Una sola cosa si può dire per riassumere il mostruoso curriculum artistico di Ninnj Di Stefano
Busà: quarant’anni di poesia alle spalle come editrice, pluripremiata poetessa e giurata in una
moltitudine di premi alle spalle. Poi arrivo io, ilpiccoloVilla, a chiederle se posso scrivere le sue
opinioni sul panorama letterario italiano ed eccola: un fiume in piena di parole che scaturiscono
dal profondo, dai decenni di esperienza e da un’amarezza senza fine per quello che ai suoi occhi è
un disfacimento morale prima ancora che artistico italiano.
È a questo punto d’obbligo chiederle cosa pensa a proposito dell’odierna scena nostrana della
poesia e della letteratura in genere e, già che ci sono, proverò a chiederle qualche ‘dritta’.
Ninnj, come vede il panorama dei nuovi poeti di oggi?
L’odierna scena italiana della poesia mi lascia basita e mi fa paura, tra non molto la poesia
come “oggetto” letterario uscirà di scena completamente, ciò si verificherà non tanto per
assenza di poeti, né perché la poesia decade come oligarchia di culto intellettuale.
Semplicemente per un contraddittorio e una scena di decadimento di valori e di correttezza
intellettuali ai quali nessuno può più opporre rimedio. Ritengo che se non fosse grave
potrebbe apparire buffo in egual misura.
Succede anche questo in Italia, sapete? L’Italia delle contraddizioni, degli anacronismi,
delle antinomie, dei contrasti a cielo aperto? Ecco di quella vi parlo, di quell’italietta da
quattro soldi scarsamente equiparata al progresso indietro di almeno 30 anni rispetto ai partners europei
più consolidati e mastodontici veri mastini del mercato internazionale: I poeti chi sono,
questa brutta razza dannata? Premono e battono per essere introdotti, ahimé…povera gente! Illusi, veri stakanovisti del “rifiuto” insistente e persistente. Ma dove
vogliono andare? Cosa pretendono? Sono malvisti, ridotti al ruolo di sudditanza a causa della
incuria dell’indifferenza e del malcostume degli editori governativi di non tenerli in
considerazione, essi sono obbligati a ripiegare sulle case editrici meno blasonate,
cadendo in mano ad un sottobosco che ne intercetta solo l’introito. Eppure la vena
letteraria italiana sarebbe una risorsa per il paese in crisi… Sempre meglio che un ventre piatto dalla fame che ci sorprenderà alle spalle, d’improvviso,
come una catastrofe, che nessuno ha giudicato tale fino al momento di esserne subissati.
È noto che fra te ed il mondo editoriale italiano non corre buon sangue.
Cosa non funziona e perché?
Gli editori italiani di rango (noblesse oblige) volgono altezzosi e indifferenti le loro
attenzioni alla narrativa straniera, sempre proni a dare ad altre nazionalità onori e
gloria perpetrando un insulto agli autori nostrani.
I direttorini editoriali grandi marche, per lo più giovani baldanzosi e bizzarri, fortemente
vanitosi che da loro stessi, in piena autonomia gestiscono la sponda editoriale,
autodefininendosi da soli padreterni, o “deus ex machina” intricati nella politica nostrana,
ammanigliati coi più alti vertici dell’establishement, fanno gli snob, con gli scrittori
(e i poeti) disdegnando le loro opere, senza neppure dar loro un’occhiata di demerito.
Siatene certi che dal filtro intransigente transita però l’amico dell’amico, il vicino di casa,
l’anonimo sconosciuto al quale è giusto dare credito intellettuale, mentre non vale niente
quello che dice o scrive la “massa” fluida, il corpo senza testa di tanti anonimi illusi…
Così definiscono l’onda anomala degli scribacchini: una marea di gente megalomane che
senza avere le carte in regola si mette in testa di sfondare…si spranghino le porte, si butti nella spazzatura ogni opera inedita, ogni romanzo o
raccolta di poesie provenienti da pianeti sconosciuti, tanto è “fuffa” senza sospettare
che tra cotanto pattume, ci possa essere il Pirandello della situazione, il Vate della poesia,
il solipsista silenzioso che fa la differenza.
Ma tant’è così è se vi pare: la compattezza è d’obbligo, l’ostilità a leggere “robaccia” del
popolo, senza l’avallo o il nullaosta di camerille, di congreghe, o altri rimestamenti/
accomodamenti è necessaria perché questi “individui” imparino la lezione: non si entra
senza la chiave, è severamente
vietato.
Qual è l’errore tecnico più frequente che riscontri nelle nuove leve e cosa
suggerisci per porvi rimedio?
Io non sono “nessuno” e non posso suggerire nulla, anche perché ho ricevuto anch’io porte
in faccia…ma non mi preoccupo di questo, vi passerò da morta, perché sono in grado di
valutare (e molto severamente) meriti e demeriti di chi opera in campo, sono feroce con
me stessa tanto quanto lo sono quei bellimbusti che non si peritano di rispondere neppure
con un rigo di diniego ai fantomatici appelli.
E degli autori che si autopubbliccano cosa pensi? Sbagliano o sono una
risorsa in più per la letteratura italiana?
Degli autori che si autotassano per le loro pubblicazioni penso che sono una piccola
risorsa in un momento di crisi obiettiva, di oscuramento delle capacità imprenditoriali
del paese, una piccolissima addizionale riserva economica che fa vivacchiare i poveri
cristi, ma non cambia il principio e la portata del fenomeno. Siamo un popolo che non
potrà progredire, non potrà andare troppo lontano, perché troppe sono le incongruenze,
le detrazioni morali, le defaillances del sistema. Ci fa difetto l’intelligenza, l’amor proprio, il senso del dovere, l’orgoglio,
siamo pecore in un recinto di caproni, per via deduttiva dovremmo essere già naufragati, salva il famoso humour, l’allegria degenere, la irrefrenabile ironia di saper sopportare
impunemente la defenestrazione di ogni categoria pensante (vedasi scuola, ricerca etc).
Ma ancora per quanto tempo?
Qual è per Ninnj lo scopo della poesia?
Per me è la vita, non credo lo sia per tutti, la vetrina della vanità dà per scontato il suo
“fine” che è invece un mezzo per elevarsi sempre più alla condizione di homo sapiens.
Io conduco imperterrita la mia battaglia per la poesia da quarant’anni, senza mai una
defezione, un ravvedimento, senza guarigione, dalla poesia quando è vera non si guarisce
mai, è un morbo che t’infetta, un virus che ti contamina l’anima, la si ama più della
propria vita, perché essa è espressione primaria della propria coscienza morale.
Ne ho combattuto i detrattori mostrando unghie e denti a coloro che non credono
nelle capacità catartiche di questa risorsa umana. La poesia mi dà gioia, serenità
nei momenti difficili, mi conduce per mano da quando avevo tredici anni.
Non l’ho mai abbandonata, la mia fedeltà assoluta alla causa vorrà pure dire
qualcosa, la considero la mia seconda pelle.
Una domanda che non ti hanno mai fatto ma cui avresti sempre voluto
rispondere.
Una domanda che non mi hanno mai fatta? Perché scrivo? Risponderò con tutta
sincerità, non lo so: madre natura mi ha dotato di un cervello vigile e lucido, cerco
disperatamente di metterlo a disposizione degli altri, non so sinceramente se vi riesco,
l’intenzione è quella di aprire punti di riferimento, fare da battistrada a risolvere
incongruenze e defezioni. Non dimenticate che il mio segno zodiacale è acquario:
portatrice di bene per antonomasia, infatti è contrassegnato da una fanciulla
che regge una giara d’acqua, quale bene più grande!
C’è amarezza ma no cattiveria in queste parole asciutte che fanno soltanto
riflettere, non lasciano nulla da aggiungere nulla.
E per chi non la conoscesse, ecco il “breve” curriculum della Di Stefano Busà: solo un
riassunto, tanto per gradire.
Ninnj Di Stefano Busà
Ninnj Di Stefano Busà
Nata a Partanna, vissuta nella prima infanzia in Sicilia, ha iniziato a scrivere, incoraggiata da Salvatore Quasimodo, suo corregionale e amico di famiglia.
Tra i ventitre libri pubblicati che le hanno valso alcuni dei premi letterari più
prestigiosi, ricordiamo almeno gli ultimi titoli: Tra l’onda e la risacca (2007),
L’Assoluto perfetto (2010), Quella luce che tocca il mondo(2011), La traiettoria
del vento (2012), Il sogno e la sua infinitezza (2012), La distanza è sempre la
stessa (2013), Eros e la nudità (2013), Ellittiche stelle (2013). In saggistica:
Il valore di un rito onirico (New York, 1990; L’Estetica crociana e i problemi
dell’arte (1986). E’ collocata nella Storia della Letteratura Italiana (6 vol. per i Licei
e Scuole superiori, Ed. Simone). Si occupa di critica letteraria, saggistica, giornalismo,
narrativa. Un suo romanzo: Soltanto una vita è uscito con Kairos Editore nel 2014.
Ricopre il ruolo di Presidente di un programma culturale internazionale con il
Governo e il Consolato dell’Ecuador, di cui è stata insignita per meriti letterari
dell’onorificenza di Gran Dignitario. Per Kairos Ed. 2013 ha curato l’Archivio Storico 1990-2012 per le Scuole: L’Evoluzione delle forme poetiche (un ventennio dei più rilevanti
Quando lo sdegno diviene poesia: Neoplasie civili di Lorenzo Spurio
(Edizioni Agemina, Firenze 2014)
Quando a cimentarsi con la poesia è una tra le menti più brillanti della nuova generazione di critici letterari, i risultati vanno oltre la poesia stessa, e colpiscono proprio per la costruzione di una silloge che esprime volutamente nello stile e ancor più nei contenuti una poetica della non-poeticità.
Mai come oggi, in una società malata di ogni tipologia di violenza e di negazione della dignità umana, diviene quasi inevitabile che chi s’interessa di letteratura affronti l’impatto con la realtà e ne denunci impietosamente le storture.
Così, il verso poetico rinuncia in partenza a ogni orpello retorico, a ogni tentazione estetizzante e perciò stesso qualunquistica, e, in nome di un’arte che non può essere fine a se stessa, ma intende servire l’uomo e la contemporaneità, diviene grido.
E grida le tragedie che si consumano in ogni angolo del mondo, dalle steppe caucasiche alle regioni desertiche, dove diversi sono i protagonisti, differenti le motivazioni, ma uno e medesimo è il sangue che scorre, una e una sola è l’umanità che geme, umiliata, ferita e oppressa.
Non ci sono più favole, nel mondo così crudamente descritto dall’Autore: non ne è più il tempo, nei luoghi ove risuona il rombo crudele della mitraglia, o dove i bambini vengono coperti di lividi e seviziati nel silenzio.
Lorenzo Spurio
E’ poesia di denuncia, quella di Lorenzo Spurio, come di denuncia è la sua raccolta di racconti La cucina arancione, che raccoglie idealmente il testimone del maestro Ian Mc Ewan, al quale il giovane critico ha dedicato un saggio illuminante sulla ineluttabilità di avere il coraggio di alzare il velame delle reticenze e dell’omertà di fronte agli abusi e alle tragedie che si consumano ogni giorno nei rapporti interpersonali e nelle famiglie.
Le formazioni che come un cancro corrodono le strutture e le sovra-strutture sociali e ne decompongono progressivamente la morfologia, hanno nomi non meno inquietanti delle patologie anatomiche: si chiamano Potere, Servilismo, Omertà, Oppressione, Violenza, Negazione, Opportunismo, e la serie potrebbe continuare all’infinito.
Gli ambiti privilegiati dove proliferano le cellule malate, oltre alle realtà civili e private, dagli interni borghesi agli ambiti lavorativi, sono quelle più ampie della Polis, dove la politica intesa come arte di servire la comunità è scomparsa, e ha lasciato il posto allo spettro onnipervadente del Potere.
Un potere che si trastulla nei giochi dei palazzi, e che conduce alle migliaia di morti nelle piazze nei regimi totalitari e dovunque l’essere umano sia stato degradato a strumento e a oggetto.
In questo scenario quasi apocalittico, si stagliano nitide le figure esemplari ed emblematiche delle vittime innocenti, come la dolce e sventurata Lady D., o come i bambini poveri che tentano di giocare sotto il fuoco dei cecchini, “tra le pozzanghere nere senza fine”.
Un libro amaro, che non cerca di compiacere o di blandire nessuno; una silloge che è un colpo di frusta ai costumi e ai mal-costumi del nostro tempo e al tempo stesso ne è una fotografia amara e indignata, in virtuale omaggio a quel “facit indignatio versum” di antica memoria, in cui Giovenale, anch’egli giovane e brillante intellettuale, testimone di un’età in disfacimento, asseriva che la propria opera poetica era dettata dallo sdegno di fronte al male dilagante.
Un’opera che induce a riflettere, non per fuggire, ma per cambiare e iniziare a sviluppare, prima del baratro, una speranza di costruttività.
“Con la Gli di ConiGLio” di Anna Maria Boselli Santoni
Edizioni Pragmata, 2014
Pagine: 132 – Costo: 12 €
Isbn: 9788897792659
Recensione di Lorenzo Spurio
I nostri programmi di allora ci chiedevano di formare le teste degli scolari e non di riempirle fino all’orlo di nozioni slegate tra loro e perciò non riutilizzandoli in altri passaggi dell’apprendimento perché fini a se stesse, destinate probabilmente ad un veloce irreparabile oblio. (55)
Il nuovo libro di Anna Maria Boselli Santoni è una nuova folgorante scoperta su una donna dall’animo gentile che ha fatto un patto di sangue con la scrittura e con la rievocazione del ricordo. Ha alle spalle una nutrita carriera letteraria dove ha spaziato sapientemente tra i generi più disparati, soprattutto in campo narrativo, di cui ricordo con vivo piacere le letture fatte delle sue opere più recenti, lavori dai titoli che richiamano da subito l’interesse del lettore, interesse che non cala mai man mano che ci si prodiga nella lettura. Mi riferisco a Forse là, dove danzano i girasoli e Rosetta e le ciambelle, entrambi editi da Marco Serra Tarantola Editore di Brescia e il più recente La dolce Rua Sovera (Edizioni Pragmata, 2014) dove i luoghi si animano di personalità e l’universo del piccolo borgo costruisce una fitta rete di collegamenti tra la protagonista e tutto ciò che ne definisce l’essenza urbana.
Anna Maria Boselli Santoni si definisce maestra e teologo laica; in questa nuova pubblicazione dal titolo Con la Gli di Coniglio (Edizioni Pragmata, 2014) è contenuta propria una densa biografia della Anna donna di istruzione, impegnata quale maestra non solo nell’istruzione dei giovanissimi, ma anche nella loro educazione, comprensione e lettura delle personalità. La componente di teologia laica (espressione impiegata con parsimonia nel panorama letterario culturale in virtù forse di un timore che essa contenga una contraddizione di fondo) la si ravvisa in Anna Maria invece in ogni singola frase che compone i propri libri dove è un animo altamente sociale (pure con i suoi momenti di necessità della solitudine per una maggiore comprensione di sé stessa e di ciò che accade attorno a lei), di vicinanza empatica al prossimo non solo in termini di aiuto al bisognoso, ma di comprensione degli stati di disagio e di compartecipazione alla vita personale degli altri. Sono, queste, componenti peculiari di una caratterialità votata all’esigenza di espressione e di ricerca di convivialità, di spiccate doti d’estroversione, costruttività e interrelazione che descrivono in maniera al quanto limpida la caratterialità di una donna energica e solare proprio come Anna Maria.
Ma per attenerci al nuovo volume in particolare dirò che è un libro-ricordo sull’esperienza di insegnamento della scuola, ma anche un manifesto di quanto la scuola primaria sia importante e determinante nella formazione culturale dei futuri giovani e soprattutto nel modo di integrazione e di interagire con il mondo di fuori dalla scuola e dalla famiglia.
Anna Maria senza puntare il dito in maniera eclatante contro qualcuno, sottolinea quanto i modelli didattici spesso si configurino come troppo freddi e distaccati nell’atto del loro insegnamento, troppo tabulari e schematici, senza consentire la libera espressione del soggetto o incentivarne le sue particolari inclinazioni o preferenze a determinate tematiche. La scuola che fuoriesce da questo tipo di insegnamento è un sistema standardizzato di moduli didattici che vengono trasmessi in maniera troppo rigorosa senza permettere una viva compartecipazione della classe possibile con l’introduzione di una dimensione di tipo ludica, di laboratori artistici ed espressivi, quindi applicativi, di diversa forma. La Anna Maria insegnante è anche una attenta indagatrice della psicologia dei piccoli che ha intorno a sé e, da buonissima insegnante ma anche amica (tutti avremmo voluto una maestra come lei), non fa difficoltà a scorgere episodi di disagio, di isolamento o di incapacità ad esempio nella scrittura, individuando casi di dislessia che all’epoca venivano duramente repressi dagli insegnanti con obblighi di continui esercizi di ricopiatura.
Il volume traccia un po’ quello che è stato il diverso approccio dell’insegnante nei confronti degli allievi nelle prime fasi della istruzione e la Nostra cita numerosi autori e testi, sociologi, studiosi e pedagoghi che si sono occupati proprio della formazione del giovane; non è un caso che il metodo Montessori provvedesse a indirizzare i genitori dei piccoli verso l’adozione di scelte, se non le più ovvie e a un primo acchito le più logiche, di sicuro quelle che a lungo termine avrebbero avuto una funzione decisiva sul comportamento del giovane. Il seminario di Asiago in cui la protagonista Mira, felice proiezione della Nostra, partecipa è per lei ulteriore motivo di avvicinamento a quella materia di interesse sociale-pedagogico che lei metterà in atto nella sua classe riscotendo vivo entusiasmo da parte dei giovani.
Entusiasmo che si conserverà poi nel corso degli anni quando la maestra, per ragioni sue personali dovrà abbandonare l’universo della scuola, ma ancora a distanza di tanti anni durante i quali i suoi allievi sono diventati maturi, non potrà non sentirsi ancora molto legata ad essi percependoli un po’ come suoi figli. Ed è così che il ricordo della bocciatura di un giovane e del decesso in piscina di un altro ragazzino, sono memorie dolorosissime che salgono alla mente della maestra ormai in età pienamente matura mentre la vediamo passeggiare con il suo bastone in giro per la città.
Un amore indissolubile verso la scuola che si respira in ogni singola frase del presente volume, attorno al quale Anna Maria intreccia con sapienza e con originalità la storia del suo privato: del suo matrimonio, dell’attrazione quasi fatale verso un giovane incontrato alla scuola, del dramma di scoprire un figlio dislessico che, grazie alle sue conoscenze e profonda empatia con la materia, riuscirà di certo ad aiutare, contribuendo anche a far conoscere questo tipo di disturbo che ha un’alta incidenza nei giovanissimi ma che raramente viene diagnosticato con precisione e in tempo.
Il ricordo dei momenti vissuti e la vita rutinaria del presente si fondono in un unico magma incandescente dove la forza delle parole e le immagini dei ricordi sono estremamente potenti tanto da riportare la Nostra nel dolore più lancinante o anche farle rivivere splendidi momenti. Su un ogni vicenda dell’esistenza resta la percezione di una maestra-ascoltatrice rarissima, di una donna che più che insegnare, si è lasciata cullare e stupire dai ragazzini, un genio indomabile nella ricerca di forme di insegnamento alternative come il giocodramma e la capacità di saper interagire con il mondo, facendo ogni volta sue le varie sfaccettature di questo mondo come quando, ricorda: “Penso, sorridendo, a come ogni piccolo essere umano di auto percepisce” (75).
Questo è ciò che dovrebbe star a cuore ad una maestra, ancor più dei compiti del giorno prima proprio perché: “Non è il giudicare che […] interessa, ma il capire e il comprendere ciò che è giusto e necessario sapere, come insegnante” (94).
Il mio plauso ad Anna Maria per questa nuova ricca pubblicazione, capace di chiamare a una sana riflessione.
Componente della CommissionepariOpportunitàdellaRegione Marche.
Lettrice: prof.ssa Luana Giovanelli
Immagini: prof. Michele Giacomazza
Coordinatrice: prof.ssa Ersilia Riccardi
Un incontro che avrà la capacità di dare, attraverso le immagini e le poesie che integrandole fungono loro da commento, un messaggio di speranza, di fiducia negli affetti e nella vita, a testimonianza di come essa non venga mai sconfitta.
Sarà presente l’autrice che firmerà alcune copie del libro.
“LE RIVISTE DI CULTURA NELL’ ETA’ DELLA COMUNICAZIONE GLOBALE”
Giovedi 11 DICEMBRE ore 15,00
FIRENZE
PALAZZO BASTOGI
Via Cavour n. 18
Il convegno nazionale Le riviste di cultura nell’età della comunicazione globale intende porre all’attenzione dell’opinione pubblica, delle Istituzioni e degli operatori del settore la situazione delle riviste culturali italiane e il dibattito sul loro ruolo all’interno della società contemporanea. Come si può ricavare dal programma, il convegno mira a rappresentare le voci di molteplici attori, dalle riviste stesse agli operatori locali, passando per i settori ministeriali coinvolti, la stampa e gli editori di grandi riviste a carattere nazionale. L’incontro, promosso dal CRIC (Coordinamento Riviste Italiane di Cultura) e dall’ Assessorato alla cultura della Regione Toscana (nell’ambito della “Festa della Toscana” 2014), intende porre l’accento su un interrogativo di cardinale importanza nel “tempo della complessità “ in cui ci è dato vivere: è sufficiente il flusso ininterrotto delle notizie e delle immagini cui, nel “villaggio globale”, siamo ormai assuefatti per garantire la crescita della coscienza civile e la consapevolezza culturale dei cittadini degli anni duemila? E’ intorno a tale questione che ruoterà il dibattito del Convegno che, ricollegandosi ad un percorso già avviato nell’ambito dei lavori del Consiglio Regionale nella scorsa legislatura ed ai contenuti conseguentemente esplicitati nel Testo Unico regionale della cultura, rimanda al ruolo che, per stimolare l’uso della riflessione e della ragione critica. possono avere le riviste di cultura. Strumenti apparentemente desueti e “novecenteschi”, secondo una rappresentazione superficiale e liquidatoria, che, pur dovendosi confrontare con i problemi pressanti della crisi dell’editoria e con la sfida delle nuove frontiere della multimedialità e dell’innovazione tecnologica, possono, recare un contributo tutt’altro che marginale alla costruzione di un “nuovo umanesimo” fondato sul carattere interdisciplinare delle conoscenze e sul permanente e pluralistico dibattito fra identità e visioni culturali diverse. E’ con con quest’ispirazione che, da anni, sta lavorando il CRIC in collegamento con importanti esperienze europee (cui nel Convegno verrà data voce) ed è con questo intendimento che è promosso (con la Regione Toscana) questo appuntamento: per impedire che una grande tradizione come quella delle riviste culturale italiane vada dispersa e per far sì che una ricca pluralità di esperienze vitali espresse della piccola editoria, dall’associazionismo e dai centri culturali possa trovare nuova linfa e dare un costruttivo apporto a quel libero dibattito delle idee in cui nel “tempo della complessità” c’è più bisogno che mai.
“Non era tempo per favole e idiote freddure, quello. Il sole riscaldava l’erba, l’aria e il cemento, ma non me.” (p. 34)
La raccolta di poesie di Lorenzo Spurio è dedicata ai più scottanti e sensibili temi di attualità. Si tratta principalmente di componimenti brevi e sintetici che mirano, con estrema chiarezza, più che a offrire un punto di vista o a spiegare un’opinione personale, a comunicare una sorta di frustrazione, rabbia, impotenza, e delusione nei confronti di fatti e avvenimenti che, per forza di cose, ci vedono semplici e apatici spettatori.
È una poesia di impatto, quasi cinematografica e non sempre lirica. Si dipana per frame, inquadrature e cornici: grandangoli e primi piani che, nella più perfetta scia autoriale, disegnano una linea precisa, un percorso da seguire che conduce il lettore/spettatore verso un sospeso finale.
Poesie veloci, immediate, urgenti perfino. Leggendole si sente la spinta emotiva, l’esigenza impellente e dirompente di comunicare, di mettere nero su bianco un groviglio di pensieri e sensazioni che il poeta sembra provare lì, proprio sotto i nostri occhi, indipendentemente dal tempo della narrazione.
Sebbene siano poesie “facili” e non ermetiche, non sono tuttavia “semplici”: per capirle è necessario essere informati e aggiornati sui fatti del mondo. Lorenzo Spurio si rivolge al suo pubblico da ‘pari’ e non da ‘maestro’: non pretende di insegnare, ma di ‘dialogare’ come tra amici al bar, con il giornale davanti.
Nelle parole si sente fortissima l’amarezza, la disillusione, la frustrazione per un mondo governato poco e male, in cui a essere bendata non sembra tanto la dea fortuna quanto piuttosto la classe dirigente che, nella sua ‘disabilità’ visiva, sembra essere incapace di prendere decisioni o tanto meno di compiere azioni risolutive, nel bene e nel male.
Pessimismo? Forse, ma personalmente preferirei definirlo uno smaccato e concreto realismo. Come nella favola dei vestiti dell’imperatore, immagino Lorenzo lì con il dito puntato a farci vedere che il re e tutti i suoi cortigiani sono nudi e, quel che è peggio, ne sono perfettamente consapevoli.
Le poesie di Lorenzo sono come una sveglia puntata, suona e risuona finchè qualcuno non la spenge o la ascolta e faticosamente si alza e compie il suo dovere. Piccoli allarmi che, come scosse e impulsi elettrici, cercano di scuotere menti assopite e assuefatte da un’informazione omogenea e preconfezionata.
Protesta? Ribellione? Non sempre. Resta più una forte impressione di dura consapevolezza, una definitiva e inclemente sottolineatura che non permette secondarie vie di fuga.
Lorenzo usa le parole come uno specchio che, in modo diretto, riflette quello che vede e lo mostra agli occhi del mondo in modo imparziale e temperato.
Infatti, nonostante i sentimenti del poeta siano chiaramente avvertibili all’interno del testo, non si supera mai la misura. Il linguaggio è sempre quello di una pacata ‘discussione’ tra l’autore e il mondo, mai quello di una lite accesa e furibonda. Lorenzo non ha litigato con il mondo, non vuole isolarsi o allontanarsi da esso, ma lo invita a sedersi a un tavolo e a discutere per vedere se c’è modo di risolvere i problemi.
Una relazione non facile, senza dubbio. Personale e pubblica allo stesso tempo. “Civile” come dice il titolo stesso della raccolta. “Civile” significa infatti anche “educato”: saper condurre, ad esempio, una conversazione senza esasperare i toni, senza aggredire, né offendere l’interlocutore. E, in tempi in cui la parola sembra essere diventata un’arma distruttiva più che un mezzo di comunicazione, la “civiltà” suona come un valore anacronistico, retaggio di un passato lontano e perduto.
L’immagine del poeta è proprio quella di un uomo che cammina per la sua strada, con l’espressione seria ma decisa, i pensieri ben chiari in testa che aspettano solo l’occasione giusta per essere espressi e trasmessi.
Questo libro lo è: è l’occasione giusta per aprire gli occhi, spingere alla riflessione e al dialogo. “Civile” nella forma e nella sostanza.
Come previsto dal bando di partecipazione della III Edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, la cui premiazione si è svolta lo scorso 15 nov. a Firenze, si è provveduto ad inviare alla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM) in versamento mediante bollettino postale i fondi raccolti derivanti dalla vendita della antologia con le poesie vincitrici, menzionate e segnalate.
A continuazione la foto del versamento effettuato e la lettera di accompagnamento che verrà inviata in cartaceo alla FISM con copia della antologia.
Per chi fosse interessato ad acquistarne una copia, il costo è di 15 € comprensivo di spese di spedizione a mezzo raccomandata e deve scrivere a arteinversi@gmail.com
Ricordiamo che l’iniziativa concorsuale era patrocinata dai Comuni di Roma, Brescia, Jesi (AN) e Dronero (CN).
Vi aspettiamo a Gennaio con la nuova edizione del Premio!
Lorenzo Spurio
Presidente del Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”
Rosso il colore della passione. Giallo il colore della follia.
I colori sono la manifestazione dell’energia e l’arcobaleno rappresenta sia il flusso di energia della terra sia quello del corpo umano. Nell’arcobaleno umano esistono colori fisici e chimici, equilibrio, cromatismo, mescolanza, fissazione, trasmissione.
Nella teoria sull’uso del colore Kandinskij dice che il colore può avere effetti sullo spettatore: un “effetto fisico”, basato su sensazioni momentanee, e un “aspetto psichico”, dovuto alla vibrazione che tocca le corde dell’interiorità. Sempre secondo il pittore, l’energia del giallo è prorompente, irrazionale e indica eccitazione mentre l’energia del rosso è consapevole e può essere incanalata.
A sua volta l’arancione esprime energia, movimento e più è vicino al giallo e più è superficiale.
Nella logica delle cinque W che riguardano la narrazione, nel who dei racconti di Spurio, oltre ai vari personaggi, può essere annoverato anche il colore nelle sue allusive accezioni e simbologie e figure di significato: l’arancione della cucina, il nero dei capelli e dell’abbigliamento di Stella, l’ocra del cappotto della vecchia, il blu del desktop del computer, il carminio del rossetto, il bluette dei fili elettrici, quello del muro scrostato che l’autore lascia solo immaginare, il rosa acceso della casa al mare, il giallo della camicia dell’uomo di colore, il bouquet di fiori blu e gialli, quello dei vetri rotti della bottiglia, la tonalità “abbaiante” dei capelli e della carnagione del bambino… Come afferma il personaggio principale del racconto “L’alfabeto numerico”,”La vita è un’espressione algebrica che può essere risolta in varie maniere”. Ma dico io!come si fa a vivere in una cucina arancione! In un ambiente dove, anche per gli arredi, non esiste altro colore, se non quello enunciato e la gamba stecchita del tavolo non serve soltanto a sostenere il piano su cui si appoggia un vassoio con la zuccheriera e una tazzina da caffè, di color arancione, naturalmente!
Secondo J. Lacan l’inconscio è strutturato come un linguaggio; esso è una combinatoria di elementi discreti. La struttura di tale linguaggio emerge nelle funzioni dell’inconscio e, se manca un significante, allora il linguaggio divine espressione di trauma in quanto il linguaggio dell’inconscio si svolge su due assi: l’asse della sincronia che è quello della metafora, e l’asse della diacronia che è quello della metonimia. Esistono quindi vari registri: reale, simbolico, immaginario come esistono lo stadio dello specchio e quello simbolico.
“La cucina arancione” non è altro che un grande contenitore, uno scatolone in cui sono riposti tutti i disagi dell’affettività in relazione a comportamenti devianti, ansie, paranoie, allucinazioni, ossessioni, alienazioni, fissazioni, perversioni, manie, che i personaggi come le persone incontrano nel loro essere tali. Come afferma G. Bufalino, “Molti diventano personaggi perché non sanno essere persone” e i personaggi di Spurio sono persone reali e incarnano quella realtà che si dimostra la più abile dei nemici con i suoi attacchi inattesi e sorprendenti dove anche “Il diavolo è un ottimista, se pensa di peggiorare gli uomini”.
La sessualità è energia che si esprime sotto forma di pensiero, di movimento, di sentimento, di passione perché “C’è qualcosa di profondo e terribile nelle potenzialità della sessualità che costringe la società a tenerla separata dalle altre sfere in quanto sembra ed è puro gioco, ma scatena razioni che si svolgono sul registro del tutto e del nulla, della vita e della morte. Anche un semplice sguardo può mettere in moto desideri sfrenati, amore, odio, vendetta” ( F. Alberoni).
La women in dark, e forse avrebbe fatto meglio ad essere una women in red, “eccentrica, non particolarmente bella”, dallo sguardo smorto e le labbra tinte di carminio, se ne va in giro con un paio di scarpe così fuori tempo da risultare desuete anche nella vetrina di un punk o di un metallaro. E poi quel nome a richiamare brillantezza e fissità, persino affidabile ed attraente, una vera calamita come le sue forme arrotondate, si rivela un ossimoro col suo modo di essere. L’ingenuo avventore la crede la “Morte in persona” mentre al bancone del bar già chiede un “generoso rabbocco” non solo di Jim Beam, il suo whisky preferito, insieme ad atteggiamenti ambigui e parole frammentate.
“La fascinazione è sempre un invito e un rifiuto, in definitiva una sfida. Per questo (il personaggio) ha un effetto conturbante, inquietante, perché fa intravedere una modalità di esistenza beata” ( F. Alberoni). Ed anche quella volta la foga di Stella aveva avuto la meglio come pure il colore arancione. “È stata colpa dell’arancione della cucina”. Si scusò l’uomo, quando Stella gli disse che doveva andarsene da casa perché come il suo primo marito “aveva superato i limiti della violenza”. Il poveretto, oltre alle sbronze, le lasciò i quadri, l’assegno di mantenimento, i soldi ricavati dalla vendita della casa, come risarcimento per quella carenza di stile e di gusto che l’aveva condotto alla violenza. Prese a fare il barbone e non fece alcun reclamo perché era certo che lei l’avrebbe denunciato per stupro. (dal racconto La cucina arancione).
La numerologia è una scienza esatta. Ogni numero ha un significato ben definito. E come il sette, somma del tre e del quattro, diviene tratto d’unione tra la Terra e il Cielo, il ventisei identificava una vecchia. Anche la smorfia napoletana parlava chiaro. Occorreva giocare subito quel numero a lotto! “… il coltello nella mano destra. Glielo infilai più volte nel petto. La lama entrò dentro come quando si taglia un formaggio molle”. L’ossessione onirica si era trasformata in delitto, ma il protagonista del sogno piombò nel più cupo sconforto allorché si rese conto che si era soltanto illuso di averla uccisa e di essersi finalmente liberato di quegli incubi che lo tormentavano. Quando si avvicinò al portone di casa ebbe soltanto il tempo di “vedere (la) moglie dietro la finestra che piangeva e singhiozzava.” (da racconto La vecchia col cappotto ocra).
“Crescendo e imparando a conoscere anche la famiglia di qualche sua amica, aveva capito che non erano le famiglie degli altri ad essere strane o preoccupanti, ma era la sua che non si uniformava alla Normalità. La povera Mariastella “allora cominciò a vergognarsi” e “saltuariamente le (sue) emicranie si presentavano con dei dolori lancinanti” e “pesante senso di vertigine. “Il grande armadio si stava spostando verso di lei, baldanzoso, con le ante aperte e ciondolanti per fagocitarla”. Ancora una volta vaneggiava e sperimentava una “realtà distorta, irreale, frutto di un’alterazione psichica”.
A Michele non piaceva “sporcarsi le mani”. Lui “era il dio del computer”. “All’aspetto non era brutto… era da escludere che avesse una relazione seria con una donna… e varie volte aveva preso delle ferie abbastanza lunghe per andare in vacanza in sud America…”. “ Michele accese il computer e sorrise al bambino che si era seduto sulla poltrona per vedere la tv. Mentre era impegnato a diagnosticare il problema del computer, gettava sguardi interessati verso il bambino e… fu in grado di vederlo sotto un’altra prospettiva”Quando gli agenti suonarono alla porta per arrestarlo” pensò che “la gravità dell’episodio non stava in ciò che aveva commesso, ma nel suo dover fare a meno del pc”. Quando gli fu chiesto cosa avesse fatto al bambino, rispose semplicemente che “doveva installare un software di base”. ( dal racconto Software di base).
E se nell’espressione poetica Spurio va dritto al cuore di chi legge, offrendo come sunto una forma didascalica come chiave di lettura del componimento, nell’espressione narrativa lo spiazza del tutto, lo disorienta e lo lascia persino dubbioso con i possibili significati di senso, lasciati all’ultima riga del racconto. Il metodo usato è sempre lo stesso: mostrare ciò che in effetti non è e sorprendere con ciò che in effetti è. Oppure disseminare indizi, ravvisabili anche negli stralci d’autore, tra cui I. McEwan, D. Campana, J. Josè Millás, C.M. Pemán, G. García Marquéz, inseriti nella prima pagina del racconto, per sorprendere e lasciare nel lettore anche un senso di incalzante smarrimento di fronte ad avvenimenti che talvolta destano stupore, sdegno e raccapriccio. “Quegli agenti erano stai una benedizione, tutto sommato”, “Ora la zia aveva una vita rovinata”, “L’indomani se ne andò a comparare un altro manichino”, “telefonai al sarto dicendogli di non dimezzare più gli altri indumenti”, Di sicuro anche lui è un fedele compagno di Alex Portnoy”.
Un libro di non facile lettura, quello di Spurio, considerando i dinamismi della personalità, il rapporto che essi hanno in rapporto al modo con cui l’individuo si relaziona con il mondo, permettendo, se pur in forma narrativa, un’analisi comparativa di casi clinici in cui si notano cambiamenti evidenti di comportamento rispetto ai così detti comportamenti “normali”.
Non c’è nulla di magico o di divinatorio nei racconti di Spurio. Solo realtà. Realtà cruda, realtà di personaggi che sono persone e come persone soffrono quel “male di vivere” che spesso sfocia in patologie conclamate, conflitti e devianze, del tutto avversi alla vita e alla sua stessa natura.
Non c’è nulla di magico… solo un’approfondita conoscenza da parte dell’autore, non solo per quanto concerne i generi letterari, ma anche per quelle che sono le scuole psicologiche come la Gestalt ed altre per cui il testo “La cucina arancione”, oltre che letterario può essere considerato un vero e proprio saggio narrativo.
Sabato 15 novembre 2014 a Firenze presso la Sede Provinciale dell’Arci in Piazza de’ Ciompi 11 si è tenuta la serata di premiazione della terza edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” organizzato dalla Ass. Culturale Poetikanten in collaborazione con la rivista di letteratura “Euterpe” e Deliri Progressivi. L’iniziativa concorsuale è stata patrocinata dai Comuni di Roma, Brescia, Jesi (AN) e Dronero (CN). Durante la serata si è data lettura alle motivazioni che la Giuria ha stilato per la selezione delle opere vincitrici, menzionate e segnalate.
La Giuria presente era costituita da: Lorenzo Spurio (Presidente del Premio – Direttore della Rivista di lett. Euterpe, scrittore e critico lett.), Marzia Carocci (Presidente di Giuria, scrittrice, poetessa, recensionista), Michela Zanarella (poetessa, giornalista), Annamaria Pecoraro (Direttrice di Deliri Progressivi, poetessa e scrittrice), Iuri Lombardi (Presidente Ass. Poetikanten, poeta e scrittore), Salvuccio Barravecchia (poeta).
La Giuria era costituita inoltre da altri giurati che non sono intervenuti fisicamente durante la premiazione: Martino Ciano (Scrittore), Giorgia Catalano (poetessa, scrittrice), Ilaria Celestini (poetessa, scrittrice), Emanuele Marcuccio (poeta e aforista), Luciano Somma (poeta) e Monica Pasero (poetessa, scrittrice).
Ad allietare la serata sono stati i ballerini di tango Giuseppe e Cristina Salerno della Scuola Pasion de Tango di Firenze accompagnati dal poeta Luis Algado e dalla attrice Elisa Zuri.
I proventi derivanti dalla vendita dell’antologia, edita da Poetikanten Edizioni, saranno devoluti -come da bando del concorso- alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).
Di seguito alcuni scatti della serata (per i quali ringraziamo la bravissima Deborah Larocca) e…. ci auguriamo di ritrovarci alla prossima edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”!
LA COMMISSIONE DI GIURIA
(Da sinistra Michela ZANARELLA, Annamaria PECORARO, Iuri LOMBARDI, Salvuccio BARRAVECCHIA. Marzia CAROCCI e Lorenzo SPURIO)
Michela Zanarella
La Giuria
La Giuria
Marzia Carocci e Lorenzo Spurio
Michela Zanarella e Annamaria Pecoraro
La Giuria
Iuri Lombardi e Salvuccio Barravecchia
La Giuria
Iuri Lombardi
Lorenzo Spurio
Marzia Carocci
La Giuria
VINCITORI
Sandra Carresi vincitrice del Premio alla Carriera Poetica
Anna Barzaghi vincitrice del 1° premio per la poesia in lingua italiana
Anna Barzaghi vincitrice del 1° premio per la poesia in lingua italiana
Luciano Gentiletti vincitore del 1° premio per la poesia in dialetto
Luciano Gentiletti vincitore del 1° premio per la poesia in dialetto
Luisa Bolleri vincitrice del 2° premio per la poesia in lingua italiana
Luisa Bolleri vincitrice del 2° premio per la poesia in lingua italiana
Nunzio Buono – vincitore del 3° premio ex-aequo per la poesia in italiano
Nunzio Buono – vincitore 3° premio ex-aequo per la poesia in italiano – Legge Gianluca Regondi
MENZIONI D’ONORE
Roberto Ragazzi
Eleonora Rossi
Laura Faucci
Maria Grazia Vai
Maria Grazia Vai
Maria Immacolata Adamo
Nunzio Buono
Gianluca Regondi
Roberto Ragazzi
SEGNALATI DALLA GIURIA:
Marco G. Maggi
Anna Pistuddi
Anna Pistuddi
Attilio Giorgi
Attilio Giorgi
Marco G. Maggi
MOMENTO DANZANTE: Giuseppe e Cristina Salerno
Il poeta Luis Algado
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Credo che gli uomini abbiano perso la capacità di sperare, di incrociare gli sguardi per guardarsi vicendevolmente negli occhi, per sentirsi meno soli, così nei versi di Lorenzo Spurio:
si aspettava una folata di fumocome un segnale tribalee intanto il mondo lottavae la gente si dava la mortein ogni angolo del pianeta
Come ne “Il fiore giallo” se gli uomini riuscissero a sintonizzarsi sulle emozioni degli altri, per farle proprie, per armonizzarsi con l’universo e sentirsi una scintilla nel microcosmo, godrebbero del privilegio di sentirsi parte di un tutto e non un elettrone sfuggito al alle casualità del fato:
Di colpo mi son chinato a terrae al margine di un marciapiedeho colto un fiore giallocresciuto lì, forse per sbaglio
e con timore sospetto che il Cielo sia vuoto di rassicuranti convinzioni, Spurio affida al capriccio del destino, tra disperazione e speranza, l’anelito ad una visione di trionfo del Bene:
Ho odorato ancora il fioreaccorgendomi che esalava tristezzae bisogno d’amore
anche se profetizza l’impossibilità a vedere una luce in “Ridicolous Job Act”
o quando con il comandante oceanicorabbuiato per la sua colpaaccoltellava l’umanità di angosciacon il traghetto-catafalcoricorda il tragico ed evitabile naufragio al largo della Corea del Sud.
Il misurarsi con le tragedie delle quotidianità gli consente forse di esorcizzarne i tratti, pur conservando la drammatica consapevolezza di trovarsi di fronte a laceranti geometrie, crepuscolari deliri nella solitudine che annichilisce e che ricorda Primo Levi in Se questo è un uomo:” L’uomo, ogni singolo uomo, è solo. Nessuno lo può aiutare. I legami di sangue sono svaniti, le amicizie non sussistono. Dio, in un momento tale, non esiste. O è molto lontano”
Così il nostro poeta, in Neoplasie civili, riscopre la sconfitta dell’uomo inerme di fronte alla certezza della sopraffazione, come in
Quando nel mondo si spara,Gea si occulta la vistae corre ad occhi serrativerso rovi e sterpi acuminatiper accecarsi
Alla fine forse solo l’affermazione del proprio io su tutto ciò che sta intorno, garantisce la propria inviolabilità, in un gioco di apparenti contrasti, dove la fuga ritaglia lacerti di salvezza, sia un sogno o una speranza: la morte come avventura della ragione, certezza metafisica di chi comprende quanto tutto sia incerto:
Sconvolto correvo per le vie,allungavo la falcatae correvosempre più veloce,correvo……la vita mi scorciò per sempre.Ora son gl’altria cantar le mie pene.Forse
Una freschezza adolescenziale nei versi di Spurio calibrati da una scelta originale delle parole e dei contesti, vibrati da una emozione che cerca di mascherarsi nella penombra di riferimenti nietzschiani, dove l’uomo si libera da ogni forma di trascendenza, arrendendosi al non senso oltre l’essere
Riflettei sulla storiache raggruma cancrenee che defluisce in sbocchie che mai riporta la vittoria
e l’avventura della ragione sembra proteggere l’assurdo del non voler alzare gli occhi al cielo per paura di dover credere
inghiottivo veloci preghieresconclusionate, sorte per casoe affinché non prendessero il sopravvento,m’aggiravo per la casabestemmiando un qualcuno
Ma si tratta di vivere e pensare con questo strazio: per Lorenzo che con l’acutezza della luce intellettuale sembra surrogarsi nel pensiero di Camus quando ipotizza che il senso delle cose sia irrimediabilmente perduto e che l’uomo sia solo con il proprio desiderio di comprensione è un attimo in cui si smarrisce, in cui le immagini si dissolvono una nell’altra, esiste la possibilità di dare un senso all’esistenza
La battaglia si vince solo intentandola.
anzichè
Il mondo, un luogo di transito in cui la voce del ribelle deve farsi corale, anche se non si attende risposte
Negli interstizi della realtà che continua a scorrere, si avverte il tormento, che va oltre la monade della materia, e che si spinge verso un regno dove qualcosa salva dal disfacimento e dalla finitezza umana, con impressa nell’adynaton la tensione verso l’elevazione dello spirito:
Cristo si stropicciava gli occhi in un Golgota di cartapesta,
ma “In cattedrale si suicida uno scrittore”
per sdegnare il tormentodi gravosi e disoneste leggicontro-natura, che spaccanola Sacra Famigliae demoralizzano il tragicomicodella vita d’oggipassando per la farsae riducendo tutto in burle
ispirandosi allo scrittore francese Dominique Venner, suicida in Notre Dame, che annotava disperato come per scuotere il mondo dalla la letargia siano necessari e vitali gesti capaci di scuotere le coscienze risvegliando la memoria delle nostre origini, Lorenzo Spurio entra nell’anima, nelle sue galassie, nelle sue tensioni profetiche e quella che appare una fuga dalla speranza si fa catarsi del marchio di Caino:
Lo sprezzante caudilloera stato messo in ginocchionon da armi o minacce,ma dall’inesorabile esistenza.
Così Lorenzo gioca la sua poetica tra dirompenze metonimiche, intonazioni solenni, lucide e crude esegesi, con analisi abbaglianti come squarci di sole nel Kali yuga della ragione: illuminazione caravaggesca prestata alle parole.
Verranno conferiti inoltre medaglie e diplomi alle Menzioni d’Onore e ai Segnalati le cui poesie saranno pubblicate nella antologia del premio. I proventi derivanti dalla antologia del Premio saranno donati alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).
“Dolce terra di marca, fiabe popolari marchigiane”
Le fiabe popolari mantengono nel nostro tempo la capacità di incantare. Le innumerevoli trasposizioni e trascrizioni, le opere teatrali, multimediali, i film, in cui vengono continuamente riproposte, testimoniano la loro vitalità. La fiaba parla all’immaginario degli uomini, apre alternative alla realtà quotidiana con un linguaggio schietto, immediato, essenziale. Dolce terra di Marca raccoglie le fiabe marchigiane nel dialetto con cui sono state trascritte dalla viva voce del popolo da parte di studiosi quali Antonio Gianandrea, Guido Vitaletti, Luigi Mannocchi, con accanto una trascrizione nell’italiano corrente per la comprensione di termini dialettali inusitati, a volte sconosciuti. Ogni fiaba è corredata da note di lettura, proposte per cogliere con immediatezza contenuti originali, suggestioni, aspetti di contesto territoriale.
Ad illustrare i testi, le immagini curate dagli studenti della Scuola Internazionale di Comics di Jesi che hanno interpretato i racconti con una prospettiva di lettura originale e contemporanea. Laura Borgiani, Flavia Emanuelli, Mirella Mazzarini, marchigiane, hanno collaborato, per una specializzazione post-laurea, ad uno studio di analisi sulla fiaba popolare delle Marche. A distanza di anni si sono ritrovate dopo esperienze di lavoro differenti, a lavorare intorno alla fiaba di tradizione marchigiana per riscoprirne il valore e la vitalità. Ne è nato il progetto di favorire la conoscenza e la diffusione di un patrimonio di memoria legato all’identità del territorio.