“La dolce Rua Sovera” di Anna Maria Boselli Santoni, un commento di Lorenzo Spurio

La dolce Rua Sovera
Anna Maria Boselli Santoni
Edizioni Pragmata, 2014
Pagine: 99
ISBN: 9788897792482
Costo: 12 €
 
 
Commento di Lorenzo Spurio

Copertina Dolce ruaUn romanzo che è anche e soprattutto un fine documento storico questo recente di Anna Maria Boselli Santoni che porta il titolo de La dolce Rua Sovera (Edizioni Pragmata, 2014). Sebbene ci sia una protagonista principale, che è Andreina (la ragazza che vediamo riportata nella copertina), il romanzo si offre al lettore volutamente privo di una preminenza nella descrizione dei caratteri (dei personaggi) in quanto ha proprio la volontà di dipingere una determinata fetta di società in un determinato luogo (che è quello di Leno, un paese della provincia di Brescia, ma in maniera più precisa una parte di questa città circoscrivibile attorno a Via Mazzini) in un determinato tempo storico (anni ’40-’60). Ecco per l’appunto perché si diceva che questo romanzo è un documento storico, fedele nella descrizione empatico-emotiva dei personaggi con i loro luoghi vissuti e sperimentati durante la loro età più bella, quella dell’infanzia e dell’adolescenza.

Con un espediente letterario stupefacente e ben congegnato per una narrazione di questo tipo, Anna Maria Boselli Santoni trasmette sulla carta uno spaccato del vissuto di Leno l’indomani della guerra dove non mancano i riferimenti al lavoro nei campi e alla ciclicità delle stagioni, all’animosità costituzionale tra ragazzini, alle preoccupazioni di varia natura delle famiglie, alla spietatezza della morte che spesso sopraggiunge veloce e in tenerissima età.

Un canto alla vita questo di Anna Maria Boselli Santoni condito con una profonda speziosità di nostalgia dei tanti ricordi che appartengono a un’età ormai lontana, ma non perduta perché inscindibili dal suo essere donna nel presente.

La tecnica di narrazioni multiple, di focalizzazioni che cambiano di continuo narratore e che permettono la produzione di una prosa polifonica, a più voci, fatta da più inclinazioni, sarebbe di certo piaciuta molto ai modernisti inglesi che pure la adottarono con compiacimento e abbondanza; ma la novità qui, nel libro di Anna Maria Boselli Santoni, sta nel fatto che non sono solo le persone a parlare, ma anche gli elementi fisicamente morti perché non viventi come le costruzioni architettoniche della città: cortili, piazze e vie quasi da ricordare la montagna rocciosa di Michael Ende in La storia infinita che parla in un’atmosfera avulsa dall’incomprensione e dal timore. Ed è così che la strada racconta se stessa, ciò che vede, sente e percepisce. Essa non origlia, perché non è ficcanasa, è semplicemente testimone onnipresente di un vissuto che si è avuto nella sua superfice. Anna Maria Boselli Santoni fa raccontare la sua storia d’infanzia a un mondo di carne (i vari personaggi che intervengono) e di pietra (le vie, le piazze) a testimonianza di quel legame indissolubile tra uomo e la sua terra.

Leggendo l’intero libro mi sono sentito un po’ un moscerino che svolazzando di qua e di là sulla Rua Sovera ho potuto avere una vista senza impedimenti e capire lo svolgimento delle attività di un’intera comunità. Ho osservato di continuo la via di cemento sotto di me, il principale palcoscenico di tutto, e ho goduto delle giornate assolate in cui la via era popolata di ragazzi a piedi scalzi sino ad ammalarmi di freddo nelle giornate nevose in cui andavano tutti imbacuccati.

Un romanzo sul tempo e sulla ciclicità di tutto.

Un’attestazione d’amore per la propria terra.

Un’indagine precisa e interessante su un’età che fu.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 14.06.2014

Lorenzo Spurio intervista la fiorentina Marzia Carocci

LS: In una sua poesia intitolata “La cena degli artisti” ha concretizzato una sorta di proclama della nuova arte richiamando gli animi sensibili, gli artisti, a tramandare la loro arte perché forma insopprimibile delle proprie coscienze: «A voi che ci credete/ artisti del mio tempo,/ pittori consumati/ di notti mai concluse,/ e a quei poeti stanchi/ di carte spesso bianche/ per chi non sa vedere/  quei sogni dentro il cuore».[1] La poesia appare come una sorta di manifesto avanguardistico, se non programmatico, sicuramente d’incitamento alla buona creazione, alla felice ispirazione e come una vivida esortazione a squarciare quell’atmosfera stagnante, di silenzio e oppressione, di falsità a cui spesso la cultura è soggetta: «Urliamo quel silenzio,/ quel mondo chiuso dentro/ ed imbrattiamo i muri/ con l’anima che sorge».[2] Come è nata questa poesia?

MC: Questa mia poesia, nasce esclusivamente dal piacere che in primis traggo da ogni forma artistica. Un’esortazione dunque, affinché l’artista insista nonostante i problemi, gli ostacoli, gli ostruzionismi a esternare la propria introspezione attraverso l’arte che più gli aggrada. Il nostro è un mondo distratto, dove la stasi culturale e l’indifferenza degli addetti alla diffusione artistica, preclude a una chiusura che rischia di incatenare le menti costruttive. Ho scritto questa mia poesia più come forma di protesta che come lirica usuale, un incipit  a una vera e propria “battaglia culturale” dove l’artista diventi l’eroe del suo tempo forte di una libertà di espressione senza né limiti né catene, sia di pensiero che di manifestazione.

 

LS: Molti poeti hanno trovato nel crepuscolo, nella sera e soprattutto nella notte, dei momenti di pace con sé e con il mondo, di tranquillità e di confessione, che gli hanno consentito di ricevere ispirazione e coinvolti dal pensiero sul mondo. In altri termini, sono forse questi le parti della giornata che per varie ragioni possono essere considerate le più produttive per un poeta. Anche per Lei è così? E se sì per quale motivo?

MC: Non esiste, almeno per quanto mi riguarda, un periodo o un momento particolare per esprimermi in poesia. Vi sono giorni e a volte addirittura mesi nei quali questo “bisogno” non mi cerca, non mi tormenta, altri invece nei quali, uno stato particolare, mi riempie il cuore, le viscere, il pensiero ed è la poesia a cercarmi, “obbligandomi” alla scrittura. Credo che la poesia sia un’elaborazione che si forma nel profondo della propria coscienza ed esce come “parto” emotivo nel momento in cui, un certo processo emozionale viene maturato. Mi viene in mente una pagina teorica di Arthur Rimbaud dove egli definisce la poesia «una sofferta ricerca del proprio sé». Ecco, io la penso esattamente come lui.

 

 

LS: Wisława Szymborska (1923-2012), poetessa di origini polacche recentemente scomparsa, è considerata una delle più grandi scrittrici del nostro secolo. Vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, la sua produzione poetica è molto ampia e dà manifestazione di una grande capacità della donna nel destreggiarsi con il verso. La poetessa ha inoltre dimostrato di essere un’attentissima cronista della realtà per mezzo di una serie di liriche nelle quali ha incarnato preoccupazioni di tipo etico e ha affrescato momenti cruciali della storia dell’uomo. Un esempio di questo tipo di poesia è “Fotografia dell’11 settembre”[3] che, come richiama il titolo, fornisce al lettore un vivido fotogramma del tragico attentato di New York avvenuto nel 2001. Gliela sottopongo per avere un suo commento:

 

Sono saltati giù dai piani in fiamme –
uno, due, ancora qualcuno
sopra, sotto.
 
La fotografia li ha fissati vivi,
e ora li conserva
sopra la terra verso la terra.
 
Ognuno è ancora un tutto
con il proprio viso
e il sangue ben nascosto.
 
C’è abbastanza tempo
perché si scompiglino i capelli
e dalle tasche cadano
gli spiccioli, le chiavi.
 
Restano ancora nella sfera dell’aria,
nell’ambito di luoghi
che si sono appena aperti.
 
Solo due cose posso fare per loro –
descrivere quel volo
e non aggiungere l’ultima frase.

 

MC: Wisława Szymborska, poetessa osservatrice e donna che attraverso  la scrittura ha sottolineato le difficoltà, i dolori, le abnegazioni, di fatti e tempi  che l’hanno vista attenta spettatrice. Ella  ci porta in questa sua bellissima lirica “fotografia dell’11 settembre” ad essere noi stessi, spettatori di una riflessione ch’ella sottolinea con fotogrammi al “rallentatore”.  Il tutto, viene  reso forte e crudo nella considerazione di  quella spinta osmotica che passa dalla vita alla morte che è  resa visiva grazie a versi che rende scatti fotografici: la caduta/paura, la scesa/dolore, il sangue/morte e la materialità inutile di oggetti che non hanno più valore: soldi e chiavi. Bella la chiusa dove la poetessa per rispetto descrive  e per lo stesso rispetto non evoca parola quando visiva è ormai la morte.

 

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un’analisi è la seconda lirica[4] tratta da La gioia e il lutto (Marsilio, 2001) del poeta Paolo Ruffilli[5]:

 

Così ridotto e
devastato: lui, reietto
perduto per la strada,
lui drogato. Perso, adesso,
anche dentro il letto
accartocciato
nel lenzuolo bianco
smunto e arreso là,
riverso sopra il fianco.
Diventato la metà e meno
di se stesso,
rinsecchito dentro i panni
fatto vecchio e cadente
nel fiore dei suoi
anni, nel pieno di una
vita già appassita.
Inerte ormai a tutto
e senza presa intorno
neppure sulla
luce pallida del
giorno. Sangue del suo
ventre, carne della carne,
mentre siede china
sul fagotto muto,
gli giace presso
tesa a farne oggetto
finalmente della pace.
«Figlio amato, qualunque
tu sia stato», il gemito
tenuto e poi lasciato
nel silenzio che
precede la rovina.

MC: Il poeta riesce a inquadrare perfettamente un’immagine che inchioda, e ci rende spettatori impotenti di fronte  alla drammaticità di una fine che non perdona. Paolo Ruffilli, uno dei più grandi  esponenti della poesia contemporanea, sa perfettamente portare il lettore dove la sua introspezione indaga; egli, attraverso una poetica di forte impatto emotivo e con una costruzione perfetta dei versi, ci rende l’immagine e il dolore elementi che entrano nella nostra testa, corpo, respiro fino quasi a vedere ciò che lui costruisce con idiomi perfetti e perfette figure retoriche.

 

Perso, adesso,
anche dentro il letto
accartocciato
nel lenzuolo bianco
smunto e arreso là
riverso sopra il fianco.

Ecco che un quadro si apre e la nostra immaginazione vede oltre, mentre il trasporto emotivo si fa riflessione e pensiero attento; scrittura che ci ricorda vagamente Montale con le sue metafore che acuiscono i sensi del lettore «accartocciato nel lenzuolo bianco smunto», pare di vedere il corpo diventato friabile come carta, accucciato all’interno di un bianco che è quasi contrasto con la figura che accoglie. Una lirica che è maestria  pura dove il detto diventa visibile così come diventa palpabile la sofferenza/liberazione della madre che attende e nello stesso tempo ama quel suo figlio fino alla rassegnazione/attesa della morte.

 

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la poesia “La vita, in sottofondo”[6] che dà il titolo all’omonima silloge della poetessa varesina Paola Surano[7] sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Quando il giorno si fa scuro
e la notte si avvicina,
in quell’ora sospesa
in cui il mondo sembra fermo
e la vita cambia ritmo,
in quell’ora un po’ mi manca
il calore di una voce,
la stretta di una mano
uno sguardo –quello sguardo-
un po’ complice un po’ assassino
un sorriso, il silenzio
perfino, ma condiviso.
Musica jazz in sottofondo.
 
Quando invece il giorno inizia
il sole si alza lento
e illumina la stanza
sai, un po’ mi manca
il buon giorno sussurrato
una risata soffocata
il caffè bevuto insieme
un bacio lieve per saluto.
 
In sottofondo il giornale radio delle 8.
E la domenica. La domenica
lungo il fiume sotto casa
tra la gente che prende il sole
la domenica, forse, un po’ mi manca
passeggiare per mano insieme a te.
Chiacchiere e risate in sottofondo.
 
Ma le giornate, per fortuna,
sono piene di tante cose
da fare, da vedere e imparare
e di parole ascoltate, dette scritte
o inviate con un clic…
La vita, in sottofondo.

 

MC: Bella e intensa lirica di Paola Surano, dove la poetessa ricerca attraverso la rimembranza attimi vissuti di qualcosa che appartiene ormai al passato, quel passato che rivive attraverso il ricordo; gli odori, i rumori e le abitudini di un tempo, di un amore che è stato, mentre prende coscienza che tutto ciò più non è. Una consapevolezza di donna che nella ricerca e nell’abbraccio di un vissuto ormai remoto, si rimette in gioco certa che i suoi passi nel futuro avranno altre possibilità, così come si esprime nell’ultima strofa della sua lirica:

 ma le giornate, per fortuna,
sono piene di tante cose
da fare, da vedere e da imparare
e di parole da ascoltate, dette, scritte
o inviate con un clic…
La vita, in sottofondo.

 

Un messaggio di luce, di speranza, di voglia ad essere ancora donna che vive, che comunica, che spera.

 

  IMG_0404

LS: Negli ultimi tempi la componente erotica nella letteratura, che in passato era a suo modo legata alla sfera emotiva-sensoriale, è andata acquisendo una sua indipendenza, priva di legami affettivi o di riferimento a una chiara dimensione di condivisione di sentimenti. Di questo ce ne rendiamo conto se consideriamo la sequela di romanzi che negli ultimi tempi hanno utilizzato il sesso in maniera da produrre sul lettore shock, spiazzamento, disturbo e allo stesso tempo di attrarlo e coinvolgerlo. Neppure la poesia può dirsi “salva” da queste tendenza degli ultimi tempi tanto che sono molto diffuse le poesie e le sillogi che utilizzano linguaggi coloriti, espressioni “volgari” e immagini forti chiaramente con l’intento di creare un disagio (anche il disagio, come il ribrezzo, è una forma di risposta) nel lettore. Che cosa ne pensa di questa tendenza? Crede che la poesia per quanto i tempi corrano debba mantenere un suo “pudicismo” e ragguardevole rispetto nei confronti dei Padri che, invece, l’hanno onorata?

MC: La poesia, a mio parere, è la forma letteraria che non dovrebbe avere mai come messaggio una provocazione verbale e quindi, anche quella di  esternare  una volgarità. L’arte poetica, come sappiamo, è una ricerca di idiomi che dovranno, insieme al ritmo, alle metafore e alla musicalità, creare quella forma letteraria di condivisione emotiva. Proviamo ad immaginare una lirica dove, attraverso la lettura a voce alta, ad un certo punto inseriamo vocaboli volgari o non consoni a un messaggio universale… sarà  come sentire una nota stonata o uno schiaffo; il linguaggio poetico perderebbe d’emozionalità creando a un “certo tipo” di pubblico, imbarazzo e negazione. Rigettare le parole non è creare l’intimità introspettiva che la poesia deve dare, è invece provocare una reazione, una violenza, un obbligo all’ascolto. Nella prosa e nella letteratura, è una cosa ben diversa, il tipo di linguaggio sarà certamente più articolato, e lo scrittore potrà avere necessità di inserimenti anche erotici dal momento che la narrativa è lo specchio più “esterno” della vita stessa. Riepilogando quindi, l’interiorità della poesia è evocazione introspettiva/emotiva riflessiva in una ricercatezza della parola per dare un messaggio globale a tutti, la narrativa è il riferire la vita di ogni giorno raccontata attraverso i processi di tutti i sensi dell’uomo, compresa la sessualità, l’erotismo e le sue devianze. La mia non è pudicizia, sono dell’idea che l’autore non debba MAI avere catene all’espressione, ma la poesia è e deve restare messaggio universale, dove il lettore di ogni età e sensibilità, possa attingerne il pensiero.

 

LS: Nelle riflessioni introspettive di molti poeti, sia attuali che passati, si riscontra spesso la presenza insormontabile del destino, a volte personificato nelle tre divinità delle Parche o espresso mediante costruzioni retoriche. Il fato spesso viene visto come destino ultimo già scritto al momento della nascita (predestinazione), altre volte come punto finale di un percorso costruito dall’uomo mediante le sue scelte (libero arbitrio); molte altre volte il fato è visto come un nemico addirittura della divinità perché anch’essa può sembrare soggiogata da esso. Parlare di destino e credere in un progetto pre-divino ineluttabile significa, in una certa misura, distanziarsi da quello che è il messaggio cattolico. Che cosa ne pensa a riguardo? Quanto secondo Lei il tema del destino viene usato nella poesia?

MC: Il fato, il destino e la coincidenza, sono tre fattori diversi fra loro; la coincidenza rappresenta una dicotomia fra il fato (quindi anticamente stabilito fin dalla nascita) al caso fortuito, il destino è ciò che a un uomo potrebbe accadere in conseguenza alle proprie scelte (libero arbitrio)  e il fato, quel Dio Fato (cieco) che impone  e sottomette a qualsiasi azione e situazione l’uomo. Nella Grecia Classica, il fato era invincibile e a lui tutto era sottomesso, uomini, Dei e cosmo e tutta la letteratura e il teatro greco sono intrise di concetti che riportano a questo, ma dietro vi era tutta una cultura e una credenza ben precisa. Credo, invece, che il poeta moderno anche facendo riferimento al fato e al destino, non porti con sé un concetto di logica/pensante nel momento in cui scrive, ma che si lasci istintivamente trasportare da una concezione ben radicata nel suo essere dietro a esperienze o a ragionamenti più istintivi che logici, la ricerca di un destino solo per costruire un’evocazione lirico-poetico per trasferire così, le proprie responsabilità a qualcosa per il quale non hanno la possibilità o la forza di cambiare. Sappiamo che nel cristianesimo, non esiste il Fato come forza invincibile poiché Dio si è rilevato come unico sovrano, ma non credo che il poeta si lasci condizionare da concetti o da dogmi ben precisi. Osho Rajneesh sosteneva che accettare l’esistenza del fato comporta un suicidio, in quanto toglie ogni libertà dell’essere e quindi l’esclusione del libero arbitrio. Ecco, questo in sintesi è anche il mio pensiero

  

 

LS: Lo scrittore francese Antonin Artaud (1896-1948) in uno dei sui sagaci e al contempo eloquenti pensieri parlando di scrittura rivelò senza peli sulla lingua: «Ogni scrittura è una porcata. Chi esce dal nulla cercando di precisare qualsiasi cosa gli passi per la testa è un porco. Chiunque si occupi di letteratura è un porco, soprattutto adesso». Al di là del linguaggio dissacrante, l’autore trasmette un’ accusa di tipo morale. Cosa crede che il poeta voglia realmente intendere? Perché rintraccia il letterato, soprattutto d’oggi, nel “porco”?

MC: Sicuramente Antonin Artaud è stato sempre molto provocatore e definito anche a causa di alcuni suoi libri, “eretico e blasfemo”, appassionato da sempre dei “poeti maledetti”, grande lettore quindi di Rimbaud, Baudelaire, Verlaine e Mallarmé dai quali certamente ha attinto in qualche modo i pensieri e le vedute. Un surrealista che a causa dei suoi eccessi anche con droghe ed altro, lo portò a forme ossessive e in continue sperimentazioni oltre che a trattamenti psichiatrici ospedalieri. Un genio sicuramente e come tutti i geni, la loro visione spesso è alterata dalla propria veduta. Lo scrittore/poeta/commediografo ha sempre asserito che il pensiero emotivo veniva in qualche modo tramutato nella materializzazione dello scrivere e che quindi questa trasformazione rendeva sfalsato il pensiero stesso; era alla continua ricerca del suo essere intellettuale e non sopportava la “leggerezza” con la quale i  letterati scrivessero senza acuire i significati dei loro elaborati. Ha spesso espresso sull’inutilità della letteratura. Nella lettera che scrisse a Jean Paulhan (scrittore/editore e critico letterario) disse che nella scrittura aveva sempre espresso della propria sofferenza attraverso i tormenti del proprio corpo e della propria anima. Ecco, credo che Antonin Artaud intendesse proprio questo della letteratura; il trasmettere nello scrivere ogni verità, senza compromessi sia politici che religiosi, il non vendersi e il non arruffianarsi e “approfittare” invece, della letteratura per comunicare la verità nella parola/essenza senza il timore di non piacere  o di non essere quello che si è; usare la scrittura quindi per la trasformazione, la costruzione e per uscire dalla velata presenza di antiche forme obsolete. Certamente un grande artista e come ogni eccelso artista, non compreso da tutti.

  

 

LS: Lei è alacremente attiva da anni, soprattutto in quel di Firenze, per la promozione e la diffusione della cultura letteraria e non solo attraverso la partecipazione a giurie di concorsi, presentazioni di libri e promozione di esordienti. Attorno a Lei si è creato un ampio circolo di lettori-autori che lei annualmente “chiama a raccolta” a Firenze per celebrare un evento dove si dà spazio a ciascun partecipante per mezzo della lettura di poesie, racconti, segnalazioni di libri ed esposizioni di quadri. Questo è di certo un’attività lodevole che manifesta il suo grande amore per l’Arte nelle sue varie derivazioni. Che cosa ne pensa delle nuove generazioni che cercano di “venire allo scoperto”? Tra i tanti scrittori che Le propongono letture, recensioni e commenti crede di avvertire la presenza di autori realmente validi?

MC: Quando ho creato su Facebook il gruppo denominato “Autori e amici di Marzia Carocci”, è stato per riuscire a rendere “reale” il “virtuale” di questo social network. Il mio desiderio era quello di vedere confluire più autori possibili a Firenze per  condividere un momento che ci vedesse uniti nel pensiero. Credo fermamente che ogni forma di  arte (pittura, poesia, musica, scultura), abbiano come base lo stesso messaggio, e cioè quello di esprimere il mondo interiore, la voglia di comunicare  quella creatività che nasce esclusivamente dall’introspezione umana. Ci sono giovani artisti che hanno ottime capacità e se non si creano momenti di aggregazioni con chi li sa ascoltare, con chi comprende quel tipo di messaggio, (e chi più di un’artista?) molte cose andranno perdute. Il nostro è un periodo storico-culturale dove si ascolta poco, dove il tutto si trasforma in materialismo e incompiutezza. Ricevo bozze di libri o di silloge ogni giorno, recensisco per la maggior parte del mio tempo e sono pienamente convinta di dire e di affermare  che ci sono autori esordienti-emergenti molto validi purtroppo spesso “soffocati” da scribacchini della domenica che a causa di una grossa mole di questi, vengono occultati i talenti reali.

  

 

LS: Il panorama editoriale italiano, molto variegato e sofferente della crisi attuale, è una vera giungla. Lo è nel senso che i pericoli in cui il giovane esordiente, inesperto, può incappare sono molti e insidiosi. La questione qui sarebbe ovviamente troppo lunga da trattare e su questo ci si potrebbe scrivere un intero libro, se già qualcosa del genere non è stato fatto. Quali sono secondo Lei i principali problemi, disguidi e incomprensioni che un novello scrittore può incontrare nel momento in cui si rapporta a una realtà editoriale e quali consigli si sente di dare?

MC: Questa domanda potrebbe avere mille risposte, tante sono le “insidie” che un giovane esordiente può incontrare prima di pubblicare. Innanzitutto il giovane autore, ma non solo, non deve aspettarsi mai niente dalla pubblicazione stessa. Purtroppo molti libri non hanno e non avranno  alcuna diffusione; le cause sono molteplici. E’ chiaro anche se non giusto, che nessuno andrà mai in una libreria a comprare un volume di poesie di una certa “Maria Rossi”, questo perché un nome sconosciuto, non attirerà mai l’acquirente così come il genere stesso è di “nicchia”, almeno nel nostro paese. Questo è uno dei motivi per il quale anche se la casa editrice manderà i libri del proprio autore a una certa libreria, questa si rifiuterà di accatastare libri che resteranno invenduti. Lo stesso vale per i libri di narrativa, troppe pubblicazioni, troppi scrittori, troppe case editrici che pur di stampare pubblicano di tutto anche quello che non andrebbe pubblicato. Ai giovani autori vorrei dire che prima di pubblicare a pagamento, se credono fermamente nella loro opera, di  provare a mandare la bozza del loro libro a più case editrici (saperle scegliere è fondamentale), insistere fino a quanto possono e di  non arrendersi ai primi no. Voglio ricordare loro, inoltre, che il cammino letterario è molto irto e faticoso, dove le ingiustizie nell’editoria si ripetono continuamente, ma è vero anche che è un settore dove la crisi ha fatto i suoi danni. Domandiamoci perché vendono e distribuiscono facilmente le storie autobiografiche di criminali, perché i nomi di artisti famosi (attori, calciatori, veline) fanno record di vendite e allora potremmo comprendere che la richiesta del pubblico è spesso dettata da curiosità e voyeurismo che non hanno nulla di intellettuale e di culturale. Vi sono più scrittori che lettori, siamo quasi al paradosso. Attenzione anche a quei concorsi letterari che promettono pubblicazioni gratuite nel caso di vincita; ce ne sono di veri e seri, ma ci sono anche specchietti per allodole. Ai giovani esordienti dico di leggere sempre bene, molto attentamente prima di firmare ogni contratto e soprattutto dico con affetto a questi giovani di scrivere comunque, di farlo principalmente per sé stessi e se son rose….

  

Firenze, 2 giugno 2013

 

[1] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e Penna, 2012, p. 14.

[2] Ibidem

[3] Wisława Szymborska, Elogio dei sogni, Milano, RCS per Corriere della Sera, 2011, p. 211.

[4] Paolo Ruffilli, La gioia e il lutto. Passione e morte per Aids, Marsilio, 2001, p.

[5] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[6] Paola Surano, La vita, in sottofondo, Terni, Agostino Pensa Editore, 2011, pp. 10-11.

[7]Paola Surano è nata a Busto Arsizio (VA) nel 1952. In quella città ha svolto per trentacinque anni la professione di avvocato. Scrive poesie e racconti dagli anni del liceo classico e ha “avuto il coraggio” di togliere le sue poesie dal cassetto solamente negli anni ‘90. Di poesia ha pubblicato Alla luce di un’unica stella (Ibiskos, 2000), La vita, in sottofondo (Pensa, 2011) e I giorni, le ore (Liberia Editrice Urso, 2012), La rosa in scatola (Libreria Editrice Urso, 2013) e di narrativa la raccolta di racconti Nell’anima/ nel mondo (Oceano Editore, 2000). Partecipa a vari concorsi di carattere nazionale, ottenendo lusinghieri riconoscimenti. E’ socia delle Associazioni “Amici dell’Umbria”, “Penna d’Autore” e “TraccePerLaMeta”. 

Lorenzo Spurio intervista il poeta Dante Maffia

LS: Ogni poeta ha un particolare legame con l’atto di scrittura, con le fonti della sua inspirazione e la “poeticizzazione” delle esperienze da lui vissute direttamente, perché in fondo la poesia è il genere più intimo e quello più appropriato per descrivere i propri drammi, le proprie debolezze o disagi o, al contrario, le proprie inclinazioni, passioni e sensazioni. Per Lei che cosa rappresenta la poesia, sia nell’accezione generale del termine che nel suo caso specifico di poeta ampiamente riconosciuto? Secondo Lei, quale è la funzione principale per cui essa tra passato, presente e futuro, continuerà ad appassionare e a “far confessare” gli animi sensibili?

DM: Per me la poesia rappresenta la fede e anche un atto dovuto all’eventuale lettore. Non so comunque se si tratta di “far confessare gli animi sensibili”, vedo il poeta piuttosto come un uomo capace di comprendere anche le contraddizioni e comprendere le voci del mistero. In questo senso, come diceva Nelo Risi, “il poeta è un supremo realista”.

  

LS: Sebbene Lei viva da molti anni a Roma, la sua terra d’origine, la Calabria, è vivissima in Lei sia per mezzo di un particolareggiato studio della letteratura calabrese e la produzione di un’ampia attività poetica in vernacolo, sia per mezzo di sue frequenti partecipazioni a conferenze e giornate culturali organizzate nella sua regione. La sua opera Papaciòmme, ad esempio, rivela questa volontà dell’io lirico di “calabresizzarsi” sia per ricordare momenti e ambienti cari alla sua esperienza con quella terra, sia per “dar voce” alle persone del piccolo centro dello Jonio e con la rappresentazione di farli vivere per donargli una sorta di immortalità. Sono in questo senso dei validissimi affreschi della varietà locale che danno spazio alla componente popolare e subalterna di quelle genti. Quanto è importante secondo Lei la letteratura dialettale e quali sono le principali ragioni per le quali viene oggigiorno considerata, in via generale, una letteratura di serie B?

DM:  Negli anni ‘70 e ‘80 si è discusso moltissimo di poesia in dialetto, sottolineando in dialetto rispetto a poesia vernacolare e poesia dialettale. Aveva cominciato Mario Sansone e hanno poi proseguito Titta Rosa, Ravegnani e Giacinto Spagnoletti. Questioni sottili, perfino arzigogolate, perché in genere chi adoperava il dialetto lo faceva per scolpire quadretti, descrivere scene di paese, dare voce ai grumi sociologici e antropologici delle comunità rurali o dei quartieri periferici delle città. E questa era senza dubbio versificazione e neppure poesia di serie B. Personalmente credo che non sarà mai il codice utilizzato a produrre poesia, tanto è vero che Sgruttendio, Basile, Porta, Padula, Belli, Di Giacomo, Giotti, per fare alcuni nomi, pur esprimendosi in napoletano, in milanese, in veneto, in romanesco e in calabrese hanno realizzato grande poesia. Non volevo assolutamente “dar voce alle persone del piccolo centro dello Jonio”, ero stanco un po’ del codice della lingua italiana e avevo bisogno di mutare registro e poiché conosco meglio la lingua del mio paese, più del greco, del latino e dell’inglese, me ne sono servito. Tutto qui. Ma con le intenzioni (alcuni dicono che ci sono riuscito, come Tullio De Mauro, Angelo Stella, Claudio Magris) di scrivere poesia senza aggettivazioni e connotazioni limitate.

  

LS: Ho notato nella Sua poetica un continuo riferirsi alla natura, sia animale che vegetale, quasi che è difficile trovare una lirica dove non ci sia un animale, un fiore, un verso, il vento che lambisce le foglie. Ho pensato che l’attenzione e la varietà con cui intesse le sue poesie di questo sentimento panico abbia a che fare con il suo profondo legame con la terra natia, una zona certamente florida sotto questo punto di vista e ricca di varietà di ecosistemi. In maniera particolare ho notato la presenza di due specie che ritornano spesso: per la specie animale è il geco, mentre per la specie vegetale è la ginestra. Potrebbe dirci il perché e spiegarci il significato che attribuisce a queste due forme vitali?

DM: I gechi mi hanno fatto compagnia fin da quando ero bambino. C’erano alcuni muri ciechi, al mio paese, che certe sere erano tappezzati di questi animali. E si faceva addirittura (i bambini sono feroci) il tirassegno con le fionde. Dunque erano presenze quotidiane alle quali si attribuivano molte dicerie, perfino leggende. Di conseguenza fanno parte di un armamentario consueto, della mia immaginazione.  Le ginestre, con il loro scoppio giallo, ravvivavano il paesaggio brullo e portavano la primavera. La festa del colore mi esaltava. Quando ho utilizzato (spesso, come lei ha notato) il geco e la ginestra non mi ero proposto nessuna particolare metafora, erano presenze interiorizzate. Poi Leopardi mi illuminò.

  

LS: Nel corso degli anni ha avuto l’occasione di conoscere grandi esponenti della letteratura italiana e internazionale e di collaborare a vario titolo con loro. Tra i vari nomi noto ad esempio Calvino, Moravia, Alda Merini e tanti altri. I suoi esordi furono inaugurati da una silloge di poesia dal titolo Il leone non mangia l’erba che venne prefata da Aldo Palazzeschi definito da Enrico Ghidetti “il patriarca delle avanguardie novecentesche”[1] e di certo si ravvisa un chiaro “palazzeschismo” in molte delle sue liriche più camaleontiche ed elettriche come pure in quelle che cercano di definire la figura del poeta nella società: lei scrive, infatti, “E non continuate a domandarmi chi sono”[2] che tanto riecheggia i versi iniziali[3] della poesia “Chi sono?” del famoso poeta futurista. Può condividere con noi qualcosa sulla conoscenza, il rapporto professionale e amicale con Palazzeschi e ricordarci quali furono le principali ragioni del suo “avallo letterario”?

DM: Non so se io sia palazzeschiano o gozzaniano (ho notato, negli anni, che i critici in genere attribuiscono qualità simili (pascoliano, montaliano, petrarchesco, eccetera) a seconda delle loro letture personali e quasi mai su dati obiettivi, su indagini verificate a tutto tondo. Io eviterei quelle che Tommaso Campanella chiamava i madornali abbagli dei filologi che si fermano a discutere su una parola, un’espressione, un aggettivo. Tutti i poeti, di tutti i tempi e di tutti i paesi del mondo, si sono continuamente fatti la domanda “Chi sono?”. E’ importante la risposta che si sono dati. Quanto alle ragioni dell’avallo di Palazzeschi ho poco da dire poco. Gli portai un mannello di versi che avevo intenzione di pubblicare e gli chiesi di scriverne. Mi disse che l’avrebbe fatto solo se si fosse convinto del loro valore. La prefazione c’è. Tutto qui.

 Maffia-a-Frascati

  

LS: La poetessa americana Sylvia Plath (1932-1963), considerata assieme ad Anne Sexton (1928-1974) e Robert Lowell (1917-1977), un’esponente di spicco della cosiddetta “poesia confessionale” diffusasi nella prima metà del ‘900, rappresentò di certo una grande penna che, però, per il suo tempo fu probabilmente incompresa e addirittura snobbata. Lo sviluppo della psicanalisi prima e dei vari studi di settore poi, negli anni diedero modo alle persone depresse –considerate fino ad allora affette da un male invisibile, dunque inesistente- di intraprendere un percorso terapeutico di analisi volto al rafforzamento del proprio sé cosciente. Le poesie della Plath ancora oggi vengono assunte come preghiere strozzate formate da versi dove si susseguono parole apparentemente astruse e scollegate, delle implicite richieste d’aiuto e come manifestazione concreta di quel mal di vivere fatto di apatia, desolazione e depressione, di cui il secolo scorso fu concausa. Di seguito Le propongo la poesia “Paralitico”[4] di Sylvia Plath, sulla quale sono a chiederLe un suo commento personale.

 

Succede. Continuerà? —
Il mio cervello una pietra,
senza dita per afferrare, senza lingua,
il mio dio il polmone d’acciaio
 
che mi ama, pompa
i miei due
sacchetti di polvere dentro e fuori,
non mi consente
 
ricadute
mentre fuori il giorno scorre via come nastro perforato.
La notte porta violette,
arazzi d’occhi,
 
lui,
le anonime voci
sommesse: “Tutto bene?”.
L’inaccessibile seno inamidato.
 
Uovo morto, giaccio
Intero
Su un intero mondo che non posso toccare,
al bianco, teso
 
tamburo del mio giaciglio
mi vengono a trovare le fotografie —-
mia moglie, morta e piatta, in pellicce anni ’20,
la bocca piena di perle,
due ragazze,
piatte come lei, che bisbigliano: “Siamo le tue figlie”.
Le acque ferme
mi avvolgono le lebbra,
 
gli occhi, il naso, le orecchie
cellophane
trasparente che non posso spezzare.
Disteso sulla schiena nuda
 
sorriso, un buddha, tutti
i bisogni, i desideri
mi cadono di dosso come anelli
stretti alle loro luci.
 
L’artiglio
della magnolia,
ebbra dei suoi profumi,
non chiede nulla alla vita.

 

DM: Evito sempre di commentare una singola poesia, a meno che non debba fare una lezione di carattere tecnico. I poeti mi interessano nella loro globalità, non in particole, e dunque non mi sento di azzardare un discorso per sineddoche. Sarebbe come descrivere una donna di cui si è magari innamorati soffermandosi soltanto sulle sue braccia o sui suoi capelli. Mi dispiace, io le donne le guardo nel loro insieme, nel portamento, nel loro atteggiamento e poi scendo ai dettagli. Non credo che in una breve intervista ci sia lo spazio per un’analisi vasta e particolareggiata. La Plath è una grande poetessa e non va sciupata misurando la sua metrica, il suo stile, il suo contenuto riferiti a un solo testo. Le farei un torto e lo farei a chi mi legge, anche perché la lirica è in traduzione. Dico soltanto che si tratta di una bella lirica, sofferta e coinvolgente, specchio di una condizione umana vissuta con dolore e visionarietà.

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo è della sua corregionale Fausta Genziana Le Piane[5]. La poetessa si è occupata attivamente anche di letteratura francese, narrativa breve, critica d’arte e giornalismo e di letteratura calabrese come testimonia la sua opera Artisti calabresi a confronto (Carta e Penna, 2009). La poesia che Le propongo in lettura per un commento è intitolata “Resta, poeta”[6]:

 

Rimani
parola scritta
ed essenza divina.
Resta
senza voce
né sguardo
senza fine
né limite.
 
Poeta
cavalca con me
sul dorso
del falco smeriglio,
imprimi
la silenziosa notte
di versi vagabondi
che,
emersi dalla nebbia,
hanno aspetto di isole
su un mare lattiginoso.
 
Poeta
visita con me
antiche brughiere,
per scoprire nuovi sentieri
e creare nuovi paesi.

 

DM: Conosco molto bene la poesia di Fausta Genziana Le Piane, poetessa che stimo molto per la sua serietà, per il suo impegno, per la passione che mette in ogni sua azione, per la generosità che, fuori da egoismi, si prodiga per far conoscere e valorizzare gli altri. Un raro esempio di altruismo in un mondo sempre più chiuso e ferocemente attaccato al proprio io. Ho una raccolta di oltre seicento testi di poeti sulla poesia, sul poeta, sulla parola e questo di Fausta è tra questi perché ha saputo definire il poeta con molta originalità andando a scavare nel profondo dell’anima, soprattutto attuando una vera e propria preghiera in versi che invita chi scrive a uscire dai soliti confini e d’affacciarsi sul mondo “per scoprire nuovi sentieri / e creare nuovi paesi”. Ecco, il poeta deve portare verso il futuro e Fausta ha saputo dirlo con estrema dolcezza e con semplice ma determinata forza.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia del poeta fiorentino Massimo Acciai[7] intitolata “L’onda anomala”[8] sulla quale sono a chiederLe un commento:

 

Da bambino la sognai
la desiderai
la contemplai
simile alle onde innocenti
ma smisurata
capace di spazzar via
in un istante
questa noia infinita.
 

DM: Che dire? L’onda anomala dovrebbero sognarla tutti i poeti, altrimenti non sono tali e dormono dentro assuefazioni inutili e obsolete. In otto versi brevi Acciai sintetizza questo pensiero e lo fa con pulizia, senza strascichi retorici.

  

LS: Uno degli utilizzi più praticati della poesia è quello dell’impegno civile, ossia una poesia che si dedica al ricordo, commemorazione, protesta e analisi degli eventi storici, politici, sociali di rilevante importanza del singolo in quanto parte della comunità. Quanto secondo Lei è importante condividere questa prospettiva d’esegesi e coltivare questo tipo di scrittura nei nostri giorni in cui siamo subissati di problematiche che derivano prevalentemente dalla precaria situazione economica? Lei si considera un esponente di questa branca della poesia?

DM: Spurio, mi perdoni, io non mi considero esponente di nessuna branca, non mi piace il gregge e non mi piace essere letto attraverso le lenti generiche di scuole o di tendenze. La poesia civile è una brutta gatta da pelare e spesso, quando è programmatica, diventa retorica, comizio, ideologia, pesante, noiosa e priva di quel quid imponderabile che dà le ali alla parola. Qualcuno c’è riuscito a fare poesia civile, per esempio Ugo Foscolo, ma si tratta di casi rari in cui immediatamente c’è un riscontro di carattere sociale e politico, ovviamente inteso in senso aristotelico. Io, comunque, ho un’idea diversa, ritengo che tutta la poesia, quella vera, anche quella più decisamente lirica, sia poesia civile e per il semplice fatto che nei grandi poeti l’estetica si tramuta miracolosamente in etica e quindi in programma di vita.

 

LS: La recente elezione del nuovo Pontefice ha generato grande entusiasmo all’interno della comunità religiosa e laica che vede nel nuovo Capo della Chiesa Cattolica un animo solare, umile e profondamente riformista. Qual è il suo pensiero sul nuovo Pontefice e quali pensa siano le questioni sulle quali la Chiesa oggigiorno non può più esimersi di affrontare per fuoriuscire dall’anacronismo che troppo a lungo l’ha contraddistinta?

DM: Non m’intendo di questioni squisitamente religiose o comunque attinenti alla storia della Chiesa cattolica.  Il regno dei cardinali (adopero di proposito la parola regno) è complesso, lontano dalle nostre conoscenze e quindi comprendere le ragioni per cui viene eletto uno a fare il papa anziché un altro esce dalla mia giurisdizione. Dovrei fare ipotesi giornalistiche (ne sono state fatte tante) e non mi sento di farle. Dico che la simpatia di Papa Francesco è autentica e strumentale insieme e che l’essere italo-argentino contribuisce a renderlo aperto. Sono stato a lungo in Argentina e ho conosciuto il calore di quel popolo. Comunque la Chiesa sa da sé in che direzione andare e lo fa sempre al momento opportuno. Non è casuale che imperi da duemila anni.

  

LS: Cosa ne pensa della pratica ormai molto diffusa dei premi letterari organizzati da case editrici medio-piccole spesso senza il valido supporto di centri di cultura, associazioni o enti patrocinatori locali, che si impegnano a dar visibilità agli autori vincitori mediante l’inserzione del testo in antologia e, talvolta, garantendo la pubblicazione di una silloge presso detta casa editrice? Si tratta di uno specchietto per le allodole o può essere effettivamente un modo per l’esordiente per “uscire dal guscio” e immetterlo in un serio cammino letterario?

DM: Lasciamo che ognuno faccia il gioco che più lo diverte o più lo ripaga. Credo che tutti i mezzi siano buoni per farsi conoscere e perciò ben vengano i premi letterari che permettono di conoscere gente, di fare amicizia, di scambiarsi libri e pareri. Molto andrà perduto, la zavorra affonderà, senza che nessuno si debba preoccupare se alcuni sopravanzano gli altri grazie al loro potere nella vita civile (ambasciatori, deputati, ministri, dirigenti di banche e di aziende, industriali e figli di industriali, eccetera). Se son rose fioriscono, perché ancora c’è qualche critico serio, qualche lettore autentico. Per uscire dal guscio qualsiasi mezzo è lecito, purché usciti dal guscio non ci si senta arrivati e corazzati, già eterni come una tomba di marmo cesellato. La sfida è con il divenire, con le mutazioni restando uomini integri, affidandosi alle parole della verità.

 

Roma, 8 maggio 2013

[1] Prefazione di Enrico Ghidetti a Dante Maffia, La strada sconnessa, Bagno a Ripoli (FI), 2011, p. 7.

[2] Dante Maffia, La strada sconnessa, Bagno a Ripoli (FI), 2011, p. 88.

[3] Aldo Palazzeschi in questa popolarissima lirica esordisce con «Son forse un poeta?» per concludere, dopo una variegata e curiosa analisi sul suo stato di artista, che non è altro un «saltimbanco dell’anima mia», ossia un giocoliere, un gioioso acrobata che fa arte per suo diletto, prima che di quello degli altri. Maffia, invece, descrive il poeta come colui che tanto si ingegna per costruire qualcosa finendo, però, per constatare la nullità del suo operato: «Fare paragoni e inventare metafore/ sembra essere l’esercizio da realizzare/ dai poeti, i nullafacenti», in Dante Maffia, La strada sconnessa, Bagno a Ripoli (FI), 2011, p. 87.

[4] Sylvia Plath, I capolavori di Sylvia Plath, Milano, Oscar Mondadori, 2004, pp. 161-163.

[5] Per maggiori informazioni sulla poetessa si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lei dedicato.

[6] Fausta Genziana Le Piane, Gli steccati della mente, Torino, ALI Penna d’autore, 2009, p. 18.

[7] Massimo Acciai è nato a Firenze nel 1975. E’ poeta, scrittore, paroliere e grande amante del genere fantascientifico. Nel 2003, assieme a Francesco Felici, ha fondato la rivista di letteratura e cultura varia Segreti di Pulcinella dove hanno scritto penne celebri quali Massimiliano Chiamenti, Maria Lenti e Mariella Bettarini. Per il genere poesia ha pubblicato Esagramma 41 (Faligi, 2013) oltre a un nutrito numero di poesie su riviste e in antologie. Per la narrativa ha pubblicato, invece, La sola absolvita/L’unico assolto (e-book italiano-esperanto, Faligi, 2009), Sempre ad est (Faligi, 2011), Un fiorentino a Sappada (Lettere Animate, 2012) e La nevicata e altri racconti (Montag, 2013). Per la saggistica ha pubblicato assieme a Lorenzo Spurio La metafora del giardino in letteratura (Faligi, 2011).

Collabora alle riviste L’area di Broca ed Euterpe, di quest’ultima è il coordinatore ufficiale.

[8] Massimo Acciai, Esagramma 41, Quart (AO), Faligi, 2013, p. 30.

Tre poesie del giovane poeta “labirintista” Mariano Menna

IL CREPUSCOLO
 
Muore lentamente tra le acque un bagliore:
è fuoco che si spegne all’imbrunire.
La luce indietreggia al cospetto del tempo, 
s’inchina alla notte, elegante signora,
lasciando nel buio le sue lacrime lucenti:
lucciole cosmiche che danzano nel cielo.
Nell’immensa quiete crepuscolare
prendono vita i melanconici pensieri,
infinite tracce dell’umana ragione:
la loro notte calerà col nuovo giorno,
con il risveglio di spaventosi automi,
con i rumori del quotidiano incedere.
 
 
 
Le piogge su Belgrado
 
Piove sulle mie speranze di libertà,
su ciò che rimane della mia felicità,
su questo fallito con in testa un tirolese
che sembra leggero per il freddo di ogni mese.
 
Piove su una Belgrado devastata dalla guerra,
la mia città crolla per il dominio di una terra,
che non porterà niente nelle tasche dei signori,
semmai rovinerà un uomo e fin troppi straccioni.
 
Odo una melodia che quasi combatte con le urla:
è lieve e ben nascosta, ma riesco ad ascoltarla.
Rinnega il senno dell’uomo che lo sfrutta con l’istinto,
perché una bomba a mano non basterà a salvarlo.
 
Uno zingaro è il signore di queste soavi note:
almeno per un giorno curerà le altrui ferite.
Una rossa fisarmonica asseconda le sue dita,
rinnovando nella morte le sue speranze di vita.
 
 
 
 
Il labirinto dei rimorsi 
 
L’umana debolezza, col  flusso di coscienza ,
scolpisce e non cancella i troppi errori erranti,
 che vagano nell’ombra, tra gemiti assordanti,
nel labirinto oscuro che non reca provenienza.
 
Rimorsi che divorano le membra senza indugi,
son bestie della mente, come cani randagi,
 scatenano la forza dei più cruenti naufragi:
non servono ripari, non servono rifugi.
 
La notte apre le porte al dedalico presagio,
scalfisce le barriere illusorie di ogni cuore;
sei schiavo del tuo giorno,  del tacito rumore:
come Teseo, da solo, dovrai trovar coraggio.
 
 


Mariano Menna è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. E’ iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia “La ballata del vagabondo”.  Nel  2013  ha pubblicato due raccolte di ???????????????????????????????poesie  “La grande legge” e “ La pagina bruciata”, entrambe edite da Marco Del Bucchia rispettivamente a maggio e novembre; è risultato secondo classificato nella sezione “Giovani” del concorso Nazionale “Città di San Giorgio a Cremano” con la lirica  “Iris” ;  E’ membro cofondatore della corrente  artistico-letteraria del Labirintismo, il più grande movimento d’avanguardia del 2000 con più di 200 iscritti. Nel 2014  si è classificato al 3°posto nella 5^ edizione del premio letterario internazionale “Le parole dell’anima” Città di Casoria (NA)  con il libro di poesie “ La pagina bruciata”  ;al 2° posto alla IX edizione del Premio Artistico – Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic con l’inedita “ Il crepuscolo”. E’ stato inserito nelle antologie   “Poesia per Dio” , curata dalla casa editrice “La Ziza” con la poesia inedita “La scelta” (marzo 2014)   e “Fondamenta instabili”, curata da deComporre Edizioni. Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come  “ L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa,  “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini,  “ La distensione del verso” di Sandra Evangelisti,  “ Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo.

Un Premio per opere edite di poesia intitolato alla poetessa milanese Antonia Pozzi

strip evento FB

I PREMIO LETTERARIO NAZIONALE PER OPERE EDITE DI POESIA “ANTONIA POZZI”

L’Associazione Culturale TraccePerLaMeta in collaborazione con la Rivista di Letteratura “Euterpe” organizza la I Edizione del Premio Letterario Nazionale “Antonia Pozzi” per opere edite di poesia.

 

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.
 
Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
….
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.
 
(ANTONIA POZZI, da “Preghiera alla Poesia”)

 

REGOLAMENTO

 

1)     Il Premio Letterario è aperto a tutti i poeti -italiani o stranieri- che abbiano pubblicato una silloge poetica in lingua italiana. Uniche escluse alla partecipazione sono le sillogi poetiche pubblicate da TraccePerLaMeta Edizioni.

 

2)     La silloge poetica dovrà essere stata pubblicata a partire dal 2000 e dovrà essere regolarmente dotata di codice identificativo ISBN (non verranno accettate opere pubblicate da tipografie senza l’attribuzione di detto codice).

 

3)     Si partecipa con una sola opera per autore, da inviare in 3 copie con allegata scheda di partecipazione compilata in ogni sua parte (in calce al presente bando) e la ricevuta della quota di partecipazione (vedi punto 4).

 

4)     Quale quota di partecipazione è richiesto un contributo di 20€ che dovrà essere inviato secondo le modalità descritte al successivo punto 6.

 

5)     Il contenuto delle opere deve essere moralmente responsabile; non deve offendere i valori etici, culturali e religiosi, pena l’immediata eliminazione.

 

6)     La quota potrà essere pagata secondo una delle seguenti modalità (in ogni caso la ricevuta del pagamento andrà inviata assieme al plico con i libri):

 

Bonifico bancario – IBAN: IT 76 I 03488 22800 000000035330

INTESTAZIONE: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

CAUSALE: “Premio Letterario Nazionale Antonia Pozzi”

 

Bollettino postale – C/C POSTALE: 1004217608

INTESTAZIONE: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

CAUSALE: “Premio Letterario Nazionale Antonia Pozzi”

 

Paypal – Mail: postmaster@tracceperlameta.org

CAUSALE: “Premio Letterario Nazionale Antonia Pozzi”

 

7)     Le opere inviate non verranno restituite. Al termine del concorso esse verranno donate ad alcuni centri penitenziari italiani e rese disponibili alla lettura e al prestito all’interno di dette strutture. Saranno indicati in un secondo momento le destinazioni specifiche previste per i libri in oggetto.

 

8)     La Giuria del Premio, composta da una rosa di poeti, scrittori e critici letterari i cui nominativi saranno resi noti il giorno stesso della cerimonia di premiazione, nominerà un primo, secondo e terzo vincitore assoluto. A sua discrezione, la Giuria potrà altresì individuare altri riconoscimenti quali menzioni d’onore e segnalazioni particolari.

 

9)     La scadenza per poter partecipare al concorso è fissata improrogabilmente per il giorno
30 luglio 2014. Per l’invio dei libri farà fede il timbro postale.

 

10)   L’organizzazione del Premio declina ogni responsabilità per disguidi, smarrimenti, furti e ogni altro tipo di disagio imputabile al servizio postale. Al corretto ricevimento delle proprie opere, la segreteria del Premio invierà, comunque, una e-mail di corretta ricezione del materiale.

 

11)   Le opere, assieme al foglio contenente i propri dati personali e la ricevuta del pagamento, andranno inviate a:

 

Premio Letterario Nazionale “Antonia Pozzi”

Associazione Culturale TraccePerLaMeta

Casella Postale n.29

21018 Sesto Calende (VA)

 

12)   I premi consisteranno in:

1° premio: diploma, targa e pubblicazione gratuita di un nuovo libro di poesia (60 facciate, 50 copie) con TraccePerLaMeta Edizioni.

2° premio: diploma, targa e pubblicazione gratuita di un nuovo libro di poesia (massimo 30 poesie) in formato e-book.

3° premio: diploma, targa e buono di 50€ di spesa nel negozio online di TraccePerLaMeta Edizioni.

 

13)   I premi dovranno essere ritirati personalmente o con delega dai vincitori. In mancanza del vincitore o di un suo delegato i soli diplomi e targhe potranno essere spediti a domicilio previo pagamento delle relative spese di spedizione.

 

14)   Tutti i partecipanti al concorso avranno diritto a ricevere il loro attestato di partecipazione il giorno della premiazione. Lo stesso potrà essere inviato per posta, dietro pagamento delle relative spese di spedizione.

 

15)   La cerimonia di premiazione avverrà nel mese di Novembre 2014. Data e luogo saranno tempestivamente comunicati ai vincitori e saranno avvisati tramite e-mail tutti i partecipanti al concorso. Tutte le altre comunicazioni inerenti le operazioni di valutazione della Giuria saranno inviate ai partecipanti a mezzo posta elettronica, con l’invito di seguire anche il sito dell’Associazione al suo indirizzo http://www.tracceperlameta.org

 

16)   La partecipazione al Concorso implica la completa accettazione del relativo regolamento in ogni sua parte.

 

Info: info@tracceperlameta.orghttp://www.tracceperlameta.org

 

 

  

I PREMIO LETTERARIO NAZIONALE PER OPERE EDITE DI POESIA “ANTONIA POZZI”

 Scheda di Partecipazione al Concorso

 

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura e il tutto va inviato nel plico assieme ai libri.

 

Nome/Cognome _____________________________________________________

Nato/a ________________________________ il ___________________________

Residente in via _________________________Città________________________

Cap __________________ Provincia ________________Stato________________

Tel. _______________________Cell.____________________________________

E-mail ________________________Sito internet: _________________________

 

Partecipo al Concorso con la silloge poetica dal titolo

 

________________________________________________________

 

Pubblicata nel __________ da _________________________________

 

Numero di pagine ______________ codice ISBN ___________________

 

 

 

 

Firma______________________________ Data _______________________

 

 

 

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.

 

 

 

Firma______________________________ Data __________________________

Lorenzo Spurio intervista il poeta campano Ugo Piscopo

LS: La critica ha analizzato la sua ampia produzione poetica come un colloquio tra classicità e modernità e come una curiosa altalena tra continuità ermetica e affiliazione allo spirito “elettrico” delle avanguardie. Per la componente della poetica classica sono stati sottolineati nelle sue liriche sabismi e montalismi in linea con una poetica di tipo elegiaca e dal tono sofferente ripiegato sull’animo dolente dell’uomo. Si ravvisa, però, anche una sua vicinanza ai nuovi fermenti letterari delle cosiddette neo-avanguardie e un’assonanza con lo spirito del gruppo’63 e la categoria dei poeti ricordati come i “nuovissimi”. Può parlarci di questa fase letteraria italiana e dirci quanto è stata importante per la sua formazione di poeta nel corso degli anni?

UP: Preciso subito i miei rapporti col lessico: sia “classicismo” sia “modernismo”, li tengo in sospensione. Non è perché mi facciano venire le allergie, ma ne faccio uso con estrema cautela. Ben altro è il rapporto con “classicità” e “modernità”, che sono referenti valoriali in cui credo. E credo soprattutto nella forza dei loro scambi sinergici, come ci hanno creduto nel Novecento Quasimodo e Sanguineti, Yeats, Eliot e Rilke, Savinio e Bontempelli, e prima ancora (andando à rebours) Baudelaire, Shelley, Keats e Byron, Goethe e Novalis e tanti altri. Con la neoavanguardia e con i movimenti sperimentali del secondo Novecento, sono stato compagno di strada, ma in totale autonomia. Avrei dovuto essere a Palermo per la costituzione del Gruppo 63 e conservo ancora una cartolina di invito di Luciano Anceschi. Con Edoardo Sanguineti, c’è stata amicizia. Ha recensito dei miei libri, una volta per dodici settimana di seguito mi ha mandato una cartolina illustrata, ha scritto per una collana da me diretta un volume[1], e, quando è scomparso, stava scrivendo un  volume dedicato a Salerno sempre per la stessa collana.

  

LS: Anche la sua attività di acuto saggista è stata rivolta a testi/autori appartenenti a generazioni innovative catalogabili all’interno delle cosiddette “avanguardie storiche” quali il futurismo e il surrealismo. Si è dedicato, ad esempio, a studiare Alberto Savinio[2] che fu, assieme a Tommaso Landolfi, l’esponente di spicco del surrealismo italiano votato all’indagine dei recessi dell’io tra il fantastico, il misterioso e il perturbante. Tra gli altri studi che ha condotto va ricordato anche un saggio su Massimo Bontempelli[3], padre del cosiddetto “realismo magico”. Può parlarci della sua fascinazione nei confronti delle avanguardie e del suo rapporto con poeti e scrittori che appartennero a questo filone?

UP: Nella mia produzione saggistica, futurismo e surrealismo occupano uno spazio notevole. Oltre a quanto pubblicato, ho un articolato e polposo volume (che resterà inedito) concernente il profilo del surrealismo in Italia. Ho anche un contratto, che finora non ho onorato, con la Casa editrice Guida di Napoli per una rivisitazione del surrealismo alla luce della sensibilità e delle mitologie del mondo contemporaneo. Ma, oltre all’avanguardia storica, ho studiato anche movimenti, situazioni e autori di indirizzo sperimentale del secondo Novecento. Per tale aspetto, rinvio alla mia produzione critica riguardo al settore delle arti figurative: ho scritto volumi, curato cataloghi e mostre concernenti l’informale, l’astratto geometrico, il postmoderno, sono stato responsabile per la critica d’arte di “Paese Sera”, redazione di Napoli. In questi giorni, è comparsa in vetrina una mia robusta monografia[4], dove si analizza lo svolgimento di un significativo artista sperimentale attraverso la specola delle interrelazioni fra individuo e ambiente e fra Napoli e il mondo contemporaneo nella seconda metà del secolo scorso e nei primi anni del nuovo secolo.

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LS: William Butler Yeats (1865-1939), poeta irlandese, vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1933. E’ considerato, assieme a Virginia Woolf e James Joyce, uno dei padri del modernismo inglese, quella fase poetica anglosassone più aderente alle problematiche ed esigenze dell’uomo, che sviscerò il disagio psichico e per la prima volta smitizzò la coscienza dell’artista per renderla, invece, materia dalla quale partire per fare letteratura. Le propongo qui una sua poesia intitolata “I vecchi che si ammirano nell’acqua”[5] per chiederle una sua interpretazione personale:

 Ho udito i vecchi, i vecchissimi, dire:
«Tutto muta,
E a uno a uno noi scompariamo»,
Avevano mani simili ad artigli, e le ginocchia
Contorte come i pruni antichi
Presso le acque.
Ho udito i vecchi, i vecchissimi, dire:
«Tutto ciò che è bello trascorre via
Come le acque».

 

UP: All’irlandese Yeats dedicai trentenne (1964) una conferenza presso l’Istituto Italiano di Cultura di Tripoli, nella città dove mi trovavo per conto del Ministero degli Esteri, Relazioni culturali con l’estero. A lui e all’Irlanda del primo Novecento (in particolare, a Joyce) mi piace pensare di frequente. La composizione qui proposta è deliziosa, avvolgente e comunicativa e appartiene meno al filone yeatsiano sperimentale che a quello simbolista-visionario, che si costituisce su una cifra ermeneutica tutta personale di interrogazione degli aspetti primari dell’esistenza, per ricavarne spunti di riflessione sulla storia e sul destino dell’uomo. Il quale, come soggetto attivo delle contraddizioni e degli intrecci di tensioni vitali, diventa icona di una condizione patica di verifica dell’esser-ci. In questi versi, estremamente trasparenti ed essenziali, il dramma esistenziale si cala in toccate e fughe lievi e allusive sulla liquida mobilità del vivere, sottolineata da “presso le acque” e “come le acque”. Sul bordo delle acque sono collocate statuariamente delle sculture umane di figure lavorate dal tempo con «mani simili ad artigli» e «ginocchia contorte come pruni antichi». Intanto, nell’atmosfera attorno fluiscono parole, narrazioni brevi sul senso del tutto: «tutto muta», «tutto ciò che è bello trascorre via».  

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un’analisi è “Fior di cactus” tratta dalla silloge La grazia di casa mia[6] del poeta di origini brasiliane Julio Monteiro Martins[7]:

Cambiali e minotauri,
saturnali e minestroni,
angurie e folgorazioni.
 
Soldi e versi.
 
Tristi accoppiamenti.
 
E intanto
arrivano bollette
e il poeta soffre.
 
La vita intera
sull’orlo dello sfratto.
 
Gli spazi chiusi
sempre instabili,
Le pareti costano.
 
Al poeta povero,
sgradito ai proprietari,
respinto dalle mura,
resta l’aperto.
L’addiaccio.
 
 
Sulla mia vita
all’aperto
ve ne racconto una,
gratis come sempre.
 
Esiste un luogo
dove non c’è televisione
e non arrivano giornali.
È una sorta di deserto.
È bello visitarlo all’alba
quando fioriscono i cactus.
 
Lì ho conosciuto
l’ironia vegetale.
Il cactus più brutto
è quello dal fiore più bello:
un gigantesco giglio,
profumato,
variopinto,
che si apre solo all’alba.
Si capisce.
Da quelle parti
il sole è così ardente
che il fiore
non ha scelta
e deve rimanere chiuso
per tutta la giornata.
 
Ma state tranquilli.
Trattenete pure
le interpretazioni.
Questa storiella
non è una metafora
della miseria del poeta.
 
È soltanto un ricordo.
Un richiamo forse.
Una fitta.
Una piccola cosa,
mentale
e inestimabile.

 

UP: Non conosco l’autore di questa poesia. E’ la prima volta che leggo dei suoi versi. Intanto, questa composizione non mi lascia indifferente con la sua immediatezza comunicativa, con le sue movenze rapide, pressoché sussultorie, con gli umori sarcastici e lievemente dissacratori tenuti sotto controllo, ma garbatamente, giocosamente lasciati trasparire in superficie. L’autore non si pone frontalmente nei confronti di chi legge o ascolta, anzi si colloca da quest’altra parte della scena, come uno del pubblico, col quale ha il piacere di colloquiare provocatoriamente con allegra tristezza di dietro o lateralmente. Entro questo scenario, si viene progressivamente formando un’atmosfera di perplessità e di attesa su stigmi di una modernità tutta cose e contraddizioni, che non concedono spazi all’evasione, alle regressioni, alle confortanti rassicurazioni. Il linguaggio fatto di concretezza e di oralità, tuttavia, non si nega al momento magico dello stupore, quando al centro di una condizione di rudezze esperienziali si apre improvvisamente un varco all’apparizione dell’inatteso, del diverso, quel fiore di cactus, che è una delizia, proveniente dalla pianta più ostica e retrattile, che è il cactus.

 

 LS: Di seguito, invece, Le propongo la poesia “Il drago infuocato”[8] della poetessa Anna Maria Folchini Stabile[9]:

 

Un fiume di parole si inseguono
nell’aria ferma
che si fa di ghiaccio.
Pensieri e visioni di passato rotolano sul presente,
eruttati dall’urna di cristallo.
 
Il vuoto,
il rammarico
riempiono, poi, il cuore
di infinita e sconsolata
 
Meglio sarebbe stato inghiottire il drago adirato
con tutto il suo pennacchio di fumo…

 

UP: Egualmente, come già per Julio Monteiro Martins, devo segnalare che adesso per la prima volta sto prendendo contatto con la scrittura di Anna Maria Folchini Stabile. Trovo anche questa composizione significativa. Essa mi mette a contatto con una voce che, in una stanza illuminata dalle pareti lisce e rigorosamente prive di ornamentazioni e altre aggiunzioni, sul filo di una disciplinata pazienza, evoca situazioni in cui il complessivo e la complessità stessa si assoggettano a processi e a linee di essenzializzazione. Lo stile è del suggerimento e della confidenzialità estremamente sobri, se non cauti. Poi, improvvisamente avviene uno scarto, un’impennata. Mentre, il discorso stava avvolgendosi tutto all’interno di una stanza di castigata meditazione, il cavallo dell’immaginazione balza oltre l’ostacolo. Un guizzo, un salto e via… Non a caso anche la poetessa adopera i puntini sospensivi, per suggerire a chi legge che di là in poi deve correre (collaborativamente) con la sua fantasia e immaginare quello che oggi potremmo chiamare il sequel, che sta diventando sempre più tema ricorrente nei dibattiti e sui media.

  

LS: La sua prima silloge, Catalepta, appare al lettore come una prima summa di esperienze con il mondo viste con uno sguardo mesto e leggermente sofferente; va rintracciando, infatti, quelle che sono le amarezze, le “fragili speranze”, la debolezza (intendiamo fisica, ma anche morale) degli uomini, i dolori della guerra e della dittatura («ci sono ancora le camice nere»[10]) e ne fuoriesce a tratti un’indagine di carattere crepuscolare che, però, rifugge ciascuna forma di vittimismo dopo aver preso coscienza che la vita, pur gravata da dolore, è importante e va rispettata e considerata il dono più grande in nostro possesso. Nella penultima lirica della raccolta, intitolata “Vita”[11], scrive appunto:

 

Guazzando in una pozza
di luce
affondo le mani
Son vivo.
Riconosco la  vita
in quel poco di carne
che noi soffriamo
caldi d’un soffio oltramondano.

 

Può dirci come è nata questa poesia e quanto secondo Lei è importante il dolore, la sua percezione e contestualizzazione, come elemento esperienziale nel percorso dell’uomo?

 

UP: Prima qualche precisazione su questa poesia: la scrissi negli anni universitari, quando ero molto suggestionato dai classici antichi e moderni, a cominciare dagli autori greci (soprattutto, i lirici e i tragici). Tra i moderni, incalzavano particolarmente Leopardi, Baudelaire e Rimbaud, Ungaretti e Quasimodo, i romantici inglesi, Lorca e Guillén. Sul piano del pensiero, l’attenzione era assorbita dalle interrogazioni sull’esistenza che vanno da Kierkegaard a Sartre. Passiamo, poi, al dolore. Già, il dolore, il sale della vita. Chiediamolo a Montaigne, a Leopardi. Attraverso questo filtro, acquistiamo senso nel mondo e diamo senso ai nostri rapporti col mondo. La sua esperienza è, dunque, condicio sine qua non di partecipazione e dell’acquisto di consapevolezza della partecipazione a una situazione generale in divenire in una condizione, purtroppo, di individualità mortale, di limitatezza e parzialità che si vorrebbe ricongiungere al tutto. Sul diagramma del dolore registriamo la nostra storia, l’avventura della nostra presenza. Il dolore, però, rispetto alla poesia e all’arte è un primum soltanto. Non è col dolore che si fa poesia, ma con le parole, come dice Valéry. Con la scrittura, come sostiene Derrida.

  

LS: Una delle sue opere maggiori è considerata Quaderno a Ulpia, la ragazza in mantello di cane (Guida, 2002) che è completamente ispirata e dedicata alla sua compianta cagnetta, legata a lei da un rapporto molto stretto. Il libro, oltre ad apparire come un lungo canto soave volto a rimembrare  momenti felici e giocosi vissuti con Ulpia, si offre al lettore come un vivido testo di impronta esistenzialista. In un certo senso parlando di un cane è come se volesse mettere in luce quanto l’animale da lei amato possedesse qualità inenarrabili e fosse capace di ricambiare quell’affetto donato che, invece, oggigiorno trova sempre una maggior reticenza e latitanza nel comportamento dell’uomo. Può dirci come è nato questo libro e qual è stata l’intenzione che ha mosso l’intera opera?

UP: Questa raccolta, insieme con le raccolte e con le composizioni che la precedono a partire dagli anni Novanta del secolo scorso (connotati dal ripiegamento sul minimale e sulla ragione debole, dalla sempre più accentuata diffidenza nei confronti delle grandi narrazioni e delle spiegazioni ultime e ultimative, dagli scandagli non neutri e freddi della fine dei tempi, dal ricorso come risorsa alla non-coerenza in risposta all’andata in crisi del mito del progresso e della fede nell’unidirezionalità del cammino della storia) e insieme con le raccolte e con le composizioni che la seguono, segna decisamente un punto di svolta. Di qua in poi, la ricerca avviata sin dall’inizio (anni Cinquanta), ma prevalentemente in maniera allusiva e simbolica, acquista un atteggiamento di maggiore esplicitezza sulla probabilità di una Weltanschauung libera dai condizionamenti e dall’autoreferenzialità dell’antropocentrismo. Si tentano recuperi di linguaggi dimenticati nel sottosuolo della coscienza, contattazioni di snodi e intrecci fra l’Io del singolo e l’Io più complessivo, con cui ci muoviamo in sincronia, di ciò che non è umano (il cane in questo caso, poi le erbe (Haiku del loglio e d’altra selvatica verzura), poi le pietre (Esistenze preesistenti. Pietre di Serra di Pratola Serra), poi…

 

LS: Negli ultimi anni un numero sempre maggiore di intellettuali, tanto scrittori quanto artisti afferenti ad altre forme d’espressione, hanno posto al centro della propria attività un chiaro interesse ecologico, volto cioè, ad evidenziare come la sconsiderata azione dell’uomo provochi gravissimi danni alla natura, alcuni dei quali non visibili direttamente ma che si manifestano inaspettatamente con un’inaudita violenza (terremoti, frane, ecc.). L’utilizzo del tema ha significato, oltre a un chiaro intento dell’artista di sensibilizzare nei confronti di realtà che riguardano indistintamente tutti, un nuovo modo del poeta di relazionarsi alla natura. Si pensi come è cambiato nel corso dei secoli il rapporto dell’uomo con l’elemento naturale e nel sistema dei comportamenti e nella rappresentazione che la letteratura ne ha fatto (si pensi al mito dell’Arcadia, all’esaltazione del paesaggio fatta dai romantici inglesi, al saggio Nature di R.W. Emerson e al romanzo Walden[12] di H.D. Thoreau). Che cosa ne pensa dell’utilizzo del tema con chiari intendimenti legati alla salvaguardia del benessere ecologico? Conosce o ha letto poeti che sono particolarmente sensibili al tema?

UP: Io provengo dal mondo contadino (Irpinia), i miei nonni paterni e materni erano contadini, il mio immaginario e la mia sensibilità hanno avuto un imprinting per sempre dal mondo della natura. Le mie nonne (la paterna e la materna) erano analfabete, ma sapevano usare e decifrare linguaggi complessi di interpretazione e di relazione con la vita e ne facevano uso di grande sapienzialità. La mia nonna materna, che è stata la mia seconda madre e che ha esercitato un grande ruolo nella mia prima formazione, mi ha trasmesso un grande rispetto per la vita, nella sua ricchezza, nella sua varietà e nelle sue meraviglie o, meglio, nei suoi miracoli. Negli scritti creativi (prosa e poesia), la mia fantasia si riferisce puntualmente a quelle frontiere, sia quando ne tratto esplicitamente, sia quando tratto situazioni altre e lontane. Allora, forse, ancora di più. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo, con un amico artista, Toni Ferro, oggi scomparso, dopo un manifesto sul teatro totale, elaborammo un progetto di un nuovo linguaggio artistico ispirato alle esigenze ecologiste e ne nacque una rivista dal titolo Arte ed Ecologia. All’ecologia ho dedicato grandissimo spazio nelle mie pubblicazioni per la scuola. Mi si chiede se conosca o abbia letto poeti particolarmente sensibili a questo tema. Rispondo così: ce ne sono tanti soprattutto oggi di questi poeti. Ma sempre la poesia, in quanto poesia, è stata per un’ecologia sostanziale della parola, della sensibilità, dell’immaginario. Certo, è stata anche di parte. A cominciare da Omero e da Esiodo, passando per Teocrito e Virgilio, fino a Guillén, che dedica tante poesie al trifoglio, a Montale intriso nella memoria dei profumi dei limoni, a Zanzotto che fa rifluire storia ed esistenza nella corporeità di selve e di fiori. E oltre ancora.

  

LS: Lei ha alle spalle una lunga attività di docente nella scuola secondaria, di preside di liceo e di dirigente superiore del Ministero della Pubblica Istruzione con funzioni ispettive, che le ha consentito di rapportarsi direttamente con le nuove generazioni. Perché, secondo lei, i giovani considerano la poesia, e più in generale lo studio della letteratura, come una grande noia che non ha nessuna utilità pratica nel mondo concreto? Si è mai trovato a spiegare a dei giovani l’importanza della letteratura e, se sì, portando quali argomentazioni?

UP: Per la scuola e per i giovani ho scritto tanto: libri, saggi, articoli, relazioni. Alcuni miei libri sono stati dei bestseller.[13] Conosco bene il problema proposto: in effetti, i giovani, nel corso degli anni di istruzione e di formazione a scuola, vengono prevalentemente disgustati (se non intossicati) nei riguardi della letteratura, della poesia, del tema della bellezza. Ciò accade, anche se non dovrebbe accadere, spesso per colpa degli operatori stessi della scuola, che adoperano questi argomenti in maniera sbagliata o inadeguata: atteggiamenti iussivi e coercitivi e perfino punitivi, ripetitività fino alla noia, moduli generalizzati non tarati sulla sensibilità e sulle motivazioni dei soggetti in apprendimento, celebrazioni panegiristiche di autori e indirizzi. Ma, purtroppo, con indirizzi carenti o distorti interni alla scuola, interagiscono molteplici fattori esterni, che influenzano oggettivamente i processi formativi: i diffusi pregiudizi sulla scuola, sulla letteratura, sulla poesia, sull’arte, le vulgate iconografie del letterato, del poeta, dell’artista, che adeguano queste figure a mammolette e a sempliciotti scollegati dalla realtà. Anche l’uso improprio, che si fa sui marciapiedi, al bar, altrove del concetto di poesia e di arte dà il suo contributo in negativo. Oggi, poi, sempre più massicciamente hanno effetti negativi di ricaduta gli usi dei nuovi media, che distolgono dalla lettura, dall’esercizio critico, abbreviano i tempi di applicazione dell’attenzione, sollecitato ricezioni di carattere dilettevole. E ciò avviene non per colpa dei media stessi, ma per le strategie di eterodirezione delle coscienze dall’alto e per le relazioni che si stabiliscono in maniera frettolosa e rude con i linguaggi mediatici dal basso.

   

LS: Oggigiorno, anche grazie alla spasmodica filiazione di case editrici non a pagamento, book-on-demand e altre soluzioni di facile utilizzo, tutti si improvvisano scrittori. Ognuno ha probabilmente un suo modo di intendere il libro, l’opera e la letteratura, ma sta di fatto che la crescita esponenziale di opere sul mercato, rende estremamente difficoltosa da parte dei lettori la scelta dei testi. Dall’altra parte, il fenomeno è ulteriormente negativo, se si pensa che molti validi scrittori –magari incompresi e non spalleggiati da grandi marchi editoriali- finiscono per soccombere prima ancora di nascere. Che cosa ne pensa del panorama editoriale italiano e quali consigli si sente di dare agli esordienti?

UP: Che penso dell’editoria, io che sono stato consulente di case editrici, fondatore e direttore di collane? Che è un continente a geografia variabile, con profonde insenature, con massicci sistemi montuosi, ma anche con sabbie mobili e con profonde depressioni al di sotto del livello del mare. Non va né condannato, né celebrato, ma va studiato e possibilmente aiutato a migliorarsi, se il contesto sociale e culturale sa/vuole incalzare le politiche editoriali, se l’utenza sa scegliere e non funzionare unicamente come utilizzatrice finale che si lascia guidare dai clamori e dalle persuasioni (non sempre occulte) dei produttori e dei distributori. Ma come orientarsi, mi si chiede, in mezzo all’attuale alluvione di pubblicazioni dei nostri giorni? La situazione, non solo italiana, ma globale è pressoché babelica: questo, però, non deve spaventare, perché l’offerta così abbondante offre anche l’opportunità di imbattersi nel buono e perfino nell’ottimo. Molto dipende dalla credibilità e affidabilità della mediazione critica e recensiva. Oggi, un ruolo intellettuale ed etico/civile sempre più determinante è affidato oggettivamente dalle situazioni a chi lavora in questo campo e si fa carico di leggere e valutare per sé e per gli altri, immune da partigianerie e da allettamenti di mercimonio. L’educazione che si deve elaborare e trasmettere è dell’autonomia dalle seduzioni del gregarismo e della spettacolarizzazione, e dell’innalzamento dei livelli di criticità e di responsabilità di ognuno e di tutti. Perché oggi leggere, proprio come scrivere, è a rischio maggiore di connivenza e di colpa, rispetto al passato.                                                             

 

 Napoli, 6 giugno 2013

 

[1] Edoardo Sanguineti, Genova per me, Napoli, Guida, 2005.

[2] Ugo Piscopo, Alberto Savinio, Milano, Mursia, 1973.

[3] Ugo Piscopo, Massimo Bontempelli. Per una modernità delle pareti lisce, Milano, Mondadori, 2001.

[4] Ugo Piscopo, Carmine Di Ruggiero. Nel vento solare della luce, San Sebastiano al Vesuvio, Alfa Grafica, 2013.

[5] Il titolo della poesia in lingua originale è “The Old Men Admiring Themselves in the Water”. La poesia è contenuta nel volume The Collected Works of William Butler Yeats, Halcyon Press Ltd, 2010.

[6] L’intera silloge alla data odierna è inedita e verrà pubblicata probabilmente nel 2014, come mi è stato comunicato dall’autore stesso.

[7] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[8] Anna Maria Folchini Stabile, Il nascondiglio dell’anima, Avola (SR), Libreria Editrice Urso, 2012, p. 18.

[9] Anna Maria Folchini Stabile è nata a Milano nel 1948. Attualmente vive tra la Brianza e il Lago Maggiore. Ha alle spalle una lunga carriera nel mondo dell’insegnamento. E’ poetessa, scrittrice e presidente dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Di poesia ha pubblicato Spuma di mare (Lulu Edizioni, 2009), Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012), A volte non parlo (Libreria Editrice Urso, 2013); di narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti L’estate del ’65 (Lulu Edizioni, 2008), Un topolino di nome Anna (Lulu Edizioni, 2010) e Noccioline (Lulu Edizioni, 2010). Ha curato, inoltre, per il sito Racconti Oltre dove scrive regolarmente, il manuale Come si scrive? – piccolo prontuario per l’autocorrezione dei più comuni errori ortografici, assieme a Luca Coletta. Partecipa a concorsi letterari ottenendo buone attestazioni.

[10] Ugo Piscopo, Catalepta, Napoli, L’arte tipografica, 1963, p. 15

[11] Ivi, p. 26.

[12] Walden o La vita nei boschi, pubblicato nel 1864, è il romanzo più celebre dell’autore. Esso contiene in forma romanzesca un’analisi sul rapporto dell’uomo con la natura.

[13]  Cfr. Ugo Piscopo, Antologia di cultura contemporanea, Palermo, Palumbo 1969, il primo libro interdisciplinare (dalle molte edizioni e ristampe) dedicato alle questioni aperte nel mondo giovanile e nella cultura in movimento dopo la prima ondata della contestazione (1968); Carlo Salinari – Ugo Piscopo, Noi e gli altri, ibidem, 1973, antologia per i bienni delle scuole secondarie superiori; Ugo Piscopo – Giovanni D’Elia, La società civile, Napoli, Ferraro, 1979, testo di educazione civica, che tra la fine degli anni Settanta e nella prima metà del decennio successivo fu il più diffuso in Italia, con tre milioni di copie vendute. 

Lorenzo Spurio intervista il “poeta del silenzio”, il marchigiano Renato Pigliacampo

LS: All’interno della sua poesia possiamo scorgere varie tematiche che ritornano nelle varie sillogi della sua ampia produzione. Tra di esse è da segnalare l’amore verso le Marche e la rievocazione di quel mondo di provincia fatto di lavoro nei campi, di piccole cose, di parole in dialetto e dal fascino paesaggistico di valli che degradano verso il mare. Quanto è effettivamente importante il legame che ha con la nostra Regione e in particolare con la provincia di Macerata?

RP: Ho vissuto l’infanzia e la fanciullezza a Bagnolo di Recanati a contatto  con la natura inviolata, un Eden,  rispettata come una dea (Geo). Mio nonno paterno, Neno, ebbe un grande ascendente sulla mia formazione socioculturale. Lui era un poeta verbale, capace di recitare a memoria i Canti della Commedia alla mattina, mentre strigliava le vacche di stalla. Non eravamo coltivatori diretti, ossia proprietari degli ettari  di terra coltivati, e i campi appartenevano ai latifondisti conti Degli Azzoni Carradori. Bagnolo si proponeva  ai miei occhi  di bambino prima e fanciullo poi, come la  Macondo di  García Márquez di Cent’anni di solitudine. La contrada Bagnolo non è di facile individuazione sulla cartina toponomastica. Può comunque essere ubicata nelle ultime case sparse della contrada di Bagnolo-Cantalupo del comune di Recanati.  La mia Macondo si trova tra il fosso Cantalupo, ai confini con Osimo, Montefano e Castelfidardo.  E al magistero del Vergaro, il capo della mezzadria che tiene i contatti col fattore, fiduciario del padrone del fondo, conosco le erbe di ogni specie, gli alberi, gli animali di terra e di cielo. Iniziai ad amare le Marche nella doviziosità  d’indicazione plurale; mi innamorai di ogni «marca»  sì e, nello stesso tempo, a nessuna, restando  fedele  e radicato alla mia Macondo che mi permise, alzando gli occhi a Recanati, di vedere il Colle dell’Infinito e, all’orizzonte, i leopardiani Monti Azzurri. Prima di mettere per iscritto i versi, li ho sperimentati nel vissuto al  «borgo selvaggio» (sebbene il Recanatese suddividesse la gente  quella dentro le mura:  patrizi e borghesi da una parte, vale a dire gli Antici, i Cruciani,  i  Massilli, i Melchiorri, i Perozzi, i Politi  e quella fuori, gente ignorante di campagna, “i bifolchi”, i contadini coltivanti i terreni dei proprietari).

  

LS: Molti scrittori, anche di ampia levatura nel panorama culturale italiano, tra i quali Diego Valeri e Cesare Zavattini, hanno osservato che la sua deficienza uditiva in realtà, più che precluderle il mondo dei suoni e delle sfumature del mondo, gliele caratterizza e gliele ispessisce ulteriormente. In altri termini il legame intimo che Lei istituisce con il mondo del Silenzio è possibile non solo in base alla sua condizione di audioleso, ma grazie alla sua profonda capacità di interpellare i luoghi e gli oggetti. Pensa davvero che si possa dialogare con il Silenzio?

RP:  E’ la verità notata non solo da Zavattini, uomo di  poliedrica cultura, ma pure da Diego Valeri e da altri  scrittori e poeti fra i quali, delle Marche, spicca il Gruppo di letterati che ha visto maturare, in progress, la mia poetica negli anni Settanta-Novanta del secolo scorso, fra i molti cito Luigi Martellini, docente di Letteratura moderna e contemporanea all’Università della Tuscia, prefatore del mio testo d’esordio, Dal silenzio; Leonardo Mancino; Gastone Mosci; Alfredo Luzi;  Guido Garufi, il compianto Remo Pagnanelli, morto suicida, e altri. E’ una ricerca paziente e competente della critica  lungo un itinerario semiotico-linguistico, che ho individuato io stesso nella maturazione migliorandone il linguaggio  che tende prettamente all’imago. A ciò non è estranea la LIS (la lingua italiana dei segni) che ho appreso nelle scuole  specializzate (o Istituti per  sordi) nei quali ho aperto la frequenza delle scuole superiori ai disabili gravi d’udito. Questa peculiarità fortuita di avere la chiave semiotica dei codici visuomanuali significativi mi ha permesso la lettura critica degli Idilli del Recanatese anche in LIS, favorendomi l’accesso al processo ideativo sinestesico di Giacomo Leopardi, proprio della genesi della sua poesia che va ‘gustata’ anche visivamente. Ci sono Canti che oggi conservano la freschezza di quando sono stati ideati, sebbene il poeta riporti le parole idiomatiche del  «borgo selvaggio». E ciò per un processo calato sulla realtà oggettiva del poetare!  Facciamo fatica oggi a leggere la poesia di poeti contemporanei a Leopardi, ad apprezzarla; al contrario del Recanatese che ci affascina sia nel linguaggio che nella descrizione nitida dei paesaggi narrati. Possiamo portare tanti esempi su questo, a partire dal celeberrimo “L’Infinito” che, a mio giudizio, in soli 15 versi Giacomo Leopardi eleva Recanati a monumento poetico del romanticismo europeo! Il segreto sta nel fatto che Leopardi «vede» e  «ascolta» nel momento in cui origina il suo linguaggio poetico. Io ho sperimentato, perché sino a 12 anni sono  stato in una full immersion di suoni, voci e rumori agresti,  ossia nella realtà della natura che comunica e, poi, nel silenzio della sordità. Così sono giunto alla comprensione comparando, proprio per un  fortuito caso di vita  come detto, il  «processo d’audizione» e il «processo visuomanuale», tanto più efficace quest’ultimo perché mi ha condotto a relazionare con le  persone e le  cose,  e gli esseri animati, con uno specifico linguaggio visuomanuale  di codici, di cui mi giovo assai nella mia poetica. Ecco l’intuizione di Valeri, di Zavattini e di altri critici estimatori. La differenza sta nel fatto che io sperimento il sonoro-acustico per mnemesi e non di una sinestesia diretta, fenomenologia poetica del Recanatese. La mia poesia attinge a un’inconsueta vena musicale perché, come ammetteva il prof. Gastone Mosci dell’Università di Urbino, è genesi interiore. Leopardi dice nello Zibaldone che la poesia deve avere  ritmo e melodia, a mio giudizio  questo è fondamentale anche se spesso c’è una forzatura come succedeva, un tempo, in alcuni poeti nella ricerca della rima forzata, di certi morfemi o parole, nel mio linguaggio poetico tutto avviene in modo spontaneo: il soggetto  (o il contenuto) è che chiama la parola appropriata per “vestirsi”  a festa nella narrazione dando doviziosità al verso. Ecco perché oggi facciamo fatica a incontrare sillogi poetiche di sordi per la carenza o nullità del processo onomatopeico che io, come riferito, richiamo dalla memoria. Al contrario troviamo validi pittori ipoacusici, con eccelse opere di pittura.

Certo, si può dialogare col Silenzio quando è inserito nel momento opportuno! Idem con le cose e le persone (e la Natura!) perché il Silenzio per me non corrisponde alla disabilità uditiva: è vincente quando diventa consapevolezza di una peculiarità di percezioni anche per via tattile. E’ una re-attivazione dei linguaggi che ci favoriscono nella creatività! Siamo in un settore molto importante che ci apre un varco di riflessione sulla comunicazione, in particolare sui rumors d’oggi di troppi umani che, appunto, gridano e imprecano senza comunicare né avere la pazienza d’ascoltare il valore intrinseco della parola nel linguaggio silente che ci è dintorno.

 

LS: C’è un intero filone della sua poesia che parte dall’amore incondizionato verso la Natura. In molte liriche quando parla della/alla Natura utilizza l’espressione Geo, piuttosto che il suo naturale corrispettivo femminile, Gea, nella quale si identifica la divinità madre, la Madre Terra. Perché l’utilizzo di Geo, al maschile, per riferirsi alla Terra?

RP: Géa, in greco Gaia o Ge. Per me «Geo», al maschile, nel senso che vuole essere un distaccamento dalle credenze collegate a dottrine orfiche, o emersa dal Caos. Quando nei miei versi mi riferisco a “Geo”, intendo la geo-terra, la natura che vediamo e ascoltiamo con i nostri sensi e manipoliamo con le nostre mani; penso alla consumazione del suolo agricolo. La Geo, a cui mi riferisco io, non è una divinità dell’Olimpo, la mia poetica (su Geo) vuole essere una denuncia delle malefatte dell’uomo nei confronti della Natura, ossia più attenzione all’ambiente:  è richiamare alla memoria una beltà di luoghi agresti di albe e tramonti della mia Bagnolo-Macondo! Forse il Vergaro delle mie terre metteva attenzione ad un’autorità tipica allora: “il” maschile, “il” maschio  che comanda. Ecco che le Marche, in primis le mezzadrie del maceratese hanno priorità, nell’anagrafe comunale, soprattutto nella cognomizzazione, prevalente il soprannome di provenienza o dell’attività svolta: ecco i cognomi caratteristici i «Pigliacampo» (per la quantità degli ettari coltivati dai miei antenati tra Bagnolo e il fosso Cantalupo e Montefiore-Montefano), i «Calzolaio», gli «Osimani», i «Pigliapoco»,  i «Mangia o Magnaterra», i «Trubbiani, i «Cingolani», i «Ficosecco», gli «Scarponi» (…). C’era una magia etnografica che aveva genesi dalle fole narrate d’inverno, davanti allo scoppiettante fuoco da mia nonna vergara nell’idioma coinvolgente di Bagnolo-Macondo! Ripensandoci, nell’osservazione intelligente della domanda, io non penso a “Geo” quando scrivo, penso alla mia Recanati, oltre alla contrada, alle radici che diverranno fonte della mia ispirazione quando, il destino, violenterà Bagnolo-Macondo con la disabilita dell’udito.

  

LS: Durante la presentazione del suo ultimo libro, Nel segno del mio andare (Edizioni Simple, 2013) svoltasi lo scorso dicembre a Macerata e nel quale ha concretizzato con esempi del suo passato, aneddoti curiosi e ricordi della sua infanzia, quanto abbia sempre combattuto per poter ricevere il giusto rispetto in virtù del proprio cervello (competenza, concretezza, serietà), mi ha colpito molto una sua attestazione nella quale ha detto “Ho capito Leopardi, quando sono diventato sordo”. Può spiegare questo concetto?

RP: Questa domanda si ricollega a quanto ho detto in precedenza. Oggi Leopardi è stato rivalutato come  filosofo, sebbene lui non abbia scritto trattati di filosofia, a meno che lo Zibaldone non sia letto come “mattone” filosofico!  Sì, è vero che nello Zibaldone troviamo una “filosofia” di vita:  c’è tutto, in un lampo. Ma gli italiani l’hanno scoperto quando un gruppo di studiosi traduttori hanno voluto cimentarsi a tradurre Leopardi in lingua inglese, traducendolo perde tanta beltà narrativa, che ho definito  semiotica di sinestesia visuo-acustica riconducendoci al suo ideare poesia che, appunto, ho scoperto col linguaggio visuomanuale della LIS. Leopardi non si può tradurre, per essere goduto sino in fondo bisogna conoscere bene la struttura grammaticale della lingua dei segni (v. William Stokoe) compiendo poi una full immersion proprio nell’idioma locale e nel paesaggio leopardiano! A me dispiace una cosa, non perché non odo, mi addolora il fatto che certi dirigenti delle scuole superiori, non mi/ci invitano a parlare di questa realtà percettiva nelle scuole secondarie. E’ una ristrettezza e ottusità di pensiero di conoscenza del linguaggio. Devo ringraziare un illuminato assessore, il  Dr. Alessandro Savi che, quando era a capo dell’istruzione della provincia di Macerata,  a me e ad una docente di LIS, ci permise di diffondere ciò nella scuola dell’obbligo e nella secondaria, affascinando ragazzi e  giovani sulla multi-sensorialità dei linguaggi! Oggi  ritengo fondamentale aprire queste esperienze di comunicazione perché i giovani sono basiti nell’ascolto per la saturazione del canale acustico. Se c’è un  ente di formazione aperto al nuovo, sono disponibile a ripropormi, estendendo  lezioni anche sulla genesi del linguaggio poetico visuomanuale.

  

LS: In Lettera ad una logopedista (Kappa Ediz, 1996 e ripubblicato da Armando, 2012), una delle sue opere principali per quanto concerne la produzione saggistico-divulgativa, rintraccia in un percorso a ritroso il rapporto con il mondo. Sarebbe più giusto dire con il “nuovo mondo” intendendo con questa definizione il nuovo rapporto che nella fanciullezza è costretto a inaugurare con il mondo a seguito della sua perdita dell’udito. Interessantissime le pagine in cui viene tracciata la Storia del silenzio e soprattutto il costante dualismo dei sistemi di comunicazione che vengono portati sulla carta. Il mezzo verbale fondato sull’utilizzo della parola sonora e il mezzo visivo fondato, invece, sull’utilizzo del linguaggio mimico-gestuale, necessario ai sordi per poter comunicare.

Si respira una certa sfiducia già dall’inizio del libro nei confronti della logoterapista, che è la destinataria della lettera e dell’intera analisi che Lei fa a distanza di tempo, che non viene mai stemperata. Lei ravvisa da subito quanto sia errato, limitante e addirittura insultante per un non udente ricevere un trattamento fondato sull’insegnamento obbligatorio dei vocaboli e della loro pronuncia e quanto, dall’altra parte, potrebbe essere significativo, utile e determinante per il non udente interagire con il linguaggio dei segni (LIS) sia con altri non udenti che con gli udenti.

Ritrovo queste considerazioni anche nelle sue poesie, ad esempio cito alcuni versi:

 
Odo imposizione di parole
nasconde dittatura di pensiero.[1]
 
Poi studente negli atenei di città
mi accorsi la differenza
tra logopedia e logoterapia di Frankl.
ebbi sicumera che parola vocale
è solo un’opportunità.[2]

 

Potrebbe dirci in che cosa si sostanzia la differenza tra  logopedia e logoterapia e come realmente visse il periodo dell’adolescenza in cui frequentava la logoterapista?

 

RP: Premesso che io sono docente nel Laboratorio per il sostegno  (settore Non Udenti) presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Macerata,  c’è confusione quando si parla di lingua, linguaggio, comunicazione eccetera. Io sono uno studioso che non si limita solo alla docenza di tematiche “comunicative” alternative per il “sostegno” per i disabili dell’udito, ma anche alla Didattica specializzata, alle Espressività e tecniche di comunicazione, alla Psicolinguistica dei disabili sensoriali, pertanto è bene chiarire che la logopedia è permettere al bambino, sordo o ipoacusico, di appropriarsi del codice verbale, ossia sonoro-acustico della parola. Comprendo che è fondamentale, ma ci sono altri codici di comunicazione: gli iconici, i filmici e, per farla breve, i visuomanuali significativi che usano i sordi se sono esposti all’apprendimento degli stessi. In quanto alla logoterapia, cito dalla voce specifica di un dizionario della disabilità da me curato: «Proposta da Viktor  E. Frankl quale sistema terapeutico basato su una concezione dell’esistenza in perenne ricerca di significati e contenuti da raggiungere ogni giorno. Si oppone a certe concezioni di Freud per il quale i disturbi psichici hanno origine solo da repressioni e complessi. Inoltre Frankl contesta sia a Freud sia a Adler alcuni aspetti della loro psicologia: per esempio il principio del piacere e il desiderio dell’affermazione. Frankl è chiarissimo:  «… più si tende al piacere e meno lo si raggiunge.» Lo stesso è per l’affermazione: l’essere umano più si sforza per farsi valere e meno raggiunge lo scopo. Ecco che Frankl ha individuato la via per aiutare l’uomo nel recupero dei valori e nell’analisi dei significati. I punti focali sono tre: la libertà della volontà; la volontà del significato; il significato della vita. (…).»[3]   Quindi la logopedia non c’entra con la logoterapia. C’è da consolarsi che, anche professionisti del settore che lavorano con soggetti ipoacusici, si confondono. A questo punto è pur vero che nell’Istituto per sordomuti (come erano indicati i mastodontici edifici dove eravamo) c’era qualche  suorina logopedista, per qualche ora alla settimana. All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso la professione di logopedista non era ancora attiva in Italia, di solito interveniva saltuariamente. Io vi notai, negli esercizi d’impostazione dei corretti fonemi, dell’idonea pronuncia alla tonalità della parola, eccetera, una straordinaria fonte di comprensione dello sviluppo del linguaggio verbale. Nel tempo, queste conoscenze mi resero ribelle contro tutti  gli Operatori che trattavano i sordi nell’istruzione e nella ri-abilitazione perché li giudicavo ignoranti! Perché, devo gridarlo, e l’ho sostenuto nel pamplhet edito con lo pseudonimo  Scuola di Silenzio, Lettera ad una Ministro (e dintorni), Armando editore, Roma 2005, che il nostro è un paese che teme (!) i disabili sensoriali, ossia i sordi e i ciechi, toutcourt nelle crude parole, capaci di accedere ai massimi studi, imponendo tuttavia una rivoluzione dei processi d’apprendimento che una percentuale elevatissima di docenti sono meramente di sostegno e mai preparati per essere  considerati specializzati!  Lo Stato non è in grado di rispondere ai bisogni. I  disabili sensoriali sono tenuti fuori dalla comunità, in primis i capaci e gli istruiti bene perché non accettano la coercizione di un modello di presunta integrazione imposto dai cosiddetti normali, ovviamente vogliamo migliorarci gli spazi di relazione comunicativa, ma senza rinnegare le potenzialità che ci insegna, quotidianamente, la disabilità sensoriale. Io non concordo con la definizione popolare che afferma: se vai con uno zoppo impari a zoppicare! La vedo così: vai con lo zoppo perché tu apprenda come superare gli ostacoli!

 

LS: Quelli che Lei nelle poesie definisce “ghirigori di mani sognanti” o semplicemente “poesie visive” e che sua madre (e come lei una grande categoria della gente) ebbe a definire “il linguaggio delle scimmie”, in realtà è uno dei suoi modi per comunicare. Comunicare significa contemporaneamente mandare un messaggio (essere compresi) e ricevere un messaggio (comprendere). La labiolettura è all’interno dell’universo audioleso un ulteriore sistema di comprensione ed anche in Lettera ad una logopedista si fa spesso riferimento all’importanza del saper leggere i movimenti delle labbra. Quanto è difficile saper labioleggere e perché?

RP: Il mondo del bambino ipoacusico nell’età evolutiva è utile allo psicologo sia per  conoscere le potenzialità dei due sensi principali, la vista e l’udito, che, quando uno ne viene meno, l’altro deve supportare i processi di apprendimento. Fa parte delle mie lezioni nei corsi di specializzazione all’Università di Macerata. La domanda  che mi è  posta è generica, richiede una contro domanda, ossia: quante persone sono idonee o in grado a parlare ai disabili d’udito per farsi capire?  Perché non basta che un bambino o un adulto discrimini i fonemi se l’interlocutore ha le labbra sbilenche, parla velocissimo, si muove a destra e a manca e il volto è poco illuminato! Ho proposto tanti progetti agli enti locali per  organizzare appositi corsi di comunicazione per i propri dipendenti che hanno contatti con gli utenti negli uffici pubblici. La  risposta è stata quasi sempre la  stessa: silenzio e menefreghismo. Nei miei versi che lei individua bene, è comunicata questa rabbia e insensibilità.

 

LS: Lei è da sempre stato per natura e inclinazioni un rivoluzionario, nel senso buono del termine ossia nell’accezione in cui lei ha sempre rifiutato di assoggettarsi al conforme e di reprimere le sue idee su questioni di capitale importanza. Come ricorda in varie poesie, combatté in prima linea le battaglie di emancipazione del ’68 italiano contro i capitalisti padovani del Caffè Pedrocchi[4] e nelle manifestazioni di Roma. Non solo. Si è sempre fatto portavoce dei valori e delle istanze dei più deboli, dei socialmente definiti “diversi”, perché portatori di una qualche forma di handicap. Battaglie che lei ha portato avanti e porta avanti anche con la sua importantissima attività all’interno della dimensione assistenziale e mediante una feconda produzione critico divulgativa. Il suo sguardo sul mondo, sulla vita sociale e politica è sofferente e piagato da ingiustizie e non può che condannare con versi che effettivamente sembrano urlare le inadempienze, le trascuratezze e le violenze che si perpetuano contro realtà che andrebbero aiutate e ascoltate. C’è una poesia che è un po’ in controtendenza a questa desolazione interiore dovuta dal non-fare della politica e della società dove, anzi, riesce anche ad essere autoironico:

Mi hanno detto che Dio è democratico.
Ha costruito il cielo senza barriere.
Riderò molto dei trascorsi impedimenti.[5]

Come è nata questa poesia?

 

RP: Ho compreso il ‘trucco’ dei cosiddetti normali nel “gestire” la diversità, qui in Italia. Ho rivestito cariche internazionali nella Federazione Mondiale dei Sordi, che riunisce 120 Paesi. Ho partecipato come relatore ai convegni internazionali, confrontandomi con gli esponenti di altri paesi. Per esempio nei paesi scandinavi, se un disabile sensoriale svolge attività politica, il segretario del partito fa un patto con lui,  dichiarandogli che deve impegnarsi per i simili con proposte programmatiche,  e in cambio riceverà  gli strumenti che, di solito, è una persona che sa comunicare con le persone sorde,  ossia un interprete di lingua dei segni, per far sì che partecipi al dibattito. Io ho svolto politica ad alto livello, un partito mi ha persino candidato al Senato, e più volte sono stato candidato a consigliere comunale, provinciale e regionale. Posso dire che mi hanno usato per raccogliere voti, senza  che il partito tenesse conto della mia disabilità sensoriale,  non migliorando la partecipazione dei sordi, sennonché promesse alla carlona! Ciò ha causato in me rancore e rifiuto di certi leader: per infima ignoranza di conoscere la realtà delle persone disabili che vogliono proporsi in politica. L’Italia è addietro di tantissime legislature perché la voce di un disabile sensoriale possa arrivare in parlamento!  All’UE ci sono sei deputati disabili d’udito colti e preparati e non fanno notizia! Qui da noi sono offerti seggi ad un Belsito, Lusi, Fiorito eccetera  che sono i responsabili amministrativi (ladri) di  taluni partiti.   Questo l’ho urlato nei miei versi politici. L’inclusione deve passare nel superamento dei pregiudizi, soprattutto in politica, perché ci è impedito proporci nei programmi per la soluzione dei nostri problemi!

  

LS: Le Marche e i suoi vari territori, tanto marittimi (Porto Recanati, Porto Potenza Picena, Numana, Sirolo, Ancona) che collinari (Recanati, Macerata, Loreto) e addirittura montani (i Sibillini) sono imprescindibili dalla sua poetica che è fortemente connotata al territorio e di esso si alimenta. Nella rigorosa rievocazione di un mondo provinciale ormai tramontato con i continui riferimenti ai bardasci, ai vergari, ai tabaccoli, è presente in una qualche misura una nostalgia non solo dei posti e di quel mondo, ma dell’età infantile che si  concretizza come la breve fase di vita prima della sperimentazione del mondo del Silenzio?

RP: Questa è una bellissima domanda! Ma tutta la mia poesia è Recanati, Bagnolo-Macondo e i finitimi territori citati. Ripeto che, a Macondo, ho sperimentato un  bambino felice nei suoni e nelle voci, vergari e tabaccoli, bardasci e mongane, belati e muggiti, abbaiare di cani e schiamazzare di oche e di polli nell’aia, e pure il cigolio di carri scendenti sulla strada imbrecciata da Recanati verso il confine; l’astuzia dei contadini nel fregare il latifondista durante la trebbiatura o,  ad ottobre, l’uva della vendemmia: i  cenni d’intesa fra il vergaro e il tabaccolo, e pure di tutti gli abitanti della mezzadria, dai bardascetti alla donzelletta, avevano un ruolo: guai se venisse disatteso. Questa mia Macondo l’ho raccontata nel romanzo storico Il vergaro. Storia dei contadini nella terra di Leopardi,  Moretti&Vitali editori, Bergamo 1999. Ha avuto un buon successo perché ho raccontato cinquant’anni di una “storia” dei miei antenati sino alla soglia del…. Silenzio, ovvero la sordità che mi ha allontanato per sempre dalla mia Macondo ed ho iniziato a gironzare per l’Italia. Non mi sono mai staccato tuttavia dalle radici. Peccato che ormai è tardi, forse avrei potuto offrire di più di qualche verso o poesia. Perché, a dirla  tutta, io sono un ribelle, un “rivoluzionario” in senso positivo, ossia di cambiamento. Ma la mia sfortuna è stata quella di  (dover) sospingere taluni dappoco, piuttosto d’essere aiutato io a manifestare la mia protesta! Vedo l’occaso leopardiano  che cala su Macondo: e questo mi genera sofferenza perché non sono stato “qualcosa” in niente, sprecandomi in troppi settori: psicologo/insegnante dei sordi/docente universitario/poeta/narratore/studioso di psicopedagogia sensoriale (…). Forse questa pluralità di impegni mi ha isolato, reso prigioniero della sordità, che mai ho nominato, solo talvolta agli sciocchi come pietra da lanciargli in faccia, io mi sono specchiato nel Silenzio e nei suoni della mia Bagnolo-Macondo, poi altrove nelle città di Firenze, Padova, Roma con la mia “grinta” di ribelle! Forse non ho più tempo di dire tutto delle mie giornate e albe a Macondo perché, sebbene pochi chilometri mi separano oggi dalla contrada, io continuo a rivederla come l’ho sperimentata ieri. Vorrei tanto fondere in un processo di integrazione l’Ascolto e il Silenzio per ritrovare la capacità d’essere  esempio per le giovani generazioni.

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Da sx: Renato Pigliacampo, Lorenzo Spurio e Susanna Polimanti durante la presentazione dei libri del poeta Renato Pigliacampo svoltasi alla Biblioteca Comunale Mozzi-Borgetti a Macerata lo scorso 20-12-2013.

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. Le propongo di seguito un estratto dalla silloge Vibrazioni[6] della poco ricordata poetessa Amelia Rosselli (1930-1996) sul quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Questi uccelli che volano
e questi nidi di tormento fasciano
le inaudite coste, e l’ombra
che getta l’alabastro violento sui cuori
e l’improbabile vittoria. O sonetto tu suoni con le campane
dei muli, – il passo è muto.

RP: C’è qualcosa che a mio parere la poetessa non riesce a comunicarci sino in fondo perché, sebbene la natura si presenti in una stagione felice, negli “uccelli che volano”, i “nidi di tormento” offuscano le speranze, i ricordi continuano a torturare la poetessa, impedendole di godere la realtà e, quindi, “l’improbabile vittoria” sulla mestizia che, a mio parere, potrebbe essere il “male oscuro” dei poeti (la depressione).

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la lettura e l’analisi-commento alla poesia civile “Dopo Auschwitz”[7] del poeta maceratese Gian Mario Maulo:

 Anche se non so nuotare
vorrei tanto attraversare il mare;
 
non ho le ali per volare
eppure mi immagino a planare sopra la vallata;
 
non so suonare il piano
ma le dita mi fingono pianista di melodie mai scritte;
 
e non ho memoria dei sogni della notte
ma nascono ancora a frotte le emozioni:
 
non posso più credere ad un ‘Onnipotente’
e mi trovo a sperare contro la speranza.

 

RP: Gian Mario Maulo, che ritengo uno tra i migliori poeti contemporanei delle Marche, è sostenuto – in questa poesia – da un’indomita fede. Tuttavia sorge, d’improvviso, il  dubbio di credere ad un ‘Onnipotente’. Tutti i grandi asceti, che hanno scommesso sull’altra sponda, nel tramonto dell’esistenza sono  avvolti dall’ombra, sentendosi abbandonati. Maulo è lucidissimo in questi versi a farci partecipi del suo smarrimento.

  

LS: Lei è l’ideatore del Premio nazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” che si svolge annualmente e che figura come uno dei maggiori premi letterari delle Marche. Questo è un ulteriore aspetto che la lega ancora di più all’amore verso la poesia e alla sua terra d’origine. Quanto pensa che possano essere importanti i Premi letterari per l’esordiente che si cimenta con le prime produzioni poetiche?

Quali sono secondo Lei le vere forme di arricchimento che si può trarre dalla frequentazione di concorsi letterari?

RP: Prima di rispondere alla sua domanda, faccio una premessa: fondando il Premio Internazionale di Poesia Città di Porto Recanati, che nel 2014 raggiunge un quarto di secolo (!), volevo estendere il Messaggio alle persone  (più) sensibili e ideative, ossia i poeti.  Io mi esprimevo con l’insegnamento, curavo la psiche nella professione, scrivevo testi scientifici, mi mancava di stimolare le persone all’attenzione della disabilità, per questo con un mio Gruppo, pochi davvero, proponemmo un tema fisso: la disabilità in genere, la povertà, gli extracomunitari eccetera, invitando i poeti d’Italia a scrivere. La risposta fu positiva perché induceva a riflettere sulla realtà  che ognuno ha attorno a sé.

I Premi sono utili se sono organizzati da proponenti seri, con la vigilanza dell’ente locale, come nel mio caso il comune di Porto Recanati, sebbene in questi anni non abbia mai sostenuto economicamente il Premio! (sic) La forma di arricchimento, nei concorsi seri, è il confronto ovviamente con   altri linguaggi e soprattutto – se è un concorso a tema – c’è lo stimolo di un processo empatico che favorisce la conoscenza, come  avviene ogni anno nel nostro concorso “Città di Porto Recanati”, il vissuto del disabile o di gente che trattano  le tematiche proposte.

 

 LS: Concludo questa intervista per chiederle se la sua poetica e le ragioni che la motivano possono essere sintetizzate con una citazione di Neruda che recita “La parola è un’ala del silenzio”.

RP: Condivido. Vorrei anche dire: “La parola è il dono di una ginnastica del pensiero che ci favorisce di conoscere l’altro. Ma è solo una possibilità. Ce ne sono altre che evitiamo di conoscere, con la presunzione che la parola verbale possa tutto, invece è solo pigrizia che frena di migliorarci!”

 

 

Porto Recanati (MC), 2 Gennaio 2014

 

[1] Renato Pigliacampo, Canto per Liopigama, Porto Recanati (MC), Casisma Edizioni, 1995, p.  34.

[2] Renato Pigliacampo, L’albero di rami senza vento, Neftasia, 2006, p. 70.

[3] Renato Pigliacampo, Nuovo dizionario della disabilità, dell’handicap e della riabilitazione, Armando editore, Roma, 2009, p. 213.

[4] «Il Sessantotto al caffè Pedrocchi/ contestando signori capitalisti./ Compagni col fazzoletto rosso al collo/ spronavan alla riscossa Bandiera Rossa./ Che società vagheggiata!», in Renato Pigliacampo, Canto per Liopigama, Porto Recanati (MC), Casisma Edizioni, 1995, p. 119.

[5] Renato Pigliacampo, Ascolta il mio silenzio, Siena, Cantagalli, 1999, p. 30.

[6] Amelia Rosselli, L’Opera Poetica, Milano, Mondadori, 2012.

[7] Gian Mario Maulo, Dialogo. Sulle orme di Li Madou, Macerata, Ephemeria, 2010.

Monserrato festeggia la Repubblica con la prima dello spettacolo La III Onda di Abaco Teatro.

ABACO TEATRO

ti invita a

LA III ONDA

racconto di una lezione di storia andata oltre

adattamento e regia  Lea Karen Gramsdorff 

 

Domenica 1 Giugno ore 21 

Teatro Casa della Cultura

Via Giulio Cesare, 37 a Monserrato.

Ingresso gratuito

 

In scena Tiziano Polese, Rosalba Piras e 12 giovani attori :

 Nadia Murgia, Vala Farci, Michele Muscas, Federico Niederegger, Francesco Ottonello, Maria Francesca Autuori,

Manuela Cuccu, Maria Giardina, Alberto Marcello, Mattia Murgia, Marzia Faedda, Laura Pergola.

 

ABACO TEATRO locandina LA III ONDA (1)

 LA III ONDA :resoconto di una lezione di storia andata oltre.

“ Com’è possibile che l’essere umano sia capace di cose del genere?” domanda una delle allieve alla fine della lezione di storia sull’autocrazia. Come nasce una dittatura? Cosa accade alla coscienza dell’uomo, al libero arbitrio, alla capacità di distinguere il bene dal male? E la storia davvero insegna? Siamo o non siamo responsabili di quello che accade all’interno di una società o di un “gruppo” di cui facciamo parte? Queste le domande che porrà lo spettacolo la III Onda nuova produzione di Abaco Teatro in collaborazione con la Abaco Art Academy di Monserrato, spettacolo che andrà per la prima volta in scena  Domenica 1 Giugno alle ore 21,00 alla Casa della Cultura in via Giulio Cesare 37 a Monserrato, in occasione della ricorrenza della istituzione della Repubblica Italiana dopo il referendum del 2 giugno 1946. Lo spettacolo realizzato in collaborazione e col sostegno dell’Amministrazione Comunale Assessorato alla Cultura di Monserrato, porta in prima assoluta sulla scena un fatto realmente accaduto nel 1967.    Ron Jones, un insegnante di storia di una High School in California, decise di fare un esperimento con la sua classe. Senza che i suoi allievi ne avessero coscienza, adoperò delle tecniche di comunicazione e manipolazione di massa proprie dei regimi totalitari durante le lezioni sull’autocrazia. Col pretesto di un gioco impose nella sua classe la disciplina, con la potenza della retorica suggerì uno spirito nuovo, di squadra, di comunità. Nell’arco di sei giorni creò il movimento “ laTerza Onda “, che proprio come un’onda investì l’intera scuola. Gli studenti, esaltati ed abbagliati, si erano trasformati in giovani gregari fanatici, escludendo e ghettizzando chiunque non volesse farne parte. L’esperimento era riuscito: il professore aveva dimostrato ai ragazzi che trovarsi dalla “parte sbagliata” è questione di attimi, e che nessuno è immune al fascino del potere, del male, dell’autocrazia.Tuttavia la scoperta di aver fatto parte di un esperimento per molti ragazzi, soprattutto per i più fragili, per coloro che avevano vissuto all’interno dellaTerza Onda  una propria “rinascita” sociale, fu uno choc.

 Lea Karen Gramsdorff, attrice teatrale con un’ importante carriera nel cinema, firma la originale scrittura e la regia della III Onda. 

L’adattamento teatrale è ambientato ai giorni nostri, lo spettacolo è costruito ad hoc attorno ad un ensamble di 12 giovani attori, che si confrontano sul palco con due professionisti, Tiziano Polese nel ruolo del professore  e Rosalba Piras in quello della moglie Sara. Lo spettacolo volutamente non consegna risposte né giudizi di natura politica o umana. La vocazione è quella di consegnare domande su due grandi temi: colpa e responsabilità rispetto alla storia passata, a quella che scriviamo ogni giorno, ma anche rispetto alle storie umane che ci circondano. La scenografia, firmata da Simone Dulcis, artista con esperienza internazionale, vuole essere un tributo, un omaggio al “Holocaust-Mahnmal” di Berlino, progettato da Peter Eisenman, al monumento detto anche memoriale della Shoah.

Per ricordarsi di non dimenticare.

“Itinerario Donna – Storie di dolore e di rivincita” a Roma il prossimo 4 giugno

STORIE DI DONNE RACCONTATE ATTRAVERSO

PITTURA, NARRATIVA, POESIA

“ITINERARIO DONNA”

storie di dolore e di rivincita

Roma4giugno
 
 
Roma, mercoledì 4 giugno 2014
Associazione Culturale TRAleVOLTE
Piazza di Porta S. Giovanni 10
Performance alle ore 19
Apertura mostra sino alle 22
 

Una decina di donne. Paesi diversi, epoche e storie diverse, ma accomunate dallo stesso destino: vittime della violenza e della sopraffazione degli uomini, hanno sempre reagito mettendo al primo posto la dignità, il coraggio, la difesa dei propri ideali. Dalle donne ultra famose come Frida Kahlo, Sylvia Plath, Tina Modotti, Camille Claudel, Maria Callas, Jeanne Hebuterne, Sibilla Aleramo, con le loro leggendarie vite, alle donne invisibili, le immigrate clandestine, quelle vittime di tortura, quelle vittime di stupri domestici. Un viaggio tra i ritratti dell’artista livornese Silvia Menicagli, la voce di Mariangela Imbrenda e le pagine degli scrittori Luca Attanasio, Paola Musa e Ilaria Guidantoni, che condurrà l’incontro. Pittura e letteratura, dunque, in questo primo evento artistico promosso da Albeggi Edizioni con il brand AlbeggiArtEvents. Un’ora di performance dalle 19 alle 20 e poi un brindisi con gli artisti e l’esposizione dei quadri aperta sino alle 22. Nella spettacolare cornice dell’Associazione Culturale TRAleVOLTE, in Piazza di Porta S. Giovanni 10 a Roma. Ecco i protagonisti dell’evento:

 

SILVIA MENICAGLI – Il viola, il colore della violenza; il giallo, il colore della gelosia e del tradimento. Questa la linea cromatica dei quadri con cui l’artista livornese Silvia Menicagli si presenta per la prima volta a Roma. Come pittrice ha vinto vari premi: “Provincia di Livorno” (2006), “Premio Damiani” (2009); “Mai in DispArte” (2010); premio Casciana Terme (2011); III° Biennale di arte contemporanea di Viareggio “Burlamacco 2012”. Ha partecipato a numerose collettive di arte contemporanea in varie città italiane ed estere. I suoi quadri sono presenti in collezioni private e pubbliche.

 

LUCA ATTANASIO – Luca Attanasio è giornalista, scrittore, esperto di temi sociali, diritti umani, immigrazione, conflitti, politica estera. Il suo romanzo “Se questa è una donna” ha vinto il Premio Cenacolo del Serafico, novembre 2012 e il Premio Speciale della Giuria, Premio Letterario Nazionale, ‘Scriviamo Insieme’, maggio 2013. Lo accompagna la voce di MARIANGELA IMBRENDA, attrice, critica teatrale e cinematografica, che ha portato in scena il soggetto del libro in diversi teatri di Roma.

 

PAOLA MUSA – Scrittrice, traduttrice, poetessa e paroliere. Una selezione di poesie è stata pubblicata dalla casa editrice Arpanet, recensita da Elisabetta Sgarbi. Nel 2008 ha pubblicato il romanzo Condominio occidentale (Salerno Editrice), selezionato al Festival du Premier Roman de Chambery e al Premio Primo Romanzo Città di Cuneo. Nel 2009 il suo secondo romanzo Il terzo corpo dell’amore (Salerno Editrice). Con Albeggi Edizioni ha pubblicato la silloge ”Ore venti e trenta”.

 

ILARIA GUIDANTONI – Ilaria Guidantoni è giornalista e scrittrice. Ha pubblicato poesie, romanzi e saggi. Esperta di mediterraneo, ha scritto diversi libri sulla Tunisia, in particolare l’ultimo “Chiacchiere, datteri e thé. Tunisi, viaggio in una società che cambia” pubblicato da Albeggi Edizioni. Il suo ultimo racconto, “Chéhérazade non abita più qui”, è contenuto nel volume “Chiamarlo amore non si può”, un lavoro importante contro la violenza sulle donne e il femminicidio.

 

Ufficio stampa e info albeggi@libero.it tel 340 7461295 – RSVP Associazione TRA le VOLTE tel 06 70491663

Lorenzo Spurio intervista il poeta e saggista palermitano Lucio Zinna

Intervista a Lucio Zinna
A cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Quale fu il momento nel quale scrisse la sua prima poesia? Da che cosa fu motivato e di quale poesia si trattò?

LZ: Ho iniziato a scrivere versi all’età di quattordici anni. Mi spingeva innanzitutto il piacere di mettere in carta quel che sentivo, al di fuori di obblighi scolastici. Non  ricordo il momento in cui scrissi la prima poesia. Mi colpivano in particolare la natura e le stagioni. Mi divertivo a seguire gli schemi metrici, ma tali aspetti tecnici mi distraevano da quel che volevo dire. Circa un anno dopo “scoprii” La fiera letteraria, allora diretta da Vincenzo Cardarelli, e trovai che i nuovi poeti pubblicati non si curavano di metrica e rima: fu un’illuminazione. A sedici anni, nel 1954,  iniziai a pubblicare i primi versi su giornali studenteschi.

  

LS: Leggo dal suo profilo letterario che nel 1965 ha fondato il “gruppo Beta” che fu vicino al più noto “gruppo ‘63”[1], anima della neo-avanguardia italiana. Può dirci di che cosa si occupava il “gruppo Beta” e quali furono i suoi rapporti con i membri del “gruppo ‘63”?

LZ: Nel 1963 si svolsero a Palermo gli incontri tra i compositori di Musica Nova, a cui furono abbinati gli incontri degli scrittori del “Gruppo 63”. Seguii incuriosito i primi e i secondi. Non mi venne in mente di modificare il mio modo di scrivere. Nel 1964 uscì la mia prima plaquette, Il filobus dei giorni, che raccoglie poesie dal 1955 al 1963, ossia dal mio 17° al 25° anno di età. Ma in quell’anno il seme di quegli incontri germogliò. Nel 1965 diedi vita al “Gruppo Beta”, con Giovanni Cappuzzo, Angelo Fazzino, Miki Scuderi e altri, attivamente partecipando ai dibattiti del “Gruppo 63” che si tennero ancora a Palermo. Mi avvicinai a Michele Perriera e Gaetano Testa (due autori de “La Scuola di Palermo”) e al compositore di musica elettronica Salvo Sciarrino. Il “Gruppo Beta”, nato in quel clima, non fu satellite del “Gruppo 63”, con cui condivideva l’esigenza di un rinnovamento linguistico ma rifiutava il neoformalismo e muoveva alla ricerca di un nuovo umanesimo, scientifico e onnicentrico, cosa di cui il “Gruppo 63” non si curava.

   

LS: Molti poeti del secondo Novecento furono in un certo modo attratti, coinvolti o influenzati dalla neo-avanguardia. Il poeta napoletano Ugo Piscopo[2], pur non partecipando nel 1963 all’incontro di Palermo dove si costituì il celebre “gruppo ‘63”, fu legato al loro modo di far letteratura e intrattenne rapporti di stima ed amicizia con alcuni esponenti del gruppo. Quanto crede che gli esperimenti ed i motivi intenzionali dei “Novissimi” e della “Linea Lombarda” furono importanti per la letteratura italiana? Perché?

LZ: La neoavanguardia riuscì a smuovere, in qualche modo, le acque stagnanti della vita letteraria italiana, in quel periodo. Una sberla salutare. Purtroppo, ingenerò in parecchi l’erronea convinzione che bastasse frantumare il linguaggio per essere originali. La Linea Lombarda è stata altra cosa; pur con i suoi innegabili meriti, forse è stata sopravvalutata.

 

LS:  Charles Bukowski (1920-1944), considerato l’ultimo dei “poeti maledetti” è un autore che negli ultimi decenni è stato rivalutato e letto in maniera più attenta; la critica, tanto di lingua inglese che in altre lingue, gli ha dedicato un più ampio studio sebbene prevalgano ancora oggigiorno visioni molto differenti sulla sua produzione: tra chi prova disgusto e condanna la mancanza di una visione morale nelle sue e chi, invece, ne fornisce una lettura psicodinamica, indagando aspetti antropologici e sociologici del personaggio-alter ego, il celebre Chinaski. In molti hanno tentato addirittura di darne un’interpretazione politico-ideologica del personaggio, finendo per marchiare l’autore anche di accuse poco felici e difficilmente dimostrabili. Sebbene l’autore sia principalmente noto per la narrativa[3], Le propongo qui una sua poesia, intitolata “sicurezza”[4] sulla quale sono a chiederLe un commento:

 

la casa dei vicini
mi rattrista.
marito e moglie si alzano presto
e vanno al lavoro.
tornano a casa nel tardo pomeriggio.
hanno un bambino e una bambina.
alle 9 di sera le luci della casa
si spengono.
il mattino dopo l’uomo e la donna
si alzano di nuovo presto e vanno
al lavoro.
tornano nel tardo pomeriggio.
alle 9 di sera tutte le luci
si spengono.
 
la casa dei vicini
mi rattrista
quella gente è brava gente,
mi piacciono.
 
ma sento che affogano.
e non posso salvarli.
 
sopravvivono
non sono dei
 
ma il prezzo è
 
a volte durante il giorno
guardo la casa
e la casa guarda
me
e piange,
sì, davvero, la sento
 
la casa è triste
per la gente che ci vive
dentro
e lo sono anch’io
e io e lei ci guardiamo
e auto vanno su e giù
per la strada,
barche attraversano il porto
e gli altri alberi di palma
rovistano il cielo
e stasera alle 9
si spegnerà la luce,
e non solo in quella
casa
e non solo in questa
città.
vite scure si nascondono,
quasi
si fermano,
corpi che respirano e poco
d’altro.

 

LZ: Bukowski è un autore eccezionale, la cui opera si correla al suo stile di vita. Nel testo proposto egli compiange i tristi giorni di suoi vicini di casa dediti al lavoro senz’altra prospettiva che la sopravvivenza, con sottesa contrapposizione allo schema anarcoide della sua esistenza. Nel 1984 curai un ciclo di trasmissioni radiofoniche sui “poeti maledetti” per RAI-Sicilia, inserendo nel programma la lettura della poesia di Bukowski “Padre nostro che sei nei cieli”, che non è una preghiera. Il poeta parla del padre e del suo scopo di acquistare una casa da lasciare al figlio, affinché questi ne comprasse poi un’altra e così via. Il padre morì giovane e lui “sbolognò” subito la casa e i risparmi ereditati. Il testo colpì gli ascoltatori, parecchi telefonarono, uno parlò di “poesia anti-immobiliare”. Bukowski fu un bohémien conseguente (anche quando gli arrise il successo). La sua poesia è uno schiaffo all’etica borghese e al principio-cardine dell’economia americana: il profitto innanzi tutto. Essa è un paradossale vademecum per vivere in pura perdita, illustrato dalla vita stessa del poeta (azzardato, ovviamente, prenderlo alla lettera, a principiare dall’etilismo).

  Reading_poetico - con Lucio Zinna

(Nella foto: assieme al poeta e scrittore Lucio Zinna a Palermo nel maggio 2013)

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di validi poeti contemporanei viventi, ampiamente riconosciuti dalla comunità letteraria e dalla critica per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “E sarà di nuovo giorno”[5] di Marzia Carocci[6], poetessa, scrittrice e critico-recensionista ampiamente impegnata per la diffusione e la promozione della cultura, soprattutto nella sua città d’origine, Firenze:

 

Fiori nasceranno fra le pietre
e aurore brilleranno su nel cielo
stanca di pianti e nostalgie del cuore
è tempo di disperdere il dolore.
 
Riprenderò i sorrisi che ho perduto,
e i sogni sceglierò per farne vita,
colori a tinte forti sui vestiti
e fiocchi colorati fra i capelli.
 
Adesso sono sveglia
dal grigio mio torpore
riprenderò a cantare
canzoni sull’amore.
 
Ad ogni passo fatto
di danza sarà il tempo
e d’ogni fiore colto
l’olezzo sarà il vento.
 
Non sono più bambina,
né giovane ragazza
ma il tempo che è passato,
lo voglio trasformare.
 
Asciugherò le lacrime
dei pianti che ho nel cuore
e timide speranze
di nuovo coltivare.
 
Perché non è finita
finché ritorna il giorno
che limpido c’invita
di nuovo a un altro sogno.

 

LZ: È una poesia di renaissance. Ricca di buoni propositi. I buoni propositi non bastano da soli a far poesia (come quelli cattivi), ma – detti bene, come in questo caso – possono aiutare i poeti e i  lettori a vivere meglio. A «scegliere i sogni per farne vita», come scrive la poetessa. I sogni sono importanti. Borges ebbe a dire, in un convegno milanese nel 1984, che il suo era il caso di un sognatore che deve essere fedele ai propri sogni, addirittura più che alle proprie idee.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia dall’impronta speranzosa e profetica della poetessa Anna Scarpetta[7] intitolata “Verranno nuovi tempi”[8], di stile e contenuto molto diverso dalla precedente e sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Verranno nuovi tempi
a dirci cose mai dette prima
a parlarci dentro, noi così malati di consumismo.
 
E, noi così resistenti all’indifferenza, ascolteremo
con la grande voglia di cambiare o di migliorare.
Noi così forti di egoismo, eppure fragili,
tanto fragili da regredire dinanzi
alle illusioni divenute sogni gracili in sordina.
 
Verranno nuovi tempi
di grande benessere e prosperità per chiunque.
Sarà la lunga risalita della nostra fede,
sarà il grande faro universale dinanzi alle mere utopie.
 
Cadranno, come miti, le lusinghe assieme alle menzogne
e si piegheranno le insidie dinanzi al forte orgoglio.
Soltanto la verità avrà il primato di guidare
l’umanità, con estrema destrezza e parsimonia.
 
Saranno i giorni più attesi e i più amati mai avuti.
Saranno le nuove albe desiderate in cuore,
con immense preghiere e lunghe veglie sofferte,
di ciascun di noi in questo mondo.

 

LZ: Una poesia davvero “speranzosa”. È augurabile che vengano «nuovi tempi / di grande benessere e prosperità per chiunque». Intanto, uscendo dalla crisi (non solo) economica in atto, che mi pare stia malamente curando la malattia del consumismo denunciata dalla poetessa. Ma ancora tanti sprecano e tantissimi campano d’aria. I tempi nuovi auspicati saranno, si spera, segnati da un modo nuovo di vedere e di vivere la realtà, al di fuori delle illusioni, dell’orgoglio, delle menzogne. Sarebbe il vero ritorno alla mitica ‘età dell’oro’ sognata nel mondo classico e cantata dai poeti. Quella di oggi mi pare piuttosto l’età dei ‘Compro oro’: c’è una bottega ogni tre metri.

   

LS: Elio Giunta, studioso palermitano, ha dedicato un saggio dal titolo Lucio Zinna e la lezione esemplare di Sagana[9] a una delle sue opere poetiche iniziali. Il saggio, accurato e tecnico, fornisce alcuni spunti per la lettura di Sagana (1976). Perché scelse questo titolo per una silloge di poesia e quanto significò per Lei la pubblicazione di questa opera nella sua carriera letteraria successiva?

LZ: Conclusa nel 1971 l’esperienza del “Gruppo Beta”, ripresi dopo un lunga pausa con Un rapido celiare (1974): pochi testi del periodo sperimentale e altri successivi in cui tentavo una rentrée  nei miei consueti moduli espressivi, pur avvalendomi dell’esperienza acquisita. Tale linea stilistica trovò due anni dopo con Sagana più solidi esiti, ai quali fa riferimento Giunta. Dodici poesie inedite, seguite da un’antologia retrospettiva. Il titolo si riferisce a una zona collinare del palermitano, ancora immune, in quegli anni, dall’avanzata del cemento che stava sconvolgendo Palermo, dove vivevo. Un simbolo di serenità. Di tale luogo, accessibile ma di difficile fruizione in tempi di impossibili arcadie, non c’è traccia (quasi “lucus a non lucendo”) nelle poesie; agli antipodi, ce n’è parecchia del disagio esistenziale. La silloge mi aiutò molto a farmi conoscere. Fra l’altro, Giuseppe Zagarrio ne mutuò alcuni punti nodali per l’analisi delle “categorie della sicilitudine” nel suo volume sulla poesia italiana 1970-80: Febbre furore e fiele (Mursia, 1983).

  

LS: Lei si è occupato moltissimo e con serietà anche di critica letteraria spaziando a vari tipi di analisi, di autori e periodi letterari investigati. Tra i vari saggi mi ha colpito il titolo di uno di essi pubblicato nel 2008, Perbenismo e trasgressione nel Pinocchio di Collodi che, credo, sia una lettura estremamente curiosa su un classico della letteratura per l’infanzia e non solo. Può dirci come è nata l’idea di questa indagine e come è strutturato?

LZ: Il famoso libro collodiano è osservato con l’occhio rivolto alla pedagogia del tempo: conformista ma con rilevanti istanze di rinnovamento a livello nazionale e internazionale. Nel Pinocchio i «ragazzini per bene», benché invisibili, sono il contraltare del burattino, dai modi spesso censurabili. L’elencazione dei loro comportamenti, additati all’imitazione, li rivela eterodiretti (da genitori, maestri, fate, grilli parlanti, merli e pappagalli) e «avvezzati» a logiche adultiste: burattini di carne, espropriati della loro infanzia, il cui spazio è recuperato da un burattino imbambinato. Questi, imparando invece a sue spese a servirsi dell’esperienza e a non comportarsi da “grullo”, riuscirà ad “incarnarsi”, con innegabili vantaggi, forse per imburattinarsi veramente.

  

LS: L’universo delle riviste letterarie negli ultimi anni ha subito una battuta d’arresto con la grande diffusione di blog, siti e periodici online e solamente le riviste più radicate non hanno risentito di questo contraccolpo. Lei è stato particolarmente attivo anche in questo mezzo di espressione quale redattore capo di Sintesi (1977-1982), condirettore di Estuario (1979-1981) e direttore dei “Quaderni di Arenaria”. Per quale motivo negli anni ’80 mise fine alla sua collaborazione alle riviste Sintesi ed Estuario e che cosa ricorda di quella fase come direttore editoriale?

LZ: Il mio impegno redazionale in alcune riviste letterarie mi ha consentito di guardare al mondo delle lettere in maniera più dinamica e, per così dire, omnicomprensiva. Si scoprono più facilmente i reali meriti al di fuori dei clamori orchestrati, le magagne etc. Ho collaborato come redattore e condirettore a Sintesi ed Estuario dalla loro fondazione alla loro cessazione. Arenaria chiuse dopo dodici anni, nel 1997, perché era cresciuta tanto da richiedere irrealizzabili spese gestionali. Il successo fu il principale motivo della chiusura.

  

LS: Nella dura realtà dell’oggi, dove raramente si avanza e ci si fa notare per questioni di merito, condizione stagnante gravata dalla contingente situazione economica, quale pensa possa essere il futuro dei poeti che credono molto nelle loro idee, ma che ricevono deludenti feedback e di pubblico, di critica e soprattutto di vendita? Quale consiglio si sente di dare loro?

LZ: Di proseguire per la propria strada, se si è realmente motivati. Di pensare alla poesia, alla sua autenticità costitutiva, non occupandosi granché di quanto possa confonderla con altro (le vendite, ad esempio). La poesia non muore, per quanto brutti possano essere i tempi. È nell’uomo, vive con lui, nella sua interiorità. I poeti veri continueranno a parlare a chi vorrà e saprà ascoltarli.

 

Bagheria (PA), 15 luglio 2013

  

[1] Il “gruppo ’63” fu una pattuglia della neo-avanguardia italiana che venne fondato a Palermo con l’idea di distanziarsi dal classicismo retorico dominante, rivalutare il futurismo e proporre una letteratura sperimentale. Gli esponenti principali del gruppo furono Luciano Anceschi, Nanni Balestrini, Achille Bonito Oliva, Giorgio Celli, Umberto Eco, Elio Pagliarani, Eduardo Sanguineti e Amelia Rosselli.

[2] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[3] L’autore resta principalmente noto per tre romanzi: Post Office (1971), Faqtotum (1975) e Women (Donne, 1978) tradotti in tutte le maggiori lingue al mondo.

[4] Charles Bukowski, Il Grande, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 155-157.

Si noti che la mancanza di maiuscole dopo il punto è una scelta dello stesso autore.

[5] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e Penna, 2012, pp. 24-25.

[6] Per maggiori informazioni sulla poetessa si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lei dedicato.

[7] Anna Scarpetta è nata a Pozzuoli (Na) nel 1948. Ha vissuto molti anni a Napoli dove ha studiato alla Scuola di recitazione e spettacolo. Si è sempre dedicata alla poesia, narrativa e saggistica. Ha collaborato con numerose e prestigiose riviste culturali, è stata presidente onorario per la Città di Napoli del MOPEITA (Movimento per la diffusione della poesia in Italia), è membro honoris causa a Vitae del Centro Divulgazione Arte e Poesia. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari. Per il genere poetico ha pubblicato Poesia (Ed. Gabrieli, 1985), Frantumi di tempo (Ed. Lo Faro, 1991), L’altra dimensione della vita (Ed. LibroItaliano World, 2004) e Le voci della memoria (Ismeca, 2011). Molte sue poesie sono, inoltre, presenti in varie opere antologiche.

[8] Anna Scarpetta, Le voci della memoria, Bologna, Ismeca, 2011, p. 31.

[9] Elio Giunta, Lucio Zinna e la lezione esemplare di Sagana, Palermo, Centro Pitrè, 1977.

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