E’ uscita l’Antologia del I° Concorso “Esordi Amo” – Edizione 2011

AI PARTECIPANTI E AI SEGNALATI

AL 

I° CONCORSO LETT. NAZIONALE “ESORDI AMO” – EDIZIONE 2011

ORGANIZZATO DA

Blog Letteratura e Cultura

Rivista Segreti di Pulcinella

Blog Intingendo d’inchiostro

SI COMUNICA CHE

con imperdonabile ritardo, siamo ad informarla che l’Antologia del I° Concorso “Esordi Amo” indetta l’anno scorso, è finalmente uscito. La pubblicazione del volume antologico è stata curata da Lettere Animate Editore, una nuova casa editrice ma con ampie qualità.

Per ora il volume può essere ordinato e acquistato mediante questo link: http://www.lettereanimate.com/eshop/index.php?route=product%2Fproduct&product_id=68

direttamente dal sito della casa editrice. Seguendo le indicazioni e fornendo i dati richiesti, sarà semplice acquistarne quante copie si desidera.

Nelle settimane che seguiranno il libro verrà inoltre inserito negli usuali cataloghi delle librerie online attraverso le quali potrà essere acquistato.

Ricordiamo che il I° Concorso “Esordi Amo” è stato organizzato e curato da Lorenzo Spurio, Massimo Acciai e Monica Fantaci nell’anno 2011. Ci scusiamo per la lentezza con la quale questa antologia è stata pubblicata ma –assicuriamo – tali ritardi non sono dipesi da noi.

Nell’antologia trovano posto i testi risultati segnalati dalla Giuria, la cui lista può essere vista a questo link: http://blogletteratura.com/2011/12/05/esito-i-concorso-esordi-amo-2011/

Rimanendo a vostra disposizione per ciascun tipo di richiesta, porgiamo cordiali saluti.

Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

www.blogletteratura.com

Intervista a Luigi Pio Carmina, autore di “Racconti Hunderground”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Luigi Pio Carmina

Autore di Racconti Hunderground

Zona Editrice

 

a cura di Lorenzo Spurio

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

LPC: Ciao Lorenzo, ciao a tutti i lettori. Il titolo è una scelta stilistica atta ad indicare un percorso di vita underground, sia per lo stile, sia per la scelta del protagonista di trasferirsi in una metrò sottoterra, da qui infatti il titolo. L’aggiunta della “h” , come fosse un refuso, enfatizza l’utilizzo di inglesismi nel nostro linguaggio comune.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

LPC: Il romanzo è introspettivo più che autobiografico, poiché pochi episodi narrati all’interno sono avvenuti realmente. Negli stessi però c’è riversato il mio pensiero, la mia opinione verso il mondo e l’umanità. Anche i personaggi sono lo specchio distorto di persone, a volte, incontrate da me. La letteratura è il modo migliore per esprimere emozioni e farle conoscere, infatti l’uomo ha cominciato a narrare le storie, anche precedentemente l’avvento della scrittura, sempre con il desiderio di esprimersi.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

LPC: I miei autori preferiti sono Hermann Hesse, Pirandello e Sciascia. Questi autori hanno portato avanti le loro idee, appoggiandosi allo studio della vita reale. Anche se in modo diverso attuano questa analisi del rapporto interpersonale. I generi che più mi affascinano sono il drammatico e il fantasy, ambedue per l’ambientazione decadente che arricchisce il romanzo.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

LPC: Il libro che mi è piaciuto di più in assoluto è “Narciso e Boccadoro”, poiché ho potuto leggere la voglia di fuga e di evasione di uno dei protagonisti, contrapposto alla dedizione al lavoro e alla fede nel proprio credo dell’altro. Entrambi finiranno per incontrarsi nuovamente, mossi dal desiderio di completarsi e poter finalmente dialogare, fosse anche l’ultima volta.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

LPC: A questa domanda posso rispondere semplicemente dicendo che ritengo il mio stile originale e non influenzato da altri autori, ma frutto della vita vissuta, avendo conosciuto ed essendomi scontrato con alcune realtà e con le problematiche di varie persone.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

LPC: Non ho ancora collaborato con altre persone in un percorso di scrittura, ma ritengo sia molto interessante , poiché potrebbe essere un mezzo di confronto, fondendo però in parte le idee, per poter rispettare quelle del singolo autore.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

LPC: Si adatta ad alcuni lettori pronti a leggere storie drammatiche, a volte molto vicine alla realtà in cui viviamo.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

LPC: Purtroppo il periodo di crisi economica che stiamo vivendo sulla nostra pelle porta anche alcune case editrici a chiedere compensi per sopravvivere. In questo modo gli autori vedono il loro sogno trasformato in una merce di scambio, e le idee e le emozioni diventano oboli da richiedere.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

LPC: Sì, perché spingono gli autori , di poesie o romanzi, a mettersi alla prova, al continuo miglioramento.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

LPC: È fondamentale , per crescere, evolvere insieme, e cercare di evitare errori tramite le esperienze. Sempre , come dicevo prima, non dimenticando l’io personale di ciascun autore.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

LPC: Nel romanzo, il protagonista rimembra nozioni , anche letterarie, apprese in passato, prima del suo arrivo nella stazione. É questa la componente intertestuale che posso leggere nel romanzo. Nella maggior parte della stesura ho applicato la mia fantasia con un tocco interiore, a volte ermetico, sfruttando periodi brevi che puntualizzino l’angoscia vissuta dai personaggi.

Ringrazio Lorenzo, i componenti della redazione e tutti i lettori per l’attenzione e il tempo impiegato a leggere queste righe.

 

a cura di Lorenzo Spurio

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Anche per oggi la notte è sconfitta” di Tommaso Metonda, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Anche per oggi la notte è sconfitta

di Tommaso Metonda

con premessa di Giorgio Cavallini

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2009

Collana Ardeur

ISBN: 9788895881089

Numero di pagine: 76

Costo: 8,00 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

 

Ci accostiamo a questo libro con alcuni enigmi che, forse, l’autore non ha nessun desiderio di svelare nel corso del suo libro: la scelta di una copertina con un disegno stilizzato che fa pensare alle prime incisioni dell’era primitiva (si tratta di una copertina curata da Nicola Oliveri) e il titolo, Anche per oggi la notte è sconfitta, altrettanto criptico e difficile da intendere a una prima lettura.

Inoltrandoci nelle numerose poesie che costituiscono questa apprezzabile silloge di un autore il cui nome non è altro che uno pseudonimo, ci si rende conto che l’intera poetica è giocata su di un continuo richiamo alla luce, alle varietà cromatiche o al buio. E’, pertanto, una poesia di luci e buio, un carosello continuo tra spazi pieni di bagliori e riscaldati dai raggi dorati, altri invece indistinti, pregni di nebbie e foschie che non permettono all’occhio umano di vedere oltre. Questa isotopia di luce e ombre è forse esplicitata nella poesia “Ombre” che gioca sul richiamo di elementi e immagini antagonistiche: da una parte il “raggio di sole”, “la luce fioca d’un lampione” e dall’altra “l’ombra”, “l’inquietudine”, i “bui arcati”, quasi a volerci ricordare che il mondo è fatto di opposti, di doppi e che la mancanza dell’uno, di colpo equivarrebbe anche alla mancanza dell’altro. E’ una logica e una posizione questa di Tommaso Metonda che potremmo avvicinare al neoplatonismo shakesperiano: luci ed ombre, sole e luna, notte e giorno, bianco e nero. Ritorna, forse con maggior forza nella lirica “Rugiada”, i cui versi iniziali danno il titolo all’intera silloge:

Ancora per oggi

la notte è sconfitta

l’alba pungente l’ha ferita a morte

trapassando rosata le tenebre.

Stille di sangue argentato

e freddo luccicano a terra

imprigionate su impermeabili steli (p.27).

 

Stupenda l’immagine che il poeta ci consegna, quella della Notte e del Giorno personificati, come due entità materiali, che si rincorrono, si battono, si scherniscono e alla fine si distruggono. E’ la notte a essere sconfitta e a grondare sangue, per il momento. Alcune ore più tardi, però, anche se l’autore non lo dice, sarà il giorno a fare la stessa fine. Ma poi tutto si ripeterà e ritornerà ciclicamente descrivendo così un interminabile carosello di vita e morte, di luci ed ombre.

Le varie poesie che compongono questa raccolta derivano da momenti vissuti dallo stesso autore e sono proprio per questo molto vivide e introspettive, ricche di ricordi (ad esempio il ritratto della nonna), di momenti vissuti, di speranze che poi sono andate disfacendosi. Centrale in tutto questo è la considerazione stessa che Tommaso Metonda ha di sé come poeta, colui che “con unica parola sola/ può l’inesprimibile esprimere”, il cui compito nella contemporaneità è “tracciar segni arcani/ su carta arcaica/ ormai incomprensibili” (p. 38). Da questa definizione capiamo che è dato al poeta dell’oggi esprimersi in modi poco usuali, utilizzare un linguaggio poco comprensibile, manifestazione della complessità – e forse del vuoto intellettivo- nel quale si trova a vivere.

Tommaso Metonda mostra interesse per la realtà che lo circonda, non mancando di individuarne perplessità e più spesso è chiara l’impostazione cattolica della liriche non solo nel suo continuo riferirsi a Dio, alle messe, alle orazioni o ai Rosari (pp. 57, 60, 68), ma nella sua convinzione che ogni cosa “è dat[a] da Dio” (p. 54), dimostrando così riconoscimento, senso di moralità e devozione.

In “Progetti di vita”, la poesia che apre la raccolta, il poeta si descrive come semplice oggetto animato dalla società, come burattino in mano a un qualcuno oppure come spettatore delle vicende altrui viste a distanza. Chi è l’uomo d’oggi? E’ lui a decidere la sua vita e il suo futuro o sono gli eventi e le persone accanto a lui che dettano il suo destino? Metonda conclude la lirica: “Sì, sarò Tiresia/ superbo osservatore cieco” (p. 17). Non è necessario avere la facoltà della vista per rendersi conto della bellezza o della crudeltà del mondo che ci avvolge, lo può fare benissimo anche un cieco, come Tiresia, essendo saggio. Ma Tiresia è anche espressione di un ermafroditismo che gli consente di sperimentare la vita dell’uomo e quella della donna, manifestazione dunque quanto mai eccentrica e coniugante dell’essere umano.

Complimenti a Tommaso Metonda per avermi dato la possibilità di riflettere su varie questioni.

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

 

 Chi è l’autore?

Tommaso Metonda è trentenne. Vive a Varazze, in Liguria. Ha ceduto per la prima volta alla tentazione di pubblicare alcune poesie, che si limita a definire (tele)grammi d’impressioni. Lontano per formazione e attività lavorativa dal mondo della letteratura, ha affidato ai versi stralci del suo vissuto e della sua terra, affrontando il giudizio dei quattro lettori che decideranno di dedicargli un po’ di quel tempo che non è solo denaro.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Vangelo del cavolo” di Edoardo Monti, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Vangelo del cavolo

di Edoardo Monti

Emil, Bologna, 2012

ISBN: 978-88-96026-39-7

Numero di pagine: 86

Costo: 14,00 €

 

Recensione a cura di LORENZO SPURIO

 

E ti affidi, un po’ alla volta, alla calma di certe abitudini. E così il mondo va avanti, da sempre e malgrado tutto. (p. 36)

Perché un titolo così bizzarro per un libricino di nemmeno cento pagine? E’ forse questa la domanda più intuitiva – forse addirittura banale- che ci facciamo prendendo in mano questo testo che, più che un vero libro, ha l’aspetto di un pamphlet.

Inoltrandosi nella lettura, però, ci si rende ben presto conto che si tratta di un testo molto interessante. E’ una raccolta di racconti brevi – poche pagine per ognuno- attraverso i quali Edoardo Monti – che esordisce così nel campo della narrativa- ci fa conoscere personaggi e situazioni, per poi metterle a tacere e inventarne di nuove. In realtà c’è poco di “inventato” dato che da ogni pagina traspaiono chiari riferimenti alla società consumistica, spersonalizzante, a volte alienante del nostro oggi. Si tratta di un libro completamente contemporaneo che ci fornisce spaccati quanto mai realistici che –credo- molti lettori sentiranno sulla propria pelle come proprie “esegesi di vita”. L’intera raccolta sembra avere uno squarcio pessimista sulla realtà: la mancanza del lavoro, la crisi, la perdita d’identità dovuta proprio alla mancanza di un lavoro, gli attentatori islamici pronti a farsi saltare in aria. E’ un mondo stagnante, fisso, che non cambia e perpetua le sue mancanze, i suoi errori anche se nel racconto che chiude la raccolta, Edoardo Monti, ci fornisce speranza e apertura verso il futuro. E’ una riflessione sul ruolo stesso dello scrittore: quanta difficoltà per un esordiente farsi conoscere… poca meritocrazia c’è in giro e così si continua a vivere anche se è necessario un cambiamento. Quel cambiamento che, purtroppo, non arriva e la gente sfiduciata e onnipotente, porta avanti la sua solita e modesta vita.

Il libro si focalizza a mio avviso su due elementi importantissimi che fanno il curriculum vitae dell’uomo d’oggi: gli studi e il lavoro. Nel primo racconto siamo alle prese con un uomo che non trova lavoro e il fatto stesso di aver ultimato un percorso di studi poco idoneo al trovar lavoro, costituisce un aggravante: “Solo che io, con il diploma che mi ritrovo, che potrei fare?” (p.11) o nel racconto “La civiltà delle lauree”, il protagonista osserva: “Oggi anche a lui serve una laurea” (p. 21). A tutti nella società contemporanea serve un lavoro e se questo non si trova più così facilmente come poteva essere una volta, allora serve necessariamente una laurea. Una volta che hai una laurea in mano, però, non trovi ugualmente lavoro. Però, forse, sai chi sei.

La mancanza di un lavoro per l’uomo –in generale-  è spesso motivo di angoscia interiore, isolamento e depressione. Ne sono prova i tragici fatti di cronaca che purtroppo sono all’ordine del giorno. La mancanza o la perdita del lavoro funzionano in maniera così negativa sulla persona da causarne una vera e lenta spersonalizzazione, tanto che il protagonista del primo racconto si lascia andare a una frase, centrale all’intera prosa: “il fatto che non so spiegare chi sono” (p. 12). Edoardo Monti dà un finale conciliatorio in questo primo racconto che, però, non manca di essere poco realistico e, anzi, strappa un sorriso al lettore.

Nei racconti che si susseguono lenti e freschi nel libro, l’andamento è lo stesso: si parte dalla descrizione dell’ambiente circostante, difficile e ostile, per poi andar a vedere come attua in maniera particolare una persona. E’ un mondo quanto mai vario e indefinito, fatto di “provola” (p. 19), “brava gente che viene sputtanata e mascalzoni che diventano Dio” (p. 41), scrittori esordienti che cercano di mettercela tutta, ma che vengono snobbati e presi in giro, “terroristi” (p. 29) e quant’altro che permettono di concludere a Edoardo Monti che “nel mondo, purtroppo, sono tanti i mezzi scemi”.

 

Chi è l’autore?

EDOARDO MONTI è nato a Rieti nel 1977, e attualmente vive a Roma. Tra i suoi libri già pubblicati vanno ricordati Poema crudele (Sovera, 2004). Vangelo del cavolo è la sua prima opera di narrativa.

 

A CURA DI LORENZO SPURIO

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Sogno amaranto” di Cinzia Luigia Cavallaro, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Sogno amaranto

di Cinzia Luigia Cavallaro

Joker Edizioni, Novi Ligure (AL), 2010

ISBN: 9788875362577

Pagine: 111

Costo: 11,50 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Con imperdonabile ritardo, e dopo la recensione alla sua breve raccolta di poesie Dies Natalis, sono a scrivere un mio commento su Sogno amaranto, romanzo di Cinzia Luigia Cavallaro che rappresenta il suo debutto come narratrice.

Il libro, suddiviso in  numerosi capitoli, non è uno dei quei testi di facile lettura,  ma richiede una particolare attenzione da parte del lettore. Il messaggio in esso contenuto è abbastanza positivo e parte da introspezioni, ricordi, flussi di coscienza, dolori, attimi vissuti che hanno segnato pesantemente la vita dell’io narrante, dietro la quale – c’è da immaginare- si cela una qualche piega della stessa scrittrice. E’ una citazione da una canzone di Zucchero a fornire il titolo a questo romanzo, Sogno amaranto, e la copertina appositamente dotata di questa varietà cromatica richiama ancora una volta l’importanza del titolo. Che cosa andremo a leggere? Una storia vera, successa realmente? Una storia inventata, ma verosimile? Qualcosa di fantastico, un sogno? Sta a lettore decidere. Di certo il romanzo contiene in sé tutti gli elementi per essere considerato un fine canto d’amore, un elogio –poco contemporaneo e molto d’altri tempi- dei buoni sentimenti, un carosello di emozioni, sia positive che negative, ma anche un valzer d’erotismo che rifugge la banalità e il volgare.

E’ per questo che sono a consigliare la lettura di questo romanzo che, come si diceva all’inizio, implica una lettura attenta, non tanto perché l’autrice utilizza una terminologia difficile o ricercata ma perché è proprio la corposità e allo stesso tempo la vastità delle tematiche che mette in campo che richiedono una lettura degna di un qualsiasi classico della letteratura.

C’è da augurarsi che Cinzia Luigia Cavallaro continui su questa strada.

 

Chi è l’autore?

Cinzia Luigia Cavallaro (Milano, 1961) ha vissuto cinque anni a Londra e, una volta in Italia, ha lavorato principalmente come traduttrice-interprete. Nel 1983 è stata Presidente della Biblioteca Civica di Bernareggio. Nel 1994 è stata premiata a La Spezia per il suo racconto “Gita al porto”. Ha pubblicato due raccolte poetiche: Kairos (Giraldi Editore, 2008) e Dies Natalis (Edizioni Il Foglio, 2010). Sogno amaranto è il suo primo esordio narrativo. Il suo blog è www.wordsinprogress.it

 

A CURA DI LORENZO SPURIO

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

 

La realtà e la realtà raccontata. Dove termina la vita e inizia la letteratura. – Saggio di LORENZO SPURIO –

La realtà e la realtà raccontata. 

Dove termina la vita e inizia la letteratura.

saggio di Lorenzo Spurio

 

 

Vari studiosi e critici letterari hanno sempre sottolineato come esista una separazione tra la vita e l’arte, ossia tra la vita e la rappresentazione di essa, i due ambiti che in inglese vengono definiti con i termini reality e fiction.[1] Il romanzo, e più in generale ogni forma espressiva che provenga dall’intelletto umano, (una poesia, un componimento musicale, un quadro), non è altro che manifestazione del genio del suo creatore e il prodotto ultimo non è che un manufatto della ragione umana. Una persona che vediamo mangiare e una persona che ci viene  descritta mangiare in un romanzo, sono due cose diverse, sebbene evochino in noi lo stesso pensiero. In realtà sarebbe più opportuno parlare di una ulteriore contrapposizione di termini: quella tra persona e personaggio. Il primo siamo noi, e ogni nostro simile, che giorno dopo giorno portiamo avanti la nostra vita, il secondo, il personaggio, è invece una invenzione, una macchinizazzione della mente umana: può essere verosimile e quindi possiamo rispecchiarci in esso, ma può anche essere diabolico, fantastico, inverosimile e quindi rappresentare ambiti dell’immaginifico.

Nell’allarmante racconto che Stephen King fa dell’instabilità psichica di Annie Wilkies in Misery (1987), ci rendiamo conto di come la protagonista – causa la sua psiche malata, il suo isolamento dalla società e il suo amore-ossessione nei confronti dell’eroina di un ciclo di romanzi di Paul Sheldon – non sia in grado di distinguere la realtà dalla finzione, la vita vera da un personaggio inventato per diletto da un narratore esperto. L’incapacità di distinguere i due ambiti porta all’accentuarsi dei comportamenti maniacali della Wilkies nei confronti di Paul Sheldon che lei, dopo un incidente stradale abbastanza serio, è riuscita a portare a casa sua per tenere tutto per sé, come fosse un oggetto. Lo scrittore si renderà subito conto dell’instabilità e della pericolosità della donna ma, per evitare di animare ulteriormente la sua pazzia, cercherà di assecondarla nelle sue richieste. Quello che Paul Sheldon ha fatto – far morire il personaggio di Misery[2] nell’ultimo romanzo del ciclo è – per Annie Wilkies – uno sbaglio grandissimo, l’unica scelta che Sheldon come narratore non avrebbe dovuto fare. La stessa Wilkies ci tiene a far sapere allo scrittore: «Ma i personaggi di una storia non possono uscirsene di scena! Dio ci prende quando Lui stabilisce che l’ora è giunta e uno scrittore è Dio per i personaggi della sua storia, lui li crea come Dio ha creato noi e nessuno può chiamare Dio in giudizio perché si giustifichi, sicuro, si capisce, ma quanto a Misery ho qualcosa da dirti, sporca burba, ti dirò che si dà il caso che Dio abbia un paio di gambe rotte e Dio si trovi in casa mia a mangiare il mio cibo…e….»[3]. Grazie alle narrazioni di Sheldon, infatti, Misery è diventata per Annie una compagna di vita, una presenza costante, una persona a lei cara, sebbene Misery sia solamente un personaggio inventato, che esiste solo sulla carta, l’esatto opposto di quanto avviene in Alice nel paese delle meraviglie dove nelle ultime battute del primo libro l’eroina nega l’esistenza d’identità delle carte di gioco parlanti, sconfessando quel mondo irreale e impossibile arrivando a dire, dinanzi alla Regina Rossa, “Non siete altro che un mazzo di carte!”. La Wilkies obbligherà Sheldon a  bruciare il romanzo nel quale la sua beniamina finiva, invece, per morire (a causa di parto, una motivazione anche molto diffusa a quel tempo, come le fa notare lo scrittore) e a scriverne uno nuovo in cui Misery, invece, segue nuove avventure, contravvenendo anche alla libera ispirazione dello scrittore che in queste condizioni, oltre che su commissione, è chiamato a scrivere sotto coercizione.

L’idea che il narratore di una storia sia una sorta di Dio, che crea, plasma i personaggi, ne decide la vita o come stroncarli è un’idea comune e che si applica alle narrazioni che hanno un narratore di III persona, esterno, che osserva e descrive tutto, che conosce tutto ciò che racconta e che proprio per questo motivo è onnipresente, onnipotente e stabilisce ogni cosa. Al termine di Espiazione, romanzo di Ian McEwan, veniamo a sapere che tutto quello che è stato raccontato sin lì è il romanzo scritto dalla protagonista stessa della storia che, consapevole di essersi comportata come un unreliable narrator e ormai anziana, decide di dire la verità. Così Briony autrice-Briony personaggio-McEwan narratore sono un’unica persona. L’anziana scrittrice conclude nelle ultime pagine con alcune asserzioni interessanti all’oggetto di questo saggio: «Come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c’è nulla al di fuori di lei. E’ la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere; nemmeno se fossero atei. E’ sempre stato un compito impossibile, ed è proprio questo il punto».[4]

Il resto della storia di Misery – che non ho intenzione di svelare – è molto avvincente e perfettamente in linea con le tematiche care a Stephen King; il riferimento al romanzo era necessario per sottolineare come la confusione tra realtà e rappresentazione della realtà in un soggetto psicologicamente instabile origina una serie di avventure cariche di suspense che allettano il lettore, coinvolgendolo completamente. Quasi che l’autore abbia voluto dire, silenziosamente, che chi confonde il personaggio di un romanzo con il mondo reale è molto probabile che finisca per mettersi nei guai o lo fa perché è pazzo.

Forse la combinazione più riuscita di persona-personaggio si ha in un testo autobiografico in cui l’autore, che è anche il personaggio della storia che racconta, narra della sua vita. Si tratta di una cronistoria fedele alla sua esistenza e aggiornata fino a quel momento che, tuttavia, non può sostituire né uguagliare il suo reale e materiale percorso di vita. E’ però un esempio lampante di come l’autore sia anche protagonista della storia. Il narratore onnisciente che racconta extradiegieticamente la storia dall’esterno ha la capacità di creare un personaggio, un’entità, che, in fondo, non è altro che se stesso. E’ evidente in questo caso come la vita e la scrittura si fondano in un tutt’uno e tale discorso rimanda direttamente alla questione dell’autobiografismo. Esulando una biografia, i critici sostengono che è innegabile che in un qualsiasi testo che viene scritto ci sia qualcosa di proprio, di personale, di affettivo legato all’autore, anche se questi lo negherà. Si conclude, dunque, che uno scritto qualsiasi, sia esso biografia o non, è intessuto a partire da una serie di motivi che appartengono all’animo, all’esperienza o al comune sentire dello scrivente. Si tratta – a rigor di logica – di un procedimento passivo, che ricade cioè sullo scrittore in maniera volente o nolente. Chi racconta qualcosa (una storia, un avvenimento, una barzelletta) mette indeliberatamente qualcosa che gli appartiene (il modo, la tecnica, l’enfasi, la struttura,..) consegnando così all’ascoltatore un messaggio finale che è la somma del corpo verbale di comunicazione con l’apporto personale del parlante:

messaggio finale = corpo verbale di comunicazione + apporto personale del parlante

 

E’ su queste considerazioni che si sono sviluppati i prolifici studi su alcuni aspetti delle culture subalterne, sul loro folklore e su come la cultura popolare, legata principalmente alla forma orale di comunicazione, ha modificato nel tempo storie, leggende, racconti, sostituendo termini, inserendo dialettalismi, modificando la struttura, le desinenze, l’andamento o addirittura il significato di un componimento tanto da portare nei giorni nostri alla presenza di numerose varianti di una ballata a seconda dei dialetti regionali, locali e dei gerghi più definiti e marcati delle aree provinciali. Ad esempio si prenda in considerazione la grande quantità di varianti (non solo dialettali, ma anche tematiche) della celebre ballata di “Donna Lombarda”,  che racconta di una donna tradita che tenta di avvelenare il marito assieme all’aiuto dell’amante. La presenza e la testimonianza di varietà differenti nate per filiazione da un testo unico è esemplare di quanto l’attività orale delle classi popolari fosse potente nel rimodellare, ricreare, aggiornare e creare nuove storie. Il discorso, ovviamente, è ampio e rimanda alla nota e certificata teoria che vede nel tempo (diacronie) e nello spazio (diatopie) le categorie fondanti alla base del cambiamento di stili di vita, linguaggi (o addirittura lingue), comportamenti etc.

Riprendendo però la formula esposta sopra e tenendo in considerazione gli studi sull’intertestualità[5] e la comparativistica, è doveroso aggiungere nella formula almeno un altro elemento importantissimo, sebbene a volte sottointeso e celato, che è quello della intertestualità e della citazione. I critici e gli studiosi della letteratura postmoderna (Fredric Jameson negli Stati Uniti, Remo Ceserani in Italia, solo per citarne alcuni) hanno studiato attentamente i vari aspetti dell’intertestualità: la citazione, la parodia, l’umorismo, la satira, la riscrittura[6] mettendo in evidenza come un nuovo testo è sempre la scrittura di un qualcosa originale assieme alla presenza di temi o riferimenti noti, colti o di rimando. Il poemetto metafisico The Waste Land di T.S. Eliot, pietra miliare della poesia modernista inglese, è ad esempio un’opera complessa e che ha nella completezza delle varie sezioni un senso e un significato proprio (per il quale è uno dei testi più studiati nei settori accademici di Anglistica) ma è allo stesso tempo una elaborata cascata di citazioni e riferimenti ad altri testi letterari: a volte rimandi espliciti, altre volte un po’ più velati, compito del lettore riscontrarli. Il procedimento intertestuale, metaletterario, è spesso un fenomeno involontario e spontaneo mentre altre volte ha il chiaro motivo di voler celebrare un grande del passato. Nel mio saggio “L’edenico e il demoniaco”[7] ho accennato al fatto che ad esempio il romanzo The Lord of the Flies (1945) di William Golding è sicuramente una delle fonti che stanno alla base del romanzo breve The Cement Garden (1978) di Ian McEwan, come pure ebbe modo di riconoscere l’autore in varie interviste. Si tratta, però, di un procedimento innocuo[8] e significativo con il quale leggendo un libro di X, leggiamo anche qualcosa di Y, Z,… Quindi, tenendo conto di questo aspetto, che non ha niente di irrilevante, la “formula” enunciata sopra diventa:

messaggio finale = corpo verbale di comunicazione + apporto personale del parlante + riferimenti intertestuali (espliciti o impliciti)

Dovendo spiegare la formula su una base che utilizza il concetto di tempo, potremmo riassumere:

messaggio finale = testo + Passato/ Presente dell’autore + Passato/ Presente di altri autori

cioè, detta in soldoni,

messaggio finale = nuovo + vecchio

e questo ci riporta, dunque, all’inizio di tutta la discussione qui proposta su come, in effetti, quando parliamo non diciamo mai niente di completamente nuovo, di inedito e originale ma ricopiamo qualcuno, ci rifacciamo ad altri, rivisitiamo una formula, utilizziamo un detto, ci appropriamo di un linguaggio che non è nostro. Il risultato, come si è visto, è però fatto dalla somma di più elementi che sono onnipresenti, necessari, ineliminabili e che assieme contribuiscono alla produzione del messaggio finale.


[1] Centrale è a questo riguardo il saggio “Modern Fiction” di Virginia Woolf contenuto in The Collected Essays of Virginia Woolf (Benediction Books, 2011, pp. 192).

[2] «Non può essere morta!» gli strillò in faccia Annie Wilkes. Stringeva e apriva i pugni sempre più concitatamente. «Misery Chastain non può essere morta!» in Stephen King, Misery, Sperling & Kupfer, 1991, p. 39.

[3] Ivi, p. 41.

[4] Ian McEwan, Espiazione, Torino, Einaudi, 2001, p. 380.

[5] Si analizzi l’opera di Julia Kristeva, linguista bulgara che coniò il termine di “intertextuality” spiegandolo come  “connessione tra testi diversi”. Consigliata la lettura del manuale The Portable Kristeva scritto da Oliver Kelly (Columbia University Press, 2002, pp. 512).

[6] Il procedimento della riscrittura (rewriting), più comunemente definito in inglese americano mash-up, è una tecnica molto impiegata negli ultimi venti anni dagli scrittori contemporanei. Questi ultimi partono da un testo noto al grande pubblico (spesso un classico di grandi dimensioni), per giungere a una rivisitazione, a un adattamento, a una riscrittura, a un ri-racconto da una nuova prospettiva (facendo parlare un nuovo personaggio), secondo una nuova sensibilità (la stessa storia ambientata nell’800 convertita in una storia ambientata nello spazio) o convertendola in un nuovo genere (una storia d’amore vittoriana convertita in un macabro horror-fantasy). In un mio saggio dal titolo Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu Edizioni, 2011, pp. 102) ho analizzato da vicino come alcuni scrittori, partendo dal mother text di Charlotte Brontë abbiano elaborato nuove storie, alcune originali, altre un po’ meno, producendo una grande filiazione di questo romanzo tra riscritture, parodie, prequels e sequels.

[7] “L’edenico e il demoniaco”, Sagarana, La Lavagna del Sabato, 21-03-2012.

[8] “Innocuo” nel senso che non dà origine a problemi di licenza di diritti personali nel caso in cui il rimando viene fatto in maniera originale o velato o nel caso in cui si riporta un estratto di un altro libro con indicata la fonte. Se, invece, tale procedimento viene utilizzato in maniera invasiva e sconsiderata si pongono problemi di plagio. Il plagio non è che l’abuso indiscriminato e illegale di un testo che appartiene ad un altro. Si tratta sempre di un processo intertestuale ma lesivo e giuridicamente condannato. Ad esempio nella mia tesi di Laurea Magistrale dal titolo “Comportamenti devianti e spazi claustrofobici nella scrittura di McEwan” ho riportato la cronaca che bollò l’autore inglese come plagiarist nell’occasione dell’uscita del suo romanzo Atonement nel 2001 che, nella seconda parte, presentava riconoscibili e allarmanti assonanze con l’autobiografia della scozzese Lucilla Andrews, No Time for Romance. In quel caso l’autore mostrò chiaramente che le accuse erano infondate e che negli Acknowledgment aveva citato direttamente l’opera della stessa scrittrice alla quale si era rifatto.

a cura di Lorenzo Spurio

 

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“La metafora del giardino in letteratura” di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai, recensione di Sandra Carresi

“La metafora del giardino in letteratura”
di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai
prefazione a cura di Paolo Ragni
Faligi Editore, 2011
Genere: Saggistica/Critica letteraria
ISBN: 978-88-574-1703-5
Costo: 20 €
 
Recensione a cura di Sandra Carresi
 

Una lettura piacevole e istruttiva che mi ha riportata indietro nel tempo. E’ stato come esser presa per mano in un cammino esplorativo della mente.

I giardini e le loro metafore. Un viaggio nel mondo fiabesco dell’irrazionale dove si percepisce l’azione malevola dell’essere umano su esseri deboli e inferiori. Ma anche la magia di un mondo abitato da elfi, specchi parlanti, regni circondati da terre desolate, montagne imponenti, natura dall’apparenza bella e gentile, che si rivela poi ricca di intrighi e malvagia, ma, abitata anche da animali parlanti e saggi.

Il giardino, il bosco, l’orto,  rappresentano  il –  Mondo – con i sentimenti di ognuno, sia fantasiosi che umani, gli innamoramenti, le nostalgie spesso causate dal trascorrere veloce del tempo, gli affetti perduti appartenenti all’infanzia, il riavvicinamento della memoria a qualcosa di perduto ormai lontano e che improvvisamente riaffiora in età adulta riportandoci ai primissimi anni della nostra esistenza terrena.

Ognuno di noi, a volte anche incolpevolmente, possiede quel giardino, spesso lo ignora e non se ne cura, poi lo ritrova in se stesso fra la pace e la bellezza apparente o addirittura, in quel semplice spazio verde, legge la propria vita; riaffiorano i  personaggi a lui cari ed anche tutte le avversità che come un fiume, lo hanno attraversato.

Anch’io possiedo un giardino e ne osservo il passaggio delle stagioni, i suoi mutamenti e gli animali. Il caro Benny, ormai adulto che rincorre i merli, il gattino del vicino che gioca a salire e scendere dall’ulivo, il boschetto di betulle che da rigogliose e ricche di foglie verdi nella bella stagione, mutano quasi magicamente in ottobre vestendosi di rami secchi. E penso alla vita, un enorme spazio verde dove i personaggi che incontriamo e a cui ci leghiamo, ci fanno compagnia, ci danno gioia o ci graffiano, proprio come una grande magia, e nel finale lo specchio, ci rimanda la visione del nostro vissuto.

Grazie a Lorenzo e a Massimo per questa bella riflessione.

A CURA DI Sandra Carresi

http://www.sandracarresi.blogspot.com

QUESTA RECENSIONE E’ GIA’ STATA PUBBLICATA SUL BLOG PERSONALE DI SANDRA CARRESI E VIENE RIPUBBLICATA QUI SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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“La metafora del giardino in letteratura” di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai, recensione a cura di Anna Maria Folchini-Stabile

“La metafora del giardino in letteratura”
di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai
prefazione a cura di Paolo Ragni
Faligi Editore, 2011
Genere: Saggistica/Critica letteraria
ISBN: 978-88-574-1703-5
Costo: 20 €
 
Recensione a cura di Anna Maria Folchini-Stabile

Da sempre la storia dell’ uomo si affianca all’immagine di un giardino meraviglioso, incantato, perduto, segreto, fonte di delizie e di rimpianti.
Lorenzo Spurio e Massimo Acciai nel loro saggio intitolato “La metafora del giardino in letteratura” analizzano un certo numero di testi letterari che parlano di giardini descritti nella storia della letteratura.
Non di certo tutti, perché altrimenti l’opera sarebbe stata enciclopedica e non sarebbero state sufficienti le 230 pagine  di testo e le 10 di bibliografia.
Ciò che interessa di questo originale lavoro, e’ il modo In cui gli Autori hanno affrontato l’analisi partendo dalla considerazione di come nelle diverse epoche l’uomo occidentale abbia respirato il rapporto con la natura che lo circonda e come abbia vissuto il rapporto con il giardino che diventa l’immagine della natura “addomesticata” e portata vicino al cuore e all’anima a simboleggiare ordine o disordine, sogni o speranze, successi o delusioni.
Nella premessa iniziale Lorenzo Spurio afferma che “<il giardino é> un universo esteso e difficile da indagare … Raccontare i giardini significa cercare di interpretare la vita … La grande abbondanza di riferimenti al giardino in vari romanzi, racconti e poesie ci ha costretto a fare un’ampia cernita…”.
Non ci troviamo, quindi, davanti alla pretesa di enciclopedismo, come precisa Massimo Acciai nella sua postfazione, tipico di altre epoche, ma al desiderio di vedere come, da Adamo ed Eva fino ai giorni nostri, dal giardino dell’Eden, cioè, l’uomo abbia aspirato ad avere un luogo tutto suo e lo abbia descritto, se ne sia sentito parte o se ne sia sentito prigioniero, lo abbia vagheggiato o ne sia fuggito.
La lettura agevole e la scrittura apparentemente leggera sottintendono, invece, un lavoro di analisi e documentazione che spazia nella storia letteraria e testimonia in modo colto quanto nelle opere oggetto di analisi è scritto.
Non  è , quindi, un’opera semplice, ma è un’opera di facile consultazione, un florilegio, un grande giardino, appunto, di cui gli Autori sono abili giardinieri.

a cura di  Anna Maria Folchini-Stabile

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“Stabili Equilibri Precari” di Francesco Montalto

Il libro d’esordio di Francesco MontaltoStabili Equilibri Precari” è da qualche giorno online. E’ un libro di poesie, che racchiude, come lui stesso dice, i tre ultimi anni della propria vita e le sensazioni che questi  hanno portato dietro. Si respira un’atmosfera cupa, di perenne instabilità, inquietudine e turbamento, tra i versi di Stabili Equilibri Precari, ma anche di estrema consapevolezza. Versi che lasciano trasparire tutto l’ignoto che le varie esperienze di vita portano con se. C’è l’ombra di un Charles Bukowski moderno, ma anche la visionaria passione di Jim Morrison e la speranza e disillusione di Emily Dickinson. Soprattutto però, c’è la sensibilità di un animo estremamente umano  e la sincerità nel raccontare pulsioni e sentimenti quotidiani, di una persona normale, che per fortuna (o sfortuna) vive spesso un mondo parallelo a quello reale,  guardando dall’esterno ma senza presunzione e sicuramente senza nessuna invidia, tutto quello che ruota intorno a se, non sentendosene parte e nello stesso tempo rendendosi conto che in fondo molti sentimenti sono comuni a tanti, e magari vissuti in maniera diversa e senza spesso rendersene conto,  sono pur sempre universali.

 

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“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Patrizia Poli

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

prefazione di Luciano Domenighini

postfazione di Lorenzo Spurio 

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Prezzo: 7,60 Euro

 

Recensione a cura di Patrizia Poli

Parafrasando Shakespeare (cfr. La Tempesta, atto IV, scena I), siamo fatti della materia di cui sono fatte le stelle: principalmente di atomi di carbonio e di carbonio sono fatti i diamanti. Immensa come le stelle è la vita, preziosa più dei diamanti (aforisma 69)

 

Non è un saggio né una silloge poetica “Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio bensì una raccolta di ottantotto aforismi più una appendice che costituisce parte integrante dell’opera.

L’aforisma 14 è l’enunciazione della poetica di Marcuccio: “Nelle arti, come nella vita, se c’è spontaneità, c’è anche personalità.” L’autore ci appare come un giovane che annota i suoi pensieri, “semplici ma profondi”, come egli stesso tiene a precisare, un giovane d’altri tempi, imbevuto di poesia, da Leopardi, a Pascoli, a Shakespeare, un giovane che si abbevera alla fonte poetica, che ne trae consolazione. Non fa mistero del suo bisogno di recuperare uno sguardo meravigliato sul mondo, il fanciullo pascoliano che è in noi, l’espressione semplice, le parole povere e ripetute ma non prive di valore, la genuinità di baci e abbracci in un rapporto d’amore che è anche dialogo, raccontarsi la vita come dono. È significativa l’insistenza sul concetto di “meraviglia”.

L’autore alterna questa enunciazione istintiva con riflessioni più articolate, più intellettuali, forse estrapolazioni e rielaborazioni di saggi, e addirittura con echi da tragedia greca: “Cupo è il nostro tempo, cupa è la scena di questo mondo e il nostro sentire in una tempesta si inabissa.” (aforisma 42)

Mentre riflette sulla lirica, ha barlumi poetici egli stesso: “L’anima del mondo ha ali ad abbracciare il tutto” (aforisma 32).

Marcuccio conosce la poesia e le sue figure retoriche, il correlativo oggettivo che passa da Eliot a Montale – nell’appendice compie, infatti, un notevole e avvincente excursus attraverso i secoli, da Omero a San Francesco fino a Ungaretti – ma è convinto che alla base di tutto ci sia, sempre e comunque, l’ispirazione, vista come folgorazione irrazionale, o meglio pre-razionale, scorciatoia intuitiva.

L’ispirazione è come la grazia divina, un dono, un capriccio degli dei che investe il poeta, che è solo un recettore, un vaso che attende l’illuminazione, senza la quale c’è solo arido e sterile artificio. Il poeta deve porsi in ascolto, attendere questa voce, questa luce che lo colmerà, che lo trasfigurerà. Solo in seguito potrà rielaborare, limare, ricostruire il materiale grezzo che è, però, già di per sé diamante.

a cura di Patrizia Poli

5 luglio 2012

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE E DELL’AUTORE DEL LIBRO. È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

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