“Deserti emozionali” di Cèline Dupont, recensione di Vittorio Sartarelli

Recensione di Vittorio Sartarelli

Certo scrivere una recensione per un libro di poesie non è come scriverla per un libro di narrativa ed è per questo che ci sentiamo un po’ in difficoltà, non solo a esprimere un giudizio obiettivo ma anche a capire profondamente cosa l’autore, in questo caso la poetessa, voglia dire o comunicare al lettore. La “Poesia” nel suo più alto e sostanziale senso del termine è la capacità di esprimere un contenuto di idee e sentimenti in modo atto a commuovere, a suscitare emozioni, a eccitare la fantasia. Una volta, nella sua forma più aulica e classica, la poesia era rigidamente legata a principi secondo i quali il modo di esprimersi liricamente, era un’arte e una tecnica di espressioni in versi, cioè in parole disposte secondo un ritmo ottenuto seguendo determinate regole metriche e rispettando le rime. Oggi la poesia si è affrancata da tutte le regole preesistenti rimanendo essenzialmente un’opera di pura espressione artistica, libera da canoni e da vincoli di tecnica metrica e ritmica.

Le Liriche di Céline Dupont sono molto complesse ed articolate alcune sibilline e non facili da comprendere, in ogni caso, poiché la poesia è anche uno specchio dell’anima, da queste liriche si può intuire che l’autrice ha vissuto un periodo della sua vita sicuramente felice ma che, poi, questo periodo si è interrotto quasi bruscamente, lasciandola in una prostrazione profonda. Le sue composizione poetiche sono tutte permeate da un ermetismo a volte anche enigmatico, con accorati sensi di frustrazione, per quello che poteva essere e non è stato, con intime nostalgie e profondi rimpianti, per lo stato attuale dei suoi pensieri che tendono ad una liberazione catartica da questa afflizione dell’anima per la constatazione di una realtà purtroppo immutabile. Questo bisogno di purificazione interiore la porta ad astrarsi, per raggiungere uno stato metafisico e quindi irreale che le permetta di dimenticare e comunque di non pensare al tempo andato il cui ricordo la tormenta, facendola somigliare ad una pazza che, in un delirio di follia, pronuncia frasi sconnesse e senza senso, dire e non dire pensare e non pensare, essere in sensi o farsi trasportare da una insana pazzia che la trasporti in un’altra dimensione. Ecco, perché nessuno, ascoltandola può comprendere appieno la sua sofferenza psichica e il suo stato d’animo di profondo sconforto che, talvolta, la fa rifugiare in un nichilismo estremo. Le composizioni poetiche di questa autrice sono indubbiamente originali, contro corrente e fuori dagli schemi lirici usuali, però sono vibranti con  essenze ed assonanze forti che rimangono impresse e suscitano emozioni, in ogni modo, riteniamo che la lirica di Céline si trovi attualmente in un periodo di transizione e che in futuro evolverà  verso orizzonti più rosei, liberandosi dalla oppressione di questo stato di pessimismo depressivo che non può essere eterno, alla fine, una maturità acquisita e il tempo, che con il suo trascorrere aggiusta sempre tutto, riporterà quest’anima in pena verso una dimensione migliore facendole raggiungere serenità e pace interiore.

VITTORIO SARTARELLI

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La ecuadoriana Dina Bellrham (1984-2011) tradotta in italiano. Esce “Le iguane non mi turbano più” a cura di Lorenzo Spurio

Per Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova (AN) è uscito in questi giorni il libro Le iguane non mi turbano più, una ricca e commentata selezione di poesie di Dina Bellrham, tradotte dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio in italiano.

L’opera è il frutto di un lavoro di studio, analisi e traduzione dell’opera poetica della poetessa ecuadoriana Edelina Adriana Beltrán Ramos (1984-2011), meglio nota con lo pseudonimo di Dina Bellrham. Tale edizione è stata possibile grazie alla disponibilità e al consenso della famiglia, nella figura della madre, la signora Cecibel Ramos. A impreziosire il volume si trova un ampio studio critico preliminare a cura della poetessa e critico letterario Siomara España tradotto in italiano dal curatore dal titolo “Dina Bellrham: contemplazione e comparsa”, nel quale si indagano con attenzione le caratteristiche preminenti della poetica della giovane poetessa.

Come si legge dalla quarta di copertina: «La poesia della Bellrham è sospesa tra un fosco presentimento della morte – quasi un dialogo continuo con l’oltretomba – e una tensione amorosa per la vita, la famiglia e la quotidianità dei giorni della quale, pure, non manca di mettere in luce idiosincrasie, violenze e ingiustizie diffuse. La critica ha parlato di una sorta di nuovo Barocco per la sua poesia dove coesistono terminologie specialistiche della Medicina e squarci visionari che fanno pensare al più puro surrealismo. Entrare in una poetica così magmatica e a tratti scivolosa per cercarne di dare una versione nella nostra lingua non è compito semplice, dal momento che la poetessa coniò – come il critico Siomara España annota nello studio preliminare – un suo codice linguistico particolarissimo, inedito, personale e multi-stratificato. Eppure è un tentativo sentito (e in qualche modo doveroso) frutto di quella “chiamata” insondabile che non si è potuto eludere».

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Dina Bellrham, pseudonimo di Edelina Adriana Beltrán Ramos, nacque a Milagro, nella provincia di Guayas, nello stato dell’Ecuador il 6 luglio 1984 ed è morta suicida a Guayaquil il 27 ottobre del 2011. Studentessa al quinto anno di Medicina presso l’Università Statale di Guayaquil, con la passione per la poesia (grande appassionata di Alejandra Pizarnik), ha fatto parte del gruppo poetico giovanile “Buseta de Papel”. Due le raccolte poetiche pubblicate: Con Plexo de Culpa (2008) e La Mujer de Helio (2011); altri lavori sono stati pubblicati postumi. Grazie all’interessamento della famiglia, nella figura della madre Cecibel Ramos e del critico letterario Siomara España, postumi sono stati pubblicati i volumi Je suis malade (2012) e Inédita Bellrham (2013). Alcune sue poesie sono state tradotte in inglese e francese su riviste e blog di cultura.

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Lorenzo Spurio (Jesi, 1985), poeta, scrittore e critico letterario. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), La testa tra le mani (2016), Le acque depresse (2016), Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico García Lorca (I ediz. 2016; II ediz. 2020) e Pareidolia (2018). Ha curato antologie poetiche tra cui Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016, 2 voll.). Intensa la sua attività quale critico con la pubblicazione di saggi in rivista e volume, approfondimenti, prevalentemente sulla letteratura straniera, tra cui le monografie su Ian McEwan e il volume Cattivi dentro: dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera (2018). Si è dedicato anche allo studio della poesia della sua regione pubblicando Scritti marchigiani (2017) e La nuova poesia marchigiana (2019). Tra i suoi principali interessi figura il poeta e drammaturgo spagnolo Federico García Lorca al quale ha dedicato un ampio saggio sulla sua opera teatrale, tutt’ora inedito e tiene incontri tematici. Ha tradotto dallo spagnolo racconti di César Vallejo e di Juan José Millás e una selezione di poesie di Dina Bellrham confluite in Le iguane non mi turbano più (2020). Su di lui si sono espressi, tra gli altri, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dante Maffia, Corrado Calabrò, Ugo Piscopo, Nazario Pardini, Antonio Spagnuolo, Sandro Gros-Pietro, Guido Oldani, Mariella Bettarini, Emerico Giachery e numerosi altri.

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