“L’urlo più alto è tagliente”, poesia di Lorenzo Spurio con un commento di Lucia Bonanni

“L’urlo più alto è tagliente”

Poesia di Lorenzo Spurio©

 

Non potevi sapere che il cielo

indossa tacchi alti quando

le nuvole, nei fianchi, lo scuotono.

Ecco perché le punte si vedono

anche quando credi che la forma

si sciolga in filamenti pervinca.

Quella povera dannata non ha respirato:

l’hai conficcata nella terra più nera.

L’animo libero e frugale ma

un cuore dilaniato per l’amore rinchiuso

in una cella di silenzio senza vani

aggiuntivi, per una fuga tra polvere spessa.

Ha saputo fare un cappio così saldo

e separato per sempre la notte dal giorno

nell’acqua che d’estate sembra muoversi

mentre un grillo s’acquatta deluso.

Bernarda, che imponi il silenzio eterno,

non sai che il cuore palpita di metallo

nei meccanismi rabbiosi, ingranaggi senz’olio

che non danno tregua al presente.

Nelle lacrime fluenti d’un’intera famiglia

dove trovi il potere di annullare ciò che è stato?

Giungeranno mille villici, ubriachi e sbandati

a pretendere le verdi carni delle tue figlie, caste

e vergognose – imèni ispessiti dagl’anni-

nel grido di lotta che Adela comanda dall’aldilà,

vento tagliente che scuote, percuote e aizza

l’animo che narra la perdita e cerca fiducia

per brandire la verità contro la legge dello sprezzo.

Romperai la quiete della campagna

e ritornerai fanciulla gaudiosa.

 

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Commento critico di Lucia Bonanni

Risuonano nel componimento di Lorenzo Spurio “L’urlo più alto è tagliente” fruttuose conoscenze che danno vita ad ampie scritture e portano il lettore a immedesimarsi con quella che è l’ alma presente di Federico García Lorca nei vari elementi della Natura, una realtà sempre utile e benevola e mai ostile per l’uomo, un binomio ancestrale che sa custodire il segreto della forma ubiqua, assunta dal poeta dopo il monstruoso crimen político.

Il livello simbolico e le modalità evocative, oltre che alla componente ecologica, rimandano anche alla profonda attenzione che Federico riserva al mondo degli emarginati. Infatti, “privo di qualsiasi tessera di partito, fu sempre considerato eversivo da parte dei nazionalisti proprio per il suo magnetismo filantropico”[1] e la risposta alle insidie degli oppositori sono sempre le mani intrecciate “in un crocevia di fiumi” che nel canglore dell’assassinio trovano fine nelle “fontane spente” dei suoi occhi. Anche l’attenzione alle vicende femminili, sia nel linguaggio del teatro che si fa vita che nelle varie ambientazioni rurali e cittadine, denota la passione empatica che Lorca nutre verso i più deboli e l’urgenza di dare identità a chi è vittima di violenze e soprusi. Quindi la sua poesia, sempre tesa al riscatto degli ultimi, è poesia etica e sociale. Tra l’altro, nel saggio “Sulle poesia civile: riflessioni”, Spurio si chiede come i tre aggettivi “civile, sociale ed etico” possono interscambiarsi ed essere perno di un genere poetico con carattere universale, essere veicolo di comunicazione, impegno civile e denuncia delle problematiche sociali per certe caratteristiche quali “aspetto democratico, ambientale, emozionale, multidisciplinare, interlocutorio, un linguaggio lineare e pragmatico”[2].

Già il titolo di questa sua nuova poesia, “L’urlo più alto è tagliente”, può essere letto come un frammento lirico, un bozzetto ideato per un evento tragico, una sincope musicale, un canto soffocato. La combinazione tra i lemmi “urlo, alto, tagliente” si volge in formula alchemica, esplicata mediante un tipo di espressività visiva che scuote e resta impressa nella mente. L’urlo è un qualcosa che squarcia il silenzio, fa trasalire, graffia la quiete, acuisce la sensazione di disturbo, lascia impronte di disagio tanto più, se nell’accezione di comparativo e di predicato nominale è assimilato a un’arma dal taglio affilato, netto, che incide e va a fondo mentre nell’aggettivo “tagliente” è insita la locuzione della sindrome del coltello più volte evocata da Lorca nei suoi drammi rurali. Il cielo è archetipo primordiale che rimanda al maschile, invece le nuvole, con la loro bellezza e il loro movimento, creano forme da interpretare quali metafore del mistero, della fecondità, della leggerezza e della vanità della vita.

Nei primi versi quel cielo che si alza verso lo spazio, se le nubi ne pungolano i fianchi e le cui punte possono essere viste anche quando la forma delle particelle d’acqua si muta in una luminanza color pervinca, richiama la passione amorosa, la sensualità dell’abbraccio e la sfida alle tante retoriche sulla convivenza infruttuosa. E qui non è dato eludere il richiamo a Yerma, un “orbo pompelmo”, una donna infeconda con le “mammelle avvizzite dalla disperazione” e incapace di dare frutti per colpa di un marito che si attarda con lei in abbracci freddi e rinsecchiti come i cardi che popolano le zone campestri. Ma Adela, la farfalla verde, non è una donna stantia, anela alla libertà e sa incanalare la propria femminilità nell’amore per Pepe il Romano, già promesso sposo di una delle sorelle. È l’autorità di Bernarda, donna tutt’altro che rasserenante, che tutto impone e dispone, a confinare la giovane in una gabbia di silenzio e a renderla una dannata, confitta nelle zolle di una terra nera, spasimo e terrore tenebroso che la induce a intrecciare non un nodo d’amore, ma una legatura di morte, parabola ingiuriosa che la farà fuggire tra la “polvere spessa” dell’oscurità.

I personaggi femminili delle opere lorchiane sono emblema della necessità del poeta di porre sotto una luce diversa le ingiustizie subite da esseri deboli e tormentati. Così “il ribellismo di Adela dovrà fare i conti con le militaresche imposizioni dell’arcigna madre (e) morirà giovanissima in un suicidio indotto; Yerma, addolorata per la sua infertilità, finirà per farsi dominare da uno spirito di morte, uccidendo il marito; Mariana Pineda finirà per diventare eroina della causa, mettendo a serio rischio la sua incolumità”[3].

Nei versi di Spurio si nota il tema dell’acqua che nell’opera lorchiana assume carattere di iterazione semantica e funzione allegorica. Il poeta andaluso distingue tra “un’acqua di vita e un’acqua di morte”, la prima è quella chiara e pulita che scorre e fluisce, portando fertilità alla campagna mentre l’altra ristagna nei pozzi, imputridisce e manda cattivo odore, lasciando spazio alla necrosi dei corpi. L’acqua menzionata da Spurio, è un’acqua venenosa perché in essa è immersa la separazione tra la notte e il giorno, tra la luce dell’amore e l’ombra del distacco, scelta indotta e mediata e poi voluta da Adela col suo atto estremo. È un’acqua strana “che d’estate sembra muoversi” in cerca dell’amore negato per una separazione perentoria senza possibilità d’appello; ma il palpito dell’animo come una presenza terribile non consente quiete al dolore acre “di un’intera famiglia”, un gineceo dominato da una madre che non concede proroghe e obbliga a una reticente mascherata circa il pudore perduto della figlia.

Si può affermare che quella di Adela e Pepe il Romano, è una coppia fatale, soggetta al potere di Eros e Afrodite come lo sono alcune coppie della mitologia greca narranti situazioni in cui gli dei dell’amore non si peritano ad agire dove esistono legami di coppia per cui alla perdita della compagna o del compagno, segue sempre uno strazio raccapricciante. Per questo Adela fugge dalla vita per cercare una morte che sia luce, perdendosi nel chiaroscuro di impronte scalfite di un luogo dove non esiste sorriso e là può involare l’indaco del suo cielo “mentre la gente cerca silenzi di cuscino/(e lei palpita) per sempre definita nel suo anello”[4]. Ma poi, nuova Lisistrata, come vento che sferza le coscienze la giovane dannata incita le sorelle alla rivolta e saranno i villici che si accompagnano al coro dei mietitori con gesti rudi a violare il candore annoso di quelle donne sfiorite, adesso disposte a “brandire la verità” al pari di un’arma affilata contro le velleità sprezzanti della madre. E conclusione del ciclo stagionale come Persefone anche Adela tornerà sulla terra per rompere il silenzio allucinato della campagna e con la sua prorompente giovinezza far germogliare le sementi e ricoprirla di fiori e fronde rinverdite in un abbraccio ideale che sa colmare anche il vuoto della perdita.

Un componimento visivo, amorevole,  appassionato in cui l’autore esprime grande sensibilità, senso etico e  attenzione sociale; un  fluire di versi che sono acqua di vita e sanno generare la freschezza del sentimento e la malinconia dell’addio in un crescendo di pathos che sfocia nel lirismo incontaminato del distico che in un tempo circolare chiude e sembra riaprire il componimento medesimo mediante l’uso di una sintassi lineare, pragmatica  e forte di contenuti.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Spurio Lorenzo, “Un nardo reciso. Le ultime ore di Federico e il lutto della poesia” in AA.VV., La memoria, a cura di Michele Melillo e Giancarlo Micheli, Ladolfi, Borgomanero, 2016.

Spurio Lorenzo, “Sulla poesia civile: riflessioni”, saggio online

Spurio Lorenzo, Tra gli aranci e la menta. Recitativo per l’assenza di Federico Garcia Lorca, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2016

García Lorca Federico, Poesie, Newton Compton, 2007

[1] Lorenzo Spurio, “Un nardo reciso. Le ultime ore di vita di Federico e il lutto della poesia”, in AA.VV., La memoria, a cura di Michele Melillo e Giancarlo Micheli, Ladolfi, Borgomanero, 2016.

[2] Lorenzo Spurio, “Sulla poesia civile: riflessioni”, rif.

[3] Lorenzo Spurio, “Un nardo reciso. Le ultime ore di vita di Federico e il lutto della poesia”, in AA.VV., La memoria, a cura di Michele Melillo e Giancarlo Micheli, Ladolfi, Borgomanero, 2016.

[4] García Lorca, “La bambina annegata nel pozzo” in Poesie, Newton Compton, 2007, pag. 311

 

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Il nuovo numero della rivista “Euterpe” dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks” (invio partecipaz. entro 31-07-2017)

Ritorna l’appuntamento con le pagine della rivista online di letteratura “Euterpe”, aperiodico tematico fondato e diretto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio nell’ottobre del 2011 ed entrato a far parte delle attività più interessanti e coinvolgenti dell’omonima associazione culturale fondata nel marzo 2016 a Jesi (AN). 

Numerosissimi gli interventi in questi ventitré numeri della rivista che per ogni numero proponeva una tematica o un’immagine di riferimento alla quale potersi rifare argomentando una propria visione o pensiero. Particolarmente curata a trattare le varie sezioni, dalla poesia alla narrativa breve passando alla saggistica con attenzione per la critica letteraria, la forma testuale dell’articolo e della recensione libraria. Interessante anche l’apparato dedicato alle interviste, introdotte a partire dal n°16 della rivista, la cui sezione è curata dalla poetessa, scrittrice e haijin Valentina Meloni. Ad arricchire i contenuti anche la sezione di critica d’arte (denominata “Démon du midi”), introdotta a partire dal n°22 e curata dallo scrittore, poeta e critico Antonio Melillo. 

Assai ampio il repertorio delle voci poetiche, critiche e di estimatori dell’arte e della cultura che in questi sei anni hanno scritto sulle pagine di “Euterpe”; tra di esse è bene citare la presenza in rivista di testi – editi e inediti – di Dante Maffia, Corrado Calabrò, Marcia Theophilo, Nazario Pardini, Franco Buffoni, Elio Pagliarani, Tomaso Kemeny, Mariella Bettarini, Giorgio Linguaglossa, Donatella Bisutti e tanti altri ancora.

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Il prossimo numero della rivista, che propone un tema nevralgico e al tempo attualissimo, fonte di indagini di carattere sociali e di studi veri e propri su tendenze dei nostri giorni, sarà dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks”, vale a dire ci si domanderà, nelle forme che ciascuno reputa maggiormente proprie, quale è l’incidenza di internet e dei social, la potenzialità e quanto funziona, in termini sociali e collettivi come collante o, al contrario, come deterrente. Culturalmente, in un’età in cui le riviste cartacee stanno scomparendo o sono già avito ricordo di un’età di splendore delle Lettere, cosa apportano o come migliorano la nostra conoscenza i Social Network se, effettivamente, ci poniamo nell’ottica di riconoscegli una propensione e una finalità comunicativa e sociale? 

Sarà possibile partecipare al prossimo numero della rivista inviando i propri elaborati (attenendosi alle Linee redazionali contenute sul sito cliccando qui) entro il 31 Luglio 2017 inviando le proprie proposte unitamente a una propria scheda biobibliografica o curriculum letterario alla mail rivistaeuterpe@gmail.com 

Per chi, invece, voglia avvicinarsi alla rivista come “lettore”, facilitiamo il link di riferimento al sito dove possono essere localizzati tutti i numeri precedenti divisi in ordine cronologico e per tematica. Numeri che possono essere scaricati facilmente in formato .pdf, salvati e letti comodamente a titolo gratuito. 

Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

Luciano Domenighini su “Tra gli aranci e la menta” di Lorenzo Spurio

Tra gli aranci e la menta.
Recitativo dell’assenza per Federico Garcia Lorca  di Lorenzo Spurio
Commento critico di Luciano Domenighini
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                              Il volume

Undici titoli (di cui uno,”Nella magnolia”, anche tradotto in spagnolo da Elisabetta Bagli) a raccontare la vita e la morte di Garcia Lorca, via crucis, elegia, epitaffio, epicedio.

In una lingua lussureggiante, naturalistica, piena di colore e di luce, e insieme erudita, disseminata di ricercatezze lessicali e di inedite soluzioni retoriche ad estendere ed arricchire l’ambito simbolico, Spurio dipinge questo polittico multicolore, intesse i ricami
di questa porpora riprendendo e citando  lo stesso Lorca, a celebrare il poeta, l’uomo, il martire civile.
Il risultato letterario è ragguardevole, sia per i pregi sopra menzionati, sia per la capacità di coniugare e fondere il proprio modus poetico, manifestamente espressionista, con i riverberi del tragico e spregiudicato lirismo proprio della poesia del genio granadino.
Lorca è immenso, incalcolabile. Fantasioso e ridondante, è una macchina inesauribile di invenzioni verbali, nel suo simbolismo ostinato, nel suo surrealismo acrobatico eppure fortemente naturalistico, nel suo inesausto vitalismo, acquatico e terrestre, astrale e floreale, tragico e festoso.
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Lorenzo Spurio

Spurio con la sua lingua poetica aspra e perentoria ma altrettanto incline all’ideazione simbolica, in qualche modo ne echeggia le valenze più crude, ne riproduce i connotati più scabrosi.

I versi impiegati sono di varia lunghezza, con predilezione per l’alessandrino, ma non è la cadenza a intrigare il poeta marchigiano quanto piuttosto la consequenzialità della trama sintattica, il fascino della raffinatezza verbale quando non il gusto per il neologismo, il varo del tropo inedito, elaborato, spiazzante.
Di taglio accademico e come rivendicando un’anima aristocratica, questo linguaggio poetico ha qualcosa di orfico, di iniziatico, non solo per la citata ricercatezza verbale ma anche e soprattutto pere la sua natura bifronte, ossimorica e, di conseguenza, sibillina, tutta giocata sui contrasti e sugli imprevisti accostamenti.
In definitiva la breve raccolta di “Tra gli aranci e la menta”, omaggio e tributo a Garcia Lorca,  rappresenta di fatto un’originale riproposta letteraria,  una rilettura alquanto stimolante della poetica del grande poeta andaluso.
Luciano Domenighini
luglio 2016.

“Sedurre e ingannare: il mito di Don Giovanni” a cura di Lorenzo Spurio

Sedurre e ingannare: il mito del Don Giovanni

a cura di LORENZO SPURIO 

Etimologicamente la parola ‘seduzione’ ha come ampiezza di significato quella che si iscrive all’interno delle due parti di cui il lemma è composto. Il prefisso ‘se’ indicherebbe un atto di separazione mentre il ‘ducere’ latino non è altro che il “condurre”, “menare”. Così analizzato il termine seduzione ha a che vedere con quell’atteggiamento che si caratterizza per una separazione dal bene, un condurre fuori dal retto cammino, nonché una distorsione dalla dimensione di bontà. Ciò viene fatto con lusinga ed astuzia. Chiaramente non è propriamente questa l’accezione che normalmente attribuiamo al termine che, infatti, sta ad indicare una forma relazionale piuttosto disinibita dove l’ostentazione dell’avvenenza, della prestanza e dunque di una certa predisposizione all’altro si fa palese tanto da divenire messaggio subliminale che l’interlocutore è in grado di cogliere, non di rado anche grazie alla presenza di un linguaggio non verbale fatto di accenni, mimica facciale o gestualità dal significato piuttosto chiaro.

Numerosi potrebbero essere gli episodi letterari, più o meno noti, che sarebbe possibile evocare per cercare di condurre un discorso tematico di questo tipo. Universalmente noto è il richiamo narcotizzante delle Sirene per Ulisse e i suoi compagni, quest’ultimi sedotti piuttosto facilmente dalla Maga Circe e tramutati in animali di varia razza.  Viene poi a mente, così, senza un particolare logicismo, anche la ritrosia della bella Elisa di Rivombrosa nel concedersi al padrone il Principe Filippo Ristori, sebbene questa sia una storia nata inizialmente per una resa cinematografica e non propriamente letteraria, legata però alla celebre Pamela del narratore inglese Samuel Richardson. Rimandi anche a Tess d’Uberville di Thomas Hardy sono vieppiù necessari ed evidenti sebbene qui il sesso assuma la forma poi di un atto di dominazione nel momento in cui Alexander adopera l’arma dello stupro. Charles Bukowski, a suo  modo, ci parla, anche in maniera abbastanza colorita, del sovvertimento emozionale che la vista di donne, ora prosperose, ora sbarazzine e quasi bambine, suscita in lui, ricevendo dunque una folgorazione netta, dettata proprio dal potere seducente (la malia) della donna. Sono, questi, forse degli esempi non così pregnanti per poter parlare del fenomeno che, infatti, è assai capillare e prospettico nel senso di assumere, all’interno di ciascuna narrazione, una sua peculiarità distintiva nel rapporto che si viene a istaurare tra il seduttore e il sedotto. Chiaramente l’elemento seducente non è sempre e solo una donna, ma può essere un uomo per una donna o ancor più un uomo per un altro uomo. Si ricordi ad esempio il rapporto intimo e arcadico dei due giovani cowboy in I segreti di Brokeback Mountain di Annie Proulx reso celebre dal film o l’autobiografico io narrante di Orlando, portavoce di un fascino incantato verso la donna-non donna oggetto dei suoi desideri, una pacata dichiarazione d’amore dinanzi a un essere tanto ammaliante e persuasivo, la cara amica Vita Sackville-West in un’esemplare formulazione di amore saffico. Si tenga a mente anche la spasmodica e virulenta seduzione verso gli adolescenti intesa come insaziabile sete di vita nel maledetto Dario Bellezza, nel libertario Pasolini e nel più disincantato Sandro Penna o, per guardare ancora oltre Oceano, verso Lolita, l’innocua ragazzina che diviene la compagna del protagonista, in Nabokov. In questi ultimi casi (qui avvicinati in maniera assai veloce e che necessiterebbero una maggiore trattazione) la seduzione sembra in un certo qual modo essere spogliata di quel suo velame sontuoso e romantico, di ricerca mitica e di rimandi –un po’ come in Bukowski- per delegare una più succinta e spietata ricerca dell’amplesso volta al sovvertimento della pietosa condizione d’isolamento e di disagio e l’esaudimento completo di quel senso di mancanza. Il più truce dei seduttori è senz’altro il Conte Vlad che, nella sua dimora diroccata e polverosa, seduce giovani inglesi tramite la sua spiccata avvenenza con il fine di dissetarsi del loro sangue infettandole del suo morbo. Si tratta, però, di un fascino tenebroso che viene esercitato non per il vero ottenimento di un piacere sessuale (la deflorazione della vergine, la penetrazione) ma per una necessità fisiologica (l’abbeveramento da sangue) tanto che Dracula è proiettato verso una sessualità collegata alla bocca quale zona erogena e non all’apparato genitale.

Va anche detto che parlare di seduzione non necessariamente implica parlare di sesso sebbene l’immagine della donna civettuola, avvenente, disponibile e “di piacere”, ossia la prostituta, (mi vengono in mente Fanny Hill e Lady Roxana sebbene queste due narrazioni avessero una dimensione di denuncia sociale) permette di argomentare un denso capitolo all’interno dei rapporti umorali (e poco emozionali) tra l’avvenenza e la ricerca di godimento.

L’atto del ‘seducere’, ossia del catturare magneticamente l’attenzione dell’altro, rende palese la duplicità costitutiva del genere umano dinanzi a detto atteggiamento. Da una parte chi sa di essere stimato, seguito, amato, ricercato perché ha in sé un qualcosa di invidiabile che l’altro ricerca, dall’altra chi si lascia incantare, chi percepisce la sensazione delle farfalle nello stomaco, chi è talmente assuefatto dall’avvenenza fisica, dalla profondità mentale, dalla ricchezza umana dell’altro. La seduzione, dunque, è forse una insopprimibile interrelazione non verbale che ha in sé i dettami della democrazia. Nel senso che coinvolge tutti indistintamente: uomini e donne, bambini ed anziani, ricchi e poveri, bianchi e neri, etc. ed è il discrimine di un’esigenza sentita propria: ciò che rappresenta il complesso della seduzione (la serie degli elementi che consentono la persona di sentirsi sedotta) non è mai solamente sessuale, volta cioè al suo avvicinamento, conquista fisica dell’altro e godimento vero e proprio, ma ha delle ragioni di carattere psicologico che risiedono in una sorta di empatia sentita, in un sistema difficilmente spiegabile in termini razionali fatto di soggezioni e timori, affetti ed apprensioni, ricerca di attestazioni e necessità insopprimibili di credere che quel legame seduttore-sedotto esista perché punto fermo ed inderogabile sul quale scrivere e motivare la propria esistenza.

xggS7-XXBBB.vVq0xE.W8C.ClXCi0EVXWVgVu8vXS180jWgXWVWxiXtXECVviXc9nl9nnXF0aP3iVkcc9290n30Mi9ak302PtcMiF9XEXCXECVvi_ttM9_t_tnnM2m.fSvPer arginare il discorso sulla seduzione, che necessiterebbe una trattazione più adeguata e capillare per meglio poter considerare le opere citate e le tante altre che, per motivi più o meno evidenti, possono essere portate come modelli, ho deciso di dedicare maggiore attenzione alla figura di Don Giovanni, divenuta mitologica tanto che, come per ogni mito, è possibile rintracciare un’eredità considerevole in opere letterarie, musicali, recitative e quant’altro che sviluppano delle varianti partendo dalla storia cardine, il complesso delle invarianti.

Don Giovanni, assieme a Casanova, è probabilmente il più grande seduttore che la letteratura e, di converso, l’opinione pubblica ricordi ed evochi. Non è un caso che nel parlar comune sono frequenti espressioni idiomatiche quale “è un dongiovanni” o “è un Casanova” spesso impiegate in maniera sinonimica sebbene abbiano alle loro spalle un retroterra di motivi differenti tra i due caratteri. La prima cosa che va detta è che Don Giovanni non è un seduttore propriamente detto, sebbene ci si riferisca spesso, per semplificare, a lui con questa terminologia. Non lo è per il semplice motivo che nelle sue avventure non è mosso dal desiderio di conquistare le donne per motivi sentimentali ma di conquistarle con l’inganno, prendendosi gioco di loro. L’arma che Don Giovanni impiega nelle sue avventure, a differenza di Casanova, non è quella della seduzione, dell’autodichiarazione dell’amore, ma quella dell’inganno ed è lui stesso a dichiararlo in più punti nel corso dell’opera come quando al servo Catalinón dice “Burlar/ es hábito antiguo mío[1] o, alcuni versi più avanti, quando rende il concetto in maniera ancora più diretta:

Don Juan: Sevilla a voces me llama

el Burlador, y el mayor

gusto que en mí puede haber

es burlar una mujer

y dejalla sin honor. (112)

casanova

Don Giovanni impiega due modalità per ingannare le donne: il travisamento dell’identità attraverso l’utilizzo di abiti di altri personaggi e l’ipocrita adulazione e promessa di matrimonio. L’uomo è talmente furbo da aver sperimentato che è necessario adoperare un progetto arguto nel cercare di sedurre donne appartenenti all’alta classe sociale e proprio con Isabela ed Ana adopererà lo scambio di identità indossando dei particolari distintivi dei rispettivi amanti. Se riesce abbastanza facilmente a gozar Isabela (ci troviamo all’apertura dell’opera quando l’amplesso è già avvenuto), con Doña Ana non riesce perché lei è in grado di riconoscere che non si tratta del suo amante e sventa l’inganno. Per quanto concerne le donne popolane (la pescatrice Tisbea e la contadina Aminta) Don Giovanni mette in atto l’espediente del corteggiamento esasperato, dell’adulazione delle grazie della donna con la quale vuol far trasparire il completo innamoramento che nutre verso di esse. Entrambe le donne, che si mostrano lusingate dalle sue attenzioni e belle parole, prima di lasciarsi andare chiedono perentoriamente all’uomo se sta facendo sul serio e Don Giovanni, oltre a rassicurarle, non manca di illuderle promettendo di sposarle. Questo tipo di approccio porta a una facile persuasione nella donna che le parole dell’uomo siano vere e dunque sentite e dall’altra enfatizzano ancor più il loro coinvolgimento ed amore verso di lui da divenire palese:

Tisbea: El rato que sin ti

estoy ajena de mí. (91)

Quando a Don Giovanni è chiaro che l’operazione dialettica del corteggiamento è stata efficace e che è ben riuscito a circuire la donna, non fa mancare la sua dichiarazione di impegno verso la stessa che in termini pratici viene a suggellare il loro rapporto d’amore da vivere nel piacere delle carni:

Don Juan: […] te prometo de ser

tu esposo. (92)

A questo punto non c’è più spazio per la componente comunicativa tra Don Giovanni e la donna e si realizza il fine ultimo del Nostro ossia riesce finalmente a godere del rapporto sessuale che Tirso de Molina non descrive ma che lascia intuire. Pochi versi dopo, il lettore accoglie con nessuna sorpresa la scena in cui la donna, scopertasi burlata, si dispera e inveisce contro l’uomo che vigliaccamente l’ha circuita per il soddisfacimento del suo piacere, disonorandola:

Tisbea: ¡Ah, falso huésped, que dejas

una mujer deshonrada!

[…] Engañóme el caballero

debajo de fe y palabra

de marido, y profanó

mi honestidad y mi cama. (95-96)

Esemplare è la presenza del catalogo, elemento importantissimo nella configurazione mitica di Don Giovanni quasi a rappresentare una invariante dello stesso, un denominatore comune delle varie versioni che dall’opera originale di Tirso de Molina nel tempo si sono succedute. Il catalogo rappresenta la quantificazione numerica in chiave iperbolica delle prodezze sessuali di Don Giovanni che spesso vengono rievocate (citando i nomi delle donne, il luogo della burla e l’inganno adoperato) dal suo fido servo Catalinón. Esso, da testamento concreto degli episodi ingannatori di Don Giovanni, funge da elemento simbolico con una funzione ulteriormente accrescitiva della grandezza dell’uomo secondo l’equazione banale e stereotipata: più donne si sono possedute, più si è valoroso.

Don Giovanni potrebbe essere un conquistatore ardito, un nobile da invidiare se le sue azioni non producessero delle risposte indignate e dei procedimenti contro di lui per l’offesa al codice dell’onore tanto importante nella società spagnola. Il re, che nel corso dell’opera sembra apparire come uno dei personaggi più deboli, nonostante decida per gli altri ed emetta ordini, finisce al termine della vicenda per essere burlato anche lui da Don Giovanni. Quando Aminta, Tisbea ed Isabela, che sono le tre donne effettivamente ingannate nel corso dell’opera[2], reclamano giustizia per aver perso il loro onore in maniera ingannevole a causa di Don Giovanni, il re emette la condanna a morte per il dissoluto, ma essa non ha nessuna efficacia perché il libertino è già morto, senza che lui l’abbia saputo.

L’uomo è rimasto ucciso nella scena finale, quella del contro-invito nella tomba del Commendatore[3] che, tempo prima, lui stesso aveva ucciso a duello dopo aver tentato di abusare della figlia Ana. Don Giovanni assiste senza nessun timore (a differenza del servo Catalinón) all’astrusità del morto che ritorna per vendicare non tanto il suo atto spregevole (o, meglio, la sua intenzione) contro la figlia, ma per essersi mostrato irriverente nei confronti della morte e della religione. Nella scena della cena, dove la statua del Commendatore offre vipere e scorpioni, il Commendatore chiede la mano a Don Giovanni e con una presa infuocata lo trascina agli Inferi, sotto lo sguardo allucinato di Catalinón.

Il motivo della mano (di chiedere la stretta) è assai importante all’interno dell’opera ed è il mezzo pratico con il quale si compie l’inganno. Don Giovanni, infatti, nelle sue varie conquiste ingannevoli di cui si rende protagonista spesso chiede la mano alle rispettive donne come atto estremo d’amore e rispetto e impegno di matrimonio. Significativo è il fatto che Don Gonzalo attui la condanna celeste proprio per mezzo del gesto della mano a castigo irreversibile delle sue tante beffe. Si veda di seguito l’uso del tema della mano che viene fatto nell’opera:

Don Juan: Ahora bien; dame esa mano,

y esta voluntad confirma

con ella.

Aminta:    ¿Que no me engañas?

Don Juan: Mío el engaño sería.

Aminta:     Pues jura que complirás

la palabra prometida.

Don Juan: Juro a esta mano, señora,

infierno de nieve fría,

de cumplirte la palabra.

[…]

Aminta:    Pues con ese juramento

soy tu esposa. (148-149)

E di seguito la richiesta della mano che la statua del Commendatore (il morto) fa durante la cena nel suo sepolcro:

Don Gonzalo: Dame esa mano;

 no temas, la mano dame.

Don Juan:      ¿Eso dices? ¿Yo temor?

¡Qué me abraso! ¡No me abrases

con tu fuego!

[…] ¡Que me abraso! ¡No me aprietes!

[…] ¡Que me quemo! ¡Que me abraso!

¡Muerto soy! (Cae muerto) (179)

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Tirso de Molina, autore del libro El burlador de Sevilla y convidado de piedra

La punizione che il re prevede per Don Giovanni, per la sua condotta debosciata e libertina, è dunque inattuabile perché egli è già morto per volere di una giustizia divina, celeste, soprannaturale e non secondo la giustizia terrena che lui rappresenta. A nulla valgono il tentativo di duellare con la spada di Don Giovanni contro il morto, la rassicurazione di non aver compromesso sua figlia e la richiesta di pentimento perché quest’ultima non è sincera e giunge in extremis senza convincimento. Sebbene Don Giovanni nell’opinione comune sia il libertino per antonomasia, colui che ha molte donne perché ha gli stratagemmi che gli permettono di conquistarle, egli è anche e soprattutto l’empio che irride la morte, l’irriverente che si burla e nega l’importanza di una dimensione celeste. L’autore dell’opera, il frate Tirso de Molina, da religioso aveva ben a cuore questo secondo nucleo tematico volendo sottolineare con evidenza che il pentimento non può esserci per chi ha eretto la propria vita sul materialismo, su una condotta frivola fatta di esuberanze o che non può essere concesso in extremis, in maniera miracolistica, perché esso può essere il mezzo di salvezza solo per anime redente, che hanno preso consapevolezza del male perpetuato e intrapreso con serietà un percorso di remissione.

Tra le varie versioni successive[4] del mito del Don Giovanni quelle maggiormente note e studiate risultano essere quella di Moliére (1665), quella di Mozart con libretto di Lorenzo Da Ponte (1787) e in periodo romantico, sempre in ambito spagnolo, l’opera di José Zorrilla intitolata Don Juan Tenorio (1844).[5] In quest’ultima opera l’intercessione di Ines nella scena finale permette la salvezza di Don Giovanni che, assieme al personaggio femminile, sale in Cielo. Zorrilla prevede ugualmente la morte del corpo fisico dell’uomo, ma non la dannazione della sua anima come avviene in Tirso de Molina. L’epilogo dell’opera originale del frate andaluso è consegnata dalle parole del Re che riconosce che è stata fatta giustizia (sebbene non la sua, politica, ma quella celeste, del divino) e che, venuto meno l’elemento di disturbo, si può procedere alla consacrazione legittima delle coppie preesistenti:

Rey: ¡Justo castigo del cielo!

 Y agora es bien que se casen

 todos, pues la causa es muerta,

 vida de tantos desastres. (183)

LORENZO SPURIO 

03-01-2016

 

NOTE

[1] Tirso de Molina, El burlador de Sevilla, Castalia Didáctica, Madrid, 1997, p. 90. Tutte le citazioni sono tratte da questa edizione in lingua originale commentata.

[2] Don Giovanni tenta di ingannare anche Doña Ana promessa in sposa al Marchese de la Mota, ma non ci riesce perché lei lo riconosce, sebbene sotto mentite spoglie e prende ad urlare.

[3] Si tratta di Don Gonzalo de Ulloa, Commendatore dell’Ordine di Calatrava.

[4] Tra le altre numerosissime versioni dell’opera vanno citate The Libertine (1676) di Thomas Shadwell, Don Giovanni ossia il dissoluto (1736) di Carlo Goldoni, il poemetto Don Juan (1819) di Lord Gordon Byron, Il convitato di pietra (1869) di Puskin, Las galas del difunto (1926) di Ramón Maria del Valle-Inclán, El hermano Juan o el mundo es teatro di Miguel de Unamuno (1929), Don Giovanni in Sicilia (1941) di Vitaliano Brancati. Il primo Don Giovanni italiano,  Il convitato di pietra (1671) di Giacinto Andrea Cicognini, sviluppa in particolar modo il secondo nucleo tematico quello del rapporto con la divinità (il morto che ritorna).

[5] Secondo un profilo cronologico a metà tra l’opera di Tirso de Molina (1630) appartenente al periodo barocco e quella di José Zorilla (1844) di epoca romantica si situa l’opera No hay plazo que no se cumpla ni deuda que no se pague y convidado de piedra (1713) di Antonio de Zamora che prevede per Don Giovanni il pentimento in extremis. L’opera di Zorrilla, che delle tre è la più elaborata scenicamente da apparire inverosimile, è confacente agli stilemi della nuova sensibilità romantica che acuisce l’interesse per il mistero e il senso di sorpresa. Non è un caso, infatti, che il sottotitolo dell’opera di Zorrilla riporti Drama religioso-fantástico-romántico.

Questo saggio  è apparso per la prima volta sulla rivista di letteratura “Euterpe”, n° 18, Gennaio 2016, pp. 85-90, consultabile online e scaricabile in formato pdf.

“L’ultraismo di Jorge Luis Borges” di Ninnj Di Stefano Busà

L’ULTRAISMO di Jorge Luis Borges

di Ninnj Di Stefano Busà

arte ultraista
Una figura importante della Letteratura e della Poesia argentine, Nato a Buenos Aires nel 1899 muore a Ginevra 1986.
Dopo una esistenza alquanto turbolenta e assai travagliata raggiunge l’apice della notorietà come scrittore e poeta
Compie i suoi primi studi nella sua città di origine, per poi trasferirsi  a Ginevra e successivamente in Spagna, dove insieme ad altri componenti scrittori e poeti promuove il movimento d’avanguardia dell’ultraismo. Ritorna nel 1921 in Argentina dove fonda le riviste Prisma e Proa. Il suo stile originale e ricco di notevoli riferimenti culturali gli danno presto la fama, riflettendolo in un clima di fermenti letterari su vasta scala internazionale. Nel 1938 inizia il suo calvario agli occhi, che lo porta ad una quasi cecità.
Il malessere alla vista di cui soffre Borges è un fattore ereditario che si tramanda da sei generazioni. Intanto svolge un’intensa attività critica che lo porta ad essere conosciuto come uno dei più eruditi intellettuali del tempo.

La sua personale visione della vita e della politica argentina di allora, sono di concezione liberale, il che lo porta a scontrarsi presto con la politica di Peron, contro il quale ha firmato il Manifesto.
Per tale motivo e, come si può immaginare, viene esautorato  e destituito dal suo incarico di Assistente Bibliotecario già ricoperto nel ’37. Successivamente alla caduta di Peron ottiene nuovamente la nomina di Conservatore e Direttore della Biblioteca Centrale di Buenos Aires, incarico da cui è costretto a dimettersi al ritorno al potere di Peron.
Si può dire che la sua attività e la sua vita siano state segnate dalle vicende politiche del grande dittatore.
Nella sua attività artistico-letteraria Jorge Borges affronta una cultura filosofica che gli assegna ufficialmente la grande visibilità internazionale, anche se non giunge mai al Nobel.
Il suo stile rigoroso e forte frammisto ad un tono marcatamente evocativo caratterizza la sua produzione e accompagna tutte le tematiche di cui si avvale l’intero svolgimento della sua vasta attività.
Pubblica le raccolte poetiche: Fervor de Buenos Aires, 1923; Luna de enfrente, 1925; Cuaderno San Martin, 1929; Poemas (‘23/ ’58), 1958; El Acedor, 1960; El Otro el mismo 1964; Elogio de la sombra 1060; La rosa profunda 1975, Historia de la noche, 1977; La cifra 1981. La sua produzione poetica è frammista ad una esemplare esegesi saggistico-narrativa che si va ad intrecciare a modelli polizieschi e fantastici di elevata qualità artistica. Pur tra tanta commistione di temi e di una così ampia varietà di interessi, l’opera di Borges appare unitaria e mai slegata dal suo intento culturale più elevato e profondo che fa riferimento alla ricerca del significato dell’esistenza, sempre attenta a cogliere anche i dettagli e le impercettibili anomalie dell’essere, pur sgravato dalle apparenze, meglio sarebbe dire <gravato> dalle molte vicissitudini e contraddizioni che lo schiacciano.
 Nonostante la sua formazione europeista, Borges rivendicò sempre con le tematiche trattate le sue radici argentine, e in particolare “porteñas” (cioè di Buenos Aires), nelle opere come Fervore di Buenos Aires (1923), Luna de enfrente (1925) e Cuaderno de San Martín (1929).
Sebbene la poesia fosse uno dei maggiori interessi dello scrittore argentino, nella sua opera letteraria, entrano quasi di prepotenza: il saggio e la narrativa, oltre la critica che caratterizzano  i generi che gli valsero il riconoscimento internazionale. Dotato di una vasta cultura, che esercita e intensifica nei numerosi viaggi e soggiorni all’estero, egli seppe costruire un’attività culturale e umanistica eccellente, con la quale mostrò la grande solidità intellettuale attraverso una prosa oculata e severa, che seppe manifestare un distacco talora ironico dalle cose del mondo, dai suoi personaggi e figure, senza per questo rinunciare al suo lirismo di fondo che è di stile evocativo. Le sue strutture morfologico-narrative vanno a modificare le forme convenzionali del tempo, per rimodulare e impostare altri modelli linguistici di più vasto contenuto simbolico, costruiti e impostati sulla base di riflessioni, verifiche, pensieri, comparazioni, allusioni, parallelismi di natura varia. Gli scritti di Borges appaiono come forti  metafore, che si pongono sullo sfondo di visioni metafisico-paradossali, senza mai perdere di vista l’essere umano che si staglia nel panorama di sfondo come interprete di una dimensione più naturalistico-evocativa che ha costituito il suo filone di ascendenza, la matrice più autentica del suo modello culturale, sempre ai più alti livelli.
Borges ricevette una gran quantità di riconoscimenti. Tra i più importanti: il Premio Nazionale di Letteratura(1957), il Premio Internazionale degli editori(1961), il premio Formentor insieme a Samuel Beckett (1969), il Premio Miguel de Cervantes insieme a Gerardo Diego (1979) e il  Premio Balzan (1980) per la filologialinguistica e critica letteraria. Tre anni più tardi il governo spagnolo gli concesse la  Grande Croce dell’Ordine di Alfonso X il Saggio. Nonostante il suo enorme prestigio intellettuale e il riconoscimento universale raggiunto dalla sua opera, lo scrittore non fu mai insignito del premio Nobel per la letteratura, probabilmente vessato dalle enormi disavventure di regime, o dalle polemiche che ne vennero fuori a causa della sua opposizione alle dittature. Il suo spirito libero ha manifestato quella certa insofferenza dei Grandi intelletti, che hanno pagato caro il prezzo della loro autonomia e libertà di pensiero.
Da tempi immemorabili essi (cultori dell’ingegno) hanno dovuto trangugiare l’amarissimo calice delle idee non conformi ai regimi, come estreme conseguenze di scelte politiche non allineate e intruppate. 
Nel 1921 viene pubblicato il primo numero della rivista letteraria spagnola Ultra, la quale, come appare evidente dal nome, era l’organo di diffusione del movimento ultraista. Tra i collaboratori più noti spiccano lo stesso Borges, Rafael Cansinos-AssensRamón Gómez de la Serna e Guillermo de Torre che diventerà suo cognato 1928 sposando Norah Borges.
Tutta l’attività di Borges si rivela infaticabile e assidua, nonostante una forma incurabile che affligge da 6 generazioni i più stretti familiari dello scrittore non bisogna dimenticare che la medesima sorte tocco anche al padre  (anch’egli muore cieco) per un fattore di infermità fisiologica che lo perseguitò tutta la vita. Anche il Nostro vive nel terrore, soprattutto, quando venne attaccato da una setticemia infettiva che minò il suo stato di salute costringendolo ad un’immobilità per parecchio tempo, minacciandolo soprattutto di una grave interruzione delle sua scrittura e del suo estro intellettuali. Viene assalito da una visionarietà che intuisce e sfocia in una visione storica come: plagio, falsità, menzogna, parodia universale, che ne sanciscono la fama di scrittore internazionale con le sue Otras Inquisiciones (1952)
Labirintico e tenebroso saggista, Borges si mostra con una linea di freddo trionfalismo nella prosa latina fino all’avvento del Realismo di Garcia Marques. Tuttoggi non si può opinare sull’attività dell’argentino, senza fare riferimenti alla letteratura di Calvino e del più recente Umberto Eco. I quali convergono per esperienze e visioni bizzarre ed eccentriche.
Borges ammette la concezione che tutti gli idealisti esplicitano, la forma allucinatoria del mondo. Però l’uso che Borges fa dei paradossi è una bizzarria singolare essa stessa, una sorta di eccentricità stravagante. Così egli si esprime riguardo al sogno del mondo: “Noi abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto”
Bisogna ammettere che tale visione dell’essere e della vita si posiziona infatti in una linea di pensiero e di orientamento “orientale”: si pensi ad es. allo Zen, al Buddismo, situazioni ai limiti del pensiero che sfociano in metafisiche figure, in sostrati di intellettualità trascendente che delineano e si equiparano a grandi linee alla cultura orientaleggiante.
In collaborazione con Bioy Casares, Borges ha scritto: Sei problemi per don Isidro Parodi (Seis problemas para Don Isidro Parodi, 1942), Un modello per la morte (Un modelo para la muerte, 1946), Cronache di Bustos Domecq (Crónicas de Bustos Domecq, 1967). 
In collaborazione con Margarita Guerrero ha scritto: Manuale di zoologia fantastica (Manual de zoologia fantástica, 1957) ristampato poi con aggiunte e con il titolo: Il libro degli esseri immaginari (El libro de los seres imaginários, 1968).
NINNJ DI STEFANO BUSA’ 

79anni dalla morte di F. García Lorca. Una poesia di Lorenzo Spurio per ricordarlo

13826529--253x190Settantanove anni fa il poeta spagnolo Federico Garcia Lorca trovava la morte in una nefanda fucilazione nella campagna granadina poi passata alla storia. Convertitosi ben presto in emblema della Repubblica e degli ideali libertari in difesa della democrazia, dei diritti civili e dell’uguaglianza, il poeta ha lasciato un’ampia produzione letteraria raccolta in varie sillogi tra cui le celebri “Libro de poemas”, “Suites”, “Romancero gitano”, Poeta en Nueva York. Rilevante anche il suo contributo quale drammaturgo dove ha prodotto opere di pregevole tessitura e contenutisticamente formidabili: dai primi canovacci teatrali influenzati dall’avanguardia surrealista e vicini alla farsa, ai famosi drammi rurali in cui si annoverano opere come “Yerma, “La casa de Bernarda Alba” e “Bodas de sangre” ritenute dai nazionalisti pericolose perchè veicolanti ideali progressisti e contro la morale borghese del momento.  Nell’opera teatrale basata su un motivo storico, ossia la dolorosa vicenda dell’eroina granadina Mariana Pineda che troverà la morte per essere la compagna di un cospiratore del Re e che non accetterà di sottostare al servigio sessuale, machista, per riscattare la libertà, è forse possibile vedere in maniera talmente vivida lo stesso Federico Garcia Lorca, intellettuale scomodo e perseguitato perchè vicino alle idee di sinistra, critico nei confronti della società, dei pregiudizi e della morale dominante, omosessuale e amico fraterno dell’emarginato. Le opere teatrali nelle quali stigmatizzava mediante simboli e situazioni magistralmente rese contro il potere nazionalista, militaresco e dispotico della Spagna del momento,restano a testimonianza di una vita imbevuta di tormento e dolore, cancellata dalla faccia della terra per sopprimerne le vedute e gli ideali di fondo. Un atto abominevole, come tanti se ne ebbero nel corso del conflitto civile spagnolo, da entrambe le parti, che ancora i partiti di destra si rifiutano di commentare o di riconoscere, contribuendo a scrivere pagine di cronaca che consegnano la tragedia a un doloroso e ingiurioso processo di oblio.

La mia poesia per ricordare Federico, un grande poeta e un amico.

La luna si nasconde

di Lorenzo Spurio

A Federico, nel 79esimo anniversario dell’assassinio

Con lo scuro incorporato e la camicia inargentata

nelle ombre di roccia e polvere grigia

nel fango di idee retoriche e ciniche vedute

la luna, offesa, appariva stizzita e si celava.

Impavide risa imploranti aurea superbia

una mariposa verde al ciglio sdentato

a stento provò il volo ma cadde e ricadde:

neppure un alito di vento a sostenerla.

Dei pertugi infuocati nei crudi tessuti

lacerti di vita vermiglia e puzza di sangue,

con lui un banderillero in ginocchio

impiombato da banderillas fatali.

Allora i proclami, gli incarichi e le armi

le divise marroni, le folgori acuminate

e la libertà dissanguata, un osso privo di

osteociti inzuppato di viltà vischiose.

Gli occhi neroseppia, stinti per sempre

il cristallino smorzato dall’odio

la retina sprofondata in geroglifici infami

le palpebre impantanate di rena e di miseria.

Nelle tribolazioni invereconde e nella polvere

paraventi di luna che fugge alla notte

incunaboli di dolore in tabernacoli di pianto

il fluido rosso fondamento di sacrificio. 

Nelle cuevas gitane l’umidore sembrò placarsi;

quella sera la luna non si presentò

talmente impaurita preferì nascondersi

ma alle cinque, tu, dov’eri?

Dallo sparo inginocchiato d’angoscia

il disprezzo e la perdita secolare di voce

l’atonia di ogni cosa e a conforto

nardi candidi e una bandiera verde.

Cosa occupava il giardino della tua mente?

Osservavi la Sierra che buca le nuvole

o componevi melodie con foglie e formiche?

Suona pure coll’aria che noi respiriamo!

La storia si fermò senza dilungamenti

quella dei libri è stantia e deforme.

La roccia scheggiata è primavera di lutto

tu che mostri la faccia della Spagna.

Lorenzo Spurio (C)