A Massignano la presentazione della silloge “A denti stretti” di Stefania Pasquali

Presentazione del volume

“A DENTI STRETTI”

Di Stefania Pasquali

 

Una serata alla riscoperta del vernacolo e della cultura popolare

 

Sabato 16 maggio 2015

Sala Consiliare del Comune di Massignano – ore 21.00

 

Interventi:

Silvia Talamonti – Susanna Polimanti – Stefania Pasquali – Rosa Angela Parigiani – Luciana Leoni- Daniela Talamonti- Roberto Spalvieri – Angelo Talamonti 

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Sabato 18 aprile a Palermo il reading poetico in onore dei “Grandi e dimenticati”

Sabato 18 aprile 2015 a partire dalle ore 17:30 si terrà a Palermo presso La Libreria Spazio Cultura (Libreria Macaione) il reading poetico dal titolo “Grandi e dimenticati: la poesia che non muore” organizzato dalla Rivista di letteratura “Euterpe” in collaborazione con i blog di Luigi Pio Carmina ed Emanuele Marcuccio e la rivista “Postillare”.

Al reading interverranno i poeti:  Anna Maria Bonfiglio, Maria Bufalo, Luigi Pio Carmina, Pierangela Castagnetta, Francesco Paolo Catanzaro, Rosa Maria Chiarello, Palma Civello, Pietro Cosentino, Francesco Ferrante, Emanuele Insinna, Raffaella La Ferla, Francesca Luzzio, Claudia Magliozzo, Emanuele Marcuccio, Emilia Merenda, Pietro Mistretta, Giuseppe Pappalardo, Guglielmo Peralta, Michela Rinaudo La Mattina, Lorenzo Spurio che daranno lettura ai loro componimenti ispirati o dedicati a poeti ed artisti nazionali e internazionali, molti dei quali di nicchia e ingiustamente dimenticati dalla critica ufficiale. 

L’ingresso è aperto al pubblico e la S.V. è invitata a partecipare.

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

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Lucia Bonanni legge e analizza l’antologia poetica sulla città curata da Lorenzo Spurio

BORGHI, CITTÀ E PERIFERIE

L’antologia poetica del dinamismo urbano

a cura di LORENZO SPURIO

Nota critica di lettura di Lucia Bonanni

 

cover agemina stesa-page-001“Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del discorso é segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli e ogni cosa ne nasconde un’altra”.

Il filo segreto che unisce il discorso di questa raccolta antologica è ordito su un telaio immaginario e la spoletta passa da una città all’altra a tramare un arazzo di testi la cui rappresentazione artistica è data dalla voce di più figure poetiche.

Così abili mani  annodano argomenti quali le bellezze architettoniche e paesaggistiche, i ricordi, il contrasto tra la realtà del passato e quella del presente, il disagio esistenziale, il degrado dell’ambiente, la diversità, l’inquinamento, le trasformazioni subite dai centri abitati, la mancanza di lavoro, la speculazione edilizia, i vari accadimenti, il progresso tecnologico, l’emigrazione, le marginalità, le tradizioni popolari, le menzioni più o meno esplicite ai grandi poeti nonché il dialetto e quelle “escursioni fuori porta” che invitano il lettore ad una continua metamorfosi di analisi e sintesi e identificazione con i testi letterari.

“Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano” ed “È dolce il tuo abbraccio, così intenso e corposo,/ed io mi ritrovo ragazza, quando a vent’anni, /mettevo radici forti ai miei sogni infiniti” come dice Anna Scarpetta, pensando alla sua città, Napoli, il cui viso è ben scolpito nella sua mente con “il mare che scivola e unisce il limite del cielo” e   dove adesso “si fatica, per via della crisi, ad andare più avanti”.

Ma il passato delle città è anche “un segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole” e per Vincenzo Monfregolanon è facile raccontare dei sorrisi nati nel  degrado”, però l’autore non perde mai di vista la capacità di saper affermare la propria dignità di uomo e la “grande voglia di rivalsa”, cercando una catarsi anche dove “i fiori neri sembrano belli”; e se Anna Scarpetta ci dice delle bellezze architettoniche e paesaggistiche della sua città, Vincenzo Monfregola vuole “un prato verde/con alberi grandi” per raccontare al mondo di una gioia che chiamano vita. Ma nell’immaginario di ciascuno “Napule è” pur sempre “mille culure… e a voce de’ creature che saglie chianu chianu”.

La memoria storica di ogni città è scritta “negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre” e troviamo Luigi Pio Carmina a firmare la tela di un acquerello in cui Palermo è rappresentata in ogni suo aspetto, dai mosaici di Monreale, alla Vucciria dei mercati, ai veri quartieri cittadini, al festino dedicato alla Santuzza, alle bellissime spiagge dove le onde del mare alla sua “ode donano colore”; e poi c’è monte Pellegrino “antica roccia” che si erge dalle “salse acque/di Palermo” e che porta Emanuele Marcuccio a chiedersi perché le sue strade “stridono luttuose” e “remoti mali” la schiantano, realtà a cui fa riferimento anche Carmina, dicendo che l’intera isola “Chiu bella fussi senza vossia”, cioè senza quelle persone “carenti di onore” che si aggirano tra aranceti e vigneti.

Un populu/mittitilu a catina/spughiatilu/attuppatici a vucca/è ancora liberu. Livatici a tavula unni mancia/u lettu unni dormi/ è ancora riccu” un popolo diventa povero e servo “quannu ci arrubbanu a lingua”, allora è perso per sempre, è perso perché perde la propria identità culturale, le proprie radici, quella identità tramandata di padre in figlio  con gli usi, i costumi, le tradizioni che lo rendono forte e rispettabile. Però a Carmina “ni ristò a vuci d’idda” per cantare la propria terra come la voce di lei,  quella della madre, la parola dialettale, resta a Marinella Cimarelli che con piglio felice e fare giocoso ci fa conoscere la città di Jesi che è “’na bella cittadina… trullarero trullallà senza Jesi ‘n se po’ sta’” anche perché questa città con tutti quei nomi dei campioni , ha il vanto di essere la città dello sport per cui “non è fantasia, ma pura realtà… che questa seguro è la città de Jesi!”. E la parola dialettale resta anche per Mario De Rosa  che ci narra di Morano Calabro con profonda nostalgia tanto che “ti scinni ‘nd’u coru nu’ scurunu” perché poco distante da L’Annunziata “c’è un vicinato/dove prima regnava l’allegria/di gente buona/di gente buona con le vecchie usanze/che faceva teatro in mezzo alla via”. Il medesimo sentire si riscontra nei versi di Sandra Carresi che in “giro fra le bancarelle sotto il sole cocente d’agosto” ripensa che un tempo era tutto diverso, quando in giri valzer o danze più scatenate davano vita a legami amorosi, mentre nel tempo dell’oggi “nessuna musica, ognuno in casa  propria riposa… nella piazza solo qualche chiacchiera” e bottiglie vuote saranno “silenziose testimonianze del tempo che racconta il suo passaggio”; un passaggio  che si ferma in quella che è “una delle più belle Piazze del Mondo” per la rievocazione di un’antica usanza primaverile in cui il carro brucia e la “colombina (che) s’è rotta”. Intanto l’Arno continua a scivolare sotto i ponti “come un poeta visionario” e “a scalare/con fragore/le cascate” e Maria Luisa Mazzarini attraversa il ponte e dopo la Messa in chiesa va alla ricerca della tomba del Poeta. Dagli indizi che ci dà l’autrice, penso si tratti del ponte Vespucci che porta al quartiere di San Frediano e di lì per via Pisana a Badia a Settimo dove si trova la tomba del Poeta. Ma proprio perché si tratta di quel poeta che presso le Giubbe Rosse cercava di vendere i suoi Canti Orfici, mi piace immaginare che il ponte sia quello di Santa Trinità dove “i piloni fanno il fiume più bello/e gli archi fanno il cielo più bello”. “Dino Campana/Poeta 1885-1932” è l’epigrafe sulla tomba che si trova nella cappella della chiesa di San Salvatore. “Le donne dicevano ai ragazzi: è il poeta! senza sapere chi” scrive Piero Bargellini che dal cimitero di San Colombano fece traslare le spoglie mortali di Dino Campana nella chiesa di San Salvatore. “Sulle increspature/dell’Arno al tramonto/si è specchiato il tuo volto” e forse quello che cerca Anna Grecu è il volto del Poeta che in giro per la città “fugge l’inganno/di (quel) mare in tempesta” che è la sua stessa esistenza.

La metropoli, come ricorda Michela Zanarella, “ha i colori del tempo… nelle enormi arterie (si ) divorano mescolanze (e) grigie abitudini”, terreno fertile del disagio sociale, delle solitudini, delle marginalità, delle distanze e “tra casucce ammonticchiate/e vicoli oscuri”, quelli descritti da Francesca Luzzio, si vedono  “ventri gonfi di bambine/che danno vita/ma non sanno come” mentre il “passo tremante di ubriaco” rammenta ai passanti che “Si è/ vasi fragili/davanti/a certe aporie/dello spazio-tempo”, davanti a problematiche che non offrono soluzioni, che affannano e allontanano anche dall’essere persone coscienti del sé, per cui “nessuno sa/cercare/un passaggio orientato/nelle antinomie post moderne dell’identità” come sostiene Lucia Bonanni che insieme a Maria Rita Massetti nelle “cartilagini del tempo” vorrebbe rinvenire il “sospiro dei secoli… sui muri smemorati” delle case che cadono nel silenzio per destarsi poi “nel livore di un’alba/ancora assopita… assetata/di colori e rugiada”.

Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l’uomo cammina sui lentischi e sulla creta… scricchiola e si corrode ogni pietra, da secoli” scrive Salvatore Quasimodo nella prefazione del testo La terra del rimorso, sintesi della ricerca etnografica in Salento, condotta nel 1959 da Ernesto De Martino per studiare il fenomeno del tarantismo dal punto di vista storico, culturale e religioso. Fenomeno velatamente evocato nei versi di Teresa Anna Rita De Salvatore che in quella “Lecce franta nel ricordo” fa rivivere “gli incubi antichi” di una città quale “isolato tempio” con “i sogni dei poveri/(che) andavano a vedere in piazza i presepi” mentre i giocattoli grandi erano riservati soltanto ai bambini più ricchi. Ma la Puglia non è soltanto tarantismo, povertà e solitudine, essa è una terra ricca di arte, di storia, di cultura e di fede che si manifesta in “Cuore e spirito” all’interno  di un “sacro luogo di riconciliazione” dove ci conducono i versi di Maria Pompea Carrabba, decisa a difendere il “sacro luogo del cuore” in attesa che San Nicola faccia ritorno nella chiesa e si avveri “il sogno di un piccolo paese”. E “tra scorie di viaggi logori”, come vuole la tradizione “A piombo rappreso,/il Santo, nel suo tempio d’altezza,/guardava sonnolento” la città di Ancona di cui è Patrono; in questo caso è Lorenzo Spurio a narrare le atrocità inflitte a San Ciriaco, obbligato a ingoiare piombo fuso e poi decapitato. “Con Betlemme/hai piantato un ulivo” e in questi tempi di amarezze  il pensiero della De Salvatore si unisce a quello di Anna Scarpetta e va verso la Terra Santa dove il prezzo della cristianità è costato  sacrificaci crudeli per mano di “furiosi gendarmi”. La fede che è accoglienza, speranza, unione di cuore e spirito, accettazione dell’altro, condivisone, aiuto reciproco, nei versi di Elvio Angeletti  apre anche al “musicante (che sta) ancora lì/solo nel suo destino/ad aspettare la mano di una  amico” come si volge a chi è diverso,  “diverso da chi e da cosa/c’è forse una regola/c’è forse uno stampo” si interroga Franco Andreone, ricordando un giardino “nel bel mezzo di una piazza” dove un tempo “andava a far scorrazza”.

Un ragazzo moccioso/(con i) pantaloni larghi e  sporchi/(ma) lesto, furbo e sapiente”, tradito dagli uomini, si staglia nelle parole di Emanuela Di Caprio come nel dire di Osvaldo Crotti si anima un “temprato guerriero/dallo spirito ribelle/pioniere di lotte senza fine/unico e degno/ maestro/di tanta dignità” il Clochard con “gli occhi pieni di stelle” che vive per strada e la sua coperta è “un cartone e un pizzico di luna”. Tante volte nelle vie cittadine si incontrano “cani legati al guinzaglio dai loro padroni/che fanno il giro per i loro bisogni come barboni”, ma sono pigri e indifferenti con gli occhi pieni di tristezza e persino il loro abbaiare è diventato così poco credibile da sembrare addormentato; di questo si rammarica Patrizia Pierandrei che con occhio attento riesce a notare ciò che in altro contesto aveva subito notato il povero Marcovaldo un mattino mentre aspettava il tram. “Chissà da dove vengono quei poveri funghetti,/il vento forse li ha costretti,/a crescere tra le dure pietre lastricate”, ma quei funghi non possono nutrire né il barbone e neppure l’emigrato. Dato che “l’arte vuol sempre irrealtà visibili” proprio come afferma J.L. Borges, vediamo Cristina Lania perdersi nelle vie della sua  città, ricordando i fasti passati e l’autrice ritorna dove “la Madonnina del Porto/si erge come eterea vision/nitida nella sua unicità” e il mare è “effluvio e respiro della (sua) terra (e) Zancle non è più chimera lontana /(mentre) il cielo si frantuma in cristalli di luce”.

Per Francesco Paolo CatanzaroNella piazza il vecchiume si crogiola al sole./La città è solenne/nei suoi vapori di smog e di frenesia metal meccanica”, “Ci si accorgerà nel corso del tempo/quanto la tecnologia ha prezzo,/quanto la ferraglia, l’acciaio/inondi il paesaggio/ e provochi lo tsunami della civile inciviltà” in quel cuore di latta che, secondo l’autore,  ha adesso la città.

Ma la città è anche incanto e bellezza che giungono come un’eco sulle musiche di Respighi che celebra i pini e le fontane di Roma “per riapparire ancora” tra le righe di Giuliana Montorsi e in quelle di Michela Zanarella  in un “abbraccio universale/ eppur donato a ognuno” e “dove le pietre fondono memoria/freme l’asfalto confuso/ed il Tevere veglia/il sotterraneo mutare dell’aria/(che) si rinnova nell’incanto dei palazzi/e nello zampillo limpido delle fontane”. Cristina Vascon scrive che “tra le nebbie/sboccia una luce (e) mille albe si stemperano/in rugiade/(mentre) tra solchi d’immense nuvole/germoglia il sole”. Le due autrici, entrambi venete, fanno tornare alla mente i palù, quei paesaggi delle aree pianeggianti tra il Veneto orientale e il Friuli e il cui termine è usato al plurale come metonimia per indicare le aree prative dove cresce il palù, un’erba del genere carex, diffusa in quelle zone, oggetto di studi antropologici e rivisitata anche nei componimenti di impegno sociale, scritti da Andrea Zanzotto.

Dalla malinconia dei campielli si va “verso i pioppi sugli argini/là dove la curva del fiume/risplende/come lastra d’oro” e il fiume lambisce la città in cui “le cuspidi ardite/riecheggiano un passato di furiose/e crude lotte tra fazioni avverse/i merli ghibellini/sul mobilissimo Palazzo Gotico” mentre la nostalgia pungente per la propria terra si fa posto nella mente di  Giorgina Brusca Gernetti e gli echi delle aspre lotte per le investiture fanno pensare alle due torri, divenute nel tempo simbolo della città di Bologna. Elisabetta Mattioli ne ammira la statua del Nettuno “in connubio/ assieme all’acqua/e protettore silente/di un mare senza spuma/unito a una città senza tempo” mentre per Bartolomeo Bellanova Bologna si configura come “un luogo dato agli spettacoli” con i “passi che vanno e vengono, oscillano,/barcollano su un copione scritto/barcollando su una pagina bianca,/scia d’inchiostro esaurito” e il poeta resta “quello che nasconde i cocci sotto pelle,/aspettando la notte dopo”.

Nella profondità cittadina” di Francesco Paolo Catanzaroil vecchiume si crogiola al sole” e la città mostra il suo cuore di latta e quello che prima era un piccolo borgo si è ampliato e ha subito profonde trasformazioni e “ci si accorgerà nel corso del tempo/quanto la tecnologia ha prezzo/ e provochi lo tsunami della civile inciviltà”. Nell’orizzonte poetico di Gianluca Papa si profila la “torre alta/ovattata finestra/ indicibile/luminosa gloria” di Pisa, oggi splendente nei suoi alabastri. Felice di narrare le proprie emozioni, Massimo Rozzi volge il pensiero agli amici e da esule pone lo sguardo “alla meta della domenica”, il suo paese, dove adesso “i giovani trovano una speranza/sul loro futuro senza scappare”. Dalla profondità del silenzio come epifanico sentire prorompe la voce letteraria di Renato Pigliacampo, nemico talvolta a se stesso, “teso nei sogni” delle colline marchigiane che “nelle sere che calano sul mare” ancora gli parlano nella lingua dei padri per rinsaldare il vincolo d’amore con il proprio territorio e “oltre il Colle dell’Infinito” esiliato “in terre padane” allorché si affacciava alla vita ed ora tiene in un “abbraccio d’amore la sua Porto Recanati.“le luci rifrante, le case, i palazzi…/ e cerchi concentrici si intersecano allargandosi./E si dissolvono, emulando le vite… Cambieranno i passi, stanotte al molo,/e le barche r i marini moti” e là, oltre la risacca che si frange lungo la linea del porto, “Distante il falso/ mare rivendica/ la sua libertà incarcerato//in una fotografia ritoccata” e  Daniela Gregorini  all’alba  si ritrova a ballare tra i “tavoli impazziti” di una folle città per evadere verso le illimitate sponde del tempo mentre aspetta un tram “flouato”.

Nelle escursioni fuori porta anche all’estero, troviamo anche le città di Lorenzo Spurio che racconta di “cocci taglienti e scarpe spaccate/nella piazza centrale, assedio,/ contro un capo-cecchino/schifoso, come tutti i capi in guerra” e “la temperatura era buona, infingardi cani neri/agguantavano al collo/con guizzanti morsi”, trasformando il faraone di pietra in un “colabrodo/ di sangue rubato (e) i bambini rubavano il mare/con gli occhi bagnati”. Versi, questi, che ho avuto modo di apprezzare nella lettura della sua silloge Neoplasie civili (Agemina, Firenze, 2014) ed evocano altre piazze di libertà e indipendenza dal faraone di turno.

E per tutte queste caratteristiche “la città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare”.

Un lavoro poderoso, superbo, unico nella sua rara composizione quello che ha svolto Lorenzo Spurio, curatore di questa antologia poetica che nella selezione dei brani poetici ha dato vita ad un coro polifonico, ad una partitura in canone in cui ciascuna voce parte da un punto di vista personale e si ritrova in sintonia con i pensieri, i concetti, i contenuti, i sentimenti, le emozioni, le delusioni, i desideri, le paure, le vicissitudini in un labirinto di idee, legate le une alle altre da un unico tema, la città, ovvero da quel dinamismo che fa di ogni centro abitato un organismo vivente; un organismo il cui nucleo resta sempre il cuore pulsante dell’Uomo che sa irrorare le sue cellule di linfa vitale in uno scenario sempre mutevole e affascinante.

Onorata di far parte di questo lavoro e di questa compagine di sognatori che amano la Poesia.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve, lì 9 aprile 2015

“Gli argini non sono sponde. Poesie per un fiume”, antologia di poeti senigalliesi curata da Alessandro Seri

Presentazione del libro

“Gli argini non sono sponde” –  Poesie per un fiume

‘Un libro come questo è un atto d’amore e un esperimento di civismo sopraffino, un dono da lasciare a futura memoria, una testimonianza che ha l’umiltà di non essere monito ma solo suggerimento. Il fiume, come la poesia, non fa danni se lo si rispetta ma se lo si deturpa, se non lo si cura, così come la poesia, esso smette di avere una funzione vitale e trasforma le sue tante utilità in disastro.’ Così Alessandro Seri descrive il volume che verrà presentato domenica 12 aprile alle ore 18 e 30 nella Sala del Trono, presso il Palazzo del Duca, a Senigallia.

Saranno presenti, oltre a Alessandro Seri, Massimo Raffaeli, l’amministrazione comunale di Senigallia e i poeti dell’associazione ‘Nel verso giusto – Senigallia/Poesia’ autori della raccolta.

La presentazione sarà un’ulteriore occasione di connessione tra i poeti de ‘Nel verso giusto’ con la WPM, World Poetry Movement.

Il volume ‘Gli argini non sono sponde’, edito da Venturaedizioni, contiene poesie di Mary Aguglia, Matilde Avenali, Liliana Bellagamba, Annamaria Berni, Diana Brodolini, Antonietta Calcina, Maria Chiara Capone Di Donfrancesco, Francesco Cavallari, Silvia Cingolani, Rita Cursini, Elisabetta Freddi, Letizia Greganti, Marisa Landini, Paola Mazieri, Fiorina Piergigli, Maria Pia Silvestrini.

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A Porto Recanati un incontro poetico per ricordare Novella Torregiani

Si terrà sabato 18 aprile 2015 presso la Sala Biagetti di Porto Recanati (MC) un incontro poetico per ricordare la celebre e apprezzatissima poetessa portulana Novella Torregiani, recentemente scomparsa.

Ad intervenire saranno Sabrina Montali (Sindaco di Porto Recanati), il prof. Lino Palanca e Ida Angelici e Sonia Alessandrini (come da programma)

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“Pensieri di una mente pigra” di Maria Francesca Consiglio

Pensieri di una mente pigra: Diario di bordo di un’anima inquieta 

di Maria  Francesca Consiglio

Editore:CreateSpace Independent Publishing Platform (2014)

ISBN:978-1505401110

downloadSinossi: “Sigaretta in bocca, un bel film alla TV, il giorno che si consuma velocemente per sfornarne un altro uguale al precedente; solito copione prematuramente ingiallito. Cosa succede però quando ogni emozione repressa esplode senza preavviso cambiando la sceneggiatura? Standing ovation d’istinti, desideri e passioni tamburellata su cuore e mente. Il vaso di Pandora è stato scoperchiato! Rabbia, abbandono, amore, paura; questi i quattro ingredienti principali che, mescolati in dosi casuali, danno vita a Pensieri di una Mente Pigra. Un vero diario di bordo, senza segreti o restrizioni, nel quale l’autrice affronta, attraverso pensieri ed immagini, diverse tematiche; panico, disagio sociale, crisi d’abbandono, sfumature di alcuni disturbi di personalità, rifiuto della crescita, l’amore in ogni sua fase.”

L’autrice: Maria Francesca Consiglio

Ribelle ed insofferente per natura si riavvicina alla scrittura nel 2012 usandola come terapia d’urto contro il silenzio e l’ovvietà di una dimensione troppo vacua. Alcune delle sue poesie ( e aforismi) vengono inserite al’interno di raccolte ed antologie. “Pensieri di una mente pigra” è il suo primo libro; oltre a tutti i contenuti ne cura impaginazione, fotografia e grafica.

XXVI ediz. Premio Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati”

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CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA

“Città di Porto Recanati”
XXVI edizione – 2015

Art. 1 – Il Poeta invierà una sola poesia a tema libero.
L’organizzazione tuttavia consiglia di trattare tematiche sulla disabilità, sulla solitudine degli anziani, sui “nuovi poveri”, sugli extracomunitari, sugli eventi climatici, ecc., affinché si rifletta sulla condizione esistenziale dell’uomo, ideazione che portò all’istituzione del Premio «Città di Porto Recanati» più di 25 anni fa. Comunque sia, il tema vuole essere solo indicativo. La poesia inviata, che non dovrà superare i 35 versi, potrà anche essere stata edita, ma non vincitrice del primo premio in altri concorsi. L’originale riporti: Nome e Cognome dell’autore, indirizzo e indicazione della eventuale e-mail e la dichiarazione: «Dichiaro di essere l’autore dell’opera inviata al concorso».

Art. 2 – La Giuria è costituita da esponenti del panorama letterario e culturale e sarà composta da:
Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario) – Presidente di Giuria
Susanna Polimanti (scrittrice e recensore) – Componente
Lella De Marchi (poetessa e scrittrice) – Componente
Elvio Angeletti (poeta) – Componente
La medesima stilerà una graduatoria dei tre poeti vincitori dei premi in denaro e dei sette “segnalati dalla Giuria”. La Giuria, a suo insindacabile giudizio, deciderà di premiare quei poeti che, con l’impegno culturale e la propria testimonianza di vita, hanno contribuito a superare una condizione esistenziale difficile, o rendendola fonte di ispirazione.

foto04Art. 3 – I Premi in denaro sono: 1° Classificato € 500,00 (cinquecento/00) e Pergamena; 2° Classificato € 300,00 (trecento/00) e Pergamena; 3° Classificato € 200,00 (duecento/00) e Pergamena. Dal 4° al 10° classificato verrà assegnata una targa “segnalato dalla Giuria”. Inoltre la stessa Giuria identificherà delle opere di disabili che, se non entreranno nella classifica comune, verrà riconosciuto un premio di incoraggiamento con attestato.

Art. 4 – La poesia dovrà essere spedita per posta ordinaria entro il 25 luglio 2015 (farà fede il timbro postale di partenza) in cinque copie, al seguente indirizzo: Prof. Renato Pigliacampo c/o Concorso Internazionale di Poesia «Città di Porto Recanati», XXVI Edizione 2015 – Casella Postale n. 61 – 62017 Porto Recanati (MC). Solo la “copia originale” dovrà riportare i dati dell’autore e la dichiarazione “Sono l’autore della poesia (indicare il titolo)”. E’ possibile inviare la poesia per e-mail a: pigliacampo@cheapnet.it La quota di partecipazione di € 20,00 (venti/00) è utilizzata per far fronte al monte-premi e alle spese organizzazione e potrà essere versata sul conto corrente postale numero: 29 68 76 21 intestato a Renato Pigliacampo c/o Casisma, o con altra modalità a scelta del partecipante.

Informazioni:
La premiazione avverrà a Porto Recanati. I Vincitori saranno contattati per email, per cellulare o/e telefono e anche con lettera inviata all’indicazione domiciliare.
I Vincitori avranno comunicazione scritta del giorno, dell’ora e del luogo della Cerimonia di premiazione.
In occasione della premiazione si terrà un Recital durante il quale verranno lette le opere vincenti. Del Recital verrà prodotto un video che sarà trasmesso su YouTube ed un DVD (inviato a chi ne farà richiesta).
L’evento culturale sarà pubblicizzato sui quotidiani “Il Resto Del Carlino”, “Corriere Adriatico” e sulle Riviste specializzate e i siti di poesia; e su Radio Erre. Sarà anche realizzata una pagina nel sito www.ilsalottodegliartisti.com

Per ulteriori informazioni:
Parte letteraria:
Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) – lorenzo.spurio@alice.it

Parte logistico-organizzativa:
Marco Pigliacampo: marampo75@gmail.com

“Pane raffermo”, romanzo di Massimiliano Città

“Pane raffermo” di Massimiliano Città

Pane raffermo copertinaPane raffermo racconta la cosiddetta “strage del pane”.  Un episodio di storia siciliana accaduto a Palermo durante il secondo conflitto mondiale. Una Storia composta da storie, minori, misere, quotidiane. Vicende che si incrociano allo scoccare di una data: il 19 ottobre 1944.
Palermo è piegata, dalla disperazione, dall’acqua che manca, dalle derrate sempre più rare da reperire, anche al mercato nero. Palermo è sfregiata, dalle bombe cadute a grappoli, esplose sopra teste ignare, innocenti e inermi. Bombe lanciate a colpire rifugi diventati ben presto sarcofagi di massa. Eppure la vita viene fuori, e s’alza, prova a farlo, durante una guerra.
Tutto sotto gli occhi impotenti di chi è stato chiamato a governare, e tiene al guinzaglio la popolazione, scuotendo il bastone affinché nessuno possa urlare. Tra le maglie del disagio della gente affamata s’insinuano abili traffichini, affaristi, gente senza scrupoli che mira al proprio obiettivo, sia questo il mantenimento del potere o la scalata ad esso. Moti separatisti borbottano e alimentano scioperi e rivoluzioni di quartiere, lungimiranti progetti politici iniziano a disegnare assetti che per anni governeranno realmente l’isola.
E i bambini per le strade tenuti dalle madri, occhi spenti, cuori stanchi, inseguono i passi dei loro uomini che senza lavoro chiedono la dignità di un pezzo di pane a chi dovrebbe loro dare l’opportunità di guadagnarselo.

Chi è l’autore?

Nasco in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 e da quel giorno viaggio.
Cresco artisticamente lento e pigro, e lo faccio nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Negli anni che vanno dal 2002 al 2003 mi inducono ad esibirmi con lo stesso gruppo Kiroy in serate folk-blues. Mi ritrovo anche ad organizzare una serie di allestimenti pittorico/musicali.
Nell’inverno del 2003, dopo un grottesco viaggio che rimarrà impresso nella memoria (di cui potete leggere qui una breve cronaca), partecipo al “Sulmona Festival, Memorial Augusto Daolio”, con la band DorianGray. E suonando e cantando accade anche d’ottenere ottimi riscontri e una segnalazione per il testo della canzone “Bambino Umile, Bambino fragile”.
Nel 2004 mi nascondo ufficialmente sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro e pubblico, per la CUT-UP Edizioni di La Spezia, il mio primo racconto lungo “Delirio di un Assassino”, inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”.
Alla fine del 2004 entro a far parte come voce solista della blues Band “The freely chip’s band” con la quale giro la Sicilia fino al 2007. Contemporaneamente partecipo nel ruolo di lead vocal al trio acustico “Benzedrina Blues”.
Nell’estate del 2005 scrivo il saggio “Viaggio immaginario di un musico ateniese” che vale la laurea con lode in D.A.M.S., indirizzo musica, presso l’ateneo palermitano. (Da questo momento alterno varie e prolungate fasi di fancazzismo puro, scritture e poche ore di lavoro malpagate).
Nell’inverno dello stesso anno riesco anche a concludere la prima raccolta di racconti “Delirio di un Assassino e altri racconti”.
Nel 2007 in un accesso di furore creativo progetto la realizzazione dell’album scritto qualche anno prima “Ritratti di un Vagabondo Ebbro”, (di cui alcuni pezzi possono essere ascoltati al link Vagabondoebbro oltre alla traccia “Bambino umile bambino fragile” selezionata per la compilation digitale I.M.C Music 2008) e nell’ambito della realizzazione di questo progetto musicale, nell’estate del 2008, ri-fondo la band Dorian con la quale mi esibisco alla 3° Edizione di “Indigena – Gruppi emergenti castelbuonesi” e al “Music Tourfest 2008”.

Nel 2009 una piccola casa editrice salentina pubblica il mio primo romanzo Keep Yourself Alive, edito da Lupoeditore, appunto.

Nel 2012 esce l’ebook della raccolta di racconti “Il funambolo” edito da ePubblica.

Nel 2015 esce l’ebook del romanzo storico “Pane Raffermo” edito da Edizioni il Pavone.

Altri racconti sono stati pubblicati presso diversi siti (Il paradisodegliorchi Landmark motor Hotel, Spifferi –  Malicuvata.itYou gotta pay the dues if you wanna sing the blues, Ossa di cristallo,Eleonor e le gardenie, In volo oltre la polvere  Progetto Babele Ho amato fino a morirne – Segnalato dalla giuria in occasione della IIa edizione del concorso letterario Unibook, E di questo nessuno parla, – Opifice.it Un diamante senza luce)

“Congiunzioni divergenti”, romanzo di Giuse Iannello

“Congiunzioni divergenti”

di Giuse Iannello

congiunzioni-divergentiRacconta la vita parallela e apparentemente distante  di due ragazze della stessa età, a partire dal 2010  fino al 2013 con l’antefatto di un viaggio a Chennai, nell’agosto 2003, durante il quale una delle due ragazze si reca in India per scoprire il suo futuro attraverso la lettura delle foglie del destino.
Lucia Giorgianni,  giovane  architetto vigevanese di origini modeste,  si occupa di arredamento, ed è fidanzata con Cesare Della Rocca. La madre di lui ostacola il loro legame a causa della differenza di ceto e, soprattutto, per la malattia di Lucia, un’insufficienza renale, conseguenza di un’infezione contratta proprio in India e ormai arrivata alla  fase terminale, che la porterà presto alla dialisi.
Sarà poi la stessa Lucia a decidere di lasciare Cesare per non coinvolgerlo nelle sue difficoltà.
Victoria Castro, socia in un’azienda di pulizie, si innamora ricambiata di Patrizio Campisi, vivaista già amante di Lucrezia Della Rocca, madre di Cesare. Vive a Milano con la figlia e la  madre Roxana. Muore in uno strano incidente e le saranno espiantati gli  organi secondo la volontà espressa anni prima, attraverso le procedure previste.
Lo stesso giorno Lucia è chiamata dal Policlinico  di Pavia per essere sottoposta a trapianto. Si può dedurre, ma il narratore non lo dirà mai apertamente, che il suo rene provenga proprio da Victoria. Grazie al suo dono, Lucia potrà sperare di aprire una nuova fase della propria vita, di poter pronunciare nuovamente la parola futuro.
Alla fine della vicenda il lettore si renderà però conto che la realtà è leggermente diversa da come l’aveva pensata durante il dipanarsi della vicenda.

E’ narrato sia in prima persona, attraverso la voce del fratello di Lucia, Andrea, che ha un’irresistibile attrazione verso l’universo femminile, e parla al presente delle sue vicende di famiglia, d’amore, d’amicizia  e di lavoro (fa il gallerista), sia in terza persona attraverso una voce narrante neutrale, che racconta al passato la vicenda.
I due registri narrativi si intersecano e si completano: quello scanzonato, a volte trasgressivo, di Andrea, e quello più classico del narratore.
Grande parte hanno nel romanzo le predizioni, i presagi, i sogni,  senza mai scivolare nell’occulto e sempre facendo verificare al lettore stesso  che la presunta verità di una manifestazione paranormale ha comunque bisogno di una corretta, non facile,  interpretazione.

Titolo : CONGIUNZIONI DIVERGENTI
Autore: Giuse Iannello
Editore: Giuliano Ladolfi editore
Pagine:  240
Prezzo:  15,00 €
ISBN   : 9788866441830

“Petite Anthologie”: la raccolta di lirici francesi tradotti da Luciano Domenighini

Esce “Petite Anthologie”, piccola antologia di poeti classici francesi, tradotti dal poeta Luciano Domenighini 

Esce nella collana “Collana Arancione – Antologie” di TraccePer LaMeta Edizioni: «Petite Anthologie. Piccola Antologia di poesia francese: Da Villon a Jammes», sotto la cura editoriale del poeta e aforista Emanuele Marcuccio. Nel Volume, con testo a fronte in lingua originale, il critico letterario e poeta Luciano Domenighini, sceglie e traduce poeti classici della letteratura francese tra Quattrocento e inizio Novecento: François Villon, Marceline Desbordes-Valmore, Charles Baudelaire, Stéphane Mallarmé, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Jules Laforgue, Francis Jammes, Guillaume Apollinaire.

142petiteanthologie900L’opera si aprirà con una prefazione a cura del prof. Mario Pietro Zani e si chiuderà con una postfazione a cura dello scrittore Giordano Tedoldi. Chiuderà il libro una quarta di copertina con una nota critica a cura del poeta, scrittore e critico letterario Aldo Occhipinti.

Leggere la parola “antologia” sulla copertina di un libro, riporta immediatamente, per necessità lessicale ma anche per la consuetudine di ciò che abbiamo appreso sin dai banchi di scuola, all’immagine fredda e meccanica di una “raccolta di passi scelti di uno o più scrittori confezionata per scopi didattici”. Più forte è l’associazione quando, poi, riconosciamo all’istante i nomi degli autori, perché celeberrimi esponenti di una forte e consolidata tradizione letteraria. In realtà, quando la selezione dei testi di una “antologia” è frutto non di esigenze didattico-divulgative bensì del gusto e del percorso estetico, culturale e immaginativo del curatore, la parola “antologia” si carica di una valenza ben diversa.

Vieppiù, quando, oltre ad esserne il curatore critico, del “florilegio” di testi lo studioso è anche il traduttore – originale, appassionato e attento – il libro si carica di un valore del tutto diverso da quello solitamente attribuito alla parola “antologia”: non è più un semplice e sterile “raccoglitore”, bensì un’opera d’arte autonoma e compiuta in ogni aspetto. È il caso della presente Petite Anthologie, dove Luciano Domenighini dà la sua personalissima «testimonianza di una lettura disorganica e quasi casuale, dislocata e disseminata in un lungo arco di tempo di vita e sedimentata nella memoria come un frammentario bagaglio culturale specifico».

Villon, Desbordes-Valmore, Baudelaire, Mallarmé, Verlaine, Rimbaud, Laforgue, Jammes, Apollinaire, fulgidissimi testimoni della produzione poetica in lingua francese tra Quattrocento e Novecento, sono i maestri accolti nel volume. In appendice, poi, si aggiunge un nome che, tra tanti “puro sangue” così indiscussi e rappresentativi, può sembrare un “intrus”: è quello dell’abruzzese Gabriele d’Annunzio. Il camaleontico artista italiano, in realtà, avendo contribuito – prima, durante e dopo il suo soggiorno in Francia – alla storia letteraria d’Oltralpe con opere poetiche, narrative e teatrali vergate in francese, può e deve a buon diritto collocarsi all’interno della Répubblique littéraire française della Belle Époque. È così che, a chiusura di questa squisita Petite Anthologie, possiamo leggere – sapientemente tradotti – tre dei dodici Sonnets Cisalpins, opera quasi del tutto sconosciuta in Italia, che ha sancito l’avvio dell’esperienza letteraria in francese del d’Annunzio. (Aldo Occhipinti)

 

Luciano Domenighini (Malegno – BS, 1952) dopo il liceo classico si laurea in Medicina lavorando come medico, professione che svolge tuttora.  Come letterato ha ottenuto alcuni riconoscimenti in premi letterari nazionali di poesia. Nel 2004 pubblica la silloge poetica Liriche Esemplari. Inoltre ha svolto saltuariamente in varie sedi l’attività di critico per la musica operistica e di critico letterario. In questa veste si è occupato di alcuni poeti italiani contemporanei raccolti nell’antologia critica, La Lampada di Aladino (TraccePerLaMeta Edizioni, 2014). Fra questi si è soffermato in particolare sull’opera poetica del siciliano Emanuele Marcuccio, che Domenighini, in varie sedi, ha commentato quasi integralmente approfondendone la lettura critica e individuandone il ruolo nel panorama letterario nazionale contemporaneo. (Risvolto di quarta)

TITOLO: Petite Anthologie

SOTTOTITOLO: Piccola Antologia di poesia francese: Da Villon a Jammes

AUTORE-TRADUTTORE: Luciano Domenighini

CURATORE: Emanuele Marcuccio

PREFAZIONE: Mario Pietro Zani

POSTFAZIONE: Giordano Tedoldi

EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni

PAGINE: 182

ISBN: 978-88-98643-35-6

COSTO: 12 €

Le città parlano: l’antologia poetica sul dinamismo urbano curata da Lorenzo Spurio

L’antologia del dinamismo urbano

Un volume poetico dedicato alle città a cura di Lorenzo Spurio

 

cover agemina stesa-page-001Lo scrittore e critico letterario jesino Lorenzo Spurio ha curato per i tipi di Agemina Edizioni di Firenze un’antologia poetica dedicata alle città in cui i poeti, partecipanti da tutta Italia, hanno dedicato versi alle proprie città di nascita e residenza, o di quelle visitate o agognate quale futura meta da scoprire. Il volume, dal titolo “Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano” contempla al suo interno testi di 32 poeti sparsi in tutta Italia che hanno risposto con entusiasmo a questa iniziativa corale che dà voce al tessuto urbano dove viviamo.

In particolare tra di essi vi sono alcuni poeti jesini: Marinella Cimarelli che dedica due liriche alla città direttamente in dialetto, com’è nella sua natura di poetessa verace, Patrizia Pierandrei che, invece, porta con le sue poesie delle riflessioni importanti sul benessere della città, nonché alcune liriche di Spurio, il curatore, di cui una dedicata alla città di Ancona.

Tra gli altri marchigiani presenti figurano altri poeti e poetesse attivi da anni tra cui Elvio Angeletti (Senigallia-AN), Daniela Gregorini (Fano-PU), il prof. Renato Pigliacampo (Porto Recanati-MC) e Maria Rita Massetti (San Benedetto del Tronto-AP).

Si percorre l’Italia in lungo e in largo grazie ai trentadue poeti inseriti che dedicano altrettante liriche a varie città tra cui Napoli (Anna Scarpetta, Vincenzo Monfregola), Piacenza (Giorgina Busca Gernetti), Palermo (Francesco Paolo Catanzaro, Francesca Luzzio, Luigi Pio Carmina, Emanuele Marcuccio), Messina (Cristina Lania), Rimini (Manuela Di Caprio), Firenze (Anna Grecu, Sandra Carresi), Roma (Giuliana Montorsi), Morano Calabro (con una poesia in dialetto locale del poeta moranese Mario De Rosa), Venezia (Cristina Vascon),…

Tra gli altri presenti nel volume figurano: Franco Andreone, Bartolomeo Bellanova, Lucia Bonanni, Maria Pompea Carrabba, Osvaldo Crotti, Teresa Anna Rita De Salvatore, Elisabetta Mattioli, Maria Luisa Mazzarini, Gianluca Papa, Massimo Rozzi e Michela Zanarella.

Dalla prefazione di Lorenzo Spurio, curatore dell’opera si legge: «La città, infine, è un organismo vivente proprio come un animale o una pianta: essa cresce e muta con chi la abita, si sviluppa e si de-struttura in maniera diversa, si amplia  e si abbellisce, si dota di volta in volta di tutte quelle componenti di cui la comunità abbisogna. Il cambiamento più evidente di una città resta quello della sua architettura e del sistema di viabilità, ma essa è in continua metamorfosi anche internamente, nella sua anima e nel suo temperamento nei confronti dell’altro, tutto ciò che è al di fuori della città».

 

SCHEDA TECNICA DEL LIBRO:

Titolo: Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano

Autore: AA.VV.

Curatore: Lorenzo Spurio

Casa editrice: Agemina, Firenze

Anno: 2015

ISBN: 9788895555799

Pagine: 159

Costo: 10€

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