Lucio Zaniboni su “La testa tra le mani” (2016) di Lorenzo Spurio

Introduzione

Il poeta lecchese prof. Lucio Zaniboni, che ha recentemente pubblicato per i tipi di Fratelli Laterza Editore di Bari un prestigioso volume antologico sulla poesia contemporanea dal titolo Vent’anni del terzo millennio (dove risulto inserito assieme, tra gli altri, Pietro Civitareale, Anna Santoliquido) ha scritto una recensione al mio volume di poesia La testa tra le mani che venne pubblicato nel 2016 dall’Associazione SenaNova di Senigallia (AN) quale “dignità di stampa” per aver vinto il Premio Letterario “Patrizia Brunetti” presieduto dal prof. Camillo Nardini. Un libercolo di poche pagine nel quale, oltre a varie poesie inoltrate al concorso e risultate oggetto di selezione da parte della Giuria, avevo deciso di inserire altri componimenti mossi da una tensione puramente civile. Sono, quelli di La testa tra le mani, brani poetici che in parte erano già stati pubblicati nell’opera d’esordio, Neoplasie civili (Agemina, Firenze, 2014) mentre altri avrebbero trovato collocamento nell’opera successiva, Pareidolia (The Writer, Marano P., 2018). Sono felice di condividere con i lettori la recensione del prof. Zaniboni a La testa tra le mani, pubblicata sulla mensile di cultura «Il Saggio» (anno XXV, n°302, maggio 2021, p. 9) e qui riproposta a continuazione.

Un particolare di una chiesa distrutta durante un recente sisma (nella silloge di Spurio si parla anche di questo)

La recensione

La testa tra le mani di Lorenzo Spurio, silloge prima classificata al “Premio Letterario Nazionale Patrizia Brunetti” di Senigallia, può essere letta più come un poemetto che una raccolta poetica.

L’idea che guida il lavoro è la visione di un mondo che avrebbe bisogno di una correzione per le negatività che si riscontrano in ogni sua parte.

L’incipit è la dedica ai terremotati di Amatrice e dei territori limitrofi; si prosegue con quella ad Antonia Pozzi per giungere alle stragi di Bruxelles e al “Lamento per le donne yazide”.

C’è una forte tensione lirica a reggere lo sviluppo, ma anche politica nel senso più vero e migliore della parola.

Il mondo è soggetto all’ingiustizia, sia essa pubblica o privata e la sofferenza si dilata come i cerchi concentrici, per un sasso lanciato, in uno specchio d’acqua. Il poeta è partecipe di questa pena, la vive, perché sa: “che è difficile dire” e, aggiungiamo noi, ancor più farsi percepire.

La ruggine par che non arda: / ho chiesto alle poche pietre / di ascoltare un canto di sfogo / ma irrorate dalla vigliaccheria, / mute hanno assistito alla tragedia”.

Fra quelle pietre ci siamo noi che rimaniamo sordi al pianto dei sofferenti, indifferenti alla tragedia di milioni di esseri ridotti allo stremo, calpestati e privati di ogni diritto.

Il grido di dolore dell’umanità prosegue con la visione del luogo in cui Reyhaneh Jabarri è stata sepolta dopo l’impiccagione e ancora con la fiumana di genti in fuga da morte e fame verso il territorio ungherese e una nuova terra in cui ritrovare la vita.

È questa di Lorenzo Spurio, un’opera che unisce all’alto valore etico una liricità sorprendente.

Filosofia e poesia sono in simbiosi perfettamente. Il poeta riesce a librarsi ad alta quota, cosa ardua per chiunque imbocchi questo duplice binario, senza cedimenti, cadute di vento e riprese di volo.

D’altra parte ha dato prova della sua validità in diverse altre opere di poesia, narrativa e saggistica.

Particolare qui, intima, incisiva, e a mio parere chiave di lettura della raccolta è la lirica “Colloquio”, interrogativo e muto dialogo poeta-terra.

È colpevole la terra dell’iniquità della vita sul suo suolo?

“L’Atomo opaco del male” non risponde, ma addita quanto vi è attorno, sulla terra e in cielo. Indica così che tutto obbedisce alle leggi naturali cui terra e cielo devono sottostare e così tutte le creature, sino alle più microscopiche.

È l’eterno problema, questo del mondo, che ha unito scienza, filosofia e poesia alla ricerca di risposta. Soltanto la fratellanza, ci ha detto il Pascoli, può mitigare il dolore dell’umanità.

Leopardi lo ha dichiarato universale e inevitabile, mentre il Manzoni ha superato “l’impasse” degli scogli della vita con il concetto della Provvidenza che guida il cammino della storia e dei singoli, secondo un disegno divino. Ad ogni uomo prove da superare per acquisire il merito per la “vita futura”.

Lorenzo Spurio ci dà conferma di quest’ultima fede nei versi di “Sezione 98 del Cimitero Behesht-e Zahra”, “Leggi tribali osano l’Assoluto e triturano tutto…”.

La fede affiora e risolve l’interrogativo suo e nostro.

La testa tra le mani è senz’altro fra le opere recensite recentemente quella che più mi ha convinto.

Mi piace terminare questo mio breve intervento lasciando Spurio a continuare (da “Difficile dire”): “Per di più era successo / anche se il lambrusco era mezzo. / Quei ninnoli impolverati / erano ormai diventati una pietra / incorruttibile e filosofale. / Sodoku spezzati da vette di grafite / perse in giro, / un po’ per malcuranza, agognando reminiscenze del futuro./ Incollavo frammenti di scontrini stinti / e leggevo biglietti d’avvertimento / per sentire compagnia /in quella terra desolata e lagnante. / Imprigionai la testa nelle svogliate mani / per ingabbiare gl’incorruttibili pensieri, / di notte, andando a letto, mi accorsi che era ancora giorno”.

Raccolta poetica che sicuramente lascerà il segno.

Prof. Lucio Zaniboni

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