“Carpe”, poesia di Emanuele Marcuccio, con vari commenti critici

Nota per il lettore

Penso sia giusto informare il lettore, riguardo all’evoluzione che sta seguendo la mia poesia. Dopo “Monte Olympus” la mia poesia si è avviata verso la ricerca di una maggiore sintesi ed essenzialità; ecco che, dopo l’abbandono della punteggiatura, in cui trovo maggior respiro, vado ad abbandonare anche l’incipit con lettera maiuscola, a riprova di ulteriore sintesi ed essenzialità, come a sottintendere un verso e tutti i versi precedenti.

La poesia di un poeta deve essere sempre in evoluzione, senza mai crogiolarsi in uno stesso modo di fare poesia.

È sempre quello che ho cercato di fare. 

 

CARPE[1]
(poesia di Emanuele Marcuccio)
  
ammassi
informi
tesi all’invero limite
 
informi
ammassati
 
carpe

  

14 agosto 2013

 

Commento a cura di Luciano Domenighini

Per il contenuto e l’impianto fortemente astratto può rientrare nelle cosiddette liriche “cosmiche” del poeta.

È ermetica e, anche per la brevità, ha, nella sua dimensione di frammento, un taglio occasionale ed esperitivo.

Sono nove parole in tutto ma l’invenzione letteraria è feconda. Due periodi. Nel primo periodo un soggetto aggettivato (“ammassi informi”) agente su un participio passato (“tesi”), unico, condensatissimo verbo, realizza un chiasmo anaforico dove l’aggettivo (“informi”) è reiterato e dove il sostantivo, per variante grammaticale, diviene aggettivo di se stesso (“ammassati”). Le due coppie chiasmatiche sono separate da un inciso avverbiale neologico “di variante” (procedimento caro al poeta) ottenuto dalla variazione per parafonia di un lemma consolidato dall’uso (“inverosimile” che diviene “invero limite”) con totale sovvertimento del significato.

Il secondo periodo, monoverbale, è un celebre imperativo latino di ascendenza oraziana, tutto sospeso, straniato, senza maiuscola, senza punteggiatura, bruciante, criptico e gravido di significati.  

Luciano Domenighini

 

Bellaria-Igea Marina (RN), 14 agosto 2013

 

 Commento a cura di Rosa Cassese

Con versi sintetici ed andamento sottrattivo, il poeta vuole rappresentarci quanto sia condensata la reale situazione dell’umanità come “massa informe” che, ormai ha raggiunto il limite della mancanza d’identificazione per cui devi carpere (“prendere”) solo quello che dà, cioè una informe “figura”, intesa come massa; sembra un gioco di parole ma, è un concetto filosofico, come un circolo vizioso.

 Rosa Cassese

3 settembre 2013

 

 Commento a cura di Marzia Carocci

Poesia che nella fulminea immagine traccia il caos esistenziale dell’umanità e come voce fuori campo si ode l’imperativo “carpe”, come unico appello ad uscirne fuori per non viverne il contesto.

L’inutilità delle lettere maiuscole e della punteggiatura rende ancora più immediato il fatto evidente in se stesso dando più importanza alla parola senza orpelli che limiterebbero il tratto visivo e allusivo del poeta.

Giudico gli “ammassi informi” descritti da Marcuccio , la carne umana nel suo più povero esistenzialismo, carne di uomini e donne viste e osservate da un punto cosmico con occhio scrutatore.

Il “carpe” diventa monito per una salvezza all’immobilità dell’essere sempre più statico e inerme in una società fredda e inevoluta.  

Marzia Carocci

Firenze, 3 settembre 2013

 

Commento a cura di Cinzia Tianetti

1374608_10202114889860903_1532518658_nIn poesia, in pochi versi si può rappresentare un universo, costituito dal proprio personale sentito stato verbale; spinto a seguire, a toccare le linee a margine della contraddizione, che dal reale alla scrittura poetica si manifesta nella ambivalenza della parola, quando intercorre in “una relazione di parole”.
Ogni espressione della poesia evoca più significati come una teoria di sempre nuove forme; fa pensare alla goccia non come elemento che partecipa a formare il mare ma che è mare.

Di particolar risalto è l’immediatezza d’espressione, definita non in una frase ma in una parola, che, come una scatola inconosciuta induce a portare l’immaginazione del lettore a quel che la stessa parola rievoca istintivamente. Ricorda le “parole chiave” che stimolano la produzione di altre parole, nell’onda di quel che inducono le prime, in una costruzione personale-emozionale, senza il venir meno del significato oggettivo poetico.

Ogni termine aspira all’assoluto e cerca l’altro al limite del resto delle parole non dette, in una realizzazione scarna, svestita dalle convenzioni e regole linguistiche divenendo pietre miliari di vie indotte dall’immaginazione d’ogni lettore.

La trasposizione di un sentito (nel senso cioè che si prova, che corrisponde ai propri sentimenti) ispirato in un “detto” realizza tutto in realtà e così gli informi oggetti sono gli informi panorami, gli informi elementi, l’informe passato, presente, futuro, l’informe memoria, gli informi sentimenti, emozioni, valori, l’informe sogno. Tutto realizza l’uomo nel suo essere, nel suo “sentire”, nel suo essere nel mondo: ecco “l’invero limite” maturato, e dagli “ammassi informi” nella presa di coscienza umana, poetica, agli “informi ammassati” del generato, compiuto, atto creativo.

Scrive Fernando Pessoa ne “Il libro dell’inquietudine”:
«Questo scienziato del lontano futuro proverà uno scrupolo speciale verso la sua vita interiore. Da se  stesso si fabbricherà lo strumento di precisione per ridurla a oggetto d’analisi. Non vedo grande difficoltà nel costruire uno strumento di precisione per un uso autoanalitico, unicamente con acciaio e bronzo del pensiero […] E naturalmente sarà necessario ridurre anche lo spirito a una specie di materia reale con una specie di spazio nel quale esso esiste. Tutto questo dipende dal fatto che le nostre sensazioni profonde siano aguzzate al massimo fino a che, spinte fino al limite del possibile, riveleranno senza dubbio o creeranno in noi uno spazio reale come lo spazio reale come lo spazio che esiste e nel quale è la materia». 

Cinzia Tianetti

Misilmeri (PA), 3 settembre 2013

 

Commento a cura di Daniela Ferraro

 La mancanza della maiuscola iniziale come pure della punteggiatura ben rende nella perfetta coniugazione tra forma e contenuto (informe-ammassi-ammassato) e contribuisce ad infondere al tutto il senso di un ghirigoro, di una vertigine senza né inizio né fine. E all’interno di questo fluire caotico sta l’umanità così meschinamente inconsapevole della personale condizione quanto sempre più protesa verso “l’invero limite”.

Lo potrà mai raggiungere?

Tutta la poesia sembra ruoti in cerchio e da questo cerchio non traspare alcuna via d’uscita. Enigmatico il “carpe” finale.

Un ulteriore riferimento all’ingordigia umana che tanto brama pur all’interno dei propri ristretti ed insuperabili limiti o un invito oraziano a godere del poco e del raggiungibile che ci è concesso come unica via di fuga da tale avvilente condizione?

L’uso del “Carpe” finale è, comunque, davvero geniale. Non solo Marcuccio evita, infatti, l’uso di un banale “cogli” o “prendi” laddove si doveva concentrare lo sforzo centrale di un significante sempre in ascesa fino all’esplosione finale ma anche la sua oscurità lascia il lettore in sospeso portandolo a rileggere più volte sentendosi, alfine, trascinato all’interno di quel caos esistenziale in cui comprendere l’esatto senso di ogni specifica parola passa in secondo piano rispetto al forte coinvolgimento tra schizzi di immagini espressioniste di potente fattura. 

Daniela Ferraro

 

Locri (RC), 8 settembre 2013

 

 

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“Il capitalismo nella società del postmoderno” di Ninnj Di Stefano Busà

di Ninnj Di Stefano Busà

 

L’era capitalista sta per essere schiacciata sotto il peso delle sue nefandezze.

Capitalismo nella società del postmoderno sta oggi ad indicare un apparato negativo, un sistema di far fruttare il denaro in maniera disonesta e indiscriminata, senza regole, senza remore morali, odioso libertinaggio speculativo di forme economico-finanziarie che hanno assunto la caratteristica di veri cataclismi nell’ottica brutale di una logica violenta e millantatoria, che si avvale solo d’ingenti somme di denaro da far fruttare al massimo del rendimento consentito. La logica da cui prende le mosse origina da una contaminazione a livello egoistico personale che fa di tutto per “arraffare” ricchezza inquinata, dove il malaffare e la disonestà fanno la parte del leone, nutrendosi di volta in volta di ordinamenti obsoleti, di sotterfugi e millanterie, contravvenendo ogni remora morale. Esorbitante diventa l’individualismo egocentrico e l’accaparramento di guadagni illeciti.

1AFC7Il termine “capitalista” si trova per la prima volta secondo P: Bernitt nel 1790 pronunciato da Mirabeau, stante ad indicare nella Francia di allora una persona ricca, con un potere enorme ricavato esclusivamente dai redditi delle sue sostanze. Il significato del termine divenne in seguito dominante e fu usato in molti altri casi in cui vi fosse necessità di speculare sul reddito e di farlo fruttare indiscriminatamente, invadendo anche il denaro pubblico e investendolo di ufficialità, ove non vi sia neppure l’ombra delle garanzie, contaminando in tal modo, l’economia che si vede invasa da titoli-spazzatura che vanno ad intaccare l’economia del povero risparmiatore indifeso di fronte a cotanto meccanismo di genialità perversa.

Per “capitalismo”, allora, è inteso un sistema di produzione sussidiaria che scinde il reddito da lavoro, anzi lo esclude: facendo della forza produttiva dell’interesse e dell’investimento la sue armi vincenti, il suo massimo punto di forza. Già il termine stesso: “interesse privato” esprime un luogo intensamente accrescitivo di trasformazione del guadagno che da facile diventa illecito e, in tal modo, trascina con sé tutti gli egoismi ad esso connessi e le negatività, le nefandezze implicite o esplicite di attribuzione del denaro con caratteristiche improprie, quasi sempre di natura deprecatoria e iniqua.

Spesso il termine “capitalismo” è seguito da oscuri presentimenti negativi, quali espressioni derivanti da una frattura che, se sta nell’ordine delle cose come iniqua, ne segna certamente una involuzione di segno etico-morale, in funzione di quella sventurata sete di potere e di arrivismo economico che ogni individuo porta in sé, nella sua parte più malvagia e perversa.

In realtà, nella società del postmoderno il dio-denaro divenuto segno distintivo di malaffare e di mercato illecito, ha prodotto solo scompensi e catastrofiche inversioni di accaparramenti illeciti  dell’economia planetaria; ha forgiato una società “malata”, priva di scrupoli, compromessa a tal punto da rappresentare un pericolo per le nazioni, poiché va ad inserirsi in un sistema di scambi direzionali difettivi dell’ordinamento etico del mondo.

Il “capitalismo” moderno accoglie in sé il fondamento più deprecabile dell’individuo, in quanto l’istinto perversivo di accaparramento dei beni materiali è divenuto nel tempo sempre più invasivo ed esponenziale dominandone il senso speculativo con mezzi illeciti. I danni che ne derivano sono nell’ordine morale, ma anche di “potere” sugli altri.

La degenerazione del prodotto speculativo inquina e corrode la mente, paralizza le capacità economico-finanziarie di un popolo o nazione, riduce le norme vigenti in mere e improponibili devianze, entro cui il genere umano viene stritolato da un complicatissimo meccanismo che lo ammorba e corrode, in un deterioramento e pervertimento della logica e della coscienza.