“La meccanica del cuore” di Mathias Malzieu. Recensione di Rita Barbieri

LA MECCANICA DEL CUORE
Di Mathias Malzieu
Feltrinelli, Milano, 2012
Costo: 12,75 €
Pagine: 160
 
Recensione di Rita Barbieri

 

cop5 Febbraio nelle sale francesi uscirà il film d’animazione, prodotto dalla casa produttrice  Europacorp (diretta da Luc Besson),  “Jack et la mecanique du coeur” basato sul romanzo “La meccanica del cuore” di Mathias Malzieu, scrittore e leader della rock band Dionysos.

In una notte gelida e tempestosa, ambientazione ideale e incipit perfetto di ogni favola antica o moderna, nasce Jack, bambino dal cuore ghiacciato. Non ha nessuna possibilità di sopravvivere se non affidandosi alle mani sapienti della levatrice Madeleine che, da esperta guaritrice, applica  una protesi al suo piccolo cuore ibernato. Si tratta di un ingranaggio meccanico e delicato: un orologio a cucù che, per funzionare, ha bisogno di una manutenzione attenta e accurata.

Ma soprattutto ha bisogno di istruzioni precise:

 “Uno: non toccare le lancette.

Due, domina la rabbia.

 Tre, non innamorarti, mai e poi mai.

 Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle, le tue ossa si frantumeranno, e la meccanica del tuo cuore andrà di nuovo in pezzi.”[1]

Le regole però, sono fatte per essere infrante, esattamente come i cuori… Infatti Jack, durante una piacevole passeggiata per le strade di Edimburgo, sente il richiamo di una musica triste e affascinante che, come in un incanto, lo conduce verso una bellissima  e fragilissima ballerina con occhi così immensi che vale la pena di guardarci dentro. Il cuore di Jack comincia a fare brutti scherzi, sussulta e strepita come un animale in gabbia. Madeleine lo riporta immediatamente a casa  e lo ammonisce:

 

“(…) Sappi che è una sofferenza ridicola rispetto a quella che ti può provocare l’amore. Un giorno o l’altro, tutto il piacere e la gioia che l’amore può suscitare si pagano con la sofferenza. (…) Sperimenterai l’assenza, poi i tormenti della gelosia, dell’incomprensione, infine la sensazione del rifiuto e dell’ingiustizia. (…) La meccanica del tuo cuore esploderà. Ti ho trapiantato io questo orologio, conosco perfettamente i limiti del suo funzionamento. Può darsi che resista all’intensità del piacere, e sarebbe già molto. Ma non è abbastanza robusto da sopportare le pene d’amore.”[2]

 

Ma Jack ha un solo desiderio: ritrovarla. Comincia così una lunga serie di avventure, incontri, personaggi, luoghi che sembrano usciti dalla fantasia onirica di Terry Gilliam e dalle atmosfere gotiche di Tim Burton. Maghi, prestigiatori, circensi nonché Georges Méliès in persona che diventa la guida, sentimentale e non, del piccolo Jack.

Il romanzo si fa leggere con leggerezza, con un sorriso sulle labbra appena accennato. Sappiamo che è una favola, nient’altro che un racconto per bambini già cresciuti; ma sappiamo anche molto bene che tutte le favole hanno un fondo di verità, nemmeno troppo nascosto…

Le favole, quelle antiche e quelle moderne, hanno sempre un messaggio, una morale. La morale della favola, appunto:

 

“Georges Méliès scuote la testa lisciandosi i baffi. Cerca le parole come un chirurgo sceglierebbe gli strumenti.

-Se hai paura di farti male, aumenti le probabilità di fartene sul serio. Guarda i funamboli: secondo te, quando camminano sulla corda tesa pensano che potrebbero cadere? No, accettano il rischio, e assaporano il gusto che procura scampare al pericolo. Se passi la vita cercando di non romperti niente, ti annoierai tantissimo, credimi… (…)”[3]

 

Un libro piccolo, scoperto e letto per caso, completamente fuori dai miei gusti e dalle mie letture abituali. Una storia tenera anche se non dolce, appesa a un pentagramma che, pur prevedendo sempre le stesse note, permette infinite variazioni e combinazioni.

 In amore, come in musica, c’è sempre qualcosa di nuovo da ascoltare.

 

Rita Barbieri


[1] Mathias Malzieu, La meccanica del cuore, p.30.

[2] Mathias Malzieu, op. cit., p. 28.

[3] Mathias Melzieu, op. cit., p. 57.

Lorenzo Spurio intervista l’iconoclasta Iuri Lombardi

INTERVISTA A IURI LOMBARDI

 

A cura di Lorenzo Spurio

 

Iuri Lombardi, poeta e scrittore fiorentino, è un personaggio eclettico e complesso che anima la cultura fiorentina e nazionale per mezzo di un gran numero di attività inerenti all’amore per la letteratura e non solo. Tra queste vanno enumerate numerose presentazioni di libri di esordienti e di artisti leggermente più affermati, presenze come giurato in concorsi letterari di poesia e narrativa e il suo incarico di Presidente dell’Associazione Culturale Poetikanten, un gruppo poetico-musicale che si dedica alla diffusione di poesia e canzoni impregnata sul tema della denuncia e dello sdegno sociale.

Ampia e variegata la produzione scritta di Iuri Lombardi tra numerose poesie (pubblicate su vari numeri della rivista Segreti di Pulcinella), romanzi, raccolte di racconti e saggi.

 

  

LS: La prima domanda è sempre la più difficile e intricata, ma serve anche per rompere un po’ il ghiaccio. Il quesito che ti pongo è quale valore ricopre oggigiorno la letteratura e quale, invece, funzione dovrebbe secondo te avere?

IL: Nel nostro presente storico purtroppo la letteratura, o meglio la letteratura di un certo tipo, che è quella che troviamo nei supermercati, in libreria, nei vari punti vendita; vale a dire la letteratura di produzione, ha un ruolo solo intrattenitivo nel senso più ampio del termine. Si tratta per la maggiore di operazioni commerciali per cui il libro, l’opera in sé, è solo un prodotto commerciabile, ma in esso non c’è uno spirito creativo vero; mancano a mio avviso di espressione, di sperimentazione, di studio: in poche parole di stile. Un autore, invece, che fa o dovrebbe fare letteratura necessita di avere una propria filosofia, una teoria del pensiero, aver sviluppato in linea ermeneutica un proprio senso di estetica. Senso critico, sperimentazione, studio, pensiero completamente assenti in un tipo di letteratura commerciale. Però in questo labirinto sconclusionato e assai approssimativo, per non dire scontato, vi sono autori che promuovono una letteratura autorevole, piena di significati, riconoscibile come stile, non anonima, lontana dai prototipi delle grandi produzioni. Questi autori fanno una vera operazione letteraria e danno, a mio avviso, un senso compiuto all’operare letterario. Vale a dire, in altre parole, cercano di aprire le coscienze, dare il significato al ruolo della letteratura che a livello europeo sta perdendo competitività e dignità.

La letteratura dovrebbe essere una denuncia continua, una messa in discussione sui valori che ci hanno tramandato. In poche parole: le lettere dovrebbero avere un ruolo di smantellamento, di decostruzione. Se un’opera non crea interrogazione, dubbi al lettore che senso ha? Se il lettore non ha le vertigini a leggere, non gli viene l’angoscia, non si scandalizza che senso ha la letteratura? Ecco, la letteratura deve generare dubbi e non certezze, non riposte. Lo scrittore, il poeta non è uno scienziato, un medico, un fisico; è per certi versi un operatore dell’occulto e deve denunciare: essere il portatore sano di dubbi, di ribellione. Insomma, l’opera letteraria, sia in prosa sia in versi, deve essere una summa di atti del non dicibile, del non confessabile e lo scrittore deve esserne l’apostolo. Il poeta quindi opera su di un piano empirico e non determinalistico come lo scienziato.    

  

Copia di DSC_0029LS: Stai per uscire con un nuovo progetto editoriale, un libricino dal titolo La Spogliazione che è un dramma in versi liberi. Puoi dirci come mai hai deciso di tentare la “via teatrale”?

IL: La via teatrale l’ho raggiunta per la smania di sperimentare sempre cose nuove per quanto concerne la scrittura. Sapermi misurare con forme diverse e simili è un tipo di operazione che mi interessa molto. Debbo, tuttavia, specificare che la scrittura teatrale da me proposta è però legata alla parola più che alla scena: è un’operetta, un dramma scritto da un poeta e non da un drammaturgo, e la cosa è pienamente diversa. Un’opera teatrale scritta da un addetto alle scene, da un commediografo, per intendersi, da un Becket di turno, è pensata per la scena, mentre io propongo una scrittura di stato, cioè non di scena, una sceneggiatura precostituita che sì può essere rappresentata, ma rende molto di più sul bianco e nero della pagina. D’altronde non è la prima volta che un poeta si cimenta a scrivere un dramma; in Italia lo fece Pasolini, poi Roversi, Silone, Testori, Luzi e tanti altri ma se uno legge quelle scritture si accorge che dietro vi è una logica di poesia e non drammaturgica. Mentre se uno legge Pirandello, De Filippo, Bene, si accorge che è un altro tipo di teatro: che è quello un teatro vero, non schematico, non imprigionato dalla parola. La stessa scelta di averlo scritto in versi piuttosto che in prosa è significativa ai fini dell’obbiettivo. Il mio fine è, infatti, quello di sperimentare la scrittura e lo faccio regolarmente con poesia, prosa, saggistica, adesso il teatro e poi come paroliere di testi per canzone che ho scritto in passato recente e che ogni tanto compongo, vivendo un modo di assentarsi per x tempo dalla letteratura e dalla forma di una letteratura tradizionale per poi tornare da essa più consapevole di prima. Tradire un ideale di forma, di contenuto, di sperimentazione implica al ritorno una chiarezza e una maturità senza pari.

  

LS: La Spogliazione propone una sorta di riscrittura iconoclasta delle vicende di San Giovanni Battista. La sua figura, riscritta e clamorosamente parodiata, risulta alla fine praticamente distorta. Perché per lo sviluppo del tuo libro hai deciso di partire proprio da un personaggio religioso?

Sei consapevole del fatto che questo potrebbe portarti delle accuse o aprire a delle polemiche?

IL: Partiamo dal presupposto che tutta la mia opera è per la maggiore iconoclasta. Credo che una certa iconoclastia, e per certi versi una certa blasfemia sia tipica del post-moderno e di ciò che è annesso a questo come essenza storica. Sulla scelta di San Giovanni Battista è perché da sempre sono affascinato da questa figura, trovandola tremendamente evocativa e suggestiva. Come sono attratto dalla figura di San Paolo, ad esempio.

Mentre per quanto concerne il discorso della parodia è dovuto ad un tentativo di decostruzione del mito, sia esso sacro o profano, per renderlo più umano, tangibile. Il decostruire, lo smantellare serve proprio a questo: rendere una figura in carne e d’ossa, renderla simile a te, al tuo prossimo. Consapevole di attirarmi addosso proteste, scandali, ecc. Ma credimi Lorenzo, il rischio ne vale la pena.

 

 LS: Nella tua letteratura ricorre con una grande frequenza il tema della sessualità che viene descritto in maniera diretta, senza particolare formalismi, e con il quale spesso vai ad indagare quelli che potremmo definire dei casi-limite, delle espressioni di sessualità che possono essere viste dalla gente come forme di non-conformismo o addirittura di frivola perversione. Quanto pensi sia importante affrescare la componente sessuale dei protagonisti dei quali narri?

IL: Il sesso non è da considerarsi l’atto in sé (banale tra l’altro), ma deve essere considerato parte del linguaggio. La realtà alla fine non esiste è solo una somma di rappresentazioni e di interpretazioni. La vita di un uomo, di noi tutti è irrimediabilmente compromessa dal linguaggio e da tutte le sue componenti: è da lì che nasce l’incomprensione umana, il dolore ontologico.

Il sesso poi è fondamentale, perché è l’atto – ma direi la somma algebrica del linguaggio- in cui si aggiungano pezzi di significanti e non di significati. Nel sesso si comunica non portando a termine il discorso: ecco perché mi interessa particolarmente. In esso, essendo apologia del linguaggio, vi è tutta l’espressione umana del reale, dello stato di cose; a partire dalla ripetizione dell’amplesso che ci ricorda di come la vita essendo somma di presenti, di interpretazioni e la realtà percezione quindi teatralità del nulla, del vuoto, avviene il miracolo dell’esistenza.

I miei personaggi, che sono gli eroi di tutti i giorni, l’uomo non considerato, non possono essere estraniati da questa forma o pezzo di vita; solo così diventano reali.

  

LS: Recentemente hai lavorato ad un saggio che si compone di una tua lucida analisi sullo stato attuale della letteratura (soprattutto italiana) e di una seconda parte dove dai spazio ad alcuni autori (poeti, scrittori, critici) contemporanei tuoi amici ponendo loro domande inerenti al loro percorso letterario. Come mai l’esigenza di scrivere un saggio sulla letteratura, per te che comunemente non ti consideri un critico letterario?

IL: In primo luogo, per smania di sperimentare cose nuove. In secondo luogo, perché sentivo l’esigenza di mettere per iscritto una teoria nuova per una nuova letteratura. Credo alla fine che la letteratura vera, quella sperimentale, non commerciabile, non vendibile, in gran parte sommersa vada saputa, conosciuta, affrontata senza sé e senza ma. In Italia, ecco poi la decisione di svolgere la seconda parte del saggio a colleghi e amici che hanno a che fare con le lettere e simili, purtroppo questo sommerso fa da padrone. Noi autori del post-moderno dobbiamo occuparci del sommerso, altrimenti ci si allinea al sistema si vende molto, ci si fa la villa al mare, in montagna e chi si è visto si è visto. Io non la penso così: credo invece in una nuova letteratura di denuncia, di messa in scena sulla carta di una nuova mitologia. Di una letteratura che parla dei nostri simili e non di principi dagli occhi azzurri e principesse sul pisello. Ecco la decisione che mi ha portato a scrivere questo saggio.

  

LS: Oltre al mondo del sesso con tutte le sue implicazioni, nella tua scrittura si fa spesso ricorso a un linguaggio di carattere religioso con frequenti utilizzo di parole quale ‘eresia’, ‘condanna’, ‘miracolo’, ‘risorgere’, etc. Non è un caso che un tuo recente racconto porti il titolo di Iuri dei Miracoli (Photocity Edizioni, 2012). Come mai l’utilizzo di una semantica legata al cattolicesimo quando invece il messaggio che mandi non ha nulla a che vedere con la liturgia e il credo?

IL: Ma perché, come sosteneva Benedetto Croce, non possiamo definirci non cristiani. In un paese come l’Italia anche un ateo è cristiano. Per quanto riguarda me, io sento la necessità di confrontarmi quotidianamente con il mito, sia esso religioso o laico. C’entra in tutto questo sempre un discorso legato alla decostruzione, ad un rinnovamento dei nostri valori, del nostro vivere.

Tu mi hai citato Iuri dei Miracoli, ma io direi anche La Camicia di Sardanapalo, uscito lo scorso autunno e che è un manifesto della decostruzione per eccesso. Si tratta di una raccolta di racconti affollata di poveri cristi che debbono, per una questione di sopravvivenza, misurarsi tutti i giorni con un’idea sacra di esistenza.

Infine, credo che non si possa estraniarci dalla religione, dal credo. Essa è parte integrante di una cultura, del nostro linguaggio.

  

Copertina La camicia di SardanapaloLS: Uno dei generi ai quali ricorri con maggior frequenza è il racconto breve che, come sappiamo, in Italia non ha mai goduto di grande fama a differenza dei paesi anglo-sassoni. Che cosa ha secondo te il racconto di peculiare e di importante che lo rende un genere affine, ma al contempo distante e indipendente dal romanzo?

IL: Il racconto è il genere letterario che prediligo in quanto lo trovo perfetto in sé: sintesi, linguaggio, stilismo nel racconto c’è tutto. E poi il racconto lo si può leggere ovunque, senza rubare tanto tempo al quotidiano.

In secondo luogo, quello che mi affascina di questo genere è il fatto che in Europa esso sia rimasto ai margini rispetto al romanzo: e per me tutto ciò che è emarginazione piace. Mettiamola così: è un modo per dare dignità ad una forma non considerata.

In Italia poi abbiamo avuti grandi maestri del racconto da Sciascia a Buzzati, da Calvino a Comisso, sino a Testori, Bianciardi, Pavese. É una questione di pensare la letteratura in un certo modo, di viverla in una certa maniera.

 

 LS: Una delle prerogative dell’artista post-moderno (sia esso scrittore, pittore o cantante) è la consapevolezza della necessità di uscire dal proprio individualismo –tendenza che ha dominato per troppo tempo nella letteratura- per costruire invece progetti collaborativi, di coesione e di interdipendenza anche tra le varie arti. Secondo te l’artista che si rinchiude nella sua torre d’avorio, scrivendo i suoi testi per inviarli ai concorsi e parteciparvi quando viene premiato, rifiutando invece di collaborare a riviste, collettivi, gruppi, presentazioni condivise, forum o quant’altro, è un modo accettabile di “far letteratura” o non ha senso? Perché?

IL: Oggi non esiste più la voce dell’artista. Esistono voci. Oggi l’artista, sia esso cantante, scrittore, poeta, vive in relazione ai laboratori, ad un collettivo di colleghi: compie un gioco di squadra. Ecco perché fondai i PoetiKanten un anno fa, l’associazione che ho a Firenze e della quale sono presidente. Proprio per questo. Oggi un artista deve essere interventista, in senso pacifico del termine, deve sapersi confrontare con la realtà, non vivere in una torre d’avorio, prendere confidenza con il suo presente, il suo tempo, ma soprattutto parlare con il tangibile, il concreto.

  

LS: Da bibliofilo e amante della letteratura, potresti dirci quali sono i tuoi autori preferiti e che cosa apprezzi di ciascuno di essi?

IL: Ho risposto molteplici volte a questa domanda. In primis, Ferdinn Cèline, poi Joyce, i veri capisaldi della letteratura occidentale, poi di seguito moltissimo gli ispano-americani, certi spagnoli, moltissimo la letteratura femminile francese del novecento.

  

LS: Quali sono i prossimi progetti che ti vedranno impegnato?

IL: Vorrei tornare al romanzo. Ne sento proprio l’esigenza. Ho un nuovo soggetto in testa da sviluppare, ma ci vorrà qualche tempo. Poi ovviamente continuare con la poesia, genere che amo e che vivo come esigenza per sopravvivere. E poi dedicarmi alla mia associazione, cercando di portare la cultura tra la gente, nei luoghi desueti, abbattere certe barriere. Ma la battaglia è lunga e la sfida è assai ardua. Ce la faranno i nostri eroi?

 

 

02-02-2014

La bresciana Ilaria Celestini torna con “Memorie intrusive”, nuova raccolta di poesie

 Memorie intrusive

E’ uscita la nuova silloge poetica di Ilaria Celestini

COMUNICATO STAMPA

  

119_Memorie_intrusive_Ilaria_Celestini900Dopo la prima raccolta datata 2011 dal titolo intimo e sussurrato Parole a mezza voce nella sera, la bresciana Ilaria Celestini ritorna con un nuovo lavoro concettuale, raccolto attorno al titolo di Memorie Intrusive. Il nuovo libro, edito da TraccePerLaMeta Edizioni, è un ricco scandaglio della psiche in un universo negletto, fatto di devianza, storture e dove domina la logica dell’inganno, del potere e della sopraffazione. Con una ricca proprietà di linguaggio, la nuova poesia di Ilaria Celestini sembra oltrepassare la metafora per donarsi al lettore in maniera vivida, autentica e direttamente comprensibile senza far ricorso ad analogie. E’ una poetica che affronta temi duri, dolorosi e che sono impiegati dalla donna quale chiaro segno di denuncia, di una realtà –tanto personale che pubblica- che non più sottostare alle bieche regole dell’omertà.

Tacendo una violenza, diventiamo partecipi di essa, e ne produciamo una ancora più grave. E’ questo il messaggio che sembra dare la poetessa.

Dalla prefazione di Loreno Spurio si legge: La silloge non è solo una chiara denuncia sociale di ciò che spesso accade nel mondo, nel nostro paese o nella casa dei nostri vicini, ma di quanto sia importante e imprescindibile denunciare fatti [indecorosi] affinché si impedisca [alle] persone malate di perpetuare le proprie devianze e si metta al bando una volta per tutte la falsa e denigrante definizione di “sesso debole”.

 
 
Titolo: Memorie intrusive
Autrice: Ilaria Celestini
Editore: TraccePerLaMeta Edizioni
Collana Indaco – Poesia
Pagine: 60
ISBN: 978-88-98643-11-0
Costo: 9€
Link diretto alla vendita
 
Ilaria con libro Memorie intrusive_001_FB

“Anima di Poesia”, la nuova silloge poetica del palermitano Emanuele Marcuccio

Comunicato Stampa

 

 

Cover_front_Anima di PoesiaEsce nel Gennaio 2014 Anima di Poesia, seconda silloge poetica del palermitano Emanuele Marcuccio[1] con le Edizioni TraccePerLaMeta. La silloge raccoglie le poesie degli anni 2008-2013, è aperta da una prefazione curata dal poeta e critico letterario, Luciano Domenighini, e chiusa da una postfazione curata dalla scrittrice e critico letterario, Natalia Di Bartolo.

Completa l’opera, una quarta di copertina curata dallo scrittore e critico letterario, Lorenzo Spurio, che all’Autore nel 2013 ha dedicato una monografia.

 

Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio con Anima di Poesia giunge alla sua seconda silloge poetica, dopo la felice esperienza di aforista e di curatore di una ricca antologia, Dipthycha, il cui ricavato è stato destinato a una lodevole causa umanitaria in difesa della ricerca di una malattia grave, insidiosa e poco

conosciuta quale è la sclerosi multipla.

Una raccolta di liriche variegate che spaziano dall’incondizionato fascino verso il mondo classico ad un nuovo e interessante formalismo dove è l’oculatezza sintattica a governare. Sfogliando Anima di Poesia, che si compone di varie poesie di chiaro intento civile, motivate o ispirate da qualche fatto o condizione che riguarda l’uomo in quanto parte del gruppo sociale, il lettore si troverà rispecchiato in molte delle ansie del poeta, che sono quelle della nostra epoca.

Con un registro per lo più asciutto, ma sempre appropriato e propedeutico alla resa in versi della coscienza del poeta, Marcuccio con quest’opera ci affida le chiavi dello scrigno inarrivabile dell’ “anima della poesia”. Un’utopia che si realizza, grazie alla Parola.  (dalla quarta di copertina di Lorenzo Spurio)

 

SCHEDA DEL LIBRO

 

 

TITOLO: Anima di poesia

AUTORE: Emanuele Marcuccio

CURATORE: Lorenzo Spurio

Editing Cover Images: Laura Dalzini

Original Cover Photo: Giuseppe Parello

EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni

GENERE: Poesia

FORMATO: Brossura

PAGINE: 80

ISBN: 978-88-98643-08-0

COSTO: 9,00 €

http://www.tracceperlameta.org/tplm_edizioni/negozio/anima-di-poesia-emanuele-marcuccio/


[1] Emanuele Marcuccio (Palermo, 1974) ha conseguito la Maturità Classica nel 1994. Si occupa di poesia (ha pubblicato la silloge poetica Per una strada, SBC Edizioni, 2009, ha ideato e curato una non solita antologia poetica, Dipthycha, Photocity Edizioni, 2013, che lo vede presente con ventuno titoli, in dittico di uguale tema, con altrettante poesie di autori vari) e di aforismi (ha pubblicato la silloge di aforismi e pensieri vari, Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, 2012).

I Premio Letterario Nazionale Bukowski

“I edizione Premio Letterario Nazionale Bukowski”

Inediti di ordinaria follia

sono aperte le iscrizioni – possono partecipare opere inedite (romanzo, racconto, poesia)

I testi devono avere come tema la “donna”

(Autrice e/o protagonista dell’elaborato)

 

 

 

Sono aperte le iscrizioni per partecipare alla prima edizione del “Premio Letterario Nazionale Bukowski”, organizzato da Associazione Culturale I soliti ignoti in collaborazione con Giovane Holden Edizioni di Viareggio (Lu).

imagesA vent’anni dalla scomparsa di Charles Bukowski, sicuramente uno dei casi letterari più sorprendenti degli ultimi anni, nasce il primo premio letterario intitolato al poeta, romanziere, scrittore di racconti americano.

Difficile stabilire in modo univoco quale sia l’originalità della sua opera, spiegare le motivazioni della fama quasi leggendaria di cui gode o il perché molte università gli abbiano dedicato corsi di letteratura americana contemporanea e di scrittura creativa. Fatto sta che il suo fascino ha sedotto anche gli accademici. Di certo, per addentrarsi nell’opera di Bukowski occorre svincolarsi dal pudore e sfidare il comune buon senso. Solo così è possibile lasciarsi alle spalle il frettoloso giudizio di scrittore che scrive solo di alcol e di sesso; è vero che i suoi temi sono questi in prevalenza ma è pur vero che rientrano in una dimensione più ampia. Bukowski trova insopportabile chi scrive in una sorta di codice magari curatissimo sul piano stilistico ma che rischia di essere destinato solo a pochi eletti, qualcosa cioè di molto lontano dalla vita reale e dalla sofferenza di cui essa trabocca. La scrittura deve appropriarsi del reale e dunque in questo senso Bacco e Venere non vanno intesi come divertimento folle quanto piuttosto come testimonianza di un profondo disagio esistenziale.

Obiettivo del premio, quindi, stimolare la produzione di testi che sappiano raccontare la “vita vera” fatta di sofferenza, di sospetti, di compromessi ma anche di gioia, di risate e di amore.

La decisione di scegliere per la prima edizione il tema della “donna” è da ascriversi alla volontà di esplorare il complesso universo femminile che tanta importanza ha rivestito nell’opera dello scrittore americano.

Il premio è rivolto a tutti i cittadini, italiani e non, che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età alla data del 13/01/2014.

Si può partecipare con opere inedite (cioè mai pubblicate) scritte in lingua italiana.

Il Premio si articola in tre sezioni: romanzo inedito, racconto inedito, poesia inedita.

Gli elaborati – nel numero di due copie – devono essere consegnati a mano o inviati a mezzo posta prioritaria o per raccomandata entro il 30/04/2014 al seguente indirizzo: Segreteria Premio Bukowski – c/o Associazione Culturale I soliti ignoti – via Rosmini, 22 – 55049 Viareggio (Lucca).

Insieme all’elaborato deve essere allegata ricevuta di pagamento della quota di partecipazione (pari a 20,00 euro) e nota contenente le generalità complete (nome, cognome, indirizzo, e-mail, telefono, firma autografa). All’indirizzo info@premiobukowski.it va, invece, inviata copia digitale dell’opera (in formato Word).

La giuria selezionerà i finalisti e i vincitori, uno per sezione.

I vincitori di ciascuna sezione riceveranno in premio la pubblicazione del proprio elaborato da parte della casa editrice Giovane Holden Edizioni.

I finalisti riceveranno attestati di merito, libri e gadget durante la cerimonia di premiazione.

La proclamazione dei vincitori e la consegna dei premi avverrà il 2 agosto 2014 a Viareggio (Lu) presso Mad Gallery.

Il bando completo e i moduli di iscrizione sono scaricabili dal sito www.premiobukowski.it

 

Per informazioni:

 

Miranda Biondi

Mobile 3384207994

E-mail ufficiostampa@isolitignoti.it

Ninnj Di Stefano Busà sul saggio di Sandro Angelucci sul poeta Rescigno

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Angel... di rescigno......Intervenire criticamente su un saggio, a sua volta,  -critico- è quel che si può dire il clou in letteratura.

Ma quando questo disquisire giunge da un esegeta accreditato come Sandro Angelucci, il fatto incuriosisce e si va a leggere con più pertinente attenzione l’autore segnalato.  Non fosse altro che perché conosco da molti anni Rescigno, sarei stata per prima curiosa di apprendere una più profonda esegesi su questo autore: schivo, coerente al suo episodio letterario fin dall’esordio, interessato alle varie tappe della vita, profondamente naturale e fruibile in ogni suo testo poetico, che va a toccare avvenimenti, esperienze plurime dell’uomo, soprattutto, il suo dolore e il suo distacco dalla realtà, con la morte. Gli ultimi due libri si fermano su quella tematica o almeno la sfiorano con quell’ineluttabilità che è propria delle persone autentiche, nel voler valutare il passaggio nell’aldi là con somma chiarezza e senza dileggio. Vi è da sempre nel poeta Rescigno il sacro fuoco della poesia.

La parola del poeta è fede e religio di una verità ultima che pone in rilievo la vita con i suoi molteplici aspetti peculiari, con la sua meditazione e speranza, con suo pianto e le sue gioie.

Sempre, l’autore ha trattato il tema lirico con grande rispetto per i valori dell’uomo, e vista dal lato del sublime, la sua ispirazione rigorosamente attinge alla visione cosmica, ad un più dettagliato e lucido panorama del mondo, che è mistero e religioso stupore, amore e morte, amalgama potente e lungimirante di una contemplazione che si fa viaggio e passaggio dall’uno all’altro, da un aspetto all’altro, diventando memoria e ricordo come categorie ultime di un umanesimo che si ricompatta col mondo, con le sue varianti prodromiche e le sue esperienze temporali.

Una ricerca lunga quanto la vita, quella di Gianni Rescigno, che da grande affabulatore è riuscito a dare l’interpretazione del suo lirismo in maniera esaustiva, sia idealmente che concretamente: i suoi superbi paesaggi terragni, le sue vigne, i suoi ulivi, la natura selvaggia e imponderabile di un Sud fatto a immagine di poesia, tra luci e ombra, tra passaggi interiori e suggestioni, tra emozioni e scoperte, tra lusinghe e dolore; si snoda la vita, e il poeta Rescigno la percorre in un fremito che tutta la raccoglie.

Il suo impianto linguistico è moderno, contemporaneo, mai sperimentale, perché sa cogliere un panismo, un misticismo lirico che non sono di tutti. L’ermeneutica su cui si colloca l’esegesi di Sandro Angelucci è ricchissima di spunti che serviranno a incorniciare la figura di questo poeta entro l’ambito di una scrittura poliedrica e versatile, senza nulla togliere al viaggio reale della sua esistenza, al quale giustamente il Critico riserva tutta l’attenzione.

É scevro da funambolismi ariosi e descrittivi questo saggio, va dritto al punto cruciale che è la personalità del poeta Rescigno: le sue carrellate di versi, tutti potenti, tutti immersi in un’armosfera lirica da lunga e pesante permanenza in poesia.

Il critico ne ha saputo individuare linee e forme, categorie e passaggi cruciali, i flussi e i riflussi che ne hanno regolato le stagioni, i gusti, le sollecitazioni amorose, i dubbi, le speranze.

A indicarne la camaleontica tranche de vie non potrebbero essere che le stesse parole del poeta: “forse è l’anima nostra in continua prova/ per raggiungere l’infinito (da: Nessuno può restare) Genesi, 2013. Quest’ultima è una raccolta lucida e ben delineata, una sintesi oserei definirla di quel percorso che Rescigno compie a rembours, per abbracciare l’intero percorso e donarsi infine nelle braccia dell’Ultimo Morfeo, come un guerriero stanco.

L’esegesi di Angelucci è di quelle che non si fanno attendere, ne delimita gli assunti, ne ricrea le atmosfere, ne illumina i contorni con un’aderenza alla realtà tra le più straordinarie. E lì, infatti che si sentono l’abilità e la preparazione di un critico, quando questi ne avverte i segni, le interferenze, le angolazioni, i traguardi, le impalpabili sottigliezze, gl’indicibili rifrangenti dell’umano percorso che si fa carne e sangue della vita, ne assume i contorni, ne evidenzia i dati più eclatanti, per giungere all’ultimo stadio che è il più verosimile – come la nascita, infatti, anche la morte è un barlume di vita, anche se l’una dà, l’altra toglie, ma è l’inafferrabile, il mistero di ogni umanità ad attaccarsi al sogno, alla rappresentazione scrittoria di un progetto che si trasforma in poesia, come in arte. Un processo salvifico, un procedimento di gran lunga più misterioso e potente della stessa nascita. Angelucci sembra dire nel suo saggio: se un poeta dopo aver percorso il suo cammino, aver ostinatamente scavato per trovare la peculiarità del linguaggio, la chiave più opportuna offertagli dalla vita, ha saputo parlare con le sembianze di un uomo qualunque “umile” eppure elevato, dal perentorio bisogno del –dire- allora gli si può riconoscere l’immortalità dello spirito, la sua lunga permanenza nei territori dell’anima, che ne testimoni il grande privilegio della Poesia. Mi pare che un critico non potesse dare miglior giudizio di questo. Spero di averlo interpretato bene!

 

“25 racconti per altrettanti gusti”: Paolo Ragni su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio,  La cucina arancione

25 racconti per altrettanti gusti

a cura di PAOLO RAGNI 

 

cover_frontMa guarda un po’! Questi racconti raccolti attorno alla Cucina Arancione stanno insieme tenuti da un filo sottile, quello che intercorre tra un regista e i suoi attori, o tra un allenatore e la sua squadra.

E’ vero, può sembrare una provocazione, e nemmeno delle più gradite in certi casi: potrebbe fare pensare che l’autore si nasconda così bene dietro ai suoi stili che magari non ne conosce nemmeno uno. O, per essere più preciso, che magari non si riconosce nemmeno in uno. Invece, fortunatamente, non è questo il caso, perché siamo difronte ad uno scrittore, a noi ben conosciuto, che intraprende varie strade sulle basi uno studio metodologico molto serio e puntuale.

Lorenzo Spurio chi è? E’ essenzialmente uno studioso, un ricercatore, un saggista, un operatore culturale. Ma della sua preparazione accademica noi apprezziamo subito, nella Cucina Arancione, la grande abilità di “switchare” da un registro all’altro, la furbizia nell’incatenare il lettore con incipit brucianti e conclusioni straordinarie, l’eleganza con cui le scene si preparano, si sviluppano, si concatenano l’una all’altra, in modo logico, consequenziale e talvolta perfino meccanico.

Le storie di Spurio sono storie essenzialmente di disagio, di difficoltà, di stramberie. Sono storie di persone che difficilmente riescono a scrivere la propria storia, sono storie di gente alla rinfusa, di bric-à-brac, di desolazioni e dolori, di inettitudini, di anime senza qualità. Si potrebbe tentare di trovare attenzione, carità, affetto verso i protagonisti delle stravaganti avventure quotidiane di Spurio. Ma non è così. Le storie si dipanano quasi sempre senza partecipazione alcuna da parte dell’autore. Non ama né disprezza i suoi personaggi, non li prende in giro, non prova affetto o derisione verso di loro. Solo in un caso (in una lunare fantascientifica storia che il lettore non avrà fatica a rintracciare nel libro) l’autore appare con una morale, con una idea che vuole esporre, con una partecipazione che spiega e dà un senso al tentativo patetico di raggiungere l’immortalità attraverso l’ibernazione.

Per il resto, quel che sorprende del libro è proprio la freddezza degna dei migliori naturalisti francesi, specie quando non si facevano prendere dai sentimenti e si lasciavano invece trascinare dal delirio di spiegare per forza una loro tesi, più o meno meccanicistica. In questo, senza dubbio Spurio è erede proprio dei naturalisti francesi (e loro assimilati). Si ha in lui il massimo del realismo e il massimo del delirio, così che capita come nei romanzi di Balzac in cui ci perdiamo volentieri tra i calcoli dei franchi, le rendite e le pigioni, oppure come quando Zola, in un vero e proprio delirio e furore ideologico, parla di Parigi come parlerebbe dell’altra faccia della luna, solo come luogo dove potere sperimentare scientificamente i propri assunti e verificare se la tesi è esattamente quella presente in nuce agli inizi del racconto.

Senz’altro, a volere analizzare cocciutamente il realismo e l’attenzione estrema ai dettagli di cui Spurio fa gran profusione può sorgere il dubbio se tutti i particolari sono realmente tutti strettamente necessari alla trama. Può sorgere il dubbio se il lettore, a un certo punto, sia più interessato allo svolgimento onirico e furioso della concatenazione degli eventi oppure se gli piaccia perdersi nelle descrizioni estremamente visive delle case, degli esterni, dei paesaggi che Spurio ama.

Spurio è autore essenzialmente visivo, che però evita i rischi cui ho appena accennato mediante una grande attenzione alle motivazioni psicologiche che muovono i personaggi. Non c’è dubbio che niente o quasi appare lasciato al caso. Molti dei racconti presentati in questa antologia viaggiano sul doppio binario della traccia che si dipana mediante molti eventi e della spiegazione del perché delle scelte dei personaggi.

Si tratta di uomini liberi? La domanda non è di poco conto. E la potremmo rivolgere ai 25 lettori dai differenti gusti che si saranno imbattuti in questo libro. Perché, eccetto rari casi, proprio i protagonisti principali sembrano mossi da un fato inesplicabile, da un destino, spesso avverso, o comunque da una fissazione originaria, da un peccato originario che li porta via, li trascina dove, in fondo, loro stessi desideravano di sprofondare. Forse “Fili elettrici bluette” e “Scettico” sono i testi più esemplari di queste fissazioni, magari neanche molto innocue, mediante la creazione di anime diverse, emarginate, ma più che altro di anime (si possono nutrire grossi dubbi sugli altri protagonisti, spesso macchine messe in moto da un terribile e spietato autore che non garantisce loro se non scarsa autonomia). Si tratta di persone che sono fuori dal contesto: come si vede, ad esempio in questa frase emblematica di una situazione esistenziale, più ancora che psichica: “Il più delle volte si trattava di cose sensate anche se, però, erano fuori contesto”. Oppure “nominò l’asino di Buridano, il cubo di Rubik e la psicologia della Gestalt”.

Ecco, questi riferimenti ammucchiati l’uno sull’altro fanno riflettere sul tipo di società del quale Spurio è, in qualche misura, portavoce. Siamo nella società post-moderna, ops!, liquida, dove tutto è sostituibile, la storia, la geografia, gli amori e i disamori, la vita e la morte, la lucidità e lo sballo. Realmente, una scrittura pure così lucida (ripeto lucida e onirica, perché il tono è spesso stravolto come nei tentativi deterministici dei realisti francesi) raggela per le implicazioni sociologiche e per l’attenzione forte al fenomeno dell’ossessione. Forse, “Sofware di base” è il miglior esempio di questo prendere una idea e portarla fino alle estreme conseguenze, come in “L’alfabeto numerico”. Anche l’”Ordigno inesploso” esprime con grande chiarezza come una fissazione (la perdita della propria identità) possa tramutarsi in uno stile di vita. Mi pare che una influenza sia identificabile nel nostro Buzzati, che sviluppava logicamente da un fatto pratico, concreto, tutta una sua teoria sconvolgendo gli eventi e facendo loro assumere, nella apparente logicità, una visionarietà diffusa, fuorviante ed enigmatica. Qui, forse, il tema della malattia è troppo forte perché l’elemento fantastico (pur se ridotto a mero schema logico come spesso in Buzzati, con le conseguenti estremizzazioni) riesca a prevalere.

Spurio è, anche, non dimentichiamolo, anche un saggista e gli slanci troppo acuti della fantasia sono tenuti saldamente a freno da una argomentazione stringente, da una attenzione ai processi del pensiero, per storti che siano, facendoli parere perfino logici. Si arriva ad una coerenza, dentro il singolo racconto in tutto il volume, tra le premesse e le conclusioni. Ed a questo si arriva senza nulla levare alla grandissima varietà di intrecci, alla differenziazione di stili, alla capacità di percorrere non solo tematiche ma generi differenti.

In definitiva, un libro accattivante, inquieto, che forse trova le sue parti migliori quando l’autore si lascia prendere dal fluire della storia e riesce a ironizzare sulle stravaganze altrui. Quando parte con incipit fulminanti così: “A un certo punto mi accorsi che stavo sognando in arabo (mi hanno schedato)”, oppure quando in “Al negozio cinese” dice “Infatti una banana sola non fa compagnia (…) ma un casco di banane sì”. Probabilmente queste perle sono indispensabili in un tessuto connettivo in cui pare di assistere ad un franare continuo di rocce dalla sommità di una montagna. Sono quella ricchezza gratuita e non esplicativa che impreziosisce la storia e tiene l’autore a debita distanza, come un nascosto burattinaio.

 

PAOLO RAGNI

20 gennaio 2014

 

Lorenzo Spurio su “Doppio cieco” della barese Chiara Abbatantuono

Doppio cieco
di Chiara Abbatantuono
Europa Edizioni, 2013
ISBN: 9788897956853
Pagine: 142
Costo: 13,90 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 

Il linguaggio è solo una convinzione arida e bastarda (91)

 

Se non ci si ritaglia del tempo per comportarsi da folli, si finisce sempre col diventarlo davvero. (136)

 

Questo di Chiara Abbatantuono è un libro che va letto almeno due o tre volte prima di poter pensare di averlo capito, perché nei tanti temi che affronta, nelle forme di disagio, nelle profondità della coscienza, è un libro che interroga il lettore, lo punzecchia, lo infastidisce (nel senso proprio del termine, senza accezione di sorta), affinché maturi in lui una sorta di risposta, positiva o negativa che sia, un riscontro vagliato da un’attenta critica nei confronti di sé e del mondo[1] –di cui questo libro non è pieno, ma è traboccante- o una forma di protezione da quel mondo dove le mancanze, le storture, i difetti, le infelicità sembrano dominare:

 

La realtà è questa, quella delle battaglie private e delle guerre mondiali, degli stupri, delle puttane e degli omicidi. Il mondo giusto esiste solo nelle storie di fantasia e, probabilmente, sotto le lenzuola. (97).

 

downloadNon ci si sbaglierebbe, dunque, di molto nell’affermare che Doppio cieco è una sorta di post-modernizzazione del romanzo del flusso di coscienza, dove la protagonista (che non darà nessuna festa nella sua casa) è una sorta di Mrs. Dalloway[2] dei poveri, una donna che vive la sua quotidianità fatta di accadimenti insensati ed inezie, di pesi da sopportare che gravano su un animo tormentato, addirittura dissociato e in certi punti ossessivo. Chiara Abbatantuono si inserisce con questo suo libro in una fase letteraria nuova che fa dell’analisi della coscienza (non il culto di essa, ma piuttosto l’auto-critica per mezzo anche del paradosso) la chiave di volta nella rappresentazione di esistenze che possono sembrare marginali o attribuibili a persone strambe, fuori dalla pesante “normalità” della quale ci riempiamo la bocca senza sapere in che cosa, concretamente, consista. Perché poi, siamo noi, figli del secolo che tanto ha dato all’uomo in termini di scoperte, miglioramenti scientifici, tecnologici e di altra natura, ma anche custode del disinganno di una società debole, fondata sull’ego, sul denaro e sui rapporti dove meschina domina l’ipocrisia.

Con un linguaggio attento e meticoloso nei confronti di ciascun ambito della narrazione e con una mai pedissequa precisione nei confronti delle indicazioni che concernono la terminologia medico-farmaceutica[3], Chiara Abbatantuono descrive la realtà da dentro, come se in fondo sia lei stessa la protagonista delle due storie. La scrittrice, infatti, non sembra far difficoltà nello stendere sulla carta una trama ricca di curiosità, incongruenze che poi si risolvono, colpi di scena (non si immagini niente di romantico) e situazioni che rasentano il surreale. Tutto, però, è reso perfettamente all’interno di una cornice romanzata dalla forma impeccabile che invita il lettore, pagina dopo pagina, a fagocitare il libro con un’insaziabilità che non aveva mai provato prima.

Esistenze frustrate, dissociate, problematiche, piene di manie e tendenti alla paranoia sono i personaggi di questo libro, di un mondo alienato e represso dove la psiche viene tradita e si ricorre talvolta alla medicina, senza molto successo, tal altra ad atteggiamenti personali, privati, anche strambi che vanno a determinare i personaggi per condotte e comportamenti sui generis. Con abilità Chiara Abbatantuono descrive la vita di chi “[non ha] nessuna novità [e vede] intorno [a lui che tutto è] perfettamente ordinato. Tutto, ad eccezione dei [suoi] pensieri”. (65). Ma i personaggi, che vengono più e più volte equiparati a degli psicopatici, hanno sempre i loro momenti di lucidità: Ester tenta il suicidio, sì, ma ingerendo un flaconcino intero di mentine, fatto che denuncia un’intenzione egocentrica di indubbia rilevanza; Chris, tra i tanti pensieri e azioni bislacche che lo contraddistinguono, a volte è anche in grado di fermarsi, come se venisse messo in Pause, e di osservare lo scorrere degli eventi da fuori, senza la sua implicazione: “proprio allora mi resi conto di aver perso davvero il senso della misura” (82), una sorta di “voce” interna che lo fa ragionare e, come uno sprizzo di sana consapevolezza, gli fa vedere le cose per quello che realmente sono, senza esser influenzate dalle sue manie, deformazioni e parossismi.

L’apatia e il senso di noia che sembrerebbe caratterizzare Imma per lo meno nella prima parte del racconto, lascia poi il posto a una consapevolezza diversa (non saprei dire se maggiore o no) che la porterà a prendere delle decisioni importanti: licenziarsi e ingaggiare un rapporto con un ragazzo, tra la probabile insicurezza di lui e la celata voglia di lei. Si parla anche di alcolismo e si accenna a disturbi psichiatrici descritti dal DSM, che pure viene citato da Chiara Abbatantuono, a confermare ancora una volta il suo profondo interesse e padronanza di tematiche che navigano tra la psicoterapia e la psichiatria. La scrittrice pone attenzione anche nei confronti della possibile eziologia di comportamenti e traumi e la loro genesi azzardando a volte considerazioni che hanno riferimento diretto in traumi maturati a causa della famiglia (“Non sorprende che le mie relazioni in famiglia fossero sempre state morbose, frustranti, viziose e viziate”, 68). Continui e pertinenti i richiami al desiderio di togliersi la vita, idee che maturano nella mente di Imma, ma che non vengono mai prese troppo in considerazione (“Sarei tornata volentieri a casa solo per farla finita. E’ buffo pensare a quante volte ci abbia seriamente pensato in quell’atmosfera squallida quanto funerea”, 112) e il tema del suicidio ritorna nella figura di due persone che vengono citate: Seneca e Kurt Cobain che, con intenzioni e in tempi diversi, decisero di ammazzarsi.

Chris, nella seconda storia, ha 42 anni ma sembra essere molto più giovane della sua età, sia fisicamente (ed è questo il commento che fanno gli altri su di lui), sia per il suo animo inquieto che ci fa pensare a un ragazzo scontento della vita. E’ continuamente perplesso sulla sua esistenza, insoddisfatto dell’inefficacia di una terapia comportamentale prescritta dal suo analista in sedute collettive e private. Quando il medico gli diminuisce la quantità di psicofarmaci in vista di una riduzione progressiva nel tempo fino a farglieli sospendere, il personaggio si sente ulteriormente dislocato da sé e prova paura:

 

Spesso guardo fuori dal finestrino della metro e penso che la mia condotta sia arrivata al capolinea. Poi rivolgo l’attenzione ai passeggeri. So che loro vivono immersi nei loro problemi, eppure stanno meglio di me. (60)

 

Anche gli spazi che la Nostra tratteggia sembrano avere i connotati del degrado e trasmettere una dimensione psicotica, ai limiti della realtà, quasi sospesa, come fossero delle città all’interno della città che hanno vita propria, un può fuori dalla convenzionalità, dove la vita sembra scorrere in maniera diversa: non stupirà, dunque, sapere che la camera di Imma in realtà non è che un attico claustrofobico e che la città viene da lei vista come “alienante e oscenamente bucolica” (67) in un mix speziato di contraddizione che nutre la nostra fantasia e contorna la narrazione in una cornice che è quella del nostro hic et nuc, ma che può anche non esserlo.

Ad ispessire il contenuto psicologico del libro è il significato stesso del titolo, apparentemente enigmatico e che, invece, ha molto di filosofico.[4] Filosofia che si ritrova in varie citazioni in esergo come quella del celebre esistenzialista Kierkegaard che, saggiamente e al contempo lapalissianamente, recita: “Alle volte da cause enormi e poderose viene un effetto minuscolo e senza importanza, alle volte addirittura nulla; alle volte una piccola causa produce un effetto colossale” (27) che racchiude un po’, se vogliamo, la filosofia o forse si dovrebbe dire per essere più precisi l’ontologia, dell’intero libro. Il principio di causa-effetto e di consequenzialità da sempre studiato dalla filosofia viene qui reso da Abbatantuono nella quotidianità degli accadimenti dove mai si parla di casualità o sorte (secondo una interpretazione fatalista) né di ricompensa, condanna o provvidenza (com’è nel pensiero cristiano). Ogni evento (pur piccolo), produce una conseguenza (pur insignificante o invisibile) dalla quale, però, può scaturire un effetto devastante, spropositato o impensabile.

Un romanzo[5] sull’oggi, ma anche su un tempo che cambia come ogni epoca. Se ci si soffermasse sullo studio del tempo della storia di questo libro, però, dovremmo osservare che le temporalità che Chiara Abbatantuono descrive sono due, diverse tra loro: il 1993 (nella prima storia ambientata Treviso) e il 2002 (nella seconda storia ambientata a Roma). Due date che, pur non troppo lontane tra loro, la scrittrice tiene molto a riportare in ogni capitolo del libro dove i due racconti sono sezionati in porzioni che si incastrano alternativamente tra loro.

Ma il libro si può leggere anche in un altro modo: prima ci si dedica alla lettura dei vari capitoli della prima storia e, solamente una volta completato il primo racconto, si passa all’altro. Ed è questo il modo in cui ho letto il libro per la terza volta, riuscendo a capire cose che, invece, nelle altre letture, a intervalli, mi erano sfuggiti. Ma un libro, si sa, è un amico e questi può essere un fedele compagno oppure un semplice conoscente, sicché sta a noi decidere quale tipo di rapporto instaurare con esso, come conoscerlo, come padroneggiarlo. Devo confessare che io mi sono letteralmente e letterariamente innamorato di questo libro, perché in fondo, oltre a configurarsi come un tipo di lettura di quelle che a me piacciono, ha una serie di peculiarità che lo rendono intrigante, a tratti incomprensibile e che richiedono una seria compartecipazione da parte dell’autore.

Un libro da leggere e da rifletterci su, da domandarsi, ma anche un libro di studio e di ricerca perché mi ha fornito molti elementi legati al disagio da investigare e approfondire.

L’ho letto e riletto per tre volte. L’ho fatto mio.

Non so neppure se questa possa definirsi una recensione, ma so benissimo che io e Doppio cieco siamo diventati grandi amici.

 

LORENZO SPURIO

 

Jesi, 22-01-2014

 


[1] Il riferimento al mondo del lavoro è continuo nel corso della narrazione. Si legga ad esempio questo estratto: “In una realtà in cui tutti si ergono a maestri di vita e speculatori senza poi riuscire nemmeno a guardarsi allo specchio, c’è qualcosa che non va” (84).

[2] Citare Mrs. Dalloway non mi sembra inappropriato dato che il suo nome viene fatto dalla stessa autrice nel racconto di Imma quando, stanca di Dan, il suo pseudo-ragazzo che la vorrebbe diversa e secondo lei più bella, cita il personaggio woolfiano come espressione della donna borghese educata, piacevole, seria e pragmatica.

[3] Non a caso è la prima volta che in un libro trovo una citazione di Paracelso che, insieme a Galeno, viene considerato uno dei padri della medicina naturale.

[4] Esso è indicato in apertura al libro e la descrizione della definizione Doppio cieco è tratta direttamente da Wikipedia. In essa leggiamo: “Un esperimento in cieco o doppio cieco è in termini figurativi un modo per definire un esperimento scientifico dove viene impedito ad alcune persone coinvolte di conoscere informazioni che potrebbero portare a pregiudizi consci o inconsci, così da invalidarne i risultati”.

[5] Le due storie proposte nel libro, seppur indipendenti, finiscono per proiettarsi l’una nell’altra tanto che è possibile per il lettore considerarle come una materia narrativa unica giocata su due plot differenti, intrecciati tra loro, amalgamati e costruiti volutamente con una chiara intenzione di rimando e riflessione tra le due storie. In questo senso il libro può essere concepito come un romanzo.

III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” – il bando

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III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”

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BANDO DI PARTECIPAZIONE

 

Con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale e dei Comuni di Brescia, Jesi (AN), Dronero (CN), Blog Letteratura e Cultura, la rivista di letteratura “Euterpe”, Deliri Progressivi e l’Associazione Culturale Poetikanten Onlus bandiscono la III edizione del Premio di Poesia “L’arte in versi” la cui partecipazione è articolata dal presente bando.

 

Il concorso è articolato in due sezioni, entrambe a tema libero:

a)        sezione A – poesia in lingua italiana

b)        sezione B – poesia in dialetto (accompagnata da relativa traduzione in italiano)

 

Le poesie presentate al concorso potranno essere edite o inedite, ma non dovranno aver ottenuto un riconoscimento in un precedente concorso letterario.

 

Ciascun autore potrà inviare un massimo di due poesie per ciascuna sezione e ognuna non dovrà superare il limite dei 30 versi.

 

Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di 5€ per ciascuna poesia presentata. Il pagamento dovrà avvenire con una delle modalità descritte al punto 8 del bando.

 

Per la corretta partecipazione, il poeta deve inviare entro e non oltre la data di scadenza fissata al 15 maggio 2014 all’indirizzo internet arteinversi@gmail.com  le poesie con le quali intende concorrere in formato Word o Pdf, il modulo di partecipazione compilato e la ricevuta del pagamento.

 

Nel modulo di partecipazione il concorrente attesterà che le poesie presentate sono di sua esclusiva paternità, assumendosi la responsabilità nel caso indichi il falso.

 

Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

Bollettino postale:  CC n° 001014268401

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia “L’arte in versi”

Bonifico bancario:  IBAN: IT33A0760102800001014268401

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia “L’arte in versi”

Postepay:  n° 4023600646839045

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia “L’arte in versi”

La ricevuta del pagamento dovrà essere inviata insieme alle poesie e al modulo di partecipazione.

 

Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.

 

La Commissione di giuria è composta da poeti, scrittori, critici ed esponenti del panorama culturale e letterario:

Annamaria Pecoraro, poetessa, scrittrice, Direttrice di Deliri Progressivi

Emanuele Marcuccio, poeta, aforista, curatore editoriale

Giorgia Catalano, poetessa, scrittrice e speaker Radio

Ilaria Celestini, poetessa e scrittrice

Iuri Lombardi, poeta e scrittore, presidente dell’Ass. Poetikanten Onlus

Lorenzo Spurio, scrittore, critico letterario, Direttore Rivista di letteratura Euterpe

Luciano Somma, poeta, autore di canzoni e critico d’arte

Martino Ciano, scrittore e giornalista-pubblicista

Marzia Carocci, poetessa, critico-recensionista ed editor

Michela Zanarella, poetessa, scrittrice e giornalista

Monica Pasero, poetessa, scrittrice e recensionista

Salvuccio Barravecchia, poeta e scrittore

 

Verranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. Il Premio consisterà in:

Primo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 150€

Secondo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 100€

Terzo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e libri.

La Giuria inoltre procederà a nominare dei selezionati e dei menzionati speciali per la buona qualità delle loro opere ed ulteriori premi potranno essere attribuiti a discrezione del giudizio della Giuria.

 

I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.

 

Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà dotato di regolare codice ISBN e che sarà presentato nel corso della premiazione.

 

La cerimonia di premiazione si terrà a Firenze in un fine settimana di Novembre 2014. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

 

Il Premio di Poesia “L’arte in versi” da sempre sensibile alle tematiche sociali devolverà parte dei proventi derivanti dalla vendita delle antologie all’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM). A tutti i partecipanti che avranno acquistato l’opera antologica sarà data testimonianza sulla donazione effettuata.

 

La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

 

Lorenzo Spurio                                                        Marzia Carocci

Presidente del Premio                                                 Presidente di Giuria

 

Segreteria del III Premio “L’arte in versi”

 arteinversi@live.com  – www.blogletteratura.com

Pagina FB del Premio: https://www.facebook.com/arteinversi

 

 

 

Scheda di Partecipazione al Concorso

 

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura e il tutto va inviato a arteinversi@gmail.com entro e non oltre il 15-05-2014.

 

Nome/Cognome __________________________________________________________________

Nato/a _________________________________________ il ______________________________

Residente in via __________________________________Città____________________________

Cap ________________________ Provincia ______________________Stato_________________

Tel. ________________________________Cell.________________________________________

E-mail _______________________________Sito internet: ________________________________

Partecipo alla sezione:

□ A –Poesia in lingua italiana                     □ B – Poesia in dialetto

con il/i testo/i dal titolo/i____________________________________________________________

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________________________________________________________________________________

 

 

Firma_____________________________________ Data _________________________________

 

 

 

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.

 

 

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

 

 

 

 

Firma_____________________________________ Data _________________________________

De Luca e il calore del tuo sorriso: il coraggio della purezza. Iuri Lombardi su Alessio De Luca

De Luca e il calore del tuo sorriso: il coraggio della purezza

Il messaggero delle emozioni

                                 

 Il calore del tuo sorriso
Talos Edizioni, 2013
Recensione di IURI LOMBARDI

 

downloadIl calore del tuo sorriso di Alessio De Luca non è un libro banale, come se ne trovano tanti a giro di questi tempi, è invece un’opera intelligente, ben fatta, che inchioda da subito il lettore a cominciare dall’incipit. E non avevo dubbi, conoscendo bene Alessio, avendo condiviso con lui tanto, del romanzo edito da Talos edizioni.

Allora, visto che non sono un critico, ma uno scrittore, come iniziare? Non è semplice, cercando di dare un giudizio oggettivo, parlare dell’opera di Alessio (consentitemi di poterlo chiamare per nome), perché lui stesso, se pur giovane e lontano dal mondo della letteratura, è un artista di straordinaria semplicità e complessità allo stesso tempo. Anzitutto dovremmo iniziare ad affermare che Alessio è un cantautore e la lezione cantautoriale, se pur apparentemente ma anche nella sostanza dei fatti,si fa sentire anche quando, vuoi per scherzo o per diletto, vuoi per esigenza di comunicazione, si cala nei panni di romanziere. E lo fa con maestria, portandosi dietro della attività di cantautore tutto un bagaglio epico, da intendersi come narrativo, che esprime architettando una storia ben intrecciata e con uno stile diretto e nell’eccezione più alta del termine popolare. Sì, Alessio può essere, ha tutte le carte in regola, da buon cantautore (figura a lui cara) popolare: nel senso che è un affabulatore di storie e tematiche alte, delicate, complesse (come quelle narrate nel suo romanzo), raccontate con semplicità e con stile e questo è tipico dei cantautori (i poeti per eccellenza del puro sentire).  Vale a dire, saper affrontare tematiche complesse con una voce leggera, non pesante, priva di retorica, fresca, seduttrice, lontana dalla lingua del romanziere letterato (che il più delle volte corre il rischio di essere autoreferenziale e di non arrivare alla gente). Tutto questo a cominciare – mi si voglia perdonare se ometto la trama del libro- dai dialoghi che emergono dalla narrazione della storia. Dialoghi diretti ben costruiti, così simili al reale e talvolta – visto che il romanzo parla di giovani- calati nell’identità psicologica dei protagonisti, così veri che non sanno del tipico artefizio del mentire romanzato ( “i poeti che strane creature/ogni volta che parlano è una truffa”[1]). Alessio non dissimula, non mente come fa di norma il poeta con la materia che tratta, e il suo non mentire (chi lo conosce come uomo sa quello che dico), la sua estrema verità e sensibilità espressiva non solo è tipica del cantautore, di chi è costretto a misurarsi con una scrittura simile alla poesia ma dissimile al contempo, ma di lui persona. Ma non voglio scendere in questi particolari e per due motivi: il primo perché  appartengono al mio modo di vivermelo da amico e di sentirlo, in secondo perché in questa sede è giusto e meritevole parlare dell’artista e della sua opera. Artista poliedrico, affascinato dalle arti tutte, non di meno dal cinema, la cui lezione, come nel caso della canzone, subentra con prepotenza facendo di Alessio un narratore per immagini. Anche in questo caso con ottimi risultati. Le pagine che compongono il calore del tuo sorriso sono infatti non solo narrative ma cinematografiche. Scelta stilistica che si nota da subito, a partire dalla suddivisione in parti (in tutto tre) della storia, come fossero tempi filmici. In queste tre tempi, in cui la storia narrata è l’affresco dell’umanità più vera, De Luca, raccontando in terza persona, riesce a calarsi e a scegliere un punto di vista di come lui stesso vede e affronta la vita, attraverso un personaggio del romanzo  senza avere la pesantezza della oggettivazione, tipica dei romanzieri post-moderni. In questo caso, lo fa con Gabriel, il vero eroe positivo e carico di valori umani e civili, in cui Alessio parla di sé in modo schietto e onesto. E questo (la scelta di un punto di vista espressa  tramite una drammatis personae dell’opera) è tipicamente cinematografico. Il personaggio di Gabriel è infatti per certi versi controverso, ma con l’esuberanza giovanile, tanto da accogliere sulle proprie spalle colpe che non gli appartengono, che sono di altri, tirando le fila del compimento di un destino particolare. In lui, leggendo il libro, cioè in Gabriel ho potuto riconoscere a pieno il mio amico Alessio, il suo modo di essere vero, di saper leggere l’umanità senza disprezzo godardiano[2] (tipico di coloro che sono sopraffatti dalla noia e da un mostruoso ego). Lontano da intrecci nefasti, malsani. Anche in questa occasione, l’occhio puro del cantautore e dello appassionato di cinema esce allo scoperto attraverso un uso della lingua semplice e diretto, ma mai banale. Lingua e stile che ricordano echi di un lessico da romanzo noir e infatti la storia è anche un giallo, per certi aspetti. Espliciti in particolare in certi passaggi verbali e narrativi che se da una parte mantengono l’integrità identitaria dell’epico in musica e del cinefilo, dall’altra vanno ad aprire orizzonti meta-testuali, come nel caso in cui Alessio si cimenta in frammenti radiofonici e di cronaca per giustificare quanto racconta. Infine, del cinema ma anche del teatro ci si ricorda in quanto la storia consta di un prologo e di un epilogo, vale a dire di un prima e un dopo, di un a.s e di un p.s, in cui alla ribalta viene presentata Kia la protagonista, la povera ragazza vittima di un sistema inumano e criminale che la rende umile e indifesa. Ma ancora da dire c’è molto, soprattutto nel caso di Kia, in cui Alessio (che ha una cultura scientifica legata alla biotecnologia) descrive i fatti in cui dietro si nota questo bagaglio paramedico, o giù di lì, al punto in cui la narrazione diventa un ibrido riuscito (ecco l’altro punto di forza) in equilibrio tra la realtà e la finzione. E non solo dal punto di vista scenografico, vale a dire di ambientazione, ma per quanto concerne i tempi (e leggendo capirete) che sono i tempi visto da un medico o da una figura simile; tempi che diventano non più ontologici ma biologici. Tempo di un tempo tangibile, oggettivo. Un punto di forza che ha echi lontani ma credibili da ricordarmi la figura di Giovanni Rasori[3], il medico che dette avvio al dibattito letterario attorno al conciliatore[4] nei primi anni dell’ottocento, in cui il Rasori proponeva una letteratura realista nel senso più tangibile del termine. Oltre ad essere una delle figure più interessanti del nostro romanticismo. Figura che seppe intersecare le due discipline – medicina e letteratura- con grande merito stilistico e di contenuto. Con grande eleganza poetica, tanto da proporre al panorama italiano le poesia di Schiller da lui tradotte con tecnicismi di non poco conto.  Per cui Alessio mi ricorda molto questa figura – che lascio al lettore approfondire qualora voglia farlo- e l’accostamento non lo vedo assolutamente fuori luogo. Come Giovanni (nome evocativo per eccellenza), Alessio partecipa con attenzione e grazia emotiva agli eventi storici, si batte per la giustizia, per le cose vere lasciandoci a noi lettori delle sue pagine un messaggio di umanità ed eleganza, di misurata indignazione verso i pregiudizi e le cattiverie (e il caso di dire da Ghibellin fuggiasco).

Accanto al ricordo Rasoriano del il calore del tuo sorriso, in questo affresco di grande umanità, nella figura di Jessica è facile riscontrare il Cesare Pavese del Il compagno, romanzo degli anni quaranta dello scrittore piemontese, con il quale sembrano esserci delle forti similitudini tematiche. Parallelismi di ambientazione a tratti ricordanti il Giovanni Testori di una certa Milano noir, dall’altra un Emilio Tadini ultimo, nello specifico riguardo al romanzo eccetera.

Insomma, si tratta sicuramente, e lo affermo senza ombra di retorica, di un romanzo profondo e universale nel senso che tocca le corde della sensibilità comune, nel quale emerge la figura di Alessio De Luca nella sua parte migliore, in cui affiora tutta la sua sensibilità di cantautore e scrittore, di uomo e amico, di artista e di cittadino del mondo,  dotato di estrema sensibilità e senso civico.  Un senso civico maturo lanciato tramite un messaggio emozionante e sincero, degno di una partecipazione da parte del lettore altrettanto sincera ed autentica che fa dell’autore del il calore del tuo sorriso: un messaggero delle emozioni.

 

                                                                             Iuri Lombardi


[1]     F. De Gregori, Le storie di ieri, in De André, Vol VIII, Ricordi, 1975

[2]     G.L.Godard, il disprezzo

[3]     G. Rasori, medico e scrittore (Parma 1766- Milano 1837)

[4]     Il Conciliatore, giornale dei romantici italiani, edito dal 1816 al 1819.

Verbale di Giuria del II Concorso Letterario “Segreti di Pulcinella”

1

2° Concorso Letterario “Segreti di Pulcinella”

VERBALE DI GIURIA

 

 

Le Giurie della II edizione del Concorso Letterario Nazionale “Segreti di Pulcinella” così composte:

POESIA: Anna Laura Cittadino, Susanna Polimanti, Lorenzo Spurio, Sandra Carresi, Massimo Acciai, Iuri Lombardi, Ilaria Celestini, Rossana D’Angelo.

RACCONTO: Alessio De Luca, Luigi Pio Carmina, Lorenzo Spurio, Sandra Carresi, Susanna Polimanti, Charlotte Migliolo e Luisa Bolleri.

 

ANNUNCIANO

L’esito del Concorso organizzato dalla rivista “Segreti di Pulcinella” in collaborazione con l’Ass. Culturale Poetikanten.

 

 

Sezione 1 – Poesia

 

Vincitori:

1° premio – VALENTINA MELONI con “Il mio Kintsugi”

2° premio –  ANGELO CANINO con “A vecchia”

3° premio– EMANUELE INSINNA con “Il sorriso dei vecchi”

 

 

Segnalati:

ALFREDO GIGLIO con “Gabbiani”

ANGELO CANINO con “A cchilli tiampi”

ANNA BARZAGHI con “Fotografie”

ANNA BARZAGHI con “I graffi del tempo”

CIRO IMPERATO con “A mio padre morente”

FRANCO CALZOLARI con “Rimembranze”

LENIO VALLATI con “I vecchi”

MIRIANA DI PAOLA con “Luci sul molo”

RICCARDO MANZINI con “Lu viziu de la memoria”

RICCARDO MANZINI con “Un sacco de risate”

RICCARDO VECELLIO SEGATE con “Bambini soldato”

RICCARDO VECELLIO SEGATE con “Estratti di follia”

RITA CHINOTTI con “Piaceri stanchi”

ROSARIA MINOSA con “Il vecchio”

STEFANIA PARON con “Una zingara mi disse”

VALENTINA MELONI con “Sul limitare dell’estate”

Sezione 2 –  Racconto breve

  

Vincitori:

1° premio – ALESSIA MICHELON con “La crisalide spezzata”

2° premio – GIGLIOLA FRANCESCHI con “Un giorno a Reggio”

3° premio ex-aequo – NICOLINA ROS con “Scarpe rosse, tacco 15”

3° premio ex-aequo – FRANCESCA LAPPEZZATA con “Aspettando un segnale per iniziare a vivere”

 

 

Segnalati:

MARCO CANELLA con “La luce nei suoi occhi”

VALENTINA MELONI con “Prince, il cavallo che ride”

LUIGINO VADOR con “La prima meta”

ALFREDO GIGLIO con “Il riccio”

RENZO MALTONI con “La cabina del telefono”

LAURA MORAZZINI con “Cara amica”

MARIA TERESA BUCCIERI con “Dialogando con Platone”

TIZIANO CONSANI con “Cioccolatini e caramelle”

RICCARDO MANZINI con “Il 7 dicembre, il giorno prima dell’immacolata”

 

  

Premi

Come indicato dal bando di concorso al punto 11, “I premi consisteranno in targhe di metallo per i primi tre vincitori di ciascuna delle due sezioni. I primi vincitori assoluti delle due sezioni riceveranno, inoltre, 100€ e una copia gratuita dell’antologia del premio. Per i segnalati e altri partecipanti che otterranno delle menzioni si consegnerà un diploma e un libro”.

L’antologia conterrà la pubblicazione di tutti gli autori vincitori e segnalati.

Per i vincitori il testo sarà corredato da un commento critico della giuria e una loro nota bio-bibliografica.

La cerimonia di premiazione si terrà a Firenze al Casa-Museo di Dante in Via S. Margherita 1 sabato 5 aprile 2014 a partire dalle ore 17:00.

Evento FB della Premiazione

Si ricorda che tutti i vincitori e i segnalati sono chiamati a partecipare alla premiazione; qualora ciò non sarà possibile i premi (le targhe per i vincitori, i diplomi per i vincitori e i segnalati) potranno essere spediti a casa dietro pagamento dell’interessato delle relative spese di spedizione.

I premi in denaro, invece, dovranno essere ritirati personalmente il giorno della Premiazione, pena il decadimento.

A questa comunicazione ne seguirà un’altra con la locandina dell’evento.

Per coloro che intendono prenotare l’antologia del premio o acquistarla (prima copia 10€, a partire dalla seconda 9€), possono farlo inviando una mail a lorenzo.spurio@alice.it (indicando nell’oggetto “Antologia SDP”) e potranno poi ritirarla direttamente il giorno della premiazione.

 

 Lorenzo Spurio                                                                                          Marzia Carocci

Presidente del Premio                                                                            Presidente di Giuria

 

 Firenze, 21 gennaio 2014

 

  

Info:

www.segretidipulcinella.it    –    www.poetikanten.it

Un sito WordPress.com.

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