L’antologia di autrici marchigiane “Femminile plurale” presentata a Jesi sabato 15.11.2014

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Jesi

 Galleria degli stucchi – Palazzo Pianetti

sabato 15 novembre ore 17

 

Femminile plurale

Le donne scrivono le Marche 

 un’antologia a cura di Cristina Babino

Con il patrocinio del Comune di Jesi e la collaborazione della Casa delle Donne di Jesi, Palazzo Pianetti riapre le porte a un nostro libro. L’antologia a cura di Cristina Babino sarà infatti presentata nella splendida cornice della Galleria degli stucchi; saranno presenti alcune delle diciassette autrici e introdurrà Tullio Bugari, dell’Arci Jesi-Fabriano.  copertina “Femminile plurale” raccoglie prose di Cristina Babino, Maria Angela Bedini, Allì Caracciolo, Alessandra Carnaroli, Elena Frontaloni, Maria Lenti, Enrica Loggi, Maria Grazia Maiorino, Franca Mancinelli, Caterina Morgantini, Renata Morresi, Natalia Paci, Anuska Pambianchi, Daniela Simoni, Eleonora Tamburrini, Lucia Tancredi, Luana Trapè. Il progetto sostiene l’attività dei centri antiviolenza delle Marche cui devolve parte del ricavato. http://www.vydia.it/femminile-plurale-le-donne-scrivono-le-marche/. Dalla introduzione di CRISTINA BABINO, curatrice dell’antologia: “ Totale libertà è stata lasciata a ciascuna autrice per quanto riguarda il tema da affrontare, lo stile e l’approccio (chi più analitico, chi più narrativo, chi più intimista e introspettivo) con cui interpretarlo. Con l’obiettivo di riflettere nelle scritture che compongono l’antologia il carattere composito della regione, la sua complessità identitaria, il suo eclettismo dissimulato e minimale, si è inteso affidarsi completamente all’estro, al talento e all’autonomia creativa di ognuna: per questo il volume presenta un assortimento ricchissimo di generi e di voci, dal racconto al saggio letterario, dalla prosa d’arte alla scrittura di attualità. Una molteplicità di stili e contenuti che costituisce il punto di forza di questa pubblicazione, esattamente come la pluralità è carattere peculiare della regione Marche.

Lorenzo Spurio intervista il poeta Rodolfo Vettorello

LS: Nella poesia “Il mio Moleskine”, che contiene una sorta di manifesto della sua poetica, scrive: «La poesia/ se mi cerca mi trova/ di certo/ perché sono in attesa»[1]. Questo evidenzia quanto l’atto creativo non possa né debba avvenire su committenza o con ragionevolezza, mettendosi a tavolino per scrivere qualcosa. La poesia, l’inspirazione, arrivano velocemente come una folata di vento –sembra dirci- ed è pertanto importantissimo avere i mezzi e le facoltà per coglierla e saperla trasmettere. Le è mai successo di aver percepito un’idea, una sensazione che poi, al momento della stesura sulla carta era già svanita e la poesia si è persa nell’aere? Può spiegarci qual è il suo rapporto con l’atto di scrittura?

RV: Scrivere poesia è come mettersi all’ascolto, si dice. Una bella metafora che però non è la verità. Nessuno regala nulla, la poesia è sedimentazione della propria esperienza personale e ciò che ci pare arrivare dall’ignoto è frutto di ciò che abbiamo costruito nel tempo. La poesia non è solo flusso di coscienza, è anche lavorio paziente e metodico perché ciò che viene dall’inconscio prenda la forma adatta. La spontaneità della poesia va costruita. Sembra un paradosso, ma è una verità o almeno la mia verità.

   

2234170_origLS: Nella Sua produzione ci sono varie liriche ispirate a delle città che ha avuto modo di visitare, come quella dedicata a Teramo, a Orvieto da lei descritta come «quella dama ingioiellata»[2]e Tivoli. Non ho trovato delle poesie chiaramente ispirate alla città di Milano di cui è figlio adottivo e dove vive da moltissimi anni anche se in varie liriche si notano chiari riferimenti come quando in “Il gioco a Monopoli” scrive: «A Milano ogni cosa è diversa,/ così stretto lo spazio che resta/ tra una casa e una casa./ Tutta gente che passa/ ma nessuno che bussi alla porta. Non conosco il vicino/ di quell’uscio qui accanto»[3] o quando in “Crete senesi” osserva «[la] città che pare/ l’anticamera angusta dell’inferno,/ una bolgia dantesca/ come di api dentro un alveare».[4] In altre parole Milano è affrescata come una città spersonalizzante, che non favorisce i contatti tra persone, alienante, quasi egoistica nei suoi fiorenti affari e commerci, poco attenta alla riscoperta dell’animo autentico e dello spirito di convivialità che, invece, ha sempre connotato le campagne, rumorosa, accalcata, in grado di rendere l’uomo una sorta di automa. E’ giusta questa mia lettura oppure c’è dell’altro? Come considera Milano nel nostro oggi?

RV: Milano è una presenza limitata nella mia poesia perché Milano è la realtà concreta e la poesia preferisce alludere quasi sempre a un altrove. Un luogo e un tempo irraggiungibile e impraticabile dove immaginare possa esistere quello che sogniamo. E’ un po’ la stessa sorte che tocca a un amore vero e concreto che ti vive accanto, rispetto ad amori sperati, sognati o evocati. Milano, oggi come ieri, ha una sua poesia. La poesia colta così bene da Jannacci che sono andato a salutare poche settimane fa al Teatro Dal Verme.

 

 

 LS: In molti poeti e scrittori è spesso evidente e a volte palese il riferimento e l’ispirazione ad alcune correnti letterarie e ad alcuni artisti. Leggendo la sua poesia, invece, non ho notato chiari rimandi a letterati, né vi sono citazioni in esergo, dediche, poesie d’encomio o celebrative e quant’altro. Quali sono i poeti –sia vivi che scomparsi- che Lei considera i più grandi e che molto hanno significato nel suo percorso di fare poesia? Ha avuto l’occasione di conoscere personalmente qualcuno di essi?

RV: Non esisterebbe la poesia moderna senza Leopardi ma senza scomodare l’Empireo, ho fatto molto spesso citazioni specie di Montale di cui condivido la disperazione quieta e l’espressione poetica. Amo Luzi per la sua classicità luminosa e abbagliante, amo la Spaziani, che ho conosciuto, per il suo rigore formale. Ho per amici Davide Rondoni che amo per le sue tematiche e la limpidezza lessicale e Paolo Ruffilli, un fratello, che ha riconosciuto alla mia poesia una certa consonanza con i suoi temi e le sue modalità espressive. Di lui condivido l’idea che la poesia è l’arte del “togliere” per arrivare a una concisione che, secondo le intenzioni del poeta, può sconfinare in un controllato ermetismo.

   

LS:  Corrado Govoni (1884-1965) fu amico di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), padre del futurismo, e collaborò a varie riviste letterarie di spessore tra cui le celebri Lacerba (diretta da Soffici e Papini, a Firenze) e La Voce (fondata da Prezzolini e Papini, a Firenze). Della sua produzione si distinguono varie fase poetiche tra cui quella crepuscolare, quella futurista (si ricordi le “poesie visive” come “Il Palombaro”) e quella di un personalissimo “ritorno all’ordine”.[5] Le propongo la lettura di “Crepuscolo ferrarese”[6] tratta dalla raccolta I fuochi d’artifizio (1905) dove si respira, già dal titolo, l’atmosfera mesta e crepuscolare di cui Govoni fu caposcuola fiorentino. Che cosa ne pensa di questa poesia? Può darci un suo commento?

 

Il mao si stira sopra il davanzale
sbadigliando nel vetro lagrimale.
 
Nella muscosa pentola d’argilla
il geranio rinfresca i fiori lilla.
 
La tenda della camera sciorina
le sue rose di fine mussolina.
 
I ritratti, che sanno tante storie,
son disposti a ventaglio di memorie.
 
Nella bonaccia della psiche ornata
il lume sembra una nave affondata.
 
Sul tetto d’una prossima chiesuola,
sopra una pertica, una ventarola
 
agita l’ali, come un uccelletto
che in un laccio pel piede sia stretto.
 
Altissimi, per l’aria, dai bastioni,
capriolano fantastici aquiloni.
 
Le rondini bisbigliano nel nido.
Un grillo, dentro l’orto, fa il suo strido.
 
Il cielo chiude nella rete d’oro
la terra, come un insetto canoro.
 
Dentro lo specchio, tra giallastre spume,
ritorna a galla il polipo del lume.
 
La tristezza s’appoggia a una spalliera,
mentre le chiese cullano la sera.

  

RV: Una modalità espressiva delicata che trova il suo apice nei due bellissimi versi finali: «La tristezza s’appoggia a una spalliera/ mentre le chiese cullano la sera». Per il resto mi intriga l’insistenza ossessiva delle rime baciate, a tratti con una valenza ironica che è tipica di molto decadentismo. Per la mia cura maniacale della forma mi devo soffermare sul verso «la terra, come un insetto canoro». Rilevo che avendo accenti tonici, oltre che alla decima, anche alla quinta e settima sillaba, il verso si configura come endecasillabo non canonico. Da qui la sua sonorità non del tutto gradevole.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un commento è “I poeti vanno”[7] del poeta palermitano Lucio Zinna[8], direttore della rivista “Quaderni di Arenaria”:

 

I poeti vanno
lungo le strade della poesia
se il vento li accompagna
arrivano ovunque
vanificando transenne.
 
I poeti sanno
di altre strade e altro vento
di percorsi sghembi
dai fossati impraticabili
e li attraversano
perché sia tutto tentato
ogni viaggio sempre
nel verso del verso.

 

RV: Non mi piace la retorica dei poeti che “vanno lungo le strade della poesia”. La scrittura verticale poi non fa di un pensiero prosastico una poesia. Il risultato non è nemmeno “versificazione”, perché le frasi poetiche sono versi solo se la loro musicalità è sostenuta da corrette accentuazioni. E non paia questa considerazione una forma di nostalgia passatista; Montale, Caproni, Quasimodo, Ungaretti, Luzi, Raboni, Ruffilli e tutti i più grandi hanno elaborato contenuti poetici con versi liberi ma versi, come testimonia la musicalità della loro espressione. Parlo di questa singola poesia e senza pregiudizio alcuno per la produzione poetica generale di Lucio Zinna, poeta affermato.

  

  

LS: La sua poetica, molto evocativa, parte dall’analisi del quotidiano e naviga tra la semplicità e la purezza di ricordi inamidati e il presente, spesso troppo rumoroso e spersonalizzante. Ci sono liriche in cui parla dell’inquinamento, altre in cui affronta, invece, episodi della cronaca che fanno della sua scrittura una poesia molto reale, vivida e attaccata al mondo di tutti i giorni. Che cosa ne pensa, invece, della poesia ermetica, mi sento di dire tendenzialmente estranea al suo modo di poetare?

RV: La mia poesia, come la mia vita, è in evoluzione e i miei interessi poetici come quelli esistenziali sono molteplici e determinati dal momento contingente. Considero importante per me una crescente apertura verso il sociale o più specificatamente la sofferenza degli altri. Amo infinitamente la poesia ermetica e spesso anche la mia poesia nasce con una profonda cripticità, dettata dal mio vissuto che non vorrebbe rivelarsi più di tanto. Poiché poi considero la poesia una forma superiore di comunicazione esercito le mie capacità lessicali e critiche per rendere più comunicabili le mie emozioni e sensazioni. Ritengo corretto arrivare a un ermetismo controllato o a una espressività contenuta attraverso il lavorio del dire e del togliere, come ho precisato più sopra, affinché la comunicazione avvenga senza equivoci ermetici ma anche senza prolissità contrarie alla poesia stessa.

 

 LS: Purtroppo puntualmente la cronaca ci informa di desolanti casi d’ingiustizia sociale: forme di prevaricazione, bullismo, violenza sulle donne, episodi di xenofobia, imposizioni di organizzazioni malavitose, tratta dell’essere umano e tanto altro che rendono palese quanto la mente umana possa essere fautrice di reati che, analizzati da un punto di vista cristiano, si configurano anche come dei gravi peccati. Di fronte ad omicidi, abusi e violenze e dinanzi alla constatazione della inefficacia della giustizia dei popoli, spesso si invoca la giustizia di Dio, sicuri che nell’aldilà sarà Lui a garantire eguaglianza ed equanimità. Che cosa ne pensa di tutto ciò? Lei è credente e condivide questo pensiero?

RV: Affrontare temi di forte emotività è una grande sfida per la poesia. Il rischio è di cadere nella retorica o  peggio ancora nell’enfasi declamatoria. Ho corso diverse volte questo rischio trascinato da emozioni vere dettate da un fatto di cronaca o di tipo personale. Ho fortunatamente avuto dei riscontri positivi quanto a trasmissione dell’emozione con modalità misurate, controllate e rispettose del dolore altrui. Citerò solo la poesia “Rajm-Lapidazione”. Ho chiamato spesso in causa il Creatore davanti a episodi inaccettabili per la nostra coscienza e mi sono dato la sola risposta possibile per la mia fede incredula. Sono un credente problematico che aspira a una fede senza domande.

 

 LS: Il poeta dialettale romano Giorgio Carpaneto (1923-2009) parlando della poesia, in una intervista ha definito le caratteristiche e le prerogative del poeta d’oggi sostenendo: «Il poeta deve recepire gli stati d’animo, le aspirazioni, le incertezze, le ansie degli uomini che vivono intorno. Deve interpretare, comprendere, consolare, confortare le creature umane del suo tempo con i suoi versi, veri messaggi fraterni; mai abbandonarle, perché sarebbe un rinnegare la sua vera missione».[12] Che cosa ne pensa a riguardo?

RV: Il poeta non deve nulla, non gli è stato affidato nessun compito o missione esplicita da nessuno. Ho scritto da qualche parte che i poeti non servono a nulla, in fondo come le farfalle e l’arcobaleno. Si scrive poesia perché non si sa fare niente altro che ci sembri “bello” anche se inutile.

   

LS: Lei è presente come  membro di giuria in numerosi concorsi letterari nazionali di ampia caratura, tra cui il premio Thesaurus ideato proprio da Lei che ha cadenza annuale. In molti, anche scrittori che possono dirsi fuori dal canone di “esordienti”, non amano partecipare ai concorsi perché li reputano un’insulsa competizione  che non serve all’autore e hanno addotto che ciò che è meritevole nel curriculum di un autore sono le pubblicazioni e la loro diffusione, piuttosto che la presenza in antologie del premio. Quanto è importante la partecipazione ai concorsi letterari per l’esordiente secondo Lei? Quali sono le ragioni per le quali un esordiente dovrebbe “giocarsi” anche questa carta?

RV: Al Premio Cattolica, trenta e più anni orsono, erano insieme in giuria Montale, Quasimodo e Ungaretti, (almeno si dice), in molti premi più attuali sono in giuria i grandi del momento: Rondoni, Piersanti, Ruffilli, Spaziani, Calabrò, De Signoribus e tanti altri e questi stessi sono a loro volta concorrenti in tanti premi letterari e questo la dice lunga sull’interesse dei Concorsi. La competizione e il confronto fra gli autori sono una sfida che ha valore in tutti campi. Di grande interesse i Concorsi che offrono al vincitore, come premio, la pubblicazione. Una raccolta di poesia che derivi da questa selezione ha sicuramente più valore di un’opera pubblicata a spese dell’autore. Il narcisismo di molti produce una mole infinita di cattiva poesia che autori di nessun valore e incapaci di confrontarsi con la realtà, immettono in tanti piccoli e insignificanti circuiti anche attraverso presentazioni e pubblicità ossessiva.

La poesia che ottiene riconoscimenti ha normalmente anche dei lettori, per via della sua leggibilità. La poesia che alcuni impropriamente chiamano “difficile” si muove nel ristretto ambito degli addetti ai lavori, si fa forza dell’autoreferenzialità e del voto di scambio e si trincera dietro il velario della poesia d’elite.  Di fatto deprime la domanda di poesia e allontana i possibili lettori dalla già ristretta nicchia degli amanti della materia.

 

 

Milano, 10 maggio 2013

 

[1] Rodolfo Vettorello, Siamo come sassi, Reggio Calabria, Leonida, 2010, p. 59.

[2] Ivi, p. 56.

[3] Rodolfo Vettorello, Contro il tempo, il tempo contro, Torino, Carta e penna, 2012, p. 10.

[4] Rodolfo Vettorello, Siamo come sassi, Reggio Calabria, Leonida, 2010, p. 79.

[5] Nella sua fase futurista il poeta si convertì in convinto nazionalista e sostenitore del regime mussoliniano, dedicando anche un poemetto al duce. La perdita del figlio in guerra, però, lo lasciò profondamente addolorato e rivide il suo pensiero politico. Al figlio dedicò Aladino (1946) dove si ravvisa un animo sofferto a tratti duro e polemico.

[6] cit. in Francesco Grisi, I crepuscolari, Roma, Newton e Compton, 1999, pp. 137-138.

[7] Lucio Zinna, Stramenia, Salerno, L’arca felice, 2010, p. 4.

[8] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[12] cit. in Fausta Genziana Le Piane, Interviste a poeti d’oggi, Comiso, Edizioni Eventualmente, 2010, p. 23.

Lutto a Macerata per la morte di Gian Mario Maulo

Gian Mario Maulo (Montecosaro, MC, 1943) , ex Sindaco della Città di Macerata e poeta finissimo, è venuto a mancare lo scorso 01.11.2014.

Qui la notizia diffusa sul Corriere Adriatico

L’uomo era solito inviare a me e ad altri contatti a mezzo mail le sue poesie che negli ultimi mesi erano marcatamente contraddistinte da un tono cupo e un senso vicino della morte. Ci ha lasciati ieri e l’ultima poesia mi è giunta per mezzo di un messaggio di Sua figlia che, pure, ne annunciava la dipartita.

Questa l’ultima poesia di una grande anima sensibile al prossimo, di un letterato lucido e dalle grandi doti umane e solidali.

 

La poesia che papà aveva deciso di inviarvi oggi.
I funerali si terranno lunedì alle 15 alla Chiesa Santa Madre di Dio. Non fiori, ma opere di bene.

braccia da orante e radici immense

ALBERO  DI  VITA
 
Non amo il vento in cima alla collina
e novembre gravido di nebbia nella tomba
né i crisantemi densi di paura
sbocciati ai vivi e subito recisi:
 
 
vorrei per manto di riposo un prato
e un albero di ulivo con le braccia
da orante e le radici immense;
 
 
non abito parole di bronzo
e loculi in cemento armato:
 
 
la mia casa è una lingua di fuoco
attinta al cero della pasqua
                              a primavera
quando la morte
non recide la vita ma la compie.

“Deltaplano” di Michele Miano. Recensione di Lorenzo Spurio

Deltaplano
di Michele Miano
Introduzione di Davide Foschi
BastogiLibri, Roma, 2014
ISBN: 9788898457595
Pagine: 43
Costo: 8€
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
 
Un oceano di silenzio è muro
di queste illusioni
cassa ridondante di echi ormai lontani. (14)
 

Se è vero che qua e là nella poetica di Miano si ravvisano immagini in qualche modo funeste, collegate a un cupo sentire il dolore e la morte, come avviene nella lirica “Primavera” in cui la nuova stagione che si caratterizza per la rinascita dell’ambiente è collegata a immagini dure quali i “morsi di gelo”, le “profonde solitudini” e il tagliente “filo di vento”, non è mai un dolore che deprime o che angoscia il Nostro né il lettore che ne sperimenta la lettura perché mitigato dall’esperienza e fautore della costruzione di immagini. Michele Miano è un maestro nel plasmare la materia; ed è così che l’infinità della volta celeste diventa un mare in cui le stelle finiscono per annegarsi, per perdersi, fluttuare un po’ difficilmente, prima di inabissarsi completamente in quel blu denso e fagocitante (“Verso sera”, p. 7)

Il vento nelle liriche del Nostro non è mai portatore di una forza distruttiva o di un soffiare imperterrito, ma piuttosto è un residuo di vento, una ventilazione languida come il “filo di vento” (8), “un alito di vento” (9), “l’aria tiepida” (9) che ne caratterizza la mitezza degli ambienti e descrive questo aerare come lieve, appena percettibile. Gli spazi vengono descritti sempre da chi li abita, ed ecco allora che si incontreranno colombi, farfalle, ma anche germogli che lentamente crescono, proprio come le strilla di un ragazzino che gioca.

L’impiego nel lessico di una dimensione dicotomica o ossimorica è prevalente nella scrittura di Miano dove, come già detto, troviamo primavere di dolore, o “amaro miele” (11) ed ancora la sonnolenza di un’esistenza vissuta (s)regolatamente (“in bilico sul baratro”, 13) alla quale segue una nuova alba, fonte di un rinnovato auspicio e motivo di compiacimento con la natura tutta.

Non c’è nelle liriche di Miano la criticità che ci si aspetterebbe in un autore erudito che osserva il mondo e lo descrive vagliato dalla sperimentazione di certi sentimenti; ne consegue che non è propriamente esatto parlare di ermetismo della sua poetica perché non vi ravvedo il pessimismo di fondo; le immagini, laddove sono gravate di un sentimento esistenziale che potrebbe essere improntato alla desolazione, finiscono invece per essere impiegate come da contro-canto allo sviluppo della lirica e delle suggestioni sulle quali essa si regge.

La temporalità degli eventi nella poesia di Miano sembra essere sospesa e pare che l’autore l’abbia volutamente tale poiché non ci si sofferma mai con precisione e si configura come una sospensione del tempo; il Nostro è convinto che quando il ricordo è vivido e quando il sentimento è eternante, allora le categorie temporali non esistono e c’è un interscambio continuo ed efficace tra passato e presente: “E il giorno è come la notte/ la notte è come il giorno” (15).

Nel volume c’è anche spazio per un Miano indignato che denuncia le ambiguità del presente, le storture della vita contemporanea dove il Natale, emblema di pace, condivisione e speranza, ha una doppia natura: felice e agiato per i “ricchi e i grassi” e indecente e una giornata sventurata come tante per i “poveri e [i] reietti” (10). Il poeta è anche espressione del tempo in cui vive del quale non manca di osservare una certa delusione nei confronti della disagiata condizione sociale del presente, tanto morale quanto economica (parla di “clienti insolventi”, 20; di “paese di morti di fame”, 24; di “[persone] aggrovigliat[e] nella lotta per il boccone quotidiano”, 25). Non è sufficiente –sembra dirci Miano sussurrando all’orecchio- perseguire alacremente solo i propri interessi personali e fondare una ideologia del sé quando il mondo è società, senso di comunità e bisogno di condivisione. E’ così che dedica dei versi anche a tutti coloro che per mille ragioni non hanno voce –vuoi perché silenziati o censurati, vuoi perché perseguitati, massacrati od uccisi-: “Per frantumare il silenzio/ è necessario il coro degli angeli,/ grido senza voce dei condannati,/ gemito dei non nati./ Filastrocche mai cantate dagli uomini” (22).

Nella mente dell’io lirico c’è vita in tutto e per queste ragioni è possibile percepire la voce anche delle cose, dell’immateriale e dell’astratto, laddove siamo capaci di costruire un saldo legame con l’atto esperenziale e l’epifania del sentimento e vivificare in questa maniera immagini (illusorie) ed emozioni (evanescenti); il poeta è in grado di cogliere il “mormorio delle cose e dei ricordi” (18).

E’ così che Miano afferra e viviseziona il “nervo delle cose” (17) e istituisce quel necessario patto con il concreto, con la vita di tutti i giorni, fatta di intervalli di pace e delusioni che lui consacra sinteticamente nell’ “armistizio con la realtà” (26). Armistizio che è possibile solo laddove si abbia reale coscienza del proprio stato e una confidenza con se stessi che renda capaci di osservare il mondo che ci circonda con giustizia e curiosità nelle sue tante disparità e degenerazioni. Solo in questo modo è possibile, allora, scoprirsi uomini e donne completi che posseggono la fioca fiamma di una lanterna per svelare il difficile “sillogismo dell’esistenza” (17).

Un libro che offre validi spunti di riflessione e di autoanalisi, assieme a un insegnamento profondo che arricchisce la coscienza e la denuda nei confronti del reale: “Questa strada senza sole/ afflitta di nubi, dal frastuono della sera” (31) che è la vita, è il percorso che ci è stato dato e che dobbiamo onorare a chi ci ha voluti nel mondo, in questo “tempo balordo” (35) dal quale l’autore spera si risolleverà.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 28.10.2014

:: Stupeus: La festa e la lontananza – Recensione-intervista a Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, curatrici dell’antologia “Poeti della lontananza” (Marco Saya, 2014) a cura di Federica D’Amato

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poeti_lont_copertinaPoeti della lontananza è il titolo – felicissimo – che le critiche letterarie Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli hanno scelto per un’antologia appena pubblicata dalla Marco Saya Edizioni. Titolo felice perché evocativo non solo il piglio acustico e originario della tradizione poetica occidentale, ma nello specifico perché riferito a un’alterità che tra le pagine si fa tema e metodo: principio agglutinante la lingua d’esilio dei poeti antologizzati, e vera e propria “festa della critica” a cui Sonia ed Antonella fanno approdare il lettore con le loro ricognizioni ermeneutiche. Sette i poeti che tra queste pagine si scambiano il testimone della lontananza, in quell’”atletica dell’esilio” forgiata dal fuoco vivo del dialetto, dal fuoco calmo del ricordo. Omar Ghiani, Domenico Ingenito, Francesco Terzago, Antonio Bux, Ianus Pravo, Michele Porsia, Alessandro De Francesco declinano così una eterogenea fenomenologia dell’assenza, espressa da esperienze scrittorie certo cangianti, sebbene accomunate da un compatto principio di distanza…

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“Borghi, città e periferie: l’antologia poetica del dinamismo urbano”: come partecipare

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Scopo della antologia è selezionare e raccogliere un congruo numero di poesie di autori appartenenti alle varie realtà geografiche nazionali e internazionali in cui i testi siano incentrati, ispirati o abbiano degli elementi di rimando al mondo della vita cittadina, riferimenti all’universo delle nostre strade, piazze, giardini pubblici e alla ricchezza architettonica o, al contrario, all’indagine dei casi di disagio, rischio, condizioni di marginalità,…

Modalità di partecipazione

 

1. La partecipazione alla antologia è gratuita; coloro che verranno selezionati saranno tenuti ad acquistare un tot di copie a un prezzo fisso secondo le modalità di seguito elencate.

2. Ogni poeta potrà inviare un massimo di 4 poesie in formato Word (ciascuna poesia non dovrà superare i 30 versi di lunghezza) accompagnate da un proprio profilo bio-bibliografico di massimo 20 righe Times New Roman pt. 12 e un file contenente i propri dati personali (nome, cognome, indirizzo di residenza, numero di telefono, mail e l’autorizzazione contenuta al punto 3. del presente bando).

3. L’autorizzazione da includere nella scheda dei dati è la seguente:
“Dichiaro che i seguenti testi sono frutto del mio ingegno e che sono l’unico autore”.

4. I materiali dovranno essere inviati a mezzo posta elettronica a lorenzo.spurio@alice.it entro il 31 dicembre 2014.

5. L’antologia finale verrà pubblicata da Agemina Edizioni (Firenze) e presenterà un numero di autori non inferiore a 30. La curatela del progetto sarà dello scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio, al quale si rimanda per eventuali richieste di informazioni sull’iniziativa.

6. Gli autori che verranno selezionati per questo tipo di progetto verranno contattati a mezzo mail a Gennaio 2015 e agli stessi verrà richiesto di sottoscrivere un modulo di liberatoria per l’impegno all’acquisto della antologia: 3 copie dell’antologia a prezzo definitivo di 35 € (comprese le relative spese di spedizione del plico con sistema di spedizione raccomandato).

7. E’ richiesto di inviare materiale moralmente responsabile, ossia che non offenda la morale, la religione e che non sia portavoce di discriminazione di ciascun tipo.

8. L’antologia, essendo dotata di regolare codice identificativo ISBN, sarà messa sul mercato e diffusa anche attraverso i siti di vendita di libri.

9. A seconda della disponibilità dei vari autori antologizzati è in cantiere una presentazione del volume da farsi nella primavera del 2015.

Scarica il bando di partecipazione in formato pdf: https://drive.google.com/file/d/0BxDDJYZuD_i8Rm9PYnNNclVQdE0/view?usp=sharing

Evento FB

Info: lorenzo.spurio@alice.it

Giovanni Chiellino su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio,  NEOPLASIE CIVILI

Edizioni Agemina FIRENZE  2014  € 10,00

 

Recensione di Giovanni Chiellino

 

cover front (1)Molti anni fa mi divertivo a scrivere Haiku e fra i tanti, alcuni pubblicati, uno recitava: “ Buca la neve /il fiore delle Alpi / e guarda il sole. 

Mi è venuto in mente leggendo i versi  di Lorenzo Spurio, un giovane poeta  che affronta il testo poetico guardando spesso con ironia o amaro sarcasmo la cruda realtà del vivere: “ Un camion betoniera m’occultò/ la vista verso il parco//  L’intonaco fradicio dalla recente pioggia / 

sembrava una spugna di sangue //gridai senza voce una qualche ballata/

dal ritornello enigmatico” (Giù la serranda) e chiudendo a volte, ma raramente, la composizione o restando nella consistenza di un realismo lucido e per questo razionale o abbandonandosi a una fuga nel sogno, a una speranza, a un’illusione di felicità o, spesso, a un realismo che supera i limiti della stessa realtà: “Le lacrime di un popolo/ scivolano copiose, per un momento;/ quelle di una madre/ non trovano fine.” (A una madre) per aprirsi a una intuizione di vita altra. Come il fiore delle alpi buca il gelido strato delle nevi per offrirsi al sole, Spurio attraversa la realtà del vivere per seguire una traiettoria di sogno, una proiezione nell’oltre , mentre è chiaro nei suoi versi il peso del reale, per cui la vita altra si coglie qua e là, s’intuisce  come una presenza di confronto: “ e quel cuore indomito,/ calamita a quello dei deboli/ non aveva perduto la carica” (Verde per sempre);  “I bambini rubavano il mare/ con gli occhi bagnati” (Piazza Tahrir)  e, a volte,  come una frustata di amara  ironia: “Alla fiera della vanità/ un viados comprava / caramelle alla fragola per suo figlio./ Io le presi al limone    (Verità talmente vere …)  o, ancora, come dura presa di coscienza che anche la bellezza e il profumo di un fiore possano nascondere un seme di tristezza: “Ho odorato ancora il fiore /accorgendomi che esalava tristezza/ e bisogno d’amore” (Il fiore giallo). Anche “un gatto senza coda/ (che) correva baldanzoso/zampettando felice” può aprire finestre di una trattenuta, o del tutto inconsapevole, malinconia.

Ed è un amaro rigurgito di sconforto e sofferenza osservare che: ”I bambini giocavano addolorati/ fra le pozzanghere nere/ senza fine”.

(Polvere e sangue) mentre il divino si piega sull’umana violenza incapace di redimerla per cui si abbandona al più umano dei sentimenti: il pianto “e Dio piangeva a fiumi,/genuflesso sui carboni ardenti.”.       (Ritornato sei !)  La grande sensibilità umana di Spurio si allarga e avvolge, in un abbraccio fraterno, i tanti profughi che affrontano le insidie del mare per fuggire da un mondo per loro inospitale.

Si emoziona il poeta a vedere “Polpastrelli dalle impronte/ slavate dal mare/ e stinti per sempre/ (che) affioravano ora qui, ora là” (Ora qui, ora là) o come ne (Il laido timoniere) , dove un maldestro e incosciente Capitano provocò per una errata manovra, il ribaltamento della nave e la morte di moltissimi giovani studenti in gita scolastica.

Da composizione a composizione, di verso in verso, l’autore snocciola pene e misfatti che sconvolgono l’umanità finché l’annoiata Atropo non decide di tagliare “senza pietà”  il filo della vita.

Si chiude, a questo punto, il canto amaro e realistico di Lorenzo Spurio che, avvalendosi di un linguaggio scarno ma sommamente efficace e di uno sguardo intellettivo penetrante e rivelatore del male nel cui Humus trovano nutrimento le radici di una umanità spesso disorientata e allo sbando, ci racconta dell’uomo e del suo viaggio.

Solo uno sguardo chiaro sull’esserci e un atto d’amore verso il “terreno” che ci sostiene e ci nutre, può rigenerarci.

“M’inginocchiai e baciai la terra / chiedendole scusa; /impastai terriccio e saliva/ e nel mentre dall’alto/ una pioggia acuminata/ m’infilzò dappertutto/ e mi rigenerò.” (Colloquio). Il poeta, e quindi la Poesia, riproduce in piccolo l’atto creativo di Dio.

 

Giovanni Chiellino

15-10-2014   

I Premio Letterario “Città di Fermo” – il bando di partecipazione

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La Libera Associazione Culturale ARMONICA-MENTE di Fermo presieduta da Nunzia Luciani, con il Patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Fermo e del  Comune di Fermo, indice la Prima Edizione del Premio Letterario “Città di Fermo” regolamentato dal presente bando di concorso.

 

 

  1. Il Premio letterario è articolato in due sezioni:

Sezione A – Poesia a tema libero

Sezione B – Racconto a tema libero

Non verranno accettati testi in dialetto o in lingue diverse dall’italiano.

Il genere letterario dell’haiku non verrà considerato collocabile all’interno della sezione A.

Si potrà partecipare con poesie e racconti –sia editi che inediti- ma nel caso degli editi non dovranno aver conseguito un 1°, 2°, 3° premio in precedenti concorsi letterari.

 

  1. Per la sezione Poesia si potrà partecipare inviando un unico testo poetico munito di titolo, che non dovrà superare i 35 versi di lunghezza (senza conteggiare le spaziature tra strofe).

 

  1. Per la sezione Racconto si potrà partecipare inviando un unico testo narrativo munito di titolo che non dovrà superare le 4 cartelle editoriali (una cartella editoriale corrisponde a 1800 battute spazi inclusi).

 

  1. Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di 10€ per partecipare ad un’unica sezione e 15€ per partecipare ad entrambe le sezioni. Il pagamento dovrà avvenire secondo una delle modalità descritte al punto 6 del presente bando.

 

  1. Il partecipante dovrà inviare il testo che propone al concorso in 6 copie cartacee, tutte rigorosamente anonime, assieme alla ricevuta del pagamento e la scheda contenente i propri dati personali per via cartacea entro la scadenza del 30 gennaio 2015 all’indirizzo del Presidente di Giuria, indicando quale indirizzo il seguente:

 

Premio Letterario “Città di Fermo”

c/o Dott. Lorenzo Spurio 

Via Toscana 3

60035 –  Jesi (AN)

 

  1. Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

Postepay

Numero tessera: 4023 6006 6599 3632  

Intestata a Nunzia Luciani         –        CF: LCNNNZ54H48G920P

Causale:  I PREMIO LETT. “CITTÀ DI FERMO”

 

Bonifico bancario 

IBAN: IT24X0538769660000000553815

Intestato a Armonica-Mente     

Causale: I PREMIO LETT. “CITTÀ DI FERMO”

 

  1. Non saranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.

 

  1. La Commissione di giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario legato alla Regione Marche:

Sezione A – Poesia –

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

Susanna Polimanti – Presidente del Premio

Lella De Marchi – Componente

Asmae Dachan – Componente

Renata Morresi – Componente

Cinzia Franceschelli – Componente

 

Sezione B – Racconto-

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

Susanna Polimanti – Presidente del Premio

Marco Rotunno – Componente

Fabiano Del Papa – Componente

Cesare Catà – Componente

Luca Rachetta – Componente

 

Il giudizio della Giuria è definitivo e insindacabile.

 

  1. Saranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. Il Premio consisterà in:

Primo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 150€

Secondo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 100€

Terzo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e libri.

La Giuria inoltre procederà ad attribuire Menzioni d’Onore e Segnalazioni a vario titolo quali ulteriori premi, a discrezione del giudizio della Giuria.

 

  1. La cerimonia di premiazione si terrà nelle Marche, a Fermo (in un luogo che verrà indicato con precisione in un secondo momento) in un fine settimana di Maggio 2015. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

 

  1. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dall’Associazione per future edizioni del Premio.

 

  1. Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà dotato di regolare codice ISBN e che sarà presentato nel corso della premiazione.

 

  1. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

 

 

NUNZIA LUCIANI – Presidente Ass. Culturale ARMONICA-MENTE

SUSANNA POLIMANTI – Presidente del Premio

LORENZO SPURIO – Presidente di Giuria

 Scarica il bando in formato PDF

Evento FB 

Info: premiocittadifermo@gmail.com

                     

              

                                   Scheda di Partecipazione al Concorso

 

 

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura per posta entro il 30-01-2015.

 

 

Nome/Cognome _______________________________________________________________________________

Nato/a ______________________________________________ il _______________________________________

Residente in via ______________________________________Città______________________________________

Cap _______________________ Provincia _________________________Stato____________________________

Tel. ___________________________________Cell.___________________________________________________

E-mail ________________________________________Sito internet: _____________________________________

 

Partecipo alla sezione:

□ A –Poesia                                           □ B – Racconto

 

con il/i testo/i dal titolo/i__________________________________________________________________________

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Data____________________________________ Firma __________________________________

 

 

 

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.

 

 

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

 

 

 

 

Data_____________________________ Firma ____________________________

Giorgio Bàrberi Squarotti sulla poetica di Ninnj Di Stefano Busà

LA SCRITTURA di Ninnj Di Stefano Busà come risulta all’indagine esegetica della forma

saggio critico (a cura di Giorgio Bàrberi Squarotti)

                                                                                               

La parola di Ninnj Di Stefano Busà si è fatta sempre più alta, sollevandosi dal linguismo sopra le righe, già assai forte, delle prime opere, fino a raggiungere il sublime della sua ultima produzione: che va dalla ricerca del significato dell’esistenza alla riflessione più profonda e lucida, distaccata e sofferta delle vicende e delle esperienze attraversate, che talvolta sono riprese, (ri)narrate, (ri)esposte per spiegarne appieno il valore e la perdita, aggiungerne le sconfitte e le tensioni, l’esemplarità e l’inquietudine. La luce è quella della parola incomparabile: senza di essa tutto sarebbe confusione, incomprensibile caos, impossibilità a trovare valore e verità negli accadimenti così contorti, ambigui, contraddittori per il tempo umano che attraversiamo. La parola, allora, è sempre faticosa, dolorosa, ardua da tirar fuori dal magma della vita per portarla appunto alla luce del mondo, e un testo che è incluso nel libro ne è la prova evidente, poiché si conclude proprio in quella che è una dichiarazione di linguismo e una confessione di accettazione di pene, tenerezze, grazie e affanni, lacerazioni e suggestioni. Ecco, il programma scrittorio dell’autrice è di una totalità estrema, appartiene al mondo: non può disgiungersi da esso, tutto ciò che può essere sperimentato con l’anima e con i sensi, è dono di una grazia trascendente, perché la parola è dunque l’infinito strumento che può rivelarlo, raccontarlo, spiegarlo, al tempo stesso alacremente variandone le visioni, le esperienze, le capacità, gli stati d’animo del poeta, di mostrarne l’antica sua eco e la nuova scoperta. La costruzione dei testi si avvale di costanti analogie, per giungere a manifestarsi poi con ricchissime varianti, affermazioni, metafore, visioni, sentenze, similitudini, allegorie, usi e interpretazioni della parola che non mancano mai di stupire. Il punto di partenza è la constatazione di una forma o di un aspetto, di un’emozione, di una suggestione che la natura, la stagione o quant’altro trasmettono al suo repertorio. Un luogo anche minimo che la vita ci propone, e da lì, a poco a poco il discorso si sviluppa, quanto è stato visto o sentito si rivela come un messaggio, un emblema, perché il mondo non è quello che appare realistico e naturale, quando lo affronta il poeta lo sente ingannevole e denso di incognite, caotico, contraddittorio, e non è mai ingenua e sentimentale la poetica che origina da una sensibilità extra, quasi in interiore, scavando nelle ambiguità dell’essere la sostanza fruibile della sua bellezza e del suo canto. La poesia, quando c’è va al di là degli oggetti e delle apparenze visibili, è costituita da exsempla che sollecitano immediatamente ad essere identificati. 
La natura si rivela, allora, come una sequenza affollata di segni, di tracce e Ninnj Di Stefano Busà li mostra pressoché quali rivelazioni di malessere, di disagio, pur con le dovute aperture d’ali, pur con aureole solari, nel segno di luce o di tenebra esplicita la speranza, non è mai succube dell’oscuramento, mai refrattaria al cielo. Il raffronto fra le presenze naturali delle scoperte è il riconoscimento della condizione umana di pena, (il male di vivere montaliano), però, esistono in questa scrittrice. Penso al suo ultimo romanzo, alle sue ultime opere in poesia: “la giovinezza se n’è andata.” Sono i dati di un giorno di vita, che per la potenza e la forza del pensiero e della parola, si rivelano subito come visioni metaforiche di trafitture, di disagio, di pena, che l’anima coglie in piena consapevolezza del suo status, e ne esce profondamente turbata. La metafora assume la sua forma perfetta e mirabile non solo la realtà in sé conclusa. Continua la rappresentazione della parola alta, potente: “………..” sia in versi che in prosa. Vi è l’incrinarsi dell’essere, della vita, il trasfigurarsi nell’altro cielo, quello pacificato e rasserenato che è poi l’aspirazione frequente nel discorso poetico dell’autrice, ma a fronte ha sempre la consapevolezza della caducità, del dolore e della fatica del quotidiano, in ogni momento la razionalità e l’intelligenza del cuore (come elle stessa le definisce). C’è in questo impegni di scrittura l’aspirazione a un labile conforto, a un’apertura d’ala, a un cielo più sereno. L’allegoria è particolarmente grandiosa e rivelatrice: il nostro corpo è l’abito minimo, come la conchiglia che vagamente aspira alla grandezza del mare aperto. E lo spirito è partecipe del divino, e l’ascensione alla trasfigurazione celeste è difficile, precaria, contraddittoria, mai ampiamente conclusa, perché il mondo offre minimi episodi di chiarezza, pochi modelli di perfezione per il conforto del cuore. Per emblemi il discorso di Ninnj Di Stefano Busà giunge all’esemplarità dei concetti. Intorno c’è il turbinare delle apparenze, delle contraddizioni che appaiono forme e vicende della natura, degl’innumerevoli episodi o esperienze umane, e di fronte, ecco le sentenze, le verità, le aspirazioni e il dolore. Non è, (si badi bene) un giudizio e una considerazione sulla propria vicenda di vita e di pensiero, ma la suprema spiegazione più logica della condizione di tutti gli uomini, fra pena che trascina l’anima nella violenza confusa delle situazioni e il volo verso l’infinito, cui l’anima “semplicetta” di ogni individuo e di cui parla Dante è orientata.
Ma è la tensione irresistibile, eppure sempre così difficile, faticosa, delusa, ferita a drenare nell’autrice il privilegio della parola. La costruzione linguistica di Ninnj Di Stefano Busà è costantemente dichiarativa, per poi svolgersi fino alla sequenza degli emblemi, delle metafore che tendono ad accogliere da un testo all’altro, e da un libro all’altro, gli aspetti e le forme dell’esperienza esistenziale, che si mantengono sempre a livelli molto alti, (bontà della parola quando è vera!) con toni sacrali, ma anche dolorosi fino a concludersi in una compresenza di immagini, di indizi che anelano alla profondità dell’anima. Il discorso non è mai dettato dalla vicenda personale del poeta, ma si esplicita come significato universale, per i tempi e i luoghi che sono del tempo stesso di contraddizione, di crisi, di assenza di valori, e quasi privi del tutto del sacro e del sublime: versi….., che iniziano da un concetto generale, per piegare quasi subito dopo all’evocazione emblematica e naturalistica del mondo, come analogia con l’umano, e proprio con quella stagione che preannuncia il germoglio  della rinascita.
Questo romanzo: Soltanto una vita, è, allora, un supremo modello di varianti che si commisura con l’abbondantissima logica del pensiero e delle proposte, uno spartito denso di concetti e di immagini, di indagini e scavi intorno all’esistente e all’assente. La scrittura di questa autrice è ben riconoscibile; è un florilegio che si avvale di un ritmo particolarmente efficace, fascinoso, che dà esiti felicemente raggiunti, ma è anche una lezione alta di letteratura per le molteplici varianti che adotta nell’elaborazione, le quali a seconda dell’esigenza del discorso, a volte, si contraggono o si prolungano, altre si armonizzano e si allineano ad atmosfere intensa, di grandissime aperture che fanno molto riflettere. Tutta la produzione di Ninnj Di Stefano Busà è un impianto straordinario, una costruzione verbale di grande afflato che stabilisce in modo forte e deciso la verità della poesia indefettibile, straordinaria, forte e potente. Questa scrittrice, lo andiamo ripetendo da anni ormai, è giunta a segnali altissimi di linguismo.

 

Giorgio Bàrberi Squarotti

Lorenzo Spurio intervista la poetessa Anna Scarpetta

 a cura di Lorenzo Spurio  

 

LS: Lei  ha  all’attivo  un vasto numero di  sillogi poetiche  e  in tempi  più recenti si è occupata anche della  scrittura  di  poesie religiose. Da  quale  bisogno nasce  la  scrittura  di  una  poesia confessionale e quale è la finalità?   

AS: Sono lieta di questa domanda che mi viene posta, non senza aver considerato che effettivamente al mio attivo ho prodotto un vasto numero  di  sillogi  poetiche; ciascuna  con  una  tematica  differente, l’una dall’altra. I titoli sono: Poesia, (esprimo in questa  silloge la bellezza  della poesia pura); Frantumi di Tempo, in cui affronto in chiave  moderna la sottile precarietà del tempo nella vita  esistenziale  coi  suoi dolori e  le sue gioie); L’Altra dimensione  della  vita, (un’altra  silloge in cui la poesia riesce a narrare, in breve, la dimensione  di  vita  vissuta, ovvero, già  trascorsa  come scorcio di  tempo-vissuto); Le voci della memoria, (una silloge in  cui  racchiudo  le voci in un  solo  afflato, per  descrivere  meglio un  nucleo  di  memoria rimasta  fortemente legata ai ricordi e all’armonia di tante  cose vissute e mai credute perdute; in versi ogni cosa descritta, a mio parere, sembra rimanere pura e intatta); Io sono soltanto un granello di  sabbia, infine, (in questa silloge il  mio   intento è  stato quello  di ringraziare  l’Iddio per il dono generoso  della  parola, profusa  in versi, in abbondanza, credo). Difatti, Marzia Carocci,  critico recensionista  molto conosciuto, in una sua breve, ma significativa, recensione, ha affermato: “Nella poesia “Io sono soltanto  un  granello  di  sabbia”, Anna Scarpetta si  inginocchia al cospetto del  Padre  ringraziandolo con  umiltà di averle  donato la capacità di esprimersi  in poesia e avvalorando il  fatto che anche un  piccolo granello  di  sabbia in   confronto   alla  vastità  di  un  deserto, può avere un  valore inestimabile” (…).

Ebbene, già da  qui  si  può  meglio  intuire come la scrittura, di Poesie religiose, in maniera costante, sia al centro dei miei reali pensieri. Tuttavia, credo che la poesia nasca, principalmente, da un forte bisogno  di  aprirsi e scaricare  ogni  tensione  o  forte emozione. E’ vero, taluni elementi esenziali,  fungono, peraltro, da motore trainante per  un  poeta  o  scrittore. Io  credo, lo stesso si  possa dire anche per gli attori o i registi di teatro. Quali siano le finalità, è chiaro, vanno arricchire un  panorama di scrittura infinita, in chiave moderna. Se il lavoro prodotto poi saprà imporsi  all’attenzione, sia  della  critica  futura  che  del pubblico   nuovo, ancora  meglio. Ogni  scrittura, penso, sia  nel  tempo destinata ad  incontrare il suo magico momento fortunato, se  piacerà, ovviamente, o  se   dirà  cose   nuove  e  interessanti.

 

10495978_612300008889959_6492116458864762745_oLS: Secondo   alcuni  la  poesia  ha  una   funzione  terapeutica; allevia i  mali e i tormenti dell’uomo, cioè è una sorta di sofferta  confessione   con   se  stessi   per   cercare   di   individuare  una consolazione o un  miglioramento alle  proprie  condizioni.  Per altri, invece, la  poesia  è  inconcepibile se slegata  dall’impegno civico, dalla sua vena sociale  ossia non può mancare di  partire dalla  lucida osservazione del mondo per  fornire poi un monito, un canto di denuncia o una attestazione di sdegno. Che cosa ne pensa Lei a riguardo? Quale delle  due  intenzionalità  poetiche si sposa meglio al suo far poesia?

AS: La scrittura della poesia aiuta, in effetti, ad  aprirsi meglio al mondo reale, vivendo o rievocando  la  propria sofferenza, i dolori, gli amori, le amicizie  perdute  e  ritrovate. Aggiungerei, anche  il caro ricordo dei  paesaggi e luoghi, in  cui si è vissuto, sono vivi spiragli di  luce, cari al cuore e all’anima. Rievocarli, ogni  tanto, credo,  faccia  bene. Tuttavia,  la  mia poesia, è orientata,  in  maniera  costante, verso la  lucida   osservazione del  mondo che  muta notevolmente, coi suoi  reali  problemi  e tante difficoltà sociali, ancora  forti. Ebbene, non necessariamente, la poesia  sia  davvero in  grado di tale  funzione terapeutica, ovvero, che possa  alleviare i mali o i dolori, compresi  i  tormenti  dell’uomo. Sarebbe fin  troppo bello, se fosse  reale. A mio dire, solo il tempo possiede il  vero antidoto cicatrizzante per  questi  eventi  forti; se  come  supporto  non vi è  una  fede interiore dominante, così speciale e provata, in concreto, non si  superano certi eventi o perdite di  persone care. Ne so qualcosa!

 

LS: Per interesse personale e per ascendenza  familiare, Lei ha uno strettissimo rapporto con il mondo del teatro. Può rivelarci le  motivazioni del suo grande amore verso il palcoscenico e  la rappresentazione del testo?

AS: E’ vero, il teatro è sempre stato al centro del mio personale interesse, così forte, fin da ragazza. Un amore che  il  mio  papà ha saputo trasmettermi grazie  alla sua  costante   passione. Un  amore che ho  voluto approfondire, frequentando, alcuni  anni, una Scuola di Recitazione a Napoli, studiando autori importanti: Soflocle  (Antigone); Arold  Pinter   (Il Guardiano),   Fernando Pessoa, Eduardo De Filippo (Natale   in Casa Cupiello),  Luigi  Pirandello, e altri, di  notevole  fama.

 

LS: Come  mai  non  si  è  mai cimentata   nella scrittura di un testo Teatrale?

AS: Non è assolutamente vero che io non mi sia mai cimentata nella scrittura di un testo teatrale, ho scritto diversi testi teatrali. Alcuni sono andati  smarriti  durante  il  mio  trasferimento  da Napoli a Novara. Altri  scritti, invece, li ho recuperati tra le mie numerose carte, anche  se  poi  non sono riuscita  a  pubblicare  in  seguito, qualcuno, cosa  non  facile. Ma  ciò  non  significhi che non ci sia davvero spazio, nel tempo, per decidere. Tuttavia, appena trasferita, a Milano residenza di lavoro, ho avuto la mia opportunità di conoscere  persone   appassionate di  teatro. Insieme abbiamo condiviso un testo ambizioso, dal  titolo “Una barchetta di carta sull’acqua” di Ciro Menale. Atto unico, liberamente tratto da Fernando Pessoa. Infatti, siamo riusciti insieme a mettere in scena, al Teatro Litta di Milano, un  lavoro armonioso, con la Compagnia Teatrale: I passanti. In  qualità di Aiuto Regista, per  me fu davvero un’esperienza  personale  molto gratificante e nuova, davvero  forte. Il lavoro fu  presentato, il  10 Dicembre 1992, ebbe  buoni  consensi sia del pubblico che della critica.  

 

LS: Sono  innumerevoli  le definizioni del  concetto di  cultura  che sono state   avanzate   nel   corso    del   tempo ed    esse   variano  a seconda   del   periodo   storico, della   filosofia  di  influenza  e  dei propri  convincimenti. In  particolare  colpisce  una  definizione del portoghese  Fernando  Pessoa  che,   lapalissianamente,   sosteneva “Cultura    non  è   leggere  molto,  né   sapere   molto: è  conoscere molto”. Che cosa ne pensa al riguardo?

AS: Sì, esatto, le definizioni del concetto di  cultura sono complesse. A  mio  dire, anche  innumerevoli. Esse  variano e spaziano nei loro contenuti e  nelle  dimensioni  concettuali di chi li esterna; risentite, ovviamente, delle forti  influenze dei propri convincimenti personali. La mia persuasa  riflessione, però, è che la molta conoscenza debba necessariamente camminare assieme  alla  lettura. Dunque, leggere molto  fa  bene, nutre la  mente e appaga  l’animo. Io leggo tanto, e mi piace ancora leggere.

 

LS: Nel panorama  culturale   contemporaneo   i  concorsi  letterari fioriscono   come   campi a  primavera, molti  di  essi   curano  una edizione  del   premio e poi l’anno  dopo  scompare  perché  magari viene   a  mancare  una  concreta  organizzazione  dell’ente  che   lo istituiva  o  i   fondi   per  poterlo  tenere  in  piedi.  Quale  è   il  suo giudizio personale sui concorsi letterali?

AS: Ebbene, è pur sempre meglio, orientativamente, per  un   poeta o  per  uno scrittore  misurarsi con gli  altri, accettando un giudizio critico di una giuria che lo ha  analizzato  o  valutato. Non può che essere un bene per il  suo  percorso  iniziale  o  anche  in seguito. A mio dire, occorrono, purtroppo, giudizi  di esperti e di professionisti critici  seri, se  si  vuole  davvero  porsi, umilmente, dinanzi  a   tale passione così  intensa e  seria. E,  la  crescita, può avvenire  solo se esperti in giudizi  critici  sapranno  valutare, i  lavori, serenamente.  Altre  possibili  strade, per    chi  scrive e produce lavori   di  buona scrittura, non ne conosco. E’ ovvio,  poi,  bisognerà  scegliere  bene   determinate   strade  e  i vari concorsi seri, per non inciampare in talune strade che davvero  potrebbero   rivelarsi  false, senza   un  nulla  di  fatto, in  concreto.

Tuttavia, credo, che i concorsi  letterari   siano  fondamentali   per  chi  intende,   poi,  proseguire e  approfondire questo straordinario percorso  culturale. In passato, ma ancora oggi, a  dire  il  vero, mi sono sempre  cimentata   in  concorsi  seri  e   professionali, ancora esistenti, per  fortuna. Io  bado molto  ai  nomi  dei giurati, ci tengo molto   che  siano conosciuti  e  professionisti. Forse, per  questo il mio   percorso   culturale  prosegue  la sua  corsa; oramai, da  sola, in   un  panorama  assai vasto, dove è  facile perdersi e non sapere più dove andare o come proseguire.

Invero, grazie  ai vari  concorsi letterari  rinomati  ed  efficienti, in effetti, sono stata, moltissime volte, premiata in Poesia e Narrativa.

 

LS: La letteratura in dialetto ha  vissuto  di   alti e  bassi  nel  corso della   storia  e   la  questione  dell’importanza  dell’espressione  in dialetto  negli   ultimi  decenni  è  stata avanzata e posta soprattutto da sociologi, demoetnoantropologi e  cattedratici  che  si  occupano di   linguistica. Alcuni   scrittori  che  hanno  impiegato  il   dialetto (Trilussa,    Belli)     sono    parte    integrante     della     letteratura italiana   e   sbaglierebbero  di   grosso   coloro   che negassero  tale realtà. Una   delle   motivazioni   che   viene   portata  dai  dilettanti contemporanei  o  dagli  amanti del  dialetto  in  sua difesa è che il dialetto, in quanto lingua madre  (si  impara  prima  della lingua standardizzata   dell’italiano)  è   più   diretta   ed  efficace   perché oltre  a   comunicare   un   messaggio   è    capace    di   trasmettere un’emozione,  l’enfasi   del   parlante,   il   sentimento  in  maniera genuina.  Che cosa ne pensa di ciò e del dialetto in generale? Ha mai scritto nulla in dialetto?

AS: Sì, il mio amore per  il vernacolo è  risaputo. In  effetti scrivo in  dialetto, mi  piace   parlare   correttamente   e  scriverlo anche. Ho  letto  e   leggo   taluni   autori   famosi  che  hanno  scritto  in vernacolo:  Salvatore Di Giacomo, Ferdinando  Russo, De Curtis in  arte  Totò, Eduardo  De  Filippo,  Giovanni De  Caro,  Renato De Falco  ed  altri. In  futuro, credo, di voler  realizzare  un  libro in vernacolo, su concetti ben definiti. E’ risaputo che il proprio dialetto, come quello di Trilussa e Belli siano  stati  dialetti  di  una  grande  cultura sociale e  ambientale. Ma, parlando, del vernacolo, anch’esso, non di meno, possiede in realtà  delle  forti  sfumature  espressive; specie, nella pronuncia, con l’uso corrente di vocaboli e parole veraci, direi, straordinarie, che sanno trasmettere, sin  da subito, intense emozioni, così belle, calorose, davvero, irripetibili  nell’altra  lingua, in italiano.

 

LS: Se   le   nominassi    Pier  Paolo  Pasolini,  Sandro  Penna  e Antonia  Pozzi,  tre  grandi   poeti     del   secolo    scorso,   quale sceglierebbe  e perché?

AS: Sono tre  grandi  autori, speciali,  di  straordinario  interesse culturale. Essi  hanno  saputo  coniugare al meglio i loro intensi percorsi  di  vita. La  loro  preziosa  scrittura  risalta  fortemente,  i  vari  contesti   socio-politico, ma  anche  quelli  ambientali, sia  pure in maniera differente. Infatti, le loro opere letterarie hanno risentito di quel forte impulso  espressivo dei  vari periodi di vita vissuta; proprio  come  gli  scrittori e  i  poeti  contemporanei  di questo  secolo, impegnati a scrivere o a produrre nuovi lavori. A mio  parere, li  accomuna  assieme il grande amore per l’arte: il giornalismo, la bella poesia, soprattutto. Tuttavia, la  mia sottile preferenza mi dice che Pier Paolo Pasolini  sia  stato  molto  più incisivo e  poliedrico nella varietà delle sue  straordinarie  opere letterarie  lasciate, come:  regista,  poeta, scrittore  e   narratore. Egli, dunque, è stato un sagace interprete, dei tempi, in assoluto.

 

LS: Per  ritornare alla poesia, quanto è importante il  tema del paesaggio, del  mondo naturale e popolare collegato  al  luogo delle proprie  origini, secondo Lei nella poesia in generale? E nella sua poesia in  particolare, la città  di  Napoli, con i  suoi colori e le sue tradizioni, quanto compare o quanto è presente non vista, dietro ai suoi versi?

AS: Io posso ritenermi fortunata di avere le radici napoletane di una città, a dir poco, meravigliosa, così  presente  e viva nel mio cuore. E’, ormai, risaputo  che  Napoli  è  conosciuta ed è apprezzata  in tutto  il mondo per le sue  bellezze  naturali, per la  sua  bella, profonda  cultura, così  straordinaria; vanta  un mito di  numerosi artisti, bravi attori, ottimi poeti, e  musicisti. I bei luoghi della mia città, in effetti, sono  quasi  sempre  vivi, ossia, presente, nei versi e in diversi scritti. Non  riuscirei mai a staccarmi dai luoghi che mi hanno  visto crescere, con tante belle speranze e amore per l’arte, in particolare la poesia.

 

LS: Quali  sono i  progetti letterari che attualmente la vedono impegnata? Sta scrivendo un nuovo libro? Se si, può anticiparci qualcosa?

AS: Sì, esattamente, sono  già  pronta a  presentarmi  con  un  nuovo libro, di Poesie  moderne, ci ho lavorato davvero tanto. Questa volta, mi sono immersa  con  tutta  l’anima  verso  un viaggio straordinario, di terre assai lontane. Un  viaggio che  avevo, probabilmente,  già  dentro  di  me, e potrò finalmente realizzarlo. Infine, con le sillogi  poetiche, vorrei  prendermi  una  pausa di riflessione. Ho già  in mente di  occuparmi, finalmente, di cose nuove  e  diverse che  avevo già scritto, ma  le  avevo poi accantonate nel tempo, non per pigrizia.

 

 

Anna Scarpetta

Novara, lì 21 Settembre 2014

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