Dono del presente, scommessa per il futuro: “l’altra scuola” di Eraldo Affinati. Lettura di “Via dalla pazza classe” a cura di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini 

Via dalla pazza classe (Mondadori, 2019) è, anzitutto, la confessione appassionata e sincera di una vocazione che Eraldo Affinati – studente “fuori posto”, in gabbia, figlio di genitori orfani nell’Italia anni ’60 uscita dalle macerie della guerra e “proiettata come un astronave verso il futuro”, precocemente afflitto dall’ipocrisia delle convenzioni sociali soprattutto quando si traducono nel “carbone” riservato a chi ha sbagliato, insofferente verso i canonici rituali della stessa esperienza universitaria – avverte, “puntando un faro dentro se stesso”, per la pratica dell’insegnamento che ha significato immediatamente scoprire la propria identità, “accettare la finitudine” e, in equilibrio fra consapevolezza della tradizione e tensione progettuale, consegnare, al di là della nozione, “vertigini positive” al sorriso di un alunno che bisogna saper guardare negli occhi con fiducia e spontaneità (“vegetazione affettiva ideale per aggirare pregiudizi ed equivoci educativi”) evitando il diffuso, narcisistico meccanismo teatrale-istituzionale della finzione pedagogica per sciogliere i grovigli, allentare le tensioni, superare i contrasti, mettendo in conto “ritardi, atrofie, negligenze, noia” e da parte indecisioni, titubanza, autoreferenzialità.

978880471228HIG.jpgChi accetta/sceglie il “Mestiere dei fiaschi” (splendido il capitolo, pp. 47-48) “offre a tutti le maschere poi le stacca dal volto, disegna e cancella, scolpisce e distrugge, prova le voci, evoca i fantasmi” e, “artigiano del tempo”, vero specialista dell’avventura interiore (prima che di competenze disciplinari), esplora il passato, ricompone il presente ed elabora il domani. In questo senso il libro costituisce una straordinaria riflessione complessiva sul villaggio educativo italiano, troppo spesso precettistico, competitivo, autoritario, pedantesco, non luogo deputato alla trasmissione della conoscenza e della cultura ma sede istituzionale per misurazioni, valutazioni (“tiranniche” secondo A. Del Rey), esperimenti docimologici, prove oggettive che si traducono in “caricatura della meritocrazia” reiterando una “struttura binaria bloccata” sul ruolo frontale contrapposto e non comunicante del professionista che somministra materiale scientifico e del discente il quale, passivo, subisce l’ascolto rispondendo a verifiche modulari raramente calibrate e commisurate alle proprie esigenze profonde di Persona “sacra, solenne e ingiudicabile”. Convinzione radicata dell’autore è che proprio la scuola costituisca, invece, lo spazio privilegiato “per migliorare la qualità delle relazioni umane, piazza di scambi e stupori, riconoscimento e scoperta di ragazzi che hanno bisogno di certezze da distruggere, tesi da contestare, padri da uccidere, nemici da sconfiggere”, strumento decisivo – fra i pochi rimasti – di “resistenza etica” per diagnosticare l’atonia della società contemporanea, contrapporre – ricorrendo alla potente arma del linguaggio, “espressione strutturale e strutturante delle emozioni” – i valori guida di un’esistenza ben spesa (“rigore, coerenza, responsabilità”) ai falsi miti di una precaria contemporaneità e, alla fine, “scendere nella notte spirituale degli adolescenti”, nel loro malessere latente/inconfessato, tanto maggiore quanto più è marcato da miseria e squallore (“Non si può educare solo nella zona di sicurezza”, Bergoglio 2013).

Dolorosamente cosciente che “da una parte e dall’altra del tavolo siamo comunque pezzi mancanti, bobine da sostituire, chiodi da piantare, viti da stringere” e il senso di una vita che si avvia, di un’altra che riprende “tra occasioni sfruttate e combinazioni incontrollabili” assume ragioni se possibile ancora più essenziali e vitali in presenza del disagio, lo scrittore avverte l’urgenza – sull’esempio degli amati Don Bosco e Don Milani (“dicesi maestro chi non ha alcun interesse culturale quando è solo”…con buona pace degli estenuati e conturbanti modelli giovanili decadenti di Mann e Rilke) – di corroborare e saldare la propria proposta didattica alla dolente/indignata attenzione per i “dannati della terra”, i minorenni immigrati non accompagnati vittime di insensibilità, “paura delle contaminazioni e della promiscuità razziale”, abbandonati dalle loro famiglie in mare (non metaforicamente) aperto. Così per il timido e silenzioso Habib (hazaro) e Puja (Teheran), che riesce a leggere Solo e pensoso di Petrarca, per il musulmano bengalese Rehan, che avverte il fascino d Jissah/Gesù e i “festanti, irruenti” egiziani del Delta del Nilo, per Camara “giovane delle pietre insanguinate, dei pensieri in frantumi, dei chiodi sparsi nella sabbia subsahariana” e quanti – tragici, mesti eredi del bambino selvaggio di Lacaune e di quelli ebrei internati nelle anticamere dello sterminio – vivono la vergogna di essere analfabeti nella lingua madre subendo la violenza di non poter progettare un’idea di sé nasce, dopo l’esperienza della “Città dei Ragazzi”, la Penny Wirton, istituto di italiano per extra-comunitari che, sostenuto dalla luce di un affetto e di una missione condivisi (la moglie Anna Luce Lenzi, collaboratrice instancabile) egli dedica al protagonista smarrito e volitivo di una favola di Silvio D’Arzo, che tanto deve all’apprezzamento di Montale e qualcosa a Spoon River: una sorprendente, “non pazza” struttura scolastica divenuta, dopo “gli esordi faticosi, itineranti e precari” (dalla originaria sede romana di S. Saba all’ex Cinodromo con i suoi suoi locali “precipitati dal cielo come meteoriti di Che Guevara e Malcom X” sino all’”ortodosso” Liceo Keplero delle circolari ministeriali e all’ostello universitario di Via De Dominicis) scommessa vinta e circuito di comunità diffuse sull’intero territorio nazionale. In clima (stavamo per scrivere regime, il termine a Penny non piacerebbe) di volontariato gratuito ed entusiasta alla Wirton ti accolgono con un sorriso, non si chiedono permessi di soggiorno (l’istruzione è “di” e “per” tutti, l’accoglienza vera non prevede/ammette schede o moduli), si segnano solo le presenze e anche cinque minuti vanno bene per insegnare a trovare se stessi in un rapporto “uno a uno” al termine del quale il riconoscimento delle vocali, la coniugazione di un verbo affascinante e impervio come il nostro, il corsivo e il lessico arrivano – se arrivano, non è determinante – come traguardi esaltanti e segnali di gratificante emancipazione per chi riesce ad uscire, grazie al potere liberatorio e libertario della parola, da uno stato di intollerabile minorità. Se sbagli non si arrabbiano, se non impari tanto meno, ti stanchi? giochi (magari chiedono di rifare l’esercizio…ci sta) perché quello che conta (e quanto questo vale per la scuola tout court!) è evitare il giudizio per mettere in fuga il pregiudizio, riuscire ad insegnare senza spiegare e ad incoraggiare senza valutare ricorrendo alla Ludodidattica di alfabeti mobili, puzzle interativi, CD inventastorie e “storie arrotolate” e ad una Predidattica informale che si affida a meccanismi associativi, non a processi deduttivi: basta “essere assetati e afferrare nomi e aggettivi come frutti di un albero” per diventare italiani insieme. E’ Barbiana, non Collodi. È l’altra scuola di Eraldo Affinati che “nello spettacolo della durata si emoziona, protesta, ama, puntella le stagioni evitando che scorrano come vapori evanescenti, educa per vivere, risana le piaghe, cuce gli strappi, lega il tempo allo spazio e i sogni alla realtà”, consente – pure questo conta – ad un pedagogia d’avanguardia di divenire (ottima) letteratura, nel senso meno retorico del termine, come emerge chiaramente dai passi che abbiamo volutamente riportato. Ci sembra, in proposito, importante sottolineare come, senza che il lettore se ne renda conto, Via dalla pazza classe costituisca anche un ricco, autorevole, prezioso prontuario per avvicinarsi alla letteratura otto-novecentesca che ognuno potrebbe/dovrebbe trasformare in autonomo itinerario di lettura, esaustivo se solo riuscisse a leggere la metà delle opere menzionate…e a vedere alcuni dei non meno fondamentali film citati. Si tratta, evidentemente, di modelli/incontri/riferimenti imprescindibili nella formazione della sua poetica, tutt’altro che sbilanciati – sarebbe lecito attenderselo – sul versante realistico, a meno che ci si metta d’accordo in merito alla categoria narratologica, ma il discorso si farebbe troppo ampio: del resto tutta la “buona prosa” è, o dovrebbe, essere “vera” per Hemingway Dai russi (Tolstoy, “il più grande scrittore insegnante che guarda le sue creature come Dio gli uomini” preferito a Dostoevskij “sconvolto sull’orlo del baratro”, il Cechov dell’inesistente Monaco nero – per riconoscersi i conti con la montaliana ombra bisogna pur farli…voltandosi – Goncarov…Oblomov “fichissimo” per un alunno sedicenne e abbraccio d’obbligo del prof.) agli americani S. Bellow di Herzog, Conrad (d’ufficio), Singer, con il suo “spaesamento ironico”, Yates, D. Thomas, il “miracoloso J. London e il misconosciuto Ph. Levine, senza dimenticare il “pedagogico” McCarthy de La strada, dagli esponenti/testimoni dell’Olocausto (A. Appelfeld, G. Perec, T. Borowski, E. Hillesum) a Kafka, che aiuta i profughi ebrei a Berlino “perché vi si può ricavare più miele che da tutti i fiori di Marienbad”, Bonhoeffer, Paul Celan (“distillano grumi di senso opachi e luminosi le sue liriche, schegge roventi ed enigmatiche”), Breton e i surrealisti, emblemi irriverenti della provocazione contro il sistema (altro termine assai poco amato alla Penny W.), il libico Matar, Camus più del “maestro del sospetto” J.P. Sartre. Fra gli italiani (il sodale M.R. Stern, Pascoli – Italy, evidentemente – Manzoni, il Pirandello dei tanti “Lanternoni “ spenti e dei precari “Lanternini”) ricorderemo solo il tributo, frequente e trasversale, a Leopardi da parte, fra l’altro, di un allievo dell’indimenticabile W. Binni: vittima di un’educazione sbagliata, fu promotore di “un’energia fantastica” contro l’illusoria fiducia in magnifiche sorti progressive e seppe consegnare a ciascuno la speranza in un solidale, non utopistico rapporto con la realtà insieme alla lucida testimonianza di una disperazione mai sterile e renitente, per questo tanto più eroica e propositiva. Nell’impossibilità anche solo di accennare alle numerose pellicole dedicate alla diversità, alla denuncia, alla difficoltà di accettare e farsi accettare (molto Truffaut, tra accattoni e umanissimi replicanti), un’osservazione finale merita lo stile di scrittura. Referenziale, oggettivo, paratattico e sequenziale, con enunciati spesso aforistici che condensano efficacemente le tesi emotive, si apre ad improvvisi squarci lirici (“il lirismo mai pienamente riconosciuto del naturalista Verga”), particolarmente suggestivi e riusciti quando tracciano intense, mai convenzionali immagini di Roma. E “i cieli scorticati delle precoci primavere romane restano sempre uguali, trofei incustoditi che non si rubano e non si perdono […] mentre una bolla rossastra rappresa sul vetro illustra il declino del giorno e un’altra magnifica primavera, trionfante nei papaveri fiammeggianti e negli aspri rami di fichi cresciuti selvaggi fra le crepe dei muri, sembra spargere intorno al cielo di Testaccio la sua sovrana indifferenza” (passim).

“Prosa lirica? A professo’, ma cos’è?” (pp. 224-225, prima prova Esami di Stato)…il candidato non sapeva che il commissario esterno ne era un esponente né mai lo saprà, ma questo a Penny non cambia la vita.

Marco Camerini

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

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“Andrà tutto bene” di Mirella Delfini, recensione di Vittorio Sartarelli

Recensione di Vittorio Sartarelli

51tQVlss-TL.jpgLeggere Andrà tutto bene (Abel Books, 2013) di Mirella Delfini equivale a fare un tuffo nel passato e, una volta accettata questa condizione psicologica retrospettiva, man mano che si procede, quasi senza accorgercene, il racconto ci prende e ci coinvolge emotivamente. Piuttosto che leggere un libro si ha la sensazione di assistere ad un film la cui trama, semplice e abbastanza scorrevole con un filo di humor che la pervade tutta, finisce col catturare ed appassionare per il dispiegarsi continuo di situazioni e ricordi di avvenimenti particolari che toccano profondamente l’animo.

Quest’ultimo lavoro della scrittrice livornese è il racconto autobiografico della sua vita, abbastanza ampio e distribuito con il garbo e la genialità del suo talento di artista di spessore.

Come giornalista, Delfini ha lavorato con vari quotidiani (Il Giorno, Paese Sera, Repubblica, L’Unità) e altri pregevoli giornali periodici ed è nota anche come la scrittrice che ha inventato la divulgazione scientifica umoristica per via dei libri che ha pubblicato precedentemente raccontando l’Etologia, l’Ecologia e la Bionica in maniera scientificamente ineccepibile ma anche con (elegante) ironia.

In Andrà tutto bene Mirella Delfini conferma le sue doti di scrittrice di rango, la freschezza del suo stile spontaneo e diretto con una autoironia e spregiudicatezza che si confà più con una ventenne piuttosto che con una distinta signora molto matura. Il suo ordito narrativo, oltre alla genialità che lo contraddistingue è bello e piacevole da gustare ed apprezzare sia per la sua pienezza e profondità espressiva, sia per la sua originalità e semplicità di linguaggio che incanta il lettore e nulla concede ad uno sperimentalismo inconcludente di alcuni pseudo scrittori.

In ultima analisi quest’ultima fatica letteraria della Delfini non è soltanto un’autobiografia ma anche, come ha detto Sergio Zavoli, “ Una strada da percorrere per scoprire le meraviglie della natura di luoghi impensati di tutto il Mondo e incontrare personaggi eccezionali come Papa Giovanni XXIII, il Pandit Nehru, Charles De Gaulle, Amintore Fanfani, Enrico Mattei, Pietro Nenni, Aldo Moro, Pier Paolo Pasolini, Dino Buzzati, Federico Fellini, Indro Montanelli, Alberto Moravia, Peppino Marotta, Vittorio De Sica e molti altri”. Tutti grandi personaggi del 900 che in un modo o nell’altro hanno caratterizzato lo spaccato di un’epoca sicuramente irripetibile che i più vecchi di noi hanno vissuto.

Vittorio Sartarelli

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“Metamorfosi e sublimazioni” di Rita Fulvia Fazio. Impressioni, suggestioni e altro a cura di Mario Santoro

Saggio critico di Mario Santoro

Fazio Rita Fulvia 2019 Metamorfosi e sublimazioni [fronte]-1La prima impressione che si ricava dalla lettura delle poesie di Rita Fulvia Fazio è che non si ha a che fare con una neofita della scrittura poetica che appare controllata ed attenta, misurata e, quasi sempre puntuale, nel suo fluire morbido, senza scosse, urti e fratture e non cede alle tentazioni autolesionistiche dell’attardamento e del compiacimento anche quando sembra, rarissimamente, voler indulgere e cedere all’iterazione di taluni termini. I versi, se non puntano decisamente alla verticalizzazione, salvo qualche volta per una sorta di bisogno interiore, non cedono mai alla cosiddetta ‘orizzontalizzazione’ e mantengono, per scelta consapevole, la delicatezza pensosa del tono, risultando, al tempo stesso, intensi e votati alla sinteticità dei concetti che richiamano situazioni esperienziali e ripropongono sentimenti veri perché vissuti e sensazioni significative e personali. Si tratta di un vissuto che risulta sostanzialmente sereno, pur con dati di sofferenza e con qualche nota di rimpianto, in una visione positiva se non anche appagata.

L’autrice è abile nel non dire né troppo, né troppo poco, lasciando al lettore non solo la possibilità di ritrovare, nei versi e in certi flash, elementi di condivisione, sia pure parziali e di comunione talvolta – cosa importante considerato che il successo della poesia, almeno per metà, stando ad alcuni intenditori, è dovuto al lettore – ma anche la possibilità di originare una pluralità di percorsi possibili in accordo con la sensibilità di ciascuno.

Il linguaggio, prevalentemente intimistico ed elegiaco, come sottolineano alcuni interventi critici e come indica Guido Miano nel suo rimando puntuale alla modalità poetica in questione, tende sempre a una certa levigatezza nella linearità intenzionale, e quindi senza forzature, e sa mantenere il carattere di equilibrio conservando il giusto grado di ‘ambiguità’; inoltre fa sì che le parole siano il connubio felice tra significato e significante, tra denotazione e connotazione, come annota Enzo Concardi nella prefazione al libro, consentendo la pluralità dei riferimenti e richiamando sensazioni, impressioni ed emozioni capaci sempre di alludere ad altro e di indicare un oltre, indispensabile in poesia.

C’è un certo rigore a guidare la poetessa, pur nel fluire libero dei pensieri e nelle cesure, non mai rigide nel chiudere i versi e tali da non scorciare il flusso delle emozioni, sia quelle presenti ed attuali, sia le passate e recuperate per memoria, sia infine, in certe prospettazioni future, con ponti a più campate, appena accennate e in talune figurazioni che vanno nella direzione dell’al di là.

Risulta evidente, anche se l’autrice tenta di mascherarlo schernendosi non apertamente, tutt’intera la sua anima con l’interezza del candore, il tremore dinanzi a certe situazioni, il desiderio-bisogno di rimettersi sempre in gioco, lo stupore e la meraviglia dinanzi ad alcuni aspetti del creato, la disponibilità a sperimentare nuove situazioni non in contrasto con quelle passate, e sempre alla base, una tensione latente, ma neppure poi tanto, a voler superare i limiti sempre delle angustie della terrestrità per sollevarsi sulle punte ed elevarsi in alto quasi ad annusare il senso del mistero e dell’eternità.

E c’è ancora la suggestione spirituale dei sentimenti con al di sopra, a campeggiare, l’Amore che viene riportato con l’iniziale maiuscola e che è presentato in una gamma piuttosto vasta di manifestazioni e rimane comunque salvifico.

Il discorso poetico si apre sulla linea della memoria e del rimando al passato con l’accumulo enorme di ansie sottili, timori palpabili, paure vere e proprie, palpitazioni intermittenti con il cuore a far capriole ma anche con silenzi carichi di sottintesi, sofferenze vive, senso della disperazione a volte, ma anche sorrisi aperti, gioie serene, appagamenti pieni come testimonia l’immagine efficace delle “mani di calce bianca / intonaca / tra cielo e mareche pone su tutto la possibilità concreta della speranza che risulta essere in qualche modo una sorta di filo conduttore.

La poesia si muove così nell’aggancio, almeno come aspirazione, tra terra e cielo sulla linea dell’amore e con la positività che il canto intreccia tra perse stagioni / fra dubbi e speranzedelusioni e senso di solitudine, anche oggi / è una giornata morta: / il cuore è spentocon la sensazione dell’abbandono e della rassegnazione dal momento che l’anima dell’ autrice sembra definitivamente relegata in “una prigione senza confinima al tempo stesso lascia trapelare la volontà di smetterla col pianto e coi sorrisi non conditi di tenerezza e quindi non autentici e alimenta sicuri ancoraggi. Lo sguardo spazia intorno e sembra, a momenti, perdersi nello spazio circostante e fondersi con la natura per dichiarazione esplicita e diretta dell’autrice: “Per me è / poesia /…/ e mi commuove pensarlo.

La tensione emotiva è talmente forte da spingerla a piangere “di gioia e di bellezzae poiché le corde del suo core vibrano, in quanto creatura di preghierasa incantarsi, sorpresa e rapita, nello “scintillìo di luna e stellesicché ella sente di cedere del tutto alla “cascata di luceche “riverbera sull’acqua azzurratama anche nel curioso “avvicendarsi delle nuvole / nel giocare a rimpiattino.E questo accade finanche nella città eterna di Parigi dove la vita è frenetica. Ma la capitale francese resta sempre città del sogno, dal fascino antico eppure nuovo. E così torna per memoria – ed ha quasi una funzione catartica – l’immagine romantica e suggestiva di Montmartre con il suono dei passi e sempre il proposito di raccordare la mente con il cuore.

Fortemente sentito è pure il richiamo al sole “gioia tonda, leggera, esplosiva che / abbraccia l’eterea fresca giovinezzadotato di funzione vitalizzante; di qui l’augurio affinché esso non attenui il suo splendore anche se a sera, inevitabilmente, la mimosa, assetata di luce, avvizzisce. Tutto questo non spegne o attenua l’entusiasmo della poetessa che si augura che anche nelle occasioni di disperazione il dolore possa essere stemperato proprio dai benefici effetti del sole.

Nella quotidianità dell’esistenza qualche cruccio subentra ad assillare in uno con la monotonia delle ordinarie incombenze noiose e per le inevitabili incomprensioni che affaticano nel rimando, con il senso del paragone alle “nuvole / lassù, a reggere il peso / di tutti i giorni.” Malgrado tutto ciò non c’è il senso della resa ma una sorta di accettazione accompagnata sempre da un evidente “esangue / tormento delle speranze.

In altre circostanze Rita Fulvia Fazio sottolinea il piacere di godere uno spettacolo della natura come dinanzi ad una distesa marina: Cascata di luce / riverbera sull’acqua azzurrata. / Tu, imprigionata oscurità / dell’ansia e della distrazione, / vivi ipnotizzata ascesa / al magnetismo solare / in calma affettività.Talvolta l’autrice sembra incantarsi dinanzi alle meraviglie del creato, dalle più piccole cose alle più grandi, tese entrambe a testimoniare il senso dell’eternità: la rosa che cresce perfetta; il mare con le sue onde contro la riva; i voli liberi ed eleganti dei gabbiani; la luna che rischiara la notte nel suo silenzioso percorso; le stelle tremule, quasi “bottoni di madreperla” di cui parla Campana. E poi le tante sfumature della luce coi toni diversificati che realizzano “trionfali colori dell’arcobalenoe ancora i tramonti, ora infuocati, ora sbiaditi, i fiocchi di neve, il bisogno del tempo da vivere nella dilatazione dello stesso, e tanto altro ancora.

E l’amore lo si può ritrovare quasi ovunque, a far capolino, prima di nascondersi, a mostrarsi nella sua bellezza e forza, a velarsi di malinconia, a riproporre situazioni lontane, a palpitare, a sperimentare sensazioni nuove e delicate, quasi fanciullo indomito, oppure è nascosto nei dialoghi taciuti, nelle parole non dette, nei gesti, negli sguardi nella reciprocità di certi segnali. Ed è amore forte anche quando promette lacrime / … come stelle cadentio quando sa testimoniare, magari in maniera tacita e senza fare rumore, sfumature di affetto “la mia emozione più riposta / tra teneri trucioli / che il vento solleva / nell’anima di fanciullae finanche quando sembra perdere il vigore, quasi un affievolimento del cuore che smette coi sobbalzi e coi capitomboli e cede, senza resa, alla ragione. Resta sempre tema presente e ritornante e, seppure muta forma, sa conservare intatto ed intero il suo incanto e la meraviglia: “Ora che io ti guardo, / il tuo sguardo è, per me, / dolce incanto riflesso, / nel tempo di te.

La reciprocità del sentimento risulta evidente e pare avere in sé un che di stilnoviano, per la pulizia, la forza incantevole della comunione pur nella condizione riflessa che rimanda l’autrice indietro nel tempo e le fa dire: “Una volta mi amavi.Ed è manifesta una sorta di pacata rassegnazione nella ripetizione plurima dell’affermazione che si carica di dolcezza strana e di una vaghezza di positività che si ritrova in tutti i versi e soprattutto nella chiusa della lirica Nel e fuori dal tempo: “Una volta di noi, / noi che al tempo / restiamo nel sapore di sé.Sovente compare il velo della malinconia non disgiunta da una sensazione di tristezza e quasi di gelo: “È proprio inutile / che io sia / qua a sperare.L’inutilità della speranza è segnata da “un presente” che “non ha / ritornoe da un futuro sbiadito e come votato alla delusione. Eppure in fondo al cuore sembra affiorare timidamente una speranza che addolcisce e una sorta di trepida intesa che lega il passato al presente: “E l’attesa / fu Amore / per l’amore che ora è qua.

Altrove l’amore si connota come forza vitale e prorompente con manifestazioni diversificate e capaci di originare emozioni forti e taglienti come lama. E così può avere occhi di ventoma può anche essere taglio di lama affilata / che va dritta al cuoree per altri versi può sollevare “tempeste di soleo, in altre circostanze, può offrire “veli di baci sopitie può limitarsi ad accarezzare delicatissimamente “la mia anima / rullante / di tamburi in festao ancora penetrare dolcemente e invadere la calma di questo / cuore furente d’Amore per te.E come a completare il quadro appare una sorta di cornice fatta di “ciliegi in fiorequasi a ricordare le note di una bella antica canzone nel comune rimando alla primavera che è anche primavera di vita.

Ma il cuore, che a volte fa capitomboli e lancia bolle per l’aria carica di sole, altrove sembra votato a chiudere le sue porte per cercare consolazione nell’isolamento. Subentra così un bisogno di meditazione accompagnato da un velo di rimpianto e tristezza che tende ad imporsi e quasi a scacciare la dolcezza dell’amore e, a tratti, forte è la tentazione di “spalancare, finalmente / la porta della paura”; tale sensazione è racchiusa efficacemente nel titolo della poesia Purtuttavia con la doppia avversativa. Non manca nella Fazio il senso malinconico e problematico dello scorrere inevitabile del tempo con la sua ineluttabilità che costringe quasi ad una febbrile corsa per sfruttarlo al meglio nell’idea che da un momento all’altro esso possa mancare: “Ho fretta, ho fretta di vivere / poiché ogni istante che segue / potrebbe più non esserci.L’autrice, pur non subendo eccessivamente la sensazione spiacevole del passaggio terreno, sente il bisogno di andare oltre e di precisare la sua ansia di agire: “Ho fretta di sguardi avidi di luce / a sorprendere luminosità svelate / nei labirinti più intricati / di parole e immagini.

Altre volte compare un senso di solitudine che, tuttavia non stanca, o almeno così sembra, e quasi precede il corroborante silenzio con la sua voce delicata e con certe apparizioni anche contrastanti in un canto misterioso nella pluralità dei suoni e sull’immagine concreta dei panni distesi, forse a sciorinare, al sole che è sole di verità: Panni distesi, umidi, / al loro dondolarsi, / tra luce e oscurità, / chiudono e aprono porte / nel divenire dell’oggi.

Talvolta l’autrice si lascia andare al godimento della buona musica che ha il potere di farle perdere la cognizione del tempo, non più frettoloso, di vivere uno spaccato irripetibile che fa bene allo spirito: Estasiata, assapori / estate e poesia, / dolcemente assuefatta / alla bellezza / profonda e impalpabile.Allora la poesia tende ad innalzarsi, a farsi raccoglimento e preghiera o, più propriamente, invito ad interrogarsi: “E io prego / senza voce che risuoni nell’aria / di ascoltare la melodia del tuo cuore.Si tratta di dialogo intimo, sincero, vero, di un colloquio con un ‘tu’ che non ha il carattere dell’impersonalità o dell’indeterminatezza, anche se può appartenere a chiunque. Il raccoglimento non solo è astrazione dalla realtà e dalle miserie della ordinaria quotidianità, ma ripropone immagini della lontana infanzia fanciullezza con tutto il cario di tensione emotiva conseguente. Si crea una sorta di magia come nella poesia Shiatsu dedicata a Lauricella nella quale la poetessa sperimenta, per miracolo terreno, l’attimo di leggerezza e la sensazione di librarsi in volo: “Indossai ali di farfalla / per raggiungere orizzonti lontani, / senza perdermi.”; già, senza il senso dello smarrimento e quasi nel pieno della consapevolezza e ciò dà al miracolo maggior valore. Per questo ella può tranquillamente aggiungere: Libera da ogni peso, / fui onda spumeggiante al cielo, / felicità piena. / E in quella dolce solitudine / consumai / l’ebbrezza della notte incantata.E, se la “notte incantata” è irripetibile, l’autrice non disdegna di abbandonarsi qualche volta al sogno, magari ad occhi aperti, nella ricerca, a levante della luna “nella sua falce tranquillache resta sempre misteriosa e ambigua e chissà che essa stessa non si conceda al sogno e non sperimenti il senso della malinconia, del vuoto, della solitudine, in contrasto con la luminosità che sprigiona. Ed è una luna tutta umana e terrena se si presta al dialogo con la poetessa. Talora il sogno, compagno inseparabile dei poeti nelle più diverse forme, ripropone la rivisitazione dell’infanzia, con qualche punta di amaro come nel rimando al “bambino dalla mano tesa /…/ per la stretta mai compiuta.Altre volte è richiamo alla realtà ed invito alla pace e alla fraternità contro le cattiverie, l’odio, il male dilagante che sembrano dominare e che l’autrice respinge decisamente: ma io, mondo, ostinata e fiera, / ti consegno una preghiera saggia, / libero germoglio circolare / che non conosce rimpianto. / Pace!

Non manca il tema della diversità, i petali di nardo, le fioriture primaverili, il sogno nel contrasto con la realtà, il rimando alla sublimazione, il richiamo a certe tenerezze infantili come nella poesia dedicata a Nazario Pardini: “Allor fanciulli / ci incontrammo / Nazario, / … / l’anima colse / scintillio / dal cuore.E sempre, ritornante, carezzevole, tentatrice, la speranza sa farsi consistente ed allusiva, tacitamente confortando l’autrice: “Ad abbrivi sogni dolci, / reifici e riparatori / mi concedo / per rinascere / … / abbracciata al nuovo giorno.

E sull’idea della possibilità di un giorno nuovo ci piace chiudere il nostro percorso nella convinzione che torneremo a leggere ancora Rita Fulvia Fazio che crediamo abbia ancora tanto da dire e magari tenterà modalità nuove e diverse.

Chissà!

Mario Santoro

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