Iole Chessa Olivares, Nel finito… Mai finito, Nemapress, Alghero, 2015.
Recensione di Lorenzo Spurio
Assai corposa e densa l’ultima raccolta poetica di Iole Chessa Olivares, poetessa originaria di Cagliari, che vive nella Capitale da molti anni. Con l’intenzione di proseguire un percorso che la stessa poetessa ha vissuto e delineato concretamente col “fare poetico”, le liriche vengono proposte suddivise in sette sezioni i cui titoli, pur ariosi e ampi, trasmettono a grandi linee quelli che sono gli stilemi che le caratterizzeranno. Curiosa l’immagine che campeggia nella copertina del volume, un noto quadro del pittore catalano Joan Mirò dove, su una tela di un giallo pesante, campeggiano segni indistinti dalla figurazione matematica con asterischi tracciati velocemente che fanno pensare a delle stelle e grandi bolli di colore nero messi in relazione a un segno più incisivo, dalla conformazione tondeggiante e posto nella posizione centrale. Una massiccia conferenza a tinta azzurra dove, a un’accurata vista si evidenziano i tocchi di pennellatura a semicerchio, viene a rappresentare un campo quasi filamentoso e vivido, facendoci figurare una particola di una cellula vista al microscopio.
Non solo surrealismo e visionarietà contraddistinsero il genio spagnolo ma anche fascinazione verso l’indefinito, i limiti della ragione, la sfida verso il reale, aspetti questi che visse e concretizzò in una ricerca spasmodica e pressante nell’arte pittorica dando luogo a campionature apparentemente assurde e di difficile risoluzione ma assai d’impatto. La poetica di Iole Chessa Olivares non ha nulla che possa dirsi affine, o congruo, a un’esperienza di tipo avanguardistico o di ipnotico, ed è ben lontana dall’onirico ponendosi su un crinale ben distinto dove l’empatia verso l’ambiente, l’osservazione critica del mondo nella quale affiora il trasporto emotivo e la difesa dell’universo femminile figurano come gli emblemi principali.
Una poetica che rifugge la scelta arcana delle simbologie o delle metafore argute e intricate, per mostrarsi al lettore ricca di rimandi alla terra natia, quell’isola che vive nel suo cuore, in una comunione del ricordo che avviene imbevuta nelle acque pulite e terse dell’infanzia. Non mancano nel libro componimenti che guardano con più ampiezza a ciò che accade al di là dell’universo intimo, vale a dire che s’interessano agli accadimenti e alle situazioni che hanno dettato in maniera significativa – spesso nel Male – le sorti di una società, di un gruppo collettivo di uomini. Mi riferisco alla lirica che ricorda – mai in maniera retorica né banale, come pure ravvisa l’acuto Plinio Perilli – la tragedia dell’Ossezia avvenuta nel 2004 dove alcuni terroristi, entrati in maniera subdola in una scuola, adoperarono il gas nervino per l’ottenimento del loro scopo, quello di una strage di innocenti. Tra gli episodi meno felici che in qualche modo vengono rievocati non si può neppure celare l’attenzione di Iola Chessa Olivares, direi addirittura una sorta di premura materna, che la poetessa rivolge verso la giovane Donatella Colasanti, vittima di un rapimento e di sevizie di un gruppo di balordi romani meglio noto come massacro del Circeo, da cui riuscì a salvarsi, che negli anni ’70 destabilizzò la popolazione e infuocò la cronaca.
Mi piace sottolineare, nella lettura delle poesie che compongono Nel finito… mai finito di Iole Chessa Olivares una predilezione palese per l’ossimoro, figura retorica che impiega non con lo scopo di generare stridore e dunque una qualche forma di choc, piuttosto per permettere al lettore di leggere il messaggio che la poetessa fornisce volutamente in maniera amplificata. In queste polarità semantiche o dualità aggettivali che la poetessa spesso tipicizza in maniera assai vivida e fulgente nelle liriche è contenuto quel rapporto magmatico tra l’io e l’anima.
Figure centrali e rivelatrice nelle poesie della Nostra oltre al mare, sono le donne a cui Iole dedica molte poesie (una dedicata a Samantha Cristoforetti, un’altra alla già nominata Donatella Colasanti, ma anche una alla Madonna) riflettendo sulla loro condizione e l’importanza del loro ruolo, ma anche l’immagine chiave del margine che così spesso ritorna a intendere non una cesura né un sistema divisorio ma un ambito di coesione e di cucitura, una cerniera, un elemento che traghetta o che, al contrario, lambisce l’oggetto di interesse. Esso non ha, dunque, il significato che potevano avere gli “steccati” della poetica di Fausta Genziana Le Piane in un’edizione pubblicata con nota di prefazione di Italo Evangelisti qualche anno fa. Poetesse che, pur parlando di realtà assai diverse (il mare della Sardegna in Iole, gli scenari cavallereschi in Fausta Genziana Le Piane) sembrano – pur con i loro immancabili e ovvi distinguo – provenire da una tendenza lirica affine, da un canto che elude lo smielato e avanza una ricerca dell’animo, con le nevralgiche riflessioni sul mondo, in quell’incanto che è amore verso l’ambiente e l’altro e confessione di sé.

Le puntuali e arricchenti note critiche di Plinio Perilli che accompagnano singolarmente ciascuna poesia con vari rimandi colti alla letteratura, alla filosofia e alla religione, appartenenti a varie epoche e tradizioni, sembrerebbero a una prima vista asfissiare il testo poetico che dovrebbe respirare autonomamente ed essere dotato di vita propria. La loro presenza si rivela assai utile per approfondire un possibile percorso esegetico delle stesse poesie ma – a mio vedere – è raccomandabile avvalersene solo a partire da una seconda lettura, magari più meditata e approfondita, per lasciare, comunque, al lettore di assaporare i vari righi da sé, ricercandone egli stesso le melodie intime, i fragori interni, gli ansimi e i bagliori. Tutto ciò, per ritornare ai termini della questione, affinché “nel finito” di cui parla Iole Chessa Olivares possa stabilirsi quell’indicibilità oggettiva, quella possibilità polifonica d’intesa, ovvero si realizzi una multidisciplinarità intuitiva o, in altre parole, non si raggiunga completamente quel “finito” a scapito di un “mai finito” che, invece, caratterizza noi, nella nostra effimera composizione umana, e il mondo nel suo ciclico rincorrersi dei tempi e nella metamorfosi del reale.
Le poesie di Iole Chessa Olivares hanno la forma di un’apertura, di un invito alla condivisione, di una donna che, senza remore o remissioni, elargisce con spontaneità e fierezza il suo vissuto e le sue perlustrazioni sull’esistenza, esse vengono fornite a chi avrà la volontà di leggerle e recepirle con il solo scrupolo che non sempre tutto è ciò che appare, che il messaggio è spesso contenuto nel non detto. Poesie che si attestano in una superficie aerea a noi superiore e, seppur di poco, comunque non raggiungibili del tutto, in una sospensione piacevole e reale, foriera di dilemmi e di elucubrazioni investigate secondo le predisposizioni e le inclinazioni emotive della Nostra. Poesia il cui messaggio è da ricercare perché le parole evocano, più che dire. Messaggi che sono latenti, eppure che respirano, e che al lettore è data facoltà di recuperare e di esporre al sole. Ed è così che il fulcro poetante della Nostra si potenzia nei recessi dell’invisibile, tra i “singhiozzi della mente” che spesso hanno voce in un altrove indefinito, ai margini di “una infezione/di una grande festa” dove, nella incredulità, il respiro spesso ha “l’alito [che] sa di sangue”. Si compie, così, quella disamina esoterica di un mondo dove il reale sembra il tutto e l’invisibile ha la forma di un’immagine che svanisce, ma che possiamo rincorrere perché niente è “mai finito”. Incertezza e cambiamento, sospensione e nemesi, in un colloquio autentico e che si rinnova, “nelle possibilità infinite”.
Jesi, 01-05-2017







Per chi, invece, volesse anche un arredo zen in materiali naturali e organici come il legno, la carta di riso e il bambù, sono nati diversi produttori europei di arredamenti in stile giapponese che riescono a trasformare anche una casa tradizionale in un accogliente ambiente zen. Uno di questi è
L’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) con il Patrocinio Morale del Comune di Palermo e della Regione Siciliana, come avvenuto negli anni passati per mezzo dell’omonima rivista di letteratura, organizza per la data di sabato 24 giugno alle ore 17:00 il reading poetico dal titolo “Idiomi poetici: versi dell’anima ed echi”. L’evento si terrà a Palermo presso gli spazi della Real Fonderia Oretea alla Cala (Piazza Fonderia). Alla serata di letture poetiche potranno intervenire i soli poeti che avranno inviato la loro partecipazione secondo il regolamento che segue.

Un nuovo libro d’amore, questo di Anna Maria Boselli Santoni, Nella casa del glicine, curiosamente ambientato nelle Marche centrali, tra Civitanova Marche, Cingoli e il capoluogo dorico. L’amore che descrive Anna Maria non è quello facile e beato, quello struggente e mieloso, è un sentimento vivo che fa soffrire, che si nutre di rapporti non sempre facili, è un canto alla vita e una difesa preziosa verso i legami più autentici.
Il titolo della plaquette di Anna Vincitorio, Bambini, induce il lettore a sorridere perché naturalmente si è portati a pensare a delle poesie ricolme di tenerezza e affetto, ma basta volgere lo sguardo all’immagine del bimbo in copertina, al suo sguardo perso nel vuoto, alle sue labbra inarcate per sospettare che la discrasia presente tra titolo e immagine nasconda qualcosa. Infatti già il titolo della prima lirica, “Bambino in guerra”, spegne ogni illusione di vivere liete emozioni. 

Il poeta bolognese Stefano Baldinu, dopo aver fatto incetta di prestigiosi premi letterari per la poesia in tutta Italia mostrando l’ampia e ricercata capacità lirica di trasfondere col verso la profondità dell’animo, ha recentemente pubblicato un volume dal titolo Le creazioni amorose di un apprendista di bottega (Helicon, Arezzo, 2017) che contempla una serie di testi poetici appositamente selezionati attorno ad un unico fil rouge, quello dell’amore. Collaboratore della rivista di letteratura online “Euterpe”, Stefano Baldinu ha precedentemente dato alle stampe i libri Sardegna (Dreams Entertainment, 2010), Scorci piemontesi (Aletti, 2012) e Genova per me (Aletti, 2013) dedicandosi negli ultimi tempi anche alla poesia dialettale sarda (variante nuorese) essendo conoscitore di quell’idioma per ragioni di carattere familiare.
Compiendo una sintesi del nuovo libro di Giorgia Spurio potremmo parlare di “miti d’acqua”. Il lettore si appresta, infatti, a leggere poesie nelle quali fanno capolino di continuo divinità dell’Antica Grecia che s’identificano, quale locus primigenio e caratterizzante, proprio nell’acqua, vale a dire nel mare. Si tratta di oceanine, ninfe, di Poseidone, Medusa e tante altre ancora che l’autrice inserisce nei righi delle sue liriche con una doppia intenzione. Da una parte richiama la classicità e dunque i relativi miti, le narrazioni che Ovidio ci riporta per mezzo delle Metamorfosi, di queste entità dalle doti soprannaturali che, poste in condizioni di pericolo, condanna o di morte, adottano o gli viene imposta l’adozione di una forma diversa. Si tratta, dunque, del tema del cambiamento particolarmente caro alla letteratura di ogni tempo, compresa la tradizione religiosa e biblica che fornisce numerosi esempi, spesso in chiave morale, di caratteri che sono portatori di verità, messaggi e forme di salvezza. Per permettere di situare bene i riferimenti alle divinità classiche Giorgia Spurio ha dedicato una parte di appendice del volume per raccontare, in forma sintetica, le vicende principali di questi personaggi e i loro destini. Apparato che risulta particolarmente utile per chi non ha fatto studi umanistici di un certo tipo o per chi non li ha molto freschi. L’altra intenzione dell’autrice con l’utilizzo di questa simbologia mitologica è finalizzata all’attualizzazione di forme di violenza e di sperequazione sociale che pullulano nella nostra realtà. Vale a dire gli attributi, le vicende caratteristiche, le sorti o le peculiarità di queste divinità (la pietrificazione data dal guardare Medusa, il sacrificio di Andromeda, la voracità di Cariddi,…) divengono significative e rilevanti nella descrizione di tipi caratteriali, di forme sociali, di complessi attitudinali e sistemi d’approccio nel mondo di oggi.

Il teorico per eccellenza dell’amore cortese è Andrea Cappellano, autore del trattato De amore, in cui vengono fissati le norme e i canoni di tale concezione. Nonostante la condanna della chiesa che lo induce a ritrattare nel terzo libro il contenuto dei due precedenti, l’opera ha un enorme successo, permeando profondamente la cultura aristocratica del Medioevo. Se la caratteristica essenziale del cavaliere della chanson de geste è la prodezza, nota essenziale dell’ideale umanità dei cavalieri-poeti , detti trovatori (dal latino tropare: cercare e trovare versi e musica) è la giovinezza alacre e gioiosa, splendidamente liberale, elegante e raffinata, amante della donna, dell’arte, della cultura; poi nel romanzo cortese queste due umanità vengono sapientemente fuse da Chrétien de Troyes.
La vicenda narrata nella Vita nova è possibile dividerla in tre parti: la prima tratta gli effetti che l’amore produce sull’amante, la seconda propone le lodi di Beatrice, la terza la morte della donna. La seconda parte è quella innovativa, perché il poeta, privato del saluto della gentilissima, comprende che la felicità deve nascere non da un appagamento esterno, ma dentro di lui, dalle parole dette in lode della sua donna, senza averne nulla in cambio, così l’amore diviene fine a se stesso e l’appagamento consiste nel contemplare e lodare la sua Beatrice “cosa venuta/ da cielo in terra a miracolo mostrare” (Vita nova, “Tanto gentile”), cioè angelo che manifesta in terra la potenza divina. Come afferma C. Singleton, questa concezione dell’amore ripropone quella dell’amore mistico elaborata dai teologi medioevali, infatti, alla visione cortese che considera l’amore una passione terrena che, pur raffinata e sublimata attraverso la sua funzione, non elude mai del tutto il senso di colpa, si sostituisce una considerazione di tale sentimento quale aspetto dell’amore mistico, forza che muove l’universo e che innalza le creature sino a ricongiungersi a Dio. Insomma l’amore con Dante, afferma il Singleton, diviene un “itinerarium mentis in deum”.