libro di difficile catalogazione in un genere particolare: Sangue, sapone e camicie di forza. E’ un romanzo, è una raccolta di frammenti, è un’agenda, ma è anche un saggio di carattere storico-sociologico e un’attenta analisi su un tema molto caro a branche quali la Psicologia, la Psichiatria, il Diritto: la pazzia umana.

Il libro racconta in maniera liberamente adattata –come osserva la scrittrice al termine del romanzo- la storia della saponificatrice di Correggio, nome d’arte di Leonarda Cianciulli (1893-1970), che a causa della cattiva infanzia vissuta tra dolori, solitudini, maltrattamenti fisici e psicologici si trasforma in strega e in potente maga. Non solo. La sua cattiveria nei confronti del Mondo – forse una vendetta per i torti e i dolori subiti- si fa totalizzante e si trasforma in una spietata assassina: killer di persone deboli e facilmente assoggettabili, gente del popolo, e poi si diletta a produrre saponi di varia natura con le carcasse sciolte in appositi liquidi corrosivi. Il sangue, invece, lasciato condensare e unito ad altri ingredienti “naturali” diventa la base per la produzione di pasticcini da mangiare e da far mangiare, analogamente al personaggio di Mrs. Lovett in Sweeney Todd. Ma la Canovi è attenta a chiarire in più punti del libro la causa principale di tanta spietatezza nella donna: sua madre aveva previsto per lei un determinato uomo da sposare, ma lei rifiutò e sposò un uomo di sua scelta e così sua madre –anch’essa una sorta di strega- la maledisse annunciandole la morte di tutti i suoi figli. In realtà molti dei figli di Leonarda Cianculli morirono e, per mettere fine a questa strage innocente causata dalla magia e dalla maledizione di sua madre, decise di uccidere gli altri.

L’intero racconto viene fatto da Ardilia, la serva della maga di Correggio, che affetta da pazzia incontenibile – complice le tragiche immagini che ha dovuto sopportare stando alle dipendenze della potente assassina – viene rinchiusa in un manicomio, quelli che oggi definiamo “ospedali psichiatrici”, anche se non è propriamente la stessa cosa. E’ proprio qui che il libro da romanzo si trasforma in saggio: la Canovi affronta un discorso di carattere storico particolarmente importante – già nel preambolo- facendo riferimento alla Legge Basaglia che, oltre alla chiusura dei manicomi e alla abolizione di questo genere di strutture, portò a una serie di novità importanti: “[La legge] ha finalmente chiarito che l’obiettivo della psichiatria non è la difesa della società dei folli, troppo spesso equiparati ad elemento di disordine e di pericolo, ma la cura dei disturbi mentali, attraverso una prassi corretta, etica e scientifica” (p. 8)

Nella parte conclusiva la Canovi riporta la storia reale di Leonarda Cianciulli, soffermandosi sulle vicende che contribuirono a trasformarla in un mostro e al suo processo che si tenne a Reggio Emilia nel 1946. Segue un apparato bibliografico sulla figura di questa terribile assassina – segno evidente che la critica si è molto occupata di questo caso- e sugli istituti psichiatrici dove spiccano, tra le varie opere, due libri della poetessa milanese Alda Merini.

Se da una parte la Canovi ci consegna una storia realmente accaduta e poco conosciuta, quella di una sadica, di una assassina spietata della provincia emiliana, dall’altra ci fornisce però anche il metodo correttivo (non per lei, ma per la sua serva Ardilia). Si tratta, però, come spesso accade di un sistema correttivo insufficiente, incapace a far fronte ai reali problemi psichici della donna che, dal momento del suo arrivo alla struttura, verrà imbottita, placata e alimentata di medicinali che la terranno vigile ma che contribuiranno a deprimerla ulteriormente.

 

 

Chi è l’autrice?

Cristina Canovi è nata a Reggio Emilia. Laureata in Lettere Moderne a Bologna e in Psicologia a Cesena, attualmente insegna materie umanistiche nelle scuole medie. Ha esordito nella collana Revêrie edita da Limina Mentis con la raccolta di racconti Favole crudeli, di cui ho scritto una recensione disponibile qui. Appassionata lettrice e cinefila, cita tra i suoi scrittori preferiti Roal Dahl, Richard Matheson, Joe R. Lansdale, Philip Dick, Rod Sterling, Milan Kundera, Stephen King, Raymond Queneau, Georges Perec, Daniel Pennac, Oscar Wilde, Ray Bradbury, Dino Buzzati, Carlo Lucarelli, Eraldo Baldini. Tra i registi più amati: Tim Burton, Quentin Tarantino, Woody Allen, Sam Raimi, Peter Jackson.

 

Lorenzo Spurio

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“madrelingua” di Julio Monteiro Martins, recensione a cura di Lorenzo Spurio

madrelingua
di Julio Monteiro Martins
Besa Editrice, 2005
ISBN: 9788849702736
Pagine: 104
Costo: 10 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 
 
Le forme possibili d’amore nella vita adulta, all’infuori delle psicosi e delle perversioni, delle quali conosco davvero poco, potrebbero essere: l’amore suicida, l’amore assassino, l’amore genitale olfattivo, l’amore eternamente assente, l’amore scenografico, l’amore sadomasochista, l’amore complice esistenziale, l’amore disperato, l’amore alla luce del fuoco e l’amore di Carnevale.

Che cos’è madrelingua? Un romanzo breve vertente sulla lingua del paese d’origine dell’illustre autore, ossia il portoghese brasiliano? No, siamo fuori strada. Il libro parla di come si scrive un libro, ma non è un saggio. E’ un romanzo. E’ un romanzo sul romanzo. Julio Monteiro Martins, celebre autore in lingua portoghese brasiliana e in italiano e direttore della prestigiosa rivista Sagarana, non è la prima volta che affronta una tematica referenziale in un suo scritto. Referenziale senza accezioni di giudizio valutativo, ma nel suo contenuto. Ci si riferisce alla referenzialità o alla meta-letteratura[1] quando la finalità di un testo non è quella di raccontare una storia – bella o brutta che sia- ma quello di far riflettere sul testo stesso, su come esso è scritto, quali sono i procedimenti che sottendono l’intero lavoro, quali sono i legami “nascosti” tra autore e libro, tra autore e prodotto finale.

Nel preambolo di questo meraviglioso romanzo – aggettivo che non uso mai nelle recensioni, non perché non abbia trovato libri degni di tale complimento, ma perché generalmente non si attiene allo stile critico di valutazione di un testo – si affrontano queste tematiche e l’autore sottolinea subito una cosa che potrebbe sembrare banale o sulla quale non abbiamo mai riflettuto: “La storia del romanzo, così com’è stata raccontata finora, è la storia dei romanzi finiti, ossia delle opere che sono giunte alla compiutezza e alla conclusione desiderata dai loro autori. È quindi una storia parziale, che esclude e ignora quei più di due terzi di romanzi scritti e mai conclusi, abbandonati a metà strada, ingarbugliati su se stessi, troppo sconvolgenti per i nervi dei loro autori, di sbilenca architettura, ossessionati da cose che non interessano a nessuno, anacronistici, demenziali, avanguardisti all’estremo, diffidenti delle possibilità del romanzo come genere, troppo banali, o troppo poco banali per le esigenze contemporanee”. Quello che il lettore del libro percepisce come un’unita tematica, stilistica, contenutistica in un dato libro in realtà non è che la summa di vari stili, temi e contenuti che l’autore ha cercato di coniugare in una narrazione unica. Ma non solo. Il romanzo, o il libro in generale, non è fatto solo dal suo contenuto, da ciò che è presente, ma anche dal non-contenuto, qualcosa che è assente sulla carta, ma che ha rappresentato stadi intermedi della stesura dell’autore, momenti di stasi o ripensamenti, cambi di stesura, stravolgimenti, rallentamenti, ellissi e quant’altro. Sembra di parlare del nulla, ma in realtà non è così.

Un romanzo lasciato a metà, incompiuto o tralasciato, non è un qualcosa da considerare negativamente, tutt’altro. E’ affascinante – o potrebbe esserlo- indagare il motivo di quella incompiutezza, le ragioni intrinseche che hanno portato l’autore a tralasciarlo e a preferire di scriverne uno completamente diverso. Milioni sono le opere incompiute in ciascuna letteratura, ma anche queste debbono essere tenute in viva considerazione ed è forse lì – come suggerisce lo stesso Julio Monteiro Martins – che il legame tra vita-letteratura, tra l’esperienza dello scrittore in quanto essere umano e il suo impegno in qualità di letterato si mostra in maniera indissolubile.[2]

La storia della letteratura, pertanto, è  –dovrebbe, dato che nei manuali non è così- fatta anche dai libri incompiuti, dai libri perduti e dimenticati, dai libri bruciati al rogo, dai libri censurati, messi a tacere, dai libri persi per una mancata conservazione. Non è fatta solo dai libri presenti nelle nostre biblioteche, disponibili e consultabili, ma anche da tutti quegli esperimenti di scrittura che per qualche motivo non hanno qui nella nostra contemporaneità una consistenza fisica – o digitale se pensiamo agli e-book- o comunque una disponibilità di lettura.

madrelingua – notare la minuscola della lettera iniziale[3] – è un romanzo doppio o, meglio, che sviluppa due storie parallele, quella dell’autore di madrelingua e quello del suo personaggio principale. Entrambi, ovviamente, sono prodotti di Julio Monteiro Martins ed è necessario entrare da subito, già dall’inizio, nell’ottica di come è strutturato questo romanzo. Manoel Alves dos Santos, detto Mané, parla in terza/prima persona; tra parentesi quadre, invece, ci vengono date informazioni aggiuntive che non riguardano lui ma l’autore di madrelingua. Paradossalmente questi è e non è Julio Monteiro Martins. Lo è in termini semplicistici, pratici, ma non lo è nell’artifizio narrativo, nella strategia di comunicazione che ha deciso di impiegare. Uno stralcio del romanzo per comprendere questo dualismo narrativo è necessario per chiarire quanto si sta appena argomentando:

Sono lo stesso di sempre, nient’altro: Manoel Alves dos Santos, detto Mané, che ha vissuto ormai per sessant’anni [io invece ne avevo solo 46 quando ho scritto questa pagina]. Nato a Niterói [anch’io!], trasferitosi a Firenze [io a Lucca] nel periodo Craxi [nel periodo Dini]. Un bel cambiamento, senz’altro, ma sessant’anni non sono mica pochi, eh. E questa è una lunga storia, vissuta da Icaro e da Sisifo, da Teseo e da Pulcinella [caspita! povero lettore…].

Per facilitare la comprensione si riporta in grassetto la parte che concerne il protagonista del romanzo, Mané, scritta in terza persona e la parte tra parentesi quadre e sottolineata che corrisponde, invece, all’anonimo autore di madrelingua, una voce che, invece, è in prima persona.

In questa maniera praticamente leggiamo due storie in una, due romanzi in uno e ciascuna storia ha legami e riflette l’altra in modo che l’intera narrativa non è che un carosello ritmato di voci che si scambiano, si confrontano, un dialogo che si instaura tra due “monologhi ravvicinati e comunicanti”.

Continuando nella lettura ci rendiamo conto che tutti gli incisi nelle parentesi quadre non sono altro che i pensieri dello scrittore stesi sulla carta nel momento in cui è alle prese con il suo romanzo. E’ un flusso di coscienza che ci informa su cosa sta pensando l’autore, cosa vorrebbe narrare, come la pensa su certe cose. Si tratta, in effetti, del pensiero stesso dello scrittore nell’atto di elaborare le vicende del suo romanzo, le suggestioni, gli interrogativi che, curiosamente, Julio Monteiro Martins stende sulla carta perché anche quella è una componente del romanzo-prodotto finale. Vediamone un chiaro esempio:

Miranda ha conosciuto Carlo Giuliani a Genova [ho scritto questo brano e subito ho pensato di cancellarlo, perché mi sembrava una forzatura, l’inserzione di un elemento estraneo alla narrativa solo perché volevo parlare di lui. Ma poi ho deciso di lasciarlo comunque: non è del tutto inverosimile che lo avesse conosciuto, magari un po’ più giovane di lei, il giro potrebbe essere più o meno lo stesso, feste nei centri sociali, spettacoli alternativi di musica, cabaret, spiagge… dài, ce lo lascio], circa un anno prima che fosse assassinato dalle ”forze dell’ordine”..

Non mi interessa in questa sede tratteggiare quello che è il contenuto di questo romanzo breve, ma focalizzarmi, invece, su come è stato scritto. E’ affascinante il modo in cui Julio Monteiro Martins riesca a scindersi, a sdoppiarsi e ad essere presente ubiquamente in realtà, tempi ed episodi diversi. Questo, ovviamente, è il potere della scrittura. Non di una scrittura frivola e approssimativa, ma di un amore indissolubile verso la letteratura e verso i procedimenti di scrittura e costruzione della narrativa che stanno molto a cuore a Julio Monteiro Martins. Narrazioni come questa ci fanno viaggiare, tra realtà e immaginazione – sebbene non ci sia niente di fantastico-, ci spaesano un po’, ci disorientano, ma ci affascinano proprio perché l’autore, abile maestro della prosa, gioca con il lettore, richiamando la sua attenzione e coinvolgendolo a pieno nei vari squarci narrativi tanto da depistarci, illuderci, e farci confondere il confine tra realtà e scrittura, tra persona e personaggio:

[P]rima di andarmene, vorrei chiedervi:  – e non occorre che mi rispondiate – è vero o no che alcuni dei vostri migliori amici, o se non altro quelli che vi hanno deluso di meno, sono stati personaggi come me?

 

Chi è l’autore?

Julio Monteiro Martins è nato nel 1955 a Niteroi, nello stato di Rio de Janeiro (Brasile). Si dedica alla scrittura fin da ragazzo e già nel 1976 pubblica i primi racconti. Nel 1979 partecipa allo International Writing Program della University of Iowa (USA), ricevendo il titolo di Honorary Fellow in Writing, e per un anno insegna scrittura creativa al Goddard College (Vermont, USA). Continua poi l’insegnamento presso la Oficina Literária Afrânio Coutinho (Rio de Janeiro), dal 1982 al 1989, e in seguito in Portogallo, presso l’Instituto Camões di Lisbona (1994) e presso la Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro (1995). Dal 1996 insegna all’università di Pisa, dove attualmente tiene il corso di Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria. Dirige inoltre il Laboratorio di Narrativa del Master di Scrittura Creativa, presso la Scuola Sagarana di Lucca. È fondatore e direttore della rivista culturale Sagarana (www.sagarana.net).

All’attività di scrittore e docente affianca un impegno attivo in campo politico e sociale. Nel 1983 è uno dei fondatori del del Partido Verde brasiliano, e successivamente, nel 1986, del movimento ambientalista brasiliano “Os verdes”. Nel 1991, avendo affrontato studi universitari di indirizzo giuridico, è avvocato dei diritti umani per il Centro Brasileiro de Defesa dos Direitos da Criança e do Adolescente (ONG), occupandosi in particolare dell’incolumità dei meninos de rua chiamati a testimoniare in tribunale, in seguito all’orrenda strage della Chacina da Candelária, nella quale una squadra di poliziotti in borghese uccise nel sonno a colpi di mitra bambini abbandonati che dormivano in strada a Rio de Janeiro.

La produzione letteraria di Julio Monteiro Martins comprende numerose opere sia in portoghese brasiliano sia in italiano, essendo quest’ultima la lingua attualmente preferita dall’autore. Pur prediligendo la forma narrativa, Monteiro Martins ha pubblicato anche poesie e pièce teatrali. Da alcune sue opere sono state tratte sceneggiature di cortometraggi. Di seguito i principali titoli.

In portoghese: Torpalium (racconti, Ática, São Paulo, 1977), Sabe quem dançou? (racconti, Codecri, Rio, 1978) Artérias e becos (romanzo, Summus, São Paulo, 1978), Bárbara (romanzo, Codecri, Rio, 1979), A oeste de nada (racconti, Civilização Brasileira, Rio, 1981), As forças desarmadas (racconti, Anima, Rio, 1983), O livro das Diretas (saggi politici, Anima, Rio, 1984), Muamba (racconti, Anima, Rio, 1985) e O espaço imaginário (romanzo, Anima, Rio, 1987); suoi lavori sono inoltre apparsi in numerose antologie.

In italiano: Il percorso dell’idea (poesie, Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 1998), Racconti italiani (Besa Editrice, Lecce, 2000), La passione del vuoto (Besa, Lecce, 2003 ), Madrelingua (romanzo, Besa, Lecce, 2005) e L’amore scritto (racconti, Besa, Lecce, 2007); ricordiamo infine la partecipazione, assieme ad Antonio Tabucchi, Bernardo Bertolucci, Dario Fo, Erri de Luca e Gianni Vattimo, all’opera collettiva Non siamo in vendita – voci contro il regime (a cura di Stefania Scateni e Beppe Sebaste, prefazione di Furio Colombo, Arcana Libri / L’Unità, Roma, 2002). Nel 2011 è stata pubblicata la monografia sulla sua opera Un mare così ampio: I racconti-in-romanzo di Julio Monteiro Martins, di Rosanna Morace, per la Libertà edizioni, di Lucca.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

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[1] Così viene definita nel romanzo la meta-letteratura: “L’adozione di una scrittura rivolta alla metaletteratura – lo vedo solo oggi con chiarezza – era su misura per me: senza abbandonare la letteratura e senza mentire, mi permetteva di trovare l’evasione in un genere che, allontanandomi dal dramma della vita, mi faceva immergere nella letteratura stessa. Come colui che per paura fugge incontro invece che dal nemico, io mi inabissavo sempre di più nella voragine del narrare, narrando il narrare stesso, le impalcature delle mie storie, un mondo fatto di geometrie piuttosto che di sangue”.

[2] A questo riguardo consiglio la lettura del mio saggio “La realtà e la realtà raccontata” pubblicato sulla rivista Sagarana n°48, Luglio 2012.

[3] La minuscola dell’iniziale può essere interpretata in vari modi, uno dei quali potrebbe essere che è il titolo storpiato di qualche parola iniziale che, per qualche ragione, si è persa, è stata cancellata, è stata volutamente celata.

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