“Le pagine del travaso” (e altri inediti) di Claudia Ruggeri, esce il volume a cura di Annalucia Cudazzo

Giovedì 13 dicembre 2018 alle ore 19:30 presso la Sala “Giuseppe Bertolucci” del Cineporto di Lecce (Via Vecchia Frigole) si terrà la presentazione al pubblico dell’opera “Poesie. Inferno minore. )e pagine del travaso” di Claudia Ruggeri. L’iniziativa è promossa dalla Musicaos Editore in collaborazione con il Centro di Ricerca Pens-Poesia Contemporanea e Nuove Scritture del Dipartimento degli Studi Umanistici dell’Università del Salento.  Il volume inaugura la collana “Fogli di Via”, curata da Simone Giorgino e Fabio Moliterni.

All’evento interverranno Antonio Lucio Giannone (Ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università del Salento), Simone Giorgino (Coordinatore del Centro di Ricerca PENS dell’Università del Salento), Annalucia Cudazzo (curatrice del volume), Luciano Pagano (editore).

47426024_342296583019584_4113196364408553472_n.jpgIl volume è il risultato di un paziente lavoro di natura filologica volto a ripristinare i testi delle due opere licenziate in vita da Claudia Ruggeri, inferno minore e )e pagine del travaso, nel rispetto della versione riportata dai testimoni disponibili, sottoposti a un’accurata collazione e vagliati criticamente. Questa edizione si propone, inoltre, di avanzare una prima interpretazione dei componimenti, corredandoli di un commento che mira a facilitarne la comprensione.

La curatrice, la dott.ssa Annalucia Cudazzo, si è laureata in Lettere Moderne con una tesi su Claudia Ruggeri e per il suo percorso di studi ha ricevuto il titolo di «professionista accreditato» dalla Fondazione Italia-USA. È nella redazione del Centro di ricerca PENS-Poesia contemporanea E Nuove Scritture del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Salento.

Durante la serata le letture saranno a cura di Simone Franco. Durante l’evento si potrà avere visione delle istallazioni di Orodè Deoro.

 

L’autrice

 Claudia Ruggeri (Napoli, 1967 – Lecce, 1996) nel capoluogo salentino compì i suoi studi e si dedicò alla poesia, mettendosi subito in contatto con l’ambiente letterario e culturale del suo ambiente, dal quale si aprirà alla conoscenza e relazione con autori del panorama poetico nazionale, come Franco Fortini e Dario Bellezza. Il 27 ottobre 1996, all’età di ventinove anni, pone tragicamente fine alla sua vita. All’età di ventinove anni decise di porre fine alla sua esistenza. Tra le opere della Ruggeri (in volume, tutte postume) si ricordano “Inferno minore” (pubblicato prima su “L’Incantiere”, Laboratorio di poesia dell’università di Lecce nel 1996 e poi dall’editore peQuod, Ancona, 2007 – attualmente fuori catalogo); “Canto senza voce” (Terra d’Ulivi, Lecce, 2013); “Uovo in versi” (Terra d’Ulivi, Lecce, 2015). Alcuni studi critici sulla sua attività sono stati pubblicati su alcune riviste tra cui “Nuovi Argomenti” (V serie, n°28, 2004) e “Il Fiacre” (n°9), nel volume collettaneo “La sposa barocca. Sette saggi su Claudia Ruggeri” (LietoColle, Faloppio, 2010). Elio Scarciglia gli ha dedicato il dvd-documento “Claudia Ruggeri” (Terra d’Ulivi, Lecce, 2013).

 

Informazioni:

www.musicaos.org – info@musicaos.it

Tel. 0836.618232

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Recensione di “Cetti Curfino” di Massimo Maugeri a cura di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

Andrea Coriano, protagonista del romanzo, è un trentenne giornalista free-lance che stenta ad  affermarsi perché ancora non ha trovato la storia da raccontare. Intanto vivacchia in casa della zia Miriam che l’ha amorevolmente accolto sin dalla nascita, assumendo il ruolo della  madre morta di parto. La  sua vita  scorre  monotona, scandita dalle modalità di gestione della casa amorevolmente imposte dalla zia, che, sebbene accettate, lo avviliscono, finché non s’imbatte nella storia a lungo cercata, quella di Cetti Curfino, rea confessa di un grave delitto, adesso in carcere.

La storia ha avuto  una immediata eco mediatica, ma poi è stata dimenticata. Andrea decide di incontrare la donna in carcere, di parlare con lei per portare alla luce quello che ancora non è stato rivelato, l’elemento di mistero, l’enigma  che si nasconde dietro al crimine.

download.jpgDal primo incontro Andrea resta affascinato non soltanto dalla bellezza sfolgorante della quarantenne, ma dall’incanto ferale che emana. Cetti potrebbe essere una donna fatale, ma le manca la consapevole perversione del ruolo, perché, al contrario, lei cerca di sminuire e occultare la sua bellezza, di cui conosce il pericolo. Ha fatto esperienza  di quanto sia difficile mantenersi salda su onesti  principi. Cetti, facciamo le cose regolari, Cetti, che chi non le  fa poi la piglia in quel posto, le diceva sempre il marito prima che morisse. Ma non è facile per Andrea portare avanti il progetto del libro anche se condiviso da Cetti, perché La donna è il negro del mondo….è la schiava degli schiavi dice J. Lennon in Woman is the Nigger of the world, canzone  citata nell’esergo del libro e  indicata dall’autore come colonna sonora del romanzo.

La narrazione scorre fluida lungo i trentasette capitoli che alternano la  lingua italiana di Andrea e zia Miriam e altri personaggi al dialetto siciliano, che aspira a un’italianizzazione precaria e scorretta, usato da Cetti nel  suo inconsapevole percorso di autoanalisi nelle lettere scritte al  commissario Ramotta per racconta tutta la sua storia. Cetti si fa scudo delle sue esperienze per migliorarsi, per uscire  al più presto dal carcere, attuando una condotta irreprensibile, per imparare ad esprimersi correttamente con la speranza di riabbracciare il figlio e costruirsi una vita migliore. In questa sua scelta è autentica e determinata.

La storia di Cetti, che come s’intuisce da un solo indizio è ambientata a Catania, viene contestualizzata in temi di forte attualità, quali la condizione femminile, la situazione carceraria, la difficoltà dei giovani a trovare una condizione economica adeguata, la delinquenza, il lavoro in nero. La lotta della donna per trovare uno spazio vitale in una società maschilista appare ancora lontana dal successo, ma è guardata con interesse dallo scrittore che con chiarezza esprime il suo sostegno.

La storia di Cetti  ha già attratto Maugeri che l’ha raccontata in “Ratpus”, pubblicato nella raccolta Viaggio all’alba del millennio edita da Perdisa; ma la ripresa in forma di romanzo matura quando il regista Manuel Giliberti traspone il testo in un monologo interpretato da Carmelinda Gentile. Si può cogliere un una linea di continuità del romanzo Cetti Curfino con la precedente prova narrativa di Maugeri Trinacria Park, edita da e/o nel 2013 nella tema siciliano, lì affrontato in maniera esplicita dal punto di vista dell’immobilismo dell’isola: E vui, biddizza mia, durmiti ancora, canzone siciliana che fa da colonna sonora alla narrazione; mentre in Cetti Curfino la Sicilia appare in maniera più sfumata, non soltanto per la focalizzazione su un  personaggio, ma per una volontà di dare alla storia un significato più ampio in cui ogni lettore può riconoscersi.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autrice della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Il segreto, l’attesa, Penelope ed Enrico V: “Berta Isla” di Javier Marías” di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini  

Sullo sfondo di una Spagna in cui si consuma l’interminabile fine del Franchismo, tra minacce golpiste, attivismo dell’Eta, omicidi di stato dei temibili “Sociales” alimentati dal vento del Maggio francese e radicato perbenismo borghese filo-monarchico, si accende, con “ardente, precoce e risoluta passione”, l’amore di una vita, “definizione che si dispensa assai spesso ad un prescelto quando questa non ha fatto che cominciare e non si ha la minima idea di quanti amori potrà albergare né di quanto potrà essere lunga”.

978880623743HIG.JPGDi Tomás Nevison (padre inglese, madre spagnola), occhi inquieti ed inquietanti, ironico, brillante, impenetrabile, fascinoso come (a scelta) un pilota anni ‘40/un musicista/un attore alla G. Philipe, miracolosamente versato nelle lingue e destinato a sicuro successo in (a scelta) finanza, diplomazia, politica, carriera universitaria si innamora al liceo, con la cieca, primitiva cocciutaggine di una passione “elementare e arbitraria, estetizzante e presuntuosa”, Berta Isla, protagonista dell’ultimo, omonimo romanzo di Javier Marías (Einaudi, 2018).

Madrilena da cinque generazioni, di una “bellezza mora, temperata, dolce e imperfetta”, non abbagliante ma capace di turbare, sprigiona tutto il magnetismo di un’allegria spontanea, impaziente, anche sfacciata, capace di convertirsi repentinamente in tristezza o rabbia e, comunque, convivere con un carattere risoluto e coraggioso che la condannerà ad “insediarsi indefinitamente nell’attesa” di un uomo tenacemente desiderato e incomprensibilmente spinto (per sua scelta? Che significa scegliere? Chi è veramente libero di farlo?) a trascorrere un’esistenza “itinerante, logora, clandestina, finta, vicaria, usurpata, ingannevole, confinata…defunta”.

Vera, moderna Penelope, impossibile per lei  “chiudere definitivamente con ciò che non sarà mai limpido né sgombro, ma sempre oscuro e fumoso” e che nemmeno, forse, è mai realmente stato. Durante il lungo fidanzamento la Musica del caso (P. Auster) prima che una consuetudine diffusa in contesti sociali altolocati anni ’60, induce Berta a vivere il primo rapporto fisico con il mai dimenticato, candido, non sfuggente né mortificato banderillero “sciolto” Esteban Yanes e Tomás – talentuoso studente ad Oxford – ad incontrare chi, meno seducente di Calipso, suonerà sullo spartito del suo destino come una tragica, inattesa stonatura. Troppo versatile il giovane nell’imitare gli altri (gesti, sfumature dialettali, sorta di Zelig che rinvia al J. L. Romand de L’avversario di Carrère) per non attirare l’attenzione dei Servizi di Intelligence britannici i cui agenti possono nascondersi dietro paludati docenti oxoniani (MI5, MI6 e quanto rimane del PWE di Delmer e della sua temibile “guerra sporca” antinazista), troppo ingenuo per non illudersi che “il segreto sia una forma suprema di intervento nel mondo – una realtà priva di tenebre è destinata a sparire per sempre e chi agisce nell’ombra “lo turba e lo pungola il mondo” – e condurre una vita fittizia significhi, su questa terra, aggiungere o levare, sommare o sottrarre: “un filo d’erba, un granello di polvere, una guerra, un po’ di cenere, un vento, dipende. Ma qualcosa”.

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L’autore del libro, lo spagnolo Javier Marías

Di fronte ad un evento che rimanda palesemente a Domani nella battaglia pensa a me (non è l’unica affinità), alla fine troppo impaurito per non (dover) comprendere che i servizi segreti sono “una convenzione che si accetta come si accettano senza obiezioni gli accidenti, le malattie, le catastrofi, le fortune”…e le disgrazie, soprattutto quando, incolpevoli, si vuole evitarle anche a costo di perdere – amandola quasi quanto lei ama lui – la sua donna, nell’istante stesso (1974) in cui la sposerà.

Ci fermiamo qui negli accenni al plot narrativo cercando, semmai, di evidenziare perché Berta Isla è, probabilmente, il miglior romanzo di un autore straordinario e molto amato. I temi programmatici della sua poetica, da Un cuore così bianco a Gli innamoramenti compaiono tutti: il tempo, che scorre inesorabile anche quando crediamo ci attenda, agisce sulla nostra coscienza desta o dormiente, consuma, snatura e deforma i volti, (con)fonde luoghi ed oggetti affidati ad istantanee che ostracizzano/cancellano contorni e lineamenti, l’illusorietà dei rapporti sentimentali (“tutto ciò che prova l’amato appartiene al campo dell’immaginazione. Non lo si può mai sapere con certezza […] non si può sapere neppure se le dichiarazioni più ardenti siano verità o convenzione, se siano sentite o siano quello l’altro crede di provare o è disposto a dire”), il potere ipnotico del sogno, quello devastante del caso, l’attesa come ineluttabile condizione di sopravvivenza (“quando si aspetta per troppo tempo si scopre di essere ormai abituati ad aspettare: forse è meglio che tutto rimanga incerto e fluttuante per coltivare la speranza che la nostra esistenza possa tornare ad essere come vorremmo, o avremmo voluto, fosse”), il sottile confine fra la vita e la morte, la persistenza/necessità del ricordo – “la pessima memoria del mondo, labile, dubbiosa, mutevole ce ne porge la possibilità su un piatto d’argento” – e, fra tutti, il mistero che, per lo scrittore, costituisce il nostro status naturale: “non sapere nulla, muoversi a tentoni, essere ingannati e, ancor più, mentire”. Talmente ossessivo questo archetipo, che azzardiamo l’ipotesi sia, per Marías, alla fine necessario in amore e non ne costituisca un limite: per alimentarne l’intensità, salvarne il fascino, mettere in fuga la stanchezza della perfezione e far sì che il legame non divenga “un baule o un secchio della spazzatura o un mobile”.

Mentre, però, lo sviluppo di queste tematiche, nelle precedenti opere, era affidato per lo più alle monologanti riflessioni introspettive dei singoli personaggi, rese attraverso uno stile “vertiginoso e ricco”, come ha ben sottolineato Mario Fortunato, non esente da un certo “narcisismo”[1] a tratti criptico e involuto (a detta di molti lettori, che ora non hanno più alibi), qui viene da un lato tradotto in una avvincente e ben congegnata struttura noir (una sola pecca – trovatela! – del resto nessuno esige il rigore del giallista, ci mancherebbe…anche la sceneggiatura de La donna che visse due volte faceva acqua e non citiamo a caso il gioiello di Hitchcock), dall’altro assume un respiro storico del tutto inedito.

Così la vicenda dello struggente “innamoramento in assenza” della protagonista viene scandita dagli accadimenti dell’ultimo trentennio del XX secolo: il contraddittorio post-franchismo del “macellaio di Malaga” Arias Navarro e di Adolfo Suarez (nomina regia), l’era pre-thatcheriana di Callaghan, Wilson e Heath, la sanguinosa questione irlandese con il “Bloody Sunday” di Londonderry del 1972 e “L’uccisione dei Caporali” a Belfast nel 1978, la “piccola guerra” delle Falkland e quella immane del Vietnam, lo scandalo Watergate e la caduta del Muro dello scandalo, ma anche dai risvolti culturali, dalle icone filmiche, dai miti musicali degli intensi anni ’80 (Beckett e Cassavetes venerati entrambi) nonché dalla persistente presenza di scrittori e testi evidentemente cari all’autore: Melville, Faulkner, i classici della “Letteratura del ritorno” (Il Colonnello Chabert, La moglie di Martin Guerre, Dumas e il più autorevole, Omero…lo strano caso di Mattia Pascal lo aggiungiamo noi d’ufficio alla lista) con Eliot e Shakespeare a svolgere il ruolo di virtuale coro che lega gli snodi dell’intreccio. Stavolta non Riccardo III ma – felicemente – l’Enrico V che, travestito, si infiltra fra i suoi soldati per spiarne umori e pensieri.

Non ci meraviglieremmo se avesse pensato prima al riferimento che alla struttura della trama…grandezza del Bardo. In conclusione un’osservazione sullo stile che – come ben sa chi lo conosce – è spesso aforistico (abbiamo riportato molte citazioni testuali, che assumono valenza assoluta…imbattibili quelle sull’amore), sontuoso, ipotattico. Il narratore è, alternativamente, esterno onnisciente (compare una felice definizione di questa funzione narratologica, brillantemente legata al ruolo dell’agente segreto)[2] e interno (focalizzazione sulla protagonista, che riporta solo il poco che sa, altra geniale intuizione), mentre alcune scene vengono descritte, come ne L’amante di Yehoshua – maestro in questo – da entrambe le ottiche, spesso assai diverse. Carver o Franzen, De Lillo o Kent Haruf non spenderebbero due righe per descrivere capelli e occhi di un personaggio: secondo gli esponenti della narrativa americana – e qui il discorso si farebbe lungo – sono i fatti narrati a determinarne l’aspetto anche fisico, oltre che psicologico. Marías vi indugia con una raffinatezza unica, che accresce il piacere della lettura e di cui non possiamo rendere conto se non, brevemente, in nota:[3] anche questo fa di Berta Isla (insieme a Giuda di Amos Oz) uno degli esiti letterari più interessanti ed intriganti degli ultimi anni. Già un classico.

 MARCO CAMERINI 

 

NOTE

[1] M. FORTUNATO, “Incantesimo di coppia”, L’Espresso, 24 giugno 2018, p.96.

[2] “Non ha nome e non è un personaggio, viene creduto e ci si fida di lui. Si ignora perché sa quello che sa, perché omette quello che omette e come mai ha il potere di determinare il destino di tutte le sue creature, c’è ma non esiste, è evidente che esiste ma è introvabile, è indiscernibile e neppure l’autore, che se ne sta a casa sua, può spiegare come mai sa quello che sa”, pp. 107-108.

[3] “Agli occhi chiari mancava solo un minimo di curvatura per risultare sporgenti, e se fossero stati di un tono più chiari sarebbero stati color vino bianco passito, giallastri”!

 

L’autore della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

La grande antologia di poesia orale: “Poetry Sound Library”, progetto di Giovanna Iorio e Alan Bates

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Intendo segnalare la notevole e inedita iniziativa promossa dalla poetessa Giovanna Iorio in collaborazione con Alan Bates di costituire una grande enciclopedia di poesia vocale. Un esperimento virtuale, libero e aperto a tutti i poeti che vorranno prenderne parte per partecipare a questa “antologia della voce”. Ciascun autore, sulla mappa che raffigura il planisfero, sarà contraddistinto da una bandierina colorata a individuare la sua città d’origine. Cliccando in quella bandierina sarà possibile ascoltare una poesia recitata dallo stesso autore nella sua lingua madre. Ad arricchire il profilo dedicato al dato poeta e per permettere agli altri di conoscerlo meglio è una nota bio-bibliografica o nota di presentazione a completamento del suo caricamento nel sito.

Invito tutti i poeti ad andare sul sito e a provvedere a iscriversi fornendo i materiali richiesti che andranno inviato alla mail poetrysoundlibrary@gmail.com.  Essi, una volta ricevuti e controllati dall’organizzatrice del progetto, verranno caricati e andranno ad implementare il panorama dei poeti che hanno dato lettura ai propri componimenti in questo immenso globo di versi recitati.

L’iniziativa nasce dalla volontà strenuamente difesa da Giovanna Iorio di “Preservare la voce, tornare alla purezza del suono, togliere il fruscio della carta dalle parole, risvegliare i suoni primordiali del vento, restituire alla  poesia la potenza della voce”.

Al fine di giungere a una maggiore diffusione dell’iniziativa e a una partecipazione capillare, tanto nel nostro Paese che negli altri, l’organizzatrice ha istituito una sorta di collaboratori diretti che, in prima linea, hanno sposato il progetto e si impegneranno a condividerlo ampiamente e diffonderne le potenzialità. Ha definito tali soggetti quali “Ambasciatori”; tra di loro, la poetessa Anna Maria Curci è Ambasciatrice delle Voci (la stessa ha proposto di occuparsi di un importante aspetto della voce poetica, ossia la poesia dialettale), Michael Rothenberg (per gli USA), Caterina Davinio (tanto per l’Italia che per l’estero), Cinzia Marulli (tanto per l’Italia che il Sud America), Michela Zanarella (per l’Italia e l’Europa occidentale), il sottoscritto (per le Marche) e vari altri indicati nell’apposita sezione del sito.

Per maggiori informazioni relativi al progetto si può contattare la Referente, Giovanna Iorio, alla sua mail personale:giovannaiorio96@gmail.com

Profilo Facebook dedicato

#AmbasciatoriDellaVoce #poetrysoundlibrary  #AmbassadorsOfVoice

“Declinano l’amore i racconti (straordinari) di Jeffrey Eugenides, a cura di Marco Camerini

A cura di Marco Camerini  

Che Eugenides sia uno degli scrittori più schivi, originali e talentuosi degli ultimi vent’anni è confermato dalla recente silloge dei racconti Una cosa sull’amore (Mondadori 2018, copertina felice), imperdibile per ben “cinque ragioni” secondo quanto ha scritto in un appassionato, bellissimo intervento su “La lettura” del Corriere Alessandro Piperno, ammiratore confesso del suo “talento mimetico che sfiora l’orecchio assoluto”.[1]

41+vZwX0JCL._SX323_BO1,204,203,200_.jpgNel deserto rovinoso di un presente segnato da solitudine, incomprensioni, sconfitte, fra gli spettri opprimenti di una vecchiaia mai ammessa né accettata, naufragi matrimoniali drammaticamente (o penosamente) negati, rimpianti e rinunce, ciniche rivalse e frustranti derive economiche, alienati e lancinanti smarrimenti, è certamente il “tema ossessivo dell’inadeguatezza”[2] il legame che unisce tutte le storie, ma anche, ci sembra, la tenace e irrinunciabile fiducia in un sentimento che salva e redime dall’angoscia, se non dal fallimento più o meno annunciato. È l’amicizia senile tutta femminile di Della e Cathy, insoddisfatte Brontolone[3] in eterno sovrappeso, anticonformiste e umorali che perdono mariti, figli “pallidi, sinistri, circospetti come gli assassini di un film di fantascienza” ma non se stesse, risolute – proprio nel momento in cui la più anziana precipita nel gorgo invalidante di una “violenta e aggressiva” demenza – a disseppellire “l’ascia” per uccidere insieme le avversità. O l’attrazione per l’assoluto flusso energetico dell’Universo (om cosmico, musica delle sfere, perpetua capacità di rigenerazione terrestre) del protagonista di Posta aerea il quale, alla ricerca di un’identità perduta nello scialo della propria esistenza, la ritrova nel panico, trasfigurante abbraccio di una fascinosa natura esotica (Bangkok, Bangalore, Calcutta) alla percezione di “un trillo”, sorta di pirandelliano “fischio del treno” che lo proietta al di là di ogni coordinata familiare, sociale, umana. È l’insopprimibile istinto materno di Tomasina (Siringa per ungere la carne), 40 anni 1 mese e 1 giorno, sontuosa dimora in Hudson Street, lavoro appagante, disposta –  fallito “il piano A” (“improbabile armata di adulteri e perdenti, gli uomini”) – a ripiegare sul meno romantico, più solitario e triste ma anche coraggioso e creativo piano B: un figlio “senza lui”, o meglio “con tutti i lui” della sua disincantata vita di rimorsi (comunque l’amore si impone grazie a chi innamorato lo è veramente, l’ex Wally Mars, donatore mai domo e figura vincente in uno spiazzante, struggente finale) o la passione musicale di Rodney (Musica barocca), jocyana “piccola nube”, razionale e un po’ rigido maestro di clavicordo (“bordura dorata e giardino geometrico dipinto, famiglia del clavicembalo”) travolto – dopo una fugace bohème giovanile vissuta fra Berlino, Heidelberg, Kurt Weil e gli amati Bach “père et fils” – dalla squallida marea di polizze, conti in rosso, rate inevase, “cifre atroci sulla carta di credito”, (in)adempienze domestiche avvilenti di un quotidianità prosaica e assai poco artistica. Sono la nostalgia di un’America democratica, rurale, libertaria e tollerante di Kendall (Great experiment), poeta fallito non per incapacità, “intelligente ma non ricco”, costretto a fare i conti con la deriva tecnologica di una plutocrazia fondata su software personalizzati, malversazioni e “delitti fiscali di broker ludopatici” nella quale la frode bisogna saperla pensare e perpetrare alla grande, non con remore letterarie (altrimenti meglio restarsene in uno squallido loft dove piove dal soffitto a riflettere sulla Democrazia in America di Tocqueville) e il tentativo di Charlie – architetto separato, vittima di ordinanze restrittive più o meno d’urgenza che si aggira patetico intorno alla vecchia casa “a distanza di 50 piedi” – di riaccendere “il tizzone” di un rapporto nel quale nessuno dei due deve Trova(re) il cattivo, scappare o inseguire l’altro, ma accoglierlo e dire “eccomi”. Facile come “colorare un arcobaleno”, perché una “cosa” nell’amore che tiene unite le coppie “non sono i soldi, i figli o una visione condivisa della vita, ma avere cura uno dell’altra. Sono le piccole gentilezze reciproche, chiedere come è andata la giornata fingendo che ti interessi”. Soprattutto, alla fine, è l’intima necessità di sentirsi vivi e di giocarla comunque la partita con la disperazione: può essere sufficiente un pasto miracoloso a base di carciofi per metterla in fuga, come accade in Giardini volubili, il racconto forse più riuscito della raccolta. Al lettore il piacere di scoprirlo, come anche di fare la conoscenza del prof. Luce, endocrinologo/anglo-irlandese/episcopale non praticante/amante di Bruegel, strepitoso protagonista di un’ironica  proto-versione del mitico Middlesex.

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Una foto dell’autore, Jeffrey Eugenides, tratta dalla rete. – Fonte: https://www.whiting.org/awards/winners/jeffrey-eugenides

Lo stile di Eugenides, per citare ancora Piperno, “è un manufatto superbamente rifinito […] le frasi sono tornite al punto da non mostrare alcuna asperità. Dovendo fare due nomi: Nabokov e Salinger”.[4] Necessario, essenziale, strutturato sui dialoghi, privo di lirismo e per lo più nominale (minime le sequenze aggettivali), è capace di delineare fulminanti, efficaci ritratti come la Prokrti di Denuncia tempestiva (squarci di vita indiana ricordano J. Lahiri)[5] e solo in quest’ultimo racconto (il più recente insieme a Le brontolone, 2017) cede alla (troppo) diffusa tendenza della narrativa contemporanea di inserire brani non letterari, mail ed sms in caratteri tipografici differenti. Semmai andrà sottolineata l’intrigante “struttura aperta” delle storie, con splendidi finali che suggeriscono, non chiudendola, un’evoluzione extra-testuale della vicenda per lo più angosciosa e non consolatoria (cfr. Multiproprietà), insieme alla magistrale capacità dello scrittore di ricorrere – anche se non è certo simbolico il suo modello di scrittura – ad oggetti epifanici catalizzatori del significato più profondo del testo: l’ascia e i carciofi citati, guanti spaiati, un giocattolo, preziose statuette di giada e orwelliani…topi.

 MARCO CAMERINI

NOTE:

[1] Cinque ottime ragioni per leggere Jeffrey Eugenides, “La lettura”, 26 agosto 2018. Brevissima recensione nella recensione: l’articolo citato conferma (non che ve ne fosse bisogno) l’autorevolezza di Piperno critico e saggista militante. Raffinato, acuto e, insieme, piacevole alla lettura, mai pedante o accademico. Raro.

[2] A. PIPERNO, art. cit.

[3] Vengono riportati in grassetto i titoli dei singoli racconti.

[4] A. PIPERNO, ivi.

[5] “leggins neri, scarponcini Timberland, calzettoni viola da escursionista, volto da miniatura indù, occhi di un colore sorprendente che poteva esistere solo in un dipinto in cui l’artista avesse mescolato verde, blu e giallo indiscriminatamente che la facevano assomigliare a una ballerina gopi o a una santa bambina venerata dalle masse”

 

L’autore della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Dasior” debutta in poesia. Sabato 24 novembre a Senigallia la presentazione del libro di Simona Riccialdelli, “La mia essenza”

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Articolo di Lorenzo Spurio

Soltanto adesso posso vivere l’adesso,

non mi resta tempo per pensare a che fare;

farlo e non farlo, tutto assurdo!

Sabato 24 novembre alle ore 18 a Senigallia (AN) presso la suggestiva ambientazione dell’Auditorium San Rocco (Piazza Garibaldi n°1) si terrà la presentazione al pubblico del libro di poesie di Simona Riccialdelli (in arte “Dasior”) dal titolo evocativo, “La mia essenza”, edito dalla casa editrice Bertoni di Perugia.

È ben evidente che il legame della Riccialdelli con la poesia sia veramente sentito e ben radicato e ce ne rendiamo conto sin dalla breve nota che ha posto in apertura al volume: “Incantevole questo percorso artistico per gioco, dove tutto prende forma come per magia e dove viaggio senza ritorno. Mi sento al meglio soltanto qui, nell’espressione di ciò che ha sempre vissuto in me, nel giocare con le lettere, per comporre atti di vita”.

L’evento, patrocinato dal Comune di Senigallia e dal Circolo di Iniziativa Culturale – Rivista “Sestante”, vedrà l’intervento del romanziere e critico letterario locale Luca Rachetta mentre le letture saranno eseguite dall’attore Mauro Pierfederici. Gli intermezzi musicali saranno a cura della flautista Elena Solai. Rachetta, nella sua prefazione ha osservato che “dai versi della Riccialdelli sprigiona un deciso invito ad aprirsi al mondo e agli altri  […], unica via per poter vivere appieno la semplicità e la positiva spensieratezza, percorrendo così il cammino lineare verso l’amore e la felicità”.

L’evento sarà presentato e condotto dal poeta, critico letterario e curatore editoriale Bruno Mohorovich che, nella nota di postfazione al volume, così parla della poesia nella Riccialdelli: “[essa] trov[a] la sua ragione d’esistere. Una vita la sua, attraversata dalla sofferenza che trova compimento in una ricercata e sopraggiunta fede; una fede vissuta, quella che aiuta nei momenti difficili, l’antidoto alla sofferenza, […], la chiave che apre la porta non verso una vita diversa, ma… la Vita”.

 

L’autrice

46485551_458548217882675_6732369749105180672_nSimona Riccialdelli è nata a Senigallia (AN) nel 1963. Ha trascorso parte della sua infanzia ad Arezzo, frequentandovi gli anni scolastici elementari, assorbendo l’atmosfera di questa città. Ritornata a Senigallia nel 1 974 dove ha proseguito gli studi. Pittrice (numerose le sue presenze in collettive sul territorio locale) e poetessa, da sempre ama scrivere. È stata premiata al Concorso Letterario “Patrizia Brunetti” di Senigallia nel 2017. Recentemente alcune sue poesie sono apparse nell’antologia “Marche. Omaggio in versi” (Bertoni, Perugia, 2018) a cura di Bruno Mohorovich ed Elisa Piana.

 

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“Canzoni orfiche e canti popolari” spettacolo/evento dedicato al celebre poeta di Marradi – Bologna 29 nov. 2018

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Giovedì 29 novembre 2018 alle ore 17.30  presso il Circolo Ufficiali dell’Esercito – via Marsala n°12 a Bologna  le associazioni Estroversi e Amici delle Muse  promuovono l’incontro dedicato a Dino Campana dal titolo “Canzoni Orfiche e Canti Popolari”, da Dino Campana alla poesia dei Canti Popolari della musica del Sud. 
“Canzoni Orfiche” è il titolo omonimo del progetto vincitore del primo contest mu
sicale dedicato al poeta Dino Campana, che ha visto protagonista la band toscana
 “Il Vento dell’Altrove”, guidata da Giacomo Panicucci e Gabriele Cavallini, che
 interverranno nel corso dell’incontro.  
Gli interventi critici e le letture dei testi saranno a cura di Fabio Canessa, Giancarlo Sissa, Alessandra Gabriela Baldoni e Cinzia Demi. 
Ad arricchire la serata letteraria sarà il duo “Bassamusica” composto da Arianna Romanella e Pasquale Rimolo che eseguiranno musiche della tradizione popolare italiana in consonanza con le tematiche di Dino Campana. 

A seguire, per chi vorrà, una cena al costo di 25€. Solo spettacolo 10€. Prenotazioni al Tel. 3331671502 o mail cinzia.demi@fastwebnet.it