“Vidas al límite” di Juan José Millás, recensione di Lorenzo Spurio

Vidas al límite

di Juan José Millás

prefazione di Ángel Gabilondo

Seix Barral, 2012

ISBN: 978-84-322-1049-5

Numero di pagine: 377

Costo: 19 €

 

Recensione di Lorenzo Spurio

«Le ombre dei cadaveri rimasero impresse nel suolo come il negativo di una foto. La gente rimase cieca, continuando a rendersi conto che la propria pelle si staccava dal corpo come la buccia di una banana. Per la strada correvano persone senza bocca, con il teschio aperto. Gli ospedali erano stati distrutti e molti dottori erano feriti o morti. Nelle vene scomparivano i globuli rossi e si moltiplicavano i globuli bianchi. Poi arrivarono la pioggia nera e la leucemia. Nel museo dell’olocausto una guida spiega che l’inquinamento di Fukushima è uguale a quello di Hiroshima»[1], scrive Millás nel racconto “Viaggio in Giappone” che chiude il libro in questione. Questo libro è un pugno nello stomaco. Non ce ne rendiamo conto una volta finito, ma racconto dopo racconto in cui Millás è come se punzecchiasse su una ferita fresca.

Juan José Millás, celebre narratore spagnolo con all’attivo una serie di romanzi e varie raccolte di racconti, ancora una volta dà prova di essere un grande scrittore. L’autore, celebre anche per i suoi “articuentos” (termine di sua invenzione, ossia una sorta di racconto e di articolo giornalistico) e per i suo “micro-relatos” è un grande artefice del genere narrativo breve. Nella sua nuova opera, Vidas al límite, titolo che non necessita di una traduzione, sono raccolti vari racconti scritti tra il 2008 e il 2012 e pubblicati su El País nei quali l’autore-narratore si cela nella forma di una “ombra” che segue fedelmente i personaggi che va descrivendo. Questi scritti sono racconti e al contempo non lo sono.  Millás inserisce la cronaca di sue esperienze, di suoi viaggi e soprattutto di suoi incontri, mistificando di certo in vari punti come ciascun buon scrittore sa fare, consegnandoci però un’opera che è anche e soprattutto una forte critica sociale contro il menefreghismo, ad esempio, la poca solidarietà o addirittura lo spietato colonialismo degli europei.

Le “vite al limite” che il narratore descrive sono quelle di personaggi deboli, al margine della società sia per colpa di quest’ultima che li ghettizza, sia per la loro condizione patologica. La raccolta si apre con un racconto dal titolo “Biografia di una mosca” nel quale Millás, attraverso uno scienziato, è in grado di tracciare la vita di una mosca, dalla sua nascita alla morte, per concludere che, sebbene possa sembrare una cosa stupida, l’esistenza dell’insetto non è che una replica della sua vita, sebbene estremamente ridotta dato che la vita media di una mosca è di appena trenta giorni. Nella stessa maniera apparentemente surreale e con la sua descrizione attenta al dettaglio ci accompagna in altrettante storie: osserva la vita di un cieco e prova a vivere la condizione di questi per un giorno; segue la giornata di un malato di Alzheimer e quella di un ragazzo Down, poi quella di un malato di cancro per il quale non rimane speranza e quella di un cieco sordomuto. Ma non è solo la malattia che viene investigata in questa maniera singolare (prima guardata a distanza come sempre fa la società, poi inserendosi in essa e vivendola per un giorno quasi sulla sua pelle, rendendosi estremamente abile nel gioco continuo di realtà e finzione). Segue un’attenta analisi del gravoso compito della donna di casa e quello del più stigmatizzato di una prostituta nella sua difficile, ma naturalizzata giornata di lavoro. In alcuni racconti l’autore sembra addirittura giocare con il lettore per indurlo a chiedersi: “ma cosa sta dicendo? cerca di prendermi in giro? io non ci credo a quello che dice!” ed è in questi scenari in cui Millás da maestro della finzione narrativa rende impossibile una semplice distinzione tra cronaca e immaginazione, che incontriamo personaggio quali Ronaldo, Penélope Cruz, Pasqual Maragall e Pedro Almodóvar.

Ma come si diceva non mancano pagine più amare con le quali Millás si trasforma in cronista di guerra come in “Orrore in Sierra Leone” raccontando la guerra civile del povero paese africano tramite la storia di due fratelli rimasti orfani dopo che i suoi genitori vennero uccisi e massacrati sotto ai loro occhi. Sono pagine dalle quali gronda sangue: storie di violenze, stupri, uccisioni, stermini, sopraffazione, roghi di abitazioni, traumi, amputazioni, ferite sempre lancinanti di dolore. E’ la storia di ciascuna guerra, certo, ma Millás con un attento riferimento allo scrittore Graham Green, parlando della capitale della Sierra Leone, il cui nome evoca un sentimento di libertà che contrasta dolorosamente con quel luogo, sostiene: “Tutte le cose più brutte di Freetown erano europee” passando poi per fare una lista. Con la dotta citazione Millás ricorda non solo i conflitti interni di paesi da noi tanto distanti, ma anche quanto gli europei abbiano contribuito a far male ai paesi colonizzati sia nel passato che tutt’ora nel presente tanto da ricordare che “i morti erano neri, ma le armi bianche”.

In “Inferno nella terra delle divinità” il tenore del racconto non cambia di molto, ci troviamo semplicemente in un’altra terra geografica, anche questa martoriata dalla violenza, a contrastare con la ricchezza ed eterogeneità dei culti e delle divinità che poco riescono a fare su quei popoli irrimediabilmente corrotti e votati al Male. Siamo nella regione di confine indo-pakistana, il Kashmir. Anche qui Millás adotta la lucidità dello stile, una cronaca tragicamente forte quasi che riusciamo a vedere le immagini scorrere davanti ai nostri occhi. Dolore, sangue e pagine drammaticamente dure da mandar giù. Eppure come possono infastidire persone ultra-modernizzate, ricche, acculturate che sono informate delle notizie di guerra leggendole comodamente a casa in Internet? A volte serve un cambio di prospettiva (‘prospettiva’, ‘visione’, ‘punto di vista’ sono termini importantissimi nell’intera produzione di Millás) per vedersi in contesti diversi, come appunto lo scrittore mostra di aver fatto superbamente in questa opera dove ogni racconto non è solo frutto di una squisita scrittura, ma di ricerca e di eventi visti dai suoi occhi.

Bisogna squarciare quel velo che, pur trasparente, ci circonda e sembra proteggerci.

Millás è attento nel cogliere dalla realtà che lo circonda esempi di finzione, di rappresentazione della realtà che sono solamente copie, sembianze grottesche, manipolazioni per trasmettere la sua visione del mondo, una continua ricerca volta alla scoperta del vero e alla differenziazione dalla sua sinistra rappresentazione come avviene in un passo tratto dal racconto “Viaggio in Giappone” che riporto di seguito: «Siamo arrivati in un mondo, in definitiva, nel quale le pasticcerie sembrano gioiellerie e le parrucchierie delle gallerie d’arte. E nelle quali le chiese cattoliche false sembrano chiese cattoliche vere. Diciamo questo perché nella nostra passeggiata allucinante per quella piccola Europa improvvisamente ci imbattemmo in una chiesa dai tratti gotici la cui presenza era scioccante  fino a che non ci spiegarono che si trattava, in effetti, di una chiesa cattolica falsa dove venivano celebrati dei falsi matrimoni cattolico il cui obiettivo era quello di fotografarsi sulla scalinata, alla moda delle coppie europee che vediamo nelle riviste di cronaca rosa. Gli piacciono la forma delle nostre nozze, sebbene non credono nella loro sostanza, ma quando a un giapponese gli piace la forma di qualcosa, la copia, migliorandola e se ne appropria».[2]

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Pamplona, 18-11-2012

 

 

JUAN JOSÉ MILLÁS è nato a Valencia nel 1946. Ha pubblicato i romanzi Cerbero son las sombras (Premio Sésamo, 1975), Visión del ahogado (1977), El jardín vacío (1981), Papel mojado (1983), Letra muerta (1983), El desorden de tu nombre (1986), La soledad era esto (Premio Nadal, 1990), Volver a casa (1990), Tonto, muerto, bastardo e invisible (1995), El orden alfabético (1998), Nos mires debajo de la cama (1999), Dos mujeres en Praga (2002), Laura y Julio (2006), El Mundo (2007) e varie raccolte di racconti tra cui le più recenti sono Lo que sé de los hombrecillos (2010) e Vidas al límite (2012). L’autore è anche giornalista e ha prodotto una serie di “articuentos”, un genere a metà tra il racconto breve e l’articolo di giornale. Ha ricevuto numerosi premi letterari nazionali sia per la narrativa che per l’attività giornalistica. I romanzi maggiori sono stati tradotti in italiano e in numerose altre lingue.

 


[1] La traduzione del testo è eseguita da me. La citazione in originale si trova a pagina 377 del testo.

[2] La traduzione del testo è eseguita da me. La citazione in originale si trova a pagina 344 del testo.