Cinzia Tianetti sul saggio di letteratura inglese “Flyte & Tallis” di Lorenzo Spurio

Flyte & Tallis

di Lorenzo Spurio

Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012

ISBN: 978-88-6682-300-1
Numero di pagine: 143

 

Recensione a cura di CINZIA TIANETTI

 

La prima parte del romanzo Espiazione ha un tempo dilatato, lungo, preparatorio, per ambientare il lettore, immergerlo nel cuore della vicenda che si realizzerà per tutto il libro; Lorenzo Spurio lo fa lasciando che, a briglie sciolte, la trama si racconti da sola, attraverso l’immediatezza della sua esposizione affinché il romanzo cavalchi le scene dove si immortalano le immagini del lettore per catturarne l’attenzione e lasciare che lentamente scivoli, anche colui che non ha letto i due libri, nel cuore delle vicende. In tal modo l’autore di questo saggio, Flyte & Tallis, dilata il tempo di una critica analitica per la via che percorre la presentazione dei due libri, in cui costruttore e costruzione del romanzo si aprono al lettore insieme alle dinamiche psicologiche, nel tormento di colpe, desideri imbrigliati, brutti ricordi; così come intuitivamente dovrebbe far presagire il titolo del primo capitolo del primo romanzo preso in esame: Villa Tallis, la guerra, Londra. Comincia così il saggio di Lorenzo Spurio dandoci anche l’architettura del libro: al succedersi dell’esposizione dei due romanzi ne consegue l’atto comparativo, nel profondo senso che li accomuna.

Villa Tallis, la guerra, Londra: la scena primaria (che s’apre nell’afosa estate del ’35), strettamente legata alla seconda funzione, emblema del catastrofismo psico-emozionale e degli eventi poi l’ultima tappa, così lontana nel tempo, in cui si chiudono i conti. Tutto è detto, chi parla è il linguaggio stesso, perché il linguaggio ha in potere l’uomo, l’essere che si mette in opera; così per gli autori così come per Lorenzo Spurio, dove il suo linguaggio è condizione in cui si manifestano senso, corrispondenze, analisi, associazioni, nella semplicità dell’esposizione.

Più sotto riporta, sapientemente, l’autore: «Briony aveva la sensazione di avercela fatta, di aver trionfato» (191), antefatto e conclusione di una vita, quella di Briony, se vero è che se da un angolo dello sguardo di Briony si muoverà il fatto che condizionerà a vari livelli e personali sentimenti i personaggi, e dall’altro nel coincidere di hybris e coscienza, innescando il meccanismo dell’azione vera e propria, prenderà forma il senso di colpa e la disperata ricerca di una catarsi personale e dei personaggi messi in opera nel romanzo (che accompagnerà l’ultimo atto della vita di Briony), è anche vero che dal velo dell’innocenza si intravedrà un complesso edipico spostato dal fantasma della madre malata e dell’inesistente padre, alla sorella e al suo amante, cresciuto all’interno della famiglia Tallis come un figlio. Briony, difatti, accusa Robbie come molestatore maniaco, ma, come fa giustamente e sottilmente notare Lorenzo Spurio, citando l’episodio, ella è presa da passione infantile per lui: […]«durante una delle azioni belliche, Robbie ripensa a un episodio successo a villa Tallis tanti anni prima. Ritorna con la mente a quando Briony si era volutamente gettata nel fiume per farsi salvare da lui». Cui prodest? Si potrebbe suggerire: “cui prodest scelus, is fecit”.

“Una motivazione troppo semplice ed effimera che non sembra poter essere la causa degli eventi tragici che poi seguiranno” sente l’obbligo di precisare Lorenzo Spurio, perché ben sa che i fili che muovo le azioni, passioni, pretese, rivendicazioni desideri, sono tanti e non tutti ben determinabili.

Dunque già dal titolo e del citato passaggio del libro riportato si delineano, a mio avviso, in prima battuta luoghi e “seme pulsante” del sapiente mosaico ricostruttivo dell’autore, nel quale si mette in evidenza altresì manie e passioni di una psicologia fautrice di un dramma, proiezione di un talento artistico bisognoso di dare senso alla propria vita da protagonista: «Tutto il mondo è un palcoscenico e tutti gli uomini e le donne semplicemente attori.. »(William Shakespeare Iacopo: atto II, scena VII).

“Il McEwan di Espiazione è un McEwan diverso, sebbene alcune delle tematiche centrali della sua intera produzione (l’infanzia, la storia, la difficoltà dell’amore) ritornino qui riproposte all’interno di un’interessante cornice storica, quella della seconda guerra mondiale” scrive Lorenzo Spurio. Peraltro che cosa vi può essere di più “Macabre” di questa cornice storica dai volti nuovi di mostri e perseguitati ovvero perversi, violenti, maniaci e vittime, traendo inquietudine e suspense da una realtà storica che non trova ancora oggi la sua verità, nel tormento collettivo di consce e inconsce colpe ed espiazioni (senza per questo intrappolare nessuno in etichette)?

È nella parola che realtà e verità si cercano, che realtà e verità non si trovano; probabilmente perché è già la parola stessa ad avere una singolare avversità per la comune universale, direi, sociale verità e che contemporaneamente coniuga un tempo singolare di realtà in cui si tradiscono intenzioni ed intenti, visioni intime, giochi di ruolo. È “Briony … ” scrive l’autore “[…] attraverso le sue parole e le sue intuizioni sbagliate, a regolare lo sviluppo degli eventi che concernono l’intera famiglia”. Sviluppo della parola, sviluppo degli eventi!    

«Più ci allontanavamo da Brideshead, più [Sebastian] sembrava liberarsi del suo malessere, quella segreta inquietudine e irritabilità da cui era stato preso» (50).

Aprendo al lettore la seconda parte del libro Spurio introduce il secondo romanzo, donando con immediatezza e da subito i primi elementi di corrispondenza tra i due libri, nonostante la profonda diversità di scrittura e la differente caratterizzazione delle due diverse storie.

Nelle pagine dedicate a Ritorno a Brideshead si percepisce, legata ad una serrata simbologia religiosa, l’inquietudine tra fede o meglio religiosità perbenista e colpa, tra religiosità e vizi, in una cornice decadente.

Affascinante è il parallelismo tra l’ateismo o dovremmo dire l’agnosticismo di Charles e la fede di Sebastian per l’ambiguità che alberga in entrambe le figure giovani non ancora nella piena maturità, che prende forma nel tormento, nel dubbio, e ancora, soprattutto, nella stretta tra il confronto con se stessi e il conformismo del mondo. E “questi due diversi mondi interpretativi” precisa Lorenzo Spurio “in relazione all’aldilà vengono continuamente in contatto, a scontrarsi nel corso dell’opera”. Nella forte impressione che ciò che si ha per nessuno dei personaggi di Ritorno a Brideshead sia bastevole si sviluppa la storia come se fuga ed estraniamento potessero rendere possibile la vita che ognuno di loro si è trovato a vivere. All’isolamento che non trova soluzione di continuità nel interrelazione e condivisione Lorenzo Spurio richiama al tema della conversione che conclude il romanzo. 

Nelle disegno di Spurio la parola, strumento d’analisi, lavora non per la verità o realtà ma, attraverso la voce dell’autore e i protagonisti del libro, per provare a tracciarne propositi, rappresentazioni, strutture di scritture nell’ancor più ambizioso proposito di un attento sguardo multiplo a due romanzi.

La scrittura scorrevole, serrata mai ridondante avvince fin dalle prime pagine. Le parole danzano nei giri di valzer degli eventi raccontati rivissuti ed interpretati.

L’analisi interpretativa è attenta, l’oculatezza dell’esposizione di Espiazione prima e Ritorno a Brideshead di Waugh dopo si concretizza in una comparazione che tesse relazioni precise e profondamente rivelatrici di quanto riesce a cogliere l’autore di questa critica, di quanto allo sguardo dell’autore di Flyte & Tallis il mosaico si compone.

Non restano che due romanzi e del bandolo di “realismo psicologico” che coinvolge il lettore.

 

24/11/2012

                                                                                                          Cinzia Tianetti

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“Mrs. Dalloway” di Virginia Woolf, l’analisi di Giuseppina Vinci

Virginia Woolf

Il 1941 è la data di morte di due grandi della letteratura, non solo di lingua inglese, ossia Virginia Woolf e James Joyce. Li accomuna anche l’anno di nascita, il 1882. Di nobili origini lei, figlia di un critico letterario, Leslie Stephen, non così benestante James, la madre un pia donna cattolica, il padre un fervente sostenitore dell’Indipendenza dell’Irlanda. Sappiamo che Virginia non apprezzava l’arte dell’irlandese, rozza dal suo punto di vista, mediocre. Eppure manuali di letteratura, erroneamente li accomunano, per quel “flusso di coscienza”, per quella tecnica particolarissima di creare narrativa, una fiction, non più fiction. Fiction sta per plot, per intreccio, per trama, per un susseguirsi di fatti e anche di sentimenti, qui, nella loro tecnica, vi è poco di fiction. Eppure il signor James Joyce definiva il suo Ulisse un romanzo, e ci teneva tanto. Un giorno nella vita di Leopold Bloom, di Molly Bloom, di Stephen Dedalus. Cosa mai può accadere in Un giorno! Duecento pagine di Ulisse, l’autore le ha lasciate per noi e per una lettura gradevole a seconda  dei punti di vista, delle culture, delle preferenze stilistiche…..

Anche lei Virginia, ci ha lasciato romanzi le cui azioni sono racchiuse In un giorno. Mrs Dalloway testimonia un giorno nella vita  di Clarissa Dalloway. Una festa, il desiderio di un festa, muove tutto il romanzo. La signora Dalloway si sveglia una mattina e pensa di organizzare una festa. Sì, una festa memorabile. Non vi è un compleanno, nessuna ricorrenza particolare, ma lei vuole una festa. Esce per le strade di Londra, per Bond Street, si muove, cammina felice perché la festa sarà protagonista della sua sera. Compra dei fiori, deve essere la festa più felice della sua vita. Si ferma davanti a una vetrina in Bond Street, guarda un oggetto simile a quello che tanti anni prima le aveva regalato un suo spasimante, Peter Walsh, e ricorda quei giorni vissuti con lui… Era o no amore? Un amore finito per sempre? Non sa. La festa, il suo pensiero è la festa. Invita tutti i suoi amici, prepara la cena, fissa i posti a tavola e ricorda i primi anni vissuti con il marito, Mr Dalloway. Un giorno frenetico pieno di aspettative, l’attesa è l’essenza di ogni cosa. Arriva il momento arrivano gli invitati, ma ecco quello che non si sarebbe mai aspettata. Il dottor Bradshaw riferisce agli altri invitati di un suicidio, e lei che voleva una festa gioiosa, spensierata, magica, sente che viene compromessa, guastata da quella notizia. Siamo al punto più intenso, quasi drammatico di tutto il romanzo. Un giovane aveva messo fine alla sua vita, si era gettato da una finestra, lei, Clarissa, pensa a se stessa, a cosa avesse gettato della sua vita. Solo uno scellino nella serpentina di Londra.

Che associazione, farebbe pure ridere. E le associazioni di idee, i ricordi,il tempo sono il nucleo centrale del romanzo. Il giovane suicida, Septimus Warren Smith, sconvolto dalla guerra, incapace di comunicare con il mondo perché alienato, compie il gesto estremo ponendo fine alla sua vita per comunicare con il Mondo. Uno sguardo al Passato, al proprio passato, un ritorno al presente, passato e presente  si intrecciano, si avvolgono, il tempo non esiste, tutto è presente, tutto è passato e noi al centro, del passato, del presente, scorriamo, inesorabilmente, fluiamo i nostri pensieri scorrono, le nostre tristezze scorrono verso il Nulla eterno. Sì, porre fine alla propria vita è un gesto eroico. La non comunicazione ci porta alla Comunicazione estrema, comunichiamo ponendo fine alla nostra fine. Ci lasciamo abbracciare dalla Morte e abbracciamo il mondo intero, vogliamo trasmettere al mondo il nostro amore comunicando la nostra morte. Morte e Follia si abbracciano, rimangono le uniche amiche in un mondo senza comunicazione, indifferente e freddo. Anche Virginia porrà fine alla propria vita lasciandosi annegare nel fiume Ouse. Solo due alternative nella vita: o suicidio o follia. Temendo di impazzire, come Septimus, sceglierà di farsi abbracciare dalla Morte.

 

Prof.ssa Giuseppina Vinci

Docente di Lingua e civiltà inglese al Liceo Classico Gorgia di Lentini