Dolcemente i suoi capelli, poesia di Emanuele Marcuccio

Dolcemente i suoi capelli… (24/4/2006)

Poesia di EMANUELE MARCUCCIO

Contenuta nella silloge Per una strada (2009)

Dolcemente i suoi capelli inanellava,

e mi beava nel rimirar

il suo bel viso,

il suo sorriso,

che languente mi sfuggiva;

e cercavo d’immaginar

i suoi begl’occhi,

che all’anima profondi balenava

in un sussulto,

in un singulto,

che veloce dileguava.

Commento critico di LUCIANO DOMENIGHINI

Undici versi sostenuti da sei verbi all’imperfetto, con due coppie di quinari iterati in rima baciata ( 3 e 4, 9 e 10).

Anche qui il poeta, dopo il languido dodecasillabo iniziale, intesse, reiterandoli, una trama di quattro “incipit” (“e”, “il suo”, “in un”, “che”) , accoppiando però due di essi in eleganti distici di quinari in rima. Così crea un clima sospeso, seduttivo, ammaliante.

La lirica ha andamento subentrante, avvolgente e sfuggente a un tempo, e al secondo e al sesto verso si concede un’aura retrò con un arcaismo (“beava”) e due apocopi (“rimirar” e “immaginar”) che conferiscono alla composizione una stilizzata leggerezza. La breve composizione ha struttura metrica particolarmente raffinata. Sono undici versi a disposizione parasimmetrica (12, 9, 5, 5, 4, 4, 9, 5, 12, 5, 5, 8) in metro barbaro ad andamento anapestico. E’ proprio la metrica barbara a dare musica alla composizione che comunque prevede una figura cara al poeta, il verso anaforico, qui presente in due coppie di quinari in rima baciata ( vv.3/4 e 9/10). A dare cadenza, respiro e compiutezza concorre la triplice rima ai vv. 1, 8 e 11. Tutta la lirica è sostenuta da un ritmo assorto e palpitante e fa sue con naturalezza le tre incursioni “retrò” (altro vezzo, questo, tipico di Marcuccio), due infiniti elisi (rimirar, immaginar) e un arcaismo (beava). In conclusione: la rifinitura formale e la sicura musicalità rendono questa lirica assai pregevole. Un piccolo capolavoro.

Nota dell’autore: “Ispiratami guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sul bus.”

EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974. Ha iniziato la sua attività letteraria durante gli studi classici liceali. È del 2000 la sua prima pubblicazione, 22 liriche nel volume antologico Spiragli 47 (Editrice Nuovi Autori, Milano).  È del 2009 la sua prima pubblicazione esclusiva, Per una strada, composta da 109 titoli e pubblicata da SBC Edizioni. I 109 titoli di Per una strada spaziano in un ambito vasto, toccano varie corde e percorrono diversi generi, dall’intimistico, al celebrativo, alla poesia civile, indugiando con risultati particolarmente felici sulla poesia amorosa. Ne deriva comunque un’eterogeneità sia formale che contenutistica, tipica delle opere prime “retrospettive”, una varietà di toni e di stili che rende alquanto disuguale il livello poetico della raccolta. La poesia qui analizzata è tratta da questa silloge poetica.

POESIA E RECENSIONE PUBBLICATE PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

“Anima”, poesia di Elena Condemi e commento

Anima

Poesia di Elena Condemi

Ti ho sentito

accenderti svelto

e poi

bruciare piano.

Profumavi di terra

calda

e mare generoso,

di speziato mio

giaciglio.

Ti sei arrampicato

sui miei rami verdi

tenendomi

allacciata a te

tutta la notte.

Hai bevuto

il succo

dei miei fiori

vivi.

Ti ho visto

accenderti…

ed accenderti

ancora…

Non ti sei accorto

che era l’anima

quella che ci

consumava.

(Poesia di Elena Condemi)

Recensione-commento di Cinzia Baldazzi

Se si volesse ancor oggi credere nell’unione dell’uomo, dei sentimenti, con la natura, se si decidesse di impugnare, quale arma di difesa/attacco contro la sopraffazione, il dare voce e spazio alle sue forme fisiche e al relativo ordine di cose, allora si potrebbe chiedere all’”Anima” di Elena Condemi dove sia la strada da seguire.

“Ti ho sentito accenderti svelto/e poi/bruciare piano” recitano i versi, a lasciar intendere di aver percorso, anche osservando il cammino di chi ama, un tragitto di conoscenza e tensione esistenziale di tal genere. L’amore, elemento unitario di vita e coscienza, risvegliando nell’anima, nel pensiero, il richiamo arcano delle origini, lo accende, consentendo di esprimere quel che la natura e la sua logica di movimento rappresentano,  con linguaggio remoto, forse nascosto ma chiaro, privo di contraddizioni impreviste. È un viaggio percorso con urgenza, quasi fosse necessità impellente, non diversamente da una volta, quando – nell’intento di mediare la fiducia nella scienza oggettiva, strutturata in leggi, e la libertà di gestire l’immaginazione per fondare punti di riferimento attendibili – Gabriele D’Annunzio nel “Canto Novo” proponeva un gusto in certa misura pagano delle cose sane, forti, vive da assaporare (scrive infatti la Condemi: “Hai bevuto/il succo/dei miei fiori/vivi”), o meglio da interpretare in comunione con l’ambiente, nel rispetto reciproco, in un “mare generoso” e immenso da conquistare, ma sempre protetta, al riparo del “mio giaciglio”, nell’area esatta della mia vita e del pensiero.

Grazie a uno spiccato linguaggio simbolico, attraversiamo nelle parole di Elena l’esperienza emozionante di vivere la natura nello stesso tempo in chiave concreta e spirituale. Circa cento anni dopo l’estetismo con il relativo panismo di impronta semi-divina e il successivo culto del superuomo, non è però più consentito – forse non si vuole – condividerne la spinta utopica e liberatoria di vittoria metafisica sulla realtà.

L’inquietudine primaria, del resto, non riesce a placarsi soltanto scoprendo nelle regole implicite alle rappresentazioni naturali (“la terra calda”, “il mare generoso”, “la notte”) le analogie di collegamento l’una con l’altra, uniche depositarie – per chi le sappia interpretare – del significato segreto delle funzioni nascoste, o dei rapporti inspiegabili, dell’essere uomini. Nasce la passione ma, pur godendone, non vengono allo scoperto le risposte a lungo cercate: la volontà di appagamento iniziale, in apparenza soddisfatta, si spegne nella ricerca sempre più debole di conseguirlo.

Del simbolismo originario, misterioso e arcano, la poesia conserva la determinazione di voler procedere al di là del limite diffuso della sensibilità (“Ti ho sentito …/Ti ho visto…) per affidarsi a una sorta di sensi intermedi, le cui percezioni particolarissime rivelano ancora un contesto sconosciuto e colmo di lati oscuri (“Ti sei arrampicato/sui miei rami verdi/tenendomi/allacciata a te/tutta la notte”).

Ma la tendenza evasiva ed escatologica al soprannaturale, dove tutto è ammesso e chiarificato, è scomparsa. I gesti, le cose, i sapori del quotidiano non si proiettano più in sistemi superiori, in grado – da soli – di motivare e giustificare il tutto, potendo prevederne inizio e conclusione. Infatti, la naturalitàacquisita nel corpo e nello spirito – “i miei rami verdi”, “il succo dei miei fiori” – illumina un’essenza inedita del reale, la quale brucia piano, ma in modo inesorabile, i lati segreti dell’anima e delle cose,scolorendo lentamente intorno a noi il piacere di ascoltarsi, toccarsi,  prestare attenzione agli altri e con loro partecipare dell’appena vissuto.

È vero, accanto all’autrice abbiamo tentato più volte (“Ti ho visto/accenderti…/e accenderti/ancora…), ma l’egoismo, il disagio, il dolore, nel mondo estraneo all’amore dell’anima, ha potuto più di noi: la solitudine e l’incomprensione si sono riconfermate ostili, insuperabili.

Il succedersi dei versi è notevole per efficacia espressiva e qualità drammatica: brevi e alternati, con un valido sistema ritmico di ripetizioni e riprese, variazioni e interruzioni, costruiti per evocare l’inizio, il durante e il dopo di questa sincera esplorazione di sensi e ragione di un amore dell’anima importante, presente, che non vorrebbe morire. Anzi, talmente proteso a rendere inscindibile il rapporto prezioso tra la luce e la notte, la verità e la menzogna, da non avvertire di spegnersi mentre, occupato a indagare la realtà tanto accattivante e mai accertata della fusione totale con gli oggetti, attende con ansia di assaporare la novità dei suoi esiti.

Sulla soglia, in procinto di ottenere il passaggio dall’oggettività del piacere concreto delle cose al sentimento e alla sua affermazione immateriale, lo “stato di grazia” smarrisce il significato dell’esistenza che, unico ed esclusivo, sarebbe stato in grado di mantenere acceso il fuoco della passione, la chiarezza della verità.  Ricordo un’opera di Alfonso Gatto, intitolata “Poesia d’amore”, dove l’autore, cercando invano di riavere con sé l’amata – “Lontana come i tuoi occhi/tu sei venuta dal mare/da vento che pare l’anima” – non potendola raggiungere se non nel sogno, in chiusura confessa: “E il bacio che cerco è l’anima”.

Seducente e misterioso, questo binomio poetico di amore e anima lontano dall’ispirazione platonica, anche in te, Elena, vorrebbe essere espressione di un temperamento inquieto e non rassegnato; ma, al contrario dell’atmosfera pacificata che in certa poetica di Gatto finisce per prevalere, nei tuoi versi, nella tua “anima“, lo sconforto non vuole tacere.

Un critico e poeta a lui contemporaneo, Piero Bigongiari, osservava: “Proprio l’azione suscitava quel furore irrazionale di cui la vita era destituita; la vita nasceva dal basso, per impulsi oscuri che si aprivano la strada come una pianta cresciuta al buio si ramifica protendendosi verso i minimi spiragli. I rami, voglio dire, oltre tutto sanno ancora di radici, paiono succhiare linfa dove dovrebbero restituirla, distribuirla. Fu questa la zona dell’assenza novecentesca?”.

Non è certo, ma a noi qui interessa che la “zona” della lirica del ventunesimo secolo, lungo i rami della poetica e della vita, susciti con tanto impegno uno slancio utopico presente e costruttivo: forse l’obiettivo principale del messaggio della Condemi coincide con il trasformare le aspettative sconfitte della sfera dell’immaginario, dei ripetuti eppure che vorremmo attaccare a ogni illusione vissuta come fosse realtà (“profumavi di terra calda”, “ti sei arrampicato”, “hai bevuto il succo”), in un atto di intelligenza propositiva di un rapporto armonioso con le persone e i loro pensieri. Un’anima in comune? Sarebbe sufficiente, io credo, un patto di lealtà, allacciati l’un l’altra tutta la notte della vita.

ELENA CONDEMI è nata a Catania ma ha quasi sempre vissuto a Siracusa. Ha insegnato presso varie scuole elementari e lingua italiana in Germania. Presso l’Università di Messina ha studiato “Patologie della comunicazione”. Pubblica i suoi testi su vari siti, tra cui Wordshelter,  Poetika.it, BraviAutori, Poesieinversi.it, ParoledelCuore.it, ErosPoesia.it, Scrivere, Nuova poetica, Scrittori emergenti, nel blog dello scrittore Marco Candida e scrive spesso prologhi per libri di altri autori. La poesia “Anima”, già recensita sul sito “Poesie in versi” dalla giornalista e consulente Rai Cinzia Baldazzi, è stata adesso pubblicata nella raccolta di Poesie erotiche a cura di Giuseppe Bianco “Le parole per te”, Albus Edizioni.

POESIA E RECENSIONE PUBBLICATE PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE

San Silvio e il drago di Ivo Ragazzini

San Silvio e il drago di Ivo Ragazzini

Arduino Sacco Editore, Roma, 2011, pp. 86

ISBN: 9788863544158

Recensione di Lorenzo Spurio

Il libro di Ivo Ragazzini, San Silvio e il drago, è un romanzo breve che si fonda sulla parodia. Non dobbiamo infatti immaginare niente che abbia a che fare con draghi sputa fiamme in carne ed ossa né tantomeno alla battaglia tra bene e male con un drago per l’appunto combattuta da San Giorgio. Il sottotitolo rivela infatti subito l’intento comico del testo: “La leggenda del santo protettore della libertà”. Se associamo le parole ‘Silvio’ e ‘libertà’ capiamo subito a chi Ragazzini voglia riferirsi, cioè al signor B. Non è un libro politico né tantomeno irriverente verso il signor B. ma si propone come divertente riscrittura senza pretese ideologica di presentare una storia che noi conosciamo.

Ragazzini non svela mai chi si cela dietro la figura di San Silvio, infatti già nella sua prefazione osserva: «Il suo nome era San Silvio e il resto lo dovrete scoprire da soli». Così siamo da subito chiamati a collaborare con lo scrittore nella ricerca di una possibile identità. Non sarà difficile svelarla, come si vedrà. San Silvio è una caricatura parodica che non ha nessun intento agiografico se non quella di far spesso riferimento al potere miracoloso del suo personaggio.

Così se decidiamo di scarnificare il messaggio di Ragazzini il santo è il signor B.  che, per le sue vicende storiche nell’imprenditoria e nella politica ha finito per costruire un’immagine alta di sé, elevandola, “santificandola”, da renderla ben più grande della sua persona stessa. E chi è allora il drago in versione contemporanea che osteggia un “santo” di tale calibro? Sono forse i comunisti, le toghe politicizzate, i magistrati corrotti, l’informazione avversa, le intercettazioni ingiuriose contro il premier? Sì. Ma, visto che san Silvio è presentato come un santo del futuro, dobbiamo immaginare che il suo processo di canonizzazione nell’età a noi contemporanea non è ancora iniziato e che, per proclamare un santo, è necessario che questo sia almeno morto da decenni e ne sia stata comprovata la santità. Le informazioni sulla storia di questo santo sono però abbastanza confuse e contraddittorie, secondo alcuni era un laico secondo altri era un religioso. Qualcuno lo considerava un “cavaliere liberale” e in questa accezione ecco un altro chiaro riferimento al signor B. Ed ecco svelata la forza di questo santo: il grande ottimismo, le sue felici battaglie sui draghi rossi (comunisti?), gli attacchi a «strani uomini della quercia armati di martello e falcetto» (D’Alema? Fassino?).

Ragazzini è abile manipolatore delle vicende biografiche del signor B. qui riprodotte in chiave comica e parodica che non posso non generare almeno un piccolo sorriso: il santo, dice Ragazzini, possedeva a Milano «reti e canali dove pescare», riferimento esplicitassimo alle sue reti Mediaset. Sulla falsariga degli attacchi politici che vengono mossi al signor B. per la sua filosofia millenaristica del comunismo, Ragazzini sottolinea la preoccupazione di quello che sarebbe poi diventato santo per la minaccia e la dilagante eresia rossa, il comunismo.

Così, con la decisione dell’uomo di combattere contro questa bestia, il drago si allea con una serie di «amici prodi» e viene detto che «cominciò a corrompere una lega e una mastella intera di seguaci». Non è necessario esplicitare i riferimenti che sono per altro già particolarmente evidenti. Ragazzini spara completamente addosso una serie di accuse che la stampa e una certe fazione politica hanno sempre utilizzato per screditare il signor B. facendo anche riferimento a patti d’onore, collusioni con associazioni segrete e corrotte, sempre impiegando un linguaggio metaforico intessendo una serie di parallelismi che si fondano sui suoi intenti satirici. Non mancano riferimenti a giornalisti che hanno sempre attaccato il signor B.: Travaglio e Santoro, quest’ultimo descritto come Minotauro o ai finti amici: Fini, Casini per poi a passare al libertinaggio del signor B. spiegandolo mediante la presenza di tentazioni demoniache.

Una scrittura tutta contemporanea e postmoderna che, ben lontana dall’intento di denigrare o sconfessare il signor B., finisce per divertire il lettore e per strappargli un sorriso. Anche a quello che condivide la politica del signor B.

LORENZO SPURIO

9 Luglio 2011

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