Lorenzo Spurio su “Liceali” di Francesca Luzzio

Liceali
Di Francesca Luzzio
Con prefazione di Sandro Gros-Pietro
Genesi Editrice, 2013
Pagine: 130
ISBN: 9788874144051
Costo: 13€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Neanche il mio malessere induce mia madre a starmi vicino. (83)

 

downloadDopo varie raccolte poetiche e un interessantissimo saggio sulla storia della poesia nella letteratura italiana, la scrittrice palermitana Francesca Luzzio torna con una nuova opera, una sorta di compendio artistico od opera omnia che si compone di una prima parte con vari racconti e poi una seconda parte dedicata alla poesia. Il tema o, meglio, il sottofondo delle varie vicende narrate, è quello della scuola e in particolare quello dei licei, riferimento biografico alla stessa Francesca Luzzio che per tanti anni ha insegnato in scuole di questo ordine e grado. Il libro si apre con una propedeutica e riflessiva analisi del critico Sandro Gros-Pietro che veicola già da subito quali sono le intenzioni che muovono l’intero progetto contenuto in Liceali.

La scuola, comunemente considerata come luogo di istruzione e di cultura, come condizione di crescita e sviluppo e motivo di apertura, riflessione è ciò di cui più sta a cuore alla Nostra che in queste pagine, nell’artifizio della narrazione, non può esimersi di celarsi dietro gli sguardi di vari insegnanti che descrive, alcuni nuovi, altri veterani, impegnati in lezioni o accompagnatori in visite d’istruzione. Ma ciò che Francesca Luzzio intende sottolineare con questo libro è probabilmente la poca attualizzazione di programmi di studio che finiscono per non interessare gli studenti come quando nel racconto conclusivo la ragazza, che sta leggendo con piacere Le Metamorfosi di Kafka, si stupisce che un simile libro sia parte del prossimo modulo di programma.

A fronte delle instabilità insite nella società contemporanea e della gravosità del mercato del lavoro sembra che anche la scuola in certi momenti perda la sua canonica funzione di “ente regolarizzatore” e performante delle coscienze dei giovani. Ed è così che la scuola, dove una serie di atteggiamenti una volta erano severamente banditi e puniti, che diviene lo scenario di sregolatezze, fenomeni di abuso, violenza o di ghettizzazione dei quali la Cronaca non è che portavoce. La scuola dunque sembra de-scolarizzarsi per assumere un aspetto molto più simile e paragonabile al ben più privato spazio domestico della casa dove la noncuranza dei genitori o la loro assenza possono in effetti consentire atteggiamenti che pure lì andrebbero monitorati e fatti osservare. Si nota una certa criticità o addirittura una delusione vera e propria della scrittrice che in quanto insegnante ha osservato con attenzione problemi, disagi e necessità dei giovani nel comprendere le loro azioni e questo non può che avvenire con un continuo riferimento alla precarietà o difficoltà delle condizioni familiari ai quali sono sottoposti. Si parla spessissimo di famiglie separate, divise, di madri insensibili agli stati emotivi dei giovani e interessate solo al loro possibile futuro da favola, genitori disinteressati, indifferenti o perché si sono costruiti una seconda famiglia, o perché gravati dalle dure condizioni lavorative o semplicemente perché non hanno mai eretto la famiglia a obbligo morale.

 Non ne posso più di essere spedito come un pacco postale, da una casa all’altra, tra l’indifferenza più netta di mio padre e mia madre, della compagna dell’uno e del compagno dell’altra. (54)

 Privati della loro naturale dimensione domestica dove di fatto vengono de-localizzati e de-privati, i giovani non hanno uno spazio, un nido, nel quale riconoscersi e sentirsi realmente protetti e “a casa loro”. La separazione dei genitori e il continuo trasferimento da una casa all’altra a seconda del tempo concesso per stare con un genitore o l’altro producono un effetto destabilizzante sulla necessaria tranquillità del giovane, infastidendolo e facendolo sempre vivere in uno stato di andirivieni, di esilio e spostamento continuo senza poter trovare la giusta pace interiore e calma con il suo spazio.

C’è denuncia in questo senso nei confronti della società: la mancanza di valori, le attestazioni di violenza, l’utilizzo del potere sugli altri, la sfrontatezza, il bullismo e l’offesa sono chiaramente delle manifestazioni degradate e degradanti di una mancata cura, presenza e “alimentazione” familiare che unite all’assenza di quelle figure che dovrebbero impartire il rigore, l’educazione e far intravedere i doveri vengono a dar man forte a quel sistema deviato e auto-impostosi come corretto nella mente di alcuni giovani.

Non mancano dunque episodi dolorosi in cui assistiamo a suicidi che avvengono nel silenzio e nella pura incomprensione della famiglia, violenze ed aggressioni per il bisogno di avere maggior denaro per comprare droghe, insensibilità e grettezza nei confronti del “diverso” che portano all’istaurazione di veri e propri modelli razzisti, l’omofobia nei confronti di un ragazzo omosessuale che tanto ricorda la vicenda passata alla cronaca come la storia “del ragazzo dai pantaloni rosa”.

L’adolescenza come periodo di crescita e di traghettamento da un prima e un dopo è sempre stata descritta come una fase difficile, esplosiva che va trattata con attenzione, rifuggendo sia morbosità che disinteresse da parte dei genitori. Ed è proprio quello il momento in cui il ragazzo farà le conoscenze più importanti della sua vita (siano esse amorose, che amicali) che in un certo senso decreteranno il suo essere uomo/donna nella società; ma è anche il momento delle “nuove autorizzazioni” genitoriali al raggiungimento della maggiore età che, se sommate a un indomito lasciar-fare possono avere un contraccolpo: l’abuso di droga e di alcool, l’acquisizione di atteggiamenti superiori e sprezzanti contro gli altri (si veda l’episodio in cui il ragazzo picchia un barbone, episodio che poi darà luogo a un suo tortuoso ripensamento su quanto l’uomo gli ha detto).

In molti casi assistiamo a giovani, a studenti, che pur essendo inseriti in un contesto sociale che è quello della classe, vivono la loro diversità auto-recludendosi e al contempo soffrendo una logica claustrofilica indotta: la solitudine che alcuni giovani sperimentano e vivano in classe e che li conducono a una sorta di “esilio” (si veda il ragazzo gay, o il ragazzo di colore) è una situazione dolorosa che deprime lo stato psicologico del soggetto e lo demotiva, ne svilisce l’esistenza e lo conduce spesso anche a pensieri autolesionistici nutriti dal suo senso di nullità e incomprensione per il mondo tutto.

Come si diceva, l’analisi è abbastanza amara. Gran parte dei racconti denunciano, affrescano delle realtà che sembrano sommerse e che invece non vanno taciute, manifestano attenzione verso casi di emarginazione che debbono necessariamente essere estirpati con la chiara consapevolezza che è di certo semplicistico attribuire alla famiglia di un certo ragazzo depravato colpe e cause, ma sicuri anche del fatto che il germe d’origine di una personalità depressa, chiusa o pericolosa per gli altri ha di certo un’origine primaria che va localizzata nello spazio delle mura domestiche. Le poesie che compongono la seconda parte del libro, invece, sembrano avere un tono più rilassato dove in effetti anche alla speranza è possibile co-esistere all’interno di una prospettiva di sdegno che ha animato le pagine dei racconti.

Su un libro come questo che affronta il disagio giovanile facendolo da dentro, ossia dallo spazio dove i giovani sono chiamati a dare (in termini di conoscenze), ma dove finiscono per chiedere (l’aiuto, una sorta di sostegno, anche se indirettamente) ci sarebbe molto da dire, ma ciò che è necessario osservare è che Francesca Luzzio fornisce al lettore dei racconti piuttosto brevi nei quali condensa con normalità e voglia di far riflettere delle storie di ineguaglianza, prevaricazione e smarrimento della propria personalità. Non è un caso che il tema dello specchio ritorni più e più volte nel corso del libro: prima quando la ragazzina bellissima prende a farsi delle foto in posizioni osé e poi deciderà di venderle praticamente ad amici e conoscenti per mezzo del telefono arrivando a vendersi lei stessa (lo specchio qui è l’elemento che dà sicurezza alla giovane della sua bellezza e dunque della sua superiorità, quasi un contemporaneo Narciso che come quest’ultimo finirà per soccombere al suo stesso desiderio) e poi nella storia del barbone picchiato e vilipeso dove il ragazzo, specchiandosi, si vedrà d’improvviso invecchiato e tramutato proprio nel senzatetto che ha battuto.

L’identità, la perdita di essa e del suo sdoppiamento, si localizza come uno dei vari temi che costituiscono la trama organizzativa dell’intero libro e non è un caso che si citi Pirandello e Kafka e lo specchio come oggetto che ci fa conoscere noi stessi, ma che al contempo ci destabilizza e ci inquieta (ricordiamo Vitangelo Moscarda che metterà a soqquadro la sua intera esistenza). Nel racconto conclusivo questo sdoppiamento del personaggio, questa impossibilità di potersi riconoscere in maniera identitaria viene sviscerato da una ragazza che si trova in visita d’istruzione e che ben si addice alla manifestazione della perdita di quell’autocoscienza che porta a una vera e propria forma di estraniamento dal sé:

Tutti vogliono che mi comporti in un modo o nell’altro e io cerco di contentare tutti, opprimendo e schiacciando quelli che sono i miei desideri, le mie passioni. […] Non so più chi sia. […] Il sabato poi,… la metamorfosi, nell’arco di un pomeriggio, è duplice: prima divento la nipotina rispettosa che ogni settimana va a visitare i nonni, la sera mi trasformo nella puttana di Vincenzo, il mio ragazzo. (88).

Con un linguaggio che fa completamente ricorso al gergo giovanile, assistiamo a fatti eclatanti che avvengono all’interno della dimensione scolastica, tra lezioni, pause, assemblee, occupazioni, consigli di classe, visite d’istruzione e pause tra un’ora e l’altra. Il tutto è scandito dal suono della campanella e dalla figura dell’insegnante che, forse, a volte non è neppure capace di gestire le varie problematiche dei giovani disagiati come avviene appunto all’insegnante nell’ultimo racconto:

Mi sento avvilita, confusa, né riesco a trovare le parole giuste per rincuorarla.  (89)

 Il fenomeno di ghettizzazione per motivi di carattere razziali contenuto nel racconto “Italiano non italiano” fa senz’altro riflettere, perché in questa circostanza il sentimento di estraniamento e di non-coesione nel gruppo è ulteriormente accentuato per motivazioni di colore della pelle. Il finale del racconto di certo non getta luce troppo positiva in quanto, se è vero che il giovane farà conoscenza con una ragazza, anch’essa di colore, e i due diventeranno vicini di banco e quindi nessuno dei due sperimenterà più da solo la sofferenza per l’emarginazione, va anche detto che questa è una felicità surrogata, o addirittura una felicità che non è tale in quanto spetterebbe all’insegnante facilitare l’inserzione dei due “diversi” nel tessuto della classe non permettendo un ulteriore caso di esclusione e separazione dalla stessa acconsentendo al fatto di tenerli vicini tra loro e separati dagli altri. Secondo la mia prospettiva questa è chiaramente una nuova forma di razzismo che, se motivata dalla volontà di facilitare i rapporti tra i due africani e abbattere il loro sentimento di solitudine, dall’altra li allontana doppiamente e in maniera ancor più grave dall’intero tessuto sociale della classe.

Il fenomeno di ghettizzazione per motivi di carattere razziali contenuto nel racconto “Italiano non italiano” fa senz’altro riflettere, perché in questa circostanza il sentimento di estraniamento e di non-coesione nel gruppo è ulteriormente accentuato per motivazioni di colore della pelle. Il finale del racconto di certo non getta luce troppo positiva in quanto, se è vero che il giovane farà conoscenza con una ragazza, anch’essa di colore, e i due diventeranno vicini di banco e quindi nessuno dei due sperimenterà più da solo la sofferenza per l’emarginazione, va anche detto che questa è una felicità surrogata, o addirittura una felicità che non è tale in quanto spetterebbe all’insegnante facilitare l’inserzione dei due “diversi” nel tessuto della classe non permettendo un ulteriore caso di esclusione e separazione dalla stessa acconsentendo al fatto di tenerli vicini tra loro e separati dagli altri. Secondo la mia prospettiva questa è chiaramente una nuova forma di razzismo che, se motivata dalla volontà di facilitare i rapporti tra i due africani e abbattere il loro sentimento di solitudine, dall’altra li allontana doppiamente e in maniera ancor più grave dall’intero tessuto sociale della classe.

Un libro forte, ma necessario, attuale e vero del quale la letteratura ha di certo bisogno per riflettere con attenzione su quelle che sembrano essere a-normalità e dunque manifestazioni da denigrare, annullare e violentare e che, invece, rappresentano semplici varianti al nostro concetto di normalità. Chiaramente la scuola e la figura dell’insegnante è centrale nel percorso di crescita del ragazzo e nella sua presa di coscienza nei confronti del suo ruolo sociale, ma l’autrice è attenta nel calcare la mano su quanto sia la famiglia la prima detentrice dell’educazione, del calore e del rispetto verso gli altri.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 2 Febbraio 2014

Lorenzo Spurio intervista l’iconoclasta Iuri Lombardi

INTERVISTA A IURI LOMBARDI

 

A cura di Lorenzo Spurio

 

Iuri Lombardi, poeta e scrittore fiorentino, è un personaggio eclettico e complesso che anima la cultura fiorentina e nazionale per mezzo di un gran numero di attività inerenti all’amore per la letteratura e non solo. Tra queste vanno enumerate numerose presentazioni di libri di esordienti e di artisti leggermente più affermati, presenze come giurato in concorsi letterari di poesia e narrativa e il suo incarico di Presidente dell’Associazione Culturale Poetikanten, un gruppo poetico-musicale che si dedica alla diffusione di poesia e canzoni impregnata sul tema della denuncia e dello sdegno sociale.

Ampia e variegata la produzione scritta di Iuri Lombardi tra numerose poesie (pubblicate su vari numeri della rivista Segreti di Pulcinella), romanzi, raccolte di racconti e saggi.

 

  

LS: La prima domanda è sempre la più difficile e intricata, ma serve anche per rompere un po’ il ghiaccio. Il quesito che ti pongo è quale valore ricopre oggigiorno la letteratura e quale, invece, funzione dovrebbe secondo te avere?

IL: Nel nostro presente storico purtroppo la letteratura, o meglio la letteratura di un certo tipo, che è quella che troviamo nei supermercati, in libreria, nei vari punti vendita; vale a dire la letteratura di produzione, ha un ruolo solo intrattenitivo nel senso più ampio del termine. Si tratta per la maggiore di operazioni commerciali per cui il libro, l’opera in sé, è solo un prodotto commerciabile, ma in esso non c’è uno spirito creativo vero; mancano a mio avviso di espressione, di sperimentazione, di studio: in poche parole di stile. Un autore, invece, che fa o dovrebbe fare letteratura necessita di avere una propria filosofia, una teoria del pensiero, aver sviluppato in linea ermeneutica un proprio senso di estetica. Senso critico, sperimentazione, studio, pensiero completamente assenti in un tipo di letteratura commerciale. Però in questo labirinto sconclusionato e assai approssimativo, per non dire scontato, vi sono autori che promuovono una letteratura autorevole, piena di significati, riconoscibile come stile, non anonima, lontana dai prototipi delle grandi produzioni. Questi autori fanno una vera operazione letteraria e danno, a mio avviso, un senso compiuto all’operare letterario. Vale a dire, in altre parole, cercano di aprire le coscienze, dare il significato al ruolo della letteratura che a livello europeo sta perdendo competitività e dignità.

La letteratura dovrebbe essere una denuncia continua, una messa in discussione sui valori che ci hanno tramandato. In poche parole: le lettere dovrebbero avere un ruolo di smantellamento, di decostruzione. Se un’opera non crea interrogazione, dubbi al lettore che senso ha? Se il lettore non ha le vertigini a leggere, non gli viene l’angoscia, non si scandalizza che senso ha la letteratura? Ecco, la letteratura deve generare dubbi e non certezze, non riposte. Lo scrittore, il poeta non è uno scienziato, un medico, un fisico; è per certi versi un operatore dell’occulto e deve denunciare: essere il portatore sano di dubbi, di ribellione. Insomma, l’opera letteraria, sia in prosa sia in versi, deve essere una summa di atti del non dicibile, del non confessabile e lo scrittore deve esserne l’apostolo. Il poeta quindi opera su di un piano empirico e non determinalistico come lo scienziato.    

  

Copia di DSC_0029LS: Stai per uscire con un nuovo progetto editoriale, un libricino dal titolo La Spogliazione che è un dramma in versi liberi. Puoi dirci come mai hai deciso di tentare la “via teatrale”?

IL: La via teatrale l’ho raggiunta per la smania di sperimentare sempre cose nuove per quanto concerne la scrittura. Sapermi misurare con forme diverse e simili è un tipo di operazione che mi interessa molto. Debbo, tuttavia, specificare che la scrittura teatrale da me proposta è però legata alla parola più che alla scena: è un’operetta, un dramma scritto da un poeta e non da un drammaturgo, e la cosa è pienamente diversa. Un’opera teatrale scritta da un addetto alle scene, da un commediografo, per intendersi, da un Becket di turno, è pensata per la scena, mentre io propongo una scrittura di stato, cioè non di scena, una sceneggiatura precostituita che sì può essere rappresentata, ma rende molto di più sul bianco e nero della pagina. D’altronde non è la prima volta che un poeta si cimenta a scrivere un dramma; in Italia lo fece Pasolini, poi Roversi, Silone, Testori, Luzi e tanti altri ma se uno legge quelle scritture si accorge che dietro vi è una logica di poesia e non drammaturgica. Mentre se uno legge Pirandello, De Filippo, Bene, si accorge che è un altro tipo di teatro: che è quello un teatro vero, non schematico, non imprigionato dalla parola. La stessa scelta di averlo scritto in versi piuttosto che in prosa è significativa ai fini dell’obbiettivo. Il mio fine è, infatti, quello di sperimentare la scrittura e lo faccio regolarmente con poesia, prosa, saggistica, adesso il teatro e poi come paroliere di testi per canzone che ho scritto in passato recente e che ogni tanto compongo, vivendo un modo di assentarsi per x tempo dalla letteratura e dalla forma di una letteratura tradizionale per poi tornare da essa più consapevole di prima. Tradire un ideale di forma, di contenuto, di sperimentazione implica al ritorno una chiarezza e una maturità senza pari.

  

LS: La Spogliazione propone una sorta di riscrittura iconoclasta delle vicende di San Giovanni Battista. La sua figura, riscritta e clamorosamente parodiata, risulta alla fine praticamente distorta. Perché per lo sviluppo del tuo libro hai deciso di partire proprio da un personaggio religioso?

Sei consapevole del fatto che questo potrebbe portarti delle accuse o aprire a delle polemiche?

IL: Partiamo dal presupposto che tutta la mia opera è per la maggiore iconoclasta. Credo che una certa iconoclastia, e per certi versi una certa blasfemia sia tipica del post-moderno e di ciò che è annesso a questo come essenza storica. Sulla scelta di San Giovanni Battista è perché da sempre sono affascinato da questa figura, trovandola tremendamente evocativa e suggestiva. Come sono attratto dalla figura di San Paolo, ad esempio.

Mentre per quanto concerne il discorso della parodia è dovuto ad un tentativo di decostruzione del mito, sia esso sacro o profano, per renderlo più umano, tangibile. Il decostruire, lo smantellare serve proprio a questo: rendere una figura in carne e d’ossa, renderla simile a te, al tuo prossimo. Consapevole di attirarmi addosso proteste, scandali, ecc. Ma credimi Lorenzo, il rischio ne vale la pena.

 

 LS: Nella tua letteratura ricorre con una grande frequenza il tema della sessualità che viene descritto in maniera diretta, senza particolare formalismi, e con il quale spesso vai ad indagare quelli che potremmo definire dei casi-limite, delle espressioni di sessualità che possono essere viste dalla gente come forme di non-conformismo o addirittura di frivola perversione. Quanto pensi sia importante affrescare la componente sessuale dei protagonisti dei quali narri?

IL: Il sesso non è da considerarsi l’atto in sé (banale tra l’altro), ma deve essere considerato parte del linguaggio. La realtà alla fine non esiste è solo una somma di rappresentazioni e di interpretazioni. La vita di un uomo, di noi tutti è irrimediabilmente compromessa dal linguaggio e da tutte le sue componenti: è da lì che nasce l’incomprensione umana, il dolore ontologico.

Il sesso poi è fondamentale, perché è l’atto – ma direi la somma algebrica del linguaggio- in cui si aggiungano pezzi di significanti e non di significati. Nel sesso si comunica non portando a termine il discorso: ecco perché mi interessa particolarmente. In esso, essendo apologia del linguaggio, vi è tutta l’espressione umana del reale, dello stato di cose; a partire dalla ripetizione dell’amplesso che ci ricorda di come la vita essendo somma di presenti, di interpretazioni e la realtà percezione quindi teatralità del nulla, del vuoto, avviene il miracolo dell’esistenza.

I miei personaggi, che sono gli eroi di tutti i giorni, l’uomo non considerato, non possono essere estraniati da questa forma o pezzo di vita; solo così diventano reali.

  

LS: Recentemente hai lavorato ad un saggio che si compone di una tua lucida analisi sullo stato attuale della letteratura (soprattutto italiana) e di una seconda parte dove dai spazio ad alcuni autori (poeti, scrittori, critici) contemporanei tuoi amici ponendo loro domande inerenti al loro percorso letterario. Come mai l’esigenza di scrivere un saggio sulla letteratura, per te che comunemente non ti consideri un critico letterario?

IL: In primo luogo, per smania di sperimentare cose nuove. In secondo luogo, perché sentivo l’esigenza di mettere per iscritto una teoria nuova per una nuova letteratura. Credo alla fine che la letteratura vera, quella sperimentale, non commerciabile, non vendibile, in gran parte sommersa vada saputa, conosciuta, affrontata senza sé e senza ma. In Italia, ecco poi la decisione di svolgere la seconda parte del saggio a colleghi e amici che hanno a che fare con le lettere e simili, purtroppo questo sommerso fa da padrone. Noi autori del post-moderno dobbiamo occuparci del sommerso, altrimenti ci si allinea al sistema si vende molto, ci si fa la villa al mare, in montagna e chi si è visto si è visto. Io non la penso così: credo invece in una nuova letteratura di denuncia, di messa in scena sulla carta di una nuova mitologia. Di una letteratura che parla dei nostri simili e non di principi dagli occhi azzurri e principesse sul pisello. Ecco la decisione che mi ha portato a scrivere questo saggio.

  

LS: Oltre al mondo del sesso con tutte le sue implicazioni, nella tua scrittura si fa spesso ricorso a un linguaggio di carattere religioso con frequenti utilizzo di parole quale ‘eresia’, ‘condanna’, ‘miracolo’, ‘risorgere’, etc. Non è un caso che un tuo recente racconto porti il titolo di Iuri dei Miracoli (Photocity Edizioni, 2012). Come mai l’utilizzo di una semantica legata al cattolicesimo quando invece il messaggio che mandi non ha nulla a che vedere con la liturgia e il credo?

IL: Ma perché, come sosteneva Benedetto Croce, non possiamo definirci non cristiani. In un paese come l’Italia anche un ateo è cristiano. Per quanto riguarda me, io sento la necessità di confrontarmi quotidianamente con il mito, sia esso religioso o laico. C’entra in tutto questo sempre un discorso legato alla decostruzione, ad un rinnovamento dei nostri valori, del nostro vivere.

Tu mi hai citato Iuri dei Miracoli, ma io direi anche La Camicia di Sardanapalo, uscito lo scorso autunno e che è un manifesto della decostruzione per eccesso. Si tratta di una raccolta di racconti affollata di poveri cristi che debbono, per una questione di sopravvivenza, misurarsi tutti i giorni con un’idea sacra di esistenza.

Infine, credo che non si possa estraniarci dalla religione, dal credo. Essa è parte integrante di una cultura, del nostro linguaggio.

  

Copertina La camicia di SardanapaloLS: Uno dei generi ai quali ricorri con maggior frequenza è il racconto breve che, come sappiamo, in Italia non ha mai goduto di grande fama a differenza dei paesi anglo-sassoni. Che cosa ha secondo te il racconto di peculiare e di importante che lo rende un genere affine, ma al contempo distante e indipendente dal romanzo?

IL: Il racconto è il genere letterario che prediligo in quanto lo trovo perfetto in sé: sintesi, linguaggio, stilismo nel racconto c’è tutto. E poi il racconto lo si può leggere ovunque, senza rubare tanto tempo al quotidiano.

In secondo luogo, quello che mi affascina di questo genere è il fatto che in Europa esso sia rimasto ai margini rispetto al romanzo: e per me tutto ciò che è emarginazione piace. Mettiamola così: è un modo per dare dignità ad una forma non considerata.

In Italia poi abbiamo avuti grandi maestri del racconto da Sciascia a Buzzati, da Calvino a Comisso, sino a Testori, Bianciardi, Pavese. É una questione di pensare la letteratura in un certo modo, di viverla in una certa maniera.

 

 LS: Una delle prerogative dell’artista post-moderno (sia esso scrittore, pittore o cantante) è la consapevolezza della necessità di uscire dal proprio individualismo –tendenza che ha dominato per troppo tempo nella letteratura- per costruire invece progetti collaborativi, di coesione e di interdipendenza anche tra le varie arti. Secondo te l’artista che si rinchiude nella sua torre d’avorio, scrivendo i suoi testi per inviarli ai concorsi e parteciparvi quando viene premiato, rifiutando invece di collaborare a riviste, collettivi, gruppi, presentazioni condivise, forum o quant’altro, è un modo accettabile di “far letteratura” o non ha senso? Perché?

IL: Oggi non esiste più la voce dell’artista. Esistono voci. Oggi l’artista, sia esso cantante, scrittore, poeta, vive in relazione ai laboratori, ad un collettivo di colleghi: compie un gioco di squadra. Ecco perché fondai i PoetiKanten un anno fa, l’associazione che ho a Firenze e della quale sono presidente. Proprio per questo. Oggi un artista deve essere interventista, in senso pacifico del termine, deve sapersi confrontare con la realtà, non vivere in una torre d’avorio, prendere confidenza con il suo presente, il suo tempo, ma soprattutto parlare con il tangibile, il concreto.

  

LS: Da bibliofilo e amante della letteratura, potresti dirci quali sono i tuoi autori preferiti e che cosa apprezzi di ciascuno di essi?

IL: Ho risposto molteplici volte a questa domanda. In primis, Ferdinn Cèline, poi Joyce, i veri capisaldi della letteratura occidentale, poi di seguito moltissimo gli ispano-americani, certi spagnoli, moltissimo la letteratura femminile francese del novecento.

  

LS: Quali sono i prossimi progetti che ti vedranno impegnato?

IL: Vorrei tornare al romanzo. Ne sento proprio l’esigenza. Ho un nuovo soggetto in testa da sviluppare, ma ci vorrà qualche tempo. Poi ovviamente continuare con la poesia, genere che amo e che vivo come esigenza per sopravvivere. E poi dedicarmi alla mia associazione, cercando di portare la cultura tra la gente, nei luoghi desueti, abbattere certe barriere. Ma la battaglia è lunga e la sfida è assai ardua. Ce la faranno i nostri eroi?

 

 

02-02-2014

XI Concorso “Il racconto nel cassetto” – Premio Città di Villaricca

“Il Racconto nel cassetto”  XI edizione, concorso letterario  nazionale per scrittori emergenti

 EDIZIONE-XI-RACCONTO-NEL-CASSETTO

 

 

Il concorso letterario nazionale per scrittori emergenti il Racconto nel cassetto Premio città di Villaricca, nato in sordina nel 2003, avanza a passi da gigante nel panorama culturale italiano, proponendosi come uno dei più prestigiosi premi a cui, grazie anche alle nuove tecnologie telematiche, si affianca l’interesse di una vasta platea internazionale. Organizzato dall’ALI ONLUS (Associazione libera italiana)  il concorso è diventato un appuntamento fisso per centinaia di aspiranti scrittori provenienti da tutt’Italia e anche oltre i confini nazionali. Il suo scopo è incentivare la diffusione della letteratura, promuovendo nuovi talenti che, con ogni probabilità, non avrebbero gli strumenti necessari per emergere e farsi conoscere dal grande pubblico.

 

Il premio letterario ha tagliato nel 2013 il traguardo della X Edizione, attestandosi come uno dei premi letterari per scrittori esordienti più importanti del panorama letterario italiano. E sempre per il 2013 è partita l’XI edizione, il cui bando è stato pubblicato ed è disponibile sul sito dell’Associazione Libera Italiana ONLUS organizzatrice del concorso.

Il bando è disponibile a questo link: http://www.assoali.com/bando.pdf

 

Il Concorso si propone di incentivare la diffusione dell’arte della scrittura, favorendo gli autori meritevoli che non hanno ancora conosciuto la notorietà presso il grande pubblico. L’iniziativa ha, inoltre, lo scopo di stimolare e promuovere la conoscenza della cultura, delle tradizioni e delle bellezze paesaggistiche, architettoniche e monumentali dell’area a Nord di Napoli e di Villaricca, cui l’ALI fa riferimento.  “Il concorso è nato con un duplice scopo – ha spiegato Pietro Valente, presidente dell’Ali e patron dell’iniziativa -. Da un lato abbiamo voluto incentivare la diffusione della letteratura, promuovendo nuovi talenti che, pur non avendo nulla da invidiare ad autori noti, non hanno la possibilità di rendersi ‘visibili’ al grande pubblico. Dall’altro, ci siamo proposti di promuovere il territorio Giuglianese, riuscendo nell’intento di cancellare quello che era lo stereotipo malavitoso di una zona che è stata oltraggiata, ma che ha voglia di rinascere”.

 

Il concorso è a tema libero e prevede due sezioni: Racconti e Fiabe e storie per bambini. Ogni opera non dovrà superare la lunghezza massima di 20 cartelle giornalistiche (30 righe per 60 battute, pari a circa 1800 caratteri, spazi inclusi, per pagina), stampata su un solo lato. La data di scadenza è fissata tassativamente per le ore 24 del 31 gennaio 2014. I racconti dovranno pervenire in busta chiusa all’indirizzo dell’Associazione ALI e in due copie; per diritti di segreteria è previsto il pagamento di una quota di Euro 20.

Il montepremi complessivo è di 10000 Euro, divisi fra i tre finalisti delle due sezioni. Le opere che partecipano al Concorso devono essere inedite, pena l’esclusione. Il premio ha, nel corso degli anni, riscosso un lusinghiero successo per numero di partecipanti, provenienti da tutte le regioni e anche dall’estero, e per la qualità dei lavori proposti. Si è passati, infatti, dai 600 partecipanti della prima edizione, fino agli oltre seimila in totale, nel corso delle successive.

 

“Il Racconto nel cassetto è un’idea che funziona – ha sottolineato ancora Valente -. Negli anni, da questa iniziativa stanno emergendo scrittori che via via si stanno affermando nel panorama culturale nazionale. Ma non solo. Il premio svolge anche un ruolo pedagogico nel riavvicinare i giovani alla lettura, troppo snobbata e bistrattata negli ultimi anni”.

 

Il Racconto nel cassetto, che è considerato dagli addetti del settore uno dei concorsi letterari più autorevoli, si distingue nettamente da tanti altri premi che si svolgono in Italia, molti dei quali istituiti al solo scopo di lucrare sulle aspettative di tanti aspiranti scrittori. In primo luogo perché i vincitori si suddividono un montepremi di diecimila euro; inoltre, perché i loro lavori vengono pubblicati e distribuiti sul territorio nazionale dalla editrice Cento Autori, senza alcuna spesa a carico dell’autore stesso.

 

Per le iscrizioni, la consultazione del bando e per approfondimenti visitare:

http://www.centoautori.com/concorsi-letterari/

“Disagio & Letteratura” il 15 febbraio a Firenze con una conferenza, un reading e un incontro con gli esperti dei DCA

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Disagio e Letteratura

 

Scuola Eurocentres

Palazzo Guadagni – Piazza S. Spirito 9 – FIRENZE –

 15 febbraio 2014

 

Programma 

Ore 16:00 – Conferenza di Letteratura

vedi programma sotto

 Ore 17:15 – Pausa Caffè

 Ore 17:30 – Reading poetico (I parte)

Ore 18:30 – I Disturbi dei comportamenti alimentari (DCA):  parlano gli esperti

Dr. Lorenzo Franchi

Dr.ssa Barbara Mezzani

Dr.ssa Stefania Pallini

Ore 19:00 – Reading poetico (II parte)

Ore 19:40 – Chiusura dei lavori

Allegato 1 - Programma dell evento-page-002

Un tributo in poesia “Artisticamente in noi” di Gioia Lomasti e Gaetano Cuffari


artisticamente-in-noi
Una raccolta di versi che ripercorrono i brani di alcune delle grandi firme del cantautorato italiano aprendo proprio con Fabrizio De André.

ARTISTICAMENTE in NOI  di Gioia Lomasti e Gaetano Cuffari edizioni Photocity.it, uscita il  28 Dicembre 2013,

Affascinante viaggio poetico firmato da Gioia Lomasti e Gaetano Cuffari che trae ispirazione dai versi di alcuni dei brani che hanno fatto la storia della musica italiana in un effervescente mix di due differenti stili compositivi che rende omaggio alla canzone d’autore attraverso una raccolta di versi che scruta dentro l’anima stessa dei brani, sottolineandone lo spirito e l’essenza, con la freschezza del ritmo poetico che ne evidenzia i significati utilizzandoli poi come pretesto per raccontare molto altro.

 

http://ww4.photocity.it/Vetrina/DettaglioOpera.aspx?versione=21033&formato=10013

NELLE MIGLIORI LIBRERIE OPPURE ORDINABILE TRAMITE CANALI WEB

 

Artisticamente in noi

scritto da Gioia Lomasti e Gaetano Cuffari

 

Curatore d’Opera
Marcello Lombardo
Con il prezioso contributo di
Norman Zoia
Co-curatori e promotori d’Opera
Emanuele Marcuccio , Francesco Arena, Marco Nuzzo, Matteo Montieri
Linoleografie gentilmente concesse da
Stephen Alcorn – The Alcorn Studio & Gallery

Prefazione

Luciano Somma

Introduzione

Elisa Donato

 

ISBN 978-88-6682-525-8

EDITORE Photocity Edizioni

 

Gioia Lomasti nasce nel Luglio 1973 a Ravenna, lavora come impiegata in ambito culturale. Sin da bambina riversa nella scrittura la sua più grande passione, attraverso la composizione di opere in poesia-prosa riscuotendone numerosi riconoscimenti da parte della critica grazie alla sua partecipazione a concorsi di poesia ed eventi culturali. Autrice di molte pubblicazioni che spaziano dalla poesia alla narrativa,  promotrice di scrittura – direzione di antologie AA.VV. e singoli autori. Cura rassegne e promozioni dedite all’arte e alla musica sui suoi portali web quali “vetrinadelleemozioni.com” e blog, dirige le puntate di Vetrina delle Emozioni che prende il nome dal suo sito, un laboratorio creativo per radio Sonora nel quale promuove libri e musica e collabora alla direzione di un web magazine. Opera nel sociale, crede nel valore dell’amicizia.

Gaetano Cuffari è nato a Catania nel 1976. I suoi interessi spaziano dal campo artistico e poetico all’impegno civile e sociale. Laureato in Scienze Socio-Psico-Pedagogiche presso l’Università degli Studi di Catania, nel 2012 ha pubblicato un volume di versi intitolato “Spine d’arancio” collana Phoetica edito da Lettere Animate ed ha iniziato a collaborare successivamente come articolista con il sito web “vetrinadelleemozioni.com”.

 

 CONTATTI

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http://www.vetrinadelleemozioni.com/ – PROMOZIONE AUTORI & ARTISTI

A cura di vetrinadelleemozioni.com

http://www.vetrinadelleemozioni.com/

Renato Pigliacampo, il Maestro del Silenzio, presentato a Macerata lo scorso 20 dicembre

Renato Pigliacampo, poeta, scrittore e saggista è professore di Psicopatologia del minorato sensoriale e di Laboratorio dei linguaggi per il sostegno nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’università di Macerata. Non udente dall’età di dodici anni a seguito di una grave forma di meningite, ha fatto della sua situazione di sordità una vera e propria battaglia personale e sociale. Formatosi nelle migliori scuole nazionali per non udenti, ha ricoperto varie volte incarichi di rappresentanza all’interno di enti e realtà provinciali e regionali legate al mondo audioleso. Attivissimo nel campo assistenziale con la fondazione di riviste specialistiche (Il Sordudente), circoli e nel campo letterario con un serio impegno rivolto nei riguardi dell’editoria e della partecipazione attiva per mezzo di incontri, dibattiti. Importantissimo il Premio di Poesia “Città di Porto Recanati” da lui stesso ideato e presieduto, uno dei maggiori della Regione.

Venerdì 20 dicembre alla Sala Castiglioni della Biblioteca Comunale di Macerata si è tenuta la presentazione di suoi due libri. L’evento è stato organizzato dall’Associazione Culturale TraccePerLaMeta in sinergia con la rivista di letteratura “Euterpe” e il Patrocinio del Comune di Macerata. L’evento è stato condotto e presentato da me, assieme alla scrittrice e recensionista Susanna Polimanti. Hanno preso parte, inoltre, Donatella Del Medico (Interprete LIS) e Anna Menghi (Presidente ANMIC della provincia di Macerata).

 

 

L’evento si è svolto partendo da un breve excursus bio-bibliografico dell’autore per poi passare a soffermarsi con particolare attenzione su alcuni macro-temi che caratterizzano tutta la sua produzione letteraria. Il percorso è stato fatto ponendo l’importante produzione lirico-narrativa-critico-divulgativa di Pigliacampo all’interno di un preciso canone di riferimento, quello della letteratura italiana contemporanea, sottolineando come non solo la vasta produzione dell’autore sia interessante, pregevole e degna di essere divulgata, ma come abbia ricevuto nel corso della storia anche eminenti avalli letterari, risconti positivi e considerazioni critiche a firma di grandi autori del panorama letterario nazionale quali Diego Valeri, Cesare Zavattini o regionali quali Gian Mario Maulo, Rosa Berti Sabbieti, etc.

In Lettera ad una logopedista (pubblicato nel 1996, ma riproposto in una nuova edizione da Armando Editore nel 2012), Pigliacampo fonde con maestria generi letterari differenti (la lettera, il romanzo, l’autobiografia) e tratteggia il suo rapporto con il mondo del Silenzio a partire dalle prime traumatiche sedute dalla logopedista. Nel saggio l’autore non manca di osservare la mancata comprensione da parte della società nei confronti del disagio della sordità, la poca sensibilità del popolo, la condizione di emarginazione che conduce la conduce la comunità dei non udenti a rintanarsi in una sorta di nicchia dove il sentimento di solitudine non può che autoalimentarsi. Le pagine di Pigliacampo sono ricche di attestazioni di sdegno, di denuncia sociale e politica e tendono a rompere quell’aurea di buonismo e bieco pietismo che la massa costituzionalmente ha e mostra nei confronti di realtà che andrebbero invece avvicinate, coinvolte, integrate: “Vogliamo democrazia e valida gente./ Io la conosco nel mio mondo e/ voi dite “diversamente abile”./ Sono grandi persone/ vincitori di Dolore e Ostacoli/ combinati da voi per frenarli/ Non piegatevi fratelli”.

Vivida e continua, tanto nel saggio come nella raccolta di poesie Nel segno del mio andare, è la caratterizzazione dei luoghi dell’autore, di quella terra natia tanto amata alla quale, dopo viaggi per motivi di studio in cui si è definito “esiliato”, l’autore non può che riconoscere come nido, ma anche come tormento del suo colloquio intimo con il Silenzio.

Ed il monito che Pigliacampo trasmette con la sua poetica, con i suoi occhi vispi di un uomo che è sempre stato battagliero e che continuerà ad esserlo, è quello di “fare”, ma non con la semplice parola, bensì con i fatti, tenendo ben presente che non è tanto importante il tipo di linguaggio che utilizziamo nel rapportarci agli altri (verbale o non verbale, sonoro o visuale, della voce o della mani), ma il contenuto. Per dirla alla Pavese, dunque, “Le parole sono pietre”.

A volte, però, anche un semplice sguardo d’indifferenza, può esserlo.

 

Lorenzo Spurio

“La poesia è un itinerario complesso della vita”, di Ninnj Di Stefano Busà

 di Ninnj Di Stefano Busà 

 

La vita è fatta di poesia e la poesia è un itinerario complesso e variegato, una riflessione mnemonico-lirica, che tocca le corde del cuore e dell’intelletto, innesca il processo di scrittura che origina dal pensiero e si realizza nella sapienza del cuore che si nutre di essa in particolare.

Di fatto non si hanno dubbi. La poesia è per il poeta quello che per il medico è la malattia, fatti salvi: l’estro, l’immaginazione, la fantasia, il verbo, il poeta indaga nell’espressione poetica come lo sciamano coi suoi aruspici. Ogni esistenza si avvale della poesia, come un pianista, un musicista con le note dello spartito. In verità studiare o leggere un poeta e come indagare e indugiare sulle occasioni che una fulminea espressione imprime alla scrittura. Nessuna poesia è uguale all’altra, nessun poeta può essere simile ad un altro, e tutti colgono nel loro intimo concetto la realizzazione di un piano di scrittura, che collochi la poesia nello scavo privatissimo della parola, dell’emozione o dell’immagine che ogni individuo riformula al suo esterno.

La poesia è un atto di puro coraggio; è un voler far emergere in superficie ciò che rimarrebbe oscurato o retrocesso al ruolo di “ latebra del pensiero”.

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Il tentativo persistente di portare alla luce la percezione lirica che accompagna il mistero della parola, fatta luce essa stessa di una luce che trascende il mistero.

Poesia è ciò che ci pone ad auscultare con caparbia intuizione e capacità d’indagine il pensiero nelle sue estreme necessarie verità e, strenuamente, ne assolve, ne compone l’intellettualità che si pone a confronto della sua narrazione più intima e autentica. Scrivere poesia è come l’alba di un giorno nuovo su un terreno accidentato e sterile, da cui, come un astronauta su pianeti sconosciuti, deve estrarre il materiale che occorre per ritornare alla normalità della terra da cui proviene. Il terreno incolto e sconosciuto è battuto palmo a palmo nell’intenzione di poter capire o interpretare al meglio enigmi che lo oscurano.


E il frammento lirico è come l’estrazione di un nuovo minerale, di una nuova geofisica che gli impone una riflessione: saprà trovare la pietra filosofale? saprà individuare lungo il percorso terreno quella piccola, infinitesimale molecola di vita che l’esistenza propone? saprà capire l’universo invisibile? leggere in un libro scritto in una lingua sconosciuta? dare un senso alla storia? scoprirne i misteri del contingente.

La voce del poeta è forma immaginaria di un sistema di luci/ombre che scandaglia a 360° la realtà, spesso ai confini indefinibili tra il relativo e l’assoluto, con la consapevolezza di un linguaggio che aspira con tutto se stesso ad un’inconfondibile risorsa conoscitiva.

  NINNJ DI STEFANO BUSA’

 

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