N.E. 01/2023 – “Il libro, manifestazione dell’essere”. Articolo di Tina Ferreri Tiberio

Il nostro secolo può essere definito il secolo della “multimedialità” e l’interrogativo di fondo che ci poniamo in questa cultura elettronica è il chiedersi se c’è ancora posto per il libro o esso è destinato ad uscire di scena. Alcuni hanno sostenuto in più occasioni la morte del libro o l’assassinio del libro da parte della televisione, per es o dell’ipertesto. Ma il libro è sempre un’esperienza a cui l’uomo non vorrà mai rinunciare: non basta leggere, occorre saper scegliere cosa vale la pena di leggere. 

Sant’ Agostino affermava: “Il Mondo è un libro e coloro che non viaggiano leggono solo una pagina.”

Orbene il libro rappresenta non l’orizzonte pressochè esaustivo del processo di apprendimento, come spesso è avvenuto, ma diventa uno dei tanti strumenti di cui l’uomo può disporre nei suoi processi di ricerca. Si tratta, cioè di assegnare una diversa identità al libro, non come matrice condizionante di sapere, bensì come strumento per la costruzione del sapere. Oggi, cioè, si guarda al libro non come al luogo di sistemazione del sapere, bensì come ad un insieme di pagine e contenuti che aspettano di essere interpretati, integrati, strutturati.  Leonardo Sciascia affermava che “Il libro è una cosa: lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, ma se lo apri e lo leggi diventa un mondo”.

Il libro cioè è uno strumento che aspetta di essere esplorato con intelligenza, che non si impone, ma si presta, non irrigidisce, ma alimenta, è lo specchio del nostro io.

Attraverso il libro l’individuo è portato a trovare risposte sempre più adeguate ai suoi problemi, alle sue esigenze, alle sue aspettative e il gusto del leggere, pertanto sollecita sempre più la capacità di autonomia cognitiva da parte dello stesso individuo, che si fa ricercatore e operatore del proprio sapere.                   

L’uomo non è un “io” separato dal mondo e messo in comunicazione con esso per mezzo delle sensazioni, egli è un organismo entro la natura che interagisce con l’ambiente, per cui da sempre l’uomo ha sentito il bisogno di raccontarsi, per es. i ragazzi tratteggiati dalla penna di scrittori, come Pasolini, ci vengono incontro con tutta la loro ricchezza esistenziale. Sono figure vive, concrete, non soggetti astratti di categorie sociologiche. E’ un modo per far parlare i ragazzi, per parlare con i ragazzi, usando la bellezza della letteratura, gli occhi partecipi dello scrittore e non la lente neutrale dello studioso.  

I libri non perdono mai il loro fascino, anzi con le nuove tecnologie informatiche, moltiplicano la forza di attrazione e la capacità di incuriosire. Quotidiani e televisione sono lo specchio del mondo e la scrittura è la risposta ad un reale bisogno comunicativo.

Leggere seriamente i testi degli autori antichi greci e latini, per es. significa consentire loro, di essere delle occasioni di sviluppo profondo per l’interiorità, l’espressività e l’eticità di noi lettori. Accostare le opere di oltre un millennio di cultura occidentale ha senso se il confronto con esse permette al singolo individuo di valutare la qualità e lo spessore umano dei propri sentimenti e delle proprie passioni; potenzia la raffinatezza, la fondatezza e la penetratività del proprio modo di esprimersi; ha senso se centra l’attenzione sul senso della propria vita e sui valori che la possono orientare.

Soffermiamoci sulla prima raccolta poetica di Montale “Ossi di seppia”. 

Lo stato di disagio e di inquietudine dell’uomo, chiuso nella propria crisi, si riflette in un linguaggio del tutto nuovo, pieno di suggestioni e spesso sconvolgente. Il punto di partenza della tematica montaliana è costituito dalla sua prima raccolta poetica: “Ossi di seppia”, pubblicata nel 1925. La realtà paesistica che nell’opera il poeta descrive ha una sua precisa fisionomia, è il paesaggio della sua natìa Liguria, colto in tutta la sua asprezza e squallore. I piccoli particolari della vita quotidiana sono presentati nella loro nudità e spigolosità: “rovente muro d’orto”, “sterpi” e assumono sotto la penna del poeta, un alto valore simbolico mettendo in luce la sua coscienza dell’aridità, dell’assurdità della vita, la quale non è altro che isolamento, esclusione, inutilità. Vivere, dice infatti Montale in “Meriggiare” non è altro che “seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Così in “spesso il male di vivere” la legge di sofferenza che domina costantemente la vita umana affiora negli aspetti più giornalieri della realtà delle cose: “è il rivo strozzato che gorgoglia”, “l’accartocciarsi della foglia riarsa!”, “il cavallo stramazzato” e l’unica salvezza dal male di vivere è “la divina Indifferenza”. “Non chiederci la parola, continua ancora Montale, che squadri da ogni lato l’animo nostro informe” “che mondi possa aprirti”. “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. La poesia, insomma, non può lanciare messaggi, non può dare certezze, ma solo qualche sillaba storta che esprime il crollo di qualsiasi mito, la consapevolezza del non essere.  D’altronde lo stesso Montale nella sua prima raccolta non esclude la possibilità di un mutamento verso cui il poeta tende nell’ansioso, ma consapevolmente vano tentativo di trovare una via di salvezza di fronte alla precarietà, al fallimento dell’esistenza. E’ questo il motivo cantato nel gruppo di liriche “Mediterraneo” poste al centro della raccolta, in cui il mare preso a simbolo di vita autentica, di positività, come quell’approdo, è purtroppo non raggiungibile per l’uomo, che sa di essere “della razza di chi rimane a terra”. 

Pertanto, nell’opera viene riaffermata la visione montaliana del vivere una vita senza fedi, senza certezze, senza “lume di chiesa o di officina” come egli dice in “Piccolo testamento”. Egli non ha seguito nella sua vita “chierico rosso o nero” orgogliosamente chiudendosi nella propria solitudine. L’uomo del nostro tempo, afferma il Montale, attraverso la metafora del prigioniero destinato alla morte, che può uscire dalla propria cella solo diventando accusatore e carnefice degli altri, è ben consapevole di essere oppresso da una società che lo condiziona, ma niente può fare per sfuggire a questo carcere. Egli avrà comunque un destino negativo, sia che si faccia complice, sia che rimanga vittima. Questa la lezione lasciataci da Montale: consapevolezza di vivere in una società priva di illusioni e rassegnazione ad un destino di solitudine e dolore cui opporre un rigore morale che non accetta compromessi.           

Per concludere l’uomo sente che il libro gli può dare risposte, ogni libro può diventare un mezzo per ampliare il proprio orizzonte di vita, per mettersi in relazione con i grandi spiriti del passato e così la lettura diventa un’attività fondamentale per far circolare sempre messaggi di bene e di bellezza.

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Questo testo viene pubblicato su questo dominio (www.blogletteratura.com) all’interno della sezione dedicata relativa alla rivista “Nuova Euterpe” a seguito della selezione della Redazione, con l’autorizzazione dell’Autore/Autrice, proprietario/a e senza nulla avere a pretendere da quest’ultimo/a all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ vietato riprodurre il presente testo in formato integrale o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore. La citazione è consentita e, quale riferimento bibliografico, oltre a riportare nome e cognome dell’Autore/Autrice, titolo integrale del brano, si dovrà far seguire il riferimento «Nuova Euterpe» n°01/2023, unitamente al link dove l’opera si trova.

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Bibliografia

Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, La Biblioteca di Repubblica, 2000

Eugenio Montale, Tutte le poesie a cura di Giorgio Zampa, Mondadori, I Meridiani collezione, 1984

Walter J. Ong, Oralità e scrittura: le tecnologie della parola, Bologna, Il mulino, 1986, ed. orig. 1982

Guglielmo Cavallo, I luoghi della memoria scritta: manoscritti, incunaboli, libri a stampa di biblioteche statali italiane, direzione scientifica, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1994

Storia del libro. Storia di libri. A cura della prof.ssa Rosa Marisa Borraccini  PDF 2018

N.E. 01/2023 – “Nuove tendenze estetiche. La “poetry kitchen”. Che cos’è?”. Articolo di Giorgio Linguaglossa

Scrive il filosofo Slavoj Žižek:

«Non è che falliamo perché non riusciamo a incontrare l’oggetto, piuttosto l’oggetto stesso è la traccia di un certo fallimento.

Per questo Freud ha avanzato l’ipotesi della pulsione di morte – il nome giusto per questo eccesso di negatività. E il mio intero lavoro è ossessionato da questo: da una lettura reciproca della nozione freudiana di Todestrieb e di quella negatività auto negativa tematizzata dagli idealisti tedeschi. Insomma, questa nozione di auto-negatività relativa, così come è stata regolata da Kant fino a Hegel, filosoficamente ha lo stesso significato della nozione freudiana di Todestrieb, pulsione di morte – questa è la mia prospettiva fondamentale. Ovvero, la nozione freudiana di pulsione di morte non è una categoria biologica ma ha una dignità filosofica.

Cercando di spiegare il funzionamento della psiche umana in termini di principio di piacere, di principio di realtà e così via, Freud si rese conto via via sempre più della presenza di un elemento disfunzionale radicale, di una distruttività radicale e di un eccesso di negatività, che non possono essere spiegate.»1

La «struttura tragica» di Maria Rosaria Madonna (Stige. Tutte le poesie 1990-2002, Progetto Cultura pp. 150 € 12) ha bisogno dell’oggetto. È solo sull’oggetto che può costruire la struttura simbolica della sua poiesis. Per far questo Madonna è costretta a tenere in piedi, in qualche modo, la struttura trascendentale soggetto-oggetto, la struttura tragica. L’Imperatrice Teodora sa bene che sta parlando ai posteri e vuole auto assolversi dinanzi ai posteri visti come gli oggetti del futuro; analogamente i «barbari» che stanno arrivando sono un «oggetto» identificabile, bene identificato, sono un simbolo trascendentale ma ancora storico. E così il «peccato», la «lussuria», i «diavoli» etc. sono tutti oggetti ben determinati, precisi. È la civiltà dell’umanesimo che si nutre della dualità soggetto-oggetto, anzi, è fondata sulla dualità soggetto-oggetto. Con il crollo dell’umanesimo la poesia di Madonna si staglia con auto evidenza assoluta come l’ultimo monolite di quella civiltà. La pulsione di morte che attraversa la struttura simbolica della poesia di Madonna è una categoria dell’umanesimo.

Non sono completamente d’accordo con la tesi di Slavoj Žižek per il quale la nozione freudiana di pulsione di morte può essere utilizzata egualmente anche per una civiltà del post-umanesimo del capitalismo globale, anzi, sono propenso ad ipotizzare che la pulsione di morte svanisce nella «merce», cioè nel «valore di scambio». La nuova civiltà dell’epoca della tecnica o cibernetica sembra aver fagocitato la pulsione di morte, annullandola nella «merce». Il feticismo della merce conterrebbe al suo interno la pulsione di morte rimossa, se non addirittura cancellata. Questo è l’aspetto inquietante delle società post-democratiche, che il capitalismo è esso stesso il prodotto della tecnica e causa esso stesso della tecnica.

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N.E. 01/2023 – “La “Lucania” di Mario Trufelli: il senso dell’appartenenza senza alcun possessivo”. Articolo di Vito Davoli

La Lucania è terra che ha dato i natali a poeti di intenso spessore che inevitabilmente hanno cantato il fascino dell’essenzialità e della durezza di una regione che, come poche, intesse continuamente relazioni creditizie e debitorie con la Storia; quella generale ma soprattutto la propria. Una terra che ha dato vita a straordinari poeti, da Rocco Scotellaro a Leonardo Sinisgalli, da Albino Pierro ad Assunta Finiguerra.

Accanto a questi nomi merita sicuramente menzione Mario Trufelli, lucano di Tricarico, lo stesso paese natio di Scotellaro. Premio Saint-Vincent per l’intensa attività giornalistica, ricordiamo che fu responsabile della Testata Giornalistica Regionale lucana della RAI. Di Sinisgalli fu allievo e amico e nel 1992 vinse il Premio Flaiano per la silloge Prova d’Addio. Ho scelto di ricordarlo attraverso i versi di una splendida poesia dal titolo, appunto, Lucania, parte della silloge L’indulgenza del cielo, che «con le sue 153 poesie, ha il merito di condurre il lettore in un viaggio unico con l’autore, lungo il suo straordinario e pluriennale percorso poetico e culturale» (N. Vitola)[1].

Io lo conosco
questo fruscio di canneti
sui declivi aridi
contesi alla frana
e queste rocce magre
dove i venti e le nebbie
danno convegno ai silenzi
che gravano a sera sul passo stanco dei muli.
È poca l’acqua che scorre
e le vallate son secche
spaccate, d’argilla.
Di qui le mandrie migrano
con l’autunno avanzato
per la piana delle marine
tuffando i passi nelle paludi.
Di qui è passata la malaria
per le stazioncine sul Basento
squallide, segnate d’oleandri.
Da noi la malvarosa è un fiore
che trema col basilico
sulle finestre tarlate
in un vaso stinto di terracotta
e il rosmarino cresce nei prati
sulle scarpate delle vie
accanto ai buchi delle talpe.
Da noi riposa il falco e la civetta
segna la nostra morte.
Da noi il mondo è lontano,
ma c’è un odore di terra e di gaggia
e il pane ha sapore del grano.

Una lirica intensa che intreccia alle raffinate evocazioni descrittive delle immagini di contesto una profonda riflessione, taciuta, nascosta, appena evocata in segnali semantici sparsi lungo tutto il dettato del componimento.

«(…) Silenzi / che gravano a sera sul passo stanco dei muli» oppure «le mandrie migrano / con l’autunno avanzato (…) / tuffando i passi nelle paludi» o ancora «la malvarosa è un fiore / che trema col basilico»… Tutti lievissimi accenni (straordinario il tremolio della malvarosa che quasi lascia intuire il resto dei dettagli stagliati sullo sfondo) a un movimento lento, impercettibile in un panorama di quasi assoluta fissità.

Trovo splendida questa poesia non solo per le meraviglie catturate e dipinte in un’atmosfera di lentezza e malinconia che mi paiono indiscutibili: i colori sono quelli dell’autunno e della sera, quasi sorprendenti nell’affresco di un panorama legato a una regione del Sud che probabilmente ci si aspetterebbe barocca di sole e di luce. Ma anche a questo non rinuncia il poeta, anche in questo caso racchiude l’evocazione dentro i suoi effetti, misurandola ancora in modo da non sconvolgere il panorama generale dato alla lirica: «È poca l’acqua (…) / le vallate son secche / spaccate». 

Epperò è il non detto a sorprendere davvero: un “silenzio” (oltretutto esplicitato – come significante e non casualmente – in un verso dove viene affiancato alla parola “convegno” insieme a nubi e nebbie) che dà all’intera lirica una forza che sembra quasi mancare alle delicatissime dinamiche rappresentate e che mi pare si esprima in due atteggiamenti l’uno celato, l’altro quasi sottinteso. 

Il primo: lo sguardo, celato appunto. I «declivi aridi / contesi alla frana», il passo stanco dei muli e delle mandrie, l’acqua che scorre e le vallate secche e spaccate; le paludi, le scarpate e i buchi delle talpe sembrano quasi oggetti di un’osservazione concreta che non stacca mai lo sguardo da terra, quasi a testa bassa in un atteggiamento che potrebbe essere percepito come rassegnata malinconia in un figurato passeggio: si ha quasi la sensazione di vedere il poeta, mani in tasca e – appunto – testa bassa, affondare i passi nella sua terra e descriverne tutto ciò che gli sale alla vista. Eppure non è rassegnata malinconia quella che si avverte.

Il secondo elemento, il sottinteso, conferisce all’intera lirica un carattere diverso e un sentimento più forte, direi di appartenenza che si esprime in un accenno di rivendicazione, un appena indicato tentativo di reazione. L’incipit assoluto «Io lo conosco» con un accento evidente sulla prima parola, l'”io“, sembra quasi voler sottintendere una negazione taciuta, una specie di “non tu” o “non voi” che sfuma le delicatezze descrittive di ogni verso con un colore più vivace, quasi polemico, risentito… e che trova eco negli iterati «da noi», «da qui»,, non da altre parti, non altrove.

Non casualmente la poesia termina con due chiuse: la prima è l’unico momento in cui quello sguardo a testa bassa si stacca da terra per osservare più in alto e incontrare la civetta che «segna la nostra morte» nella finale consapevolezza dell’inutilità e dell’ineluttabilità dell’assoluto; mentre la seconda («Da noi il mondo è lontano») sembra quasi l’identificazione finale di quel “tu” taciuto: il mondo, quello fuori dai confini metastorici qui rappresentati.

È un abbraccio stretto alla propria terra, una dichiarazione d’amore e di appartenenza che non ha vergogna di alludere anche a sentimenti diversi e più decisi. E il contrasto rende la lirica una sublime esaltazione di ciò che resta, tanto sul piano reale quanto su quello immaginifico, tanto sul piano semantico quanto su quello filosofico: l’essenzialità dell’ «odore di terra e di gaggia/ e il pane ha sapore del grano».

Mario Trufelli

È poesia con la P maiuscola quella che intesse al suo interno un profondo legame fra il detto e il taciuto e attraverso la perfezione delle immagini lancia ponti di percezione affinché il lettore si addentri in quello stesso percorso quasi guidandone i passi fino al punto di spiegarne i “perché” che qui sono tutti e semplicemente appartenenza e amore per la propria terra dove l’accento va, in modo particolare, sulla parola “propria”. Eppure non c’è un solo aggettivo possessivo in tutta la lirica! Non un “mio” o un “nostro” né un “tuo”. La potenza di tale significato è tutta affidata ad altro significante che qui è proprio la reiterazione dei «da qui» e «da noi» appena indicati.

La poesia avrebbe potuto intitolarsi tranquillamente “Terra MIA” ma forse l’identificazione netta, così come per le immagini descritte all’interno della lirica, con il nome della propria terra, la Lucania, è anche il nome di un amore vissuto, partecipato, vero; quasi della “persona” amata in un rapporto di scambio che è evidentemente biunivoco e reciproco o, per lo meno percepito, come tale. 

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[1] N. VITOLO in Francavilla Informa: https://www.francavillainforma.it/2020/06/29/lindulgenza-del-cielo-raccolta-di-poesie-di-mario-trufelli/

N.E. 01/2023 – “Annamaria Ferramosca, poeta del primigenio presente”. Articolo di Francesca Innocenzi

Nata a Tricase, in Salento, residente a Roma da molti anni, Annamaria Ferramosca è un’autrice di grande rilievo nel panorama poetico contemporaneo; a ragione di ciò, la commissione di giuria del Premio letterario da me presieduto, Paesaggio Interiore, ha deciso di conferirle il premio alla carriera.

Ferramosca ha lavorato come biologa docente e ricercatrice, ricoprendo al contempo l’incarico di cultrice di Letteratura Italiana per alcuni anni presso l’Università Roma Tre. Ha all’attivo collaborazioni e contributi creativi e critici con varie riviste nazionali e internazionali e in rete con noti siti italiani di poesia. È stata ideatrice e per molti anni curatrice della rubrica Poesia Condivisa nel portale poesia2punto0. È ambasciatrice per Italia e Puglia di Poetry Sound Library, mappa sonora mondiale delle voci poetiche.

Ha pubblicato undici libri di poesia, tra cui il recente Per segni accesi, Giuliano Ladolfi Editore, Premio Voci Città di Roma, selezionato al Premio Camaiore, finalista al Premio Lorenzo Montano; Curve di livello, Marsilio, Premio Astrolabio, finalista al Premio Camaiore; Other Signs, OtherCircles—Selected Poems1990-2008, libro antologico di percorso edito per Chelsea Editions di New York nella collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti (traduzioni di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti), Premio Città di Cattolica; Andare per salti, Premio Speciale ”Una vita in Poesia”al Lorenzo Montano, rosa del Premio Elio Pagliarani, finalista al Premio Guido Gozzano; Ciclica, La Vita Felice;Paso Doble, Empiria, volume bilingue di poesie a quattro mani, coautrice la poetessa irlandese Anamaría Crowe Serrano, che ha tradotto anche la raccolta Porte/Doors, Edizioni del Leone, Premio Internazionale Forum-Den Haag.

Sua è la cura della versione poetica italiana del libro antologico del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D-Poesie 2003-2013, CFR, che ha ricevuto il Premio Accademia di Romania per la traduzione.

È presente con testi poetici, recensioni e saggi critici alla sua scrittura in numerosi volumi collettanei, antologie e riviste italiane e straniere. Sue poesie, presenti nei più noti siti di poesia italiani, sono state anche tradotte, oltre che in inglese (Anamaria Crowe Serrano, Riccardo Duranti), in greco (Evanghelia Polimou), rumeno (Eliza Macadan), spagnolo (Antonio Nazzaro), turco (Mesut Senol), arabo (Sayed Gouda).

La poesia di Annamaria Ferramosca, che ha ottenuto attenzione e riconoscimenti a livello internazionale, canta per sprazzi e visioni le radici ancestrali del divenire collettivo; segue a ritroso il cammino verso l’essenza, che annulla le differenze e le divisioni tra gli uomini, così spesso disorientati dalla solitudine, dall’indifferenza, dalla violenza del mondo; adotta un linguaggio archetipico e nel contempo attuale, legato ad un sapere onnicomprensivo, dal mito alla scienza e alla tecnica. Il verso si snoda in un tempo atemporale, il dopo-prima del suono primigenio, denso, onomatopeico, pre-parola. E la lingua dei primordi, fono originario che ha il potere di unire tutte le forme di vita in un armonico cerchio, è proprio la poesia.

In particolare, con la sua ultima raccolta, Per segni accesi (Giuliano Ladolfi editore 2021), Ferramosca si distingue per un’ulteriore prova poetica estremamente densa di significati, richiami, messaggi. Come evidenzia Maria Grazia Calandrone nella prefazione, l’autrice percepisce la sottile «comunione terrestre di vivi e morti e altre forme viventi».

La suddivisione dell’opera in tre sezioni (le origini l’andare, i lumi i cerchi, per segni accesi) propone un progressivo climax verso un vertice che è esso stesso ponte, con il punto mediano che delinea la figura del cerchio: simbolo di un’unità e un’armonia esistenti come memoria ed auspicio. La «misura del cerchio» è quella volontà di coesione e di condivisione che sola può impedire l’inabissamento dell’umanità. L’univerbazione «fogliepietreanimali» esprime questa profonda unione tra gli esseri, composti della stessa sostanza, in una lettura del reale che scende fino agli enti microscopici (atomi, molecole), fondando l’indivisibilità tra spirito e materia.

Per sprazzi e visioni, l’io lirico canta l’ancestralità del divenire collettivo; segue a ritroso il cammino verso l’essenza, che annulla le differenze, le divisioni, le discordie, la sopraffazione da parte del più forte: «ibridi siamo e solo per amore/ ibridi camminiamo accanto per millenni/ lasciando a terra ibridi uccisi/ ibridi schiavi ibridi annientati/ il senso è oscuro o uno scuro/ disegno governa/ tutte le cadute le polveri/ i lumi le ricostruzioni». La ricerca intorno all’arché è condotta anche attraverso la terminologia delle scienze, nell’ottica di un sapere onnicomprensivo, che spazia dal mito alla tecnica.

Ritrovare l’origine significa nutrire una memoria di condivisione tra umani; e la poesia è lingua dei primordi, artefice e testimone del connubio tra le forme di vita. Affiorano così ricordi di un’età dell’oro, di una edenica armonia che permeava il tutto, prima che si edificassero muri divisori; reminiscenze dell’infanzia del mondo, dove il gioco è pienezza di senso; echi di un paesaggio mediterraneo come spazio mitico, fonte di inesausta narrazione: come nei racconti di Sheerazade, la parola-logos è in rapporto con la vita e con la morte. Si aprono a squarci bagliori di vissuto personale e immaginifici voli nel dopo. A livello globale si prefigura un futuro/passato in cui la deriva tecnologica cederà il posto al suono primigenio, denso e onomatopeico, alla pre-parola: «e noi/ presi alla sprovvista/senza nemmeno un ultimo selfie/ tornati nel deserto  disorientati/ da babel imbarbariti/di nuovo a balbettare/ in smozzicate sillabe/    bar bar bar».

Non mancano amari scorci di un’umanità disorientata dalle nebbie della solitudine, dell’indifferenza, dalla perdita del verbo originario. La distruzione che colpisce inesorabile flora e fauna – si vedano i versi di vita da riscrivere – è emblema di un male pervasivo, di una deflagrante disarmonia. Del resto, la condizione umana è perennemente precaria e in subbuglio; la transumanza, la migrazione le sono intrinseche: «noi, veri migranti/verso l’abisso». Non possiamo esimerci dall’abitare l’incerto, di vivere l’incontro come enigma. Il cambiamento ci accompagna silenzioso nelle cellule. E il ciclo di morte/rinascita, in quanto destino della specie e del pianeta, coinvolge la materia tutta. L’immagine di copertina, realizzata da Cristina Bove, che raffigura un biancore di vela svettante in una marina notturna, rinvia efficacemente all’idea di moto nel tempo e nello spazio, all’incessante divenire che si fa promessa per il domani: «verrà l’oceano/verranno le sue vele/ saremo nuovi per nuovi continenti».

Cosa sono, dunque, quei segni accesi che baluginano dal titolo, avvio, veicolo ed acme del percorso? Essi provengono da epoche molto lontane, dagli albori dell’umanità; sono la via per la rinascita, per collegare la fine all’inizio; sono musica, nella riproduzione di tempi, ritmi e suoni, a modulare la parola che vivifica l’esistere, qui e ovunque, ora e sempre, affratellando l’uomo all’uomo e all’universo.

Selezione di testi

da Per segni accesi, Giuliano Ladolfi Editore, 2021

piega verso settentrione il cammino

un capriccio obliquo della luce

segue la pelle bruna    la scolora

azzurrisce occhi    fa chiari i capelli

larga piove bellezza sulla terra

e ci fa ibridi lungo i meridiani

ibridi siamo e solo per amore

ibridi camminiamo accanto per millenni

lasciando a terra ibridi uccisi

ibridi schiavi ibridi annientati

il senso è oscuro o uno scuro

disegno governa

tutte le cadute le polveri

i lumi le ricostruzioni

(finché il sole irradia si ripetono

incontro disincontro

i segni sulla sabbia    indecifrabili)

*

fare tabula rasa dei pensieri

affidarsi al buio

con la sicurezza dei ciechi

sostare ad ogni angolo della notte

afferrare i lumi al baluginare dell’alba

sulla bocca delle sorgenti

nel luccichio delle nascite

verrà l’oceano

verranno le sue vele

saremo nuovi per nuovi continenti

*

è l’alba    sulle onde arrivano

dal mare di mezzo

non barche ma    cesti di gelsomini d’africa

culle intrecciate con erbe di savana

lasciate andare alla deriva

– verrà salvezza dalle acque –

a navigare verso un luccichio di nevi

a nord l’approdo dove

una lupa bianca forse sarà pronta

ad allattare nati non suoi

nord che saprà ancora riconoscere

il respiro caldo delle origini

memoria del cerchio a piedi nudi

era prossimità    danza battente

all’unisono con il ritmo del cuore

*

salvataggio da babel

ascolta ora    questa voce

in mp3 recorded   devi ricordare

come alter voci   a milioni   per il dopo

potrai salvarle? – per il dopo – dico

il dopo del grande sisma   il grande

regolatore   quando

il dio economico sarà crollato

caduto in pezzi pure il dio robotico

torcendosi in sordi borborigmi

                           bor bor bor

e noi

presi alla sprovvista

senza nemmeno un ultimo selfie

tornati nel deserto   disorientati

da babel imbarbariti

di nuovo a balbettare

in smozzicate sillabe

               bar bar bar

*

un marzo silenzioso con

lance spuntate

non fa più la guardia alla mia veglia

sul balcone la tortora nel nido

insieme a me attende il buio    forse

anche lei inseguendo un ricordo

che si fa segno quando

cicale neonate spuntavano pallide da terra

veloci abbrunavano alla luce

e già con furia finivano sapendo

la brevità del canto

il mio allenarmi per il grande volo

è sostare su vecchie foto in bianconero

rivedermi in quel semisorriso

tra tutti quei cari scomparsi

che mi tendono le braccia    m’invitano

salgo    mi metto comoda sui cirri

sotto il capo un cuscino

di foglie di limone    all’uso greco

il volo è leggero    silenzioso

senza vuoti d’aria    senza direzione

l’orizzonte ha cancelli ossidati   cigolano

per poesie rugginose ancora da rivedere

password dimenticate

ho lasciato

tutte le chiavi appese dove sapete

i libri ordinati negli scaffali

fieri    ben stretti

ricordate    vorrebbero di tanto in tanto respirare

esigono    come tutti

di avere incontri    essere aperti

(non solo spolverati)

*

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Nuova veste grafica per il sito personale della promotrice culturale Gioia Lomasti

Gioia Lomasti, con la sua maestria nella scrittura e la sua passione per l’arte in generale, ha presentato il suo nuovo sito web gioialomasti.eu, diventando una figura d’eleganza nel panorama artistico. Originaria di Ravenna, la Lomasti collabora costantemente con numerosi autori e artisti, creando connessioni creative che danno vita a progetti congiunti sia a livello nazionale che internazionale. Queste collaborazioni si rivelano una grande occasione per lo scambio di conoscenze e competenze, arricchendo la sua produzione artistica con nuove ispirazioni stimolanti. Fin da bambina ha riversato nella scrittura la sua più grande passione, componendo opere in poesia e prosa che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti da parte della critica. La sua partecipazione a concorsi di poesia ed eventi culturali l’ha portata ad occupare un posto d’onore nel panorama letterario. Nel 2008, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie intitolata “Passaggio”, un vero e proprio diario dal sapore emozionale. Nel 2011, ha creato insieme a Marcello Lombardo il blog “Vetrina delle Emozioni.com”, che successivamente si è evoluto anche attraverso il sito web vetrinadelleemozioni.com.  Attraverso “Vetrina delle Emozioni”, ha offerto un importante sostegno ai talenti poetici e narrativi in special modo a tutti coloro che necessitano di una maggiore visibilità. La fanpage Facebook di Gioia Lomasti racconta una parte del suo percorso artistico, mostrando l’arte, la poesia e la vita che lei stessa offre attraverso interazioni con il pubblico. Il suo nuovo sito web rappresenta la vetrina ideale per conoscere e apprezzare il suo talento, oltre che per scoprire le sue opere e le collaborazioni che ha intrapreso nel mondo della scrittura e dell’arte. Buona lettura

FONTE ARTICOLO

“Pirandello nell’era digitale: riflessioni sull’identità, la realtà e la comunicazione nell’epoca della tecnologia”, saggio di Francesco Scatigno

Di Francesco Scatigno

Luigi Pirandello, nato nel 1867 e morto nel 1936, è uno dei più importanti drammaturghi e scrittori italiani del XX secolo. La sua opera è caratterizzata da una profonda riflessione sulla natura dell’identità e della realtà soggettiva. Un elemento distintivo del suo lavoro è la concezione dell’umorismo[1] di Pirandello, inteso come un modo per esplorare la complessità della condizione umana. Attraverso i suoi lavori, Pirandello ha esplorato le complesse dinamiche dell’individuo nella società e le sfide legate alla comunicazione e alla comprensione reciproca.

Identità e realtà

La riflessione di Luigi Pirandello sull’identità e la realtà soggettiva costituisce uno dei pilastri centrali della sua opera. Pirandello sottolinea che l’identità di un individuo è fluida e mutevole, spesso influenzata da molteplici fattori come il contesto sociale, le aspettative degli altri e le maschere che ognuno indossa nella vita quotidiana.

Nelle sue opere, come ad esempio nell’opera teatrale “Sei personaggi in cerca d’autore” Pirandello esplora il concetto che ciascun individuo ha molteplici sfaccettature e che la sua identità può variare a seconda del ruolo che assume in una data situazione. Questa prospettiva è particolarmente rilevante nella società contemporanea, in cui le persone sono spesso chiamate a interpretare diversi ruoli nella vita di tutti i giorni, sia online che offline.

La realtà soggettiva, secondo Pirandello, è altrettanto complessa. Egli suggerisce che ogni individuo percepisce il mondo in modo unico, influenzato dalle proprie esperienze, emozioni e convinzioni. Questa idea può essere collegata all’era moderna in cui le informazioni vengono filtrate attraverso le lenti personali dei social media e delle narrazioni digitali, creando realtà soggettive diverse per ciascun individuo.

In sintesi, l’analisi di Pirandello sull’identità e la realtà soggettiva ci invita a riflettere su come le persone si definiscono e interpretano il mondo che le circonda. Questi concetti sono ancora oggi rilevanti per comprendere la complessità delle identità individuali e delle prospettive nella società contemporanea.

Crisi della comunicazione

La “crisi della comunicazione” è un tema fondamentale nell’opera di Luigi Pirandello, che risuona in modo significativo nell’attuale panorama mediatico e sociale. Pirandello riflette su come la comunicazione tra individui spesso sia compromessa dalla difficoltà di comprensione reciproca, dall’uso di maschere sociali e dalla mancanza di comunicazione autentica.

Nelle sue opere, come nel romanzo “Uno, Nessuno e Centomila” Pirandello mette in scena situazioni in cui i personaggi non riescono a comunicare le loro vere emozioni e intenzioni. Questo problema è oggi amplificato dalla crescente dipendenza dalle piattaforme digitali e dai social media, dove spesso si comunicano versioni idealizzate o distorte di sé stessi.

La “crisi della comunicazione” di Pirandello riflette anche il concetto di “fake news” e di disinformazione che affligge la società moderna. La difficoltà nel distinguere la verità dalla finzione è una sfida crescente, con importanti implicazioni per la società e la politica contemporanea.

Inoltre, la sua analisi sulla comunicazione mette in luce quanto sia complesso per gli individui comprendere veramente gli altri e se stessi, un tema che rimane estremamente rilevante nell’era dell’iper-connessione e della sovrabbondanza di informazioni.

La “crisi della comunicazione” di Pirandello è un richiamo a riflettere sulla qualità e l’autenticità della nostra comunicazione in un mondo sempre più dominato dalla superficialità e dalla complessità delle interazioni sociali e digitali.

Identità e maschere sociali

Nelle opere di Luigi Pirandello, la questione dell’identità e delle maschere sociali è un tema centrale. Pirandello osserva come gli individui siano spesso costretti a indossare maschere sociali per adattarsi alle aspettative e alle convenzioni della società, nascondendo spesso la loro vera identità dietro queste facciate.

Questo tema è particolarmente rilevante oggi, dove la pressione sociale e l’omologazione sono molto presenti nelle dinamiche sociali. Molte persone si sentono obbligate a conformarsi a ideali o standard imposti dalla società, dai media o dai social media, spesso a scapito della loro autenticità. Questo può portare a una sensazione di alienazione e insoddisfazione.

Le maschere sociali, come quelle rappresentate da Pirandello, sono visibili anche nell’era digitale, dove le persone possono creare identità virtuali che differiscono dalla loro vita reale. Questo solleva domande sulla genuinità delle interazioni online e sulla difficoltà di distinguere ciò che è autentico da ciò che è costruito.

Inoltre, l’opera di Pirandello suggerisce che le maschere sociali possono portare a conflitti interiori e dissonanza cognitiva. Questa dissonanza può essere ancora più pronunciata in un mondo in cui le aspettative sociali possono essere in conflitto con i valori personali o le convinzioni.

Crisi esistenziale

Nelle opere di Luigi Pirandello, emerge spesso un profondo senso di crisi esistenziale nei personaggi, una sensazione di smarrimento e alienazione rispetto al mondo che li circonda. Questa tematica della crisi esistenziale è straordinariamente importante nell’attuale contesto sociale.

La modernità ha portato con sé una serie di cambiamenti rapidi e una crescente complessità nella vita quotidiana. Questo può portare a una profonda riflessione sul significato della vita, sul proprio posto nel mondo e sul senso della propria esistenza. La sensazione di essere intrappolati in una realtà che sembra priva di senso o di autenticità è una sfida con cui molti si confrontano oggi.

Secondo Pirandello, la crisi esistenziale spesso deriva dalla mancanza di una “verità” oggettiva o di un significato stabile nella vita. Questa idea può essere interpretata in vari modi nella società contemporanea, dove le convinzioni tradizionali spesso vengono messe in discussione, e le persone cercano di trovare un senso in un mondo in rapido cambiamento.

La crisi esistenziale può anche essere vista come una conseguenza delle sfide dell’individualismo moderno. Mentre la società offre un maggiore spazio per l’autonomia individuale, questo può anche portare a una sensazione di isolamento e alla necessità di definire il proprio scopo senza il supporto di norme sociali rigide.

Questi interrogativi rimangono al centro del dibattito filosofico e culturale contemporaneo, mentre le persone cercano di dare significato alle loro vite in un mondo in costante evoluzione.

L’Influenza dell’individualismo

L’influenza dell’individualismo è un tema centrale nelle opere di Luigi Pirandello e ha rilevanza continua nell’attuale panorama culturale e sociale. Pirandello esplora l’individualismo attraverso personaggi che si scontrano con la società e cercano di affermare la propria individualità, spesso in modi radicali o estremi. Questo tema può essere analizzato in relazione al mondo contemporaneo in vari modi.

Nella società attuale, l’individualismo è una forza motrice significativa. Le persone cercano sempre più di affermare la propria unicità e autonomia, spingendosi a sfidare norme sociali tradizionali e a perseguire i propri obiettivi personali. Questo può portare sia a una maggiore libertà che a una maggiore alienazione. Alcuni individui possono sentirsi isolati o in conflitto con la società mentre cercano di trovare il proprio cammino.

Inoltre, l’avvento della tecnologia e dei social media ha amplificato ulteriormente l’individualismo. Le persone possono creare e curare le proprie identità online, esplorare interessi di nicchia e collegarsi con altri individui che condividono le loro passioni. Tuttavia, questo può anche portare a una sorta di isolamento digitale, in cui le interazioni faccia a faccia e le relazioni reali sono spesso trascurate.

Pirandello mette in guardia contro gli eccessi dell’individualismo, sottolineando come la totale autonomia possa portare all’alienazione e alla perdita del contatto con la realtà. Questo richiama l’importanza di trovare un equilibrio tra l’affermazione dell’individualità e l’appartenenza a una comunità più ampia.

Le maschere nell’era dei social media

Il concetto delle maschere, così dominante nelle opere di Luigi Pirandello, trova un terreno fertile nell’era dei social media, dove la rappresentazione di sé e l’identità digitale sono diventate parte integrante della vita quotidiana. Pirandello ha come le persone indossino maschere sociali per adattarsi alle aspettative della società, nascondendo spesso la loro vera natura. Questo tema è estremamente rilevante nel contesto dei social media moderni.

I social media offrono un palcoscenico virtuale dove le persone possono creare e proiettare le proprie identità secondo il desiderio. Ogni profilo sui social media è una sorta di maschera, mostrando solo ciò che l’utente vuole che gli altri vedano. Questo può portare a una distorsione della realtà, in cui le vite delle persone sembrano più perfette, felici o interessanti di quanto non siano in realtà. Le maschere digitali possono nascondere le sfide personali, creando una percezione distorta della vita degli altri.

Inoltre, i social media hanno introdotto il fenomeno della “comparazione sociale”, in cui le persone valutano se stesse in base a ciò che vedono online negli altri. Questo può portare a una pressione costante per apparire migliori, più attraenti e di successo di quanto si è realmente. Le maschere digitali possono quindi creare un ciclo di insicurezza e competizione.

Tuttavia, l’uso delle maschere digitali può anche avere un aspetto positivo. Possono essere uno strumento di espressione creativa e di connessione con persone che condividono interessi simili. Può essere importante ricordare che ciò che vediamo online spesso rappresenta solo una parte della storia.

Comunicazione nell’epoca digitale

Nell’epoca digitale, la comunicazione ha subito una trasformazione senza precedenti, e questo fenomeno richiama in modo evidente alcune delle tematiche affrontate da Luigi Pirandello nei suoi lavori, in particolare quelle legate all’ambiguità dell’identità e all’illusione della realtà.

Le nuove tecnologie digitali, come internet e i social media, hanno reso la comunicazione più accessibile, ma allo stesso tempo più complessa. Gli individui possono ora comunicare con chiunque, ovunque nel mondo, in tempo reale, ma questa accessibilità ha anche portato a una sovrabbondanza di informazioni e a una frammentazione dell’attenzione. La distinzione tra realtà fisica e virtuale è diventata più sfumata, e le persone possono creare identità digitali multiple attraverso avatar, nickname e profili online.

Questo scenario richiama le opere di Pirandello, dove i personaggi spesso indossano maschere sociali per adattarsi alle aspettative degli altri. Nel mondo digitale, le persone creano maschere digitali attraverso i loro profili sui social media, proiettando immagini selezionate di sé stesse. Queste rappresentazioni digitali possono essere parziali, distorti o idealizzati, e talvolta nascondono la complessità della realtà umana.

Inoltre, la comunicazione digitale è stata spesso criticata per la sua superficialità e la mancanza di approfondimento. La rapidità delle interazioni online e la tendenza a condividere informazioni superficiali possono portare a una percezione distorta della realtà, dove il contenuto viene semplificato per adattarsi agli algoritmi dei social media.

In sintesi, nell’era digitale, la comunicazione è diventata un terreno fertile per esplorare le maschere, l’identità e la complessità della realtà, temi cari a Pirandello. È importante sviluppare una consapevolezza critica quando si naviga in questo ambiente, riconoscendo che ciò che vediamo online può essere solo una parte della storia e che la realtà è spesso molto più sfaccettata di quanto appaia in un feed di social media.

L’influenza della tecnologia

L’influenza della tecnologia nell’opera di Luigi Pirandello e nella comprensione della realtà contemporanea è un aspetto di notevole rilevanza. La tecnologia, in particolare l’era digitale, ha introdotto una serie di dinamiche che richiamano le tematiche pirandelliane, sfidando e ridefinendo la nostra percezione della realtà.

Una delle principali influenze della tecnologia è la creazione di identità multiple. Pirandello esplorava l’idea che ogni individuo può avere molteplici “maschere” sociali e identità che emergono in diverse situazioni. Nell’era digitale, le persone gestiscono spesso profili online su diverse piattaforme, ciascuno dei quali può rappresentare una sfaccettatura diversa della loro personalità. Questo concetto di identità frammentata è profondamente radicato nell’opera di Pirandello e si riflette nelle nostre interazioni online.

Inoltre, la tecnologia ha reso possibile l’accesso istantaneo a una quantità straordinaria di informazioni. Questo accesso illimitato alla conoscenza può creare una sensazione di “sovraccarico informativo”, simile all’ansia che Pirandello ha descritto nei suoi personaggi. Le persone si trovano spesso a dover discernere tra informazioni veritiere e false, simili al tema della realtà soggettiva nell’opera di Pirandello.

Nell’era della comunicazione digitale, caratterizzata dalla velocità delle interazioni su piattaforme di messaggistica istantanea e social media, le comunicazioni possono apparire più rapide, ma talvolta risultano anche più superficiali. Questa sfida nella comunicazione online rispecchia in modo sorprendente le tematiche affrontate nelle opere di Luigi Pirandello, dove i personaggi spesso si scontrano nel tentativo di comunicare in modo efficace tra loro.

Infine, la tecnologia ha dato vita alla realtà virtuale e alla realtà aumentata, dove le linee tra il mondo fisico e quello digitale si fondono. Questo solleva domande sulla natura stessa della realtà, richiamando il concetto di realtà soggettiva di Pirandello.

Conclusioni

In conclusione, l’opera di Luigi Pirandello continua a essere di straordinaria rilevanza nell’analisi e nella comprensione del mondo contemporaneo, in particolare nell’era digitale. Le sue riflessioni sulla natura dell’identità, della realtà soggettiva e della comunicazione hanno acquisito nuovi livelli di complessità e rilevanza nell’epoca moderna, in cui la tecnologia ha trasformato radicalmente la nostra percezione del mondo e di noi stessi.

La tecnologia ha reso possibile la creazione di molteplici identità online, richiamando il concetto di “maschere sociali” pirandelliane. Inoltre, l’accesso illimitato alla conoscenza e la diffusione delle informazioni attraverso la rete richiamano il tema della realtà soggettiva, poiché dobbiamo costantemente discernere tra verità e falsità in un mondo digitale ricco di informazioni contrastanti.

La comunicazione digitale ha introdotto nuove dinamiche nelle nostre interazioni sociali, spesso creando sfide simili a quelle affrontate dai personaggi pirandelliani nella loro lotta per comunicare efficacemente. Infine, l’avvento della realtà virtuale e aumentata solleva domande fondamentali sulla natura stessa della realtà, richiamando il tema centrale della realtà soggettiva nell’opera di Pirandello.

FRANCESCO SCATIGNO

L’Autore del presente testo ha liberamente autorizzato la pubblicazione su questo sito senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in seguito.

È severamente vietato riprodurre il presente testo in formato integrale e/o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.


[1] Per un maggior approfondimento su questo tema si rimanda al saggio del medesimo autore dal titolo “L’umorismo di Luigi Pirandello e differenza con comicità e ironia” pubblicato sul sito “Il Mago di Oz” il 25/01/2023, link: https://www.magozine.it/lumorismo-di-luigi-pirandello-e-differenza-con-comicita-e-ironia/

Mark Twain e Kurt Vonnegut a confronto. Articolo di Francesco Scatigno

Cosa hanno in comune Mark Twain e Kurt Vonnegut?

Mark Twain e Kurt Vonnegut sono famosi per i loro contributi incomparabili alla letteratura. Nel tessuto della storia letteraria, essi si ergono come figure iconiche, ognuna tessendo una narrazione distinta che ha lasciato un’impronta indelebile nei lettori di ogni generazione. Twain, con il suo ingegno e saggezza, e Vonnegut, con le sue esplorazioni irriverenti e allo stesso tempo profonde, ci hanno donato non solo storie, ma anche specchi che riflettono le complessità dell’esperienza umana.

Sebbene i loro stili di scrittura possano differire, il genio di Twain e Vonnegut risiede nella loro capacità di coinvolgere i lettori in un dialogo avvincente sulla società, sull’umanità e sul misterioso viaggio dell’esistenza.

I contesti storici e culturali

Mark Twain e Kurt Vonnegut sono entrambi figli del loro tempo, autori che hanno saputo catturare e riflettere l’atmosfera e lo spirito dei rispettivi periodi storici. Mark Twain, il cui vero nome era Samuel Langhorne Clemens, visse nel XIX secolo, un’epoca caratterizzata dal fervore dell’espansione verso l’ovest, dalla guerra civile americana e dai cambiamenti sociali. La sua narrativa spesso tocca temi come l’ingiustizia, la schiavitù e la corruzione, offrendo una critica acuta della società dell’epoca.

Kurt Vonnegut, d’altra parte, emergendo nella seconda metà del XX secolo, portò la sua voce letteraria in un’era segnata dalla Guerra Fredda, dalla minaccia nucleare e da un crescente scetticismo verso le istituzioni tradizionali. La sua scrittura è intrisa di un tono anti-autoritario e di un umorismo nero che riflette la complessità e l’incertezza del mondo moderno.

Entrambi gli autori si sono confrontati con i problemi e le preoccupazioni del loro tempo, utilizzando la narrativa come uno strumento per dar voce alle sfide sociali, politiche e culturali. La profonda consapevolezza di questi contesti storici ha permesso loro di creare opere intrinsecamente collegate alle realtà della loro epoca, mentre al tempo stesso hanno saputo affrontare temi universali che continuano a essere rilevanti oggi.

Stile e linguaggio peculiari

Una delle caratteristiche distintive di entrambi gli scrittori è il loro stile di scrittura unico e riconoscibile, che ha contribuito a plasmare le loro opere e a renderle memorabili. Mark Twain è noto per il suo linguaggio vivace e colloquiale, che cattura l’essenza dell’America dell’Ovest e dei suoi personaggi. Il suo uso sapiente del dialetto regionale e delle espressioni vernacolari dà vita alle sue storie e rende i personaggi autentici e tridimensionali.

Dall’altra parte, Kurt Vonnegut ha sviluppato uno stile narrativo distinto caratterizzato dalla sua prosa chiara e incisiva, spesso arricchita da sarcasmo e ironia. Vonnegut è famoso per l’uso di strutture narrative non convenzionali e per la sua abilità nel giocare con il tempo e la prospettiva. Questi elementi non solo rendono le sue opere interessanti da leggere, ma contribuiscono anche a enfatizzare i temi profondi e complessi trattati nei suoi romanzi.

Entrambi gli autori sperimentano con il linguaggio e la struttura in modo audace, creando un’impronta caratteristica che rende le loro opere immediatamente riconoscibili. Questo stile unico è parte integrante della loro eredità letteraria e ha influenzato generazioni successive di scrittori che cercano di catturare lo spirito dei loro tempi in modo altrettanto originale e coinvolgente.

Uso dell’umorismo e della satira

Sia Mark Twain che Kurt Vonnegut sono maestri nell’uso dell’umorismo e della satira per indagare temi profondi e spesso controversi. Twain, con il suo spirito schietto e la sua critica sociale, è noto per aver affrontato questioni come la razza, la religione e la politica attraverso una interpretazione satirica. Le sue opere, come “Le avventure di Huckleberry Finn” e “Il Principe e il Povero”, affrontano temi di ingiustizia sociale e pregiudizio con una combinazione unica di sarcasmo e umorismo pungente.

Dall’altra parte, Kurt Vonnegut è celebre per la sua satira sottile e la sua ironia tagliente. I suoi romanzi, come “Mattatoio n. 5” e “Ghiaccio-nove”, utilizzano l’umorismo nero per esplorare argomenti complessi come la guerra, la tecnologia e la condizione umana. Vonnegut crea mondi surreali in cui la realtà viene distorta attraverso l’occhio critico dell’umorismo, offrendo così una visione straordinaria dei problemi della società contemporanea.

Entrambi gli autori dimostrano che l’umorismo e la satira possono essere potenti strumenti letterari per affrontare questioni serie e far riflettere il lettore su temi profondi. La loro abilità nel bilanciare l’ilarità con la riflessione critica permette loro di creare opere che sono al contempo divertenti e stimolanti, invitando i lettori a esaminare da vicino le convenzioni sociali e i paradossi dell’esistenza umana.

Scetticismo verso l’autorità

Un tratto distintivo che accomuna Mark Twain e Kurt Vonnegut è il loro profondo scetticismo nei confronti dell’autorità, che emerge in modo accattivante nelle loro opere letterarie.

Mark Twain, attraverso i suoi personaggi ribelli e anticonformisti, ha spesso messo in discussione le istituzioni sociali e politiche dell’America del XIX secolo. In opere come “Le avventure di Huckleberry Finn” e “Il principe e il povero”, Twain esplora i temi della giustizia, dell’uguaglianza e della corruzione, mettendo in luce le disuguaglianze sociali e le ingiustizie presenti nella società. Il suo approccio critico e ironico verso il potere e l’autorità ha reso i suoi romanzi non solo divertenti, ma anche strumenti per la riflessione su questioni sociali ed etiche.

Anche Kurt Vonnegut condivide questo scetticismo verso l’autorità e spesso lo amplifica con un tocco satirico. Nei suoi romanzi, le figure di autorità vengono spesso rappresentate in modo grottesco o ridicolo, svelando le ipocrisie e le debolezze del potere. In “Mattatoio n. 5”, ad esempio, Vonnegut esplora gli orrori della guerra e critica aspramente le decisioni dei leader politici. La sua scrittura ironica e provocatoria mette in luce l’assurdità delle strutture di potere e invita il lettore a interrogarsi sulle dinamiche del potere.

Attraverso il loro scetticismo condiviso verso l’autorità, Twain e Vonnegut sfidano il lettore a esaminare criticamente le istituzioni e i leader che influenzano la società. La loro capacità di trasporre questo scetticismo nella narrazione crea opere letterarie che non solo intrattengono, ma anche spingono alla riflessione su questioni di potere, controllo e responsabilità.

L’influenza letteraria

L’eredità di Mark Twain e Kurt Vonnegut nell’ambito letterario è notevole e continua ad esercitare un’influenza duratura sulle generazioni successive di scrittori e lettori.

Le opere di Mark Twain sono considerate pietre miliari della letteratura americana e hanno contribuito a definire il genere del romanzo moderno. Il suo stile di scrittura vivace, l’uso distintivo del dialetto e la profonda analisi sociale hanno ispirato numerosi autori nel corso degli anni. Scrittori come J.D. Salinger, John Steinbeck e Toni Morrison hanno ammirato la capacità di Twain di esplorare tematiche universali attraverso personaggi e storie coinvolgenti. Inoltre, il suo spirito critico e il suo approccio satirico al contesto sociale sono diventati un punto di riferimento per gli scrittori impegnati nell’analisi della vita sociale e politica.

Analogamente, l’influenza di Kurt Vonnegut si estende ben oltre le pagine dei suoi romanzi. La sua combinazione unica di satira, fantascienza e umorismo nero ha aperto nuove strade nella narrativa contemporanea. Scrittori come Douglas Adams e Dave Eggers hanno abbracciato l’approccio audace di Vonnegut nel trattare argomenti seri attraverso l’umorismo e l’ironia. In particolare, la sua capacità di esplorare i dilemmi umani in un mondo sempre più complesso ha ispirato autori che cercano di sondare le profondità della psiche umana e della società moderna.

Riflessioni filosofiche

Tanto Mark Twain quanto Kurt Vonnegut hanno lasciato un’impronta indelebile nel panorama letterario per le loro profonde riflessioni filosofiche che spesso si intrecciano con l’umorismo e l’ironia.

Mark Twain ha esplorato temi filosofici complessi attraverso personaggi e situazioni a volte surreali. Nelle sue opere, come “Lo straniero misterioso” e “Wilson lo zuccone”, ha affrontato concetti di moralità, libero arbitrio e natura umana. Attraverso trame avvincenti e dialoghi taglienti, Twain ha invitato i lettori a interrogarsi sulle ambiguità etiche della vita e sulla natura spesso contraddittoria degli esseri umani.

Kurt Vonnegut ha intrapreso un approccio simile, mescolando filosofia e fantascienza con una dose di sarcasmo. Opere come “Benvenuta nella gabbia delle scimmie” e “Sirene” hanno offerto riflessioni su temi come la guerra, la religione e l’esistenza umana. Vonnegut ha spesso giocato con l’assurdità della condizione umana, mettendo in luce le contraddizioni delle credenze culturali e delle istituzioni sociali. Le sue storie ricche di simbolismo hanno ispirato lettori a esaminare la loro visione del mondo e a considerare la complessità delle questioni esistenziali.

In entrambi i casi, sia Twain che Vonnegut hanno sfidato gli stereotipi convenzionali e le idee preconfezionate, spingendo i lettori a esplorare questioni profonde attraverso delle lenti umoristiche e creative. Le loro opere hanno costituito un punto di partenza per l’analisi filosofica e hanno dimostrato che la letteratura può essere un mezzo potente per ripensare la società.


FRANCESCO SCATIGNO

L’autore dell’articolo:

Francesco Scatigno, classe 1983, pubblica nel 2007 Lo Scarabeo con Bastogi Editrice. Nel 2008 fonda il blog Magozine.it che diventa poi spazio collettivo di controinformazione e controcultura. Nel gennaio 2016 è autore del manifesto di Cucina Sovversiva. Nel maggio 2016 pubblica il saggio Mezza Rivoluzione o La Rivoluzione Integrale, testo autopubblicato sulle buone pratiche economiche e politiche di mutuo appoggio e collettivismo. Su Magozine.it cura la Newsletter Umoristica con raccontibrevi di satira politica e umorismo. Sullo stesso blog recensisce saggi politici e narrativa sociale e fantascientifica.

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L’Autore del testo ha acconsentito alla pubblicazione di questo testo su questo blog senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in seguito. La pubblicazione di questo testo in forma integrale o di stralci, su qualsiasi tipo di supporto, non è consentita senza l’autorizzazione da parte dell’autore.

9° Ragunanza di Poesia: i vincitori dell’ambito premio. Il 1 ottobre a Roma la premiazione

L’ A.P. S. Le Ragunanze con i patrocini morali del Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia a Roma, Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, Golem Informazione, Associazione culturale Euterpe, Leggere Tutti, LATIUM di Madrid, ACTAS Tuscania, WikiPoesia, comunica i nominativi di tutti gli autori e artisti premiati ai quali vanno i complimenti della Giuria composta da: Lorenzo di Las Plassas (Presidente Onorario di Giuria), Roberto Ormanni (Presidente di Giuria), Michela Zanarella (Presidente del Premio), Giuseppe Lorin (Vice Presidente del Premio Le Ragunanze), Elisabetta Bagli (Presidente Latium), Fiorella Cappelli, Lorenzo Spurio, Serena Maffia.

Sezione poesia a tema natura:

1° classificato: “Il giorno dopo il tempo” di Lucilla Trapazzo (Zurigo)

2° classificato: “Sfavillante carrubo” di Giovanni Battista Quinto (Pisticci, Matera)

3° classificato: “Il triste canto del mare” di Isabella Petrucci (Fabriano, Ancona)

Menzione d’onore:

“Carezze motrici” di Nadia Buonomo (Madrid)

“Elementi” di Manuela Magi (Tolentino, Macerata)

“Delle mani i segni nascosti” di Fabio Romano (Roma)

“Nelle stanze dell’anima” di Lucia Izzo (Roma)

“Onda Mediterranea” di Flora Rucco (Formia, Latina)

“Alluvione” di Carla Abenante (Pompei, Napoli)

“Mar Mediterraneo” di Antonella Ariosto (Roma)

“Gabbiani” di Rossana Bonadonna (Roma)

“Nel bosco” di Maddalena Corigliano (Lizzano, Taranto)

Sezione libro edito poesia

1° classificato: “L’uomo di spalle” di Roberto Costantini (Roma)

2° classificato: “Prima” di Gabriella Cinti (Jesi, Ancona)

3°classificato: “Infinito andare” di Emanuela Dalla Libera (Suvereto, Livorno)

Menzione d’onore:

“Storie” di Stefano Baldinu (Bologna)

“Nero di lava” di Nada Skaff (Libano)

“Formulario per la presenza” di Francesca Innocenzi (Cingoli, Macerata)

“Sole nell’abisso” di Martina De Mieri (Torino)

“Universi” di Marco Nica (Anzio, Roma)

“Il giardino dentro” di Dario Gallo (Nocera Inferiore, Salerno)

“Contatti” di Paola Ercole e Marianna Francolini (Roma)

Sezione libro edito narrativa

1° classificato: “A Occidente del futuro” di Lia Migale (Roma)

2° classificato: “Parole, opere e omissioni” di Flavio Dall’Amico (Marano Vicentino, Vicenza)

3° classificato: “Di uomini e mostri. Brevi cronache dal mondo” di Nicola Argenti (Roma)

Menzione d’onore:

“Villa Lugli” di Paride De Paola (Pozzilli, Isernia)

“La strada che va alle vigne” di Giada Carboni (Roma)

“L’arroganza delle iris” di Giada Messina Cuti (Trieste)

“Fiori tra le macerie” di Maria Del Carmen Aranda (Madrid)

Sezione pittura:

1° classificato: “La farfalla” di Sara Marinelli (Roma)

2° classificato: “L’ora del the” di Bruna Milani (Roma)

3° classificato: “Piccola cascata” di Giuseppe Galati (Vibo Valentia)

Menzione d’onore:

“Figlio amoroso giglio” di Lucilla Trapazzo (Zurigo)

“Luci d’oriente” di Flora Rucco (Formia, Latina)

“L’anima della natura” di Stefania Perno (Roma)

Targa Euterpe:

“Settembre è una preghiera” di Lorenzo Mele (Lecce)

Targa ACTAS Tuscania:

“Un sussurro d’alba” di Luciano Innocenzi (Cingoli, Macerata)

Targa LATIUM:

“Allora ho acceso la luce” di Antonio Merola (Roma)

Targa Anastasia Sciuto 2023:

Desy Gialuz, diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”

Targa speciale Le Ragunanze:

Valerio D’Amato (Roma)

Corrado Solari (Roma)

Vittorio Centrone in arte Lemuri il visionario (Roma)

La premiazione si terrà domenica 1° ottobre 2023 dalle ore 10.00 a Villa Pamphilj presso l’Antica Vaccheria di via Vitellia, 102, Roma. Ringraziamo tutti gli autori e artisti che hanno partecipato con le loro opere alla 9^ Ragunanza di Poesia, narrativa e pittura. A tutti coloro che hanno partecipato al concorso e che saranno presenti alla cerimonia di premiazione sarà consegnato attestato di partecipazione.

XII Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”: pubblicato il bando di partecipazione (scadenza 31/12/2023)

BANDO DI PARTECIPAZIONE

Art. 1 – Requisiti

Si può partecipare al premio sia con opere edite che inedite. Qualora l’opera sia edita è necessario indicare nella scheda di partecipazione il riferimento bibliografico completo dell’opera dove è precedentemente apparsa (titolo opera, casa editrice, luogo e anno di pubblicazione).

Art. 2 – Minorenni

I minorenni partecipano a titolo gratuito. Per i concorrenti minorenni si richiede l’autorizzazione scritta da parte di tutti e due i genitori, o da chi ne detiene la responsabilità genitoriale.

Art. 3 – Sezioni

Il Premio è articolato in otto sezioni identificate dalle lettere dell’alfabeto. Il partecipante può prendere parte a una o più di esse.

SEZIONE A – POESIA IN ITALIANO

Si partecipa con un massimo di tre poesie in lingua italiana a tema libero in forma anonima che non devono superare i 40 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo e gli spazi bianchi). Ciascuna poesia dovrà essere inserita in un file separato.

SEZIONE B – POESIA IN DIALETTO

Si partecipa con un massimo di tre poesie in dialetto a tema libero in forma anonima che non devono superare i 40 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo e gli spazi bianchi). Si deve necessariamente indicare il riferimento al tipo di dialetto o alla zona nel quale è parlato e presentare, in allegato, la traduzione dell’opera in lingua italiana. Qualora la traduzione non sia stata eseguita dall’autore è necessario indicare il nome del traduttore. Ciascuna poesia dovrà essere inserita in un file separato.

SEZIONE C – POESIA RELIGIOSA

Si partecipa con un massimo di tre poesie a tema religioso in forma anonima che non devono superare i 40 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo e gli spazi bianchi). Ciascuna poesia dovrà essere inserita in un file separato.

SEZIONE D – POESIA D’AMORE

Si partecipa con un massimo di tre poesie a tema amoroso – liberamente inteso – in forma anonima che non devono superare i 40 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo e gli spazi bianchi). Ciascuna poesia dovrà essere inserita in un file separato.

SEZIONE E – LIBRO EDITO

Si partecipa con un solo libro di poesia in italiano pubblicato con una casa editrice. Il partecipante deve inviare unicamente la copia digitale del volume in formato PDF, sia dell’interno che della copertina.

SEZIONE F – HAIKU

Si partecipa con un massimo di tre haiku (5-7-5 sillabe) in lingua italiana in forma anonima. Ciascun haiku dovrà essere inserito in un file separato.

SEZIONE G – VIDEO POESIA

Si partecipa con una video poesia che dovrà essere inviata unicamente con una delle due modalità:

1) caricandola su YouTube e fornendo nella mail il link del video. In questo caso l’utente non deve apportare modifiche al video né cambi di URL per tutta la durata di svolgimento del premio, pena la squalifica;

2) allegando il video (soli formati contemplati: .avi, .mp4, .wmv) mediante WeTransfer.

Non dovranno essere mandati video nei quali siano impiegate canzoni, basi e altri materiali che siano tutelati/iscritti alla SIAE. Nella scheda di partecipazione l’Autore deve dichiarare di avere utilizzato per la produzione del video materiali propri o di dominio pubblico o, laddove siano opere di terzi, di aver ottenuto le necessarie liberatorie per l’utilizzo, sollevando Euterpe APS da qualsivoglia responsabilità.

SEZIONE H – CRITICA LETTERARIA

Si partecipa con una testo critico (v. specifica sotto) su un’opera poetica classica o contemporanea della letteratura italiana o straniera (comprensiva su autori esordienti) in forma anonima. L’opera potrà focalizzarsi sull’analisi di una singola poesia o di più testi, di una silloge, di un libro o più, o dell’intera produzione poetica di un dato autore. Afferiscono alla definizione di “testo critico” questi generi: recensione, saggio breve, analisi dell’opera, approfondimento, articolo, prefazione e postfazione. Tale testo non dovrà superare le 10.000 battute complessive (spazi compresi), senza conteggiare il titolo, le eventuali note a piè di pagina e la bibliografia (consigliata) con una tolleranza del 10% sul numero di battute. Nei soli casi della prefazione e della postfazione il testo dovrà riportare il nome dell’autore unitamente al titolo del libro, autore del medesimo, casa editrice e anno.

Art. 4 – Casi di esclusione

È fatto divieto di partecipare, pena l’esclusione, ai soci fondatori, ai soci onorari, ai Consiglieri (in carica o passati) di Euterpe APS e ai Presidenti di Giuria attivi o passati del presente premio. Saranno escluse tutte le opere che presentino elementi razzisti, xenofobi, denigratori, pornografici, blasfemi, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo o che fungano da proclami ideologici, partitici e politici.

Articolo 5 – Contributo di partecipazione

Per prendere parte al Premio è richiesto un contributo di € 15,00 a sezione a copertura delle spese organizzative. È possibile partecipare a più sezioni corrispondendo il relativo contributo.

Bollettino postale – CC n°1032645697

Intestazione: Associazione Culturale Euterpe – Jesi

Causale: XII Premio di Poesia “L’arte in versi” – nome e cognome del partecipante

Bonifico – IBAN: IT31H0760102600001032645697 – BIC / SWIFT: BPPIITRRXXX

Intestazione: Associazione Culturale Euterpe – Jesi

Causale: XII Premio di Poesia “L’arte in versi” – nome e cognome del partecipante

Paypal – ass.culturale.euterpe@gmail.com

Intestazione: Associazione Culturale Euterpe – Jesi

Causale: XII Premio di Poesia “L’arte in versi” – nome e cognome del partecipante

Art. 6 – Scadenza e modalità d’invio

La scadenza d’invio dei materiali (opere, scheda d’iscrizione compilata e ricevuta del contributo versato) è fissata al 31 dicembre 2023. I materiali dovranno pervenire in forma digitale (per le opere singole esclusivamente in formato .doc / .docx; per i libri editi in formato .pdf) alla mail premiodipoesialarteinversi@gmail.com indicando come oggetto “XII Premio di Poesia “L’arte in versi”.

Art. 7 – Commissione di Giuria

La Commissione di Giuria, presieduta da Michela Zanarella, è composta da Stefano Baldinu, Fabia Binci, Lucia Cupertino, Valtero Curzi, Mario De Rosa, Graziella Enna, Zairo Ferrante, Rosa Elisa Giangoia, Fabio Grimaldi, Giuseppe Guidolin, Francesca Innocenzi, Antonio Maddamma, Simone Magli, Emanuele Marcuccio, Francesco Martillotto, Vincenzo Monfregola, Antonio Sacco, Rita Stanzione e Laura Vargiu.

Art. 8 – Premi

Per ciascuna sezione saranno assegnati premi da podio (1°, 2° e 3° premio) rappresentati da targa personalizzata, diploma e motivazione della Giuria e alcune menzioni d’onore rappresentate da targa/trofeo e diploma. Verranno altresì assegnati alcuni Premi Speciali: il Premio del Presidente di Giuria, il Premio della Critica, il “Trofeo Euterpe”, il Premio “Picus Poeticum” (assegnato alla migliore opera di un autore marchigiano), il Premio “Donne e Poesia” (donato dal Movimento Internazionale “Donne e Poesia” di Bari e assegnato alla migliore opera a tema la donna) e il Premio “Vittoriano Esposito” (donato dal Centro Culturale “Vittoriano Esposito” di Avezzano (AQ) e assegnato alla migliore opera di critica letteraria). Nel caso in cui non sarà pervenuta una quantità di testi numericamente congrua o qualitativamente significativa per una sezione, la Giuria, a sua unica discrezione, si riserva di non attribuire determinati premi.  Tutte le opere premiate verranno pubblicate nell’antologia del Premio, disponibile gratuitamente il giorno della premiazione. Fuori concorso verranno assegnati i Premi Speciali “Alla Memoria”, “Alla Cultura” e “Alla Carriera” a insigni poeti del nostro Paese. Non si accetteranno candidature in tal senso.

Art. 9 – Pubblicità, trasparenza e comunicazione

Per gli obblighi di pubblicità e trasparenza il presente bando di partecipazione, così come il verbale di Giuria, vengono pubblicati e diffusi sul sito ufficiale di Euterpe APS (www.associazioneeuterpe.com) e sulla relativa pagina Facebook. Qualsivoglia richiesta inerente al Premio dovrà essere presentata unicamente in forma scritta adoperando la mail: premiodipoesialarteinversi@gmail.com

Art. 10 – Premiazione

La cerimonia di premiazione si terrà nelle Marche in un fine settimana entro il mese di luglio 2024. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia per ritirare il premio. Qualora non possano intervenire hanno facoltà di inviare un delegato. Non sarà possibile delegare membri della Giuria e familiari diretti degli stessi. Un delegato non potrà avere più di due deleghe da altrettanti autori vincitori assenti. Non verranno considerate le deleghe annunciate in via informale ma unicamente a mezzo mail. I premi non ritirati personalmente né per delega potranno essere spediti a domicilio (sul solo territorio nazionale) mediante Corriere TNT/Fedex, previo pagamento delle relative spese di spedizione a carico dell’interessato. In nessuna maniera si spedirà in contrassegno.

Art. 11 – Privacy

Ai sensi del D.Lgs 196/2003 e del Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali n°2016/679 (GDPR) il partecipante acconsente al trattamento, diffusione e utilizzazione dei dati personali da parte di Euterpe APS che li utilizzerà per i fini inerenti al concorso in oggetto e per iniziative culturali e letterarie analoghe organizzate dalla stessa.

Lorenzo Spurio – Presidente del Premio

Michela Zanarella – Presidente di Giuria

Stefano Vignaroli – Presidente Euterpe APS

SEGRETERIA DEL PREMIO: Mail: premiodipoesialarteinversi@gmail.com

XII PREMIO NAZIONALE DI POESIA “L’ARTE IN VERSI” – 2023/2024

La scheda si compone di 2 pagine. È fondamentale che sia compilata in ogni spazio, pena l’esclusione.

Nome/Cognome _________________________________________________________________

Nato/a a ____________________________________________ il__________________________

Residente in via _________________________________________________________________

Città _____________________________ Cap ___________________Provincia______________

Tel. ______________________________________ E-mail _______________________________

Partecipo alla/e sezione/i:

□ A – Poesia in italiano 

□ B – Poesia in dialetto (specificare dialetto: _________________________________________________)

□ C – Poesia religiosa

□ D – Poesia D’amore

□ E – Libro edito

□ F – Haiku

□ G – Video poesia

□ H – Critica Letteraria

AVVERTENZE IMPORTANTI

Per le sezioni A, B, C, D, F, G, H indicare il titolo delle opere, specificando vicino se sono EDITE o INEDITE e, nel caso di EDITE, dove sono precedentemente comparse.

Per la sezioni E specificare il titolo del libro, casa editrice e anno.

Per la sezione F essendo gli haiku privi di titolo, si dovrà indicare “Haiku 1”, “Haiku 2”, “Haiku 3”

Per la sezione G specificare il titolo della video poesia e di eventuali nomi di regista, musiche e voce recitante. Musiche, canzoni, brani usati non devono essere iscritti/tutelati dalla SIAE.

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Data___________________________________ Firma ___________________________________

L’autore è iscritto/ tutelato dalla SIAE?                                Sì                  No I testi presentati al concorso sono depositati alla SIAE?      Sì                  No Se Sì indicare quali testi ________________________________________________________________________________  ______________________________________________________________________________________

DICHIARAZIONE DA SOTTOSCRIVERE

(PER I PARTECIPANTI DI TUTTE LE SEZIONI)

□  Dichiaro che le opere NON presentano in nessuna forma elementi che possano rimandare a una lettura, interpretazione, collegamento e/o richiamo a impostazioni ideologiche di tipo razziste, xenofobe, denigratorie, pornografiche, blasfeme, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio o alla differenza e all’emarginazione, nonché di tipo politico, partitico o di ogni altra impostazione e fazione che possa richiamare un clima di violenza, lotta, incomprensione, intolleranza e insubordinazione.

□ Dichiaro che i testi presentati sono frutto del mio unico ingegno.

□ Autorizzo EUTERPE APS di Jesi (AN) a pubblicare in cartaceo i miei testi all’interno dell’opera antologica del Premio, qualora risultassi premiato, senza nulla avere a pretendere né ora né in futuro. L’opera antologica è un volume a tiratura limitata, non in commercio e privo di codice ISBN.

□ Autorizzo EUTERPE APS di Jesi (AN) al trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (D.Lgs n. 196/2003 e Regolamento Europeo 2016/679 – GDPR) allo scopo del concorso in oggetto e per future iniziative culturali indette dalla medesima.

Data__________________________________ Firma ___________________________________

DICHIARAZIONE DA COMPILARE

(SOLO PER I PARTECIPANTI ALLA SEZ. G – VIDEO POESIA)

□   Dichiaro, sotto la mia unica responsabilità, di non aver fatto uso di brani, musiche, canzoni, melodie iscritte/tutelate dalla SIAE nella mia video poesia.

□   Dichiaro, sotto la mia unica responsabilità, di aver fatto uso, nell’elaborazione della video poesia di immagini/video/suoni e altri materiali di mia proprietà o di dominio pubblico o, laddove abbia usufruito di materiali di terzi, di aver provveduto a richiedere e aver ottenuto la relativa liberatoria degli autori per l’autorizzazione a usarli nell’elaborazione del video, sollevando l’Organizzazione da qualsiasi disputa possa nascere.

Data_______________________________            Firma ___________________________________

“Mi limitavo ad amare te” di Rosella Pastorino, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

Mi limitavo ad amare te, il nuovo romanzo di Rosella Postorino edito da Feltrinelli, è ambientato durante il conflitto tra Serbia e Bosnia Erzegovina, nella primavera del 1992. Sulla trama della grande storia s’inserisce quella di tre bambini che per motivi diversi vivono in un orfanotrofio a Sarajevo, Omar, suo fratello Sen, Nada. Tra questi, Omar è il più sensibile e soffre per la separazione dalla madre che non ostante il pericolo quasi ogni settimana lo va a trovare. Omar “aveva dieci anni, e da cinque viveva nel tormento della sua mancanza, passava la settimana alla finestra, in ginocchio su una sedia ad aspettare”. Al contrario il fratello Sen, che già fuma e si atteggia ad adulto, non vuole incontrare la madre di tanto in tanto” come se fosse una zia “e non va mai all’appuntamento. La narrazione ha inizio con l’ultima passeggiata di Omar insieme alla madre quando “le finestre tremarono, i colombi si scagliarono in volo, la girandola girò e cadde dal vaso, ma il bambino non se ne accorse: una raffica d’aria lo strappò all’abbraccio scaraventandolo via….”corri!” Il bambino girò di scatto la testa: era la voce di sua madre, ma da dove veniva? ”Mamma “. La cercò nella calca…”Dove sei” gridò correndo…” Da questo momento Omar  vive  nella speranza di ritrovarla viva, “Non aveva mai avuto un amico, non aveva mai anelato la compagnia di nessuno, a parte la madre, il fratello. Ma ora quella bambina era diventata un desiderio”. La  piccolaNada è stata abbandonata dalla madre, trascorre il tempo a disegnare da sola, è taciturna e cerca di nascondere la mancanza di un anulare per non essere derisa o offesa dagli altri bambini. Il suo nome in serbo significa Speranza e per Omar soprattutto rappresenta la possibilità di un affetto, di una solidarietà. Quando l’orfanotrofio viene bombardato tutti i bambini sono trasferiti in Italia su un pullman dell’O.N.U. Durante il viaggio Omar, Sen e Nada conoscono Danilo, un ragazzo benestante che la famiglia, umiliata dalle violenze dei soldati, incita ad abbandonare Sarajevo per sottrarsi ai pericoli e all’abbrutimento della guerra. Da questo momento le loro vite s’intrecciano in un sodalizio che surroga il legame con la famiglia, lontana o inesistente, con la terra d’origine, con la lingua, che purtroppo cominceranno a dimenticare. Sen e Danilo reagiscono subito positivamente allo sradicamento dalla loro terra, vogliono vivere, inserirsi nella nuova società e lasciarsi il dolore alle spalle. Omar invece resta per sempre legato alla madre, al rimorso di non averla cercata dopo l’esplosione e, diversamente da Sen, rifiuta l’inserimento nella famiglia adottiva e nella scuola. Nada non viene adottata forse per il suo carattere ribelle e rimane nell’istituto che l’ha ospitata da profuga, coltivando la sua passione per il disegno, fino a quando, dopo una breve relazione con Danilo,  non mette al mondo  un figlio e deve trovare un lavoro per mantenerlo. Danilo, preso dagli studi e dalla volontà di affermarsi, di fidanzarsi con una ragazza italiana, non dà più notizie di sé a Nada e per nove anni sarà ignaro anche della sua paternità. Ne viene a conoscenza quando è già sposato e sta per avere una figlia. Omar invece si è isolato da tutti, vive con disagio la sua condizione sempre tormentato dai suoi fantasmi.  La narrazione, suddivisa in quattro parti secondo un ordine cronologico, variato talvolta dall’analessi, si svolge in terza persona, tranne nel capitolo 55 della quarta parte in cui è Nino, il figlio di Nada, il figlio della speranza, a raccontare. Solo attraverso questo bambino, amato ed accettato da tutti, anche se il padre non gli si rivela e resta soltanto come amico, può sciogliersi il nodo esistenziale di Omar. Ma questo è anche un modo per ribadire il tema fondante del romanzo: la complessità spesso drammatica della relazione figli – genitori. Figli perduti e ritrovati, ma anche figli rifiutati o figli semplicemente amati, naturali o adottivi. Attraverso la storia dei protagonisti, prima bambini, poi adulti, viene ribadita l’importanza dell’infanzia che determina la vita di ciascuno. Per loro l’esperienza della guerra è stata particolarmente tragica perché ha sconquassato l’ambiente in cui bene o male provavano a vivere. Il romanzo affronta anche altri temi come quello dell’identità culturale costituita dalla lingua e quello religioso, come assenza di Dio dalla storia e dalla vita di ciascuno: “Ma Dio era in esilio, lo era sempre stato” e di conseguenza quello della teodicea. La crudezza della guerra è affidata alle pagine in corsivo che completano la narrazione, avvicinandola al romanzo storico. In una di queste si legge intero lo sgomento della scrittrice, che si fa interprete del rovesciamento dei valori operato dalla guerra:  “Per chi le scrivo, queste pagine, io? Per la morte di una zanzara sul muro della mia stanza, per la morte che è ovunque, mentre voi parlate della vita, e la chiamate dono… Ma se la vita può putrefarsi nel buio fetido di un cassonetto, allora è nascere il peccato”. Ma anche la sua determinazione a dare un senso universale alla sua opera sollevando il velo dei luoghi comuni e conferendo alla scrittura il compito di svelare il vero senso delle azioni degli uomini. Il titolo del romanzo è un verso di Izet Sarajlic, poeta, storico, filosofo bosniaco, tratto da “Cerco la strada per il mio nome”: “Cosa facevo io mentre durava la storia?/ Mi limitavo ad amare te.” L’apprezzamento del romanzo è certamente legato alle qualità dello stile narrativo e del linguaggio preciso e sintetico, ma anche al periodo storico che stiamo vivendo, all’aggressione dell’Ucraina dove si ripetono le violenze e le atrocità proprie di ogni  guerra.

GABRIELLA MAGGIO

*

L’Autrice del testo ha acconsentito alla pubblicazione di questo testo su questo blog senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in seguito. La pubblicazione di questo testo in forma integrale o di stralci, su qualsiasi tipo di supporto, non è consentita senza l’autorizzazione da parte dell’autore.

Riconoscimento alla memoria per il poeta veronese Arnaldo Ederle (1936-2019)

Ad alcuni anni di distanza dalla sua dipartita, avvenuta nel 2019, viene ricordata la figura dell’insigne poeta, saggista e traduttore Arnaldo Ederle di Verona. L’evento commemorativo si terrà il 14 maggio nelle Marche.

La produzione letteraria di Arnaldo Ederle esordì nel 1965 con Le pietre pelose ben osservate alla quale nel corso del tempo seguirono numerosi altri libri: Vocativi e querele (1981; 2012), Partitura (1981), Intermittenze (1981), Il fiore d’Ofelia (1984), La chiesa di Santa Anastasia (1992), Contrechant (1993), Paradiso (1994), Cognizioni affettive (2001), Arcipelaghi (2002), Sostanze (2004), Varianti di una guarigione (2005), 10 Divagazioni sul corpo umano (2008), Stravagante è il tempo (2009), Negrura (2012), Poemetti per Negrura (2013), Burlesque (2014), Il deserto di Usèg (2014), Le magnifiche donne di Glencourt (2014), Poemetti e racconti in versi (2016), I giganti e gli uomini (2017). Attivo anche in campo narrativo con la pubblicazione dei romanzi Sandwich (2010) e La fiammata (2019) e in campo saggistico con La luce dei cristalli. Scritti critici (2008).

Il riconoscimento “Alla memoria”, che verrà consegnato ai familiari del Poeta, si terrà, su iniziativa e per volere dell’Associazione Culturale Euterpe APS di Jesi (AN).  Il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato e presieduto dal poeta e critico letterario marchigiano Lorenzo Spurio, giunto quest’anno alla sua undicesima edizione, ha infatti deciso di attribuire l’importante riconoscimento alla figura di Ederle, rinomato poeta che per vari anni ha insegnato Fonologia delle lingue romanze presso l’Istituto di Glottologia dell’Università di Padova in Verona, esegeta raffinato e apprezzato traduttore.

La cerimonia si terrà presso l’Auditorium San Rocco di Senigallia (Ancona) domenica 14 maggio alla presenza della Commissione di Giuria del Premio, presieduta dalla poetessa e giornalista Michela Zanarella e membri del panorama culturale e letterario contemporaneo.

Fine intellettuale, Ederle dedicò particolare attenzione al mondo della traduzione con la cura di varie opere tradotte nel nostro Paese tra cui Cani (1966) di Lucien Guillot, Un amore al telefono (1971) di Elisabeth Nerval, Quattro quartetti (1983) di John Clare, Ombre italiane (1988) di Vernon Lee e Amanti assassinati da una pernice: racconti, dialoghi, conferenze (1993) di Federico García Lorca. Sulla sua produzione letteraria (meritoria di vari riconoscimenti tra cui il Premio “Alessio”, il Premio “Metauro” e il Premio “Dessì”) hanno scritto Giovanni Raboni, Paolo Ruffilli, Renzo Piccoli, Gian Mario Lucini e altri.

Uno scatto della premiazione della precedente edizione del Premio tenutasi al S. Rocco di Senigallia a maggio 2022.

A patrocinare l’iniziativa, oltre agli enti amministrativi locali della Regione Marche, dell’Assemblea Legislativa della Regione Marche, della Provincia di Ancona, dei Comuni di Ancona, Jesi e Senigallia, dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, data la prestigiosa figura di Ederle, di chiaro interesse e vanto veronese e veneto, sono stati attribuiti i patrocini morali della Regione Veneto, della Provincia di Verona e del Dipartimento di Culture e Civiltà dell’Università degli Studi di Verona.

Durante la premiazione il poeta Arnaldo Ederle verrà ricordato mediante la lettura di alcune poesie scelte; il Presidente del Premio Lorenzo Spurio darà lettura alla motivazione critica del conferimento. Verrà altresì diffusa l’antologia in volume contenente tutte le opere premiate in questa edizione del Premio all’interno della quale una significativa parte sarà dedicata ad Ederle e riporterà la sua biografia letteraria, un’ampia scelta di testi e la motivazione del conferimento.

Una delle volontà degli organizzatori di questo Premio che viene bandito annualmente da Euterpe APS e che quest’anno ha visto giungere circa 1700 opere nelle 13 sezioni in cui era possibile partecipare, è quella di segnalare alla comunità letteraria e non solo, ponendo in rilievo e con opportuni approfondimenti e studi, la figura di importanti esponenti della poesia contemporanea italiana che purtroppo sono venuti a mancare. Precedenti premi alla Memoria sono stati conferiti, tra gli altri, alla poetessa messinese Maria Costa, alla calabrese Giusi Verbaro Cipollina, ai marchigiani Gina Mario Maulo e Novella Torregiani e, l’anno scorso, al giovane irpino Domenico Carrara e al toscano Veniero Scarselli.

L’importante iniziativa si avvale della collaborazione di varie associazioni ed enti culturali: le Associazioni “Le Ragunanze” di Roma, “L’Oceano nell’anima” di Bari, ASAS di Messina, “Il Faro” di Cologna Spiaggia, “Africa Solidarietà” di Arcore, il Club Unesco di Cerignola, unitamente alla Consulta Giovanile di Bonorva, al Centro Studi “Sara Valesio” di Bologna, al Centro Culturale “Vittoriano Esposito” di Avezzano, Ivvi Editore, Wiki-Poesia, la rivista “Il Graffio” e all’importante Movimento Internazionale “Donne e Poesia” di Bari presieduto dalla prof.ssa Anna Santoliquido.

INFO:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

“Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per F.G. Lorca” di Lorenzo Spurio. Recensione di Isabella Michela Affinito

Recensione di ISABELLA MICHELA AFFINITO

«[…] Lungo una strada va/ la morte incoronata/ di fiori d’arancio appassiti./ Canta e canta/ una canzone/ sulla chitarra bianca,/ e canta, canta, canta.// Sulle torri gialle/ tacciono le campane.// Il vento con la polvere/ compone prore d’argento.» (Dalla poesia Clamore di Federico García Lorca, tratta dal libro monografico n°5 Federico García Lorca – POESIE, Collana “La Grande Poesia – Corriere della Sera”, Edizione speciale per il Corriere della Sera, RCS Quotidiani S.p.A. di Milano, Anno 2004, pag.49).

L’omaggio poetico che il saggista scrittore critico letterario della provincia di Ancona, Lorenzo Spurio, ha voluto dedicare a uno dei più importanti personaggi della letteratura spagnola del primo Novecento, Federico García Lorca (1898-1936), assomiglia alla magistrale e temeraria entrata dell’abile surfista nella galleria d’acqua provvisoria dell’onda ‘perfetta’, fino a percorrerla tutta prima del suo rovescio sulla superficie marina.

Gli aranci sono in riferimento alle terre calde che li producono, terre assolate dove gli inverni sono miti come la nostra Italia del Sud, le regioni mediterranee, piuttosto che la Spagna dove sul finire dell’Ottocento nacque, nei pressi di Granada in Andalusia (zona della Spagna meridionale) colui che divenne il poeta e non solo, Federico García Lorca, della vita con tutte le sue inquietudini soprattutto imbevuta di pianto e di sangue, di paesaggi coi suoi fiori frutti e plurimi colori, di giustizia mancata e di surrealismo che s’andava affermando in quegli anni del secolo moderno – lo scrittore andaluso fu amico fraterno dell’artista catalano inquieto e stravagante surrealista, Salvador Dalì, a cui destinò la sua prosa poetica titolata Ode a Salvador Dalí.

La menta perché probabilmente in mezzo a tanta inclemente arsura di terre infuocate dai raggi solari, essa come erba aromatica rappresenta la freschezza dei luoghi umidi dove nasce e così la figura eroica-letteraria dello stesso Lorca si staglia dal gruppo dell’oltre la decina di liriche che il poeta Lorenzo Spurio ha composto per Egli, morto prematuramente all’età di trentotto anni e che fece parte della memorabile “Generazione del ‘27” all’indomani dell’instaurazione del regima franchista contro la Repubblica dando il via alla guerra civile durata fino all’aprile 1939; cosicché il 19 agosto 1936 venne crudelmente fucilato il poeta Lorca dai sostenitori del dittatore Generale Francisco Franco (solo dopo la morte di quest’ultimo nel 1975 finalmente la produzione letteraria di García Lorca ha potuto meritare la divulgazione e il mondiale riconoscimento) a qualche chilometro da Granada, allacciandosi idealmente al celebre dipinto del precedente artista spagnolo ritrattista della famiglia reale di Carlo V, Francisco Goya, del 1814 titolato Fucilazioni del 3 maggio.

Dicevamo della rassomiglianza con l’immagine del provetto surfista perché i versi di Lorenzo Spurio diffondono un equilibrio perfetto in sintonia con quelli di Federico García Lorca: nel versificare la territorialità, gli ambienti caldi andalusi di Lorca il poeta delle Marche s’è unito all’universale respiro letterario ardente lorchiano fatto di attimi stillanti musicalità, dramma, simbolismo, surrealismo, ermetismo, passione lacerante e lacerata da improvvisi colpi di scena tra cui, fra i tanti, la morte per ferimento alle cinque della sera durante l’esibizione tipica spagnola, la corrida, dell’altro suo carissimo amico torero Ignacio Sánchez Mejías, a cui dedicò una lunghissima struggente poesia (1935), divisa in quattro parti, carica di valori correlati alla vita stessa fatta di dolore e di lotte.

Così ha composto il poeta Spurio in relazione a quell’episodio: «[…] Nelle tribolazioni invereconde e nella polvere/ paraventi di luna che fugge alla notte/ incunaboli di dolore in tabernacoli di pianto/ il fluido rosso fondamento di sacrificio.// Nelle cuevas gitane l’umidore sembrò placarsi;/ quella sera la luna non si presentò/ talmente impaurita preferì nascondersi/ ma alle cinque, tu, dov’eri? » (Dalla poesia La luna si nasconde, pagg.18-19).

Per comprendere appieno i testi poetici della silloge in questione dell’autore iesino, bisogna prima conoscere la breve eppure complessa esistenza del poeta Federico García Lorca, che crebbe in una famiglia dove non c’erano problemi economici dato che il padre era un ricco possidente terriero e la madre, seconda moglie, era insegnante ma di salute cagionevole per cui il piccolo Federico venne allattato dalla moglie del responsabile di un’azienda agricola, che aveva il compito di controllare i subalterni, e forse soprattutto per questo il poeta da adulto divenne il propugnatore del concetto d’uguaglianza tra gli uomini: dai gitani ai negri, agli ebrei, alla gente più umile…

La madre lasciò l’insegnamento per dedicarsi con cura all’educazione del figlio, trasmettendogli l’amore per la musica (il pianoforte) e stimolandogli una grande sensibilità, anche perché Federico García Lorca nacque sotto il Segno zodiacale d’Aria dei Gemelli, il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros, votato alla parola, ai viaggi, alla curiosità, al protagonismo con già una platea interiore pronta ad applaudirlo, all’amicizia, alla novità sotto tutti i punti di vista.

La corrente surrealista, in ambito artistico e letterario, si fece largo dopo il primo decennio del Novecento in Francia, a proposito del poeta scrittore critico d’arte, Guillaume Apollinaire (1880-1918), che usò per primo il termine sur-réalisme e man mano entrarono a farne parte le teorie inerenti l’inconscio grazie specialmente alla psicoanalisi di Sigmund Freud, l’immaginazione liberata dalla ragione, la casualità, il sogno e in Spagna uno dei più importanti pittori surrealisti fu, appunto, Salvador Dalí, ammiratore sin dall’epoca universitaria di Lorca, il quale prima si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza poi passò a quella di Lettere, insieme al regista Luis Buñuel e un’altra importante amicizia di García Lorca fu quella col poeta cileno Pablo Neruda, più giovane di lui di sei anni e che visse fino al 1973, conosciuto a Buenos Aires e rivisto a Madrid nell’ultimo paio d’anni della sua breve esistenza.

Federico García Lorca fece anche molto teatro – andò in giro per i villaggi sperduti della Spagna con la compagnia teatrale ambulante La Barraca – scrivendo opere ispirate agli usi e costumi della sua Spagna fortemente legata alle tradizioni punzonate dalla condizione di subalternità della donna, le tragedie familiari dovute anche alla difesa dell’onore, le promesse da mantenere, l’amore contrastato e la morte sempre in agguato, che poi negli ultimi tempi evolse in una drammaturgia difficile da rappresentare perché assorbito dal mulinello surrealista.

«[…] La mia dimora è l’ambiente, l’anziano ulivo,/ l’oliva e la screpolata corteccia, la radice/ magnifica e atroce e la foglia a forma di lancia:/ cercatemi là, non lontano dal limoneto nauseante/ dove sosto ad abbeverarmi del nettare acido/ per tornare a vagare nei dintorni confusi/ e abitare smanioso ogni luogo del campo. » (Dalla poesia Non lontano dal limoneto, pagg.49-51).

Isabella Michela Affinito

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L’Autrice del presente testo ha autorizzato alla pubblicazione delle recensione su questo spazio senza nulla a pretendere all’atto della pubblicazione né in seguito.

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