Nuovi linguaggi: un breve sguardo sulla fantascienza

Di MASSIMO ACCIAI

Spesso i creatori di utopie, distopie o universi alieni hanno deciso di dare al loro mondo una o più lingue proprie, ricavandola dal passato, dal presente o inventandole di sana pianta. Nella Los Angeles di Blade Runner abbiamo ad esempio la parlata cityspeak, miscuglio di lingue diverse a testimonianza del cosmopolitismo della città del futuro. In alcuni casi non è solo un pretesto per rendere più credibile e completa l’opera, ma il linguaggio riveste un’importanza speciale come nelle anti-utopie dei tre autori trattati da Manferlotti nel suo saggio già ricordato nel primo capitolo; Brave New World di A.Huxley, Nineteen Eighty-Four di G.Orwell e A Clockwork Orange di A.Burgess.

 Nel primo il Selvaggio, figlio di una ex-Beta perdutasi nella riserva indiana e adottata dagli indigeni, “utilizza come privilegiato strumento di comunicazione ampi frammenti delle opere di Shakespeare le quali, così riesumate, finiscono per porsi come un’autentica lingua straniera in sé conchiusa, vecchia e nuova ad un tempo che, una volta penetrata nell’universo di Ford, mette in moto un cozzare di idiomi ed attiva un processo dialettico capace di scavare nel profondo di più visioni del mondo fra loro inconciliabili.”1. Questo personaggio appartiene a  realtà linguistiche diverse tra loro: accanto al linguaggio shakespeariano, che sceglie come linguaggio privato, conosce la lingua del Mondo Nuovo e il dialetto zuni imparato dagli indios. Eppure il Governatore Mondiale, Mustapha Mond, “lo sovrasta (…) proprio sul terreno della conoscenza dei classici.”2

 Orwell fa seguire il suo romanzo da una lunga appendice, The Principles of Newspeak, sui principi della “Neolingua” (peraltro già spiegati nel corso della narrazione). In Oceania, il regno del Big Brother, esistono due lingue ufficiali; la Oldspeak o inglese standard (indicata anche come Archelingua) e la suddetta Neolingua che si sostituirà, a partire dal 2050, il vecchio inglese che conosciamo. All’epoca del romanzo, il famigerato 1984, nessuno la usa ancora come mezzo di comunicazione esclusivo. Gli articoli di fondo dei quotidiani sono scritti in neolingua, ma sono riservati agli specialisti. Eppure esistono già dieci edizioni del dizionario di Neolingua ed una undicesima in preparazione.

 La neolingua nasce per le esigenze del Socing (parola che in neolingua significa Socialismo Inglese, la filosofia a cui si rifà il Partito) e consiste in un “travestimento dell’inglese moderno (…) del quale vengono esasperate regole o tendenze già in atto; dal punto di vista della ortografia, poi, la forma finale della scrittura in neolingua non è molto più di un miscuglio di ‘cablese’ e stenografia pura.”3 Pare che Orwell fosse stato influenzato da Alfred van Vogt; la neolingua infatti “ricorda molto da vicino il General Semantic dell’autore statunitense.”4

 Si tratta di una lingua semplificata ed estremamente povera dal punto di vista lessicale. Lo scopo di ogni nuova edizione del Dizionario non è infatti quello di aggiungere nuove parole ma al contrario di sopprimere quelle vecchie cancellando così, sencondo l’autore, il concetto stesso indicato dal termine soppresso: “Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, e l’Archelingua, per contro, dimenticata, un pensiero eretico (e cioé un pensiero in contrasto con i principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impensabile, per quanto almeno il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso.”5 Tuttavia coloro che hanno studiato i principi del Newspeak (e qui Manferlotti fa il nome di Brian Wicker) hanno ritenuto impossibile ed ingenua una cosa del genere, l’idea cioé “che le parole siano un mero rivestimento del pensiero e nell’assunto per cui una riduzione del patrimonio verbale in possesso del parlante corrisponda meccanicamente una riduzione delle sue funzioni speculativa.”6 Anzi, ridurre la gente a semplici automi costituisce una negazione degli stessi principi del Socing (Ingsoc7 nell’originale). Questo ci sembra molto consolante. Guardamagna invece è più pessimista al riguardo; per la studiosa la possibilità di cambiare la realtà attraveso il discorso è “tutt’altro che fantascientifica”8 e il fine del Newspeak, prevenire ogni “psicoreato” (il crimine di eterodossia) attraverso “l’abolizione di ogni ambiguità e sfumatura di significato (…) ridurre il discorso a termini comunicazionali basici, a produrre frasi predigerite e usabili a comando, indipendenti dal pensiero”9 sembra facilmente raggiungibile.

 Troviamo un esempio concreto di neolingua nelle strisce di carta che giungono a Winston dal Ministero degli affari interni con le rettifiche dei quotidiani:

“times 17.3.84 bb speech malreported africa rectify

times 19.12.83 forecasts 3 yp 4th quarter 83 misprints verify current issue

times 14.2.84 miniplenty malquoted chocolate rectify”10

Baldini nella sua traduzione italiana rende così questo brano:

discorso times 17.3.84 malriprodotto africa rettif

previsioni times 19.12.83 quarto 4° refusi 83 verif edizione corrente

times 14.2.84 malriportato cioccolato minabbon rettif“11

Burgess fa parlare i teppisti di A Clockwork Orange con un curioso slang giovanile noto come nadsat-talk, di cui “il lettore non fa fatica ad impadronirsi (…) anche perché si tratta di un sistema linguistico ridotto all’osso che riproduce con assoluta, spietata trasparenza, il limitato orizzonte culturale dei personaggi che lo utilizzano in maniera da farne una sorta di baby-talk. La semantica (…) attacca quasi esclusivamente l’area della referenzialità pura, limitandosi ad una riscrittura massiccia dei sostantivi, parziale degli aggettivi e limitatissima dei verbi, questi ultimi sempre impiegati al modo indicativo.”12 Il glossario che si trova in appendice all’edizione americana è quindi superfluo. Il senso delle parole in gergo s’intuisce benissimo dal contesto.

 Alex è in realtà padrone non solo del nadsat ma anche dell’inglese standard e persino della lingua colta. Il nadsat è compreso bene nelle classi sociali più basse ma “a mano a mano che si sale, dal cappellano del carcere ai medici che lo useranno come cavia per la Ludovico’s Technique, fino ai ministri del governo, Alex dovrà confrontarsi con linguaggi rarefatti, allusivi, vaghi, a loro modo ‘sapienti’, ai quali corrisponde un esercizio della violenza anch’esso ben più scientifico”13 E’ interessante notare anche che, quando si rifugia nella casa dello scrittore Alexander, “a smascherare Alex non sia il nadsat in sé (che pure insospettisce il suo ospite) ma l’uso creativo, personale che ne fa il ragazzo, infarcito di metafore e di preziosi arcaismi che gli altri teppisti ignorano.”14

C’è un vasto filone fantascientifico in cui per sua natura si pone il problema linguistico: il viaggio nel tempo. Il viaggiatore di turno si trova a contatto con altre realtà linguistiche del passato o del futuro, comunque diverse dalla sua. Se lo spostamento è breve questa diversità è trascurabile, ma in altri casi i salti temporali sono davvero notevoli. Ad esempio in The Time Machine di H.G.Wells, il precursore del genere15, l’anonimo Viaggiatore del Tempo compie un salto nel futuro di ben ottocentomila anni. Impara presto i rudimenti del semplice linguaggio degli Eloi, decaduti quasi al livello animale, e riesce a comunicare con loro con qualche prevedibile difficoltà; cosa che manca del tutto nell’ingenuo film di George Pal in cui il protagonista e gli Eloi parlano da subito la stessa lingua, l’inglese che, fatto davvero notevole, pare si sia conservato immutato per ottocento secoli!

 In questo romanzo siamo però sul limite della comunicazione tra uomo e uomo, visto che gli Eloi discendono sì dalla specie sapiens ma si sono ormai distaccati da questa, o stanno per farlo. Il fatto che una di loro, Weena, abbia un firt col Viaggiatore ci lascia un po’ perplessi nella nostra classificazione.

 Nei viaggi verso il passato il contrasto linguistico può servire anche a fini umoristici. Nel già citato racconto di Finney, “The Love Letter”16, il protagonista sorride e si stupisce del modo in cui si esprime la sua corrispondente del 1882. Similmente nel film Back to the Future (Ritorno al futuro, 1985) il protagonista tornato al 1955 suscita ilarità o perplessità per certe espressioni degli anni ottanta. Il linguaggio ottocentesco di Sherlock Holmes, trasportato nel 2096 insieme al fido Watson per cercare gli alieni, non crea un effetto meno stridente in “You See But You Do Not Observe” (1995) di Robert Sawyer.

 In Stargate (1994) non c’è un vero e proprio viaggio nel tempo, tuttavia i protagonisti dei giorni nostri vengono a contatto con una civiltà egizia rivisitata in chiave aliena su un altro pianeta. Subito si pone il problema linguistico, presto risolto dall’egittologo della spedizione che non tarda a decifrare l’antico dialetto egizio, evolutosi autonomamente, una volta capito l’uso delle vocali. In questo modo possono leggere i geroglifici con la storia dell’invasione aliena sulla Terra, conservatisi nonostante la proibizione della scrittura da parte del conquistatore.

 Curiosamente per quanto riguarda la lingua del futuro gli autori non sfruttano molto le possibilità del contrasto linguistico, preferendo magari ricorrere ad espedienti più banali. Abbiamo qualche espressione originale in Demolition Man (1993) come ‘buona vita’ e ‘buoni auspici’ al posto del solito ‘buongiorno’. La compagna poliziotta del protagonista si sforza malamente di imitare i modi di dire di fine XX secolo. In questa America del 2032 ogni termine volgare è immediatamente registrato e multato, quale violazione del Codice della Moralità, da appositi apparecchi sparsi un po’ dappertutto.

  Pare che il linguaggio del futuro sarà più raffinato rispetto al presente. Anche in Star Trek IV: The Voyage Home (Rotta verso la Terra, 1986, quarto film della saga creata da Gene Rodeberry) l’equipaggio dell’Enterprise, tornato ai nostri giorni dal XXIII secolo, si trova in difficoltà con certe espressioni colloquiali del presente (con un irresistibile effetto comico). Gli spaesati astronauti tentano di adattarsi perché, come nota l’ammiraglio Kirk, “Qui sanno parlare solo così. Nessuno ti presta attenzione se non dici qualche parolaccia, basta dare un’occhiata alla letteratura dell’epoca…”17

 Inoltre Giovannoli sostiene la tesi secondo cui “le fantascienze di questo periodo [anni Trenta e Quaranta] presuppongono una fiducia illimitata nei linguaggi formali”18, quelli cioè della logica e della matematica. Nel suo ciclo della Fondazione (1951-1993) Asimov elimina dai discorsi di alcuni dei suoi personaggi, quelli che aderiscono alla logica simbolica, “tutte le parole inutili che rendono oscuro il linguaggio umano” percui un inviato dell’Impero in cinque giorni di discussione non dice assolutamente nulla. Di logica simbolica parla anche Heinlein nel suo racconto “Methuselah’s Children”, giungendo a conclusioni analoghe.

 Quando i viaggiatori del tempo si organizzano in una vera e propria casta, come avviene ad esempio in The End of Eternity (1955) di Asimov, tecnici e dirigenti provenienti dalle epoche più disparate, gli Eterni, comunicano tra loro attraverso l’Intertemporale Standard. Naturalmente tutta la letteratura sottratta al corso naturale del tempo, dopo i mutamenti operati per evitare gravi turbamenti nella storia, è conservata su “librofilm” nella lingua originale. In un altro racconto di Asimov, “Profession”, già ricordato a proposito dell’istruzione del futuro18, i nastri della Lettura servono tra l’altro ad assicurare un linguaggio unificato per tutti. In “The Message” (1956), un altro racconto dell’autore statunitense, il viaggiatore del tempo di turno dal pacifico ma noioso XXX secolo si ritrova in piena seconda guerra mondiale: lascerà un misterioso messaggio inciso su una baracca con una penna a fascio di luce che verrà scoperto e ripetuto dai soldati. Ricordiamo anche “Living Space” (1956): nel futuro l’umanità ha risolto i problemi di sovrappopolazione costruendo appartamenti in Terre alternative su cui non si è sviluppata la vita, raggiungibili tramite una sorta di congegno dimensionale. Il governo non ha però fatto i conti con le Terre alternative abitate che hanno a loro volta colonizzato alcuni dei pianeti già occupati, finché un giorno scoprono la rispettiva presenza. Il problema linguistico si presenta quando i colonizzatori di una storia alternativa in cui Hitler ha vinto la guerra, e che hanno quindi imposto il tedesco ovunque (il Planetisch, linguaggio standard planetario), viene a contatto con l’inglese dell’altra storia alternativa. Fatto molto strano; entrambe le lingue non hanno subito molti mutamenti in più di duemila anni. 

 Una situazione linguistica simile a quella del romanzo di Asimov la ritroviamo in Return to Tomorrow (1954) di Hubbard: qua il viaggio nel tempo avviene attraverso il paradosso della Contrazione di Lorentz-Fitzgerald19, da cui consegue che a mano a mano che la velocità di un’astronave si avvicina a quella della luce, il tempo si approssima allo zero. Chi si imbarca per il Lungo Viaggio sa di tornare sulla Terra di un’altra epoca: un anno su un’astronave che viaggia quasi alla velocità della luce equivale a molti decenni sulla Terra. In questo costante sfasamento temporale viene in aiuto l’Interlingua; attraverso dei dizionari gli astronauti possono comunicare con la gente a terra superando i naturali mutamenti della lingua attraverso i secoli.

 Se poi non esiste una lingua franca tra le epoche si può sperare almeno di incontrare uno studioso del XXX secolo di lingue antiche, come nel racconto umoristico “The Businnes, As Usual” (1952) di Mack Reynolds, salvo farsi truffare da quest’ultimo; l’uomo in fondo resta sempre lo stesso da ogni parte.

Abbiamo dunque visto che il problema della lingua trova varie soluzioni nella letteratura di SF. Proviamo a riassumerle con l’aiuto di un articolo di Liven Dek, il quale cita ed integra una classificazione precedente di Bernard Golden20. Per qualcuna delle dieci categorie indicheremo un esempio tra le opere consultate:

1. Nessuna indicazione. L’autore non si pone il problema linguistico.

2. Dialoghi tra parlanti della stessa lingua, come ad esempio tra discendenti di colonizzatori terrestri. La situazione è presente nei vari cicli narrativi di Asimov.

3. Apprendimento via radio. La lingua aliena viene appresa ascoltando le trasmissioni radiofoniche. Ne parleremo meglio nel capitolo dedicato agli alieni.

4. Traduttore automatico, ossia un apparecchio piuttosto piccolo che consenta di tradurre il discorso da una lingua all’altra. Ne abbiamo un esempio in Battlefield Earth di L.Ron Hubbard.

5. Trattamento del cervello con droghe, pillole, operazioni chirurgiche, radiazioni, eccetera. Forse è un metodo più magico che scientifico.

6. Telepatia. Questo elimina del tutto il problema.

7. Lingua franca, come la sopracitata Interlingua di Return to Tomorrow, oppure il Cityspeak di Blade Runner.

8. Lingue etniche dominanti, come l’attuale situazione sulla Terra.

9. Caos completo. “E’ il caso presentato da Native Tongue (1984) di Suzette Haden Elgin, dottoressa in linguistica. Viene descritto un futuro in cui l’umanità vive sotto il dominio di fatto di dinastie di linguisti. Con un artificio che consiste nel mettere tutti i loro figli, sin dalla nascita, o già nell’incubatrice, a contatto con le lingue, i linguisti riescono a impararne migliaia (!), e così ad essere gli unici mediatori-padroni nei rapporti politici e commerciali tra la Terra e le altre civiltà del cosmo. La situazione della gente normale non è descritta, ma da diverse allusioni è possibile immaginare (…) un caos linguistico non solo simile a quello conosciuto oggi sl nostro pianeta, ma addirittura peggiore, aggravato dall’afflusso di migliaia di nuove lingue di altri pianeti.”21

10. Lingua pianificata. E’ il caso dell’Esperanto il quale, oltre ad esistere nella realtà (molti classici della SF sono stati tradotti nella lingua di Zamenhof – nata nel 1887 come lingua internazionale – ed esiste persino un’ampia letteratura fantascientifica originale), è presente in molti autori e pellicole. Dek ci porta come esempi film quali Babel (1988) e il cartone animato giapponese Gingatetudo no yoru (La notte della ferrovia galattica, 1985), un fumetto come Rowlf (1979), ed opere di narrativa quali The Green Hills of Earth (1947) di Robert A.Heinlein (1907-1988), The Rituals of Infinity (1971) di Michael Moorcock e persino Asimov in un suo racconto, “Homo sun”. Tra gli altri sostenitori dell’Esperanto va ricordato lo stesso Jules Verne, il quale nel suo ultimo romanzo incompiuto, Voyage d’études (pubblicato postumo a cura del figlio nel 1914, ma rimaneggiato), dà un ruolo importante alla lingua artificiale. In tutti questi casi la lingua è diffusa e affermata e dà un contributo all’unione degli abitanti della Terra. In un altro caso rimane sconosciuta ai più e per questo svolge il ruolo di lingua segreta dei cospiratori; stiamo parlando del romanzo The Lifeship (1976) di Harry Harrison (1925-vivente) e Gordon R.Dickson (1923-vivente).

 In questa decima categoria rientra anche il Newspeak di Orwell. Non si faccia però confusione; tra questa e l’Esperanto c’è la stessa differenza che esiste tra distopia e utopia, tra una lingua nata per la schiavitù ed una nata per la libertà e la fratellanza.

 

 

 

MASSIMO ACCIAI

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NOTE

1 Cfr. Manferlotti Stefano Anti-utopia. Huxley, Orwell, Burgess, Palermo, Sellerio, 1984, p. 87

2 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., p. 90

3 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., p. 100

4 Cfr. Giovannini Fabio e Minicangeli Marco, Storia del romanzo di fantascienza, Roma, Castelvecchi, 1998, p. 210

5 Cfr. Orwell, Nineteen Eighty-Four, 1949 (1984, Milano, Mondadori,1989), p. 315

6 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., p. 101

7 In Manferlotti, p. 100, c’è un errore. Il nome corretto del Partito è Ingsoc, contrazione in neolingua di Socialismo Inglese,

e non Ingosc come riportato nella nota 36.

8 Cfr Guardamagna Daniela, Analisi dell’incubo. L’utopia negativa da Swift alla fantascienza, Roma, Bulzoni, 1980, p. 134

9  Cfr Guardamagna Daniela, op. cit., p. 135

10 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., p. 102

11 Cfr. Orwell, op. cit., p. 42

12 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., p. 111

13 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., pp. 115-116

14 Cfr. Manferlotti Stefano, op. cit., pp. 119

15 Cfr. Giovannini Fabio e Minicangeli Marco, op. cit., p. 94

17 Cfr. Mongini Giovanni e Claudia, op. cit., vol. VII, p. 47

18 Cfr. Giovannoli, Renato, La scienza della fantascienza, Milano, Editori Europei Associati, 1982, p. 116

20 Nota attraverso il “paradosso dei gemelli” di Albert Einstein.

21 Cfr. Dek, Liven, “Esperanto, lingua fantastica”, in Cappa, Giulio (a cura di), La lingua fantastica, Aosta, Keltia, 1994,

pp. 286-288

22  ibidem

SAGGIO PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO SAGGIO  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE

Intervista a Maristella Angeli, a cura di Emanuele Marcuccio

Su invito di Gioia Lomasti per il blog Vetrina delle Emozioni, ho deciso di intervistare gli autori dei libri di poesie, pubblicati a mia cura, in seguito intervisterò altri autori, anche inediti, tra cui il critico letterario e poeta Luciano Domenighini. Iniziamo con Maristella Angeli, autrice de Il mondo sottosopra, la sua quinta raccolta di poesie, che è stata ben lieta di rispondere alle mie domande.
Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere?
Scrivo da quando ero bambina. Scrivevo favole e a circa nove anni scrissi il mio primo copione teatrale. Poi vennero le poesie, che ho tenuto per molti anni chiuse in un cassetto.
Il desiderio di scrivere credo sia innato: già nei temi scolastici si evidenziava una fervida fantasia ed una propensione allo scrivere.
Cos’è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?
Una frase di Luciano Innocenzi mi ha colpito: “Quando arriva al cuore della gente, è poesia”. Per me è essenza di vita, l’espressione più elevata, è condivisione, ciò che va “oltre” la parola, il non detto, il sottaciuto, l’inesprimibile.
E cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?
Il talento innato, la purezza d’animo, l’assenza di ambizione, l’umiltà, la capacità di percepire l’essenza del mondo, cioè di tutto ciò che è vita, dimensioni atemporali, creatività, originalità, ascolto e amore.
Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna dei due e perché?
Molti sono preoccupati di inserire in schemi predisposti un poeta, ma già Leopardi avevacreato il Canto Libero, cioè poesia senza uno schema di rime fisse e senza un numero di strofe predisposte. Ungaretti invece rivoluziona completamente la poesia; con lui nasce il verso libero in Italia. Ho studiato e continuo a procedere nei mie studi poetici, ma un artista non può essere legato a nessuna briglia, deve potersi sentire libero di utilizzare la forma espressiva che maggiormente esprime il proprio “sentire”.
Lascio ai critici letterari analizzare le mie sillogi poetiche:
“La Angeli costruisce di solito i propri componimenti, servendosi di quartine e terzine, formate da versi di lunghezza diseguale, giocando spesso sull’alternanza tra un verso lungo ed uno corto, composto da un’unica parola, di solito un aggettivo che viene posto così in una posizione di rilievo che serve a definire meglio la parola, con cui si era concluso il verso precedente.
A volte, per non interrompere il flusso dei ricordi e delle sensazioni, l’autrice si affida anche a strofe più lunghe, formate da sei-otto versi, arrivando a costruire dei brevi poemetti”.
(Critico letterario Cristina Contilli)
Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?
A volte è immediata, quindi rileggendola è già pronta, mentre più spesso lavoro a lungo sui versi, per creare l’armonia e l’atmosfera che mi soddisfi. Un lungo lavoro di rilettura, selezione, correzione e revisione conclusiva.
Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?
Su questo si è molto discusso. Credo che fondamentalmente si abbia il timore che la poesia risvegli il pensiero, permetta di stimolare sentimenti, speranze, sogni, ribellioni.
Non per niente nei regimi dittatoriali, e fin dai tempi lontani, essa veniva proibita. “Platone diffida delle innovazioni ludiche, censura le favole raccontate da madri e nutrici, mette al bando Omero ed Esiodo perché “il mondo dell’immaginazione… era pericolosissimo fin dalla prima infanzia per la sua capacità di suggestionare e porre le premesse di una mentalità non razionale, ma passionale”(da”Animazione e città” a cura di Gian Renzo Morteo e Loredana Perissinotto, Musolini Editore).
Ricordiamo che La salute di una società si riflette nella sua attività artistica e viceversa”(da “Arteterapia in educazione e riabilitazione” di Bernie Warren, Erickson).
La poesia dovrebbe essere valorizzata come merita, quindi smontiamo questa visione che ne limita i fruitori: la poesia è la più limpida espressione comunicativa che si conosca, e può arrivare a toccare le corde del sentimento di ogni lettore.
Preferisci scrivere a penna o al PC?
Scrivo sempre con carta e penna, mai direttamente al computer. Il contatto percettivo, sonoro e prossimale è per me indispensabile.
Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di autrice?
Ogni esperienza di vita è significativa, fa parte del nostro bagaglio culturale. Certamente l’approfondimento è fondamentale, ed il mio percorso di studi, compresi i sedici anni di esperienza teatrale, sono stati importanti.
Le sofferenze hanno purtroppo contribuito a formarmi ed hanno inciso molto. La morte di mio padre prima e quella di mia madre poi, l’asma di cui soffrivo, l’allontanamento forzato dalla città in cui sono nata, l’impossibilità di scegliere la strada artistica e teatrale, i pesanti problemi economici della mia famiglia, il dover lasciare la mia disciplina d’insegnamento, il divorzio. Anche il mio aspetto fisico (fino ai sedici anni ho avuto degli enormi denti in fuori) ha contribuito a maturare la convinzione che l’importante è “essere” e non “apparire”. Le gioie e le soddisfazioni sono state comunque molte, tra queste soprattutto l’aver finalmente incontrato, sebbene a tarda età, un nuovo grande amore, a cui ha fatto seguito la pubblicazione di poesie e la scrittura di un romanzo fantasy.
Ritengo che sia stato molto importante anche lo studio costante, la visita a mostre e musei per allargare gli orizzonti culturali, la molteplicità di esperienze, la pittura, i viaggi, il confronto e l’incontro con persone significative.
Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?
L’ispirazione nasce nei momenti più impensabili e imprevedibili, suscitata da una “scintilla”, cioè da qualcosa d’indefinibile che scuote il mio animo.
Molto spesso di sera e durante i viaggi.
Quali libri hai pubblicato oltre a “Il mondo sottosopra”?
La mia prima pubblicazione è stata la mia tesi sperimentale presentata all’ISEF di Perugia, sintetizzata in “«Alla ricerca del proprio corpo: animazione e ricerca gestuale nell’Educazione fisica» (Lo Faro Editore, Roma 1982, didattica). Poi sono iniziate le raccolte poetiche: “Gocce di vita” (Albatros Il Filo ‘08), “Tocchi di pennello”e “In ascolto” (MEF L’Autore Libri Firenze ‘09), “Specchi dell’anima” (Progetto Cultura Editore ‘09) e la mia quinta silloge “Il mondo sottosopra” (Rupe Mutevole Edizioni Bedonia PR, ‘10).
Perché proprio questo titolo “Il mondo sottosopra”?
Lo spiego nella presentazione: “Il mondo sottosopra, titolo che indica il desiderio di poter sconvolgere, invertire i canoni, il tempo, il passato e il presente, ciò che è razionale in contrapposizione con l’irrazionale: il non tempo, lo spazio infinito, il sogno, l’immaginario, la fantasia”.
La poesia de “Il mondo sottosopra” che ti è più cara o che ritieni più significativa?
Come sempre rispondo che ogni poesia è unica e racchiude qualcosa che l’altra non ha, ognuna è un piccolo scrigno da aprire per poter entrare nella magia della poesia.
Cosa ti ha spinto la prima volta a voler pubblicare il tuo primo libro?
Ho pubblicato solo nel 2007, quindi ad un’età matura per poter valutare oggettivamente ciò che può essere condiviso con i lettori. Ad incitarmi è stata la valutazione di una nota scrittrice, di mia madre che ha sempre apprezzato i miei scritti da elevata poetessa qual’era e, in particolare, ha inciso l’appoggio e il sostegno continuo del mio compagno. Significativo è stato anche il riscontro positivo che ho avuto attraverso premi e riconoscimenti.
Quali sono i tuoi poeti preferiti?
Come autori prediligo Montale, Quasimodo, Ungaretti, Neruda, Tagore, Hikmet, Jimenéz e, vivendo nelle Marche, Giacomo Leopardi. L’autrice che prediligo è Emily Dickinson. Di lei mi ha affascinato la sua diversità, il ritmo dei salmi, il suo saper cogliere le infinite sfumature della vita l’assenza di vanità, di presunzione e di ambizione.
Ammiro i grandi autori teatrali, che hanno scritto anche poesie; li ho potuti conoscere attraverso le loro opere, interpretando i personaggi a cui hanno dato vita. Tra tutti Shakespeare, Garcia Lorca, Pirandello, Tennessee Williams.
Ho letto un bellissimo libro dedicato agli indiani d’America e sono rimasta incantata dalle poesie che scrivevano e dalla loro profonda saggezza.
E qual è la tua poesia preferita?
Dei grandi autori? Ce ne sono molte, ma ora mi viene in mente questa:
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

1942 – Nazim Hickmet
Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?
Dickinson Poesie, Oscar Mondadori
Lo rileggo spesso, riporto l’ultima strofa 348
Ciascuno mi saluta, passando,
ed io, le mie piume infantili
sollevo, in dolente risposta
ai loro tamburi sbadati
Emily Dickinson
E c’è un genere di libri che non leggeresti mai?
Il genere Horror e tutto ciò che presenta violenza estrema!
Rispetto chi lo ama, ma per me è inconcepibile tutto ciò che presenta violenza, omicidi, serial killer. Ritengo, come insegnante, che possa suscitare, nei ragazzi che non hanno ancora maturato una capacità valutativa, lo stimolo ad una possibile imitazione. Valori come la vittoria intesa come supremazia sul più debole, la vendetta, lo sterminio come se ogni vita umana non avesse valore. Anche se i super eroi combattono per la giustizia, procedono uccidendo, senza neanche avere un minimo pensiero per la vita umana che hanno distrutto.
Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia, o che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?
Da giovane avevo una bassa autostima. La figura di grande artista e il carisma di mia madre, maestra di vita e d’arte, non mi permettevano di credere nelle mie potenzialità artistiche: il confronto sembrava impossibile!
Poi ho compreso che dentro di me l’arte non poteva essere repressa e, nonostante tutto e tutti, ho preservato in me i valori e l’essenza, la sensibilità, la purezza d’animo, la percezione del mondo e delle problematiche sociali.
Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?
Amo la mia terra d’origine, l’Umbria, di cui sento nostalgia, ma apprezzo la regione Marche per lo splendido paesaggio, le attività culturali ed i rapporti umani.
Macerata è una città in cui mi sento bene: è a misura d’uomo, sede universitaria ed è fervida l’Arte nelle sue diverse espressioni. La poesia poi è particolarmente sentita, grazie a numerose iniziative che si svolgono nel corso dell’intero anno.
Vivere altrove? Non so se possa esistere un altro luogo dove si valorizzi l’Arte, la letteratura, in particolare la poesia, come fondamentale espressione dell’uomo e della sua originale capacità creativa.
Tra poesia e narrativa, cosa scegli e perché?
Scelgo la poesia!
È la forma espressiva che prediligo, poiché è l’essenza della parola che eleva il valore di una raccolta di poesie, che spesso racchiude l’intero mondo poetico dell’autore.
La narrativa mi affascina, e ho concluso da poco di revisionare il mio romanzo fantasy. Sicuramente in questo genere mi ritrovo e riesco a sfruttare appieno la mia infinita creatività e fantasia.
Hai un sogno nel cassetto?
Pubblicare con una Casa Editrice non a pagamento.
Un sogno è che la poesia possa ritrovare le sue antiche vestigia, l’importanza che aveva un tempo, e che in libreria ci siano, in primo piano, le raccolte degli emergenti che abbiano un effettivo talento.
Certamente desidero che il mio romanzo fantasy abbia un riscontro positivo e venga letto da tantissimi lettori che ne possano cogliere la giusta morale.
Come ti sei trovata con Rupe Mutevole Edizioni, perché l’hai scelta, la consiglieresti?
Mi sono trovata bene. Il rapporto è stato cordiale e, ogni qual volta ho contattato la redazione, ho avuto subito una risposta opportuna. L’ho scelta perché ho letto i criteri con cui i fondatori, hanno impostato la loro attività.
Lascio ad ognuno il confronto con altre Case Editrici, che è necessario.
Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?
Se si continua a stampare una quantità eccessiva di libri, senza l’opportuna severa selezione qualitativa, direi che si va verso una strada che può illudere alcuni a discapito di altri che effettivamente meritano. Il lettore, tra tanti testi di scarso livello, non sarà più invogliato a leggere.
Un giro di denaro notevole tra associazioni, concorsi e Case Editrici a pagamento, un giro in cui il nuovo autore deve sapersi destreggiare.  
Ma alla fine in vetrina ci sono sempre le grandi Case Editrici!
E dell’attuale panorama culturale italiano?
Il panorama culturale offre validi autori, ma non sempre testi originali.
Vedo che, anche nell’ambiente conosciuto, contano molto i contatti, le conoscenze, il colpo di fortuna, le agenzie letterarie, i premi cosiddetti importanti, a cui accedono esclusivamente le grandi Case Editrici.
Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?
Credo che occorra avere maggiore consapevolezza su ciò che può arrivare al lettore, di positivo o negativo, e che la poesia sia più viva che mai.
La poesia resta impressa in chi la legge. La si rilegge, si tiene a portata di mano sul comodino, si ricopia e si tiene con sé: ha una “potenza” unica!
Finché uomo vivrà, vivranno
questi versi, e a te vita daranno!
(William Shakespeare, da “Shakespeare Sonetti” Editori Laterza)
Quanto è importante per te il confronto con altri autori?
Il confronto è fondamentale!
Ho intervistato una quarantina di autori, essendo moderatrice di forum e collaboratrice dell’Associazione “Infiniti Sogni”, e ritengo che l’esperienza mi abbia permesso d’indagare, di conoscere e di aiutare, in qualche modo, autori molto pieni di sé.

Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?
Ho diversi autori che mi contattano a cui do consigli personalizzati. A tutti direi di leggere molto, di essere umili, di ascoltare chi è in grado di valutare poesie, di accettare le critiche, purché siano costruttive, di percorrere un “viaggio poetico” ascoltando se stessi, gli altri e il mondo che ci circonda.

Vuoi anticiparci qualcosa su una tua prossima pubblicazione?
Sto concludendo la sesta raccolta poetica, la settima e un’altra di poesie d’amore.
Ho tante poesie accumulate negli anni!
Ho revisionato il mio romanzo fantasy, sperando che venga pubblicato, ed ho già improntato il suo seguito.

Grazie per la tua disponibilità, complimenti per la tua cultura letteraria e non lasciamo che il mercato sia deciso dai vari lettori di illetteratura che, purtroppo, sono la maggioranza, bisogna che ci siano dei lettori colti e critici, capaci di fare delle scelte di cultura nelle proprie letture.
La figura dell’autore, che prima di tutto deve essere un lettore critico e colto, è l’ideale!
Grazie a te!

INTERVISTA A CURA DI Emanuele Marcuccio 

TESTO PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’INTERVISTATORE, EMANUELE MARCUCCIO.