“La voce narrante”, seminario di Stefano Benni e Umberto Petrin

 

Per tutte le info:

 

http://www.alcatraz.it

seminariobenni@gmail.com 

Tel. 347/0739799

“310307” di Mario Di Nicola, recensione a cura di Lorenzo Spurio

310307

di Mario Di Nicola

con prefazione a cura di Roberto Incagnoli

Lettere Animate Editore, 2012

ISBN: 978-88-97801-27-6

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ci si cambiava abbracci,

per rimanere uomini.

Il mare ci prestava lacrime.

(Da “Schiavi”)

La poesia di Mario Di Nicola è fortemente colorista e paesaggista. Ce ne rendiamo subito conto con la poesia che apre l’intera silloge, intitolata “Il mio paradiso” dove il canto d’amore alla donna è frammisto a una serie di riferimenti al mondo naturale. Interessanti le costruzioni strofiche che Di Nicola trasmette: il poeta, dall’animo sensibile e dalla capacità visionaria illimitata, è capace di “bere” il sole.. non tanto la sua materialità, ma la sua energia: “ne bevo il giallo calore”, scrive. In questo quadretto di panteismo naturalistico, i fili d’erba divengono i capelli dell’amata. La silloge è fortemente impregnata su questa visione naturalistica, a tratti esistenzialista, alla quale si coniuga la lode – a volte il rimpianto – nei confronti della donna amata.

Qual è il significato del titolo di questo libro? Si tratta di un codice, di una somma, di un costo? Non si sa. Di Nicola non lo chiarisce nel corso del libro e l’idea più semplice da imboccare è quella che si tratti di una data, l’ultimo giorno di marzo dell’anno 2007. Forse –dunque- queste liriche sono state scritte cinque anni fa o comunque in un periodo ad esso coevo, significativo per l’autore in quanto lo ha scelto come “etichetta” di questi suoi lavori.

La poesia di Di Nicola si offre al lettore in maniera semplice, spontanea…le varie strofe si susseguono in maniera fresca e cadenzata come un leggero venticello di primavera. Dalle poesie ne fuoriesce un uomo maturo, che ha affrontato periodi più o meno difficili nel suo trascorso terrestre, ma anche una persona riflessiva, meditabonda, altamente cosciente dei valori e delle grandi ricchezze – non materiali- alle quali, però, troppo spesso non diamo importanza:  “Lo stolto uomo/ mangia amore,/ saziandosi di povere portate,/ seduto,/ ad un tavolo senza commensali.”, scrive in “Un’altra vita”.

In conclusione è possibile sostenere che la poesia di Di Nicola, pur avendo una chiara matrice modernista (non tanto nella cura metrica-stilistica, ma nell’evocazione del mondo naturale, dei paesaggi e dei colori), in molti casi si svincola da questo mondo pluricromatico per farsi monocromatica e prediligere “le buone cose” per dirla alla Gozzano: immagini e avvenimenti semplici, quasi anonimi: una serata al porto, il ricordo sbiadito della nonna, una scena di circo o la ricorrenza patronale del proprio paese.

Numerosi e continui i riferimenti al paradiso, alla morte, alla necessità di desiderare e sperare, forse per allentare la consapevolezza che, prima o poi, ci sarà da fare i conti con il tempo immortale: “Questo vorrei fosse il paradiso/ Questo vorrei fosse il mio paradiso./ Questo vorrei fosse il tutto./ E sussurro gioia alla morte” (in “Sussurro”).

La poesia di Di Nicola, da qualsivoglia prospettiva critico-letteraria venga analizzata, è un positivo inno alla natura e con esso alla vita. Il messaggio è chiaro e trasuda da ogni poesia: l’uomo deve ritrovare la felicità e la spensieratezza dell’essere nelle piccole cose, attorniarsi della natura e bearsi di essa. In questo universo, riuscirà a sentirsi se stesso ma potrà identificarsi anche con il sole, con il mare o con un gabbiano: “E mi ritrovo ad essere un gabbiano,/ con il suo ultimo desiderio.” (in “Il gabbiano”).  Non si tratta di un mero pensiero fantastico o utopico, ma di una manifestazione sensoriale di un animo particolarmente sensibile e a contatto con l’Altro. Metamorfosi, cambi di identità, rinascite sono possibili solo adottando una visione ampia e immateriale del mondo. Di Nicola lo fa con autenticità e vigore.

Complimenti vivissimi all’autore.

La silloge è inoltre arricchita da delle fotografie di Antonella Ronzulli (curatrice di questa opere e poetessa) e di Stefano Gallo.

Chi è l’autore?

Mario Di Nicola nasce a Roma il 3/10/1970 e vive a Pescara con la moglie Paola e la piccola Veronica.

Le sue capacità letterarie sono apprezzate sia nelle liriche ermetiche descritte come eredità ungarettiana nel nostro tempo, sia nelle composizioni di musica e testi. Le sue liriche sono state inserite in varie antologie poetiche.

 

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Premiazione del I Concorso Letterario “TraccePerLaMeta”

Concorso Nazionale di Poesia “L’arte in versi” – verbale finale della giuria

I° CONCORSO NAZIONALE  DI POESIA “L’ARTE IN VERSI”

Edizione 2012

 Organizzato da

Blog Letteratura e Cultura

Rivista Segreti di Pulcinella

Rivista Euterpe

Blog Intingendo d’Inchiostro

20 Giugno 2012

 

La Commissione di Giuria del detto concorso, composta da Lorenzo Spurio, (curatore Blog Letteratura e Cultura, Direttore Rivista Euterpe, scrittore e critico letterario), Massimo Acciai (Direttore Rivista Segreti di Pulcinella, scrittore e poeta), Monica Fantaci (curatrice Blog Intingendo d’Inchiostro, vice direttrice della Rivista Euterpe, poetessa), Sara Rota (poetessa, recensionista), Emanuele Marcuccio (poeta e Curatore Editoriale di Rupe Mutevole Edizioni), Marzia Carocci (poetessa e critico-recensionista), Patrizia Poli (scrittrice, recensionista e curatrice di Laboratorio di Narrativa), Martino Ciano (scrittore), Annamaria Pecoraro (redattrice di Segreti di Pulcinella e Euterpe, poetessa), Iuri Lombardi (redattore di Segreti di Pulcinella e Euterpe, poeta e scrittore), Luciano Somma (poeta, autore di canzoni e critico d’arte)

 

 RENDE NOTO

 Tramite questo verbale, il giudizio finale di valutazione del concorso. Si ricorda che non esiste una graduatoria di merito e che per la pubblicazione dell’opera antologica del concorso abbiamo ritenuto segnalare i suddetti autori con le loro opere.

 

Poesia in lingua italiana

 

– Esiste in qualche luogo di ANNA ALESSANDRINO

– Non farò molto rumore di ELISABETTA AUDINO

– Lo scacco dei “lumi” di NADIA BERTOLANI

– Parole mi tengono legata di NICOLETTA BIELLO

– Il male di LUISA BOLLERI

– Il poeta e l’ingegnere di CRISTIAN BONOMI

– Pensieri di luce di COSIMO BOZZOTTA

– In salita di GIANNI CALAMASSI

– Creatura della notte di ADELE CAMPAGNA

– Fiori di campo di AURORA CANTINI

– Erano venuti dall’est di EMANUELA DI CAPRIO

– Alla finestra di ANNA MARIA FOLCHINI-STABILE

– Dalle foglie un sussurro di vita di ANDREA GATTI

– Rosa di sera di MASSIMO GRILLI

– Il mio Occidente di MAURIZIO LANDINI

– Stalle di legno di FAUSTO GIOVANNI LONGO

– Corri bambino di ANNA MARIA OBANON

– Siamo l’ultima stella della notte di FABRIZIO SANI

– Lezioni quarrantine di ROUSLAN SENKEEV

– Lunghissima attesa di GASPARE SERRA

– Ossari di RITA STANZIONE

– Melanconia di ELISABETTA TARDI

– Date a me di LENIO VALLATI

 

Poesia in dialetto

 

 

– Stidda d’amuri di ANNA BELLAMACINA

– ‘Ndo ce l’hai la coscienza? di PATRIZIA CHINI

– Gente pobura di GAVINO DETTORI

– Quando mai spiccia tuttu di FAUSTO GIOVANNI LONGO

 

Non ci sarà nessuna premiazione.

I segnalati e tutti gli altri partecipanti potranno acquistare l’opera antologica – nella quantità che vorranno – attraverso Internet. Tutte le indicazioni in tal senso verranno inviate a ciascun partecipante in tempi brevi.

Come previsto da bando di concorso, si ricorda che: “Eventuali proventi derivanti dalla vendita del volume antologico saranno regolarmente documentati e diffusi attraverso gli spazi in nostro possesso e saranno, comunque, destinati a finanziare future attività artistico-letterarie sempre all’interno dell’obiettivo principale della promozione culturale”.

Ogni autore segnalato verrà, inoltre, contattato personalmente per sottoscrivere la Liberatoria di pubblicazione.

 

Grazie per aver partecipato al Nostro concorso, al quale speriamo seguirà una nuova edizione.

 

Lorenzo Spurio, Presidente del Premio

Marzia Carocci, Presidente di Giuria

 

 

per info: blogletteratura@virgilio.it

“Graffio d’alba” di Lenio Vallati, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Graffio d’alba

di Lenio Vallati

Bastogi Editrice Italiana, 2011

con prefazione di Lia Bronzi

con postfazione di Marzia Carocci

ISBN: 978-88-6273-373-1 

Costo: 14,00 Euro

 

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Ho avuto il piacere di conoscere di persona Lenio Vallati solo negli ultimi mesi. E’ un poeta e scrittore di Sesto Fiorentino che ha all’attivo varie pubblicazioni, oltre a numerosissime attestazioni di merito e premi in vari concorsi letterari nazionali. Ho avuto la fortuna di leggere la sua ultima “fatica”, un romanzo breve dal titolo Graffio d’alba, ambientato nella sua città d’origine, Sesto Fiorentino. Devo osservare che è difficile dire qualcosa su questo romanzo evitando di svelare troppo al lettore. E’ sicuramente una lettura avvincente, un romanzo che va letto e sul quale va riflettuto molto. La storia contenuta, incentrata su un “cambio d’identità” e che sembrerebbe essere di derivazione pirandelliana, sviluppa, invece, una drammatica ma pertinente analisi della società a noi contemporanea. La narrazione, infatti,  parte dal desiderio di un uomo frustrato che, pur avendo ereditato una fiorente industria dal padre, si trova in miseria dopo essere fallito sia da un punto di vista professionale che personale. Questa rovina è di certo motivata – come lo stesso Vallati riferisce in più punti del romanzo – alle difficoltà odierne del mercato economico: recessione, aumento del prezzo del petrolio, concorrenza spietata e la massiccia avanzata del mercato cinese. Capiamo leggendo, però, che alla perdita dell’azienda e della sua ricchezza hanno contribuito anche lo scarso spessore del personaggio principale, la sua mancanza di autorevolezza nel gestire gli affari – a differenza di suo padre- o, detta in parole semplici, la mancanza di stoffa nel sapersi destreggiare con la sua attività. Il personaggio, infatti, ha preferito evitare atteggiamenti spregiudicati e discriminatori all’interno della fabbrica, evitando licenziamenti o misure restrittive con il desiderio di salvare l’intera classe dei dipendenti. Una decisione che, però, finisce per essere sprovveduta anche se motivata da un animo buono e filantropico. L’azienda fallisce, la vergogna e il disonore del’ex dirigente è tanta che preferisce partire da quella città e andarsene per sempre, lasciando anche la propria famiglia alla quale non dà indicazioni su dove sia andato e perché abbia fatto un gesto come quello. Questo mi fa pensare alle vicende del salumiere Franco Giacobetti, alias Renato Pozzetto, nel film “Mollo tutto” che ad un certo punto della sua vita – stanco del lavoro e della famiglia in cui ognuno pensa a se stesso – lascia lavoro e famiglia, senza dar spiegazioni a nessuno. Nel romanzo di Vallati il personaggio principale, un ex industriale, è attento a costruire la sua nuova identità di barbone. E’ un vagabondo, però, atipico: non denigra il suo stato – che si è scelto autonomamente – ma lo vive con autenticità; è un barbone dall’animo sensibile che ama pensare, riconsiderare le cose, socializzare e darsi all’altro. Inizia così per lui una nuova vita, a Sesto Fiorentino, prima periferia del capoluogo toscano, dove vivrà come barbone, per le strade e in cerca di coperte nei cassonetti. In questa dimensione di indigenza e precarietà, però, riuscirà a riscoprire la bellezza della vita, l’importanza del tempo e addirittura a bearsi della natura come una sorta di San Francesco che da ricco figlio di mercanti di stoffe vende i suoi averi per vivere in povertà, dimensione nella quale riesce a riscoprire Dio e se stesso.

Il libro è carico di un’aspra critica sociale nei confronti della società a noi contemporanea dominata dalla crisi economica, dalla disoccupazione, dalle tragedie degli imprenditori che a causa della chiusura delle loro fabbriche decidono di suicidarsi. Vallati dà una soluzione diversa e quanto mai al limite per esistenze che si trovano dall’oggi al domani private di tutto. Non riesco, invece, a comprendere completamente il comportamento che il personaggio ha nei confronti della sua famiglia: la abbandona come si abbandonerebbe un cane anche se poi nel corso del tempo ha modo di ripensare ad essa e rimpiangerla. Perché un uomo fallito, senza lavoro ma con una bella famiglia decide di abbandonarla e starsene da solo? La trovo questa una scelta poco felice; sarebbe, forse, stato di gran lunga migliore che tutta la famiglia diventassero dei barboni vaganti per la città senza necessariamente che la moglie e il figlio – oltre a sentire il disagio economico – sentissero anche quello affettivo dovuto alla privazione del coniuge/padre.

Trovo ad esempio abbastanza facile e intuitivo cercare una causa nell’abbandono della famiglia nel film di Pozzetto sopra citato che, invece, non riesco a trovare in questo romanzo di Vallati. La decisione di fuga e di abbandono, ai miei occhi si configura come un gesto d’impeto motivato da un chiaro egoismo e –se vogliamo- pura sconsideratezza. E’ chiaro poi – e la storia ne dà testimonianza – che non è il fuggire da un qualcosa la chiave di volta della risoluzione di un problema.

Ma il messaggio di Vallati, sostenuto da un linguaggio chiaramente poetico, vuole essere – credo- positivo e speranzoso: l’uomo non è un “animale sociale” ma un’esistenza che si caratterizza di cultura; è per questo che il suo personaggio – pur essendo un barbone e vivendo un’esistenza indigente –  ama la lettura e in maniera particolare la poesia. All’uomo –ricco o povero che sia- è dato di pensare, amare e costruire un qualcosa. L’identità in tutto questo, è qualcosa di illusorio e insignificante: non siamo semplicemente i figli dei nostri genitori o i cittadini del nostro paese natale, ma siamo chi vogliamo, possiamo essere miliardari ma fare la vita da barboni, possiamo essere ricchi materialmente ma sterili d’animo. All’uomo sta cercare il proprio percorso più congeniale o cambiare strada per modificarsi, ricrearsi, riadattarsi o semplicemente “rinascere”. Il romanzo di Vallati è una fine rappresentazione di come una metamorfosi sociale può avvenire nella nostra contemporaneità.

 

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

“L’ombra dell’anima” di Sandra Carresi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

L’ombra dell’anima

di Sandra Carresi

con prefazione di Katia Petrassi

Editrice Urso, Avola, 2012

ISBN: 9788896071632

Prezzo: 9,50 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

 Chissà quando questo fiume

bacerà il mare,

con quanta nostalgia

ricorderà la salita.

(Da “Eppur è amore, p. 10-11)

Dopo “Dalla vetrata incantata” (Lulu Edizioni, 2011) Sandra Carresi torna con una nuova silloge di poesie, introdotta da Katia Petrassi, redattrice del sito “Racconti Oltre”, ideato da Luca Coletta e sul quale Sandra Carresi pubblica ogni settimana poesie e racconti brevi.

La prima impressione che si ha approssimandosi a leggere questo libro, complice la copertina – che, però, non è stata scelta dall’autrice- è che il contenuto sia principalmente volto all’analisi della componente emotiva e psicologica della poetessa, specchio della donna contemporanea. L’anima, come esplica il titolo, ha un’ombra, una zona liminare, di confine, difficile da individuare. Una sorta di alone onnipresente che funge da involucro e che la protegge ma che è allo stesso tempo un ulteriore riflesso della complessità umana di sentimenti, sensazioni, ricordi. E’ con questa prospettiva che ho iniziato la lettura di questo libro – fino per la quantità di pagine ma enorme per la stupefacente capacità di Sandra Carresi di mettere nero su bianco il vissuto.

La silloge si apre con una poesia brevissima dal titolo “Non vengo a trovarti” nella quale la poetessa si lascia andare a un ricordo particolarmente vivido in cui l’uso del condizionale ci fa intendere che qualcosa non è andato come avrebbe voluto. L’impossibilità della poetessa di “ritrovare” la persona è forse dovuta a un episodio amaro che nel frattempo è accaduto di cui Sandra Carresi non parla ma che non abbiamo difficoltà a capire.

Sono numerose le poesie qui raccolte che celebrano la natura, sia essa vegetale che animale, fiorente quasi a voler sottolineare come in un mondo frenetico preso dalle logiche del mercato e dominato da individualismi e comportamenti utilitaristici, la natura rappresenta ancora quel mondo felice, incontaminato nel quale poter immergersi per riscoprire la tranquillità. La natura va dunque osservata, interpellata ed è necessario intrattenere con essa un dialogo costante come, appunto, la poetessa fa nelle liriche “Il Tiglio” o in “Poiana” in cui la vista di un veloce rapace che vola, volteggia e poi fugge, ricorda alla poetessa il tempo vitale che sfugge e che termina con la morte.

Come avevo avuto modo di osservare nella prefazione a “Dalla vetrata incantata”, la poetessa è una attenta descrittrice della natura e in maniera particolare nel suo continuo riferirsi o richiamare la primavera si evidenzia l’importanza dei cicli di rinascita, del fiorire di una nuova realtà, del riappropriarsi di una vita dopo un momento difficile o di calma apparente. La natura, i cicli stagionali, l’acqua, le stelle, l’attenzione per le varie tinte, mi consentono di affermare che la poesia di Sandra Carresi è di stampo modernista, suggestionata appunto dalla grande ricchezza naturale ma lo è anche nel contenuto stesso delle liriche. Ciò che ne fuoriesce è un fine encomio nei confronti della Madre Terra, intesa come divinità primordiale e in tutte le sue manifestazioni “pratiche”: la Natura, appunto, ma anche la Donna, il suo sentire, la sua femminilità, il senso di maternità, il legame alla terra. E questi due aspetti si fondono in una lirica, “Il Passo” dove scopriamo un sentimento panico di identificazione della donna con la natura: “E Io…,/ che sono/ donna, farfalla,/ pantera e sirena” (p. 46).

Dalle pagine di questo libro traspaiono anche momenti forti e difficili che la poetessa ha dovuto affrontare durante la sua vita: “mi sono alzata a fatica/ ero ferita” (p.12) scrive in “I giganti”. Sono state prove della vita, decisioni di un destino beffardo, infide casualità che di certo hanno fatto di lei una donna più matura, saggia, consapevole. Sono “giganti” che appartengono al passato, perché vinti, ma come osserva “Io, non dico mai sconfitti/ potrebbero ritornare” (p.12).

Numerosi e interessanti i riferimenti e gli omaggi ai familiari della poetessa, come al coniuge in “Sto con il re del mondo” o al figlio in “Un laboratorio di idee”, metafora di uno spazio un po’ caotico dominato da matite e libri eco-design che un po’ infastidiscono la poetessa, non tanto per il loro disordine, ma perché occupano i pensieri e la vita di suo figlio, quasi a sentire una velata gelosia: “Forse,/ loro ne sanno/ più di me/ sui tuoi sogni,/ e questo disturba/ la mente e/ mortifica il mio cuore” (p. 15). La figura del figlio ritorna in un’altra lirica, una delle più belle dell’intera silloge, in cui il ragazzo veste i panni del “Re di quadri”, un amante dell’arte, ricco di idee e progetti, un poco disordinato ma amorevole per il suo atteggiamento con la madre.

La poetessa ferma il tempo prendendo degli attimi e trasponendoli sulla carta: “Prima che/ la sera tolga/ la luce a questa/ gelida giornata,/ voglio fotografare con/ gli occhi della mente,/ questo momento di vita” (p. 40). Li seleziona, li cristallizza, quasi per renderli eterni come in “Questa notte”, una lirica densa di tonalità che si allineano e uniscono con i suoi sentimenti fino ad osservare “Questa notte/ è intraprendente./Il suo scuro/ e vellutato mantello,/ questa notte/ avvolge/ anche me” (p. 22-23).

Interessante la riflessione che Sandra Carresi fa in “Le parole”: le parole scritte e le parole pronunciate – anche se sono le stesse- non hanno uguale significato. L’apporto gestuale, mimico, espressivo, sono decisivi nella comunicazione di un messaggio. Difficile stabilire dallo scritto il tenore di una comunicazione mentre dal parlato, dalla vicinanza con l’interlocutore, siamo in grado di individuarne il messaggio: “la lama o il bacio” (p. 34).

Chi è l’autrice?

Sandra Carresi è nata a Firenze. Ha lavorato all’ARCI di Firenze fino al 2011, anno in cui è andata in pensione. Molte delle sue poesie e racconti sono state pubblicate sul sito letterario Racconti Oltre e sul suo blog personale. Ha pubblicato varie raccolte di poesia: “L’ombra dell’anima” (Editrice Urso, Avola, 2012), “Dalla vetrata incantata” (Lulu Edizioni, 2011), “Una donna in autunno” (Ilmiolibro, 2010) e alcune raccolte di racconti: “Ritorno ad Ancona e altre storie”, scritto assieme a Lorenzo Spurio (Lettere Animate Editore, Martina Franca, 2012), “Non mi abbraccio, mi strizzo” (Ilmiolibro, 2009), “Battiti d’ali nel mondo delle favole”, scritto assieme a Michele Desiderato (Il miolibro, 2008).

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“I giorni, le ore” di Paola Surano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

I giorni, le ore

di Paola Surano

Editrice Urso, Avola, 2012

ISBN: 9788896071885

Costo: 9,50

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

..e ti ritrovi a contemplare

sprazzi della tua vita

senz’ordine e senza ragioni.

E tuttavia ti emozioni.

(Da “Il Passato”, p. 29)

La poesia di Paola Surano risulta al lettore estremamente piacevole perché fresca e attuale nei contenuti e perché la poetessa è capace di cogliere dal mondo che la circonda una serie di suggestioni che provengono da differenti campi dell’esperienza: il ricordo del passato che aziona nella mente un fulmineo e immateriale flashback, la celebrazione di paesaggi incontaminati dall’uomo nei quali – pure – si ravvisa una presenza religiosa, le serate di musica jazz e tanto altro.  In questo percorso, il tempo è cruciale come indica lo stesso titolo della raccolta “I giorni, le ore”. Il primo componimento dal titolo “I giorni” è uno spaccato di quotidianità: ci sono giorni felici, altri tristi, alcuni in cui siamo in dolce compagnia, altri in cui sprofondiamo in una tetra solitudine ma per quanto possiamo trascorrere momenti “tetri senza sorriso”, si ravvisa sempre un fondo di luce buona, “ e nonostante, viviamo” (p. 7). Si capisce dalla prima lirica che la poetessa ha una grande coscienza del valore della vita che, appunto, con questa ricca silloge, celebra in maniera lodevole.

Si potrebbe azzardare col dire che la poesia di Paola Surano sia di tendenza crepuscolare, vedendo in questa accezione non tanto descrizioni di quadretti mesti di situazioni di dolore o di vittimismo o di quella che Gozzano definì “le buone cose di pessimo gusto”, ma nella semplicità delle immagini che la poetessa narra: un bambino che si stupisce del volo di una farfalla, un viandante instancabile che non dà valore al suo tempo mortale, un uomo al mare che, solo, getta sassi verso l’acqua, quasi con un moto di ribellione nei confronti del suo stato. La solitudine, in effetti, ritorna più volte nel corso dell’intera silloge, quasi a voler ricordare come l’uomo, pur essendo spesso attorniato di gente, può sentirsi psicologicamente solo, in balia dei suoi soli ricordi: “Io so come è vuota la mente/ come è fredda l’anima/ quando è sola” (p. 10). La più chiara espressione di sensibilità crepuscolare della Surano, un miscuglio di realismo amaro attraversato da spiragli di luce e speranza, si ritrova forse in “Come un giardino in inverno” dove in mezzo a tanto freddo, foschia, buio e desolazione, la poetessa scorge “solo qualche sempreverde” (p. 13).

“Serata jazz” si discosta, invece, da questa impostazione quasi che per la sua carica sonora, energica e dirompente possiamo avvicinarla a una poesia futurista: “[le note] che si innalzano/ si rincorrono, si fondono/ s’assottigliano/ s’assomigliano” (p. 16). I versi scandiscono un incedere impetuoso e cadenzato che ci fa immaginare molto bene la situazione alla quale Paola Surano si è ispirata.

In “Ti ho aspettato” si respira il senso di angoscia misto a un fremito d’impazienza della poetessa nei confronti di un qualcuno, l’attesa logorante è però mitigata dalla vista delle stelle in cielo che sembrano quasi traghettare l’animo della donna verso il finale molto positivo. Le stelle per Paola Surano non sono una semplice rappresentazione della grandezza del nostro Creatore ma molto di più: rappresentano quella parte di mondo che è altra da noi, lontana anni luce, difficilmente identificabile ma che ci dà luce, ci fa interrogare e la cui presenza è per la poetessa necessaria (non a caso il titolo di una sua precedente silloge era proprio “Alla luce di un’unica stella”, Ibiskos Editrice, 2000, da me recensito qui).

La poetessa ci fa fare un viaggio nel tempo: un percorso tra i momenti passati rievocati attraverso dei flashback (in particolare nella poesia “Il Passato”, p. 29) che, forse, portano con sé un po’ di nostalgia e rammarico, nel presente liquido che sfugge, difficile da definire e da afferrare come vorremmo, nel futuro imperscrutabile in cui in ogni secondo il presente si trasforma (“non sapevi che il futuro non si aspetta/ non sapevi che il futuro va vissuto: poi è subito passato”, p. 26): ci sono analessi, prolessi, accelerazioni e rallentamenti come se ci trovassimo in un romanzo picaresco. In “Dopo di te” Paola Surano osserva “e il tempo passa/ troppo lentamente” (p. 25). E’ sempre così quando dobbiamo riscrivere la nostra realtà dovendo far a meno di qualcosa o qualcuno che è venuto a mancare per sempre.

E in effetti le poesie di Paola Surano sono un continuo miscuglio di tempi ormai andati, di altri a venire e di quello che ci è toccato di vivere al presente, quasi che la caratterizzazione di passato-presente-futuro stia troppo stretta alla poetessa che, invece, ama fare continue e preziose incursioni nel tempo andato o pensieri di speranza nel tempo a venire. Il presente così non è altro – come aveva già sostenuto S. Agostino partendo da altre considerazioni – il tempo unico dal quale tutto diparte: passato e futuro sono proiezioni della mente, il primo non possiamo riprendercelo, il secondo non possiamo conoscerlo se non fantasticando.

Non manca nella silloge una chiara attenzione della poetessa nei confronti del sociale, ravvisabile ad esempio in “Distratta-mente” dove a un mondo televisivo patinato fatto di sponsor e di belle immagini ritoccate che pubblicizzano prodotti (chiaro riferimento al consumismo esasperato) si stagliano, invece, immagini di derelitti, poveri, scene da vera tragedia greca “fiumi di sangue, aerei impazziti/ i carri armati/ -e gli uomini bomba!” (p. 17). Forte il tema sociale anche in “Solo un elenco” (p. 42) nella quale Paola Surano ricorda il clima rivoltoso, sessantottino, la propaganda femminista ma anche il clima di terrore degli anni ’70 “terrorismo, BR, gambizzati/ morti ammazzati, rapimenti/ avvertimenti” (p. 42). Segno di una Italia ormai distante e che, forse, in troppi hanno finito per dimenticare.

La silloge si arricchisce di quadretti paesaggistici multicolori dei quali ci sono dati anche le sensazioni che provengono dall’udito e dall’odorato: “Di luce di albe rosate/ e tramonti infuocati/ scrivo/ di colori e profumi/ che abbiamo conosciuto” (p. 23).

Paola Surano ci accompagna in un mondo che a una prima vista potrebbe sembrare triste e monocromatico ma che evidenzia, invece, il potere della speranza, la grandezza del sentimento e l’importanza di credere in noi stessi. Sono poesie che generalmente partono da uno sguardo attento ma critico nei confronti di una realtà abbandonata, in stasi (un giardino in inverno) o, diversamente da un evento in moto (una tempesta) per giungere però alla comprensione che il mondo è fatto di luci ed ombre, di gioie e dolori, donandoci così una stupenda esegesi delle nostre esistenze terrene. Il messaggio che ne fuoriesce è estremamente positivo: siamo padroni di noi stessi e siamo noi a contribuire al nostro destino: “Il mondo aspetta di essere inciso/ dall’orma dei tuoi passi” (p. 40) è il promettente invito che la poetessa fa a un bambino appena nato ma che, credo, si rivolga a ciascuno di noi, qualsiasi sia la nostra età o la nostra cultura.

Chi è l’autrice?

Paola Surano è nata a Busto Arsizio, dove ha svolto per trentacinque anni la professione di avvocato; in pensione dal 1 luglio 2011, continua a svolgere l’attività di giudice tributario presso la Commissione Tributaria Provinciale di Varese. Scrive poesie e racconti dagli anni del liceo classico e ha “avuto il coraggio” di togliere le sue poesie dal cassetto negli anni ’90, sulla spinta del gruppo “Scrittodonna” attivo presso il Liceo Pascal di Busto che pubblicava annualmente un “Agendario” dove venivano inserite poesie a margine dei giorni della settimana. Partecipa a vari concorsi di carattere nazionale, ottenendo lusinghieri riconoscimenti. Ha pubblicato tre raccolte di poesie “Alla luce di un’unica stella” (Ibiskos Editrice, 2000), “La vita in sottofondo” (Pensa Editore, 2011) e “I giorni, le ore” (Editrice Urso, 2012) e un libro di racconti “Nell’anima/nel mondo” (Oceano Editore, 2000).

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA RECENSIONE IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Concorso Letterario Rivista “Segreti di Pulcinella”

in occasione dei festeggiamenti per i 10 anni dell’attività della rivista

organizza il

Concorso Letterario Rivista “Segreti di Pulcinella”

 

..festeggia i dieci anni della Rivista con noi!!!

 La rivista “Segreti di Pulcinella” è nata a Firenze nel 2003 per volere di Massimo Acciai e Francesco Felici. Si è sempre occupata delle varie branche della cultura: letteratura, saggistica, musica, pittura, filosofia ed ha sempre accolto a braccia aperte nuovi collaboratori, sparsi in tutta Italia e all’estero. Nel corso degli anni l’organigramma della redazione si è andato ampliando; sono state numerose le collaborazioni e le partecipazioni a questo progetto culturale. Sulla rivista hanno, inoltre, scritto penne famose quali Massimiliano Chiamenti, Mariella Bettarini, Federica Bosco, Monia B. Balsamello ed altri.

BANDO DI PARTECIPAZIONE

 

-1- Il concorso è aperto a tutti gli scrittori italiani e stranieri, purché presentino opere in lingua italiana. Composizioni in dialetto non verranno prese in considerazione.

-2- Il concorso è a tema libero e completamente gratuito.

-3- Il concorso si articola in tre sezioni:

SEZIONE A – POESIA: un solo testo, massimo 30 versi

SEZIONE B – RACCONTO BREVE: un solo testo, massimo 3 cartelle

SEZIONE C – SAGGISTICA: un solo testo, massimo 3 cartelle

 -4- Non verranno accettati testi che presentino elementi razzisti, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza, alla discriminazione di alcun tipo.

-5- Gli autori si assumono ogni responsabilità in ordine alla paternità degli scritti inviati esonerando la rivista “Segreti di Pulcinella” da qualsivoglia responsabilità anche nei confronti dei terzi. Gli autori devono dichiarare di possedere a pieno i diritti sull’opera che presentano.

-6- Per partecipare al presente concorso, ciascun autore dovrà inviare le proprie opere e la scheda di partecipazione in formato digitale (in Word) compilate e scannerizzate all’indirizzo di posta elettronica segretidipulcinella@hotmail.it entro la data del 20 Gennaio 2013.

-7- Ciascun autore, nell’allegato contenente le proprie opere, deve inserire il proprio nome, cognome, indirizzo, recapito telefonico, indirizzo e-mail, la dichiarazione che l’opera è frutto esclusivo del proprio ingegno, la dichiarazione che l’autore ne detiene i diritti e l’espressa autorizzazione al trattamento dei propri dati personali ai sensi del D.lgs. n. 196/2003, compilando la scheda allegata al bando.

-8- La Commissione di lettura e valutazione dei testi è composta da una Giuria della quale fanno parte Massimo Acciai (direttore della rivista “Segreti di Pulcinella”, poeta e scrittore), Lorenzo Spurio (vice direttore della rivista “Segreti di Pulcinella”, scrittore, critico letterario e direttore della rivista “Euterpe”), Alessandro Rizzo (vice direttore della rivista “Segreti di Pulcinella”, scrittore e direttore della rivista “Le voci dell’Agorà” ), Iuri Lombardi (poeta, scrittore e redattore della rivista “Segreti di Pulcinella”), Annamaria Pecoraro (poetessa e redattrice della rivista “Segreti di Pulcinella”), Rossana D’Angelo (poetessa, scrittrice e redattrice della rivista “Segreti di Pulcinella), Ivana Orlando (poetessa, collaboratrice della rivista “Segreti di Pulcinella”), Adriana Gloria Marigo (poetessa), Cristina Vascon (poetessa),  Maria Lenti (poetessa, scrittrice, critico), Sara Rota (poetessa, recensionista).

Il giudizio della Giuria è definitivo e insindacabile.

-9- Il concorso è finalizzato alla pubblicazione di un’opera antologica che verrà pubblicata con codice ISBN per celebrare i dieci anni d’attività della rivista. Nell’antologia verranno pubblicati i testi dei primi tre vincitori di ciascuna sezione e di quelli di alcuni autori segnalati. L’antologia, inoltre, conterrà dei testi apparsi sulla rivista “Segreti di Pulcinella” durante questi dieci anni, per tracciare un po’ la storia della stessa e sottolineare le varie collaborazioni con la rivista tra cui testi degli organizzatori stessi del Concorso.

-10- E’ prevista una cerimonia di premiazione del concorso nella quale si festeggeranno i dieci anni d’attività della rivista. La cerimonia si terrà a Firenze in data e luogo da stabilirsi. Verranno proclamati un vincitore, un secondo e terzo classificato per ciascuna sezione. A giudizio della commissione giudicante, potranno essere segnalati anche altri autori. Al primo vincitore di ciascuna sezione verrà dato il diploma e una copia gratuita dell’Antologia. Ai secondi e terzi vincitori verrà dato il diploma e a tutti gli autori segnalati verrà dato diploma di segnalazione.

-11- L’Antologia potrà essere acquistata il giorno della premiazione – nella quantità richiesta- dietro ordinazione fatta alla segreteria della rivista oppure potrà essere acquistata online (i siti e i link per raggiungere il libro verranno poi forniti).

-12- Gli autori, per il fatto stesso di inviare le proprie opere, dichiarano di accettare l’informativa sulla Privacy ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 30 giugno 2003.

-13- Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al presente concorso, autorizzano la rivista “Segreti di Pulcinella” a pubblicare le proprie opere sull’antologia, rinunciando, già dal momento in cui partecipano al concorso, a qualsiasi pretesa economica o di natura giuridica in ordine ai diritti d’autore ma conservano la paternità delle proprie opere.

-14- Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al presente concorso, accettano integralmente il contenuto del presente bando.

Per richiedere il bando in formato pdf comprensivo della scheda di iscrizione al concorso, scrivi qui:  segretidipulcinella@hotmail.it

“Le voci della memoria” di Anna Scarpetta, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Le voci della memoria

di Anna Scarpetta

Ismeca Libri, Bologna, 2012

ISBN: 978-88-8810-039-3

Prezzo: 12 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

La caratteristica principale di questa silloge di poesie di Anna Scarpetta, celebre poetessa di origini napoletane, sta nel fatto che l’origine della gran parte delle sue liriche si collochi nel ricordo del passato, di alcuni momenti comuni e rituali che appartenevano a una sua età passata. Questo ricordo, palpabile pagina dopo pagina, a tratti trasfonde una sensibilità nostalgica e quasi crepuscolare, altre volte, invece, è il motivo d’indagine sociale del presente. La prima poesia raccolta nella silloge, “Le voci della memoria”, quella che dà il nome all’intero libro, ci inserisce subito in questa dimensione: il ricordo è forte e sempre vivo “ad ogni stagione, ogni amaro inverno, sempre” (p. 9). Il ricordo, sembra suggerire la poetessa, ci appartiene sempre, anche quando non ne siamo consapevoli ed è la somma di tutti i ricordi, di quelle pietre preziose, che danno senso al nostro esistere.

“Io sono qui” si configura come una sorta di preghiera laica nella quale Anna Scarpetta sottolinea l’importanza del hic et nunc: sono qui ora, penso, rifletto, mi faccio domande, considero il nulla, vaglio il mistero, sempre consapevole di quella cosa che ogni secondi si autodistrugge, il tempo. E’ questa una presenza costante nelle poesie di Anna Scarpetta: il tempo presiede ed osserva tutto, invisibile e a volte impercettibile e, come la morte –che poi è la fine del tempo-, è un’entità che ci rende umani e tutti uguali: “così tu, alla fine, tempo/ sei uguale per tutti dovunque” (p. 11).

Le liriche della poetessa ci consegnano una poesia vivida e riflessiva, solo a tratti filosofica, di semplice lettura, frutto di un’attenta e continua analisi dell’inconscio di una donna ricca dentro, consapevole del trascorso del tempo e che ha fatto e fa tesoro dei momenti passati, per imprimerli sulla carta. E’ un tentativo, questo, di affrescare la vita anche se – come sostiene lei stessa- “ci vorrebbe un’altra vita/ per capire cos’è la vita” (p. 12).

Anna Scarpetta è una donna che non rifugge il passato, né che ci ha litigato, ma che ci dialoga, lo interroga e lo richiama quasi che esso fosse lì, personificato, davanti ai suoi occhi. E’ un passato fatto di gioie e dolori, come quello di ognuno di noi ma che in più punti appare come una grande mamma che accoglie, riscalda, protegge con la sua “calda memoria” (p. 14).

Un interessante omaggio e lode al nostro paese è contenuto in “Italia bella patria” dove si fa riferimento alla grandezza del popolo italiano e dei suoi uomini illustri. Il canto dell’inno è –forse- il momento in cui l’Italia si riscopre fiera della sua italianità; per la Scarpetta l’Italia è “bella e sospirosa” (p. 18), segno forse che c’è qualcosa negli italiani che provoca disinteresse, tormento, affanno e credo non sia errato leggere in questa caratterizzazione un riferimento alla presente crisi economica, causa di tanti disagi sociali. E’ infatti forte il tema sociale in “Soffrono i bambini del mondo”, un canto accorato dai toni cupi e mesti che parla di bambini orfani, soli, non amati, abbandonati, affamati, che la poetessa affida nelle mani della Madre: “avvolgi e consola” (p. 21). Nella figura della Madre va vista la Vergine, la nostra madre celeste ma anche la Madre Terra, la divinità precristiana che si identificava con la Terra e ogni manifestazione attiva nella natura.

Scorrendo da una poesia all’altra la poetessa mantiene un dialogo continuo con il dio Chronos “con il suo sguardo regale di marmo” (p. 23)

La Scarpetta è una donna che dà tutto alla poesia e che, al tempo stesso, da essa riceve tutto. La poesia è fonte di conoscenza del mondo e di noi stessi, dà senso alle cose ma sa anche “lenire in silenzio e quietare il dolore/ di chi si accusa con colpa e patisce” (p. 24).

Nella bellissima poesia “Chi siamo noi” la poetessa risponde che siamo dei sognatori, dei lavoratori, delle anime sensibili. Siamo ammassi di memorie, eredi del passato, viaggiatori.

In “Verranno tempi migliori” si respira, forse, l’atmosfera più ottimista e speranzosa dell’intera silloge: la poetessa intravede tempi più felici e prosperi per tutti che saranno capaci di soprassedere alle logiche materialistiche e personalistiche dell’oggi (narcisismo, consumismo) attraverso la fede, unica vera arma di salvezza. In “Il tempo  è di Dio”, Anna Scarpetta ci ricorda che il tempo non è nostro ma che “è innanzitutto di Dio” (p. 32) e che ci è dato sotto forma di un regalo. C’è l’implicito avvertimento a non sprecarlo, a dargli il giusto valore e a utilizzarlo bene. Rallentamenti, ellissi, retrospezioni, acceleramenti sono segni dell’utilizzo umano del tempo mentre il Signore ce lo ha affidato come una materia bianca, compatta e unica.

La poetessa è talmente coraggiosa di prevedere anche uno scenario futuro che la riguarderà nella poesia “Quando vacillerà la mia memoria”: quando la memoria verrà meno – e con essa tutti i vari ricordi- allora non sarò niente ed avrò perso tutto; in un’altra poesia osserva “voglio ricordare tutto, senza azzerare mai nulla”.

Degna di nota la poesia che Anna Scarpetta dedica ad Anna Frank, la povera ragazza olandese nascostasi con la sua famiglia nell’appartamento di Prinsengracht  ad Amsterdam per vari mesi prima di essere scoperta e mandata in un lager. Con un ricco complesso aggettivale, la Scarpetta ripercorre i vari momenti dell’esistenza della ragazza, dalla giovinezza spensierata e felice mai avuta che, in altri contesti, le avrebbe di sicuro consentito di sviluppare una vita di soddisfazioni e di gioie terrene.

Grazie ad Anna Scarpetta per questo bellissimo percorso che ci fa fare. La sua scrittura ha un leggero andamento narrativo, quasi che il verso le stia un po’ stretto per raccontarsi. E’, infatti, una donna che ha tanto da narrare e da donare – tramite la scrittura – agli altri.

Chi è l’autrice?

Anna Scarpetta è nata nel 1948 a Pozzuoli (Na). Si è poi diplomata Perito ragioniere a Napoli, dove ha vissuto molti anni e dove ha studiato presso la Scuola di recitazione e spettacolo di Napoli. Ha lavorato a Milano presso la Rete Ferroviaria Italiana ed attualmente risiede a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, narrativa e saggistica. Ha collaborato con numerose e prestigiose riviste culturali, è stata presidente onorario per la Città di Napoli del MOPEITA (Movimento per la diffusione della poesia in Italia), è membro Honoris Causa a Vitae del Centro divulgazione Arte e Poesia; ha ottenuto numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari. E’ presente in numerose Antologie di poesia contemporanea e ha già pubblicato Poesia (liriche, Ed. Gabrieli, 1985), Frantumi di tempo (poesie, Ed. Lo Faro, 1991), L’altra dimensione della vita (poesie, Ed. Libroitaliano World, 2004).

 

A cura di Lorenzo Spurio

 E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

In uscita “Nella terra della nuvola bianca” di Sarah Lark

Sarah Lark

Nella terra della nuvola bianca

Sonzogno, pp. 511, € 18.50

 

Il 13 giugno arriva finalmente in Italia, in libreria e in ebook, il primo romanzo di Sarah Lark, autrice della saga ambientata in Nuova Zelanda che ha conquistato il pubblico tedesco, con oltre un milione di copie vendute, e da un anno è in vetta alle classifiche spagnole.


Per cominciare a “viaggiare con la mente e con il cuore” (Brigitte) in questa terra incantata, Sonzogno regala ai suoi lettori un’anteprima ebook, che contiene un estratto del libro, un’intervista all’autrice e un’affascinante selezione fotografica della Nuova Zelanda. Per scaricarlo gratis clicca qui

La stampa europea ha definito Nella terra della nuvola bianca

“La storia senza tempo di una straordinaria amicizia al femminile. L’affresco vibrante e accurato di un’epoca in bilico tra tradizione e modernità” – El País
“Una saga epica e romantica sulla cultura dei Maori e la colonizzazione della Nuova Zelanda”  Der Spiegel

“La migliore letteratura di viaggio: da assaporare durante le vacanze” – Nurnberger Nachrichten

E tu che ne pensi? Segui il romanzo su Facebook e condividi la tua esperienza con gli altri lettori!

Le montagne svettavano oltre le nubi, sembrava che fluttuassero in un ovattato candore. Si racconta che i primi uomini ad arrivare in canoa dalla Polinesia si trovarono di fronte a questa stessa visione. Per questo il nome maori della Nuova Zelanda è Aotearoa, la Terra della nuvola bianca.

Intorno a me ampi paesaggi di infinita bellezza, ma a tutta questa magnificenza manca un centro che porti luce e amore nella mia vita. Sì, vorrei una donna pronta a intrecciare il suo destino con il mio. Potreste essere voi questa donna?

Londra, 1852. Due giovani donne diversissime tra loro ma accomunate da una grande senso dell’avventura e dalla passione per la libertà, si imbarcano dirette in Nuova Zelanda e ben presto stringono un’amicizia destinata a durare per sempre. Per entrambe questo è l’inizio di una nuova vita come future spose di due uomini che non conoscono ma che rappresentano per loro un sogno di emancipazione e di romanticismo. Gwyneira, di origini nobili, è promessa al figlio di un magnate della lana mentre Helen, istitutrice di professione, ha accettato la proposta di matrimonio di un contadino. Gwyneira e Helen seguono il loro destino in una terra che ha i colori e i profumi del paradiso. Ma riusciranno davvero a trovare l’amore e la felicità dall’altra parte del mondo?

Sarah Lark ha lavorato per molti anni come guida turistica e ben presto si è innamorata della Nuova Zelanda che l’ha stregata con i suoi paesaggi dalla bellezza quasi irreale. Nella terra della nuvola bianca, il suo romanzo d’esordio, è il primo libro di una saga in cinque episodi che ha come palcoscenico la favolosa terra dei maori.

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