Esce il nuovo romanzo di Jonathan Coe: “Expo 58”

Expo 58
di Jonathan Coe
Traduzione di Delfina Vezzoli
Feltrinelli, 2013
pp. 288 euro 17,00
 
SINOSSI:

copertina coeL’Exposition Universelle et Internationale de Bruxelles del 1958 è il primo evento del genere dopo la Seconda guerra mondiale. La tensione politica tra la Nato e i paesi del blocco sovietico è al suo culmine. In piena Guerra fredda, dietro la facciata di una manifestazione che si propone di avvicinare i popoli della Terra, fervono operazioni d’intelligence in cui le grandi potenze si spiano a vicenda. Incaricato di sovrintendere alla gestione del pub Britannia nel padiglione inglese è un giovane copywriter del Central Office of Information di Londra,Thomas Foley, che si trova così catapultato al centro di un mondo d’intrighi internazionali di cui diventa un’inconsapevole pedina. In un fuoco di fila di esilaranti colpi di scena, il racconto corre su due binari paralleli egualmente coinvolgenti: i turbamenti amorosi del giovane Thomas – che tradisce la moglie, s’innamora di due donne diverse ed è divorato dai sensi di colpa – e una spy story che ci inchioda alle pagine, pervasa dal proverbiale umorismo di Coe, che nel narrarci questa vicenda torna ad attingere alla ricca vena ironica dei suoi inizi. Commedia romantica e di spionaggio, decimo romanzo di un autore che è ormai un classico contemporaneo della letteratura inglese in una delle sue prove migliori ed esilaranti.

JONATHAN COE

Jonathan Coe è nato a Birmingham nel 1961, si è laureato a Cambridge e a Warwick, vive a Londra. Ha scritto due biografie (Humphrey Bogart e James Stewart) e con Feltrinelli ha pubblicato:  La famigliaWinshaw (1995), La casa del sonno (1998), L’amore non guasta (2000), La banda dei brocchi (2002), Donna per caso (2003), Caro Bogart. Una biografia (2004), Circolo chiuso (2005), La pioggia prima che cada (2007), Questa notte mi ha aperto gli occhi (2008), I terribili segreti di Maxwell Sim (2010), Come un furioso elefante. La vita di B.S. Johnson in 160 frammenti (2011), Lo specchio dei desideri (2012) e, nella collana digitale Zoom, V.O. (2011).

“L’urlo e il furore” di William Faulkner, recensione di Anna Maria Balzano

L’urlo e il furore
di William Faulkner
Einaudi, 2005
ISBN: 9788806179557
 
Recensione di Anna Maria Balzano

 

Spegniti, spegniti, breve candela!
La vita non è che un’ombra che cammina; un povero attore
che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena,
e del quale poi non si ode più nulla; è una storia
raccontata da un idiota, piena di rumore e furore,
che non significa nulla.

 

untitledQueste le parole di Macbeth (Shakespeare – atto V, scena V, vv 23-28), a cui Faulkner ha attinto per il titolo del suo capolavoro, che sottolineano l’insensatezza e l’inutilità della vita, una storia raccontata da un idiota, piena di “sound and fury”.

E inizia proprio con il monologo del personaggio dell’idiota, Benjy, la prima parte del racconto intitolata “Sette Aprile 1928” alla quale seguono “Due Giugno 1910”, “Sei Aprile 1928” e infine “Otto Aprile 1928”: quattro giorni descritti e dedicati ai quattro personaggi più importanti del romanzo, senza tuttavia un logico ordine cronologico. Già dai titoli delle singole parti, dunque, si deduce come la narrazione sia improntata sugli schemi della “durée bergsoniana” già sperimentati con tecnica innovativa da James Joyce. La successione temporale degli eventi, disordinata e spesso di difficile comprensione, rappresenta il disordine mentale e morale che regna tra i componenti della famiglia Compson, la cui storia ci viene descritta con impietoso realismo.

La prima giornata, il sette aprile, introduce tutti gli altri personaggi attraverso la figura del ritardato mentale Benjy, che insieme con Quentin, Caddy e Jason costituisce la prole disgraziata e in un certo senso “maledetta” della famiglia Compson. La stessa madre, Caroline appare come una donna debole che si cela volentieri dietro malanni più o meno pretestuosi, al fine di allontanare le responsabilità e gli affanni. Il padre, alcolizzato, morirà prematuramente.

La menomazione mentale di Benjy fa sì che egli, con la sua lagnosa presenza, pur essendo apparentemente lontano dal comprendere gli eventi che travolgono la famiglia, abbia la stessa funzione del clown shakespeariano unico vero e sensibile  interprete della realtà.

La sezione intitolata “Due Giugno 1910” è dedicata al monologo di Quentin: questa è senz’altro la parte più difficile del romanzo, per il complesso flusso di coscienza grammaticalmente sconnesso.

Il balzo indietro nel tempo ci introduce nel dramma vissuto dai fratelli Quentin e Caddy che si macchiano di incesto. Questo peccato, mai superato, condizionerà la vita di Caddy e porterà Quentin al suicidio. Nel racconto di Quentin è continuamente presente il tema del tempo, attraverso il simbolo dell’orologio e del suo ticchettio. Il simbolismo, così importante nella tradizione letteraria americana, da Hawthorne (The scarlet letter) a Melville (Moby Dick), è presente nell’opera di Faulkner, ed emerge in tutti i suoi romanzi. “…il babbo diceva che il tempo è morto, finchè viene rosicchiato dal ticchettio delle rotelle; solo quando si ferma, il tempo torna in vita.” La vita, dunque, è legata al tempo-non tempo, all’immobilità del presente.

In questo capitolo la morte di Quentin viene ripetutamente annunciata dal suo desiderio di calpestare la sua ombra ch’egli vede riflessa nell’acqua e di spingerla in fondo, sempre più in fondo.

Caddy, la sorella amata, viene continuamente rievocata, ma  tornerà molto più prepotentemente nel capitolo successivo, in cui è il fratello Jason a raccontare la giornata del sei aprile 1928. Questo è il fratello a cui si appoggia la madre Caroline, rimasta sola con lui dopo la morte del figlio e la partenza della figlia, sposata e poi separata. Il carattere meschino e egoista di Jason si rivela in tutta la sua tragica dimensione nel rapporto con la giovane Quentin, figlia di Caddy, così chiamata in ricordo del fratello. Jason si macchia di ogni sorta d’azione bassa e disonesta, per sfogare il suo odio nei confronti della sorella e della nipote a cui attribuisce la causa della sua mancata realizzazione nella vita.

L’ultimo capitolo, datato “Otto Aprile 1928, è dedicato all’unico personaggio dotato di sensibilità e capace d’un sentimento d’amore cosciente,  Dilsey, la serva “negra” spesso trattata con disprezzo  dai componenti della famiglia, che tradiscono, in questo modo, i persistenti atteggiamenti schiavistici di certa gente del sud degli Stati Uniti di quell’epoca. La debolezza di Dilsey, appartenente a una minoranza, è la sua forza ed è proprio la forza che le permette di prendersi cura lei stessa, donna di colore, di minoranze bianche, come Benjy, la cui mente vaga fuori del mondo, o di Caddy, emarginata dal suo stesso peccato e dalla vita dissoluta che ha scelto di condurre. Una famiglia tragica e maledetta quella dei Compson, che rappresenta la decadenza della ricca borghesia dell’inizio novecento, una borghesia che necessita di rinnovamento e di nuova linfa. Quasi un drammatico messaggio, quello di Faulkner: se la società non sarà in grado di trovare in sé la forza e la capacità di rinnovarsi e non saprà superare i pregiudizi che le impediscono di assimilare nuove energie provenienti dall’esterno, difficilmente avrà possibilità di salvezza.

ANNA MARIA BALZANO

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“Essere poeti nell’era della decadenza intellettuale” di Ninnj Di Stefano Busà

di Ninnj Di Stefano Busà

 

In ogni epoca, la Poesia ha sempre avuto i suoi detrattori, ma è sempre stata il filtro, la ragione ultima e la necessità prioritari all’interno di un processo emotivo, logico, interscambiabile di ogni essere umano <pensante> che sa ritrovare in essa la materia-prima di molti e suggestivi modelli d conoscenza.

La sua rara e preziosa struttura morfologica, la carica emotiva, il lampeggiamento interiore hanno sempre fornito all’uomo la sensazione di non vivere di solo <pane> ovvero, di possedere anche un’anima e un cervello che devono essere alimentati, se non vogliono morire soffocati dal banale, dalla mediocrità e dal quotidiano.

L’individuo è fatto essenzialmente di materia, di cellule, di cromosomi, ma anche di genio ed esaltazione. Ne ha bisogno come dell’aria ed è, in torto, chi crede di glissare, tergiversare o, peggio ancora, di banalizzare il concetto poetico, che si fa interprete di un ruolo necessario alla psiche, come l’ossigeno.

Concorrono poi diversi elementi perché un individuo giunga alla poesia. Innanzitutto, la predisposizione alla visione globale di un piano logico/culturale che lo porti a formulare dentro di sé il concetto lirico. Come per il musicista le note, il poeta deve sentire le parole armonizzarsi, fondersi attraverso la coscienza  che formalizzi il linguaggio (ri)componendone il suo universo psicologico/intellettuale.

PoesiaInfatti, perché non è di tutti scrivere versi? Lo fa solo chi lo sa fare, (talvolta, anche chi proprio non vi riesce), ma è ugualmente elogiativo lo sforzo di voler scrivere in poesia.

L’individuo sia esso di genere femminile o maschile avverte l’impianto poetico come un dono aggiuntivo, un quid che lo catapulta oltre lo steccato di una vita miserevole, a volte appiattita dalle vicende quotidiane e dalle sofferenze, ma proprio per questo, portato ad immaginare orizzonti più vasti, cieli più alti, stratosfere dove è bello volare senza le ali, magari solo con la fantasia e il coraggio di voler essere migliori, più ricchi psichicamente, intellettualmente…

È un dono che non tutti possono possedere, raggiungere uno stadio alto, a priori, nell’immediatezza è pressocché impossibile, perché anche i grandi poeti hanno dovuto lavorare per imporre alla pagina letteraria il loro nome. Niente è facile su questa terra e anche la Poesia, per quanto istintiva, innata e ricercata, ha bisogno di essere incanalata, orientata e perseguita con tenacia e abnegazione. Nessuno ignori mai la necessità del tirocinio, della sua elaborazione a livello d’anima e d’ingegno. Anche i grandi poeti hanno dovuto dimostrare di esserlo. Ovviamente poi, c’è una scala di valori, una graduatoria di meriti che vanno rispettate, perché la Poesia abbia una sua universalità e veridicità.

La programmazione di essa non avviene a tavolino, non ci si sveglia la mattina grandi poeti, non ci si scopre dall’oggi al domani: occorrono tirocinio, sensibilità, profondità emozionale, senso estetico della forma, bisogna inseguire e perseguire la Bellezza della Poesia come fattore di riscatto interiore, da opporre alle forme sbiadite di una vita abitudinaria o spenta.

La ricerca della Luce interiore porta verosimilmente ad un atto unico, inesplicabile, autentico e sincero quale è il presupposto poetico, ma è sforzo di adattamento alla vita, è superamento di se stessi, da un punto di vista umano, etico e spirituale non indifferente. La poesia bisogna amarla, vezzeggiarla, inseguirla, non è un raggiungibile in un sol giorno, non è capriccio intellettuale da mostrare in pubblico per far capire quanto si è bravi…È palestra esistenziale, costante, e tenace, crogiolo di sofferenza, sublimazione del dolore a livello inconscio o, magari, a volte, è la idealizzazione di un sogno che si realizza attraverso le spirali del dolore. Non si spiega diversamente il fatto che la migliore poesia è quasi sempre il frutto o il risultato di un travaglio interiore che tende a sfociare in una bellissima, imparagonabile oasi di luce, attraverso cui filtriamo il nostro dolore e la nostra solitudine. Tornerò ancora a parlarvi di poesia, c’è tanto da dire al riguardo….

di Ninnj Di Stefano Busà

QUESTO ARTICOLO VIENE PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.