A Castel D’Emilio (Agugliano) una serata in poesia in attesa del Natale

L’Associazione Culturale “La Guglia” presenta l’evento

“ASPETTANDO NATALE…….PAROLE E MUSICA” 2015

8 DICEMBRE 2015  ore 17:30

CASTEL D’EMILIO  –  CHIESA SANTA MARIA DELLE GRAZIE  

Letture dei poeti Elvio Angeletti, Massimo Grilli, Mauro Cancellieri

INVITO CL 8 dicembre Casteldemilio-page-001

“L’ Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta” a cura di Lucia Bonanni

L’ Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta

Lettura critica del suo mondo poetico, partendo dall’analisi della silloge  Anima di Poesia (2014)

Soffi leggeri di quel vento
di poesia… pervade e abbraccia
l’anima nel più profondo.
                    Emanuele Marcuccio
Mi rapisce
l’alta armonia, suprema riecheggia
immenso amor;
arte: felicità soave
che per l’ampio calle mi commuovi.
[E]roico canto, risuona!
                         Emanuele Marcuccio
Chi scrive parla di cose che tutti conoscono e che non sanno ancora di conoscere. Il senso della letteratura è il senso del lavoro di un uomo  che si esprime con carta e penna. Scrivere è trasmettere sguardo interiore alle parole, ricercare un nuovo mondo nella propria mente con pazienza, ostinazione e gioia. <Scavare un pozzo con l’ago> è un bel modo di dire turco che descrive il lavoro dello scrittore. Credo che la letteratura sia il tesoro accumulato dall’uomo nella ricerca di se stesso” (Orhan Pamuk, La valigia di mio padre).
Nella segreta geometria della vita Emanuele Marcuccio è esempio di scrittore che lavora con pazienza, gioia e perseveranza, sviluppando un mondo suo personale. Egli scrive per la necessità innata di scrivere, per abitudine e per passione, scrive per trasformare la realtà, non essere dimenticato e riuscire ad essere felice. “Perché io sia felice è necessario che ogni giorno mi occupi un po’ di letteratura” (O. Pamuk, op. cit.) e Marcuccio ogni giorno si lascia avvolgere dalle consolazioni che gli derivano dalla pratica letteraria. La sua ispirazione poetica è “un’ispirazione drammatizzata” in cui egli si apre agli stimoli che gli giungono dall’esterno come ai luoghi della mente e alle nebulose che avvolgono la memoria e il ricordo, regalando sempre felicità al lettore. Il suo lavoro è imperniato sul voler capire fino in fondo i segreti che una strada, la gente, un albero, il mare, il sole, le navi, le case, gli amici e tutte le vicende umane possono trasmettere e rivelare così immediatezza di scrittura e la responsabilità verso l’attitudine dello scrivere. In questo suo percorso Marcuccio è come un Robinson  Crusoe che si perde in un’isola poetica e come un Don Chisciotte che non combatte contro i mulini a vento, ma si fa portavoce di libertà interiore. Con i suoi scritti offre senso di appartenenza, incuriosisce, si traspone nell’altro e fa vivere speranze in un modo ricco e profondo. Come afferma Mallarmè “Ogni cosa nel mondo esiste per essere inclusa in un libro” e Marcuccio nei suoi libri, oltre a se stesso, include l’Umanità intera. E parla della forza immaginaria di un’anima racchiusa dentro una cornice di versi.

Anima di poesia che mi abbracci

nell’attesa, nel silenzio,

mi sembra di sognare…

Anima di poesia, non svegliarmi,

lasciami ancora sognare…[1]

Cover_front_Anima di Poesia_originale_900In questi versi il poeta esprime amore e trasporto emotivo verso l’arte poetica, si lascia abbracciare, si lascia vezzeggiare e ninnare dalla Musa tanto che gli sembra di vivere un sogno talmente bello che non vuol svegliarsi, ma tenere intatta la magia del momento. È una lirica pervasa di quiete, illuminata da luce soffusa e dalla “limpida meraviglia/ di un delirante fermento” e come Ungaretti anche Marcuccio scava nel proprio silenzio per trovare la parola giusta e affinare il verso.
Cultore e appassionato di musica classica, nei grandi compositori trova “riflessi di cose calme (e) una luce nasce nel suo petto” e come per Federico García Lorca, al quale ha dedicato ben quattro poesie,  le musiche di Debussy sono per lui motivo di ispirazione poetica. Nei suoi versi “Gli odori della notte/ si disperdono nell’oscurità/ [e] si assottigliano nell’immensità” oppure, come nella lirica “Bach”, le note si rincorrono a formare un’ “Architettura perfetta/ [di] armonia infinita”. Nella lirica “Gli odori della notte” le forme verbali, ben calibrate e centrate nel verso, “si disperdono”,  “si assottigliano”, “si  dileguano” sono  legate alle  forme lessicali dei complementi di luogo “nell’immensità”, “nell’oscurità”, “nell’oblio”  e fanno risaltare l’andamento musicale della lirica e danno maggior rilievo alla scelta non casuale degli aggettivi più che una partitura di parole che si muovono sul pentagramma della pagina di scrittura. Da notare in questa lirica la finezza espressiva che mette in relazione i concetti espressi dai verbi e dal lessico e che sono complementari e contrari. L’oscurità dà senso di vuoto, è dispersiva e attutisce i rumori, l’immensità dà senso d’infinito e in essa le cose divengono sempre più sottili e invisibili man mano che percorrono lo spazio cosmico.
Nella lirica “Eternità” scritta per omaggiare il poeta Nazim Ikmet, l’avverbio di luogo “oltre” è ripetuto in anafora per ben  cinque volte per dare forza al discorso poetico e rafforzare l’idea che  la poesia è comunicazione che rende più consapevoli e responsabili gli uni verso gli altri e fa scoprire umanità. La vicenda del poeta turco avvince e rammarica al contempo; i periodi di prigionia non affievoliscono la sua vena poetica, anche se gli viene negato il lapis e un pezzo di carta ed egli è costretto a trasmettere a mente i suo versi a chi si reca a fargli visita. “La mia vita si disperde in me e si ritroverà in te per lungo tempo e nel mio popolo per sempre”. Così “Oltre quel fumo,/ […] quella porta,/ […] il mare immenso,/ […] l’orizzonte sconfinato” Marcuccio pianta l’olivo della Pace e traghetta il poeta verso un nuovo domani. Il filo rosso che lega le liriche “Io sole”, “Girasoli” e “Torna l’estate” è una gamma cromatica variegata e fulgente; qui il sole assume carattere di creatura composita, è “riflessivo e meditativo” e si mostra figura dialogante mentre l’io lirico del poeta fa da narratore interno e ricorda alla luna  che lei è “sovrana/ […] nell’ampia notte” e la sua “ombra d’argento/ sovrasta la terra” mentre “il giorno è il [suo] regno” e i suoi raggi “corrono lungo/ il tempo e lo spazio”. C’è una nota di malinconia in questa trasposizione scenica in cui l’esistenza è fugace e la corsa inesausta del sole ricorda che “il tempo fugge”  e “la terra brucia” nel suo moto di rivoluzione intorno a quel dio pagano, venerato e amato fin dall’antichità.
Portami il girasole ch’io lo trapianti/ nel mio terreno bruciato dal salino” scrive Montale e Marcuccio nei girasoli trova “bionde trasparenze” e rinviene la luce della Poesia che “ci fa poeti” e “ci illumina anche di notte”. I “riposi enormi” dell’estate sono per Marcuccio motivo di tedio e stanchezza per l’ “incessante cicaleccio” che si perde per le vie, noncurante di quel “raggio accecante” che fa delle fronde “arbusti accesi”. Ma nella stagione che addensa il clima, l’autore troverà “quel varco di cielo” e “un chiarore d’azzurro” (riprendo la felice espressione di una sua recente poesia) che sapranno mitigare il senso di calma noia che si insinua nel  suo animo e gli porta il desiderio di volare lontano e restare sereno in “altri lidi”. Le belle immagini del “raggio accecante” e degli “arbusti accesi” sono speculari e simmetriche; alla luce forte dell’uno corrisponde il fuoco cromatico dell’altro; immagini nitide per esposizione luminosa, ma per certi versi angoscianti per quel senso di solitudine evocato e che fa pensare alle distese assolate della terra siciliana. Come per i grandi musicisti Marcuccio dedica e si ispira agli scrittori che hanno fatto grande la letteratura e dalle sue letture emergono dediche ai personaggi a lui più cari. La lettura di Manzoni lo porta a scrivere versi di ammirazione per la delicata figura di Lucia Mondella e la casta bellezza della ragazza è descritta nei “capelli neri e vergognosi” e negli “occhi tremanti”; neppure i “vaghi rai fulminei” che di luce inondano la casa natale riescono a scalfire la sua purezza. Il poeta vorrebbe, e qui la voce lirica è quella di Renzo, “naufragare nell’incanto” e nel “soffio dorato del […] sorriso” di Lucia.
Jesi-14-11-2015 (1)È strabiliante vedere la capacità immedesimativa e di trasposizione empatica che Marcuccio mostra nei propri lavori e la sua poetica, che ad una prima lettura potrebbe  apparire come semplice sfogo e soltanto di genere intimista, parola per parola denota e si connota nella poesia civile per la costante  attenzione che il poeta pone al mondo circostante. Da  ciascuno dei suoi componimenti, si evince, sì, la nota intimista, ma è proprio questa il motore di tutta l’impalcatura poetica e che fa scaturire menzione oltre il sé psichico. Ecco allora che la parola si fa di seta e il verso volge la prua verso le vicende umane, gli affetti, gli amici, la bellezza della Natura e la vita nella sua realtà logica e cronologica.
Di una tenerezza infinita la dedica che apre la silloge: “Alla cara memoria di mio padre”, una memoria sacra, indelebile, cadenzata nel cuore e, impressa nell’anima. Una memoria invitta e invincibile che il poeta elabora nella lirica “Caro papà”, mettendo  a nudo la tenerezza del sentimento filiale. Sembrano quasi una nenia questi versi espressivi e concisi in cui dondola il ricordo di quell’uomo “piccolo e indifeso/ in quel letto d’ospedale”. La chiave di lettura di questo componimento sta nei due aggettivi piccolo e indifeso del primo verso e in quello che chiude la lirica “poi l’ultima… basta…!”. Proprio come un bambino piccolo l’uomo dal respiro affannato  e la mano al tatto fredda e assente, invoca la mamma a chiedere aiuto per quell’imperativo categorico che non lascia scampo. Altamente evocativo e coinvolgente il vocabolo “basta” che non necessita di altre spiegazioni perché da solo basta a lasciar intuire il significato, l’epilogo e il commiato.
Gli affetti per Marcuccio sono punto forte di riferimento del proprio vissuto e il sentimento di amicizia è per lui parte fondante delle relazioni sociali e artistiche. Non manca perciò di elaborare versi per gli amici e “Telepresenza”, “Anima di poesia”, “Supersonica”, “Il viaggio”, “Muro, che ti discosti…”, “Pensieri”, “Vento di poesia” sono i componimenti dedicati agli amici e agli autori con cui intrattiene affinità elettive, affinità che trovano accoglimento nel progetto di “Dipthycha”, ideato e curato dallo stesso Marcuccio e che quest’anno giunge al suo terzo volume. L’idea creativa del curatore dà vita a dittici a due voci, grazie anche alla poetessa Silvia Calzolari, musa ispiratrice del primo dittico realizzato nel 2010, con il suo componimento  “Telepresenza” e con “Vita parallela” della Calzolari. Se nel teatro è l’attore a mediare il personaggio e ogni singolo spettatore se ne appropria in una identificazione emozionale, nella realtà virtuale è una “telepresenza/ frapposta da un foglio di vetro” (Marcuccio) in cui “sensazionintese di parole unite/ costituiscono mondi di umanosentire” (Calzolari). Nel teatro del web lo spettatore non ha davanti a sé la cavea, ma “un foglio di vetro impazzito” (M) e una tastiera “in realtà autentiche” (C) in cui l’individuo vive attraverso la proiezione virtuale tutte le problematiche connesse alla propria realtà psichica, riuscendo ad utilizzare il potere espressivo come creatività e catarsi; contenuti ascrivibili alle uguaglianze e differenze  di ciascuno e collegati fra loro da un filo rosso che li lega in circolarità empatica
La tecnica compositiva spesso usata da Marcuccio è quella del contrasto e dell’antitesi mediante la quale mette a confronto immagini, emozioni, vicende e accadimenti. Nella lirica “Punte” elabora una sinossi iconica tra la punta di un albero, probabilmente una conifera, e la punta di un iceberg. Dai rami verdi si sprigiona profumo intenso che inebria il buio della notte; al contrario un ammasso glaciale può procurare solo bufere. Ma l’espressione “la punta di in iceberg nel glaciale/ propaga/ bufere// all’aurora” è da intendersi in senso metaforico, infatti fa pensare ad un dissidio interiore che scatena malessere e bufere verso una speranza nascente ovvero una circostanza non piacevole che va a scalfire idee già organizzate nella mente. Talvolta il senso di solitudine pervade l’animo del poeta che “nelle luci opache” si immagina distante e smarrito e quasi invisibile in mezzo alla gente e per mitigare il suo “agire impedito” traguarda la folla, va oltre, al di là di certi “ammassi/ informi”. “Carpe” è voce latina perentoria del suo animo che lo induce a cogliere il respiro della Musa per ritrovare in se stesso “vasti spazi di possibile” e riempire le mani di compassione e pietà per chi “espia colpa” a causa del furore di eventi nefasti. “Sibila lontano la guerra/ e giunge/ distruttiva…” (“Muro, che ti discosti…”), “Corpi dispersi,/ corpi ritrovati/ vivi e feriti/ che si perdono […]/ che si annullano […]/ nella rovina,/ nel pianto,/ nell’abbandono./ [E] a tutti chiedono aiuto!” (“Per i terremotati d’Abruzzo”).

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità[2]

A “Mare della Tranquillità” mi sono ispirata per scrivere “Anche l’oceano”. Nella lirica l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo, il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo ammassati, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La staticità è sovrana sulla “superfice” degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna, dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo solcare è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo mare richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo prosciugata, participio passato del verbo prosciugare, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo tranquillità, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.
Come fa notare Luciano Domenighini, quelle di Marcuccio sono <liriche “cosmiche”>, liriche che sanno toccare le corde dell’interiorità, che solcano l’animo e lasciano tracciati di riflessione e completo abbandono alla catarsi. Seguendo il dettato logico delle categorie grammaticali, si possono seriare verbi, sostantivi e aggettivi, disposti in ordine non casuale, come possiamo evidenziare una tassonomia di quelli che sono i vari complementi e le varie figure concettuali.
Le rime a fine rigo, anche le più dotte e articolate, non fanno parte della poetica di Marcuccio che, pur amando la musicalità dei versi e la fluidità della scrittura, affida i suoi componimenti alle armonie imitative e alle figure di suono, facendo leva sui traslati e le altre figure di significato. Il lessico sempre molto ampio e ben ponderato, è base di ciascun dettato poetico e ne integra il valore compositivo che risulta sempre essere fresco e spontaneo. Si palesa così la continua ricerca dell’essenzialità e della sintesi in cui spesso è assente l’uso della punteggiatura mentre gli “a capo” vanno a formare pause e cesure. “Ermetismo cosmico” è la formula coniata da Luciano Domenighini per descrivere il “modus poetandi” di Marcuccio: “Ermetismo” perché il nucleo poetico è al contempo sintetico e codificato, “Cosmico” perché si inoltra in una dimensione cosmica e ultraterrena. Come scrive lo stesso Marcuccio (citando Proust) in “La parola di seta”[3], rispondendo alle domande di Lorenzo Spurio, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” ed io nei suoi versi ho ritrovato frammenti del mio sentire , fronde della mia anima che per strada raccoglie pensieri e si spinge fino ai limiti del reale per ricercare tranquillità. La poesia di Emanuele Marcuccio è un qualcosa di straordinario che riesce a destare meraviglia e ad interessare alla lettura.
È un respiro ampio di vita che “[…] ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo inquieto nocchiero che è il nostro cuore[4].
Lucia Bonanni
San Piero a Sieve (FI), 29 novembre 2015
[1] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 27.
[2] Ivi, p. 38.
[3] Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti dʼoggi, Sesto Fiorentino (FI), PoetiKanten Edizioni, 2015.
[4] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 15.

Ad Agugliano, Giancarlo Trapanese presenta “Chi mi ha ucciso?”

Dopo molte pubblicazioni e importanti riconoscimenti, Giancarlo Trapanese torna sulla scena letteraria con il suo nuovo, insolito e seducente romanzo, CHI MI HA UCCISO?

Un thriller metafisico, sospeso tra reale e fantastico, che si muove entro confini incerti e un tempo adimensionale, privo di schemi ordinari e punti di riferimento. Forse.



L’AUTORE PRESENTERA’ IL ROMANZO

AD AGUGLIANO (AN)

SABATO 5 DICEMBRE ORE 21,15

C/O LA BIBLIOTECA COMUNALE

(VIA NAZARIO SAURO 1).
 
Evento organizzato dalla Ass. La Guglia

Giancarlo Trapanese, giornalista RAI, scrittore, ha presentato sue pubblicazioni alla Buchmesse di Francoforte e al Salone del Libro di Torino. Ha pubblicato, tra gli altri: Se son fiori (2005), Luna traversa (2006), Da quanto tempo (2007), Sirena senza coda (2009), Quella volta che… (2010), Ascoltami (2010), Madre vendetta (2012), La giusta scelta (2013).

web

A Marzocca dom. 6 dicembre “L’impegno civile nell’arte”

Domenica 6 dicembre a partire dalle ore 17 presso la Biblioteca Comunale “Luca Orciari” di Marzocca di Senigallia (AN) si terrà la serata dal titolo “L’impegno civile nell’arte” ideata e voluta da Elvio Angeletti e Lorenzo Spurio.

Durante la serata si presenterà il volume di poesie civili “Risvegli: il pensiero e la coscienza. Tracciati lirici di impegno civile” curato da Lorenzo Spurio, Marzia Carocci e Iuri Lombardi per PoetiKanten Edizioni che contiene testi di impegno civile di oltre 70 poeti italiani sparsi in tutte le Regioni.

Interverranno alcuni dei poeti presenti nella antologia che daranno lettura ai propri testi, tra cui Elvio Angeletti, Rossana Guerra, Elisabetta Freddi, Rosanna Di Iorio, Carla Abbondi, Marco Squarcia, Gianni Palazzesi.

A seguire interverrà il prof. Armando Ginesi, critico letterario, con un ecursus di opere scelte dell’arte figurativa che hanno un chiaro messaggio etico-civile.

Si susseguiranno poi la proiezione del video “Gli argini non sono sponde” curato da Franco Patonico per l’Associazione Nelversogiusto/Senigallia- Poesia relativo all’alluvione che riguardò Senigallia nel.

Il poeta e filosofo Valtero Curzi interverrà sull’argomento con un discorso dal tema “La poesia dialettale come impegno civile”.

Saranno presenti poeti e poetesse della Associazione Nelversogiusto/ Senigallia – Poesia che hanno accettato di collaborare all’iniziativa in oggetto. Durante la serata, inoltre, verrà aperta la mostra dell’artista Liliana Battaglia.

La S.V. è invitata a partecipare.

 

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Video integrale della serata

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Elvio Angeletti, Lorenzo Spurio, Armando Ginesi
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Elvio Angeletti, Lorenzo Spurio, Armando Ginesi
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Elvio Angeletti, Liliana Battaglia, Lorenzo Spurio
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Elvio Angeletti, Matilde Avenali, Lorenzo Spurio
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Elvio Angeletti, Rosanna Di Iorio, Lorenzo Spurio
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Valtero Curzi, Lorenzo Spurio, Armando Ginesi, Salvatore Greco, Elvio Angeletti

Ninnj Di Stefano Busà su “La recherche” di Marcel Proust

Marcel Proust e la sua Recherche del tempo perduto: A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs

a cura di Ninnj Di Stefano Busà 

Diciamo subito, che nei primi decenni del Novecento la Francia continua ad avere grande seguito in quel ruolo di guida culturale dell’Europa, che ha già impersonato negli ultimi decenni del secolo precedente. L’autore che ha avuto un ruolo preminente per lo sviluppo delle letterature europeiste, per la validità significante dei suoi risultati, per l’influenza, infine, che avrebbe rappresentato per tutta la narrativa europea è Marcel Proust.

Nato a Parigi nel 1871 da famiglia agiata, ma non ricchissima borghesia. Dopo un’infanzia tormentata da un’asma che lo avrebbe condannato per l’intera esistenza, segue assai irregolarmente gli studi.

Più tardi nel 1880 inizia a frequentare i salotti mondani, ricercato per le sue qualità di fine parlatore, i suoi vezzi da dandy, coi quali contribuisce a creare una certa raffinatezza e attrattiva nei luoghi di frequentazione.

Alla morte della madre alla quale era legatissimo, Proust inizia il grande ciclo narrativo: Alla ricerca del tempo perduto a cui  è legata la sua fama.

L’opera è composta da tre parti. La prima parte, rifiutata da Andre Gide, viene respinta dall’editore Gallimard, poi stampata in proprio dall’autore stesso, nel 1913. La seconda: All’ombra delle fanciulle in fiore, presa in esame in questa introduzione, ottiene il premio Goncourt  nel 1919.

Successivamente le altre parti vengono pubblicate dopo la sua morte, avvenuta nel 1922. Tutta l’opera comprendente più di tremila pp, si articola in sette parti e si conclude con una illuminazione che è anche una dichiarazione di poetica: fissare con la creazione artistica i momenti del passato equivale a recuperare il tempo perduto (Il tempo ritrovato).

Pur trattandosi di un’opera estremamente originale, la critica ha indicato per la Recherche alcuni fondamenti culturali della tradizione francese.

Per primo l’entroterra culturale, con una produzione memorialistica e diaristica di tanti autori tra il Seicento e il Settecento che hanno descritto il loro ambiente dal di dentro, con dovizia e ricchezza di dettagli. Proust infatti si mostra molto attento ai costumi del tempo che ne determinano il sapore, il clima, il soggettivismo, le ambientazioni del mondo reale e sociale. La sua attività di scrittore  e frequentatore dei salotti-bene di Parigi si snoda nel periodo compreso tra la repressione della Comune di Parigi e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale; egli seppe cogliere in pieno, dunque, la trasformazione della società francese del suo tempo, con la crisi dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese.

Proust ci dà un’approfondita rappresentazione del mondo di allora e della modificazione sociale del periodo storico cui appartengono le sue opere. L’importanza di questo scrittore è tuttavia legata alla capacità espressiva della sua scrittura che si autodetermina e si sviluppa nella sua potenza narrativo-introspettiva, nelle minuziose descrizioni dei processi interiori, attraverso i filamenti sottili di una psiche legata al ricordo e ai sentimenti; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù, tra realtà e fantasia, tra aristocratiche dissolutezze e simbolismi filosoficamente compiaciuti di un più “nuovo” sentire.

L’indagine analitica sui suoi scritti ci mostra la sua abilità psicologica di meticoloso e vigile indagatore dell’animo umano. Più precisamente, Proust prende in rassegna i sentimenti, le suggestioni, le emozioni attraverso la lente dei moralisti del Seicento francese, fino a giungere al romanzo psicologico di fine Ottocento.

Inoltre nella sua scrittura si riscontra la filosofia di Bergson, con la teorizzazione del tempo interiore, del “tempus”-rivisitatio-  visto e indagato nella sua essenza (o veste) di Comedia umana, come durata temporale, e infine, tutte le conquiste della poesia francese di fine ottocento, che avevano portato alla valorizzazione delle “corrispondenze” come egli le definisce, ovvero, dei reconditi rapporti tra gli stati d’animo e la natura, tra l’evocativa, analogica assemblee emotivo/psicologica e le connotazioni naturali del genere umano, che si differenziano in ognuno.

Già Bergson aveva parlato di coscienza interiore, cioé di una coesistenza tra il passato e il presente proprio in riferimento alla caratterizzazione dell’essere. Proust ritiene vi siano due stadi, due gradi di recupero possibile della coscienza e ne distingue soprattutto due: memoria volontaria e memoria spontanea.

954_001La prima richiama tutti i dati del passato, pur se in termini logici, senza restituirci sensazioni, suggestioni, sentimenti che in una  determinata circostanza vi appaiono irripetibili; la memoria spontanea (o sensoriale), riferita soltanto a un amarcord dei sensi, si caratterizza come un revival della felicità protetta nell’intimo della psiche: un profumo, un sapore, una musica, un suono, una nota, un tramonto che riportino l’occasionale analogico, ovvero la “casuale” sensazione di un momento cronologico, la qual cosa, sì, ci rituffa nel passato, ma senza riferimento logico: una sorta di <sentire> a distanza ravvicinata, (a pelle), un tentativo di far rivivere impressioni e atmosfere di un tempo andato, di un ricordo sopito o accantonato, (non del tutto rimosso).

È questa la famosa teoria dell’intermittenza del cuore per il recupero memoriale dei sensi, una vera e propria (re)incarnazione della propria identità passata, che diventa sollecitazione dei sensoriale somatico della psiche richiamando in superficie l’invito a ritornare al passato, (apparentemente) tempo perduto, (mai rimosso), che si presenta come un reverie un de ja vu momentaneo, che non ha nulla della cancellazione definitiva di memoria, perché permane dentro di noi, persiste nell’inconscio e, all’occorrenza, riaffiora in superficie, riappropriandosi delle sensazioni provate o delle suggestioni mai dismesse. Proust con le sue opere riprende in mano lo studio della psicologia e la fa rivivere nei suoi romanzi come la trama e l’ordito, che determinarono la vena letteraria del suo repertorio, ma successivamente ne caratterizzarono l’impianto  logico, dopo di lui. Si tratta dunque di un recupero memoriale che interpreta la creazione artistica, come coscienza di sé, trattasi di una forma perfettibile (se non perfetta) di realtà che orienta a quel paradiso (perduto), cui fa riferimento il narratore.

Critici che dedicarono molta attenzione a Proust sono stati i nostri: Giacomo De Benedetti, Giovanni Macchia, Pietro Citati, Giovanni Raboni, Franco Fortini.

Quest’ultimo che fu uno dei critici più accreditati agli studi di Proust ritenne che egli proseguisse in un discorso tutt’altro che lineare, senza ordine cronologico normale, né logico, tra passato e presente, in un andirivieni movimentato, a rembour, e con una narrazione che non segue il ritmo usuale, perché questi passaggi o transizioni creano vere sospensioni, ritardi, intervalli, effetti d’eco e variano continuamente, senza assumere precise connotazioni, cronologie e forzature, tra i rapporti umani e gli eventi. Anche se questo suo stile basato sull’altalenante impiego del tempo/spazio, è spesso rivolto al caos di successioni mnemoniche o sensazioni improvvise, si delinea lucido e acuto, votato tuttavia ad evocare un “sentire”, che obbedisce al sapiente gioco delle “rispondenze”, quasi ad un reciproco integrarsi tra un evento e l’altro, tra un velocissimo sguardo e la parola.

In tutta la Recherche s’incrociano vari piani psicologici. In Proust l’interesse si sposta dal personaggio alla dinamica del gioco, dalla coscienza alla psicologia strategica di un processo retrospettivo memoriale quasi yunghiano, su cui si porranno altri analisti del pensiero: Joyce soprattutto e tanta parte della narrativa del Novecento, che si concluderà col famoso flusso di coscienza. Proust ha ricreato il mondo del romanzo dal lato della relatività immaginifica, dando per la prima volta una matrice connotativa alla letteratura di fine secolo; un equivalente teorico della fisica moderna (E. Wilson). In realtà la Recherche è un’opera assai complessa, una straordinaria e suggestiva discesa agli inferi della coscienza dell’essere, che nel riappropriarsi del meccanismo che introduce ai meandri della complessa macchina umana, ne fa una ricognizione dettagliata, una rivelazione in progress, ricreando il romanzo alla maniera di cui, infine, disporrà l’arte narrativa dell’intero Novecento.

Da più parti ci si è chiesto da dove è venuto questo fortunato titolo, molto azzeccato in verità, perchè è divenuto quasi una locuzione proverbiale della sua scrittura. Pare gli sia stato suggerito dall’amico Marcel Plantevignes.

Nella simbologia proustiana, le “fanciulle” costituiscono un perfetto ed esemplare connubio, tra il mondo turbativo degli elementi esterni e “la felicità sconosciuta e pur possibile nella vita”, attraverso di esse si dipana e acquista splendore e turgore quel mondo esemplarmente sognato, facendo scatenare tutto il virtuosismo dialettico e linguistico proustiano: certi luoghi, certi soggetti, certi paesaggi che sono la caratterizzazione delle Fanciulle fanno emergere nel lettore tutta la stupefazione per la Bellezza della natura.

Esse vengono designate di volta in volta come “uno stormo di gabbiani”, “una luminosa cometa”, “una bianca e vaga costellazione”, “un’indistinta e vaga nebulosa”,”una rosea infiorescenza” etc, insistendo sui dettagli, sulle sottili interconnessioni, sui dialoghi, sulle presenze fascinose e sublimi di Albertine, Andrée, Gisele e Rosemonde.

Balbec è il luogo-simbolo, il teatro (per così dire) delle scene che  i protagonisti della storia si apprestano ad impersonare, ciascuno per proprio conto, attraverso le tendenze, le stravaganze, i vizi e i difetti delle variegate figure.

Palladium-Proust-1000x667-870x490Lo stesso scenario “marino” ambienta una rappresentazione di quello che, secondo la tendenza artistica del secolo, costituisce la pittura impressionista.  

Credo che queste siano alcune osservazioni che vanno proposte per l’approccio alla lettura de la Recherche.

Proust ha (ri)creato il mondo del romanzo dal lato della –temporalità relativa – , con una ricognizione libertaria e caotica del genere umano e dei suoi meccanismi di difesa (della  psiche), entrando nei labirinti dell’animo come nessun’altro narratore, con le proprie frustrazioni, le proprie insicurezze, gli indugi, le complesse manifestazioni edonistiche dell’uomo,

le parvenze rarefatte e sottili della coscienza, soprattutto rivolte alla fisionomia dei personaggi, al loro labirintismo, la qual cosa li porta ad affinare immagini, a evidenziare e metabolizzare circostanze, episodi e avventure, tali da rievocare e portare alla luce ambienti, persone, stati d’animo, profumi, odori e sapori dell’infanzia: un tempo perduto viene così ritrovato; il resto: l’esteriorità minutamente descritta nei dettagli fornisce agganci per comprendere il difficile meccanismo che entra in gioco nella coscienza dell’essere, quando viene fagocitata dall’esterno.

Vi sono pagine mirabili e fondamentali nell’opera di Proust, in cui egli indaga con stile raffinato e insieme con la precisione di un bisturi la capacità di esprimere le più impalpabili, minute e segrete sfumature del genere umano.

Il suggestivo: All’ombra delle fanciulle in fiore è il terzo titolo della raccolta (1919) e ne rappresenta la tappa essenziale, una sorta di riferimento fondamentale di tutta l’opera. In questo volume sono tanti i risvolti psicologici, gli orli, i nodi, le pieghe,  le dritte e i rovesci, gl’incantamenti che vi si riscontrano.

Ogni avvenimento è scandito secondo le luci, le ombre, i chiaroscuri, i colori, i ritmi delle ore, una sorta di reverie che sa scatenare, alla luce di una lettura accurata e attenta, tutti i sommovimenti della sapienziale e filosofica struttura linguistica.

In tutta l’opera lo scrittore ci dà mostra di sé, del suo approcciarsi ormai ai livelli di scrittura degli autori considerevoli e professionalmente più preparati, un mondo fin lì sognato, (poterli eguagliare!), quasi desiderio inaccessibile, per l’incrociarsi di eventi e accadimenti che segnano la scrittura dei grandi narratori e ne marcano profondamente la vena.

L’entroterra culturale dell’autore si rivelò in grado di sfondare la cortina di nebbia, tale da segnare la sua identità artistica di narratore come pochi altri. Nessun’altro infatti aveva mai scritto in prima persona quanto Proust. La sua vena risulta assolutamente sterminata nei dettagli, nelle piccole, inafferrabili arguzie dei retroscena umani. Le 4.870 pagine de la Recherche potrebbero bastare a far conoscere l’ampiezza della vasta gamma dei sentimenti che albergano nella psiche.

Proust si rivela immenso, penetrarlo è un’impresa non facile. L’astrattezza dei pensieri, delle immagini viene continuamente mossa da una sorta di circonvoluzione cerebrale, con una trama fitta, ma sottile, che dà ampio respiro alle sensazioni, anche meno significative, ve ne diamo un es: “…le ragazzine che avevo scorto procedevano leste, con quella destrezza dei gesti che nasce da una perfetta scioltezza del corpo e da un disprezzo sincero per il resto dell’umanità, procedevano leste, senza esitazione né rigidità, compiendo esattamente i movimenti voluti, in una piena indipendenza reciproca di tutte le membra, mentre la maggior parte del corpo conservava quell’immobilità così notevole nelle buone ballerine di valzer”. 

Se letto con calma, All’ombra delle fanciulle in fiore evidenzia tutta la potenza introspettiva e il glamour dell’intero repertorio proustiano, delineandosi come un classico dalle splendide e indimenticabili descrizioni, che il narratore investe di grande humor e più dettagliatamente delineandone le attese dell’alta società francese del suo tempo, avendone individuato spesso le vicissitudini amorose, i gesti, i dialoghi,  e interpretandone vizi e virtù. Questo romanzo apre a sfondi metafisici e filosofici finora mai eguagliati. Ad es. la conclusiva descrizione dell’ultimo giorno vacanziero: “il giorno d’estate ch’ella [la domestica] scopriva sembrava altrettanto morto e immemorabile d’una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberata con cautela da tutte le sue fasce, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d’oro”).

Un’opera come poche, allora, che predilige il dipanarsi della narrazione in mille rivoli introspettivi, e appare (ir)rrisolta, per certi aspetti analogici che guardano ai dettagli, ma pur sempre, senza il frammentarismo in cui si può facilmente cadere. Tutto sembra avvenire come quando si osserva un panorama col binocolo, molto ravvicinato o molto distanziato dall’oggetto in esame, oppure, si capovolge l’immagine che diviene altro da sé: la visione allora prende la forma di un caleidoscopio che guarda al puzzle occasionale, alla realtà virtuale e chiude in un corteggiamento tutte le altre forme e, nello stesso tempo, scopre l’impossibilità di trovare la felicità che cerca nell’amore, poiché esso rimane compresso tra i propri limiti e la natura stessa dell’individuo che v’interagisce.

Tutta l’opera è un capolavoro della letteratura francese.

Per Marcel Proust il recupero del passato e la creazione artistica coincidono, si combaciano, fin quasi a colmare la brevità illusoria del tempo, forse anche a recuperarlo, a conservarne aromi e freschezza dentro l’anima che è tutta attraversata dal desiderio della giovinezza fuggitiva, ritenendola parabola stessa della vita, in un percorso di relatività spirituale, ancorché biologico e naturale della specie.

Ninnj Di Stefano Busà

Milano, giugno 2013                                   

“Carlo Fiore” di Camilla Cortese, recensione di Lorenzo Spurio

Carlo Fiore di Camilla Cortese

EdiKiT, Brescia, 2015

ISBN: 978-88-98423-29-3

Recensione di Lorenzo Spurio

downloadLa straordinaria lucentezza di questo romanzo breve della veronese Camilla Cortese sta nell’intuizione avuta nel procedimento di avvicinamento dell’io narrante alla materia trattata. Quasi una immedesimazione. C’è nella Nostra, per dirla in altri termini, una profonda empatia nel modo in cui narra tanto da poter azzardare l’idea che, in fondo, il romanzo sia una sorta di diario, un’agenda personale ed intima aggiornata qua e là con gli avvenimenti più cruciali per l’esistenza del personaggio principale. Sagacemente e con un desiderio quanto mai palpabile di impregnare la narrazione di un vissuto autentico, sperimentato e affrontato mese dopo mese, la Nostra impiega uno stratagemma di mimesi fingendo una spersonalizzazione. I fatti, pure puntuali e descritti con un coinvolgimento emotivo più che vivido, non sono narrati da un personaggio concretamente presente sulla scena ma da un personaggio in stato embrionale: un nascituro, appunto, che nella pancia della giovane madre sembra vedere meglio di ciascun altro ciò che accade attorno a lui.

Se da una parte si potrebbe temere che tale appropriazione della realtà e di ciò che in essa accade sia in qualche maniera viziata, se non forzata, Camilla Cortese vuole in questa maniera sottolineare le perplessità della madre e della società verso la condizione di donna-madre, dunque di una famiglia che crescerà senza il genitore maschile.

A contornare le vicende la Nostra ha provveduto a costruire una cornice storico-politica significativa e che ben si amalgama alla narrazione personale ivi contenuta. Lo scenario è quello della Torino a cavallo tra gli anni ’70 e gli inizi degli ’80 in un momento di crisi sociale ben tratteggiato dall’autrice: “movimenti studenteschi, […] tensioni politiche e […] occupazioni, […] collettivi e […] femminismo” (19).

Rilevanti sono anche i contenuti che fanno riferimento a un difficile rapporto familiare, dimensione dove la Nostra vive tra l’insubordinazione a un padre gretto e disattento e a una madre debole e remissiva che ne motivano il distacco da casa, anche per i motivi di studio, tanto che la protagonista vivrà con la zia rimasta vedova anni prima, una donna simpatica e dall’animo accogliente, disponibile e di vedute ben oltre il cliché chiuso e moralizzante del periodo.

La rottura già iniziata da vari anni (il ’68 e le sue battaglie sono già passati) tra i due modelli di vita sociale che da una parte vede la centralità della famiglia con obblighi e tabù e dall’altra un’emancipazionismo fondato su un senso di maggiore equità e di effettiva battaglia sessuale fa capolino più volte nel romanzo tra il padre austero che parla di onore e che non è in grado di accettare ciò che nella sua filosofia di uomo semplice è visto come un atto immorale e perverso e, appunto, la zia Clara che aiuta la maturazione della Nostra, ne accetta gli ideali con responsabilità, è fautrice di una società nuova che va formandosi.

Si ripropone così il duello tipico tra interesse personali, egoismo, bramosia di denaro e attaccamento alle proprie realtà materiali (tipica del padre) con la libertà di scegliere la propria vita e non di subirla come è stata per gli antecessori (la zia). Se il rimanere incinta di un ragazzo che non è disposto a dichiarare le sue responsabilità, a sposarsi con la donna e a diventare padre per un uomo all’antica è sinonimo di vigliaccheria e immoralità e dunque è disonorevole per la donna, la nuova società acconsente alla pratica dell’aborto. Mezzo quanto mai complicato e delicato di risoluzione di un problema che qui non si vuole discutere ma che la Nostra pone manifesto nel romanzo quale nuova via che la società ha per rispondere a una condizione d’urgenza. La Nostra non accetterà questa strada, sia perché ci tiene a stringere a sé il frutto del suo frugale amore con il ragazzo che si è unito a lei, sia perché in fondo, pur essendo molto diversa dal padre, sa bene che l’interruzione di gravidanza non è una soluzione efficace né giusta.

C’è da aggiungere, inoltre, che il romanzo stesso non esisterebbe se la donna effettivamente non avesse portato a termine la gravidanza, dato che è proprio l’infante che, dentro di lei, scruta e analizza, parla e capisce, ragiona e fa collegamenti, spiega e costruisce, sogna e spera.

Se in qualche modo il patriarcato e gli ideali austeri del mondo di provincia di decenni orsono sono posti sotto la lente d’ingrandimento e presi in parte come bersaglio per essere concausa di un incivilimento morale improntato alla mancata evoluzione sociale e dunque alla sperequazione di disuguaglianze, d’altro canto il romanzo non è uno scritto sull’eversione né consacra il femminismo come elemento trainante di tutta la narrazione. Nel fermento civile di quegli anni la Nostra non manca di osservare una certa ambiguità nell’adozione di comportamenti paradossali, sincronismi nelle rivendicazioni, confusioni che ancor meglio delineano l’impasse del paese alle prese con ideologie e manifestazioni: “I preti portano l’eskimo, gli uomini parrucche da donna, i dirigenti Fiat viaggiano con la scorta, i terroristi pretendono di educare!” (26). Se l’ampio capitolo del libertarismo delle lotte sociali legate alla rivoluzioni sociali è precedente a ciò di cui la Nostra narra è comunque possibile percepirne strascichi e continuazioni di varia forma nell’inedito approccio alla sfera sessuale: sesso meno disinibito, multiforme, ludico, sociale e soprattutto privo di insubordinazione o violenza tra i partner.

In tutto ciò, sempre presente e con una predisposizione amichevole e da pari, senza una comunicazione assertiva e inappuntabile come era quella del padre, è la zia ad accogliere la Nostra e a sostenere i suoi bisogni cullandone le speranze, mitigandone i timori facendo di lei la donna matura e lucida che al termine del romanzo inizierà ad essere madre.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-11-2015

A Frosinone la presentazione di “Tracce di mare” di Amedeo Di Sora

Martedì 24 novembre a partire dalle 17:30 nel Salone di Rappresentanza della Provincia di Frosinone verrà presentato il nuovo libro del poeta Amedeo Di Sora intitolato “Tracce di mare”.

Interverranno il Maestro Gezim Hajdari e Barbara Abruzzesi.

La prefazione del volume è curata da Giuseppe Panella mentre la nota di postfazione è firmata da Lorenzo Spurio. 

La cittadinanza è invitata a partecipare. Evento gratuito.

Chi è l’autore?

Amedeo Di Sora è docente di Italiano e Latino nei licei.  Autore, regista, attore e vocalista, è direttore artistico della Compagnia Teatro dell’Appeso, da lui fondata nel 1980.  Poeta, narratore e saggista,  collabora con numerose riviste ed è redattore della rivista Il piede e l’orma.  È autore di numerose pubblicazioni di carattere creativo e storico-critico, di cui si ricordano alcune delle più recenti:   Alle sorgenti del Socialismo (Polis Poiesis, 2007); Il Teatro dell’Appeso (Compagnia Teatro dell’Appeso, 2010); Dieci registi in cerca d’autore (in collaborazione con Gerry Guida, Cultura e Dintorni, 2014).

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“Se è poesia, lo sarà per sempre” di Mauro Cesaretti, commento di Marco Moroni

PERDERSI NELL’ISTANTE

Se è poesia, lo sarà per sempre di Mauro Cesaretti: viaggio fra le profondità dell’anima e i limiti della vita

Commento di MARCO MORONI 

copUna luce in un’imprecisata profondità tenebrosa si fa «tersa e invisibile», questa la strana e apparentemente contraddittoria immagine con cui si apre Se è poesia lo sarà per sempre, la seconda silloge di Mauro Cesaretti; un’immagine dinnanzi alla quale è difficile non rimanere spiazzati.

Per svelare il mistero che si cela dietro l’interessante ossimoro è necessaria l’analisi dell’opera intera che propone continuamente figure esplicative di questa rappresentazione suggestiva.

Già Francesco Petrarca notava «che quanto piace al mondo è breve sogno» ed anche l’opera di Cesaretti sembra pervasa da questi brevi sogni, eventi intensi e puntiformi da cui nasce un viaggio ricco che ciascuno deve svolgere all’interno della propria anima. Il poeta, infatti, amaramente certo dell’impenetrabilità dell’individualità (vedi la lirica “Pesce fuor d’acqua”), non ci accompagna nel viaggio ma si limita a schiudere, con una chiave magica, la porta della nostra psiche invitandoci a scandagliare le sue profondità infinite.

E così appaiono dei bozzetti, frutto delle suggestioni dell’autore, che sanno però imporsi con tutta la loro nitidezza all’esperienza passata e magari un po’ sbiadita di ciascuno di noi, fra essi, per citare i più suggestivi, un porto che protegge le sue barche da «ogni onda maligna» o «le lacrime» – di rugiada – sui petali d’una rosa al mattino in “La magia del porto” e “Il sole del mattino”.

Le esperienze, rese spesso con composizioni di incisiva brevità, hanno il merito di rappresentare un Istante immortale, un momento che può portare l’uomo a profonde riflessioni sulla propria condizione che nelle poesie vengono presentate appunto solo come inviti, gentili allusioni, verso una scoperta della propria coscienza, troppo spesso dimenticata in quello stesso indaffararsi quotidiano che purtroppo non ci fa accorgere della meraviglia che intorno a noi continuamente si manifesta.

All’invito ad apprezzare la realtà con “gli occhi del cuore” (come suggeriva proprio Cesaretti nella prefazione della sua opera prima) si affiancano però dei momenti di grande malinconia: vecchi arbusti ormai troncati (in “Gli anni della morte”, da notare anche per la convincente impostazione ritmica) o paesaggi cimiteriali.

Queste poesie fanno così “da ponte” verso un’altra dimensione che permea l’intera silloge, quella della morte, sviluppata stavolta con riflessioni più ampie ed anche – sorprendentemente – esempi storici.

Proprio su questi ultimi è interessante soffermarsi: essi mostrano come la morte sia latitante sornionamente nella nostra vita, pronta a irrompere per decreto della sorte (“La battaglia del lago ghiacciato”) o a causa del male radicato nella storia, come ci ricorda la poesia “Sul campo di morte”, forse la più riuscita dell’intera silloge.

Quella luce che appariva nelle tenebre, è dunque destinata a divenire per noi invisibile, questa amara certezza non deve però farci perdere la fiducia nella vita, breve, terrena, ma durante la quale quella luce meravigliosa può divenire tersa, splendente, e regalarci il sentimento dell’Infinito.

MARCO MORONI 

“Le Proepiche”, lavoro sperimentale di narrativa e poesia

proepiche

SEGNALAZIONE VOLUME

Titolo: “Proepiche”
Autore: voiceoff
Editore: autopubblicato, 2015 – 14€

Acquisto su Amazon

 

Sinossi:

Le Proepiche sono una raccolta di 7 poesie e 10 racconti; biografiche, autobiografiche, autoreferenziali a tratti. Si chiamano cosi perché sono un misto di prose, poesie ed epiche contemporanee. “Epiche” in senso lato (non si pensi all’Iliade o all’Odissea), epiche perché raccontano di miti e valori (o disvalori), perché sono cosi sfacciate da voler descrivere un’epoca. Da “epos”, parola, racconto, narrazione, di tutto ciò che riguarda un mondo. Sono talmente sfacciate che non si pongono problemi quando vogliono – e devono necessariamente – confrontarsi con pietre miliari del passato. Esse sono figlie di una miriade di sensazioni e impressioni, un brulicare, spesso contraddittorio, di tensioni, forze, idee, convinzioni, pregiudizi; un marasma baluginante che può avere sempre e comunque dei comuni centri di gravitazione dai quali si dipartono infiniti fiumiciattoli che possono condurre in un luogo oppure in un altro…

Successo a Jesi con poeti da tutta Italia per la premiazione de “L’arte in versi”

Nell’affascinante cornice della Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni, nel cuore del centro storico di Jesi, sabato 14 novembre è andata in scena la premiazione della IV edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, un evento culturale che annualmente chiama a raduno poeti in lingua e in dialetto di ogni parte d’Italia.  Dopo tre premiazioni del premio che hanno avuto la loro location a Firenze, da quest’anno il Premio è stato trasferito a Jesi, nelle Marche, per volere del Presidente, Lorenzo Spurio, che nella nota introduttiva alla antologia del Premio ne motiva le ragioni di fondo.
La partecipazione al premio in questa edizione è stata straordinaria e la segreteria si è vista ricevere 750 poesie in italiano e 90 in dialetto che una attenta giuria composta da esponenti del panorama letterario contemporaneo ha letto e valutato con particolare attenzione.
A Jesi sabato si è proceduto a consegnare i premi a tutti quei vincitori e menzionati che la Commissione di Giuria, presieduta da Susanna Polimanti, ha deciso di attribuire. Oltre ai premi da podio per entrambe le sezioni (il 1° premio per la poesia in italiano è andato ad Aldo Tei di Latina mentre il 1° premio per la poesia in dialetto a Gaetano Catalani di Ardore-RC) si è consegnato il Premio alla Carriera Poetica alla poetessa catanzarese Marisa Provenzano. Per vedere la lista completa dei premiati a vario titolo clicca qui.
Momenti particolarmente intensi si sono avuti nella seconda parte della premiazione quando la Giuria ha voluto ricordare il poeta novolese Bruno Epifani (1936-1984) e la poetessa locale Novella Torregiani (1935-2015) consegnando ai familiari i rispettivi Premi alla Memoria. A ritirare il Premio alla Memoria a Bruno Epifani è stata la moglie Maria Rosaria Savoia dopo la lettura attenta della lunga motivazione-analisi critica sull’importante opera del marito letterato di cui molte delle liriche furono scritte durante periodi più o meno lunghi di permanenza all’estero (Al Cairo, Barcellona). Nella motivazione la giuria ha cercato di collocare con onestà intellettuale e lucidezza di giudizio esegetico l’opera di Epifani tra quelle della tradizione degli autori meridionalisti contemporanei che hanno lasciato il segno, imperniando il dialogo intimo con sé stessi sul binomio antipodale di residenza e fuga dalla terra d’origine.
Il Presidente del Premio ha, invece, dato lettura alla motivazione per il conferimento del Premio alla Memoria alla poetessa portorecanatese Novella Torregiani recentemente scomparsa. Ida Angelici ha dato lettura ad alcune sue liriche in dialetto portorecanatese impressionando il pubblico per l’intensità espressiva e l’afflato intimo tipico delle poesie di Novella Torregiani dove il canto si fa lode al creato e l’amore è una preghiera di una speranza che sempre si rinnova. Il figlio della poetessa, Gianmarco Grilli, ha letto una lettera da lui scritta assieme al fratello per ricordare la poliedricità artistica nonché la grande umanità della madre. Non sono mancati frangenti di vera commozione.
La Giuria presente in sala era composta da Lorenzo Spurio (Presidente del Premio), Susanna Polimanti (Presidente di Giuria), Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella, Elvio Angeletti, Emanuele Marcuccio, Valentina Meloni, Giuseppe Guidolin e Iuri Lombardi.
Assenti i membri di Giuria Lella De Marchi, Martino Ciano, Marzia Carocci e Salvuccio Barravecchia.
La serata è stata impreziosita dagli interventi musicali, al piano, del Maestro Piero Gentili.
All’intero della cerimonia sono stati consegnati Premi Speciali a Franco Patonico, vincitore del Premio Speciale del Presidente di Giuria con una poesia ispirata al drammatico conflitto siriano. Andrea Pergolini, invece, è risultato vincitore della Targa Universum Academy con la poesia dal titolo “Ritorneranno a fiorire i tulipani” dedicata all’amica poetessa Augusta Tomassini (presente in sala), non vedente a causa della retinite pigmentosa. A consegnare il premio sono state Lilli Simbari e Michela Tombi, rappresentanti della Universum Academy per la Regione Marche.
Il giovane Gabriele Galdelli si è aggiudicato il Trofeo Euterpe, premio espressamente voluto dalla rivista di letteratura “Euterpe” (uno degli enti che organizzano il premio) perché nato con l’intento di premiare quella poesia che in maniera particolare traccia le figure del canto, dell’allegrezza e della spensieratezza arcadica, elementi costitutivi dell’iconica e leggiadra divinità greca.
Come ogni anno l’organizzazione del Premio ha convintamente sposato una determinata causa umanitaria alla quale indirizzerà parte dei proventi derivanti dalla vendita delle antologie del Premio. Per questa edizione gli organizzatori hanno deciso di devolvere al progetto “Ospedale senza dolore” della Fondazione Salesi Onlus di Ancona che supporta l’attività di ricerca relativa al bambino ospedalizzato, con particolare riferimento alle problematiche psicologiche e psicopedagogiche, al miglioramento della qualità di vita del periodo di degenza ospedaliera dei bambini e delle loro famiglie, all’attuazione di tutte le iniziative volte a favorire i contatti tra l’ospedale e l’ambiente esterno.
Gesto di grande esempio è stato quello inaspettato e amorevole di Gaetano Catalani, vincitore del 1° premio per la sezione poesia in dialetto con il testo “Piccirigliu meu”, che ha preferito non ritirare il suo premio in denaro di 200,00 € e di donarlo al Premio, affinché potesse contribuire all’importo finale dei proventi raccolti che verranno donati alla Fondazione Salesi.
L’attestazione della donazione che verrà effettuata sarà diffusa sui canali internet degli enti organizzatori al concorso e inviata a mezzo mail ai partecipanti al concorso.
A Gennaio si partirà con la nuova edizione del Premio, le cui modalità e termini di partecipazioni rimarranno inalterati: scadenza di invio dei materiali: maggio e premiazione finale: novembre.

ALBUM FOTOGRAFICO DELLA PREMIAZIONE (Foto di Valerio Lancioni)

Per vedere l’album completo con tutte le foto dei premiati a vario titolo clicca qui.

IL VIDEO INTEGRALE DELLA SERATA

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Dal Corriere Adriatico del 17-11-2015
Dal Corriere Adriatico del 17-11-2015

SPURIO

La poesia di Elvio Angeletti raggiunge la Sicilia

Il poeta senigalliese Elvio Angeletti sarà protagonista di due serate di cultura in territorio siciliano nei prossimi giorni. 

Il primo di questi eventi si terrà il 24 novembre presso l’Istituto Comprensivo Statale “Martin Luther King” di Caltanissetta. Elvio Angeletti darà lettura alle sue poesie mentre l’artista Angelo Monterrosso esporrà le sue opere figurative. Colloquierà con loro il prof. Claudio di Paola.

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Il giorno successivo, il 25 novembre, si replica. Il nuovo evento si terrà nell’ex Monastero benedettino “La badia” a Canicattì (Agrigento). Nell’occasione l’artista locale Angelo Monterrosso, autore dell’immagine di copertina e delle immagini all’interno del libro “Respiri di vita” di Angeletti, esporrà le sue tele. A introdurre la serata sarà nuovamente il professore Claudio Di Paola (poeta e filosofo).

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12278076_1002119579829112_702310018_nElvio Angeletti (Senigallia, 1954), per la poesia ha pubblicato Oltre l’infinito, Capricorno Arte, Corinaldo, 2011, Poesia e colori nei luoghi dell’anima, Rupe Mutevole, Bedonia, 2012, Il profilo delle voci, Rupe Mutevole, Bedonia, 2013, Luce, Prefazione di Mauro Toninelli, autoprodotto, 2014 e Sospiri di vita, Prefazioni di Michele Miano e Paolo Micucci, Immagini di Angelo Monterrosso, Intermedia, Orvieto, 2015.  Varie sue poesie figurano in antologie di concorsi e lavori collettivi di poesia tra cui Borghi, città e periferie: l’antologia poetica del dinamismo urbano, a cura di Lorenzo Spurio, Agemina, Firenze, 2015. Numerosi i premi ed i riconoscimenti ottenuti tanto in Regione che fuori, tra i quali il Premio letterario “Zeno Fortini” di Barchi (2012), la segnalazione di merito al Concorso “Alda Merini” organizzato dalla Accademia dei Bronzi di Catanzaro (2014),… 

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