“Sauna” di Fabio Altieri, intervista all’autore

“SAUNA”, IL MONDO SEGRETO DI FABIO

Intervista con l’autore

a cura di Angela Crucitti

«Non posso fare  a meno di pensare che anche io mi sento un po’ come questa sauna. Una facciata semplice con un cartellino di fronte che porta il mio nome. Una porta piccola dietro la quale si nasconde un mondo intero fatto di odori forti e luci soffuse, di speranze e desideri nascosti..» A parlare è Fabio, alias 4D, protagonista della coinvolgente opera prima di Fabio Altieri, scrittore calabrese.  Attraverso le 143 pagine di Sauna, l’autore ci racconta l’anno scolastico di 4D, con le sue paure, le sue nuove amicizie e le sue avventure. Ambientato in un tempo e in un luogo non ben definiti, il romanzo descrive il percorso di crescita di un ragazzo che si scopre gay senza crearsi troppi problemi. Tanto che accetterà di lavorare in una sauna, che ha ben poco a che fare con i centri benessere che conosciamo noi.. Una breve ma intensa chiacchierata con l’autore mi ha chiarito meglio le idee.

A cosa ti sei ispirato per scrivere la storia di Sauna? Puoi dire che questo romanzo rispecchi in qualche modo la tua vita?

La storia di Sauna è nata da una semplice considerazione. Durante gli ultimi dieci/quindici anni ho letto moltissima narrativa omosessuale. Ho trovato tragici molti dei racconti letti (ad esempio Il mondo dei ragazzi normali di K.M. Soehnlein), altri tristi (Il matematico Indiano di Daviv Leavitt), alcuni, quelli più allegri (ad esempio tutta la saga Rainbow di Alex Sanches), li ho trovati in un certo senso incompleti. Premetto che sono dei libri bellissimi, ma in ognuno di questi la presa di coscienza da parte del protagonista, del proprio essere diverso e nello specifico gay, mi è sempre sembrato un atto di sofferenza con dei risvolti a dir poco tragici. Io credo che l’idea che maggiormente assilla un po’ tutti sin dall’adolescenza sia quella di conformarsi agli altri; come se l’essere diversi gli uni dagli altri non sia in realtà quello che rende ognuno di noi unico e speciale, come se qualcosa che secondo me andrebbe in un certo qual modo celebrato, fosse un handicap, qualcosa da nascondere o peggio ancora qualcosa da cui nascondersi. Allora mi è venuto in mente che la sauna, dove molti uomini gay si ritrovano, rappresentava in un certo qual modo esattamente questo concetto in maniera allegorica. Quando entri in una sauna, devi spogliarti dei vestiti che indossi per senso civile, certamente, ma anche per compiacere il giudizio collettivo. Una volta denudato, quello che rimane è la nostra vera essenza. Alla fine ci sei solo tu insieme ad altre persone che come te vagano tra i vapori esalati dalle proprie paure e incertezze e che sono in cerca di un contatto. Questo contatto può essere uno sguardo o un bacio o anche del sesso, dipende da te. Questa immagine di nuda diversità, diciamo, è stato l’incipit. Accanto a questo volevo raccontare la storia di un ragazzo che affronta la propria omosessualità in maniera fluida, lasciandosi guidare più dall’intuito che dalle paure. Volevo rappresentare il coming-out di un ragazzo che non fosse traumatico, ma un passaggio naturale della vita come dovrebbe essere. Un passaggio credo, e spero, avvertibile durante tutto il libro che raccoglie le emozioni di un anno scolastico. All’inizio del libro il protagonista è solo, non ha molti amici, ma il suo isolamento è dovuto alle barriere che ogni persona normalmente erige quando ha paura di confrontarsi e di vivere. Gli amici, l’amore possono entrare nella nostra vita solo quando queste barriere sono crollate, solo quando si ha piena coscienza di sé e ci si accetta e si esce dalla nebbia.  Questo romanzo rispecchia in un certo qual modo un periodo della mia vita: il periodo della presa di coscienza. Non ho mai vissuto con paura il mio essere gay, ma sempre con enorme curiosità e con un certo spirito di avventura. Al di là di questo però non posso dire che sia un libro autobiografico, io non ho mai lavorato in una sauna e non ho mai conosciuto Giada (purtroppo). È solo frutto di fantasia.

Nel libro parli di questa “sauna”, apparentemente un centro benessere che si svela essere in realtà un luogo d’incontro per uomini e ragazzi. Perchè esistono ancora le “saune”, luoghi dove poter essere davvero se stessi, ma nascondendolo agli altri?

Questa è un’ottima domanda. Credo che per quanto possa essere demagogica la mia risposta, la verità è che avremmo, per natura umana, sempre paura del giudizio degli altri e dell’idea di non essere accettati. Dubito che arriveremo mai al traguardo di una società non discriminatoria in cui tutti sono accettati per come sono. Per questo credo sia bello che ci siano delle zone franche, dove sentirsi più liberi. Le saune per uomini gay sono appunto delle piccole zone franche. Sono dei luoghi di incontro come un tempo lo erano le case chiuse per gli uomini eterosessuali. Entrambi questi luoghi proibiti, hanno un certo fascino forse perché sono dei luoghi libertini. Molti ragazzi/uomini gay frequentano le saune pur magari non ammettendolo pubblicamente per paura di essere giudicati. Immagina questo uomo, forse un dottore o un avvocato o un uomo che fa un qualsiasi lavoro in cui deve per necessità apparire come un macho, una persona di una certa autorità. Io lo immagino la sera, finito il lavoro, entrare in una sauna ed essere semplicemente un uomo (gay) tra tanti. È un po’ come togliersi le scarpe quando arrivi a casa. È un atto liberatorio che concede a se stesso. Perché allora nasconderlo (nascondersi) agli altri? Beh credo che dipenda da chi sono gli altri. Direi che è importante essere accettati e capiti dalle persone che ci conoscono e ci amano. Pensare di potere essere amati e accettati o anche solo capiti da tutti è semplicemente irragionevole e forse, come direbbe O. Wilde, oltremodo noioso.

Il nome del protagonista si scopre solo alla fine, quando la madre lo richiama. A cosa è dovuto questo tuo espediente narrativo?

Sauna è stato il primo libro che ho scritto. Ho lasciato che fosse il mio istinto a guidarmi. Sapevo che storia volevo raccontare. Sapevo che volevo parlare della presa di coscienza del protagonista. Non solo del suo essere gay, ma della consapevolezza di essere parte della vita come corrente di energia. Alla fine del libro il protagonista è cambiato, è cresciuto, ha capito che per avere amici, per trovare l’amore, deve essere se stesso. Per questo motivo il suo nome viene pronunciato per la prima volta solo alla fine del libro e lui lo sente come parte di sé come se fosse un nuovo battesimo, come se fosse finalmente nato.

Qual è il tuo personaggio preferito e per quali motivi?

Ogni personaggio del libro ha qualcosa che mi affascina. Ho voluto creare dei personaggi che rappresentassero gli stereotipi dell’adolescenza. Chi non si è mai sentito perso come il protagonista? Chi non ha mai ammirato la ragazza che guida la moto ed è sicura di sé? Chi non ha mai perso la testa per il belloccio della scuola? Sono tutti personaggi che hanno popolato la nostra vita scolastica. Mi sono divertito con ognuno di loro in maniera diversa: ho guidato la moto di Giada, mi sono perso tra i mille pensieri di IV D (il protagonista Fabio NDR), mi sono dato delle arie con Damiano, sono stato Giovanni, il ragazzo che suona la chitarra e con cui tutti vanno d’accordo. Anche Manuel è stato un personaggio molto divertente da scrivere. La sua lingua è senza freno. Posso dire quello che voglio quando scrivo per lui. Puoi ben capire quanto sia difficile scegliere quando posso essere ognuno di loro!

La storia di Fabio avrà un seguito?

In realtà Sauna ha già un seguito. Il progetto è nato come una piccola trilogia di narrativa (che alcuni hanno definito erotica anche se io non mi ci riconosco totalmente). Il primo libro è appunto Sauna che è incentrato sulla presa di coscienza. Il secondo libro che ho appena pubblicato si chiama Cruising. Il titolo del libro è infatti un gioco di parole in quanto “cruising” significa navigare in inglese, ma lo stesso termine è usato dai ragazzi gay per dire “essere in cerca di sesso” da cui i cruising bar appunto. Il libro è legato all’idea del viaggio ed è in un certo senso più onirico del primo. È un viaggio interiore che prelude a scelte importanti e a nuovi luoghi da vivere. Infine il terzo, che è in fase di scrittura e il cui titolo è top secret al momento, è basato sulla crescita e l’età adulta e sul coraggio di affrontarla nel bene e nel male.

 Non resta che leggere gli altri due libri per sapere come continua la storia di Fabio. Sia Sauna che Cruising sono acquistabili, come cartacei o come e-books, sul sito www.lulu.com, o sul sito di libertà edizioni. Io fossi in voi ci farei un salto!

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“Luar Park” di Bret Easton Ellis

Lunar Park

di Bret Easton Ellis

Torino, Einaudi, 2005

Recensione a cura di Francesca Mazzucato

Lunar ParkChe cos’è Lunar Park di Bret Easton Ellis? E’ possibile definirlo, raccontarlo, “dirlo”? Sentivo davvero il bisogno di rileggerlo.  E’ uscito sei anni fa, ma ci sono libri ai quali occorre tornare. La “rilettura” è un’attività fondamentale per chi la compie ed è un modo per opporsi a questa vita così rapida dei libri, nelle librerie. Dei libri di carta, che vivono e restano pochissimo sugli scaffali ( quando ci arrivano). Non è necessario che accada questo. Di ebook e di editoria digitale parleremo  un’altra volta, anzi, più volte, ma c’è un valore e una lentezza che vanno ogni tanto concessi. A se stessi. Alle storie.

Dicevo quindi. Cos’è questo libro? Una sorta di autobiografia immaginaria e reale, anzi più reale che immaginaria? Un’autocitazione, un farsi il verso cominciando dal gioco degli incipit per passare a quello della cocaina e della vita spericolata? 

” -Sei una perfetta caricatura di te stesso- Questa è la prima frase di Lunar Park, e nella sua brevità e semplicità doveva essere un ritorno alla forma, un’eco, della frase iniziale del mio primo romanzo, Meno di zero- La gente ha paura di buttarsi nel traffico delle autostrade a Los Angeles- Da allora le frasi iniziali dei miei romanzi- per quanto ben costruite- sono diventate sempre più complicate ed elaborate, sovraccariche di un’enfasi pesante e inutile sui minimi dettagli…. e nell’inverno del 1983 avevi tirato fuori un manoscritto che alla fine era diventato Meno di zero. Raccontava per filo e per segno le vacane di Natale a Los Angeles- per la precisione a Beverly Hills- di uno studente ricco, alienato e sessualmente ambiguo, iscritto a un college della costa orientale, descrivendo tutte le feste per cui vagava e tutte le droghe che prendeva e tutte le ragazze e i ragazzi con cui faceva sesso e tutti gli amici che osservava passivamente mentre si perdevano nella tossicodipendenza,nella prostituzione e in una smisurata apatia; giorni passati correndo strafatti di Nembutal con bellissime bionde su cabriolet scintillanti verso la spiaggia; notti perdute nelle sale vip dei club alla moda e tirando cocaina …” 

Che cos’è questo? Un horror, una storia di demoni e spiriti (che non si sa se sono più demoniaci e spaventosi gli amici di famiglia con tanto di villetta e grondanti rispettabilità che le presenze intermittenti e violente all’interno della casa)? Forse è uno dei più bei romanzi degli ultimi tempi sul rapporto padri- figli, figli- padri, sull’inutilità dei padri, sui figli che non li vogliono e che diventano attori perfetti recitando la commedia dimessa del figlio che accetta il padre per tranquillizzarlo, padri che restano impressi con terrore nella memoria, tremende immagini di genitori cannibali alcolizzati che ritornano quando meno te lo aspetti. Attraverso flash improvvisi. Attraverso avvisi, frasi, insiemi di coincidenze, impensabili e impalpabili presenze. E’ perfetto questo libro, nella sua costruzione, dove alcune parti raggiungono l’apice di una scrittura magistrale energica e furibonda, e altre parti si appiattiscono insieme alle cene che devono raccontare, ai discorsi banali, (“Ma quando Nadine filtrava senza ritegno con me-allora la noia e i cliché della provincia soffocavano qualsiasi entusiasmo per la mia nuova vita di uomo deciso a trasformarsi nell’adulto responsabile  che probabilmente non sarebbe mai diventato….eravamo un gruppo qualsiasi di normali papà,insomma, e ci crogiolavamo nella morbida luce del benessere che avevamo creato unendoci alle nostre genericamente belle consorti nel tentativo di assicurare un posto al sole ai nostri figli perfetti..”) ai colloqui da incubo con gli insegnanti della scuola così in che mette soggezione. C’è riflessione e poi fantasmagoria, proiezione visionaria e quotidiana apatia fra le pagine di questo grande libro sospeso fra il post moderno e il passato,  c’è una critica neanche tanto nascosta al folle degrado di una certa società americana che imbottisce di psicofarmaci i bambini di sei anni e li rende imbambolati fantocci davanti a terroristici e violenti videogames. E’ un libro malinconico, a tratti morale, anche se pare che a quella morale, poi, Ellis voglia infondere un cinismo nascosto che riesce a far capolino, un libro capace di disorientare, stupire, commuovere, spostare il centro della narrazione, rimetterlo al posto in cui non era(come i mobili in casa), farsi inseguire. E’ un auricolare collegato al proprio passato e a quel presente che le droghe  e l’alcol impediscono di vivere fino in fondo, un auricolare che manda strani segnali a intermittenza, o rassicuranti onde lunghe o un silenzio che sa di fine e di cenere, è una sarabanda di sorprese, è la realtà che apre mondi immaginari e l’immaginazione che apre mondi reali. Un romanzo capace di regalare momenti altissimi di narrazione, fra i tanti questo.

” Le ceneri si alzarono nell’aria salmastra sparpagliandosi al vento e tornando indietro, ricadendo nel passato e coprendo le facce dei presenti, impolverando ogni cosa, e poi si accesero in un prisma e cominciarono ad assumere forme e a riflettere le immagini degli uomini e delle donne che avevano creato lui, me e  Robby. Turbinarono sul sorriso di una madre e coprirono la mano tesa di una sorella e scivolarono lungo le cose che volevo condividere con tutti…le osservai mentre continuavano ad alzarsi e a danzare sopra una quantità di immagini del passato, cadendo giù e poi tornando a volare in aria, e le ceneri si alzarono sopra una giovane coppia che guardava in cielo e poi la donna fissò l’uomo che le porgeva un fiore e i loro cuori battevano forte mentre si aprivano lentamente e le ceneri si posarono sul loro primo bacio e poi su una  giovane coppia che spingeva una carrozzina al Farmer’s Market …

Difficile pensare a cosa potrà scrivere Ellis dopo questo libro in cui entra con nome, cognome, vita ,vizi, entrate uscite e vitalizi, in cui ipnotizza e devasta il lettore con le sue esilaranti descrizioni di fameliche e opulente vite, sia normali che fuori dagli schemi, tanto è sempre la stessa allegoria, lo stesso demone, fino a quando non sono proprio gli schemi a vacillare, a franare come una diga devastata dall’impeto alluvionale del capolavoro.

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“Racconto segreto – Diario 1944-1945″ di Pierre Drieu La Rochelle

Racconto segreto – Diario 1944-1945

di PIERRE DRIEU LA ROCHELLE
Se Editore, 2005, 114 pp.

ISBN:  9788877106186

Recensione a cura di Francesca Mazzucato

Questo  è il libro di uno scrittore, Pierre Drieu La Rochelle, poco letto e troppo a lungo, denigrato e dimenticato, posto ai margini perché amante delle posizioni estreme, disperato, infedele a tutto, vittima di vanità e desiderio di autodistruzione. In questo volume si trova una raccolta di tre testi che ci permettono innanzitutto di conoscerlo meglio, ed è un doveroso atto di risarcimento . Può anche essere una sorpresa per chi ama gli irregolari, tutto quello che si è mosso obliquo,  seminando tracce e inchiostro nei luoghi considerati sbagliati o  non appropriati. Ma non sono proprio quelli, i luoghi oscuri di ogni infedeltà e parallelamente di ogni atto temerario di coraggio, quei luoghi reali o metaforici dove si sono mossi i grandi, gli inquieti, i vagabondi dell’anima, i randagi non appartenenti a nulla?

Ci sono fondamentali tratti romanzeschi e autobiografici in questo volume,  non è un caso che Drieu La Rochelle avesse affermato: “La letteratura non è che una forma edulcorata della confessione” ed è impossibile negare che quasi tutte le sue opere, racconti, romanzi e saggi, siano strettamente legate alla sua vita personale, tanto strettamente che a volte lo scrittore si struggeva domandandosi se sarebbe mai stato capace” di raccontare qualcosa di diverso dalla sua storia”.

Infedele alla vita, Drieu,  a disagio, infastidito, avvilito dalla piccolezza dei mediocri, dalla vanità delle cose che lo prende alla gola e gli fa mancare l’aria, nel primo di questi testi racconta in una sorta di “trattato”, la sua vera ossessione, che mai lo abbandonò, quella per il suicidio. Un vero saggio sul suo costante anelare a togliersi la vita. Fra ingenuità giovanili, appunti quasi diaristici, racconta i vari tentativi fatti per darsi la morte, analizza superstizioni e credenze, infedele alle costrizioni che cercavano di indirizzarlo altrove, nella  per lui vana o ridicola ricerca di un senso

“Dandomi la morte non credevo assolutamente di contraddire l’idea dell’immortalità che ho sempre avuto in me. Anzi, ero attratto così violentemente dal suicidio proprio perché credevo nell’immortalità. Ero convinto che ciò che chiamiamo morte fosse semplicemente la soglia al di là della quale continua la vita, o almeno qualcosa che ne è l’essenza.”

Una vera e propria organizzazione filosofica di una “teoria del suicidio” che alla luce della sua morte assume risonanze straordinariamente profonde. Continua, questo Racconto Segreto: “Nonostante le statistiche, che indicano una percentuale molto bassa di suicidi, ma che per il fatto stesso di raggrupparli li banalizzano e conferiscono loro una patina di banalità, il suicidio continua ad avere per alcuni un carattere di tale rarità da renderlo singolarmente pregiato.”

E Drieu La Rochelle, si suiciderà, dopo alcuni tentativi precedenti e falliti, il 15 marzo del 1945, alla Liberazione, imputato di collaborazionismo con il fascismo. Fu sicuramente un personaggio tragico, ma altrettanto tragica fu l’epoca in cui visse, e spesso fu avvicinato a personaggi come Celine o Brasillach che occuparono la scena della Francia e dell’Europa tra le due guerre e sotto il nazifascismo.

La Rochelle fu spirito tormentato e di idee politiche fluttuanti che scivolarono poi verso una adesione più emotiva che politica al fascismo che vedeva come un rimedio contro la disperazione e la mediocrità. Scrisse di lui Paul Renard : “Drieu scrive con il proprio sangue perché restituisce sulla carta l’uomo vivente che fu anche se fu perennemente un morto con la condizionale.”

Tutto in lui era l’estremo che nega la vita e anche la scrittura lo fu.

Il Diario è di grande interesse perché senza compiacimenti racconta i motivi, gli stimoli spesso incostanti e incoerenti del suo cuore che lo spinsero verso il collaborazionismo. Dimostra, a tratti, un notevole e raro coraggio intellettuale: “Ho sbagliato pesantemente ma ho voluto sbagliare, ho voluto correre il rischio di sbagliare perché sentivo ripugnanza nei confronti del comunismo…credevo che il fascismo, sotto la pressione della guerra, si sarebbe trasformato da semi- socialismo in vero socialismo…”

Queste idee hanno allontanato troppo a lungo dalla lettura di Drieu La Rochelle, dimenticando che le idee politiche non devono mai e poi mai diventare elemento di giudizio e di valutazione qualitativa nei confronti di un’opera letteraria altrimenti nessuno, ad esempio, avrebbe mai riconosciuto la grandezza innovativa del ritmo e del linguaggio di Celine, nascondendo il suo genio sotto i detriti del presunto antisemitismo. Stesso destino, o quasi per La Rochelle. Che forse merita una rivalutazione, una ripresa, di certo una attenta e appassionata rilettura, non necessariamente coincidente ma di sicuro in grado di mostrare punti di vista e orizzonti di un periodo storico vissuto da un’anima inquieta e tutta presa soggettivamente da quello che era un dramma globale.

La Rochelle, di cui è d’obbligo ricordare la fedeltà che forse non voleva, l’infedeltà che un po’ l’inorgogliva.

Un libro è uscito da quella  dimensione autobiografica costante e reiterata che ritroviamo nei suoi scritti, un libro bello e necessario, FUOCO FATUO,( Le feu follet) , di grande spessore emotivo, da cui Luis Malle nel 1963 ha tratto un bel film con musiche di Erik Satie. Un libro che, in qualche modo, ha impedito la “compiutezza” della sua infedeltà, consegnando un’opera destinata a restare, rendendolo, per chi gli si avvicina senza pregiudizi in qualche modo immortale.

 di Francesca Mazzucato


E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Vedere” di Mattia Zadra

Vedere di Mattia Zadra

Cicorivolta Edizioni, 2010, pp. 163

ISBN: 9788895106984

Recensione di Lorenzo Spurio

Il romanzo d’esordio di Mattia Zadra, Vedere, è un misto di comportamenti anomali, incongruenze ed espressione di una realtà periferica e degradata. Il titolo richiama direttamente uno dei cinque sensi, quello della vista, ma nel corso della narrazione l’autore più volte sottolinea che “guardare” e “vedere”, che potrebbero essere considerati come semplici sinonimi, in fondo non sono la stessa cosa. Kyle (forse inspirato da uno dei personaggi di South Park?), infatti, più volte “guarda” ma raramente riesce a “vedere”, quasi che l’atto visivo non sia semplicemente qualcosa di meccanico ma che, in qualche modo, venga vagliato dalla sfera emotiva.

Interessante l’elaborazione del plot che Zadra prevede per il suo romanzo, che si gioca su di diversi piani temporali; c’è un prima e un dopo, un passato e un presente, che però non sono distanziati e che l’autore, con una tecnica quasi cinematografica, amalgama ad intervalli. Sebbene il passato non sia altro che l’origine o la causa del nostro presente, in questa narrazione non sembra essere così. Il personaggio, Kyle, è un uomo che vive da solo, sempre inquieto e che, pur avendo diversi amici, è maledettamente solo. La sua ragazza, con la quale aveva preso un appartamento in cui andar a vivere, è ferma da un anno sul letto di un ospedale in stato vegetativo. Lui continua a visitarla tutti i giorni, portandole una rosa. Fin qui niente di strano, potrebbe sembrare una drammatica storia stile Almodovar ma poi Kyle si attornia dei suoi vecchi amici, ubriaconi, violenti, truffatori e si rende lui stesso protagonista di una serie di atteggiamenti perseguibili penalmente come quando l’amico, animato da un grande odio di classe (da cui traspare, forse, l’idee rivoluzionarie e oltranziste dello stesso Zadra) lo coinvolge, sotto stato di ebbrezza, a spaccare auto che secondo lui sono dei “figli di papà”. Le sue giornate si susseguono sempre uguali, tra il lavoro, la visita in ospedale e l’incontro al mercoledì con l’amico Mark e, paradossalmente, l’unica cosa più importante per il protagonista è quella di dar da mangiare al gatto. Impossibile non respirare degli echi bukowskiani nella scrittura, soprattutto nei confronti dell’alcool e del mondo lavorativo all’interno del quale Kyle è sempre insoddisfatto, riluttante e fuggitivo e a Chuck Palahniuk, riconosciuto dallo stesso autore come “maestro”. Singolarmente, però, anche la religione fa capolino dal romanzo quando Kyle, inconsapevolmente, decide di prender parte al funerale di un uomo che non conosce scoprendosi addirittura addolorato per quella morte. E’ un semplice modo di Zadra per dirci che gli errori possono essere espiati con semplicità appellandoci alla religione? Non lo sappiamo.

Proseguendo nella lettura, nel lettore si fa sempre più viva la convinzione che l’autore cerchi di depistarlo, raccontando cose che in realtà non sono successe e che, invece, rappresentano solo delle visioni, dei sogni, dei fantasmi di Kyle come le voci che sente nella stanza d’ospedale dove si trova l’amata benché la stanza sia completamente vuota («Penso alle voci. Penso al perché io le senta, ma non riesco a darmi una risposta», pag. 71) o il palazzo di fronte casa sua demolito o forse collassato su se stesso senza che nessuno si dia da fare per salvare le persone rimaste intrappolate. Zadra crea, così, attorno al personaggio un’atmosfera sospesa, surreale, sonnambula che non riusciamo a comprendere del tutto, sottolineando anche la fallibilità della sfera sensoriale dell’uomo. Tuttavia, il riferimento al “sentire le voci”, alle allucinazioni auditive, che potrebbe essere perfetto per una trama gotica o comunque a un thriller psicologico (vedi film come The Others o Haunting-Presenze), sembra qui non essere troppo adatto per esser sostenuto dalla trama anche se, ci consente di inserire il personaggio all’interno di una possibile psicologia disturbata, uno stato di depressione bipolare.

Il linguaggio utilizzato è semplice e facilmente accessibile a tutti, non manca di utilizzare parole colorite ed espressioni giovanili molto comuni; la narrazione procede per sbalzi temporali ma questo non crea difficoltà a seguire e ci consente invece di dare uno sguardo complessivo alla vita di Kyle. Il personaggio è molto ben strutturato ma anche molto sfaccettato: da una parte è l’uomo sensibile, romantico, poetico e innamorato della sua donna, dall’altro è l’amico del disgraziato (e quindi disgraziato lui stesso), il beone, il teppista, l’eterno insoddisfatto. E’ curioso come Zadra riesca a coniugare con meticolosità queste due sfaccettature del suo carattere forse facendo proprio riferimento ai due piani temporali usati. Il passato visto come momento felice, spensierato, bello, da innamorato e il presente vissuto in maniera sregolata, viziata, degradata forse proprio perché il passato gli ha tolto la cosa più bella della sua vita, la sua donna.

E quelle crepe che Kyle vede prima nella stanza d’ufficio, poi in chiesa, in ospedale e nei vari palazzi del suo quartiere sono forse il segno più concreto dell’incrinarsi della sua interiorità mentale a causa di un trauma doloroso e del suo stato di depressione. Forse. Al lettore il compito di sviscerarlo.

a cura di LORENZO SPURIO

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Jane Eyre, il nuovo film – Regia di Cary Fukunaga (2011)

a cura di Lorenzo Spurio

Da grande estimatore e studioso di Jane Eyre, romanzo vittoriano pubblicato nel lontano 1847 da Charlotte Brontë, non mi sono perso il nuovo adattamento cinematografico che ne è stato tratto. Il film porta l’omonimo titolo del romanzo ed è firmato dalla regia di Cary Fukunaga; tra gli attori principali figurano MiaWasikowska (Jane Eyre), Michael Fassbender (Mr. Rochester), Jamie Bell (St. John Rivers) e  Judi Dench (Mrs. Fairfax).

La sala di proiezione era quasi totalmente desolata, al massimo dieci persone e l’età media di certo non era inferiore ai 60-65 anni. Non c’è da meravigliarsi. Quasi nessuno legge più il romanzo, figurarsi la gente che va a vedere un film tratto da una storia che non conosce. Inutile dire che vedendo il film il mio metro di giudizio, inconsciamente o forse no, è stato  portato a raffrontare il film con l’altro adattamento cinematografico che ne venne tratto nel 1996 per la regia di Franco Zeffirelli. Dirò da subito che, tra i due, ho preferito la versione di Zeffirelli per vari motivi che cercherò di spiegare ma un giudizio di questo tipo è semplicistico. Si deve, infatti, considerare il nuovo film per quello che è e, magari, rapportarlo al romanzo e non a un film precedente.

Entrambi i film sono molto fedeli al romanzo della Brontë e quindi possono eventualmente essere impiegati come materiale didattico accessorio nel caso di una divulgazione o di uno studio attento sul romanzo. La novità del film di Fukunaga rispetto a quello di Zeffirelli è che non rispetta il normale svolgimento della storia e quindi il canonico susseguirsi degli spazi (Gateshead Hall, Lowood, Thornefield Hall, Moor House, Ferndean Manor). Il film si apre, infatti, con Jane, ormai grande, che scappa da Thornefield e corre, sola e sofferente, per la brughiera per arrivare poi, sfinita e piangente, a Moor House. Lì viene accudita e lentamente si riprende dal suo stato; St. John Rivers le offre di lavorare in una piccola scuola di villaggio per bambine. Tramite un sistema di retrospezioni, flashback e ricordi, veniamo a conoscenza del passato di Jane: prima la sua infanzia difficile a Gateshead con l’importane episodio della red room, poi Lowood (e l’amicizia con Helen Burns) e, infine, tutta la parte concernete gli episodi di Thornefield sino alla sua fuga nella brughiera che poi si ricollega alla storia ufficiale, con il rifiuto di Jane di seguire St. John Rivers in missione in India e il richiamo di Rochester. Fukunaga stravolge il canonico susseguirsi delle fasi di crescita interiore ed esteriore di Jane per creare una trama più avvolgente e intricata, in cui forse la comprensione può essere un pizzico più difficoltosa di quella del film di Zeffirelli dove lo spettatore segue, invece, progressivamente e secondo un principio fondato sulla cronologia, i vari episodi della vita della protagonista.


Alcune mie personali considerazioni:

- Di Jane Eyre nel romanzo si sottolinea spesso il fatto che non rappresenti una bellezza femminile particolarmente attraente, che è magra, mingherlina, dal viso pallido e dai capelli scuri, descrizione perfettamente in linea con l’immagine dell’allora giovanissima attrice francese Charlotte Gainsbourg che nel film di Zeffirelli interpretava Jane Eyre. Nel film  di Fukunaga, invece,  Jane, a mio modo di vedere, è una bellissima ragazza interpretata dall’attrice Mia Wasikowska (celebre anche per il personaggio di Alice in Alice nel paese nelle meraviglie per la regia di Tim Burton). L’attrice è bionda o, almeno, castano chiaro e ha gli occhi celesti, aspetto completamente diverso da quello di Jane nella Brontë. Di contro, Blanche Ingram che nel romanzo viene detto esser bionda (com’è anche nel film di Zeffirelli dove si sottolinea la frivolezza e l’ignoranza del personaggio) nel film di Fukunaga ha i capelli neri.

-   Gli interni di Thornefield Hall nel film di Zeffirelli sembrano molto più sfarzosi e degni dell’aristocrazia inglese mentre Thornefield Hall nel film di Fukunaga sembra un po’ meno lussuoso tanto che la stessa Jane riconosce che la residenza della zia a Gateshead era di gran lunga più bella.

-   Mancano nel film di Fukunaga i personaggi di Bessie, la governante di Jane (che viene solo nominata una volta) e della caritatevole Miss Temple, istitutrice a Lowood.

-   Nel film di Fukunaga Mrs. Fairfax rivela a Jane che non sapeva niente dell’esistenza della prima moglie del signor Rochester, mentre nel romanzo la governante era a conoscenza di tutto.

-   Nel finale del film di Fukunaga  non è un anziano della zona, come nel romanzo, a rivelare a Jane che Thornefield Hall è andato a fuoco e che il padrone è rimasto ferito ma è lei stessa che entra nel castello ormai annerito e in macerie e trova Mrs. Fairfax forse lì giunta per recuperare qualcosa del vecchio castello.

-   Nel film di Fukunaga, Mr. Rochester perde la vista ma non soffre l’amputazione di un arto a seguito del crollo del castello.  Il film si chiude con la coppia che si scambia il proprio amore. Ferndean Manor, la nuova residenza, non viene mai nominata. Non vediamo la coppia avere dei figli, né tantomeno Rochester riacquistare la vista.

-   I personaggi meglio costruiti e più fedeli alle descrizioni della Brontë sono Mrs. Fairfax, Helen Burns e Brocklehurst (al quale tuttavia viene dato più spazio nel film di Zeffirelli). Pochissima attenzione viene riservata invece a Grace Poole (personaggio molto importante) e a Bertha Mason. Quest’ultima viene mostrata solo una volta, nella scena in cui Rochester, dopo il matrimonio negato, fa vedere a Jane, al legale e al fratello di Bertha, chi è sua moglie. Bertha non ha sembianze animalesche (non fa dei versi) né tantomeno selvagge ed è, invece, raffigurata come una donna addirittura attraente. Poco spazio viene riservato però a questo personaggio, ad esempio l’episodio del velo nunziale rotto da parte di Bertha è completamente assente.

-   Una signora seduta a vedere il film qualche fila dietro della mia quando ha visto Bertha ha detto ad alta voce “la matta” con un fare offensivo e denigratorio, per marchiarla o etichettarla come degenerata, perversa. Le avrei detto con molto piacere che l’origine della sua pazzia era proprio il signor Rochester e che lei era stata sradicata dalla sua terra, mercificata e tenuta in schiavitù. Avrei, insomma, cercato di farle capire che, forse, era errato e fuorviante vedere Bertha come il marchio del Male, come una sorta di Satana, solo perché il motivo dell’inghippo del matrimonio tra Rochester e Jane. Avrei voluto dirle di leggersi Il gran mare dei Sargassi della Rhys, tanto per farsene un’idea. In questo, nella creazione del personaggio di Bertha, in effetti, la Brontë è stata marcatamente etnocentrica, istituendo una significativa discriminazione razziale, come ho anche avuto modo di sottolineare nella mia raccolta di saggi: Jane Eyre, una rilettura contemporanea, Lulu Edizioni, 2011, pp. 101, ISBN: 9781447794325).

-   Richard Mason, fratello di Bertha, che viene dalla Jamaica, contrariamente a quanto narra la Brontë (e contrariamente all’adattamento di Zeffirelli), non ha una carnagione scura in quanto esponente della componente creola dell’isola ma ha una carnagione molto chiara.

-   St. John Rivers e le sue sorelle, che nel romanzo poi scoprono di essere cugini di Jane, nel film di Fukunaga rimangono suoi amici, senza vincoli di parentela, con i quali decide però di dividere equamente la sua eredità ottenuta con la morte dello zio John Eyre di Madeira.

Un buon film che consiglio a tutti coloro che conoscono il romanzo e ne apprezzano le qualità. La realizzazione di Zeffirelli resta, secondo me, la migliore in assoluto per una serie di elementi che ho cercato di tratteggiare e anche per la prestigiosa e azzeccatissima presenza di William Hurt nelle vesti di Rochester, che appare più interessante, più aristocratico, più austero e romantico, più inglese, più brontiano.

LORENZO SPURIO

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Emanuele Marcuccio intervista Lorenzo Spurio

Intervista a Lorenzo Spurio

a cura di Emanuele Marcuccio

EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere e di dedicarti alla critica letteraria?

LS: Oramai scrivo da almeno tre o quattro anni. Mi piace buttare giù delle idee, delle interpretazioni di alcuni dei romanzi che leggo per fare parallelismi o alcune considerazioni più generali.

EM: Cosa significa per te scrivere, cosa non deve mai mancare in un racconto in generale e nei tuoi in particolare?

LS: Scrivere significa esprimersi. Anche se un autore nega che il suo romanzo o racconto non nasce da motivi autobiografici, c’è sempre qualcosa di sé in quello che scrive. Delle cose che abbiamo vissuto o che ci hanno sempre ossessionato, delle manie, delle cose che abbiamo sentito in giro e così viva. È veramente difficile, se non addirittura impossibile, creare una narrazione che non abbia nessun riferimento, diretto o meno, a noi stessi. Credo che quello che non debba mancare è l’originalità. Bisogna trovare sempre un modo per essere originali e non cadere nel banale. Sapersi rinnovare e cambiare, pur mantenendo un proprio stile.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo modo di scrivere?
LS: Non saprei dirlo. Mi piace analizzare le scritture degli altri quando mi capita di fare delle recensioni ma non saprei dirti com’è il mio stile perché scrivo sempre di getto. Coloro che hanno letto qualcosa di me la giudicano una scrittura spigliata, attenta ai dettagli ma non in maniera morbosa, piacevole, che non stanca. Però, come si sa, la letteratura è una cosa molto personale: a me può piacere un autore o uno stile, che a tanti può far schifo, per cui non saprei specificare. Di certo è una scrittura contemporanea, che rifugge orpelli stilistici d’altre epoche, la retorica e anche divagazioni filosofiche. Mira al sodo e descrive la realtà com’è, senza mezzi termini.

EM: Quanto tempo impieghi per scrivere un racconto?

LS: Alcuni racconti li ho scritti in meno di un’ora, per altri ho impiegato addirittura dei mesi. Spesso mi capita di scrivere degli incipit e poi di riprenderli dopo molto tempo. Il tempo di scrittura di un racconto per me non è per niente proporzionale alla lunghezza dello stesso: ho scritto racconti abbastanza lunghi in poco tempo e racconti brevi, di poche pagine, in un tempo molto più diluito. Dipende tutto dalla storia che creo e, soprattutto, dall’atmosfera di calma e d’ispirazione che riesco o non riesco a raggiungere in certi momenti.

EM: Chi sono i lettori dei tuoi racconti, a quale o a quali generi letterari possono riferirsi i tuoi racconti?

LS: Credo che non ci siano limiti di età, sesso, religione, etnia etc. Sono trasversali e, dando immagini realistiche (a volte surreali) della realtà, credo che possano interessare tutti: dal ragazzo che può farne una lettura veloce, magari divertente e fine a se stessa, alla persona matura che, invece, dietro quelle che sembrano delle casualità o degli imprevisti, può leggere molto di più. Il libro non lo fa solo lo scrittore, ma anche il lettore. La mia interpretazione dei racconti che scrivo è una ma se qualcuno mi dice che, leggendolo, ne ha avuta una diversa allora non posso che essere contento. Il processo di scrittura deve essere fatto da entrambe le parti.

 EM: Come scrive Marcel Proust ne Il tempo ritrovato: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.»Preferisci scrivere a penna o al PC?

LS: Ho scritto raramente a mano, quando non avevo con me il PC ma è una cosa che cerco di evitare perché poi la ricopiatura può essere noiosa e può accadere che non riesca neppure a decifrare certe parole che ho scritto a mano velocemente a mo’ di scarabocchio. Il computer è un buon amico. Finché non sopraggiungono dei problemi e perdi tutti i dati, cosa che mi è capitata.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di scrittore, giornalista e critico letterario?

LS: La definizione di critico letterario è troppo grande e la lascerei ad altre persone che si dedicano con amore e attenzione alla letteratura sotto questo punto di vista. Ho scritto alcuni testi critici sulla letteratura, è vero, ma non sono un critico letterario. Come dicevo poc’anzi la nascita dell’amore per la letteratura è da localizzare con la mia primissima frequentazione dell’università. È stato quello il germe da cui sono partite varie idee, tentativi di scrittura, progetti e analisi prettamente letterarie.

EM: Lodevole la tua modestia ma, scusami, se scrivi testi critici di letteratura in fondo non fai il critico letterario? Cosa ti manca per esserlo davvero, forse i recensionisti scrivono testi critici di letteratura?

LS: I recensionisti si dedicano a recensire un’opera solitamente nel periodo coevo in cui questa è pubblicata. Se io scrivo un’analisi di Mrs. Dalloway quella non sarà una recensione ma avrà piuttosto la forma di un saggio o di un testo di critica letteraria. Modestia a parte, pur dedicandomi a questo tipo di scrittura con molta attenzione e piacere, devo confessare che non sono molto prolifico sotto questo punto di vista. Una profonda analisi letteraria richiede tempo e più letture, anche a distanza di tempo che ci consentano ogni volta di prediligere un punto di vista diverso.

EM: Capisco, non ritieni di essere un critico letterario perché hai scritto pochi saggi di tal genere. Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

LS: Se parliamo dello scrivere i racconti allora non esistono delle fasi, dei modelli o dei percorsi che seguo perché mi piace scrivere di getto, senza stare troppo a pensare. Mi piace rielaborare idee e concetti che mi frullano in mente e assemblarli con alcuni episodi che magari ho vissuto direttamente, cambiandoli, stravolgendoli, mettendoci spesso anche dell’ironia. Se invece parliamo di testi critici letterari però il procedimento di scrittura è completamente diverso. In questo caso l’adozione di un metodo di analisi e di scrittura è necessario. L’inizio sta sicuramente nella lettura attenta del racconto o del romanzo che si analizza, fatta anche più volte e ricorrendo al testo in lingua originale. Poi si circoscrivono alcuni temi che sono fondamentali in quel testo e si comincia ad indagarli, riportando estratti del testo e allargando l’analisi al periodo socio-culturale, storico e letterario. La comparazione con altri testi coevi o che presentano temi analoghi trattati nella stessa maniera o stravolti rappresenta, per me, un contributo ulteriore. La lettura e la rilettura di quanto si scrive è necessaria e doverosa, anche a distanza di tempo. Scrivere un saggio è completamente diverso da scrivere un racconto, si è in un certo qual modo gessati, spersonalizzati. Ma mi piace scrivere entrambe le cose, forse perché con il saggio riesco a straniarmi e guardare il mondo dall’esterno mentre con il racconto mi mescolo con i personaggi e gli episodi.

EM: I tuoi racconti sono stati pubblicati in varie riviste letterarie, ce ne puoi parlare?

LS: È proprio così. Nel momento in cui avevo messo da parte un consistente numero di racconti, di natura anche diversa, ho deciso che era il momento di farli leggere a qualcuno. A qualcuno interessato. A qualcuno competente. A tutti coloro che sarebbero stati contenti di farlo. Per cui è iniziata la ricerca on-line di varie riviste di letteratura e cultura. Ne ho trovate molte, alcune on-line, altre anche cartacee. Alcune prestigiose, altre sconosciute. Alcune tematiche, altre a tema libero. Ho cominciato a proporre alcuni miei testi. Il primo racconto pubblicato è stato “Le spade del conte” sulla rivista Il Leviatano, rivista attualmente chiusa e che ha cambiato nome. Molti racconti sono stati pubblicati su Parliamone, una rivista on-line diretta dal sig. Bartolomeo di Monaco, altri sulla rivista Segreti di Pulcinella diretta da Massimo Acciai e della quale sono redattore. Poi numerose altre tra cui Frigidaire, Aeolo, Il Grandevetro, Osservatorio Letterario, Kenavò, Inverso ed altre. È stata una grande soddisfazione per me essere pubblicato. È giusto però che riconosca che alcune riviste abbiano rigettato i miei lavori e rifiutato di pubblicarli perché non in linea con la veste editoriale o perché considerati non buoni. Come sempre i pareri possono essere diversissimi, ed è giusto che sia così.

EM: Perché hai scelto di scrivere racconti, hai mai provato a scrivere poesie o un romanzo?

LS: Devo confessare che la poesia come genere non mi è mai piaciuto molto. A scuola non le leggevo con particolare interesse e trovavo sempre più semplice ricordarne il contenuto se facevo la parafrasi. Non sarei bravo a scrivere poesie per cui non lo faccio. Quando mi metto a scrivere ho spesso bisogno di esprimere idee anche semplici ma per le quali necessito di molte parole e non sarei in grado di utilizzare un linguaggio conciso, metaforico e condensato per esprimere ciò che voglio dire. Non escludo però che in futuro non ne possa scrivere, anche se rimango molto scettico al riguardo. Ho scritto solo racconti, alcuni dei quali anche abbastanza lunghi tanto da poter essere considerati anche come romanzi brevi. Per ora non ho ancora scritto un romanzo propriamente detto ma è probabile che un progetto di questo tipo possa riguardami in futuro. Per ora trovo il genere del racconto più congeniale e adatto a me: mi consente di creare storie semplici, quotidiane o assurde, con pochi personaggi e di cambiare la storia svoltando con degli episodi epifanici. Con il romanzo credo che non potrei fare tutto ciò e dovrei trovare un modo per coniugare la mia scrittura a questo nuovo genere. Vedremo. Assieme alla signora Sandra Carresi ho scritto già dei racconti a quattro mani abbastanza lunghi che pubblicheremo singolarmente a mo’ di romanzo.

EM: Recentemente hai pubblicato con Lulu Edizioni un tuo saggio critico Jane Eyre, una rilettura contemporanea, ce ne puoi parlare?

LS: Ti ringrazio per darmi l’occasione di parlare di questa mia recentissima pubblicazione. Questa raccolta di saggi nasce dal mio grande interesse e dalla mia grande fascinazione per questo romanzo, capolavoro della Brontë e pietra miliare della letteratura vittoriana.  Il romanzo, al di là della storia della povera Jane a partire dalla sua infanzia fino alla maturità, presenta una serie di temi importanti che pervadono tutto il romanzo: il tema dell’orfano, il tema razziale e coloniale, il tema della moglie pazza, il tema religioso e così via. Si presta a una serie di letture molto eterogenee, tutte interessantissime. È quello che ho cercato di fare in questo libro in cui il metodo di analisi utilizzato è stato quello comparativo. Il romanzo della Brontë è stato studiato confrontandolo con prequel, sequel e riscritture che sono nate proprio da questo mother text. Ho parlato così de Il grande mare dei Sargassi, romanzo dell’anglo-caraibica Jean Rhys, La bambinaia francese, romanzo per ragazzi della sarda Bianca Pitzorno, Charlotte, l’ultimo viaggio di D.M. Thomas e Jane Slayre di Sherri Browning Erwin, riscrittura horror di Jane Eyre. Nel libro si fa inoltre riferimento a numerose altre riscritture recenti dell’antico romanzo vittoriano e si fornisce il testo completo di un’intervista da me fatta alla scrittrice americana Sherri Browning Erwin, autrice di Jane Slayre. Ciò che fuoriesce da questo libro non è altro che una lettura tutta contemporanea del romanzo della Brontë. Oggigiorno sono in pochi a leggere i classici della letteratura e ancor meno in numero coloro a cui piace soffermarsi nella lettura e nell’analisi, per cui spero vivamente che il mio libro riceva un buon accoglimento.

EM: Cosa ti ha spinto a pubblicare il tuo libro?

LS: Una volta aver terminato la stesura di questi saggi e di averli riletti attentamente ho deciso di proporne la lettura ad alcuni scrittori e poeti che ho conosciuto on-line, accomunati dal loro amore per la letteratura. La premessa intuitiva che mi sono fatto è che ogni amante della letteratura doveva per forza conoscere questo grande romanzo. La gran parte lo aveva letto o, comunque, anche se non aveva letto il libro aveva avuto modo di vedere il film e quindi sapeva di che cosa si trattava. Alcuni non l’avevano letto ma non si sono rifiutati di leggere la mia raccolta di saggi, anzi a conclusione della lettura mi hanno detto che avevo fatto nascere in loro il desiderio di leggere il romanzo. Ne sono stato contento. Con la signora Anna Maria Folchini Stabile, poetessa, ho avuto l’occasione di conversare privatamente sulla grandezza del romanzo della Brontë e di scambiare considerazioni ed interpretazioni. Gentilmente ha letto il mio testo e mi ha detto che era interessante e ben costruito, si è limitata a fare un piccolo editing per il quale la ringrazio molto. Mi sono così deciso a pubblicare questa raccolta di saggi nella speranza che, qualcun altro, possa trovarne interessante non solo il contenuto ma l’approccio analitico impiegato.

EM: Personalmente, quando leggo un classico, il mio genere di lettura preferito, gli affianco un saggio sull’opera in lettura, cosa che non sempre mi è possibile. Non ho ancora letto Jane Eyre, anche se è presente nella mia libreria, anch’io lo conosco solo tramite il bel film di Zeffirelli e, sicuramente durante la lettura gli affiancherò il tuo saggio critico. Come ti sei trovato con Lulu Edizioni, perché l’hai scelta?

LS: Avrei preferito pubblicare il mio libro tramite un editore italiano (Lulu è un editore on-line e assegna ISBN americano) ma si sa quanto il panorama editoriale italiano sia inaccessibile soprattutto per un ragazzo che non ha intenzione di sborsare un euro per pubblicare il suo libro. Se poi il ragazzo non ha mai pubblicato niente in precedenza ed esordisce con una raccolta di saggi, gli editori sono ulteriormente scettici. Mi sono detto che non mi andava di aspettare un anno, magari due, prima di trovare un editore che avrebbe fatto il caso mio, così mi sono deciso a pubblicarlo tramite Lulu.com che è una piattaforma on-line molto precisa e ben curata, con spiegazioni accurate per ogni stadio di invio bozze, stampa, diffusione etc.

EM: Quali sono i tuoi autori preferiti, ce n’è uno in particolare?

LS: Ho numerosi scrittori che amo molto. Devo dire che sono anche molto diversi tra loro. Sicuramente devo citare il popolare e controverso Bukowski e l’inglese Ian McEwan, del quale ho letto tutta la produzione e sul quale ho scritto la mia tesi di laurea, John Irving, Jeffrey Eugenides, Philip Roth, Franz Kafka, Italo Svevo e soprattutto Virginia Woolf.

EM: Qual è la tua poesia preferita?

LS: Come ti dicevo sopra, non ho un buon rapporto con la poesia. Questo non significa però che non la legga. Mi piacciono le poesie “elettriche” della fase futurista di Aldo Palazzeschi e quelle crepuscolari di Gozzano, i Sonetti di Shakespeare, le poesie di Federico Garcia Lorca.
EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

LS: Ce ne sono molti e non riuscirei a metterne uno solo, per cui ti dico che tra i miei preferiti in assoluto ci sono Le metamorfosi di Kafka, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Gli indifferenti di Moravia, Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, Cuore di tenebra di Conrad, Il giardino di cemento di Ian McEwan, Riccardo II di Shakespeare, le raccolte di racconti di Millás e il suo romanzo La soledad era esto. Ma ce ne sono moltissimi altri.

EM: Mi stupisce la tua scelta di Riccardo II, cosa te lo fa preferire al più famoso Riccardo III?

LS: Riccardo II è un re buono, un po’ sfortunato, vittima degli eventi che accadono senza che lui riesca a risorgere dal suo stato di afflitto. È un re debole, che viene detronizzato e che impazzisce (fantastica è la scena della rottura dello specchio nella quale in re non si riconosce più e si avvia a una celebre spersonalizzazione). È Bolingbroke a trionfare. Ancora una volta è il cattivo, il violento, il più forte, colui che poi diverrà Enrico IV. Mi piace come Shakespeare ha tratteggiato questo sovrano sottolineandone la doppia natura, quella regale, della sacralità del corpo e quella fisica, mortale, che lo rende uguale a ogni altra persona. Riccardo III, non è altro che l’ennesimo sovrano inglese violento, assetato di sangue e che non si ferma di fronte a niente. Di sicuro, Riccardo II è un re molto più umano, anche nella sua follia.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

LS: Credo che non è un bene avere idee pregiudiziali nei confronti di un determinato genere, come pure non è una bella cosa nei confronti di un preciso autore. Ripeto nuovamente che la poesia non mi attrae molto, leggo poco di teatro. Principalmente mi soffermo sui romanzi e le sillogi di racconti, ma non rifiuto niente. È sempre bene leggere tutto e cambiare genere può essere proficuo anche come fonte d’ispirazione. Ad esempio Il giardino dei ciliegi di Checov, un’opera teatrale, mi piace molto, così come i drammi storici di Shakespeare.

EM: Leggeresti proprio di tutto, anche romanzi rosa?

LS: Di certo non mi attrae molto la letteratura dei romanzi tascabili Harmony ma recentemente mi è capitato di recensire alcuni romanzi che potremmo definire romanzi rosa. Non che rispecchino il mio stile di scrittura e i miei interessi veri e propri, ma non ho disdegnato di farlo. In fondo, anche Jane Eyre è un romanzo rosa, se vogliamo. Ed è affascinante.

EM: Diciamo molto in fondo… Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla scrittura o, che ti ha allontanato per un periodo da essa?

LS: Ci sono dei momenti in cui ci si trova molto indaffarati per altre cose o semplicemente non si ha l’ispirazione necessaria per creare scrivendo. Non ho avuto dei veri e propri momenti di stasi o di momentaneo abbandono della scrittura sino ad ora.

EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?

LS: Mi piace la regione nella quale vivo, è molto ricca sia da un punto di vista paesaggistico e culturale. Può sempre arrivare il momento in cui la vita di provincia ti va stretta e quindi decidi di cambiar aria. Mi piace molto viaggiare, soprattutto all’estero. Amo la Spagna, ci vivrei se potessi.

EM: Cosa pensi della prosa poetica, è presente nei tuoi racconti?

LS: Non saprei esattamente cosa risponderti. Non so cosa intendi con “prosa poetica”. Credo che vuoi intendere un tipo di scrittura narrativa che ha un significato condensato e criptico come spesso è quello della poesia, una sorta di prosa intimistica e personale. Se è quello che intendi devo dirti che non mi piace molto.

EM: Hai un sogno nel cassetto?

LS: Sogni e desideri ce li abbiamo tutti, forse anche troppi, altrimenti non saremmo umani. La natura stessa dell’uomo è improntata a desiderare, a volere, ad anelare sempre a qualcosa. È una buona prospettiva per mettersi in gioco di continuo, progettare e darsi da fare. Ovvio che ho dei sogni, ma se la tua domanda successiva sarà “Quali?” allora dovrò risponderti poco elegantemente che i desideri, una volta svelati, non si verificano mai.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?

LS: Confesso che non conosco molto dell’editoria italiana. Negli ultimi anni mi sono però trovato spesso a contattare editori per proporre i miei lavori. Credo che l’editoria a pagamento sia non solo un furto ma anche una grande offesa. Chiunque ha da parte dei soldi può pubblicare ciò che vuole anche una collezione di scontrini o di liste per la spesa, chi invece non dispone di denaro e, magari, ha scritto un’opera veramente meritevole, si vede marchiato ed emarginato. Ci sono numerose case editrici che pubblicano senza contributo, sono di piccole dimensioni, e la scelta dei testi, proprio perché pubblicano gratis, è molto selettiva ma, credo, che vale tentare. Ai giovani autori che non sanno chi contattare o come muoversi una volta completata la loro opera sconsiglio gli editori a pagamento, consigliando invece, qualora i loro testi non abbiano trovato buon accoglimento presso editori non a pagamento, di stampare la propria opera con editori online che forniscano il codice ISBN, indispensabile per le vendite. Non posso far pubblicità ma una semplice ricerca in rete provvederà a buoni risultati in tal senso.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?

LS: L’attuale panorama culturale italiano è molto eterogeneo e interessante. Ovviamente per cultura non dobbiamo fermarci a considerare solo la letteratura ma parlare anche di teatro, musica, arti figurative e tant’altro. Per quanto concerne la letteratura italiana del momento credo che ci siano pochi nomi che godano di troppa pubblicità e tantissimi nomi, tra cui esordienti, che invece trovano difficoltà ad imporsi a causa del vertiginoso incremento, anno dopo anno, del numero degli scrittori. Credo che le case editrici, le riviste, i quotidiani, i centri di cultura e tutti coloro che si dedicano alla letteratura debbano incrementare le loro attività anche con congressi e convegni, facilitando l’introduzione e la sponsorizzazione di giovani scrittori o di esordienti che, altrimenti, abbandonati a se stessi finirebbero per vendere pochissime copie e rimanere sconosciuti.

EM: Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

LS: Ho partecipato negli ultimi anni a vari premi e concorsi letterari, rigorosamente gratuiti, perché come dicevo non credo nella cultura a pagamento ma non sono mai stato segnalato né ho vinto niente. Appena ho del tempo e trovo bandi di concorso interessanti continuo a partecipare, non mi sono scoraggiato. Credo che sia un buon modo per emergere un po’ dall’attuale atmosfera culturale, farsi conoscere, oltre che sentirsi riconoscere come scrittore e valorizzare la propria opera.

 EM: Recentemente ho letto un articolo di Cesare Segre sul Corriere della Sera, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Da critico letterario, cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?

LS: Interessante l’articolo che citi. Mi trovo completamente d’accordo con l’idea di fondo in esso contenuta. Nella società a noi contemporanea il numero degli scrittori, ahimè, è maledettamente superiore al numero dei lettori. Se da una parte può sembrare che la popolazione si caratterizzi per un alto livello di cultura per i loro impegni di scrittura, dall’altra parte il fatto è abbastanza allarmante. È bene che ci siano tanti scrittori ma sono necessari i lettori. Sia lettori del libro inteso come oggetto di consumo che di lettori attenti, critici, recensionisti, che amano analizzarne i contenuti ed i temi a livello più profondo. In parte è quello che faccio attraverso il mio blog, recensendo sillogi di poesie, di racconti e romanzi scandagliando il messaggio di fondo dei libri. Se da una parta abbondano saggi e testi critici su Calvino (per fare un esempio) sono carenti studi su autori contemporanei. Sì, la critica letteraria è di sicuro in declino.

EM: Sì, diciamo che l’autore contemporaneo italiano vivente più trattato dalla critica letteraria è Umberto Eco e pochissimi altri. Cos’è per te la letteratura, come si riconosce un’opera letteraria?

LS: Un’opera letteraria può avere numerose forme. Può essere una raccolta di poesie o di racconti, un romanzo, una raccolta di saggi, un testo teatrale, un testo critico, un diario, una raccolta di lettere. Quello che contraddistingue un’opera letteraria è il contenuto culturale, morale, didattico unito al diletto. Un libro di ricette non ha niente di morale. L’elenco telefonico non trasmette un sapere culturale. L’appartenenza dell’autore a un periodo storico, a una tendenza, a una fase letteraria ci consente di localizzarlo all’interno di una porzione della più ampia storia della letteratura.

EM: Quanto è importante per te il confronto con gli altri autori?

LS: Il confronto con altri autori è di capitale importanza per uno scrittore così come per ogni altro artista. Un regista, scrivendo la storia del suo film, avrà sicuramente in mente delle idee nate o influenzate da alcuni episodi o personaggi visti in altri film. La letteratura, allo stesso modo, è un modo per dire qualcosa di sé con parole degli altri. Quando scriviamo qualcosa non solo ci mettiamo qualcosa di noi stessi ma anche qualcosa degli altri. Degli altri scrittori che leggiamo o che ci affascinano e che, per osmosi, ci trasmettono qualcosa. La letteratura è un continuo processo di analisi, scrittura, riscrittura e rivisitazione di qualcosa. Certi testi non esisterebbero se non ne fossero esistiti altri in passato e, analogamente, non esisteranno mai certi libri se oggi non si scrivessero determinati tipi di libri. Il processo di confronto, comparazione e condivisione con altri autori (non solo vivi e del presente) è importantissimo e viene fatto di continuo anche senza che ce ne rendiamo conto.

EM: Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura?

LS: No. Non ho ricevuto nessun consiglio né li ho chiesti nel momento in cui ho iniziato a scrivere. Per me è stata una cosa tutta mia, tutta personale. Credo che dovrebbe accadere qualcosa di analogo un po’ a tutti coloro che diventano scrittori. Non credo molto agli scrittori su commissione, ai quali viene detto “scrivi un pezzo su X” e loro lo fanno. La scrittura è un processo di creazione libero e spontaneo. Se uno si sente di scrivere lo fa, senza chiedere niente agli altri. Può far leggere agli altri i suoi testi ma consigli sull’inizio dell’attività di uno scrittore per me non ne esistono.  Anzi, troverei estremamente limitante e denigratorio che qualcuno, in virtù della sua esperienza, si offrisse di regalare consigli su come scrivere o cosa non scrivere, come farlo, cosa evitare o come cominciare. Per me le parole “cazzo” e “vaffanculo” possono star benissimo in un certo tipo di racconto e non ci trovo niente di volgare se paragonato alla banalità e alla violenza con la quale siamo abituati giorno dopo giorno. Nessuno deve trasmettere agli altri in maniera preventiva e anticipatoria sedicenti regolamenti su come diventare uno scrittore e cosa evitare. Se proprio un regolamento dello scrittore deve esistere, allora sarà lo scrittore stesso che, mano a mano, andrà creandoselo. Da solo.

EM: Sì, diciamo che quelle due parole servono in massima parte per una caratterizzazione del linguaggio che sia il più aderente alla vita di tutti i giorni. Totalmente diverso, a mio giudizio, è il caso della poesia, il cui linguaggio può anche essere quello di tutti i giorni ma che non necessita il trascendere in termini volgari, proprio perché la poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione e, quei vari termini e verbi indecorosi sono espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro tradendo la poca fantasia, la poca creatività del poeta. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione. Sono solo due le forme di espressione che non accetto in poesia: la volgarità e la bestemmia, termine esteso ad ogni credo religioso. Per te, quindi, le scuole di scrittura non dovrebbero esistere? Anch’io non credo nella scrittura su commissione, soprattutto riguardo alla poesia. Non daresti consigli neanche se te li richiedessero?

LS: Una scuola è sempre un centro di cultura e quindi non può che essere un elemento positivo. Non ho mai frequentato corsi di scrittura, anche se in giro ne esistono molti anche on-line (tutti rigorosamente a pagamento) e non so bene come si svolgono. Se, oltre a dare alcune dritte generali, il corso non preveda una vera e propria sudditanza di stili, di temi e di forme degli insegnanti ai loro studenti sono favorevole. Quando invece si cerca di ingabbiare la creatività di ognuno, perché poco originale o apparentemente volgare, allora sono contro.

EM: Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo, prossime pubblicazioni?
LS: Come sai mi occupo di recensioni di libri di esordienti che pubblico poi sul mio blog. Sono un po’ addietro in questo e ho vari libri da leggere, recensire e poi intervistarne gli autori ma riconoscendomi una persona precisa so che porterò a termine tutto. Mi dedicherò alla promozione della mia raccolta di saggi, Jane Eyre, una rilettura contemporanea e mi occuperò della pubblicazione della mia prima raccolta di racconti. Continuerò la collaborazione con alcuni scrittori con i quali ho portato avanti racconti a quattro mani tra cui Massimo Acciai, Anna Maria Folchini Stabile, Sandra Carresi e Monica Fantaci e continuerò la mia attività di collaborazione con le riviste di letteratura e cultura, la direzione della rivista Euterpe e le altre attività che a tutt’ora mi vedono impegnato.

 EM: Grazie tante per la tua disponibilità e tanti auguri per la tua attività di scrittore e critico letterario, scusami, ma in fondo lo sei!

LS: Sono io a ringraziarti per la tua interessante intervista. Spero di non essere stato troppo lungo con certe risposte e di aver centrato le tue richieste.

EM: Assolutamente, nelle interviste che sto curando non mi preoccupo affatto della lunghezza delle risposte, anzi, auspico che si tramutino in delle autentiche conversazioni tra letterati. Non sono un giornalista ma un autore e curatore editoriale che cerca di promuovere altri autori, come del resto fai anche tu con il tuo blog.

 

A cura di Emanuele Marcuccio                                                                  

6 settembre 2011

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

“Ingólf Arnarson” di Emanuele Marcuccio, breve introduzione a cura dell’autore

Ingólf Arnarson (*)

di Emanuele Marcuccio

dramma epico

 

Introduzione a cura dell’autore

La mia prossima pubblicazione sarà un dramma epico[1] in cinque atti ambientato in Islanda ai tempi della colonizzazione e sarà intitolato Ingólf Arnarson. Si tratta di un lavoro lungo, frutto di un’attenta ricerca storiografica, che sto seguendo dal 1990. Il poema, pur partendo da alcuni episodi storici documentati[2], sviluppa una trama che è prevalentemente fantastica e che non ha, dunque, nessuna pretesa di carattere cronachistico. Ingólf, personaggio da cui prende il nome l’intera opera, è un personaggio storico-leggendario del folklore islandese mentre gli altri sono frutto della mia invenzione. I loro nomi sono stati ricavati direttamente dall’onomastica islandese (lingua che non conosco ma sulla quale mi sono documentato).

Nel poema mi sono servito di una mia personale e astorica presenza in Islanda di popolazioni indigene di stirpe germanica, di credenza pagana e prossime alla conversione al cristianesimo, alle quali ho contrapposto i normanni (o vichinghi) ossia gli uomini del nord, i norvegesi che furono grandi colonizzatori del nord Europa, di fede pagana. Si tratta, ovviamente, di una mia scelta utilizzata per la caratterizzazione dei personaggi che non è motivata da fondamenti culturali-letterari né storici-documentatistici.

Nel poema definisco l’Islanda con l’antico nome di “Thule”, in riferimento al suo primo scopritore, l’esploratore, astronomo e geografo greco Pitea di Massalia  (380 – ca. 310 a.C.) che, secondo la tradizione, scoprì l’isola durante un viaggio di esplorazione dell’Europa nord occidentale, intorno al 325 a.C. La decisione di ambientare un dramma epico in Islanda, genere letterario inedito nella mia produzione, è scaturita dalla fascinazione verso questo paese nata dalla visione di una brochure con meravigliosi paesaggi di quel paese. Mi sono documentato su quella realtà e ho letto l’interessante racconto ottocentesco Viaggio nell’interno dell’Islanda di Natale Nogaret. A partire dal 1990 ho iniziato la stesura del poema che, come ho già detto, è stata particolarmente lenta e difficoltosa Attualmente sono impegnato con il quinto ed ultimo atto e, benché in molti mi hanno espresso perplessità sulla difficoltà dell’opera sono estremamente contento che un caro amico compositore si è già gentilmente offerto di scrivere le musiche di scena per questo mio dramma. Il sito“freshwallpaper.eu” mi ha, inoltre, autorizzato a utilizzare una loro immagine come copertina del mio poema d’Islanda.[3] L’opera verrà pubblicata nel corso del 2012.

Per maggiori informazioni si rimanda ai contatti dell’autore:

Emanuele Marcuccio

e-mail: marcuccioemanuele@gmail.com

Blog: http://emanuele-marcuccio.blogspot.com/

Pagina Facebook: http://www.facebook.com/emanuelemarcuccio74

                         


(*) Come mi ha fatto notare il filologo Dario Giansanti, direttore e fondatore del progetto “Bifrost”, di cui ringrazio, ho preferito utilizzare la lezione onomastica dell’islandese antico “Ingólf”, piuttosto che il moderno “Ingólfur”.

[1] «In realtà, la collocazione in un genere letterario specifico, è in questo caso un’operazione quanto mai difficile e fuorviante. L’idea iniziale di Marcuccio, dopo una conversazione con il critico Luciano Domenighini, era che l’opera si trattasse di un poema drammatico. In realtà, partendo da un’analisi più attenta è evidente che l’opera ha poco del genere del poema ma condivide, invece, la struttura tipica di un’opera teatrale. L’elemento drammatico è presente, sebbene non possa essere definita una tragedia propriamente detta. Per il fatto che l’opera utilizza una serie di riferimenti e rimandi all’epica germanica, l’opera può esser anche definita come epica, sebbene Marcuccio inserisca anche numerosi elementi di sua invenzione. La catalogazione, dunque, dell’opera come dramma epico sembra a tutt’oggi essere quella più corretta» (dalla prefazione all’opera, curata da Lorenzo Spurio). L’autore ringrazia Lorenzo Spurio per i preziosi consigli nel redigere questa introduzione di presentazione al suo dramma epico e per essersi offerto di scrivere la prefazione.

[2] I riferimenti storici presenti nel poema sono: la colonizzazione dell’Islanda, con l’approdo all’attuale Reykjavík (870-874 d.C.);  l’insediamento eremitico dei Papar, monaci irlandesi (inizio del IX sec. d. C.) e la fitta vegetazione islandese di salici e betulle, in seguito scomparsa, per la costruzione navale, la forte presenza di pecore e l’edilizia.
[3] In merito a ciò, mi hanno risposto come segue: «Well you can use the image for your book cover for free, how you use it, it’s up to you. You can remove the watermark if you wish so (I prefer you won’t but it’s up to you). Good luck with your book».


 A CURA DI EMANUELE MARCUCCIO

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERO TESTO SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

“Petali d’acciaio” di Donatella Calzari, prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Vetrina delle Emozioni presenta la scrittrice Donatella Calzari con la silloge PETALI D’ACCIAO, Rupe Mutevole edizioni, 2011, inclusa nella collana Sopra le righe, curata da Emanuele Marcuccio

Terzo libro di poesie, pubblicato con la mia collaborazione editoriale, che uscirà a novembre 2011 e con la mia prefazione, ringrazio l’amica poetessa Gioia Lomasti, direttrice di collana per le sezioni Sopra le righe e Poesia e Vita , e l’editore:

Donatella Calzari, Petali d’acciaio, Rupe Mutevole Edizioni, 2011.

Questa è la lirica, a mio giudizio, più significativa dell’intera silloge.

INSIDIE

Dal fondo del giardino
mi scruta un anacardio
invitandomi ad assaporare
le sue dolci mandorle indiane.
Accanto a me
una tenera, gentile piantina
all’improvviso
fagocita gli insetti
catturati dai suoi tentacoli.
Avviluppata da un groviglio
di dubbi
mi allontano,
migliarino
dal triste colore,
e ritorno alla mia palude
con il sogno
di risvegliarmi
vilucchio.

Prefazione

Donatella Calzari ha iniziato a scrivere poesie fin da bambina, dai tempi della scuola elementare, periodo in cui si occupava anche della scrittura di testi teatrali da mettere in scena con i suoi compagni di classe, in occasione delle feste di Carnevale.

Dopo una pausa durata parecchi anni, nei quali ha comunque mantenuto e sviluppato costantemente l’amore per la poesia e la letteratura in generale, nel 1988 ha ripreso a scrivere poesie e brevi racconti. Soltanto nel 1992, però, ha avuto l’audacia, come riferisce, di inviare una sua poesia al concorso “Alla scoperta dei poeti lodigiani”, col risultato che la poesia è stata pubblicata e, negli anni la cosa si è ripetuta con altre poesie, ricevendo premi e segnalazioni a concorsi nazionali e internazionali. Alla domanda su cosa significa al giorno d’oggi scrivere poesie, ecco come si è espressa l’autrice: «Personalmente sono convinta che la poesia abbia, oggi, una vera e propria funzione sociale. A prescindere dal valore artistico che la poesia possa avere, essa si riveste di una nuova identità, di una dignità propria. Smettendo del tutto i panni di stucchevole afflato dell’anima, che ancora in troppi le attribuiscono, riveste quelli di pregnante e, direi, vigorosa espressione del ricco mondo interiore del poeta, il quale trova il coraggio di aprire la “gabbia” lasciando che le sue parole si librino nell’aria e che si posino sul cuore di chi si ferma ad ascoltarle.».

Il poetare di Donatella è profondo, essenziale, è un poetare che preferisce fare a meno del predicato (in particolare del verbo essere) e posporre spesso il soggetto (per conferirgli un maggiore risalto) rispetto al complemento; come nella sua lirica “Visione”, in cui il soggetto è posposto e ripetuto più volte utilizzando così ben due figure retoriche, l’iperbato e l’epanalessi: “Distesa sconfinata di alberi / Il vento li tormenta / Il vento”, “Il vento strappa / Dilania / Conduce / Disperde / Il vento”. Un poetare intimo ma ricco di figure retoriche, di metafore, di sinestesie, di iperbati, di ellissi, di ossimori e correlativi oggettivi.

La cifra distintiva del suo dettato poetico e di questa sua prima raccolta è un continuo metaforizzare la vita nel suo risvolto doloroso, servendosi dei vari elementi della natura, come fauna, flora, condizioni atmosferiche, non facendo mai tracimare il tutto nel pessimismo e nella disperazione.

A questo proposito, esemplare è la sua lirica “Insidie”, visionaria, profonda, a tratti metafisica e dal respiro cosmico, che unisce in sé fauna e flora: un’immagine, un sogno, un rifugio; l’autrice si immagina migliarino, un piccolo uccello di palude, dal triste colore, che osserva una gentile piantina che, fagocita gli insetti testé catturati e, sogna di risvegliarsi vilucchio, una pianta rampicante, dai fiori bianchi.

Esemplare è anche “Oblò”, dove abbiamo un’immagine profondamente poetica: “Rubino prigioniero / di una conchiglia / il cuore / scorge bufere / nelle spire / di un eluso mare.”, il cuore (abilmente disposto in iperbato), come rubino, prigioniero di una conchiglia, scorge bufere nelle spire di un obliato dolore.

O come “Bassa marea”, in cui la vita è rappresentata in un alternarsi di gioie e di dolori, di alta e di bassa marea ma, solo la bassa marea “rivela meravigliose terre sommerse/ altrimenti celate allo sguardo.”, solo la conoscenza del dolore è in grado di rivelarci il senso della nostra vita, altrimenti perduto nell’euforia della gioia passeggera.

O come “Altalena”, in cui è presente un’altra immagine profondamente poetica: “Stanno gli alberi / come spade conficcate / nella bianca spuma / del cielo.

Un’opera prima che ha significativamente intitolato, Petali d’acciaio, un ossimoro che ben esprime il dualismo, il carattere di dolcezza e forza della sua poesia. Una raccolta da leggere e rileggere, soprattutto per le folgoranti chiuse, che invitano il lettore a sostare e a rileggere, per scoprire sempre nuove interpretazioni.

Proprio perché ogni vera poesia non è mai mera imitazione della realtà, non è mai sua fredda riproposizione, come ad esempio l’uso dei vari termini e verbi indecorosi, espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro.

Ogni vera poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà, di sua ri-creazione e trasfigurazione, quindi, aperta a molteplici interpretazioni. E il grande poeta, scrittore e drammaturgo francese Victor Hugo (1802 – 1885) già scriveva che la poesia non appartiene al poeta, portando il concetto di interpretazione alle estreme conseguenze: «Fino a che punto il canto appartiene alla voce e la poesia ai poeti? / La poesia non appartiene solo al poeta / perché non è lui a decidere il senso, / perché il poeta sa soltanto in parte, / ciò che la poesia finirà col dire.».

Anche dello stesso termine “poesia” non si potrà mai dare una definizione definitiva ma solo innumerevoli interpretazioni, lo stesso verbo “definire” vuole tracciare dei confini ma, la poesia non conosce confini, il suo spirito vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni.

E, il famoso pittore Pablo Picasso (1881 – 1973), a proposito della pittura, ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.». Infatti, un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni, e Donatella, in questa sua prima raccolta, ce lo dimostra ampiamente.

A cura di  Emanuele Marcuccio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA PUBBLICAZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA PREFAZIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Angeli caduti nella notte di Carmine Rosano

Angeli caduti nella notte di Carmine Rosano

Silele Edizioni, Gerenzano (Varese), 2009, pp. 63

ISBN: 9788890415916

Recensione di Lorenzo Spurio

Angeli caduti nella notte è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, senza mai distogliere gli occhi dal libro non tanto perché si tratta di un libricino sottile ma perché Carmine Rosano riesce a mantenere altissimo il livello di coinvolgimento nel lettore. Il narratore ci fornisce uno spaccato di vita domestica, quella di una coppia che si lascia, rintracciando a ritroso il momento della loro conoscenza. Così Sara inaugura una nuova vita innamorandosi di Davide, con il quale, presa da una sorta di colpo di fulmine, si abbandona ad un rapporto sessuale addirittura al primo appuntamento.

Rosano ci fa fare un viaggio interessante, un viaggio all’insegna della luce e dei colori; la luce del cielo e i colori della tavolozza che probabilmente aveva in mente durante la sua attenta scrittura. E proprio per questo i capitoletti portano titoli che si riferiscono alla luce, al tramonto e così via. E cosi l’incontro-amplesso amoroso tra Sara e Davide avviene alla calda luce di un tramonto rosa mentre Fabio, l’ex di Sara che non ha accettato la loro separazione e che continua ad ossessionarla con sms non è altro che un’ombra nera che ritorna, che la segue ad ogni spostamento e che non riesce ad allontanare da sé. In queste cornici temporali e cromatiche Rosano inserisce questa storia romantica con alcune punte d’erotismo che, lontanamente da sembrare inopportune o azzardate, trasmettono alla storia una grande vitalità e realismo. E così assistiamo al dolore e al senso di straniamento di Fabio che, ormai solo, crede che la vita per lui non abbia più valore, prendendo in considerazione anche il suicidio. Ma quello che Rosano dipinge in maniera particolarmente realistica è questo passaggio da amanti a conoscenti, da persone che hanno condiviso tutto a estranei, il passaggio dai baci sulla bocca ai casti e rispettosi baci sulle guance. Così, semplicemente per uno sbaglio, i destini di due persone cambiano in maniera irreversibile. Ed è dunque il destino, a mio parere, il vero padrone dell’intera storia. Tutti noi siamo delle semplici marionette e basta una cosa non detta, uno sbaglio, un incomprensione a cambiar le carte in tavola, a farci soffrire, a spingerci nel baratro o a descrivere nuovi scenari.

CARMINE ROSANO  è nato a Napoli nel 1977 e attualmente vive a Roma. Si è avvicinato alla scrittura da adolescente scegliendo come mezzo espressivo la poesia. Da allora ha sempre cercato attraverso quest’arte e attraverso la pittura di esprimere sentimenti e stati d’animo. Il suo primo libro, Le tre età dell’amore è stato pubblicato da Il Melograno nel 2007 e in una nuova edizione da 0111 edizioni nel 2008.

a cura di Lorenzo Spurio

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI PARTI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

“Palazzo”, poesia di Tomas Gösta Tranströmer, premio Nobel per la Letteratura 2011

“Palazzo” di Tomas Gösta Tranströmer

a cura di Emanuele Marcuccio, Direttore Editoriale di Vetrina delle Emozioni

 

In omaggio al grande poeta svedese Tomas Gösta Tranströmer (nato a Stoccolma nel 1931), insignito lo scorso 6 ottobre del premio Nobel per la letteratura, il più prestigioso riconoscimento letterario mondiale, presento alla vostra lettura la sua “Palazzo”, nella traduzione italiana di Franco Buffoni, poeta, scrittore, traduttore e professore ordinario di Critica Letteraria e Letterature Comparate presso l’Università degli studi di Cassino.

Io, tutto lo staff di Vetrina delle Emozioni e, soprattutto la nostra cara presidente Gioia Lomasti, ringraziano il prof. Buffoni per la gentile concessione.

 

PALAZZO

(di Tomas Gösta Tranströmer,

Nobel per la letteratura 2011)

Entrammo. Un’unica enorme sala,

Silenziosa e vuota, dal pavimento

Come ghiaccio per pattinare. Abbandonato.

Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.


Alle pareti dai quadri si affollavano

Immagini senza vita: scudi,

Bilance, pesci e figure di combattenti

In un mondo sordomuto sull’altro lato.


Una scultura era esposta nel vuoto:

Da solo in mezzo alla sala un cavallo.

Dapprima non lo notammo

Presi da tutto quel vuoto.


Più debole di un sospiro in una conchiglia

Era il suono, e le voci dalla città

Salivano in quella stanza deserta,

Mormorando e cercando un potere.


Ma anche altro, qualcosa di oscuro

Si installò sulla soglia dei nostri sensi

Senza oltrepassarla.

Scorreva la sabbia nelle clessidre mute.


Era ora di muoversi.

Ci avvicinammo al cavallo. Era gigantesco,

Nero come un ferro. Un’immagine del potere stesso

Rimasta dopo che i principi se ne erano andati.


Il cavallo parlò: “Io sono l’Unico.

Ho disarcionato il vuoto che mi cavalcava.

Questa è la mia stalla. Cresco lentamente.

E mangio il silenzio che regna qui dentro”.

(Tratta da Songs of Spring. Quaderno di traduzioni, Marcos y Marcos, 1999 – Traduzione dallo svedese, di Franco Buffoni)

Una profondissima metafora, anzi una profondissima allegoria del potere e dei potenti insieme. Come se il poeta voglia farci entrare nell’anima di ogni potente della terra, “Silenziosa e vuota”; entriamo in questo “Palazzo” dal pavimento lucido come ghiaccio, quasi una leggera vertigine si percepisce alla lettura, immagini forti e altamente evocative, come nel distico “Ci avvicinammo al cavallo. Era gigantesco, / Nero come un ferro. Un’immagine del potere stesso”. Infine, una chiusa, quell’ultima quartina, straordinaria, in cui i punti fermi alla fine di ogni verso conferiscono un andamento ostinato, perentorio, come una spada che incombe ad ogni “a capo”.

Devo essere sincero, non avevo mai sentito nominare questo poeta, solo dopo la notizia del Nobel e, questo è quello che ho percepito dopo attenta lettura, ma già a prima lettura mi ha fortemente colpito per la sua profondità e, solo apparente semplicità.

Purtroppo, attualmente abbiamo pochissimo di questo poeta in traduzione italiana: dieci poesie, tradotte dal prof. Buffoni e, una sola raccolta delle undici, difficilmente reperibile, Poesia dal silenzio, edita da Crocetti.

Auspico che, con il meritatissimo premio, si proceda al più presto alla traduzione in italiano e all’analisi critica dell’intero suo corpus poetico.

A cura di Emanuele Marcuccio

9 ottobre 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

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