Tina Ferreri Tiberio recensisce “Pareidolia” (2018) di Lorenzo Spurio su “L’Oceano nell’Anima”

Nella raccolta poetica Pareidolia Edizioni The Writter, Lorenzo Spurio ci trasporta in una realtà cruda e dolorosa e ci consegna una visione del mondo circostante dal sorso amaro, proprio come dice Saba “Era questo la vita: un sorso amaro”.
Ogni verso, ogni pensiero esprime una esacerbata desolazione in cui l’uomo smarrito, sopraffatto da passioni e tormentato da compromessi, vive sospeso tra emozioni, perplessità, drammaticità. La raccolta è suddivisa in quattro sezioni: Affossamenti, Ecchimosi, Dedicatio e Pareidolia, in ognuna delle quali il poeta s’interroga sul mondo attuale.

La sensazione immediata che si prova nella lettura dei versi è quella di uno scorrere spietato e ineluttabile di una condizione umana, all’apparenza, senza via di scampo.

Per la Sezione Affossamenti “In ventuno di nero”: Il risentimento ormai è dato ai pochi/ e ci si annulla in molecole d’acqua/ in un Mediterraneo/ conca di morti/ acquitrino di angosce/ culla di dolore abissale. I versi di questa poesia, nati in seguito all’esecuzione di ventuno egiziani copti ad opera dell’Isis in Libia nel febbraio 2015, hanno toni intensi di drammaticità e di pathos ed il riferimento al Mediterraneo, conca di morti, colpisce a fondo e tristemente le nostre coscienze indifferenti e assopite, scuotendole.
Il poeta Spurio con le sue riflessioni e notazioni, che diventano indagini dettate dall’enigmaticità dei drammi umani, scava alla radice del problema, mette a nudo tematiche scottanti e tragiche, graffia l’anima del lettore, rivelando in tal modo la sua profonda sensibilità, come in “Sacchi neri (Carme lento)”: Ma quell’acqua che pesa troppo/ è a sigillo di un naufragio atroce/ che d’Agosto si bagna nel Mediterraneo/ non può fingere di non conoscere./ La vostra vita dispersa nelle acque/ dimora in ogni molecola di mare. Invero il tema “Mediterraneo” e delle sue acque è molto sentito dallo Spurio ed è spesso ricorrente.
Intensamente emotivi e struggenti sono anche i versi di “Queiq River” (L’acqua rossa di Aleppo) e de “L’acqua indocile”, sembra che gli spazi abbiano una dimensione incompleta e che il senso del mondo diventi frammento di una realtà fugace e fluente, proprio come l’acqua. L’elemento “acqua” è molto spesso presente nella poesia dello Spurio: l’acqua rappresenta il fluire del tempo e delle cose, è mutevole, ma sempre uguale a se stessa. L’acqua è vita, ma può essere anche morte, distruzione; talvolta l’acqua prende i riflessi della luce e ci abbaglia. Orbene, i versi del poeta attraverso l’immagine simbolica dell’acqua invitano a superare le angustie dei nostri limiti e ad avere una visione più elevata della vita e della nostra esistenza; inoltre, in modo sagace e perspicace mettono in evidenza la crisi irrefrenabile dei valori in atto nella società dandone così testimonianza e analizzando i vari aspetti del tempo in cui viviamo.

Nella sezione Ecchimosi i riferimenti agli eventi tragici, di ieri e di oggi, riguardanti la storia dell’umanità ci sorprendono come una sferza pungente e dolorosa. Ad esempio in “Humus negato”: Quando traduci il verso/ di paure e fronde di sole/ nei riverberi asciutti/ dell’indolenza che cresce/ non chiedere l’evidenza/ se la sera non traspare./ Sempre s’ammazza il giorno/ nei balconi che vibrano/sotto trucioli di cielo vi è la denuncia della guerra in Siria, dei siriani bombardati , di come la vita, seppur fragile sia sempre preziosa.
Goethe affermava: “Se non hai mai mangiato con le lacrime agli occhi, non conosci il sapore della vita”, analogamente il nostro Poeta mette in evidenza la crisi Siriana e il sacrificio di tante vite umane; una crisi che ha distrutto e stravolto la vita di una generazione, soprattutto bambini (humus negato ossia terreno fertile, produttivo) ed ha reso terribilmente immane e difficile lo sforzo di ricostruzione e inestimabile la speranza di una Pace duratura.

In Dedicatio Spurio fa esplicito riferimento a diversi autori e personaggi da cui attinge intensità e dinamismo intellettuale: pensiamo a Federico Garcìa Lorca, ad Antonia Pozzi, a Rosario Livatino.

Poi nell’ultima parte di Pareidolia mette a nudo se stesso, s’interroga sul senso della vita, lascia trasparire anelito di giustizia e lealtà; in “Corri e scolorisci la notte” leggiamo: Dell’anima che si piega e/ si siede non vista, ti parlo./ Non chiedere il senso:/ la sera s’è incenerita,/ la stanza vive storie,/ vorticano le onde e/ i petali intirizziti nell’angolo/ stillano gocce di mistero./ …La lotta si consuma tra l’erba e/ il sospiro che brilla e riparla. Slega il buio all’istante: corri e/ ruba le forme più belle, ad esse congiungi le idee che s’alzano,/ corri: ora sei quello che vuoi. Tuttavia questi versi esprimono efficacemente il bisogno intimo di rialzarsi, prendere in mano la vita, slegare il buio, le tenebre, ciò che è opaco e incerto, lottare, perché la lotta si consuma tra l’erba e il sospiro, una metafora bellissima ed eloquente di come ciò che è umile, semplice (il filo d’erba), insignificante, può avere il potere di cambiare il mondo.

È un barlume di luce, che si intravede in tanta desolazione e che suona come un monito rivolto all’uomo di ogni tempo ad avere fiducia nel futuro ed avere il coraggio di andare avanti, senza mai lasciarsi sopraffare dalla forza bruta dei propri egoismi e degli eventi.

Tina Ferreri Tiberio

Si ringrazia l’autrice della recensione per questo bel testo che è stato precedentemente pubblicato sulla rivista “Oceano News” dell’Associazione Culturale “L’Oceano nell’Anima” di Bari nel mese di ottobre 2021.

“Dimenticato” di Antonio Vanni, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Antonio Vanni può essere considerato a ragione una delle voci più distintive e influenti della poesia molisana contemporanea. L’ho incontrato qualche anno fa a Isernia in una non solare giornata di mezza estate nell’occasione di una cerimonia di premiazione di un noto premio letterario locale e da allora siamo sempre rimasti in contatto – in una collaborazione e “ascolto” partecipi che definirei quasi fraterni – come accade con le amicizie che, pur nella distanza, si amplificano irrobustendosi.

Il poeta molisano Antonio Vanni

Ha collaborato per molto tempo con il noto poeta e scrittore nonché editore Amerigo Iannacone (1950-2017) di Venafro che alcuni anni fa è venuto a mancare a seguito di un tragico incidente stradale nella sua città. A Iannacone conferimmo nel novembre del 2018 a Jesi (AN), in seno al Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, un premio speciale “alla memoria” ritirato dalla moglie, Mariagrazia Valente e dalla figlia Eva Iannacone. Anche in quella circostanza, la collaborazione di Antonio Vanni – nel conseguimento di questa nostra iniziativa memoriale – fu di fondamentale importanza.

Vanni ha alle spalle un’ingente produzione poetica all’interno della quale vanno sottolineate le entusiastiche e prestigiose note critiche di alcuni “mostri sacri” della letteratura quali Giorgio Bàrberi Squarotti e Paolo Ruffilli che hanno commentato la sua produzione riconoscendone l’ampio respiro, la capacità intrinseca, la potenza della parola e la densità dei contenuti emozionali. Ha pubblicato La Nube (1984), L’albero senza rami e la luna (1992), Diario di una nuvola bassa (1994), L’Ariel (1997), Le Artemie (2004), Plasmodio (2017) e Iridio (2019), quest’ultima concepita come prima antologia di sue poesie degli anni ’90. All’interno della rivista «Il Foglio Volante» ideata da Iannacone, ha curato la rubrica di poesia per giovani “L’Aquilone”.

Il nuovo libro di Vanni porta come titolo Dimenticato ed è stato pubblicato quest’anno per i tipi di Macabor Editore. La copertina presenta al centro un’immagine a forti colori di un disegno tracciato da un bambino su di un taccuino. Tutto intorno, a dominare, è il colore verde acceso simbolo di rinascita e fertilità.

Si tratta di un libro col quale Vanni segue le vicende di nascita, crescita, trasformazione di un ipotetico bozzolo di crisalide, come ha avuto modo di spiegare in una video-intervista nel corso della presentazione del volume tenutasi alla Villa Comunale di Isernia.

Da sempre particolarmente vicino e sensibile nei confronti del mondo dell’infanzia, Vanni ha predisposto in maniera oculata con una grande capacità di coinvolgimento sul lettore, una scelta di diciassette poesie che segue un determinato percorso. Vi si ritrovano componimenti che generalmente hanno una lunghezza media, i testi rifiutano la verbosità o gli accenni didascalici di tanta poesia d’oggi, spesso tesa a raffigurare nel dettaglio a decostruire in chiave sinottica riducendo a silenzi ed emetismi invalicabili. Al contrario, tutto è ben reso e individuato, esplicato ed evocato per mezzo di una poetica autentica e rispettosa, piana e non restia ad approfondimenti emotivi.

Leggendo le opere qui proposte non ho potuto non rimembrare alcune liriche di Federico García Lorca per il fatto che anche Vanni è attento nella costruzione degli elementi che costituiscono l’ambiente e per il fatto che l’accaduto principale che nel volume viene poeticizzato, quello di un annegamento di un giovane, fu motivo ricorrente nel poeta spagnolo (penso, ad esempio a “Niña ahogada en el pozo” contentua in Poeta en Nueva York). Assistiamo così a nefande discese nel mondo delle acque, in occorrenze maledette dove l’aberrante si compie velocemente, fuori da ogni ragione o complicità: il poeta rimembra l’annegamento di un suo coetaneo, giovanissimo, in un lago poco fuori la città. S’impone un’immagine che è quella delle acque torbide che inghiottono, ma anche di barbe e filamenti di vegetazione che avvinghiano, che rendono difficile la visibilità, un contesto in cui inesplicabile e con nefande sembianze la Morte appare sulla scena prendendosi il predominio nella compagine del dramatis personæ dei convenuti al mondo dei presenti.

Immagini di giardini, acque, vegetazione, sentori di umidità, foschie ridondanti sono in parte rotti e penetrati da una luce argentea, che è quella della luna (altro tema cardine lorchiano), che non manca di apparire, impreziosire la scena, preannunciare il dopo, evocare l’altro. Eppure la realtà contingente delle inevitabilità non è qualcosa di rinunciabile: “Che bisogno c’era d’annegare / piccolo destino fuori da ogni confine. / Potevi restare seduto tra le due donne dormienti” (25) scrive ne “Il tradimento della chiarezza” (titolo potentissimo e di grande suggestione) tentando di ricercare – pur nelle ombrosità ormai sin troppo diffuse – una possibile spiegazione, con la volontà di riscrivere una vicenda ormai concretizzatasi e inarginabile. Altre immagini dolorose provengano dai componimenti che seguono: “Mi muore accanto il fanciullo odoroso. / Adagiato è sul prato” (33).

Ed ecco, il segno di un movimento: la crisalide che si sviluppa, muta colore e grandezza, acquisisce nel tempo una forma diversa che è la mutazione nel suo inarrestabile progresso: “Dimenticato è un vortice di crisalidi / profumi” (37).

Tutto il percorso poetico di Dimenticato è intimamente intriso nel ricordo di chi se ne è andato troppo presto per un amaro disegno del destino. La lettura, nel tempo, di quegli eventi, nell’auscultazione incasellata in un dolore mai dileguatosi, è tale che porta Vanni a scrivere versi di intensa partecipazione, grande altisonanza e forza comunicativa: “Quando la pioggia cade sopra un fiore / di notte, / il fiore sorride ma nessuno lo vede. / China i petali al suolo e si addormenta felice” (45) e poi, ancora, nella struggente lirica dedicata all’amico Luciano: “Fili di te che piangi, eppure / normalmente non esisti, accecata eclissi. / […] / Frammenti scolastici dei giorni / del grano, / […]/ Radici di te, diverse sere / e sensi” (65).

Lorenzo Spurio

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare da testo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.

“Persistenze. Parole, memorie, frammenti” di Stefania La Vita, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La poesia ha bisogno di cose

è un fatto di respiro,

anche un rossetto usato

può bastare

al verso, dargli ossigeno.

La poetessa siciliana Stefania La Via, residente nell’affascinante comune di Erice nel Trapanese, ha recentemente dato alle stampe, dopo i precedenti lavori Fuori tema. Canti del silenzio (1998), e-mail (2002) e La fragilità difficile (2014), una nuova raccolta di versi. Il volume, dal titolo Persistenze. Parole, memorie, frammenti, è stato pubblicato da Màrgana Edizioni di Trapani in un’elegante veste grafica che al suo interno contempla delle raffigurazioni visive monocromatiche.

L’opera si mostra anticipata da un’affettuosa dedica ai suoi cari, a suo marito e ai figli e subito lascia il posto a un importante cameo di citazioni dell’alta tradizione letteraria nostrana e d’oltralpe. Ci si accorgerà poi, leggendo il volume e procedendo nel percorso voluto dalla poetessa, che i richiami alla tradizione, le voci di maestri e mostri sacri della poesia mondiale, non mancheranno e saranno, al contrario, rilevanti e simboliche pietre miliari, o una sorta di ancore, lungo il cammino.

In apertura alla sotto-sezione intitolata “Parole” incontriamo chiose tra cui una di Italo Calvino estratta da un’avvincente annotazione sulla poesia quale concetto indefinibile e realtà inconcreta, difficilmente contenibile e ascrivibile a canoni stringenti di chiusura e di Umberto Eco e di Paul Claudel incentrate, invece, sulla forza espressiva e il significato del linguaggio umano nelle forme del più antico canto, quello appunto poetico. La chiosa di Claudel richiama il motivo del margine e del frammento, l’aspetto di sopravvivenza e di residualità che contraddistingue la poesia che è, tanto sulla carta quanto nel disquisire, ciò che risulta da un procedimento di sintesi e lavaggio, di rimozione di orpelli estetici e di tecnicismi per giungere a una parola glabra, ossuta, scarnificata atta a rivelare con semplicità e pianezza di linguaggio, a svelare e denudare il corpo del superfluo.

Tra queste ampie linee propedeutiche prende piede l’opera poetica di Stefania La Via e subito ci imbattiamo in opere che fanno della poesia stessa l’oggetto privilegiato d’analisi come accade in “Di verso in verso” dove è possibile leggere: “Mi nutro di poesia a lunga scadenza. / La prendo a piccole dosi dallo scaffale/ […] / la rumino, la disfo, la rifaccio / nuova, la rimpasto con paure / e speranze che sento mie”. Interessante testimonianza di poetica in cui la poetessa non cela la sua reale dipendenza e “consustanziazione” con la poesia, di cui fa uno dei motivi più significativi del suo ordinario.

Una disamina attenta al sentimento che la lega al verbo lirico è contenuta nella poesia successiva, “Alla poesia”, una sorta di lode o invocazione in cui l’Autrice è in grado di rivelare l’attaccamento, la sintonia, il legame e l’effervescenza sperimentate nella scoperta della poesia, nel ricorrere ad essa, nel sentimento di esigenza e di recupero.  In “Fare una poesia” ci si domanda, in maniera indiretta, su come effettivamente sia possibile costruire una poesia e questo viene per lo più indagato in termini non tanto speculativi quanto fascinosi e allegorici; l’Autrice parla di “alcuni versi in lavorazione” e dice che “[ha] scolpito speranza e sofferenza”. La costruzione del verso è centellinata da azioni minute di grande abilità e competenza, come quella di un mastro comacino nell’intaglio e nella lavorazione della pietra. Il manufatto che alla fine vi si ottiene non è che il procedimento frastagliato di interventi continui, di una manualità cosciente ma soprattutto di una grande genialità che risiede nel recondito del singolo.

Nel volume di La Via si riflette sulla scrittura, sull’importanza del segno e si avanza l’idea che le parole abbiano una centralità indiscussa, tanto nel collettivo quanto nel consuetudinario del singolo. Si parla abbondantemente di questo, ascritto in una linea di nostalgica speranza e di tiepida insicurezza che si raggruma nel concetto indefinito e ondivago di transitorietà (alla quale dedica una lirica con un monito riflessivo sul passaggio delle generazioni).

Di particolare pregnanza risulta la poesia “Solo la parola”, che si riconnette alla nota incipitaria di Claudel richiamata come intertesto, che aderisce a una concezione di poesia esatta e pura, parca e necessaria, valevole, nella sua semplicità di linguaggi e stili, di far fronte a un magma interiore, a una ferita indicibile, al desiderio di esternare moti ondosi o burrascosi del proprio io, come pure di aderire, mediante la propria visuale, alla presenza cosciente e attiva nel contesto collettivo: “Poesia non è un’amena passeggiata”, dice la Nostra. Siamo senz’altro d’accordo su questo che, più che un verso, può apparire come un disincantato giudizio. Esso rappresenta un’evidenza palese, quella che nella consuetudine pregiudiziale odierna, vede la poesia come diversivo o banalità, quale artificio recondito o astrazione surreale, tendenzialmente inutile perché incapace di relazionarsi ai fatti concreti della vita. Inefficace e inattuale perché non duttile né respirabile, né tanto meno plasmabile dall’uomo. Eppure La Via evidenzia, secondo una logica di sottrazioni (definendo per mezzo di una serie di negazioni curiose), quel che effettivamente la poesia è (o rappresenta) per lei: “Non è galleggiare in superficie ma apnea / precipizio / sconquasso / che toglie la terra sotto i piedi / e capovolge prospettive, / energia che attraversa, / strappo che squarcia la trama del tessuto”. La poesia è uragano o radiografia. Impeto e scavo. Riflessione e denuncia. Eppure La Via intende sottolineare con nettezza quanto la sua origine primigenia e atavica risieda in una sorta di ambulacri personali, nelle cavità di un’esperienza di cui conosciamo forme e messaggi solo in forma limitata.

In questa sezione dedicata alle “parole” è contenuto anche un omaggio al giovane poeta romano Gabriele Galloni (1995-2020), deceduto nel fiore della sua “estate del mondo”. La poetessa annota nell’incipit: “Quando un poeta muore / si fa più oscuro il mondo, disperato” passando poi in rassegna alcuni degli squarci iconografici più tipici della sua poetica fortemente imbevuta di un sentimento e di un presentimento (forse) della morte: “Corteggiavi la morte / e a lei ti sei arreso, giovane poeta / […] / tu che volesti raccontare l’abisso, / l’Antartide nera”. È da pochi giorni trascorso il primo anniversario della morte del poeta e iniziative in sua memoria, riletture della sua opera, confronti, dibattiti e, forse, il lavoro a una prossima pubblicazione di inediti, ha contraddistinto tutto questo tempo, nel diorama vastissimo e in continua produzione di omaggi e sensi di affetto verso il poeta di In che luce cadranno (2018). Il componimento di La Via rientra, dunque, in questo ambito.

Nella seconda sezione del volume, “Memorie”, dopo le citazioni di Guy de Maupassant e di Bertolt Brecht (si noti la vastità e la varietà stilistica e contenutistica degli autori richiamati e, quindi, in qualche modo, fatti propri, riletti e riproposti nel contesto dei propri testi personali), ci si interroga in maniera più serrata sul transito irrefrenabile del tempo tramite la rievocazione di mesi, stagioni e momenti in essi diluite che hanno contraddistinto momenti inscindibili all’esperienza esistenziale della Nostra. Da “Ferite” leggiamo: “Si sfocano i ricordi dolorosi, / ne resta un’eco sorda / […] / Eppure si riaccende talvolta la ferita”.

La terza e ultima sezione, “Frammenti”, è anche quella più corposa dell’intero libro ed è interamente dedicata a far risaltare il tracciato umano ed emotivo nella drammatica circostanza dei tempi inclementi che ci sono stati dati da vivere, quelli dominati dalla pandemia e dalla sua minaccia mortale, dall’angoscia diffusa sino alla paranoia, alla desolazione e al tormento collettivo. Ci si è domandati spesso negli ultimi tempi su varie riviste di settore, sull’onda anche di iniziative antologiche a tema Covid e a seguito di una poesia di Mariangela Gualtieri (citata dall’autrice in esergo) che a molti è piaciuta ma ha fatto anche molto discutere, se effettivamente sia possibile definire l’età del momento, in termini di storiografia, nei termini di “letteratura della pandemia” e in molti hanno sostenuto di sì. Con ampi e necessari preamboli, note, distinguo, approfondimenti, limitazioni, etc.

La caratteristica principale di questa sezione è quella di voler trasmettere il senso di disagio e di mancanza d’equilibrio dell’uomo contemporaneo, assieme alle sue nevrosi e al sentimento di sempre più convinta in-appartenenza agli spazi. Le poesie divengono, così, brani scheggiati, come annotazioni, perdono il loro senso di completezza e di unitarietà per apparire, appunto, frammenti, il prodotto di un momento di irrequietezza e frenesia e di dolore, di incapacità di rivelare la realtà in maniera pacificata. Ne nascono composizioni di diversa natura, brani in versi che s’avvicinano e si nutrono alla prosa con un alta intensità lirica, in cui l’Autrice ci parla di questo “dolore antico” che si amplifica nella stasi dolorosa (“Di questo tempo strano / ricorderemo la calma delle strade / […] / il silenzio che penetra / la terra”), nel distanziamento sociale, nella lontananza (“il condominio è un albergo / di solitudini”), nell’annullamento e nella sospensione dell’ordinario (“il ritmo si allenta / e l’ora si confonde”), dato per assodato e invece riscoperto in tale circostanza come qualcosa di assolutamente nevralgico e vitale: “Tutto è ovattato, distante / il pianto, il dolore, / il legno delle bare allineate. / Luce al neon che acceca / ma non scalda”, annota in “Frammento sesto”. Il ritorno alla normalità – ammesso che questo sia possibile – potrà avvenire non tanto con l’effettivo debellamento del virus (altri ce ne saranno, dicono gli studiosi) ma quando saremmo stati capaci di ritrovarci negli affetti, quando avremo riscoperto l’esigenza antica e banale, innata e legittima, del sentimento comune: “Dobbiamo reimparare ad abbracciarci” (incipit di “Frammento ventunesimo”).

Una risposta fiera e convinta alla barbarie di questi tempi originata dal maledetto virus è rappresentata dal “Frammento trentaduesimo” dove, dopo numerose immagini di morte, di asfissia, di desolazione collettiva, la poetessa ritorna a sperare, con una rinata coscienza memore dell’accaduto, una riflessione buona che dobbiamo accogliere e fare nostra per continuare a credere al mistero della vita e alla necessità di persistere in questo cammino sì frastagliato e minacciato dall’enigma ma, sempre e comunque, proiettato verso una meta di luce: “Il dolore che provoca l’assenza / si trasforma in canto, / perché solo ciò che manca / si può cantare / e per quanto dura il canto / ha tregua il male”.

Lorenzo Spurio

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare da testo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.