Intervista a Cinzia Cavallaro

autrice di Dies Natalis

a cura di Lorenzo Spurio

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?

CC: Il titolo si rifà all’idea cristiana della nascita nella Luce, in Cristo, il giorno della morte; per i santi, ma anche per tutti i credenti che morendo lasciano sulla terra il corpo (con cui si ricongiungerà alla fine dei tempi) mentre l’anima nasce a vita nuova nel Cielo, con Dio. E’ per questo che viene scelto il giorno della morte per ricordare i santi riferiti nel calendario.  In verità, le mie liriche spaziano in modo molto libero sul tema della morte, ma l’idea centrale di essa come resurrezione nella luce è il filo conduttore di tutta la raccolta poetica.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CC: Inizio dalla fine, dunque dalla seconda domanda, confermando di essere della tua stessa idea anche perché negherei l’ovvio, nel senso che anche se uno scrittore raccontasse una storia a lui totalmente estranea e completamente inventata metterebbe comunque il suo vissuto inconscio, pertanto autore e storia non si possono mai scindere completamente. In poesia le cose funzionano un po’ diversamente in quanto, non essendo uno scritto lungo e con un impianto narrativo ben preciso, è la totale osmosi con il mondo visto attraverso lo sguardo del poeta che parla, perciò è pleonastico dire che c’è tutto del poeta nei suoi versi. Riguardo a Dies Natalis c’è tutto di autobiografico perché le poesie ricordano persone scomparse a me care oppure i versi parlano totalmente di me.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CC: Sono tanti, svariati ed antichi. Sono cresciuta con gli autori del novecento e la mia prima e fondamentale formazione sì rifà all’adolescenza e alla gioventù, perciò i poeti che ha dato l’imprinting in poesia sono stati gli ermetici Ungaretti e Quasimodo piuttosto che Montale e Cardarelli. Poi ho proseguito con altri generi e spaziato in letterature straniere ma tutto è iniziato da lì. Ho amato Dante come Shakespeare anche perché è stato materia di studio all’università. E negli ultimi anni mi sono sentita molto attratta dai versi di Alda Merini e di Wislawa Szymborska.  Lo stesso in modo speculare vale per la narrativa: ho divorato Cassola, Pavese e Buzzati da quindicenne per poi seguire man mano i maggiori autori dei decenni successivi. Ugualmente ho dovuto e voluto leggere letteratura inglese e qui, a parte Oscar Wilde, David Lawrence e William Golding amo di più la letteratura femminile partendo dalle sorelle Brontë per finire con Doris Lessing, con tutto quello che ci sta in mezzo.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CC: È piuttosto curioso dirti che, quasi come segno del destino, il libro che ho amato di più è Cime tempestose di Emily Brontë che scoprii e divorai a quattordici anni di nascosto dai miei genitori. La copia del libro era in casa ma la scoprii solo a quell’età; i miei genitori non ritenevano che io la potessi ancora leggere ed evidentemente il senso del proibito ha acuito ancor di più la curiosità. Di fatto è stata un’assoluta folgorazione che mi ha fatto capire cos’era un romanzo dalla struttura complessa con una storia così unica. Mi ha affascinato il fatto che i sentimenti descritti fossero così forti e reali tanto che la natura umana è stata completamente eviscerata esattamente così com’è con una narrazione poetica ed intensa; assolutamente realistica sebbene intrisa di sogno e di mistero. Insomma, lo ritengo un capolavoro che ha avuto la capacità di far nascere in me il desiderio di scrivere. Sul versante poetico è un po’ difficile fare una scelta assoluta, ma se proprio lo devo fare opto sicuramente per Alda Merini.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CC: Non sei il primo che mi pone questa domanda e posso dirti che essendo una lettrice onnivora e versatile non riesco davvero ad identificare uno o più autori che possono aver contribuito in modo reale a formare il mio stile. Quando scrivo non ho in mente il libro di un altro che ho già letto, ho in mente un lettore ideale al quale voglio raccontare una storia unica narrata con parole completamente mie. Quindi io credo che bisogna distinguere il proprio stile dagli autori più amati: se scrivi veramente gli autori che hai più amato sono presenti nella tua formazione ma non come autori da emulare.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CC: Non ho mai collaborato con nessuno ed è un’esperienza che mi manca. Avevo un progetto di questo tipo ma è rimasto in fase embrionale anche perché c’è una distanza fisica piuttosto importante con l’altro autore e poi perché sono molto impegnata con la scrittura di un mio testo che voglio concludere quanto prima. Devo dire che la cosa mi affascina molto ma la lascio tranquilla, almeno per ora.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CC: Penso che le poesie di Dies Natalis siano adatte a tutti i lettori adulti amanti della poesia contemporanea. Diverso è il romanzo che ha avuto maggiori riscontri dalle lettrici, anche se alcuni lettori maschi mi hanno inviato feedback del tutto positivi. 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovata con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

CC: Niente da dire con l’editore che mi ha proposto di pubblicare le poesie nella collana Plaquette diretta da Giulio Maffii. Ricordo ancora la mia felicità mista a stupore quando lessi la sua proposta via mail. Il Foglio Letterario è un editore che, insieme a molti altri sulla stessa linea, non possono che essere considerati una benedizione per gli autori che vogliono dare alle stampe le loro opere.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

CC: Tutto concorre a formare e arricchire il percorso di un autore. Peccato che i premi non siano tutti così trasparenti, le opere concorrenti tante e non tutte forse lette con la dovuta calma e attenzione, le tasse di scrittura quasi sempre richieste e non so quanto realmente necessarie. Sullo stesso binario i corsi di scrittura dei quali esistono molte forme e che bisogna poi scegliere con attenzione. Una base è importante ma, alla fine, è la necessità quasi compulsiva della scrittura e la scoperta della propria personale voce che devono avere la meglio e, in questo senso, non c’è corso di scrittura creativa che tenga.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CC: Importantissimo e per me vitale. Mi dispiace che io riesca a gestirli solo in modo virtuale per mancanza di tempo ed anche che, alcune volte, raccolgo deludenti esperienze di infantile invidia che francamente non concepisco. Se si è tranquilli nella propria arte non può che esserci dialettica, scambio e vicendevole arricchimento.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

CC: È noto che scrivere è sempre un po’ riscrivere, non nel senso che si rimaneggiano testi altrui già noti, ma piuttosto perché tutto quanto è stato letto rimane nella mente e in qualche modo si ricollega a quello che si andrà a scrivere. Questo non è un pensiero nuovo ma che ritengo del tutto condivisibile, tant’è che, per citarne uno solamente, l’amato Cesare Pavese della mia gioventù, ha affermato: “Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma”. Il passo successivo può diventare la nostra scrittura.

LS: Hai in cantiere nuovi lavori e progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

CC: Sto lavorando al mio nuovo romanzo intervallato da racconti quando sento l’esigenza di scriverne. Nel frattempo mi tiene compagnia la mia quasi quotidiana scrittura poetica che mi piacerebbe proporre per una nuova raccolta. Il tutto non sarà nell’immediato.

La ringrazio per avermi concesso questa intervista che verrà pubblicata sul mio spazio blog, Blogletteratura e Cultura, sulle riviste on-line Parliamone, Segreti di Pulcinella ed Euterpe con tempi e modalità che le verranno in seguito fornite.

a cura di Lorenzo Spurio  

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA PUBBLICAZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE. 

Intervista a Gioia Lomasti

Intervista a Gioia Lomasti

Autrice di Dolce al soffio di De André


a cura di Lorenzo Spurio

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?

GL: L’Opera Dolce al Soffio di De Andrè è un accorato omaggio al “cantautorpoeta” Fabrizio De Andrè. Ne ho riscritto i brani di Ostinata e Contraria con emozione reinterpretandole in poesia e carpendo l’essenza all’ascolto di un Viaggio rendendolo mio.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro?

GL: Nei miei testi c’e’ tanto di me, c’e’ il mio mondo che si riflette e si confronta con le immagini e le parole di un uomo, che più di ogni altra persona, forse fatta eccezione per i miei cari, ha cesellato la mia poetica.

LS: Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

GL: E’ vero, la letteratura in generale si e’ sempre prefissata questo scopo e cioè di trasmettere i propri stati emotivi, ma prediligo la poesia in quanto e’ quel ramo della letteratura che maggiormente riesce in questo arduo compito anche perché a differenza della narrativa e’ ermetica e chiusa in se stessa come fondamentalmente lo e’ l’anima umana.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti?

GL: Tutti coloro che mi fanno respirare emozione me compresa.

LS: Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

GL: I generi letterari che più mi affascinano sono la poesia specialmente di autori emergenti, in quanto io stessa mi ritengo tale, c’è gente che merita menzione e che spesso resta in ombra, l’ arte poetica per quanto definita argomento di nicchia la possiamo trovare nelle canzoni e resta quel respiro di espressione che amo maggiormente, non seguo le tendenze ma do valore ad un genere che a parer mio lascia un segno tangibile ai cuori di chi sa ascoltarne la sua essenza.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

GL: Passaggio. E’ il primo libro che ho scritto, un frammento di me e dedica d’amore in ricordo dei miei nonni. Parte della mia vita avvolta ad un cuore di carta chiamato poesia.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

GL: La mia poetica non e’ costruita sullo stile di qualcuno o qualcosa ma su una forza che e’ parte di me, o comunque mi accompagna sin dalla giovane età e che porta il mio nome, gli autori che amo di più sono gli amici che con me hanno portato avanti le loro pubblicazioni.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura?

GL: Il mio riaffiorare dopo un periodo di stasi di molti anni, pregiudicando l’assenza dell’ascolto e della mia percezione interiore, è riemerso con  3 pubblicazioni. Fu allora che grazie ai miei sogni conobbi persone d’oro che diedero slancio alle mie idee con il piacere di coordinare collane di varie entità editoriali, nate in pochi anni e cresciute grazie al supporto degli stessi, ma soprattutto alla grande vitalità degli autori, gli uni a rispetto degli altri, collocandomi sempre come autrice quale io sono per i contesti che ci accomunano.

LS: Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

GL: Un gioco complicato che può anche avere lati positivi e testi davvero meravigliosi, ma resto sul singolo autore che non costruisce, ma percepisce e imprime su carta le proprie emozioni.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

GL: Sicuramente agli amanti di Fabrizio, ma penso sia alla portata di tutti, anche chi solitamente non legge poesia.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana?

GL: A parer mio un contratto  editoriale deve soprattutto dare promozione e distribuzione, anche se nel novanta percento dei casi resta premessa e non la promessa di ciò che l’autore si reputa. Comunque la maggior parte degli scrittori non considerano che un contratto di edizione non e’ fonte di promozione, ma sarebbe buona norma farlo. La distribuzione e’ sicuramente una buona manna per la promozione dell’autore. Anche presentazioni curate e realizzate dagli editori  in strutture come librerie, quantificano la promozione. Stampare poche copie non da modo ne di distribuire, ne di supportare l’autore. Molto spesso gli stessi scrittori nemmeno sanno chi distribuisce, ne se realmente sono distribuiti, e ne tantomeno indirizzare acquirenti agli acquisti perché quel libro non lo reperiranno mai, questa e’ la cosa più triste che molte volte non dipende neanche dagli editori ma dal libraio che consente di proporre certi articoli più che altri in quanto poco reperibili se non addirittura sconosciuti. Accade spesso, che per il supporto non sempre fornito, l’autore è costretto ad agire da solo con tutti i pro e contro del caso. Molto spesso l’autore e’ lasciato a se stesso, con la realtà di sentirsi preso in giro. L’editore altresì deve muoversi per troppi autori, e questo non semplifica il suo compito.

LS: Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

GL: Con un sogno in più nel cuore. Ciò che penso e’ che il lavoro va fatto assieme all’editore trovando un punto d’incontro che possa dare sia agli uni che agli altri manforte nella stesura di un lavoro conciliante. Abbastanza bene quindi, premettendo sempre che forse un folto pubblico di lettori predilige la lettura di un romanzo che e’ sicuramente più interpretabile rispetto alla poetica che molto spesso è maschera di noi stessi ed artefice di viaggi emozionali solo per coloro che sanno realmente interpretarne l’ascolto. Limitandomi a questo non ho alcuna pretesa in merito al mio manoscritto se non quella di proseguire in ciò che mi sono prefissata e cioè in una raccolta fondi a scopo benefico, che già e’ stata assolta con i ricavati precedentemente raccolti nell’anno 2010.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

GL: Sicuramente per i concorsi e’ un canale in più di promozione per l’autore che emerge, ma da valutare sempre molto bene almeno per quanto riguarda me e i miei autori, ho anche partecipato a corsi di scrittura creativa, direi interessanti ma non essenziali.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

GL: Fondamentale.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

GL: Poiché noi tutti siamo immersi nell’universo e recepiamo il “TUTTO” dal “TUTTO”, accade anche che chi scrive lo fa avendo alle spalle un bagaglio culturale e di sensibilità…il processo di scrittura può essere inteso in senso involutivo ed evolutivo. Involutivo perché ripercorre i vissuti le emozioni, i sentimenti, la poetica tutta dello scrittore che se ne serve, riproponendo tematiche del passato ma pur sempre attuali. Evolutivo perché anticipa avvenimenti e situazioni future una proiezione insomma dei contenuti emotivi e cognitivi dello scrittore stesso una elaborazione di tematiche antiche alla luce del nuovo
è l’occhio umano che dopo aver visto ritrova e rielabora probabilmente tra il primo momento ed il secondo non ci sarà mai un interruzione.

LS: Hai in cantiere nuovi lavori e progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

GL: In meno di tre anni sono riuscita assieme ai miei collaboratori a dar vita a trentacinque opere come direttore di collana con grandi apprezzamenti da parte dei nostri lettori, dalla rassegna stampa e da presenze di un certo calibro. Con lo staff Vetrina delle emozioni portiamo avanti questo impegno con supporto giornalistico e di promozione, ed anche attraverso il sito poesiaevita.com (dove è possibile trovare le pubblicazioni al seguente indirizzo http://www.poesiaevita.com/poesiaevita.php) che ormai da tempo è un luogo di incontro e di collaborazione con tutti gli autori, non solo della collana stessa, permettendo di visualizzare tutte le informazioni: la rassegna stampa dedicata agli autori, affiliazione a portali di scrittura e musica, anche per il progetto Almax nella sezione cantapoeti e cantartisti (www.progettoalmax.it), ed un laboratorio creativo ideato e curato da me come volontaria su Radio Sonora web in Poesia e Vita con la sezione Una Goccia Di Splendore implementata nelle puntate e dedicata a  Fabrizio De Andrè (http://www.poesiaevita.com/radio_sonora.php) in virtù di una sintonia fra arte, musica e parole che ci accomuna e di grande interesse ed ascolto non solo ad un pubblico mirato in quanto è varia e da modo a tutti gli autori e cantautori che vogliono prenderne parte di avere visibilità anche tramite questo spazio. Per il futuro e’ sicuramente mia premura portare avanti ciò che poi si sta’ facendo tutt’ora, darci manforte gli uni a riguardo degli altri, grazie alla visibilità comune, partiranno sezioni e diverse collaborazioni editoriali, giornalistiche e portali web autogestiti per arte e scrittura. E’ forse abbastanza semplice creare gruppi nei quali di tanto in tanto ci si affaccia per dire ci siamo, ma più difficile sicuramente esserci sempre, questa sono io nel possibile e i ragazzi che con me collaborano, quella goccia di splendore difficile da trovare, ma noi <<Ci siamo>>.

 Ti ringrazio per avermi concesso questa intervista che verrà pubblicata sul mio spazio blog, Blogletteratura e Cultura, sulle riviste on-line Parliamone, Segreti di Pulcinella e Euterpe con tempi e modalità che le verranno in seguito fornite.

A CURA DI Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA PUBBLICAZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE. 

Laboratorio Narrativo di Patrizia Poli e Ida Verrei

Il Laboratorio di Narrativa su Fb è nato un anno fa, il 24 ottobre del 2010, e opera ininterrottamente da allora. È un gruppo Fb, al quale da poco si è aggiunta una nuova pagina ufficiale.

Il Laboratorio è gestito da Patrizia Poli e Ida Verrei. Patrizia Poli (foto a destra) è  laureata in Lingua e letteratura inglese, ha pubblicato su ilmiolibro.it due romanzi, “Il Respiro del Fiume”, “Signora dei Filtri” e due racconti lunghi raccolti in “ Bianca come la Neve.” Ida Verrei (foto sotto) è laureata in pedagogia, insegnante, ha pubblicato con Fabio Croce Editore “Un, due, tre, stella!” e “Le primavere di Vesna” .

Ecco come funziona il nostro Laboratorio:

Chi lo desidera può inviarci un racconto breve all’indirizzo     cla.tartina@virgilio.it  

Ida ed io lo esaminiamo entrambe parola per parola, quindi stiliamo due giudizi separati che vengono poi fusi in un’unica scheda di lettura privata e gratuita. Non si tratta di un giudizio, che rimarrebbe comunque soggettivo, ma di un’analisi attenta, volta a comprendere le ragioni del testo, il contenuto, la struttura narrativa e lo stile. Ci sforziamo di mostrare il “mondo” narrato dall’autore e il “modo” che egli ha per raccontarcelo. Nella scheda privata inseriamo anche suggerimenti per migliorare il testo, se possibile.

Se il racconto possiede un qualche interesse per tutti, lo pubblichiamo negli appuntamenti settimanali nel gruppo, accompagnato da una nostra recensione. In quest’anno abbiamo offerto un panorama di autori, di stili e contenuti molto diversi.

Proprio perché desideriamo lasciare la bacheca del gruppo libera per i racconti dei nostri autori e i relativi commenti dei lettori, abbiamo recentemente creato una pagina Ufficiale, sempre col nome Laboratorio di Narrativa, dove chi vuole può pubblicizzare le proprie opere, e dove si discute di narrativa in generale, intesa sotto tutte le sue forme, dai romanzi, al cinema, alla fiction. 

Seguici:

http://it-it.facebook.com/#!/groups/169307813081701/

http://www.facebook.com/poli.verrei.laboratorio.narrativa

Patrizia Poli

“Dolce al soffio di De André” di Gioia Lomasti

Dolce al soffio di De André   di GIOIA LOMASTI

Rupe Mutevole Edizioni, 2009, pp. 143

ISBN: 9788896418321

Recensione di LORENZO SPURIO

Il libro della Lomasti non è solamente una silloge di poesia arricchita da una grande ispirazione cantautoriale, è molto di più. E’ un mosaico di frammenti tessuti assieme, è un riuscitissimo esperimento letterario che coniuga la parola alla nota, la poesia con la musica. Perché, come si evidenzia già dal titolo, la raccolta è fortemente influenzata, anzi addirittura ispirata da un grande della musica italiana, un cantautore la cui fama, come spesso succede per uomini pubblici troppo lungimiranti o fastidiosi, viene riconosciuta solo dopo la morte. Il cantautore è il genovese Fabrizio De André, voce di temi sociali, ingiustizie, guerre. E’ curioso come molti dei titoli delle liriche della Lomasti non siano altro che i titoli di alcune canzoni dell’anarchico cantautore (Cantico dei drogati, Ballata degli impiccati, Bocca di rosa, La guerra di Piero, Preghiera in gennaio,…). Come nelle canzoni del grande Faber, nelle poesie della Lomasti si respira un’atmosfera di malinconia e di velata tristezza associata però a una grande consapevolezza di se stessi e di ciò che ci circonda e a una grande voglia di dire le cose come stanno, senza tanti fronzoli. La mia lettura e analisi delle poesie della Lomasti però ha il difetto di non poter essere troppo approfondita e accurata, come spesso mi piace fare, proprio per la mia scarsa conoscenza del grande cantante, delle sue canzoni e dei suoi temi. Ciò che colpisce dell’intera silloge non è solo come la Lomasti riesca ad omaggiare Faber di un preziosissimo tributo ma a coniugare arti diverse, la poesia e la canzone. Molti testi di canzoni, se ci prendessimo la briga di sviscerarli dalle colonne sonore, dagli arrangiamenti musicali, spesso non sono altro che delle poesie, dei componimenti condensati, allegorici e altamente evocativi, altre volte criptici, chiusi e di difficile comprensione. Ma è vero anche il contrario. La poesia potrebbe essere accompagnata da una melodia più o meno cadenzata, da un arpeggio o qualcosa del genere e gli effetti delle due arti non striderebbero ma creerebbero un connubio sorprendente. E’ ciò che accade con le liriche della Lomasti che scivolano via veloci nella lettura, sfuggenti, come un andamento musicale di alti e bassi mentre altre ondeggiano lievemente, sono più morbide e si adagiano su musiche lente e dall’andamento pressoché uniforme. Le poesie della Lomasti ci fanno danzare, correre, ondulare, muoverci a ritmo. Al termine di ogni lirica si cambia musica, così come Faber cambiava arpeggio a conclusione di ogni canzone.

 Recensione a cura di Lorenzo Spurio

29 Agosto 2011

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONI DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE

“Saffo” di Gianluca Paolisso, recensione a cura di Monica Fantaci

Saffo di Gianluca Paolisso 

Albatros Editore, Roma, 2011 

Recensione a cura di Monica Fantaci

Mi ha affascinata molto l’interessamento di un giovane scrittore verso la letteratura classica, molto spesso non valorizzata dai ragazzi. L’enorme passione di Gianluca per la poetessa Saffo si evince sin dalle prime righe, cariche di sentimenti, di interiorità, di speranza nel trionfo dell’Eros.
Il testo è diviso in due parti: la prima pone e risponde a domande sul significato di Eros, su come si manifesta l’amore, sull’unicità degli istanti nella vita dell’essere umano, sulla liberazione dell’anima.
Ciò che rende interessante il libro è l’inclinazione poetica di Saffo che si abbina perfettamente al linguaggio fresco dell’autore, quasi vivessero in simbiosi: il giovane Gianluca si rispecchia in Saffo e vive tutto ciò che vive Saffo, così che narratore e protagonista del romanzo diventano una cosa sola, formano un nucleo che dà informazioni sulla cultura classica a chi legge.
L’autore ci guida nelle vicende della storia di Saffo sull’isola di Lesbo, dove ha allieve che seguono i suoi insegnamenti lirici sull’amore, per prepararle alla vita coniugale, proprio qui la poetessa ha una storia d’amore con una sua allieva, Attis, che le darà modo di contemplare e di confrontarsi senza remora con l’amore profondo.
Dialoghi avvincenti, versi, canti, metafore sublimi si susseguono per dare la possibilità al lettore di spaziare, di avere ampie vedute dei luoghi, delle considerazioni delle donne nell’istituto del Tiaso. 
La realtà greca viene vista sotto ogni sfaccettatura: il rapporto tra Saffo e il padre, il rapporto tra Saffo e il fratello, ma soprattutto tra Saffo e la sua vita stessa, carica di amore, di passione, di desiderio verso un’altra donna che, per scelte predestinate, l’abbandona per sposare un uomo, così che la nostra poetessa si ritrova a ricercare se stessa, a ricercare l’amore, affrontando il viaggio che la conduce nell’isola dove si trova Attis, anche se dal marito viene a sapere della morte dell’amata a seguito della nascita della loro bambina. 
Saffo è tenace, pronta a lottare per l’amore, abbattendo le nubi che si trovano all’interno di se stessa, per dare luce ad un nuovo sole, attraverso le muse presenti nella sua vita, l’affetto per le sue allieve, per il padre, per il Tiaso, per la cultura greca.
Paolisso delinea l’amore tra due donne per risvegliare le coscienze, per comunicare che l’amore è uguale per tutti, senza distinzione di sesso, perché l’amore vince ogni cosa, per evidenziare l’uguaglianza di ogni essere umano, di quanto la poesia, la musica possono avvicinare l’uomo a conoscere il suo stesso animo, dando forza alla libertà di essere, di agire, di manifestare i propri sentimenti, primo tra tutti l’amore, perché esso va esternato, va vissuto pienamente e non può essere ostacolato da nessuno; in un certo qual modo il nostro scrittore vuole dirci che l’Eros non può rimanere solo tra le mura di un cenacolo di sole donne, ma è un viaggio, una scoperta continua da condividere.

Recensione a cura di MONICA FANTACI

30 settembre 2011

 

LEGGI LA RECENSIONE ALLO STESSO TESTO CURATA DA LORENZO SPURIO CLICCANDO QUI E L’INTERVISTA RILASCIATA A LORENZO SPURIO DALL’AUTORE DELL’OPERA CLICCANDO QUI.

LA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SUL BLOG PER GENTILE CONCESSIONE DI MONICA FANTACI, AUTRICE DEL TESTO. E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

“Sauna” di Fabio Altieri, intervista all’autore

“SAUNA”, IL MONDO SEGRETO DI FABIO

Intervista con l’autore

a cura di Angela Crucitti

«Non posso fare  a meno di pensare che anche io mi sento un po’ come questa sauna. Una facciata semplice con un cartellino di fronte che porta il mio nome. Una porta piccola dietro la quale si nasconde un mondo intero fatto di odori forti e luci soffuse, di speranze e desideri nascosti..» A parlare è Fabio, alias 4D, protagonista della coinvolgente opera prima di Fabio Altieri, scrittore calabrese.  Attraverso le 143 pagine di Sauna, l’autore ci racconta l’anno scolastico di 4D, con le sue paure, le sue nuove amicizie e le sue avventure. Ambientato in un tempo e in un luogo non ben definiti, il romanzo descrive il percorso di crescita di un ragazzo che si scopre gay senza crearsi troppi problemi. Tanto che accetterà di lavorare in una sauna, che ha ben poco a che fare con i centri benessere che conosciamo noi.. Una breve ma intensa chiacchierata con l’autore mi ha chiarito meglio le idee.

A cosa ti sei ispirato per scrivere la storia di Sauna? Puoi dire che questo romanzo rispecchi in qualche modo la tua vita?

La storia di Sauna è nata da una semplice considerazione. Durante gli ultimi dieci/quindici anni ho letto moltissima narrativa omosessuale. Ho trovato tragici molti dei racconti letti (ad esempio Il mondo dei ragazzi normali di K.M. Soehnlein), altri tristi (Il matematico Indiano di Daviv Leavitt), alcuni, quelli più allegri (ad esempio tutta la saga Rainbow di Alex Sanches), li ho trovati in un certo senso incompleti. Premetto che sono dei libri bellissimi, ma in ognuno di questi la presa di coscienza da parte del protagonista, del proprio essere diverso e nello specifico gay, mi è sempre sembrato un atto di sofferenza con dei risvolti a dir poco tragici. Io credo che l’idea che maggiormente assilla un po’ tutti sin dall’adolescenza sia quella di conformarsi agli altri; come se l’essere diversi gli uni dagli altri non sia in realtà quello che rende ognuno di noi unico e speciale, come se qualcosa che secondo me andrebbe in un certo qual modo celebrato, fosse un handicap, qualcosa da nascondere o peggio ancora qualcosa da cui nascondersi. Allora mi è venuto in mente che la sauna, dove molti uomini gay si ritrovano, rappresentava in un certo qual modo esattamente questo concetto in maniera allegorica. Quando entri in una sauna, devi spogliarti dei vestiti che indossi per senso civile, certamente, ma anche per compiacere il giudizio collettivo. Una volta denudato, quello che rimane è la nostra vera essenza. Alla fine ci sei solo tu insieme ad altre persone che come te vagano tra i vapori esalati dalle proprie paure e incertezze e che sono in cerca di un contatto. Questo contatto può essere uno sguardo o un bacio o anche del sesso, dipende da te. Questa immagine di nuda diversità, diciamo, è stato l’incipit. Accanto a questo volevo raccontare la storia di un ragazzo che affronta la propria omosessualità in maniera fluida, lasciandosi guidare più dall’intuito che dalle paure. Volevo rappresentare il coming-out di un ragazzo che non fosse traumatico, ma un passaggio naturale della vita come dovrebbe essere. Un passaggio credo, e spero, avvertibile durante tutto il libro che raccoglie le emozioni di un anno scolastico. All’inizio del libro il protagonista è solo, non ha molti amici, ma il suo isolamento è dovuto alle barriere che ogni persona normalmente erige quando ha paura di confrontarsi e di vivere. Gli amici, l’amore possono entrare nella nostra vita solo quando queste barriere sono crollate, solo quando si ha piena coscienza di sé e ci si accetta e si esce dalla nebbia.  Questo romanzo rispecchia in un certo qual modo un periodo della mia vita: il periodo della presa di coscienza. Non ho mai vissuto con paura il mio essere gay, ma sempre con enorme curiosità e con un certo spirito di avventura. Al di là di questo però non posso dire che sia un libro autobiografico, io non ho mai lavorato in una sauna e non ho mai conosciuto Giada (purtroppo). È solo frutto di fantasia.

Nel libro parli di questa “sauna”, apparentemente un centro benessere che si svela essere in realtà un luogo d’incontro per uomini e ragazzi. Perchè esistono ancora le “saune”, luoghi dove poter essere davvero se stessi, ma nascondendolo agli altri?

Questa è un’ottima domanda. Credo che per quanto possa essere demagogica la mia risposta, la verità è che avremmo, per natura umana, sempre paura del giudizio degli altri e dell’idea di non essere accettati. Dubito che arriveremo mai al traguardo di una società non discriminatoria in cui tutti sono accettati per come sono. Per questo credo sia bello che ci siano delle zone franche, dove sentirsi più liberi. Le saune per uomini gay sono appunto delle piccole zone franche. Sono dei luoghi di incontro come un tempo lo erano le case chiuse per gli uomini eterosessuali. Entrambi questi luoghi proibiti, hanno un certo fascino forse perché sono dei luoghi libertini. Molti ragazzi/uomini gay frequentano le saune pur magari non ammettendolo pubblicamente per paura di essere giudicati. Immagina questo uomo, forse un dottore o un avvocato o un uomo che fa un qualsiasi lavoro in cui deve per necessità apparire come un macho, una persona di una certa autorità. Io lo immagino la sera, finito il lavoro, entrare in una sauna ed essere semplicemente un uomo (gay) tra tanti. È un po’ come togliersi le scarpe quando arrivi a casa. È un atto liberatorio che concede a se stesso. Perché allora nasconderlo (nascondersi) agli altri? Beh credo che dipenda da chi sono gli altri. Direi che è importante essere accettati e capiti dalle persone che ci conoscono e ci amano. Pensare di potere essere amati e accettati o anche solo capiti da tutti è semplicemente irragionevole e forse, come direbbe O. Wilde, oltremodo noioso.

Il nome del protagonista si scopre solo alla fine, quando la madre lo richiama. A cosa è dovuto questo tuo espediente narrativo?

Sauna è stato il primo libro che ho scritto. Ho lasciato che fosse il mio istinto a guidarmi. Sapevo che storia volevo raccontare. Sapevo che volevo parlare della presa di coscienza del protagonista. Non solo del suo essere gay, ma della consapevolezza di essere parte della vita come corrente di energia. Alla fine del libro il protagonista è cambiato, è cresciuto, ha capito che per avere amici, per trovare l’amore, deve essere se stesso. Per questo motivo il suo nome viene pronunciato per la prima volta solo alla fine del libro e lui lo sente come parte di sé come se fosse un nuovo battesimo, come se fosse finalmente nato.

Qual è il tuo personaggio preferito e per quali motivi?

Ogni personaggio del libro ha qualcosa che mi affascina. Ho voluto creare dei personaggi che rappresentassero gli stereotipi dell’adolescenza. Chi non si è mai sentito perso come il protagonista? Chi non ha mai ammirato la ragazza che guida la moto ed è sicura di sé? Chi non ha mai perso la testa per il belloccio della scuola? Sono tutti personaggi che hanno popolato la nostra vita scolastica. Mi sono divertito con ognuno di loro in maniera diversa: ho guidato la moto di Giada, mi sono perso tra i mille pensieri di IV D (il protagonista Fabio NDR), mi sono dato delle arie con Damiano, sono stato Giovanni, il ragazzo che suona la chitarra e con cui tutti vanno d’accordo. Anche Manuel è stato un personaggio molto divertente da scrivere. La sua lingua è senza freno. Posso dire quello che voglio quando scrivo per lui. Puoi ben capire quanto sia difficile scegliere quando posso essere ognuno di loro!

La storia di Fabio avrà un seguito?

In realtà Sauna ha già un seguito. Il progetto è nato come una piccola trilogia di narrativa (che alcuni hanno definito erotica anche se io non mi ci riconosco totalmente). Il primo libro è appunto Sauna che è incentrato sulla presa di coscienza. Il secondo libro che ho appena pubblicato si chiama Cruising. Il titolo del libro è infatti un gioco di parole in quanto “cruising” significa navigare in inglese, ma lo stesso termine è usato dai ragazzi gay per dire “essere in cerca di sesso” da cui i cruising bar appunto. Il libro è legato all’idea del viaggio ed è in un certo senso più onirico del primo. È un viaggio interiore che prelude a scelte importanti e a nuovi luoghi da vivere. Infine il terzo, che è in fase di scrittura e il cui titolo è top secret al momento, è basato sulla crescita e l’età adulta e sul coraggio di affrontarla nel bene e nel male.

 Non resta che leggere gli altri due libri per sapere come continua la storia di Fabio. Sia Sauna che Cruising sono acquistabili, come cartacei o come e-books, sul sito www.lulu.com, o sul sito di libertà edizioni. Io fossi in voi ci farei un salto!

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“Luar Park” di Bret Easton Ellis

Lunar Park

di Bret Easton Ellis

Torino, Einaudi, 2005

Recensione a cura di Francesca Mazzucato

Lunar ParkChe cos’è Lunar Park di Bret Easton Ellis? E’ possibile definirlo, raccontarlo, “dirlo”? Sentivo davvero il bisogno di rileggerlo.  E’ uscito sei anni fa, ma ci sono libri ai quali occorre tornare. La “rilettura” è un’attività fondamentale per chi la compie ed è un modo per opporsi a questa vita così rapida dei libri, nelle librerie. Dei libri di carta, che vivono e restano pochissimo sugli scaffali ( quando ci arrivano). Non è necessario che accada questo. Di ebook e di editoria digitale parleremo  un’altra volta, anzi, più volte, ma c’è un valore e una lentezza che vanno ogni tanto concessi. A se stessi. Alle storie.

Dicevo quindi. Cos’è questo libro? Una sorta di autobiografia immaginaria e reale, anzi più reale che immaginaria? Un’autocitazione, un farsi il verso cominciando dal gioco degli incipit per passare a quello della cocaina e della vita spericolata? 

” -Sei una perfetta caricatura di te stesso- Questa è la prima frase di Lunar Park, e nella sua brevità e semplicità doveva essere un ritorno alla forma, un’eco, della frase iniziale del mio primo romanzo, Meno di zero- La gente ha paura di buttarsi nel traffico delle autostrade a Los Angeles- Da allora le frasi iniziali dei miei romanzi- per quanto ben costruite- sono diventate sempre più complicate ed elaborate, sovraccariche di un’enfasi pesante e inutile sui minimi dettagli…. e nell’inverno del 1983 avevi tirato fuori un manoscritto che alla fine era diventato Meno di zero. Raccontava per filo e per segno le vacane di Natale a Los Angeles- per la precisione a Beverly Hills- di uno studente ricco, alienato e sessualmente ambiguo, iscritto a un college della costa orientale, descrivendo tutte le feste per cui vagava e tutte le droghe che prendeva e tutte le ragazze e i ragazzi con cui faceva sesso e tutti gli amici che osservava passivamente mentre si perdevano nella tossicodipendenza,nella prostituzione e in una smisurata apatia; giorni passati correndo strafatti di Nembutal con bellissime bionde su cabriolet scintillanti verso la spiaggia; notti perdute nelle sale vip dei club alla moda e tirando cocaina …” 

Che cos’è questo? Un horror, una storia di demoni e spiriti (che non si sa se sono più demoniaci e spaventosi gli amici di famiglia con tanto di villetta e grondanti rispettabilità che le presenze intermittenti e violente all’interno della casa)? Forse è uno dei più bei romanzi degli ultimi tempi sul rapporto padri- figli, figli- padri, sull’inutilità dei padri, sui figli che non li vogliono e che diventano attori perfetti recitando la commedia dimessa del figlio che accetta il padre per tranquillizzarlo, padri che restano impressi con terrore nella memoria, tremende immagini di genitori cannibali alcolizzati che ritornano quando meno te lo aspetti. Attraverso flash improvvisi. Attraverso avvisi, frasi, insiemi di coincidenze, impensabili e impalpabili presenze. E’ perfetto questo libro, nella sua costruzione, dove alcune parti raggiungono l’apice di una scrittura magistrale energica e furibonda, e altre parti si appiattiscono insieme alle cene che devono raccontare, ai discorsi banali, (“Ma quando Nadine filtrava senza ritegno con me-allora la noia e i cliché della provincia soffocavano qualsiasi entusiasmo per la mia nuova vita di uomo deciso a trasformarsi nell’adulto responsabile  che probabilmente non sarebbe mai diventato….eravamo un gruppo qualsiasi di normali papà,insomma, e ci crogiolavamo nella morbida luce del benessere che avevamo creato unendoci alle nostre genericamente belle consorti nel tentativo di assicurare un posto al sole ai nostri figli perfetti..”) ai colloqui da incubo con gli insegnanti della scuola così in che mette soggezione. C’è riflessione e poi fantasmagoria, proiezione visionaria e quotidiana apatia fra le pagine di questo grande libro sospeso fra il post moderno e il passato,  c’è una critica neanche tanto nascosta al folle degrado di una certa società americana che imbottisce di psicofarmaci i bambini di sei anni e li rende imbambolati fantocci davanti a terroristici e violenti videogames. E’ un libro malinconico, a tratti morale, anche se pare che a quella morale, poi, Ellis voglia infondere un cinismo nascosto che riesce a far capolino, un libro capace di disorientare, stupire, commuovere, spostare il centro della narrazione, rimetterlo al posto in cui non era(come i mobili in casa), farsi inseguire. E’ un auricolare collegato al proprio passato e a quel presente che le droghe  e l’alcol impediscono di vivere fino in fondo, un auricolare che manda strani segnali a intermittenza, o rassicuranti onde lunghe o un silenzio che sa di fine e di cenere, è una sarabanda di sorprese, è la realtà che apre mondi immaginari e l’immaginazione che apre mondi reali. Un romanzo capace di regalare momenti altissimi di narrazione, fra i tanti questo.

” Le ceneri si alzarono nell’aria salmastra sparpagliandosi al vento e tornando indietro, ricadendo nel passato e coprendo le facce dei presenti, impolverando ogni cosa, e poi si accesero in un prisma e cominciarono ad assumere forme e a riflettere le immagini degli uomini e delle donne che avevano creato lui, me e  Robby. Turbinarono sul sorriso di una madre e coprirono la mano tesa di una sorella e scivolarono lungo le cose che volevo condividere con tutti…le osservai mentre continuavano ad alzarsi e a danzare sopra una quantità di immagini del passato, cadendo giù e poi tornando a volare in aria, e le ceneri si alzarono sopra una giovane coppia che guardava in cielo e poi la donna fissò l’uomo che le porgeva un fiore e i loro cuori battevano forte mentre si aprivano lentamente e le ceneri si posarono sul loro primo bacio e poi su una  giovane coppia che spingeva una carrozzina al Farmer’s Market …

Difficile pensare a cosa potrà scrivere Ellis dopo questo libro in cui entra con nome, cognome, vita ,vizi, entrate uscite e vitalizi, in cui ipnotizza e devasta il lettore con le sue esilaranti descrizioni di fameliche e opulente vite, sia normali che fuori dagli schemi, tanto è sempre la stessa allegoria, lo stesso demone, fino a quando non sono proprio gli schemi a vacillare, a franare come una diga devastata dall’impeto alluvionale del capolavoro.

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“Racconto segreto – Diario 1944-1945″ di Pierre Drieu La Rochelle

Racconto segreto – Diario 1944-1945

di PIERRE DRIEU LA ROCHELLE
Se Editore, 2005, 114 pp.

ISBN:  9788877106186

Recensione a cura di Francesca Mazzucato

Questo  è il libro di uno scrittore, Pierre Drieu La Rochelle, poco letto e troppo a lungo, denigrato e dimenticato, posto ai margini perché amante delle posizioni estreme, disperato, infedele a tutto, vittima di vanità e desiderio di autodistruzione. In questo volume si trova una raccolta di tre testi che ci permettono innanzitutto di conoscerlo meglio, ed è un doveroso atto di risarcimento . Può anche essere una sorpresa per chi ama gli irregolari, tutto quello che si è mosso obliquo,  seminando tracce e inchiostro nei luoghi considerati sbagliati o  non appropriati. Ma non sono proprio quelli, i luoghi oscuri di ogni infedeltà e parallelamente di ogni atto temerario di coraggio, quei luoghi reali o metaforici dove si sono mossi i grandi, gli inquieti, i vagabondi dell’anima, i randagi non appartenenti a nulla?

Ci sono fondamentali tratti romanzeschi e autobiografici in questo volume,  non è un caso che Drieu La Rochelle avesse affermato: “La letteratura non è che una forma edulcorata della confessione” ed è impossibile negare che quasi tutte le sue opere, racconti, romanzi e saggi, siano strettamente legate alla sua vita personale, tanto strettamente che a volte lo scrittore si struggeva domandandosi se sarebbe mai stato capace” di raccontare qualcosa di diverso dalla sua storia”.

Infedele alla vita, Drieu,  a disagio, infastidito, avvilito dalla piccolezza dei mediocri, dalla vanità delle cose che lo prende alla gola e gli fa mancare l’aria, nel primo di questi testi racconta in una sorta di “trattato”, la sua vera ossessione, che mai lo abbandonò, quella per il suicidio. Un vero saggio sul suo costante anelare a togliersi la vita. Fra ingenuità giovanili, appunti quasi diaristici, racconta i vari tentativi fatti per darsi la morte, analizza superstizioni e credenze, infedele alle costrizioni che cercavano di indirizzarlo altrove, nella  per lui vana o ridicola ricerca di un senso

“Dandomi la morte non credevo assolutamente di contraddire l’idea dell’immortalità che ho sempre avuto in me. Anzi, ero attratto così violentemente dal suicidio proprio perché credevo nell’immortalità. Ero convinto che ciò che chiamiamo morte fosse semplicemente la soglia al di là della quale continua la vita, o almeno qualcosa che ne è l’essenza.”

Una vera e propria organizzazione filosofica di una “teoria del suicidio” che alla luce della sua morte assume risonanze straordinariamente profonde. Continua, questo Racconto Segreto: “Nonostante le statistiche, che indicano una percentuale molto bassa di suicidi, ma che per il fatto stesso di raggrupparli li banalizzano e conferiscono loro una patina di banalità, il suicidio continua ad avere per alcuni un carattere di tale rarità da renderlo singolarmente pregiato.”

E Drieu La Rochelle, si suiciderà, dopo alcuni tentativi precedenti e falliti, il 15 marzo del 1945, alla Liberazione, imputato di collaborazionismo con il fascismo. Fu sicuramente un personaggio tragico, ma altrettanto tragica fu l’epoca in cui visse, e spesso fu avvicinato a personaggi come Celine o Brasillach che occuparono la scena della Francia e dell’Europa tra le due guerre e sotto il nazifascismo.

La Rochelle fu spirito tormentato e di idee politiche fluttuanti che scivolarono poi verso una adesione più emotiva che politica al fascismo che vedeva come un rimedio contro la disperazione e la mediocrità. Scrisse di lui Paul Renard : “Drieu scrive con il proprio sangue perché restituisce sulla carta l’uomo vivente che fu anche se fu perennemente un morto con la condizionale.”

Tutto in lui era l’estremo che nega la vita e anche la scrittura lo fu.

Il Diario è di grande interesse perché senza compiacimenti racconta i motivi, gli stimoli spesso incostanti e incoerenti del suo cuore che lo spinsero verso il collaborazionismo. Dimostra, a tratti, un notevole e raro coraggio intellettuale: “Ho sbagliato pesantemente ma ho voluto sbagliare, ho voluto correre il rischio di sbagliare perché sentivo ripugnanza nei confronti del comunismo…credevo che il fascismo, sotto la pressione della guerra, si sarebbe trasformato da semi- socialismo in vero socialismo…”

Queste idee hanno allontanato troppo a lungo dalla lettura di Drieu La Rochelle, dimenticando che le idee politiche non devono mai e poi mai diventare elemento di giudizio e di valutazione qualitativa nei confronti di un’opera letteraria altrimenti nessuno, ad esempio, avrebbe mai riconosciuto la grandezza innovativa del ritmo e del linguaggio di Celine, nascondendo il suo genio sotto i detriti del presunto antisemitismo. Stesso destino, o quasi per La Rochelle. Che forse merita una rivalutazione, una ripresa, di certo una attenta e appassionata rilettura, non necessariamente coincidente ma di sicuro in grado di mostrare punti di vista e orizzonti di un periodo storico vissuto da un’anima inquieta e tutta presa soggettivamente da quello che era un dramma globale.

La Rochelle, di cui è d’obbligo ricordare la fedeltà che forse non voleva, l’infedeltà che un po’ l’inorgogliva.

Un libro è uscito da quella  dimensione autobiografica costante e reiterata che ritroviamo nei suoi scritti, un libro bello e necessario, FUOCO FATUO,( Le feu follet) , di grande spessore emotivo, da cui Luis Malle nel 1963 ha tratto un bel film con musiche di Erik Satie. Un libro che, in qualche modo, ha impedito la “compiutezza” della sua infedeltà, consegnando un’opera destinata a restare, rendendolo, per chi gli si avvicina senza pregiudizi in qualche modo immortale.

 di Francesca Mazzucato


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“Vedere” di Mattia Zadra

Vedere di Mattia Zadra

Cicorivolta Edizioni, 2010, pp. 163

ISBN: 9788895106984

Recensione di Lorenzo Spurio

Il romanzo d’esordio di Mattia Zadra, Vedere, è un misto di comportamenti anomali, incongruenze ed espressione di una realtà periferica e degradata. Il titolo richiama direttamente uno dei cinque sensi, quello della vista, ma nel corso della narrazione l’autore più volte sottolinea che “guardare” e “vedere”, che potrebbero essere considerati come semplici sinonimi, in fondo non sono la stessa cosa. Kyle (forse inspirato da uno dei personaggi di South Park?), infatti, più volte “guarda” ma raramente riesce a “vedere”, quasi che l’atto visivo non sia semplicemente qualcosa di meccanico ma che, in qualche modo, venga vagliato dalla sfera emotiva.

Interessante l’elaborazione del plot che Zadra prevede per il suo romanzo, che si gioca su di diversi piani temporali; c’è un prima e un dopo, un passato e un presente, che però non sono distanziati e che l’autore, con una tecnica quasi cinematografica, amalgama ad intervalli. Sebbene il passato non sia altro che l’origine o la causa del nostro presente, in questa narrazione non sembra essere così. Il personaggio, Kyle, è un uomo che vive da solo, sempre inquieto e che, pur avendo diversi amici, è maledettamente solo. La sua ragazza, con la quale aveva preso un appartamento in cui andar a vivere, è ferma da un anno sul letto di un ospedale in stato vegetativo. Lui continua a visitarla tutti i giorni, portandole una rosa. Fin qui niente di strano, potrebbe sembrare una drammatica storia stile Almodovar ma poi Kyle si attornia dei suoi vecchi amici, ubriaconi, violenti, truffatori e si rende lui stesso protagonista di una serie di atteggiamenti perseguibili penalmente come quando l’amico, animato da un grande odio di classe (da cui traspare, forse, l’idee rivoluzionarie e oltranziste dello stesso Zadra) lo coinvolge, sotto stato di ebbrezza, a spaccare auto che secondo lui sono dei “figli di papà”. Le sue giornate si susseguono sempre uguali, tra il lavoro, la visita in ospedale e l’incontro al mercoledì con l’amico Mark e, paradossalmente, l’unica cosa più importante per il protagonista è quella di dar da mangiare al gatto. Impossibile non respirare degli echi bukowskiani nella scrittura, soprattutto nei confronti dell’alcool e del mondo lavorativo all’interno del quale Kyle è sempre insoddisfatto, riluttante e fuggitivo e a Chuck Palahniuk, riconosciuto dallo stesso autore come “maestro”. Singolarmente, però, anche la religione fa capolino dal romanzo quando Kyle, inconsapevolmente, decide di prender parte al funerale di un uomo che non conosce scoprendosi addirittura addolorato per quella morte. E’ un semplice modo di Zadra per dirci che gli errori possono essere espiati con semplicità appellandoci alla religione? Non lo sappiamo.

Proseguendo nella lettura, nel lettore si fa sempre più viva la convinzione che l’autore cerchi di depistarlo, raccontando cose che in realtà non sono successe e che, invece, rappresentano solo delle visioni, dei sogni, dei fantasmi di Kyle come le voci che sente nella stanza d’ospedale dove si trova l’amata benché la stanza sia completamente vuota («Penso alle voci. Penso al perché io le senta, ma non riesco a darmi una risposta», pag. 71) o il palazzo di fronte casa sua demolito o forse collassato su se stesso senza che nessuno si dia da fare per salvare le persone rimaste intrappolate. Zadra crea, così, attorno al personaggio un’atmosfera sospesa, surreale, sonnambula che non riusciamo a comprendere del tutto, sottolineando anche la fallibilità della sfera sensoriale dell’uomo. Tuttavia, il riferimento al “sentire le voci”, alle allucinazioni auditive, che potrebbe essere perfetto per una trama gotica o comunque a un thriller psicologico (vedi film come The Others o Haunting-Presenze), sembra qui non essere troppo adatto per esser sostenuto dalla trama anche se, ci consente di inserire il personaggio all’interno di una possibile psicologia disturbata, uno stato di depressione bipolare.

Il linguaggio utilizzato è semplice e facilmente accessibile a tutti, non manca di utilizzare parole colorite ed espressioni giovanili molto comuni; la narrazione procede per sbalzi temporali ma questo non crea difficoltà a seguire e ci consente invece di dare uno sguardo complessivo alla vita di Kyle. Il personaggio è molto ben strutturato ma anche molto sfaccettato: da una parte è l’uomo sensibile, romantico, poetico e innamorato della sua donna, dall’altro è l’amico del disgraziato (e quindi disgraziato lui stesso), il beone, il teppista, l’eterno insoddisfatto. E’ curioso come Zadra riesca a coniugare con meticolosità queste due sfaccettature del suo carattere forse facendo proprio riferimento ai due piani temporali usati. Il passato visto come momento felice, spensierato, bello, da innamorato e il presente vissuto in maniera sregolata, viziata, degradata forse proprio perché il passato gli ha tolto la cosa più bella della sua vita, la sua donna.

E quelle crepe che Kyle vede prima nella stanza d’ufficio, poi in chiesa, in ospedale e nei vari palazzi del suo quartiere sono forse il segno più concreto dell’incrinarsi della sua interiorità mentale a causa di un trauma doloroso e del suo stato di depressione. Forse. Al lettore il compito di sviscerarlo.

a cura di LORENZO SPURIO

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Jane Eyre, il nuovo film – Regia di Cary Fukunaga (2011)

a cura di Lorenzo Spurio

Da grande estimatore e studioso di Jane Eyre, romanzo vittoriano pubblicato nel lontano 1847 da Charlotte Brontë, non mi sono perso il nuovo adattamento cinematografico che ne è stato tratto. Il film porta l’omonimo titolo del romanzo ed è firmato dalla regia di Cary Fukunaga; tra gli attori principali figurano MiaWasikowska (Jane Eyre), Michael Fassbender (Mr. Rochester), Jamie Bell (St. John Rivers) e  Judi Dench (Mrs. Fairfax).

La sala di proiezione era quasi totalmente desolata, al massimo dieci persone e l’età media di certo non era inferiore ai 60-65 anni. Non c’è da meravigliarsi. Quasi nessuno legge più il romanzo, figurarsi la gente che va a vedere un film tratto da una storia che non conosce. Inutile dire che vedendo il film il mio metro di giudizio, inconsciamente o forse no, è stato  portato a raffrontare il film con l’altro adattamento cinematografico che ne venne tratto nel 1996 per la regia di Franco Zeffirelli. Dirò da subito che, tra i due, ho preferito la versione di Zeffirelli per vari motivi che cercherò di spiegare ma un giudizio di questo tipo è semplicistico. Si deve, infatti, considerare il nuovo film per quello che è e, magari, rapportarlo al romanzo e non a un film precedente.

Entrambi i film sono molto fedeli al romanzo della Brontë e quindi possono eventualmente essere impiegati come materiale didattico accessorio nel caso di una divulgazione o di uno studio attento sul romanzo. La novità del film di Fukunaga rispetto a quello di Zeffirelli è che non rispetta il normale svolgimento della storia e quindi il canonico susseguirsi degli spazi (Gateshead Hall, Lowood, Thornefield Hall, Moor House, Ferndean Manor). Il film si apre, infatti, con Jane, ormai grande, che scappa da Thornefield e corre, sola e sofferente, per la brughiera per arrivare poi, sfinita e piangente, a Moor House. Lì viene accudita e lentamente si riprende dal suo stato; St. John Rivers le offre di lavorare in una piccola scuola di villaggio per bambine. Tramite un sistema di retrospezioni, flashback e ricordi, veniamo a conoscenza del passato di Jane: prima la sua infanzia difficile a Gateshead con l’importane episodio della red room, poi Lowood (e l’amicizia con Helen Burns) e, infine, tutta la parte concernete gli episodi di Thornefield sino alla sua fuga nella brughiera che poi si ricollega alla storia ufficiale, con il rifiuto di Jane di seguire St. John Rivers in missione in India e il richiamo di Rochester. Fukunaga stravolge il canonico susseguirsi delle fasi di crescita interiore ed esteriore di Jane per creare una trama più avvolgente e intricata, in cui forse la comprensione può essere un pizzico più difficoltosa di quella del film di Zeffirelli dove lo spettatore segue, invece, progressivamente e secondo un principio fondato sulla cronologia, i vari episodi della vita della protagonista.


Alcune mie personali considerazioni:

- Di Jane Eyre nel romanzo si sottolinea spesso il fatto che non rappresenti una bellezza femminile particolarmente attraente, che è magra, mingherlina, dal viso pallido e dai capelli scuri, descrizione perfettamente in linea con l’immagine dell’allora giovanissima attrice francese Charlotte Gainsbourg che nel film di Zeffirelli interpretava Jane Eyre. Nel film  di Fukunaga, invece,  Jane, a mio modo di vedere, è una bellissima ragazza interpretata dall’attrice Mia Wasikowska (celebre anche per il personaggio di Alice in Alice nel paese nelle meraviglie per la regia di Tim Burton). L’attrice è bionda o, almeno, castano chiaro e ha gli occhi celesti, aspetto completamente diverso da quello di Jane nella Brontë. Di contro, Blanche Ingram che nel romanzo viene detto esser bionda (com’è anche nel film di Zeffirelli dove si sottolinea la frivolezza e l’ignoranza del personaggio) nel film di Fukunaga ha i capelli neri.

-   Gli interni di Thornefield Hall nel film di Zeffirelli sembrano molto più sfarzosi e degni dell’aristocrazia inglese mentre Thornefield Hall nel film di Fukunaga sembra un po’ meno lussuoso tanto che la stessa Jane riconosce che la residenza della zia a Gateshead era di gran lunga più bella.

-   Mancano nel film di Fukunaga i personaggi di Bessie, la governante di Jane (che viene solo nominata una volta) e della caritatevole Miss Temple, istitutrice a Lowood.

-   Nel film di Fukunaga Mrs. Fairfax rivela a Jane che non sapeva niente dell’esistenza della prima moglie del signor Rochester, mentre nel romanzo la governante era a conoscenza di tutto.

-   Nel finale del film di Fukunaga  non è un anziano della zona, come nel romanzo, a rivelare a Jane che Thornefield Hall è andato a fuoco e che il padrone è rimasto ferito ma è lei stessa che entra nel castello ormai annerito e in macerie e trova Mrs. Fairfax forse lì giunta per recuperare qualcosa del vecchio castello.

-   Nel film di Fukunaga, Mr. Rochester perde la vista ma non soffre l’amputazione di un arto a seguito del crollo del castello.  Il film si chiude con la coppia che si scambia il proprio amore. Ferndean Manor, la nuova residenza, non viene mai nominata. Non vediamo la coppia avere dei figli, né tantomeno Rochester riacquistare la vista.

-   I personaggi meglio costruiti e più fedeli alle descrizioni della Brontë sono Mrs. Fairfax, Helen Burns e Brocklehurst (al quale tuttavia viene dato più spazio nel film di Zeffirelli). Pochissima attenzione viene riservata invece a Grace Poole (personaggio molto importante) e a Bertha Mason. Quest’ultima viene mostrata solo una volta, nella scena in cui Rochester, dopo il matrimonio negato, fa vedere a Jane, al legale e al fratello di Bertha, chi è sua moglie. Bertha non ha sembianze animalesche (non fa dei versi) né tantomeno selvagge ed è, invece, raffigurata come una donna addirittura attraente. Poco spazio viene riservato però a questo personaggio, ad esempio l’episodio del velo nunziale rotto da parte di Bertha è completamente assente.

-   Una signora seduta a vedere il film qualche fila dietro della mia quando ha visto Bertha ha detto ad alta voce “la matta” con un fare offensivo e denigratorio, per marchiarla o etichettarla come degenerata, perversa. Le avrei detto con molto piacere che l’origine della sua pazzia era proprio il signor Rochester e che lei era stata sradicata dalla sua terra, mercificata e tenuta in schiavitù. Avrei, insomma, cercato di farle capire che, forse, era errato e fuorviante vedere Bertha come il marchio del Male, come una sorta di Satana, solo perché il motivo dell’inghippo del matrimonio tra Rochester e Jane. Avrei voluto dirle di leggersi Il gran mare dei Sargassi della Rhys, tanto per farsene un’idea. In questo, nella creazione del personaggio di Bertha, in effetti, la Brontë è stata marcatamente etnocentrica, istituendo una significativa discriminazione razziale, come ho anche avuto modo di sottolineare nella mia raccolta di saggi: Jane Eyre, una rilettura contemporanea, Lulu Edizioni, 2011, pp. 101, ISBN: 9781447794325).

-   Richard Mason, fratello di Bertha, che viene dalla Jamaica, contrariamente a quanto narra la Brontë (e contrariamente all’adattamento di Zeffirelli), non ha una carnagione scura in quanto esponente della componente creola dell’isola ma ha una carnagione molto chiara.

-   St. John Rivers e le sue sorelle, che nel romanzo poi scoprono di essere cugini di Jane, nel film di Fukunaga rimangono suoi amici, senza vincoli di parentela, con i quali decide però di dividere equamente la sua eredità ottenuta con la morte dello zio John Eyre di Madeira.

Un buon film che consiglio a tutti coloro che conoscono il romanzo e ne apprezzano le qualità. La realizzazione di Zeffirelli resta, secondo me, la migliore in assoluto per una serie di elementi che ho cercato di tratteggiare e anche per la prestigiosa e azzeccatissima presenza di William Hurt nelle vesti di Rochester, che appare più interessante, più aristocratico, più austero e romantico, più inglese, più brontiano.

LORENZO SPURIO

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