“Il tram di Natale” di Giosuè Calaciura. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

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È la notte di Natale. Un tram percorre la periferia di una città accendendo con le sue scintille inaspettate e festose, come la coda luminosa di una stella cometa, la speranza di un presagio, di un miracolo in chi lo guarda passare e si sente estraneo al rumore blasfemo delle televisioni e all’euforia della vigilia di festa. Il tram accoglie nel suo percorso sei passeggeri tutti a loro modo infelici e poveri, qualcuno ha ancora un residuo di sogni e ricordi. Pur non conoscendosi, i passeggeri sentono una reciproca solidarietà che metterà in fuga i due Volontari della patria con lo scarabeo/bacarozzo sulla spilla e una risata di vittoria sul volto saliti sul tram con l’idea di disturbarli. La solidarietà nasce sulla soglia tra realtà e sogno in cui i personaggi e lo stesso tram si collocano e che si materializza in un neonato legato con una coperta all’ultimo sedile della vettura all’insaputa del conduttore del tram, che, blindato nella sua cabina, non vuole vedere i passeggeri stanchi e afflitti, ma ne ha pietà perciò spegne le luci interne del vagone per favorire il loro riposo. Come loro avverte la fatica e la costrizione del suo lavoro e desidererebbe guidare un bus per godere della libertà degli pneumatici. Soltanto alla fine del percorso anche lui conquistato dalla magia della notte di vigilia creatasi sul tram lo guiderà fuori dai binari.  Il racconto è condensato in cento pagine nel dispiegarsi delle sei storie, giustapposte l’una all’altra più che articolate assieme nell’intreccio, costituito dal tragitto del tram-filo conduttore tra memorie e speranza di un’improbabile epifania del sacro. Ciascun personaggio è descritto in un breve attento profilo in cui acquistano particolare evidenza gli affetti perduti e l’incerto presente. La lettura scorre agile per lo stile linguisticamente sobrio, sebbene variegato a tratti d’ironia, di suggestioni poetiche e di indugi di sincera pietas. Il tram di Natale è un bel racconto natalizio che unisce morality e impegno civile alla Dickens, ma anche alla Buzzati; richiama anche certe atmosfere liriche di umana fragilità di Ermanno Olmi.

GABRIELLA MAGGIO

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Esce “Elena, Ecuba e le altre” di Maria Lenti

scheda-elena-ecuba-e-le-altre-page-001.jpgDopo il volume Ai piedi del faro (2016), per i tipi di Arcipelago Itaca di Osimo e´uscito il nuovo libro di poesie della poetessa urbinate Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (collana “Mari interni” diretta da Danilo Mandolini). Nella nota di prefazione a firma di Alessandra Pigliaru si legge: “Abbiamo guardato per 4000 anni: adesso abbiamo visto”. È il 1970 quando il senso di quanto scritto nel primo manifesto di Rivolta Femminile prende una forma pensante all’interno del movimento delle donne. Tornando all’origine di quello sguardo che piano si destava dalla coltre della Storia, c’è da chiedersi di chi siano quei nomi, di chi siano quei volti che hanno inteso da sempre il proprio destino come una forma di inizio. Non di fondazione ma di inizio. Ora frontali, ora obliqui, sono nomi e volti di donne comuni, che assumono nel senso di una genealogia critica il portato di silenzi vagheggiati ancora da chi, dopo 4000 anni, ha visto. Per chi acquistando la vista si è accorta anche di quelle donne che sono arrivate prima. Che bussano alla porta di una strada più lunga costellata di esclusioni, si potrà obiettare, ma ricca di una sopravvivenza che è quella di pensarsi sole e al contempo insieme. Storicizzando allora l’emersione di questa consapevolezza, il balbettio va ad alcuni e capitali cominciamenti: i nomi di Elena, Ecuba e le altre – come recita il titolo di quest’ultima silloge di Maria Lenti”.

L’autrice

Maria Lenti, poetessa, narratrice, saggista, giornalista, è nata e vive a Urbino. Docente di lettere fino al 1994, anno in cui è stata eletta (e rieletta nel 1996 fino al 2001) alla Camera dei Deputati con Rifondazione Comunista. Ha una lunga esperienza di insegnamento – lezioni e seminari di lingua, letteratura, cultura italiana – con studenti stranieri, in Italia e all’estero. Studiosa di letteratura ed arte: saggi, recensioni, interventi critici si trovano in volumi collettanei, in riviste e su quotidiani a cui collabora da decenni. In Effetto giorno, 2012, ha raccolto gli scritti di tenore culturale e politico; in Cartografie neodialettali, 2014, gli scritti su poeti neodialettali di Romagna e d’altri luoghi. Ha pubblicato poesie: Un altro tempo (1972), Albero e foglia (1982), Sinopia per appunti (1997), Versi alfabetici (2004), Il gatto nell’armadio (2005), Cambio di luci (2009, finalista al premio “Pascoli”), Ai piedi del faro (2016) e i libri di racconti: Passi variati (2003), Due ritmi una voce (2006), Giardini d’aria (2011), Certe piccole lune (2017, vincitore del concorso “narrabilando” di Fara Editore); gli studi Amore del Cinema e della Resistenza (2009), In vino levitas. Poeti latini e vino (2014). Ha curato l’antologia di poeti italiani contemporanei Dentro il mutamento (2011). Nel 2006 ha vinto lo “Zirè d’oro” (L’Aquila). Ha curato, con Gualtiero De Santi e Roberto Rossini, il volume Perché Pasolini (1978). Sulla sua poesia Lucilio Santoni ha realizzato, nel 2002, il film-video A lungo ragionarne insieme. Un viaggio con Maria Lenti. Presente in varie opere antologiche tra cui Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016, a cura di Lorenzo Spurio).