“Rimbaud, come si difende un mito” di Gianpaolo Furgiuele

Rimbaud come si difende un mito
di Gianpaolo Furgiuele
Fontana di Trevi edizioni, Roma, 2013,
Pagine: 208
Costo: Euro 16,00
ISBN: 9788897263180
 

ImmagineRimbaud come si difende un mito è il titolo di un saggio a cura di Gianpaolo Furgiuele, edito da Fontana di Trevi edizioni, 2013. Dopo essere stato presentato alla Fiera del Libro di Roma,iù Libri, più Liberi, è da oggi nelle librerie.

Il testo affronta alcune delle problematiche e degli scenari socio-letterari che hanno dato vita alla nascita dei cosiddetti poètes maudits. Tra gli altri, il mito di Arthur Rimbaud, nato fuori da qualsiasi ragione letteraria, ha assunto una dimensione simbolica ed estrema, praticamente mitica.

Dietro al fenomeno mitologico non c’è dunque il solo aspetto letterario ma una più vasta serie di fenomeni: cinema, fotografia, teatro, giornalismo, esposizioni. La fascinazione collettiva prodotta dall’industria di massa è il motore che ha permesso al mito Rimbaud, tra realtà e finzione degli eventi, di essere re-interpretato. L’insieme del materiale evidenzia come a partire dal 1871 la produzione culturale nata attorno al poeta contribuì a creare nell’opinione pubblica una vera e propria distorsione della realtà. I numerosi articoli, i saggi, le testimonianze apparse sui maggiori quotidiani francesi del XIX secolo e inizio del XX, imprigionarono il ricordo del poeta in un “limbo”, in uno spazio senza uscita, dove l’unica realtà possibile divenne la contraddizione, l’opposto, il vociferare. Al poeta Rimbaud si preferì l’omosessuale Rimbaud, così come al rivoluzionario del verso si preferì l’esploratore africano. La parola “poesia”, così come quella “poeta”, furono utilizzate quasi come delle esche per poi precipitare in brani, testi e discussioni che con la critica letteraria poco avevano in comune, se non il protagonismo di coloro che si vantavano di aver fatto la conoscenza del giovane ardennese.

Ancora più interessante da notare è che i protagonisti non erano sconosciuti autori ma le firme più autorevoli del tempo; da Théodore de Banville e Philippe Burty, da Émile Blémont a Leon Valade e Paul Bourde, passando per Edmond de Goncourt e Guy de Maupassant; da Armand Silvestre e Anatole France, da Jean Louis Forain a Georges Rodenbach e Edmond Lepelletier.

Il testo contiene la traduzione di articoli di giornali, corrispondenza e brani d’epoca mai presentati al pubblico italiano. In evidenza è il contributo degli autori cosiddetti minori, alcuni dei quali sconosciuti in Italia poiché ancora non tradotti, oppure dimenticati ma grazie ai quali è stato possibile ricostruire lo scenario in cui prese forma la nascita di questo mito.

Conclude il brano un’intervista inedita allo scrittore francese Pierre Michon.

Gianpaolo Furgiuele è nato a Cosenza nel 1981. Laureato all’università La Sapienza sotto la direzione di Giuseppe Scaraffia con una tesi sulla nascita del mito Rimbaud, vive in Francia, dove insegna italiano e dove ha in corso un dottorato di ricerca in letteratura francese all’Università di Lille/Paris X. Si occupa di Malédiction littéraire nel XIX e Xx secolo e tra gli altri ambiti di ricerca ci sono anche quelli relativi agli immaginari sociali e letterari.. Tra gli altri testi pubblicati: Tempo  imperfetto (Roma 2007, con la prefazione della poetessa Gabriella Sica) e Altri Cieli (Roma 2011). E’ tra i redattori di Q, quadrimestrale di cultura. Ha scritto su Stilos, Capoverso ed altri.

“Cerchi concentrici (sul cadere dell’alba)” di Daniela Ferraro, recensione di Lorenzo Spurio

Cerchi concentrici (sul cadere dell’alba)
di Daniela Ferraro
Aletti Editore, 2012
Pagine: 77
Isbn: 978-88-591-0628-9
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Lasciatemi uno spazio
in cui blandire
l’ultima stria di mare
dove al cielo s’attacca
placida l’onda
per più fidata morte,
senza rumore. (51)

 

61649_3840551364912_30219808_nDaniela Ferraro, docente di Lettere e poetessa, vive a Locri, nella provincia di Reggio Calabria ed ha pubblicato due sillogi poetiche: “Icaro” (Rupe Mutevole, 2011) e “Cerchi concentrici (sul cadere dell’alba” (Aletti, 2012). La sua poetica raffinata e suadente fa pensare al lettore attento a un odore dolce, forte e totalizzante, del quale prima è inebriato e che poi non riesce a ritrovare. Nelle poesie che compongono la raccolta “Cerchi concentrici”, il cui titolo rimanda a una rotondità nella sua ridondanza, ma anche a una compresenza dentro a un limite di circonferenza, la poetessa abbandona esperienze empiriche e travalica una poetica di tendenza neo-popolarista per giungere, invece, al cuore delle cose. Lo fa con un linguaggio a tratti ricercato e apparentemente incongruo con la costituzione di salde impalcature di correlativi aggettivi prediligendo una strutturazione del verso che è breve e a tratti impetuosa. Nulla di ciò che potrebbe sembrare eccessivo o aggiuntivo è presente in queste liriche che si caratterizzano per una fisionomia minimalista e un gusto ricercato che le trasforma in una sorta di preghiera laica, molto consapevole del tempo in cui vive: “Fermate lo scalpiccio./ Qui troppa gente/ di pugni fa rovello/ e inciampa l’ombre” (51).

L’idea che il lettore si va facendo man mano che prosegue nella lettura è che c’è come un qualcosa che rimane inespresso e che l’io lirico ha espressamente voluto metamorfizzare nei suo versi, ma il compito della poesia è proprio quello di andar ad indagare il mondo attraverso gli elementi di esso che comunemente non consideriamo, ed è così che diventa possibile per la poetessa giungere a ciò che nel reale travalica dal campo di possibilità (“afferro l’ombre”, 11).

I vari titoli delle poesie nella maggior parte dei casi sono resi nella loro forma nominale (“Il sognatore”, “Inedia”, “Attesa”, “Leggerezza”, etc) quasi a voler sottolineare come l’azione (la componente predicativa) non sia che seconda e dipendente dall’universo di oggetti, cose ed elementi che compongono il nostro quotidiano con le quali è possibile colloquiare proprio come i “profili di silenzi” (21).

Difficile poter dire con una certa sicurezza quali sono le tematiche portanti di questa silloge, perché in una sola poesia Daniela Ferraro parla evocativamente di più cose, alludendo a più mondi “sommersi” del nostro io o del nostro passato che vive attraverso il ricordo, ma azzarderei nel dire che è la natura vivente con i suoi misteri ad essere uno dei punti di partenza di questa indagine introspettiva che la poetessa fa dove va pure detto che l’elemento sonoro è importantissimo: da una lirica all’altra sprofondiamo nel caleidoscopio di rumori, suoni sommessi, fruscii e sciabordii che fanno compagnia al lettore e risuonano nella stanza durante la sua lettura. Non da ultimo va detto che come ogni grande poeta, la Ferraro non può esimersi nel fondere le sue liriche con Eros e Thanatos, amore e morte, che sono le pulsioni che Freud descrisse nei suoi studi sulla psicanalisi. E tra cieli stellati, sogni evocati, amori finiti, la poetessa non può fare a meno di riscoprirsi nella quiete (“Esangue il cielo goccia, d’infagottate stelle,/ desolati silenzi”, 67) riecheggiando la poetica del silenzio di Montale.

 LORENZO SPURIO

 10-09-2013

“Dal bisogno di sapere al desiderio di capire” di Ettore Bonessio di Terzet

Quando l’essere umano ha iniziato a pensare qualcosa ( sapendo di pensare), ha pensato come relazionarsi alla Natura e agli altri esseri umani, dapprima dello stesso gruppo.

Un problema si presentò ogni volta che gruppi diversi, magari della stessa etnia, venivano in contatto. Per lo più, ci dicono i dati archeologici, lo scontro era inevitabile, ma talora i gruppi si integravano, si allargavano e aumentavano la capacità del “nuovo gruppo “ di vivere meglio e di raffinare la propria tecnologia.

Che cosa pensavano e si dicevano gli esseri umani di questo gruppo ipotetico?

Certamente erano meravigliati di quello che vedevano sentivano provavano. Contemporaneamente erano curiosi di vedere e di sapere che cosa fossero le cose che vedevano, come funzionassero, come fossero “fatte” e come poterle utilizzare ai propri fini benefici.

Meraviglia curiosità emozioni voglia di sapere che cosa.

Questi i primi movimenti della mente e dello spirito degli esseri del nostro gruppo, mantenutisi per via genetica negli umani ulteriori.

Anche noi ci meravigliamo di fronte ad una cosa nuova, siamo stupiti dall’architettura di un tempio antico o di un palazzo modernissimo; siamo curiosi di avvicinarli di toccarli di vedere che cosa siano; siamo emozionati e vogliamo sapere come sono fatti. Poi li nomineremo secondo il nostro linguaggio in generale ed alcuni daranno loro un nome secondo la propria lingua, distinguendosi dai più.

E via così, venendo sempre più alla mente ed allo spirito il senso dell’ignoranza, il desiderio di sapere sempre di più e il sentimento disturbante di sapere che non sappiamo tutto, se non si intenda per tutto il mondo degli oggetti circostanti. Il che pare una limitazione da non prendere in considerazione.

Allora dobbiamo aggiungere ai primi moti che abbiamo detto, anche l’ignoranza, il sapere di non sapere.

Ignoranza che porta uno squilibrio, la sensazione che “muovendoci” incontreremo cose che non conoscevamo e che non sappiamo che cosa siano e come si comporteranno.  Queste cose ignote portano un nuovo moto della mente e dello spirito: la paura.

Sappiamo soddisfare la nostra meraviglia lo stupore la conoscenza, ma non subito il sentimento di ignoranza e quello della paura.

Ignoranza e paura sono i sentimenti che hanno guidato gli esseri umani nella progressione positiva e negativa dell’evoluzione che va verso la completezza dell’essere umano.

Con che cosa si può combattere l’ignoranza è ben intuibile: con lo studio e la continua conoscenza degli oggetti. Ma la paura non è così facile da superare.

imagesMa anche l’ignoranza non è estinguibile giacché le cose da conoscere “aumentano” con il progredire del conoscere e del sapere.

Che cosa fare?

Per l’ignoranza non c’è scampo.

Possiamo arrenderci non procedendo più nella conoscenza e rientriamo, per sicurezza di sopravvivenza, nella “norma media del gruppo”.

Altrimenti possiamo continuare a conoscere a studiare e indagare “le cose del mondo nostro e altrui”, vicino lontano lontanissimo, ma nella consapevolezza che non raggiungeremo mai la conoscenza totale. Così alcuni esseri continueranno ad accumulare e raffinare il proprio conoscere tentando di pervenire ad un sapere più completo (più profondo) in campi relativamente ristretti e circoscritti, ossia si specializzano. Ma anche in questo caso, l’essere umano non può non riconoscere che ha un limite oltre il quale non può andare e, ragionevolmente, accetta (alcuni non lo accettano) tale limite come il limite di se stessi.

Bisogna ammettere che l’ignoranza si può contenere, ma non sconfiggere.

Più si conosce e più entriamo nella consapevolezza che un vasto territorio di conoscenze rimane da esplorare e che a noi, esseri umani, non è concesso toccare la fine di esso.

L’ignoranza non si sconfigge, ma fa riconoscere in particolare il limite del singolo essere, e in generale i limiti dell’umanità.

Vediamo che cosa succede con la paura.

Dapprima abbiamo paura di tante cose, dal buio al fuoco, del nuovo, del diverso sino a costruirci un nemico su cui scatenare la nostra paura che trasformiamo in aggressività.

Quando ci sembra di aver sconfitto la paura con l’aver individuato il perché del suo insorgere, ecco che un altro evento, cosa o persona, fa rinascere la paura.

E così via, possiamo andare più avanti per giungere alla matrice della paura: la morte.

Abbiamo paura perché sentiamo che siamo limitati dalla fine del nostro essere umani. Abbiamo paura di qualche cosa esterna ed interna perché abbiamo paura della morte. In generale, e oggi più di ieri, non siamo educati alla morte, se non attraverso pedagogie che inibiscono le nostre capacità e possibilità e ci portano se non alla rassegnazione, alla depressione.

Come superare la paura della morte?

Respingere il pensiero di essere immortali come quello dell’inutilità del fare, soprattutto non lasciarsi prendere dal naturale e vitalistico scorrere della vita, manifesto in certi modi di dire: è il destino, doveva andare così ecc.

Ogni essere umano è padrone e responsabile del suo destino e possiamo agire secondo quello che siamo. Ritorniamo all’accettazione del nostro limite, di noi stessi.

Nessuna rassegnazione, nessuna depressione, nessun fatalismo quindi.

Anche l’idea di immortalità può essere riportata, con una conversione mitica, al fatto che un tempo siamo stati immortali e che poi per qualche evento che non sappiamo e per una ragione ignota alla nostra ragione, siamo adesso mortali. Dobbiamo accettare di essere mortali e meglio lo faremo se migliore sarà stata l’educazione a questa condizione.

Solo con la consapevolezza che il nostro vero limite è la morte e non l’ignoranza, possiamo liberarci da questi due sentimenti e possiamo vivere nella libertà e responsabilità verso noi stessi e gli altri. Anch’essa limitata e non assoluta.

Sappiamo, adesso, che sin dall’Inizio l’essere ha saputo di esser limitato a tal punto che sparisce, muore agli affetti agli amori alle cose che per lui erano piacere gioia e lo soddisfacevano anche per un altro sentimento che aveva bussato alla sua mente e al suo spirito: la Bellezza.

La morte ci porta via il sentimento della Bellezza e del Bello.

Che fare a questo punto? Entra in gioco il pensiero.

Per una buona parte dei secoli, dalla Grecia ad oggi, il pensiero è stato confuso con la filosofia, con una certa filosofia che si presenta, troppo spesso sotto mentite spoglie, come una retorica per convincere e guidare la massa verso predeterminate finalità economico-politiche.

La scienza del potere è questa certa filosofia.

Dicevamo che entra in gioco il pensiero. Abbiamo molte tipologie di pensiero: metaforico, simbolico, mitico, metafisico, pragmatico, pratico, scientifico, tecnico e tecnologico (tutti di ordine operativo questi ultimi) ecc.

Entra, può entrare in gioco il pensiero totale, somma dei vari pensieri e che si può esprimere come pensiero trasformativo, a differenza del pensiero filosofico che si esprime  come normativo e ripetitivo.

Il pensiero trasformativo è il pensiero che può salvare l’essere dalla sua paura fondamentale, la morte.

Gli impulsi che il sentimento della morte agita nel nostro interno ed esterno come atti e azioni possono non essere repressi (per paura), ma trasformati in possibilità positive per l’essere. Vale l’esempio di Van Gogh che, ossessionato dalla paura di non essere accettato e quindi isolato, respinto e negato come artista, ha trasformato le energie della paura della morte in opere d’artepoesia. Ed altri esempi esistono.

Trasformare la morte in vita attraverso l’opera d’artepoesia e non per raggiungere una immortalità orizzontale, ma per se stessi prima di tutto ovvero per esprime tutto quello che si poteva dire all’interno del limite riconosciuto e accettato. All’interno di questo limite l’artistapoeta esplode tutte le proprie energie non pensando a se stesso, ma mirando oltre la propria vita, alla vita dell’umanità, alla vita che non muore, ma si trasforma.

Oltre lo spazio e il tempo, verso lo spaziotempo, verso gli universi mondi indefiniti, forse infiniti. Grande scommessa anche senza fede in un Dio, avendo fede nella propria attività, nell’arte scelta per segnarsi nella massima umanità.

Ogni segno è parola.

L’essere trasforma il limite in una luce di Bellezza, siccome l’artistapoeta cerca nel suo “fare artistico”  primariamente, se non solamente, la poesia. E sappiamo, nessuno può negarlo, che nel nostro complesso gruppo etnico europeo la poesia cerca l’idea che esprime la Bellezza.

Semplicemente possiamo dire che l’essere per esistere umanamente al massimo non può che essere un artistapoeta, un essere trasformativo che agisce e opera per la Bellezza, sconfiggendo ignoranza e morte, perché ha capito il grande gioco del pensiero e della parola a cui è stato chiamato.

  

Ettore Bonessio di Terzet

1 settembre 2013

QUESTO ARTICOLO VIENE PUBBLICATO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

In a lifetime – Storie di mare, di terra e altre storie

inalifetimeofficial

Torna l’appuntamento con l’Irlanda allo Shakespeare Cafè di Parma (Via Goito 1 – Link http://www.shakespearecafe.it/it/index.html)

Mostra fotografica di Sandro Pezzi

Concerto/Reading con:
Sandro Pezzi – Voce, chitarra
Reggiani Stefano – Narrazione e testi
Cecilia Bolognesi – Violino
Elde Lini – Violoncello
Fiorenzo Fuscaldi – Percussioni

Tre poesie di Rosaria Minosa con un commento di Lorenzo Spurio

Tre poesie di ROSARIA MINOSA

con un commento di LORENZO SPURIO

   

NOTTE  STELLATA

di Rosaria Minosa

  

In questa notte stellata….
Non esiste confine…. tra cielo…. terra…. mare
In questa notte stellata….
Solo le lucciole sono regine,
mentre i pesci sono padroni del Mare.
In questa notte stellata,
gli alberi…. cullano il mondo con i loro rami e le loro foglie,
mentre i fiori chiudono i loro petali
per raccogliere i sogni degli uomini.
In questa notte stellata….
La Luna ….
Osserva ogni creatura di Dio…. per dare loro pace.
In questa notte stellata….
Il mio pensiero
oltrepassa il confine dell’infinito.
Chiudo gli occhi…. e il mio cuore si riempie d’amore….
Affinché il giorno dopo…. io riesco a “DONARLO”.

 

 

 

CIELO

di Rosaria Minosa

 

Cielo ….
avvolgimi nel tuo “IMMENSO INFINITO”,
avvolgimi nel tuo “INFINITO DIVINO”.
Fammi cullare….
dalle tue amiche nuvole.
Cielo ….
inebria la mia mente….
affinché per un attimo  dimentichi “ IL MONDO”.
Cielo….
abbracciami per un attimo….
perché quando aprirò gli occhi….
quell’attimo…. diventerà “UN’ETERNITA’”.

  

                                                            

LETTERA DI UNA MAMMA

di Rosaria Minosa

  

I nostri sogni, si sono fermati quel maledetto giorno.
Uno squillo di telefono.. una corsa in ospedale.. tu.. eri già in sala operatoria
all’improvviso per me e tuo padre, non c’era luce.. non c’era sole.. non c’erano parole.. ma solo buio..fitto .. nero.
L’inferno era dentro di noi. L’inferno era attorno a noi.
Da quel momento, i secondi.. i minuti.. le ore.. i giorni, tutto sembrava andare lentamente. Il tempo si era fermato.
Tutto era immobile.. le persone.. l’aria, tutto ciò che era attorno a noi.
Solo l’attesa.. era viva. Attesa così lunga.. amara.. dolorosa.
Ti avevano tagliato la strada, non avevano rispettato lo stop, a me e tuo padre non interessava,
era importante, solo il tuo respiro, sentire la tua voce, sentirsi chiamare “mamma e papà”.
All’improvviso, mano nella mano, io e tuo padre abbiamo iniziato a camminare in una nuova strada.
I nostri sogni “distrutti”.
Vederci invecchiare assieme, tra le grida gioiose dei nostri nipoti. Vederti davanti all’altare con la tua “sposa”.
Sogni lontani.. sogni svaniti. La porta della sala operatoria si è aperta. Tu eri vivo, respiravi
era come se io e tuo padre, ti avessimo partorito in quell’istante “UN NUOVO FIGLIO”.
Io e tuo padre, mano nella mano, piano piano abbiamo dovuto conoscerti.
Il nostro futuro, il tuo futuro,
non sarà più di schiamazzi di bambini o vederti soffrire per le tue prime cotte.
Il nostro futuro, è fatto e sarà di piccoli gesti guardarti negli occhi, e cercare di cogliere il tuo primo sorriso.
Non possiamo più camminare assieme, le tue gambe non potranno più muoversi,
le tue braccia non potranno più abbracciarci, la tua bocca non dirà più “MAMMA E PAPA’”.
La nostra vita, la tua vita, va’ nello stesso binario. Il nostro treno non corre, ma procede adagio,lento.
La strada non è più scura, ma io e tuo padre riusciamo a vedere ogni giorno, un piccolo spiraglio di Luce.
Luce che è presente, anche quando la sera tutto tace, e il buio e il silenzio prendono il sopravvento.
Perché è quella “Luce”, che ci dà la forza e il coraggio, di dire
“DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO”.

   

Commento di Lorenzo Spurio

 

E’ un compito difficile commentare tre poesie di un autore, soprattutto se a noi contemporaneo, se non si conosce il suo profilo umano e letterario e soprattutto, perché il commento potrebbe finire per risultare semplicistico o poco in linea con la sua reale poetica. Ad ogni modo tenterò di dare una mia interpretazione e lettura di tre poesie di Rosaria Minosa.

Delle tre liriche inviatemi mi sento di avvicinare le prime due “Cielo” e “Notte stellata” per la loro affinità concettuale che si evidenzia già dal titolo stesso: entrambe vedono l’io lirico con gli occhi puntati verso l’alto, verso il cielo. Nel primo caso non ci è data la determinazione temporale della giornata, non sappiamo se il cielo sia diurno o notturno (sembrerebbe diurno, perché si parla di nuvole), ma leggendo la lirica ci rendiamo ben presto conto che questo non ha molto senso ai fini del messaggio ivi contenuto.

In “Cielo” Rosaria Minosa utilizza una terminologia che oserei definire “panteistica” o addirittura “universalistica” in quanto fa riferimento a concetti/espressioni indefiniti: si parla, infatti, di ‘infinito’, ‘immenso’ ed ‘eternità’. Concetti che, se vogliamo, possiamo caratterizzare anche secondo una venatura religiosa in quanto ci si riferisce all’infinito chiamandolo “infinito divino”. C’è un senso di mistero e di sospensione in questa lirica in cui la poetessa sembra cercare nella natura sconfinata, soprattutto nella possenza dell’atmosfera, un abbraccio rincuorante (“Fammi cullare…/ dalle tue amiche nuvole”) che individua una velata fuga dalla realtà (le cui motivazioni, però, non vengono fornite al lettore). Il discorso lirico qui contenuto si realizza sul livello della temporalità impossibile da considerare e valutare perché imprecisa e sempre caratterizzata da un velo di infinito, ma dalla quale si evince il desiderio di trasformazione dell’attimo (il momento) in qualcosa di perpetuo (l’eternità).

Nella lirica “Notte stellata” si aggiungono i chiari segnali di una natura rigogliosa, presente e padrona del suo spazio (“Le lucciole sono regine”; “i pesci sono padroni del mare”) che sembra acquisire la sua autorevolezza indiscussa, però, solo di notte, quando le attività dell’uomo sono ferme. La lirica, maggiormente caratterizzata nella tinta cromatica delle immagini, ci fornisce un mondo che pensiamo essere buio (quello della notte) che, invece, è luminosissimo perché abitato dalla Luna, dalle stelle e addirittura dalle lucciole. Il sentimento universale che porta l’io lirico a riconoscersi e quasi a volersi liquefare nello scenario naturalistico dormiente, ma assai vivo, si chiarifica nel finale quando la poetessa appunta: “Chiudo gli occhi…e il mio cuore si riempie d’amore…/ Affinché il giorno dopo… io riesco a DONARLO”.

L’ultima poesia, “Lettera di una mamma” in realtà non è una vera poesia, ma una prosa, sebbene contenga elementi di alto lirismo dovuti all’andamento tragico ed empatico della vicenda in sé narrata (si osservi, infatti, il titolo in cui si dice “lettera”, genere che normalmente è di tendenza prosastica). Il contenuto è doloroso e struggente: una madre mette sulla carta la pena provata dal momento del grave incidente del figlio che da quel giorno sarà un vegetale e non potrà più muoversi né parlare. I sogni fatti e alimentati negli anni svaniscono come bolle di sapone e tutto si fa dolore: la speranza che il figlio si salvi da quell’incidente viene presto soppiantata dalla sua grave invalidità con la quale i genitori dovranno fare i conti giorno per giorno.

Dal giorno si passa alla notte, la luce si fa soffusa e sembra spegnersi per sempre facendo piombare il tutto nel buio se non fosse presente quel “piccolo spiraglio di Luce” che, forse, è figlio del baluardo della religione cattolica alla quale ci si può attaccare ancora di più in circostanze simili.

Il buio e il silenzio prendono il sopravvento”, ma la morte, immagine del buio e del silenzio totale, che viene allontanata dalla salvezza seppur a costo della grave invalidità, viene scalfita dai flebili bagliori di una speranza dolorosa, ma che va alimentata giorno per giorno: “Domani è un altro giorno” è la chiusa di questo strozzato canto d’amore e d’angoscia.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 28 Agosto 2013

“Battiti d’ali nel mondo delle favole” di Sandra Carresi, recensione di Lorenzo Spurio

 Battiti d’ali nel mondo delle favole

Di Sandra Carresi e Michele Desiderato
TraccePerLaMeta Edizioni, 2012
Pagine: 141
ISBN: 9788890719011
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

untitledL’anno scorso assieme a Sandra Carresi, scrittrice fiorentina, ho scritto e pubblicato un libro di racconti dal titolo “Ritorno ad Ancona e altre storie” (Lettere Animate, 2012) che abbiamo felicemente presentato a Firenze ed ha ottenuto varie recensioni positive. In molte di esse si sottolineava come due autori distanti per provenienza geografica ed età avessero dato vita a un libro la cui scrittura era fluida e senza zone di confine che dicessero al lettore dove terminasse la scrittura di un autore e iniziasse quella dell’altro. Devo confessare che è stata un’esperienza di scrittura molto positiva e interessante che ha dimostrato una certa affinità letteraria con Sandra, persona che si caratterizza per la una grande disponibilità e collaborazione con gli altri. Non è un caso che prima di quel libro scritto con me avesse pubblicato con ilmiolibro “Battito d’ali nel mondo delle favole”, scritto assieme a Michele Desiderato. Quel libro, rivisto, ampliato e dotato di illustrazioni opera di Michela Del Degan, è stato pubblicato da TraccePerLaMeta Edizioni con lo stesso titolo. Il procedimento di collaborazione che ha interessato Sandra e Michele, però, è stato differente dal nostro operato con “Ritorno ad Ancona” in quanto Desiderato ha principalmente ricoperto la vena ispiratrice delle storie narrate che poi Sandra, grazie alla sua abile penna, ha trasposto e “fatto nascere” sulla carta.

Il libro in questione è una raccolta di racconti piuttosto brevi che utilizzano un linguaggio semplice e pulito, facilmente accessibile a tutti e proprio per questo essi possono essere visti anche come delle favole, ossia dei testi che, pur basandosi molto sul fantastico, hanno però un fine pratico, cioè quello volto a trasmettere un certo tipo di insegnamento.

Come viene tratteggiato egregiamente nella nota di prefazione al testo nella quale si richiama il padre della favola moderna, Propp, che con i suoi saggi contribuì a dare uno studio sistematico sul genere, questo libro può essere iscritto senza difficoltà all’interno di questo genere. Alcuni dei racconti che compongono la raccolta presentano vari elementi caratteristici del genere; solo per citarne alcuni l’importanza del mondo naturale con il quale i personaggi colloquiano conoscendo ad esempio il linguaggio degli uccelli; il fatto che i personaggi siano degli animali in grado di intendere, ragionare e parlare; l’intenzione morale che spesso si contraddistingue con la chiusa del racconto e i ribaltamenti di fortuna, episodi che improvvisi e non ipotizzati, cambiano di fatto le pieghe della storia completamente “ribaltandola” (ciò può avvenire sia in bene come avviene ad esempio in “La magia della polvere d’oro”, che in negativo). La favola in parole minime è una narrazione in cui c’è sempre qualcosa di “magico” da intendere con questa parola un sinonimo di “sorprendente”, perché lontano dalla nostra realtà come gli autori scrivono in maniera chiara in quello che sembrerebbe essere un paradosso, ma che non lo è: “La verità non era credibile”(p. 104). Ma se è vero che esse sono delle favole, va anche detto che non sono delle favole nel vero senso della parola, poiché gli autori con questo esperimento letterario hanno voluto espressamente dare al lettore qualcosa di più. La peculiarità dei racconti è che ci si trova in un mondo geografico che, pur descritto nella sua toponomastica, è irreale, difficile o addirittura impossibile cercarlo su un atlante, tanto da richiamare spazi reconditi, manifestazioni dell’immaginifico, ma nei plot che vengono raccontati, o ancor meglio bisognerebbe dire “dipinti”, si insinuano anche le problematiche sociali che sono dell’uomo d’oggi: si veda ad esempio il problema dell’inquinamento visto e dibattuto da due lattine che campeggiano anche sull’immagine di copertina o il riferimento ai centri commerciali che viene fatto nel racconto iniziale “Una fermata utile a Middleton”. Si osservi che questi richiami al mondo contemporaneo sono connotati sempre negativamente quale espressione di massificazione, industrializzazione e caos, configurandosi come anti-eden degli spazi bucolici in cui, invece, si dipanano normalmente le varie storie.

Più generalmente l’attenzione è volta a rappresentare le vicende di una data realtà geografica solitamente molto ridotta (l’isola, il paesello) dove, per quanto avvengano cose abbastanza improbabili nella nostra realtà, tutto sembra diventare magicamente vero.

Centrali i temi dell’educazione (con l’immagine della scuola e dei libri), della formazione, della crescita, della volontà di sviluppare le proprie capacità intellettive e pratiche e nell’importanza di una condivisione delle proprie abilità e un fascino verso il diverso (“Io penso che in un’atmosfera diversa, bambini con culture diverse, si sono incontrati e si sono regalati qualcosa che veniva dal cuore”, p. 33).

Le perle di saggezza che fluiscono dalle pagine di questo libro sono molte e fruibili a tutti con semplicità, basterà avere una certa predisposizione a saper ascoltare ciò che gli autori vogliono dirci: “tutti si erano arricchiti di un oro che non era pirite e avrebbe continuato a brillare per la vita” (p. 22).

Se ancora oggi, la società post-postmoderna dominata dal disagio, dalla frenesia, dalla spersonalizzante logica “commerciale” delle nostre esistenze, fosse ancora improntata nelle primissime fasi della crescita a un certo tipo di insegnamento, che non è niente di retrogrado né anacronistico, allora sì, forse si potrebbe avere un mondo migliore dove emarginazione, violenza e xenofobia sarebbero messi a tappeto.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 29 Agosto 2013

E’ uscito “Maschera” di Vincenzo Monfregola

1059196_10201933685174599_435965659_nMASCHERA “…ci trucchiamo ai confini del cuore…”
di  Vincenzo Monfregola
Casa Editrice: egoEdizioni
ISBN: 978-88-98410-24-8
Numero Pagine: 140
Prezzo: 13,90
 
link per l’acquisto: http://www.twinsgroup.it/twinsstore/home/113-vincenzo-monfregola-maschera.html
 
link pagina facebook: https://www.facebook.com/maschera.it
 
Sinossi:

Porto a voi parole in versi, emozioni in lettere, colori su carta; a voi che respirate di sole, di cielo, di aria quella pura, a voi che amate, piangete, sorridete, vi emozionate. Porto a voi la mia poesia, possa essere di compagnia, di sfogo, di lettura nel tempo, di conservazione per quelli che verranno, per coloro che non vedono, non sentono, non parlano.Porto a voi la mia anima senza veli affinché alcuna maschera salga su quel palco che recita la vita.