“Gli innamoramenti” di Javier Marias, recensione di Anna Maria Balzano

Gli innamoramenti
di Javier Marias
 
Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

9788806210441Un romanzo veramente originale “Gli innamoramenti” di Javier Marais, dove la trama fa da sfondo  e da supporto a speculazioni filosofiche, al punto che l’analisi dei sentimenti, dei pensieri, delle considerazioni dei personaggi fa sì che siano i pensieri, i sentimenti, le considerazioni i veri protagonisti dell’opera.

Ci troviamo di fronte all’enigmatico dualismo immaginazione/realtà: gli eventi narrati lasciano spesso il dubbio circa la loro incontrovertibile veridicità.

L’abituale quotidiana osservazione di Miguel e Luisa, una coppia innamorata che si incontra tutte le mattine nello stesso caffè, offre alla protagonista Maria, anche lei frequentatrice dello stesso locale, lo spunto per narrare in prima persona una vicenda che ha del mistero e che si tinge di noir.

In seguito alla morte violenta di  Miguel, Maria  si avvicina a Luisa, ne fa la conoscenza e quindi si reca a casa sua, per darle la possibilità di dare sfogo al suo dolore. In quella occasione conosce Javier, di cui si innamora. 

La vicenda si snoda con  ritmo lento: i protagonisti indugiano in considerazioni sulla morte e sulla vita, sul rapporto morte-vita, in un gioco narrativo ad effetto “sliding doors”. Non a caso sono spesso citati episodi di grandi classici, come quello della foresta di Birnam, del Macbeth di Shakespeare, o quello dei Tre Moschettieri di Dumas, in cui Athos accenna alla  morte della giovanissima moglie, Anne de Breuil, o ancora quando si cita il personaggio di Balzac, il colonnello Chabert.  In ciascuno di questi episodi, la realtà è sempre ambigua e la sua ambiguità si fonda proprio sulla molteplicità dei significati della parola. Non si possono non ricordare a questo proposito i versi famosissimi pronunciati  dal coro delle streghe nel primo atto del Mcbeth: “fair is foul,  foul is fair”. I fatti che si vivono sono reali per coloro che li vivono, per gli altri sono racconto e dunque sono fittizi. L’uomo ha bisogno di certezze per vivere: essere coscienti di vivere una “realtà irreale” accresce la sua solitudine.

In questa prospettiva la menzogna diventa elemento importante nel romanzo, al punto da porre il vano quesito se esista un modo, nell’epoca di incredibili progressi e invenzioni, per penetrare nella mente umana e sapere quando qualcuno mente. Certo, afferma l’autore attraverso i suoi personaggi, l’impossibilità di leggere nella psiche altrui è l’unico margine di libertà concesso all’uomo.

La finzione a volte ha bisogno di tingersi di verità per acquisire maggiore veridicità.

L’umanità descritta da Marias è fragile e in balia di ogni incertezza: anche l’innamoramento, pur con il suo fascino inebriante, rende ancora più fragili e deboli.

La decisione di affidare a Maria la descrizione in prima persona è una novità nell’opera di Marias che riesce a dare comunque al personaggio femminile assoluta credibilità, mettendone in risalto la sensibilità.

Al di là della trama, il vero interesse del romanzo risiede nel mostrare l’individuo al centro della sua tragica, perpetua incertezza con tutti i suoi dubbi insoluti, destinati ad accrescere la sua solitudine.

ANNA MARIA BALZANO

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. LA DIFFUSIONE E PUBBLICAZIONE DI QUESTA RECENSIONE E’ VIETATA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Sbarco clandestino” di Dante Maffia, recensione di Ninnj Di Stefano Busà

SBARCO CLANDESTINO
di Dante Maffìa.
Edizioni Tracce, 2011
Pagine: 150
 
Recensione a cura di Ninnj Di Stefano Busà

imagesUn tema di grande attualità, una problematica che trova ostracismi e contraddizioni in termini, mentre si delinea l’umiliante vetrina di un mondo spaurito, allarmato davanti a fenomeni di così profondi mutamenti etnici, apocalittici, vere trasmigrazioni di popoli, e di così imponenti investiture morali, sociali, politiche. Un mondo, quello di oggi, sprovveduto e disorientato dinanzi a fattori ontologici che proprio per l’essere grandemente vaste, trova incerta e perplessa, nettamente contrariata e incapace l’opinione pubblica, i governi in un contesto di umanità reproba e inerte, inadatti ad opporvisi, a registrare il fenomeno e regolarlo nella giusta dimensione, disorientati e quindi spiazzati a padroneggiare il destino di molti.. E infine, larghe sacche di oppositori ad oltranza che volutamente ignorano o lasciano trasparire repulsione con atti di miseria morale e intolleranza razziali, tali da innescare un processo di dissociazione intellettuale fatalistica e discriminatoria. Volutamente inconciliabile si mostra la desolazione alla domanda di aiuti umanitari che da questi fenomeni originano.. La poesia di Dante Maffìa va a toccare i nervi scoperti e dolorosi di un scoperchiamento di pensieri e di azioni, di travisamenti e soprattutto di fatalismo che ingenera una catastrofica forzatura delle regole, una condotta maldestra, un’opposizione omologante e inquietante per quelle genti (una moltitudine vagante), private del diritto d’asilo, svilite da sospensioni di libertà, dissociazioni d’identità, oppressioni e frustrazioni nei diritti umani e civili, defraudate e umiliate. Lo spettro della miseria morale di coloro che dovrebbero sostenerli si fa in molti casi segno inquietante di una deprivazione di coscienza, che appare non salda, non matura e annaspa nell’ondivaga emergenza di un piano tempestivo di aiuti, tentando di sottrarsi alla propria responsabilità di cristiani civilizzati, declinando quei paradigmi di accoglienza e di indulgenza al . Diverso da chi? si dovrebbe poi obiettare? ma è l’umanità stessa che di fronte allo strazio primordiale, quanto universale della diaspora così massiccia, arretra nella sua posizione di deserto arido e informe. Il massimo della solidarietà intellettuale va dunque rivolto a questo poeta integerrimo che dalla sua vocazione di immaginario collettivo, sa estrapolare commoventi e limpide suggestioni, emozioni che costituiscono deterrente per molte e più proficue riflessioni. La diaspora è stata da sempre considerata un filone parallelo alla morte dei diritti umani, qualcosa che disorienta e coglie impreparato il fatalismo storico dell’intera umanità. Siamo portatori sani di “nequizie”, il male si aggrava e diventa pandemia quando a respingere ai loro destini è l’ottusa ipocrisia, il collasso della solidarietà nel non voler accettare e considerare di questi diseredati, umiliati e offesi in una visione cosmogonica, che si manifesta in toni edonistici, quasi dissacratori e sempre impotenti in prossinità di eventi e avvenimenti di portata biblica che disorientano l’altro, “il diverso”, l’esiliato dal pianeta, l’afflitto, il senza volto, il diseredato, l’escluso: Non dovremo dimenticare che anch’essi sono fratelli in Cristo, ma l’universo mobile, cangiante, variegato di un disincanto e di una spregiudicatezza collettivi, li fa apparire transeunti della storia, virgole precarie di un dato storico irreversibile, “circostanze circostanziali” li definirei per antonomasia, (non uomini e donne) ma solo depositari di sventura. È difficile, se non impossibile, trovare un poeta che rappresenti così bene il travaglio degli sventurati musulmani succubi di lotte tribali per l’ascesa al potere di governanti-boia, in balìa di dittatori-terroristi, sanguinari che esercitano i loro poteri totalitari e senza regole su popoli indifesi, siano essi etiopi, o siriani, arabi, o algerini, magrebini, marocchini etc, i perseguitati sono sempre loro, a subire le angherie dell’esilio, la mano devastante e inquietante della fame, della sete, ad addentrarsi in clandestinità, a rivendicare diritti negati, identità perdute in una necessità impellente portata a scegliere tra sopravvivenza outside, ai limiti dell’indecenza o morte. Dante Maffìa è un veterano di tematiche che altri respingono, fa spesso sue le problematiche delle minoranze senza voce, degli esclusi dalla storia dell’esistenza, quasi ectoplasmi. A questi esseri umani egli presta la sua voce, ne ascolta il loro tormento.

Dante-Maffia_Ritratto-di-Paolo-Quaranta-270x300Il suo cuore di poeta traboccante di pietà si muove a compassione per uomini come Mahmud, Omar, Alì, Mamadou, Brahim, Kaddour. Vi sono alcuni brani di questa raccolta che commuovono per l’intensità degli episodi descritti come Gada ad es: “ Sono un fiato di vento / e vaga nell’indifferenza, / vado verso terre sconosciute/ dove troverò una radura dolce/ in cui riposarmi?” (pag.32) e poi ancora: “adesso non puoi ascoltarmi, langui/ in tristi luoghi comuni dell’Occidente/ che credi tu sia solo rabbia e vuoto/. Io invece so che verrà l’aurora/ a ridarmi l’azzurro del deserto, / la sconfinata libertà di Dio / che ha la tua voce e il tuo passo.” (idem) “Nomade, straniera, mendicante,/ che importa. Ormai sono un rifiuto/ che vaga senza meta/…/Non potevo restare /nella casa dove ogni cosa è sfiorita./ Sono ferita in ogni poro, la morte/ mi tiene lontano da sé per non essere infettata.”(Khadouj) pag 35. Maffìa redige le storie di ognuno registra le loro pene, il tremore dei loro turbamenti, le paure, le angosce, che prolificano da uno sfilacciamento di mente e corpo che subisce traumi di dissociazione inimmaginabili, avverte gli urli dei loro cuori trafitti, delle trasmigrazioni respinte, e dove la ricerca di pace e di perdono si trovano distanti anni-luce da essi, piccoli mucchietti di stracci sporchi, maleodoranti, in balìa di correnti impetuose, in preda a deliri di deprivazione e di malessere, di malattie, denutrizioni. Dante Maffìa coglie appieno l’allarme per questi derelitti, si fa tesimonial di un dolore rappreso tra la sorte e la morte, ne fa una questione di principi e di orfica desolazione: epigrafici appaiono questi versi: “Ci dicono che siamo sbarcati in Calabria Saudita! Il destino è perverso, beati i morti in mare!.” (Driss) pag.24 Vi è da un lato la miopia che confuta e procede a tentoni, non indulge e non dialoga: L’Europa “ditta”… dall’altra la moratoria umana, l’esigenza di una remora morale di universalità. Quella dei nostri giorni è una diaspora epocale, senza precedenti che antropologicamente ci costringe a prendere atto di un processo umano che s’interseca, ci obbliga ad indulgere sull’”altrui”: brutto, nero e cattivo che ci mette davanti allo specchio concavo di noi stessi, riflettendo quello che non vogliamo vedere. Ma il binocolo ha due lenti: si tratta di stabilire una corrispondenza di immagini adeguate, di coordinare regole di accoglienza, attingere al patrimonio genetico della razza umana, per estrapolare quel minimo di convergenza che d’improvviso diventi: dialogo, vita, estrema salvezza per tanti diversi da noi “gli altri”: lo scopo è guardare in fondo alle cose, prefiggersi un imperativo categorico che dell’emergenza-necessità deve fare virtù, per costituire l’obiettivo fondamentale di un mondo migliore, una confutazione di orgoglio senza pregiudizi, una coesione che sia in linea con la e restituisca credibilità e uguaglianza al pianeta così fortemente attraversato da sventure. C’è l’auspicio che si compia il miracolo che faccia dire come a Orhan: “Sarò trattato prima o poi/ come una persona che possiede/ un nome e l’anima?” pag.59

NINNJ DI STEFANO BUSA’

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. LA DIFFUSIONE E LA PUBBLICAZIONE DELLA STESSA E’ VIETATA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.