Il bisogno dei segreti, Intervista a Marco Candida

INTERVISTA A MARCO CANDIDA

Autore di Il bisogno dei segreti

Las Vegas Edizioni, Torino, 2009

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: La prima domanda di un’intervista serve sempre un po’ per rompere il ghiaccio. Non è banale né scontata perché nessuna domanda è stupida. In che maniera il titolo del libro abbraccia l’intero significato che hai voluto trasmettere con questo romanzo?

MC: Il bisogno dei segreti significa le necessita’ di tenere nascoste alcune cose. Ciò che tendiamo a tenere nascosto di noi stessi è di solito anche quell’elemento che ci caratterizza, che ci rende davvero quel che siamo. C’è del mistero in ognuno di noi, le cose non sono mai tutte lí, chiare e limpide: ed è questo mistero che rende la nostra persona unica, irripetibile. Che a volte ci permette di essere affascinanti. Che ci permette altre volte di essere seduttivi. Che in alcune circostanze ci permette di avere addirittura del carisma. Questo mistero. Ora con i mezzi tecnologici a disposizione oggi è possibile che questo mistero ci venga sottratto e con esso quello che siamo. Immaginiamo un mondo dove sia possibile installare telecamere grosse come la punta di uno spillo nelle nostre abitazioni a nostra insaputa. Immaginiamo di essere spiati per qualche ragione. E’ evidente che non avremmo più segreti. Quella sigaretta che fumiamo di nascosto dalla moglie perché sappiamo che se ci vede si arrabbia – e alla quale sigaretta noi diamo un’importanza, vuoi per scaramanzia, vuoi per stupidità, capitale. Quel cumulo di manoscritti che teniamo nascosto in cima all’armadio o sotto alla poltrona sfondata e che rappresentano i nostri sogni. Qualsiasi cosa. Non è importante la grandezza del segreto. Ma facciamo anche il caso di un uomo iscritto a un partito politico e attivamente impegnato a sostenere un uomo politico e che venga scoperto a sua insaputa a casa sua davanti alla televisione in vestaglia a insultare quello stesso uomo politico che sostiene in pubblico. Dove sta in questo caso la verità? Davvero vogliamo cavarcela dicendo che quell’uomo è un ipocrita pronto a pugnalare alle spalle quello stesso uomo politico che sostiene alla prima occasione disponibile? Io non credo proprio. Io credo invece che la questione sia molto più complessa di cosí. Pensiamo ad esempio al tipico cliché degli innamorati. Quando sono divisi parlano male uno dell’altro, si lamentano per questo o quel difetto, quasi si detestano, ma poi non appena si incontrano e si rivedono ecco l’acredine scomparire di colpo ed è solo amore amore amore. Io credo che di queste cose, che di queste dinamiche si debba tenere conto nella società che ci aspetta e nella quale in parte già stiamo vivendo.   

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? La poesia ti piace? Se si, quali poeti?

MC: Gli scrittori che preferisco sono Jack London, Ernest Hemingway e Stephen King. Credo di aver deciso a dodici anni di iniziare a scrivere quando ho letto Zanna Bianca e Il richiamo della foresta di London. Poi a tredici con Pet Sematary di King. A sedici i racconti di Nick Adams di Hemingway. Nel tempo mi sono dedicato anche alle lettura di testi filosofici (apprezzo molto, tra gli italiani, la prosa del professor Carlo Sini e trovo Emanuele Severino incredibile), ma devo dire che nel mio cuore questi tre autori sono quelli che hanno un posto vero. In questo senso Rimbaud è il mio poeta preferito – sono sempre rimasto colpito dal suo motto “En marche” e dal fatto che sia morto per un cancer pilori, un cancro al ginocchio, forse per il troppo camminare. Mi piace Rimbaud e poi Leopardi dal quale tutto parte e termina. Omero. Dante. Mi piace anche molto Elizabeth Bishop.

LS: Molti scrittori nella loro stesura di un romanzo partono da una scena che non necessariamente corrisponde alla scena dell’incipit. Il processo di scrittura è dinamico e spesso non lineare. La mia impressione è che il tuo romanzo non sia nato in maniera progressiva a partire da quanto narri nel primo capitolo ma, piuttosto, che ha visto una stesura a scossoni, retrospezioni e digressioni. Ovviamente è una mia idea e posso sbagliarmi. Qual è stata la genesi del romanzo? Da quale punto sei partito?

MC: Ho scritto il romanzo in otto giorni. Sono partito dal primo capitolo e sono sceso in fondo. Forse l’impressione che hai avuto è dovuta al fatto che in alcuni punti ho utilizzato testi preesistenti e li ho fusi nella narrazione. Ad esempio c’è un testo scritto al tempo futuro che ho scritto a ventiquattro, venticinque anni e che mi sembrava facesse al caso mio e l’ho messo dentro naturalmente riadattandolo un poco al ritmo generale della storia. C’è un incubo che ha la signora Katrina la madre di Connie che è un racconto scritto a diciannove, vent’anni. Su duecento pagine saranno totalmente fresche – ossia scritte in quegli otto giorni e riviste nei due mesi successivi – centosettanta, centossessanta pagine. Non mi pare comunque che ci siano particolari digressioni, a me sembra di aver scritto una storia molto leggibile, compatta, non commercialissima e la cosa che mi disturba è che non riesco a credere che mi piaccia cosí tanto. Arrivo in fondo e mi dico: “Ma sto leggendo come un pazzo. Vado velocissimo…”. Mi prende tantissimo. Ma forse parlo cosí solo perché io sono il papà.

LS: La protagonista Connie è un personaggio tipicamente contemporaneo, scissa, inquieta, difficilmente comprensibile, che impersoni fica atteggiamenti molto diversi in tempi molto ristretti. Alcuni la considerano una pazza, altri cercano di aiutarla ma in linea generale nessuno riesce, almeno per buona parte della narrazione, a comprendere quali sono i suoi problemi o, per usare un riferimento diretto al tuo testo, quali sono i suoi “segreti”. Perché hai voluto creare un personaggio talmente complesso con il quale il lettore, a mio parere, trova difficile immedesimarsi?

MC: In realtà proprio all’inizo del romanzo si fa riferimento ad un appuntamento dal dottore da dove Connie è appena uscita. Questo è il suo segreto. Connie ha una malattia incurabile e a causa di questo trauma diventa la persona cattiva che diventa. Questo dettaglio della malattia viene anche ripreso nella scena dove sua madre si reca nel suo appartamento di nascosto per trovare tracce che possano indicarle le vere ragioni che hanno portato Connie al suo radicale cambiamento di costumi. Prima Connie è buona, ma adesso a causa della malattia, di questo sgambetto terribile che la vita le gioca, diventa perfida. Mi è sembrata una buona metafora della cattiveria umana e del nichilismo: tutto di colpo ci rendiamo conto che nulla ha senso, comportarsi bene non aiuta e allora per effetto di questa presa di coscienza diventiamo cattivi. Come se avessimo ricevuto un qualche torto. In effetti osservo che una persona cattiva è molto spesso una persona parecchio suscettibile – che si offende per un nonnulla, che stabilisce di aver ricevuto un torto e di doversi perciò vendicare quasi per niente. Dunque anche la persona cattiva ha bisogno di un trauma che la spinga ad agire, ad essere quello che è.

LS: Leggendo il romanzo l’impressione che ci facciamo è che le sue fondamenta, oltre a poggiare sulla tua grande abilità di scrittura, si reggono su di un’ampia serie di riferimenti all’irlandese James Joyce e, più in generale, alla tendenza letteraria alla quale appartenne, il modernismo. Il nome dell’autore e la sua opera magistrale vengono fatti più volte nel testo ma, al di là del semplice nominare l’autore, la storia si caratterizza per scandagliare l’io disturbato della protagonista, facendo trapelare i suoi pensieri direttamente sulla carta, utilizzando una tecnica tutta modernista che punta a far parlare direttamente la coscienza di Connie. Perché hai voluto utilizzare Joyce in questa maniera? La tua scrittura “joyciana” ha anche una finalità di celebrazione del grande poeta dublinese?

MC: Adoro James Joyce. L’Ulisse è un libro talmente coraggioso… E il Finnegans Wake che leggo qui negli Stati Uniti in versione originale è un libro pazzesco… Qui Joyce viene nominato per divere ragioni. Intanto va detto che questo è un romanzo e come tale ha alcune caratteristiche proprie del “romanzesco”. Il primo capitolo del romanzo per me è molto importante perché è anche una sorta di occulta captatio benevoletiae nei confronti del lettore colto che dovrebbe spingerlo a vedere il romanzo come un metaromanzo. A me ha sempre colpito molto una cosa che ho sentito dire del Nome della Rosa di Umberto Eco e cioè che Eco è come se avesse aperto le virgolette a inizio romanzo e le avesse chiuse alla fine – come se quel romanzo fosse una citazione lunga cento, duecento, trecento pagine. Ecco forse si potrebbe intendere cosí anche questo romanzo – e questa volta per davvero, non come semplice boutade. Infatti come una cosa complessa e importante come una lingua straniera – e la lingua, diceva Heidegger, è la casa del’essere, dunque non noccioline – si può imparare da un manualetto d’inglese di 7600 parole, allo stesso modo un romanzetto di duecento pagine può insegnarci molto più di quel che si crede sulla nostra vita, sui nostri sentimenti, passioni, sulle dinamiche di relazione, che è poi ciò che la letteratura, in fin dei conti, fa davvero. Tuttavia il romanzo può essere letto semplicemente come romanzetto con tutti i suoi dispositivi da romanzetto. Connie legge l’Ulisse di Joyce mentre sta vivendo la sua Odissea Personale. Inoltre l’Ulisse rappresenta l’antiromanzo, la letteratura vera, contro la situazione romanzesca che Connie sta vivendo. Poi nell’Ulisse ci sono una serie di conflitti ma non si configurano in modo tradizionale, un conflitto/una storia, mentre nella storia di Connie c’è conflitto/storia/romanzesco. Ma più di tutto nelle mie intenzioni c’era di suggerire al lettore (magari colto) che il romanzesco, la fiction, ciò che tendiamo a catalogare come finzione, invece fotografano spesso drammi reali altro che (e che la nostra vita insomma assomiglia di solito più a prosa che a poesia) e che dunque questa netta contrapposizione tra romanzesco/finzione, letteratura/verità, forse va fatta, ma con grande sensibilità, cura, stando bene attenti. A volte ciò che si presenta nelle vesti di un romanzetto può essere migliore di quel che ha sembianza d’opera maestosa.

LS: Spesso chiedo ai vari autori che intervisto se c’è qualcosa di autobiografico nel loro romanzo o nelle loro poesie. Generalmente mi rispondono di sì ma che preferiscono non scendere nei particolari. Ovviamente non è mio interesse ledere la privacy di nessuno. In effetti la critica letteraria ha sempre sostenuto che anche se un autore rifiuta di riconoscere che i suoi personaggi o le storie che racconta hanno un qualcosa di autobiografico, in realtà lo scrittore lascia sempre traccia di sé nelle sue creazioni, anche senza volerlo. C’è sempre qualcosa dello scrittore, della sua vita, delle sue esperienze, delle sue paure, che prende forma, a volte in maniera implicita, nelle sue opere. Come la pensi su questo argomento? Pensi che ci sia qualcosa di tuo nei personaggi o nelle storie che racconti? Ad esempio, la scena della festa di compleanno di Connie, in discoteca, ti è stata ispirata da qualche episodio vissuto realmente?

MC: In questo romanzo non ci sono particolari riferimenti a me stesso – i miei primi due romanzi sono quasi romanzi di nonfiction, ma questo è praticamente tutto inventato. La scena della discoteca è un esempio di “romanzesco” che dicevo sopra ossia una scena movimentata e rocambolesca, non non-credibile, ma comunque inusuale, romanzesca appunto. Ce ne sono cinque o sei di quelle scene nel romanzo.

LS: Solo a pagina 100 (il libro ne ha circa 200) siamo in grado di comprendere il titolo che hai dato a questo romanzo, Il bisogno dei segreti. C’è un interessante considerazione della protagonista Connie sull’importanza della privacy come diritto della persona. La nostra società contemporanea è da anni portavoce dell’esigenza di difesa di questa sfera del privato e l’utilizzo di molti strumenti elettronici (telecamere nascoste, intercettazioni telefoniche) sembrano costituire un vero e proprio ostacolo alla difesa della libertà umana. Quanto per te è importante questa concetto? Nella nostra società quanto si pone attenzione sulla privacy? Perché?

MC: Ho amici che detestano gli sbirri ad ogni angolo della strada, ma a me non fanno nessun problema, nemmeno quando mi fermano e mi chiedono i documenti oppure, come è successo negli Stati Uniti, mi perquisiscono all’aeroporto o quasi mi ammanettano come è successo, in un avvenimento lí sí davvero rocambolesco, a capodanno a cinquanta metri da casa. Questo perché ho la coscienza a posto. Non vado in giro con un grammo di marjuana nel taschino e almeno che io sappia non mi devo incontrare con individui che commerciano sostanze illegali o che delinquono in altro modo. Tuttavia la privacy è qualcosa di diverso. E’ la possibilità di sfogarsi. Per me c’entra molto col modo in cui pensiamo il concetto di verità. Che cos’è la verità? Pensiamo anche al pettegolezzo. Invitiamo un amico poi quello se ne va e gli sparliamo dietro. E’ inevitabile. Serve per sfogarsi. Quel momento arriva, arriva sempre. Prima o poi sparliamo dietro. Io non credo che la verità siano le cose brutte. Anche fossero i dettagli più oggettivi possibili. Non so. “Che naso storto”. D’accordo, forse in quel momento mi andava di dirlo, ma in un altro momento quel naso mi sembra bello, non un difetto ma addirittura un pregio. Dunque dove sta la verità? Qual è la verità del sentimento? Questa è una domanda terribile e cercare di rispondere a una domanda come questa (“Pensa davvero quello che dice?”) be’, voler stabilire questo è come dichiarare una guerra.

LS: Ad un certo punto nel tuo romanzo evochi una barzelletta di tre anime parlanti che si informano ciascuna sulla morte delle altre. Parlando del tema della morte il narratore osserva: «Il collega d’ufficio di Connie concludeva dicendo che se muori noiosamente probabilmente hai anche vissuto noiosamente» (106). E’ una frase interessante, che mi ha colpito all’istante. Saresti in grado di spiegarla in maniera più estesa?

MC: A Connie rimane poco tempo da vivere. Dunque vuole fare esperienze. Vuole viaggiare. Vuole chiudere qualche conto. Vuole mettere in atto il suo “piano” – che è paradossalmente un piano di assoluta bontà. Allora al “morire noiosamente” corrisponde il “vivere noiosamente” e per “noiosamente” qui si intende in modo “ordinario”, “minimalista”, potremmo dire “non-romanzesco”, “non-rocambolesco”. Nel mio primo romanzo si parlava della felicità intesa come eudaimonia ossia di un demone che ci accompagna e che ci rende per l’appunto ben disposti, felici, ma anche che ci mangia a poco a poco. Mi viene da dire che la vita è la malattia di cui moriremo – chi fuma troppe sigarette ci morirà di quelle sigarette, chi legge troppi libri diventerà probabilmente cieco. La vita è la malattia di cui moriremo – le cose che ci rendono felici, che ci fanno sentire vivi, ci ammazzano anche. (Un pensiero non allegrissimo, forse, ma sul quale vale la pena riflettere…)

LS: Per tutta la durata del romanzo utilizzi una serie di date molto precise: giorni, mesi, anni quasi con un attenzione maniacale. Esse si riferiscono sia a episodi accaduti al passato e che vengono rievocati che ad episodi futuri, che accadranno. Perché questa precisione temporale? Questo desiderio di mettere paletti così statici che, in un certo senso, immobilizzano il lettore all’interno della varie vicende narrate?

MC: Perché la storia è quella. Deve esserlo. C’è un inizio e c’è una fine. Si svolge a Tortona, Genova, Milano. I protagonisti sono Connie. Manuel. Matteo. La signora Katrina. Altri. La storia è quella e io ho raccontato una storia e spero di averlo fatto bene. Il lettore deve essere ingabbiato nella storia. Non posso metterlo in un campo di papaveri o in mezzo al deserto e poi dirgli “Cavatela da solo. Immagina. Costruisci”. Il lettore deve evadere. Scappare. L’evasione ci deve essere sempre. Noi diciamo che leggiamo per evadere dalla realtà, ma se ci pensiamo bene, evadiamo anche dalle cose che leggiamo mentre le leggiamo. La ricerca dell’altrove non ha mai una fine. Leggiamo una poesia e saltiamo da un livello all’altro dei significati. Leggiamo un romanzo e mentre godiamo di quello che accade pensiamo anche al suo significato allegorico oppure a un qualche significato che ci viene in mente e che ci sembra che venga in mente a noi, che sia un’intuizione nostra. Evadiamo. Scappiamo. Quanto più la cella si stringe attorno al lettore tanto più il lettore cercherà un altrove, un’ulteriorità. Tutte queste cose che ci siamo detti qui sono un’evasione da quelle quattro mura che sono state erette dalla storia: perché non può essere tutto lí, sarebbe assurdo fosse tutto lí, in una storia di cellulari e connessioni internet, deve esserci di più, che è poi proprio quello che dice Connie alla fine del romanzo: “Tu ci credi. Ti batti. Nella tua testa una parola non è più solo una parola. Una parola diventa una cosa. E poi apri un romanzo e te la trovi lí è tutta compresa lí”. No. Deve esserci di più. C’è sempre di più, anche se alla fine finiano in una lapide dove si segnano le date di nascita e di morte – e perché solo quelle date e non quelle dei giorni migliori, più significativi? Io comincio a credere che ci sia modo di evadere anche da lí, dalla gabbia finale.

LS: Hai altri progetti in cantiere? Stai scrivendo qualcosa di nuovo? Se si, puoi anticiparci qualcosa?

MC: Ho finito un romanzo che mi sembra molto bello e sto cercando un editore e poi uscirà la mia prima raccolta di racconti e un altro romanzo. Sul mio blog si possono trovare tutti gli aggiornamenti.

Ringrazio Marco Candida per avermi concesso questa breve intervista.

Lorenzo Spurio

10 Luglio 2011

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