A Civitanova si parla della poesia dell’Adriatico. L’incontro sabato 27 ottobre alla Biblioteca “Zavatti”

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Sabato 27 ottobre alle ore 17 presso la Sala “Cecchetti” della Biblioteca Civica “Silvio Zavatti” a Civitanova Marche (MC) si terrà la presentazione al pubblico dell’antologia benefica curata dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi dedicata interamente al mar Adriatico. L’iniziativa si terrà con il Patrocinio Morale del Comune di Civitanova Marche e della Provincia di Macerata. Il volume, pubblicato a dicembre 2017 e curato da Stefano Vignaroli, Lorenzo Spurio e Bogdana Trivak, è stato presentato nei mesi scorsi a Pesaro, Ancona, Senigallia, Roseto degli Abruzzi, San Benedetto del Tronto, in eventi dedicati nei quali si è parlato a trecentosessanta gradi del nostro mare Adriatico. Un volume prestigioso, che ha ottenuto i riconoscimenti e i patrocini morali di numerosi Comuni, Province e dell’Ambasciata della Repubblica Albanese in Italia, oltre che dei Comuni croati di Spalato, Sebenico e Pola.

Durante la nuova presentazione, che sarà aperta dai saluti e dalla descrizione del progetto per mezzo di due dei curatori, Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Euterpe) e Stefano Vignaroli (Consigliere Ass. Euterpe) prenderà parte il cultore locale Stefano Bardi con un intervento sulla poesia del poeta locale Sandro Bella. Ad impreziosire la serata sarà la lettura del poemetto in dialetto messinese “Addiu Siracusa” scritto da Vincenzo Prediletto. Nel corso della serata si terrà un reading poetico con poeti della zona invitati dall’Associazione Euterpe e la performer Amneris Ulderigi eseguirà alcune letture scelte dall’antologia.

Il ricavato derivante dall’antologia in oggetto, detratti i costi di stampa, com’è avvenuto in precedenza, verrà donato all’Istituto Oncologico Marchigiano (IOM) sezione Jesi e Vallesina che l’Associazione Euterpe, con le sue iniziative, sostiene.

 

L’evento è liberamente aperto al pubblico.

La S.V. è invitata a partecipare.

 

INFO:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

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Esce “Il sospiro di Medusa”. La nota performer maceratese Morena Oro destruttura il mito classico e denuncia l’ipocrisia

A cura di Lorenzo Spurio

Allora l’esser mostro mi consola, 

riabilita l’anima mia intoccabile

ormai da qualsiasi dissacrazione.

È uscito da poche settimane il nuovo libro di poesie della poetessa e performer maceratese Morena Oro, Il sospiro di Medusa, per i tipi di Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova (AN). Il titolo, evocativo nei suoi legami più classici al noto mito di Medusa, richiama da subito un universo altro e sospeso immergendoci in un’alterità mitologica dalla quale, però, la Nostra subito intende smarcarsi; difatti nella sinossi da lei scritta e diffusa sul sito della casa editrice leggiamo: «La Medusa di Morena Oro si ribella all’interpretazione stereotipata del mito che la riguarda, vuol prendere coscienza del proprio ruolo all’interno di quella mitologia e stravolgerlo, sovvertirlo, farlo avanzare verso l’infinitudine delle possibilità ancora sconosciute ai più […] Questa Medusa sospirante non è che il mostro che ha compassione di se stesso, che si ama profondamente accettando la propria condizione divenuta simulacro della negazione degli altri al cospetto delle proprie deformità interiori. […] In ogni donna uccisa, decollata nel sonno, urla il mostro arbitrariamente giustiziato di Medusa».

La storia del mito di Medusa, che è ben nota ai più, è bene a questo punto richiamarla per una ragione semplicissima, ovvero per poter comprendere come poi, col suo lavoro, Morena Oro abbia operato secondo un approccio de-costruttivista (Guy Debord decostruiva spazi, qui si decostruisce miti), riscrivendone le peculiarità di questo personaggio diabolico e misterioso al contempo. De-costruire, che è un atto automatico e rigenerativo, prevede una sperimentazione autentica che porta a una nuova “costruzione”: la Medusa di Morena Oro, pur avendo senso per essere ciò che è e che comunemente noi concepiamo richiamando la mitologia e i riferimenti classici è, però, anche altro, perché ricaricata di un significato che l’autrice stessa ha deciso di affidarle.

L’etimologia di “medusa” sembra essere dubbia al punto tale che vi sarebbero varie idee al riguardo. L’idea preponderante che viene comunemente presa come maggiormente valida è quella di vedere la parola quale derivato del nome proprio di Medea il cui significato ha a che vedere con la capacità attrattiva e seducente, dell’ammaliare. Medusa si contraddistingue per essere un mostro alato dalle sembianze femminili, creduta come la più orribile e l’unica delle tre Gorgoni a non essere immortale.[1] Dal nome di Medusa deriverebbero terminologie la cui comprensione è facilitata se si pensa al comportamento della divinità, che hanno scarso impiego nell’uso comune della lingua: “medusare” quale sinonimo di “ammaliare” e “meduseo” ad intendere qualcosa che abbia natura ambigua e sinistra: ammaliante e tremenda al contempo o che si riferisca a qualche peculiarità fisica della divinità (la capigliatura con serpenti o la prerogativa pietrificatrice). Risulta dunque utile ed elemento di contestualizzazione ricordare l’origine classica del mito di questa figura ammaliante e intimorente; ne Le Metamorfosi[2] di Ovidio la vicenda di Medusa è contenuta nei Libri IV e V:  figlia di Forco, di lei si parla della “potenza del mostro” (Libro IV, v. 745)[3] e come “orrenda Medusa” (Libro IV, v. 784) e delle sue peculiarità trasformative da animato a inanimato (in roccia, per l’esattezza): “Per aver guardato la Medusa, erano stati mutati in pietra, perdendo la loro natura” (Libro IV, vv. 781-782). Medusa è l’unica “delle sorelle [che] portasse i serpenti intrecciati ai capelli” (Libro IV, vv.792-793), essere malevolo la cui fine, forse, ripaga della malvagità della sua essenza capace, però, di una progenie buona, il poco noto Crisaore, capostipite di una schiera di giganti.

La prima presentazione del volume si terrà a Corridonia (MC) il prossimo 28 ottobre presso l’Officina delle Arti. Il volume sarà presentato dal Direttore Editoriale de Le Mezzelane Casa Editrice, Rita Angelelli assieme alla dottoressa Loredana Finicelli (storica dell’arte) e Lucia Nardi (poetessa e critico letterario). Durante l’evento, che avrà inizio alle ore 17:45, l’autrice farà la performance omonima Il sospiro di Medusa.

In precedenza a questo lavoro, Morena Oro ha pubblicato i libri di poesia Affetti collaterali (2011), Anima nuda (2009), Autopsia del mio demone (2013) e Memorie dell’acqua (2017). Tra le sue ultime performance poetico-danzanti vanno ricordate “I mondi fluttuanti”[4] (Treia, gennaio 2018; riproposta a Montecassiano nell’aprile dello stesso anno) e “Dea ex Machina” (Ancona, luglio 2018). Alla scelta oculata e avvincente dei testi proposti e recitati con particolare verve – a seconda delle esigenze comunicative – Morena Oro non ha mai celato il fatto che ciascuna cosa, secondo lei, abbia una veste esoterica e, pertanto, gli oggetti sono sia quel che rappresentano ma anche il loro ‘simulacro’ ovvero la loro elevazione immaterica.

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La camaleontica poetessa Morena Oro, autrice del libro “Il sospiro di Medusa” (Le Mezzelane Editore, 2018)

Come si evince da alcuni titoli risulta evidente l’elemento dell’acqua[5] nel percorso poetico dell’autrice ed è ella stessa a rivelare significati reconditi e simbologie, richiami evocativi e misterici che essa, quale elemento fluente, assomma a sé: «Quindi acqua come elemento di trasformazione, flusso, conoscenza, come simbolo di qualcosa che non è mai uguale a se stessa pur essendo la stessa.  […] Acqua come purificazione, come lavaggio, come ascesa nello spirito, acqua come elemento malleabile che prende la forma di quello che riempie, al tempo stesso forza dirompente in grado di scavare la roccia con infinita pazienza e tenacia, di spazzare via tutto in maniera incontenibile.  Elemento che dà la vita ma anche la morte. […] Tutto si muove sempre come in una danza trasformandosi in qualcosa d’altro».[6] 

Per ricondurre il discorso all’oggetto principe di questo articolo, ovvero il nuovo libro di Morena Oro, credo che non ci siano migliori parole che quelle della stessa che, pur che fornirci una chiave interpretativa – come troppo spesso vien fatto in testi anticipatori o a preambolo – volutamente rende il tutto più ingarbugliato, diremmo enigmatico, con uno scopo fondamentale: quello di procedere nella lettura con consapevolezza e ragionamento. Poesie che vanno percepite per quel che sono, certo, ma che abbisognano di una introspezione propria per poter percepirne le vere ragioni che in qualche modo le hanno originate. La bellezza[7], da canone estetico e motivo di diagnosi sofisticata, diviene condizione labile da accettare nel suo deterioramento, scantonando meccanismi ipocriti che mascherano la realtà[8] o in qualche modo la distorcono impedendone il fluire proprio. Ecco, allora, che, nella macro-forma del ‘mostro’ che da sempre intimorisce ma apre alla perplessità che Morena Oro dibatte con questo libro in cui Medusa non è solo creatura ferina ma anche emblema di lotta, divenendo espressione di una rinata coscienza che può riaffiorare, pur con difficoltà, a seguito di un dato percorso che consapevolmente si è imboccato e percorso. Così scrive l’autrice: «Nell’epoca in cui si rincorre la bellezza artificiosa elevando a status l’immagine effimera di se stessi, l’unica maniera di affrontare il mostro che alberga in noi […] è aggirarlo alle spalle, coglierlo nel sonno e decollarlo, cancellandone il volto, negare perciò quella identità che risiede nei tratti somatici che lo scorrere del tempo acuisce, svilisce, rende sempre più marcati […]. Tagliare la testa di Medusa vuol dire quindi rendere sopportabile il mostruoso, il diverso, esponendo solamente il suo simulacro, la sua icona, il suo trofeo».

Le considerazioni poste in questo suo testo, che meriterebbero davvero pagine e pagine di analisi e approfondimenti, mostrano già di per sé la natura profondamente riflessiva, profonda e investigativa dell’animo della Nostra, unita a una critica velata, eppure percepibile, dinanzi a tendenze diffuse o, si dovrebbe dire, a mode comuni e automatiche, riproposte in maniera sciatta e priva di fondamento razionale spinte dall’ottenimento di un risultato assurdo che, in parte si raggiunge, con i suoi strascichi di un’insoddisfazione crescente che si autoalimenta.

Parlando della nostra società, riflettendo adeguatamente su alcuni comportamenti diffusi che si realizzano, l’autrice così annota: «Ogni epoca, di fatti, ha i propri mostri da distruggere, da decapitare, da affrontare evitando di guardarli negli occhi per non sentirne il peso e la storia. Vogliamo […] uccidere la caducità, il sentimento di precarietà percepito come mostruoso, pauroso, inaccettabile […], attraverso la perdita sistematica della sfera umana legata alla sensibilità, al sentimento, alla dimensione imprescindibile dello spirito e dell’anima». Tale tentativo di uccisione, di sparizione coatta, di meschino travestimento e, dunque, di rifiuto del normale scorrere del tempo con la soppressione dell’istinto e della passionalità ricorda, per certi versi, il motto vanaglorioso dei futuristi che, in un manifesto, inneggiavano a un’azione tanto nefanda quanto illusoria, quella, appunto, dell’ “uccidere il chiaro di luna”. Parimenti, in questo manifesto scritto e pubblicato in francese nel 1909 e in seguito, nel 1911 in italiano, Marinetti inseriva, in una narrazione di guerra, il celebre motto che avrebbe impiegato in un discorso nella città di Venezia nel quale si scagliava contro il sentimento, che in ogni modo, doveva esser appiattito: «Quando gridammo “Uccidiamo il chiaro di luna!” noi pensammo a te, vecchia Venezia fradicia di romanticismo! Ma ora la voce nostra si amplifica, e soggiungiamo al alte note: “Liberiamo il mondo dalla tirannia dell’amore! Siamo sazi di avventure erotiche, di lussuria, di sentimentalismo e di nostalgia”!».

Il discorso sulla bellezza che Morena Oro anticipa nel testo d’apertura e al quale dà forma nelle liriche del volume sembra un continuum ragionato e una sorta di risposta a un serrato contraddittorio sulle potenzialità tremende di Medusa, donna malvagia e anfibia, vittima ella stessa del male e della dominazione e che, di contro al suo potere disumanizzante verso gli altri, non ha il dono dell’infinitudine, della conservazione illimitata, della perdurante esistenza contro qualsiasi limite imposto al regno dell’umano. Ovidio, per bocca di un imprecisato “straniero”, a conclusione del Libro IV così riporta in relazione a Medusa, donna affascinante e terribile al contempo: «La sua fu una bellezza eccezionale e motivo di speranza e di gelosia per molti pretendenti; ma in lei tutta non ci fu una parte più bella dei capelli; ho incontrato qualcuno che diceva di averli visti. Si narra che il signore del mare la stuprasse nel tempio di Minerva: la figlia di Giove si voltò indietro, coprendosi i casti occhi con l’egida; ma, perché questo crimine non rimanesse impunito, trasformò la chioma della Gorgone in serpenti ributtanti. Anche ora, per atterrire e sbigottire i nemici, la dea porta sullo scudo stretto al petto i serpenti che fece nascere».

In qualche modo è insita, seppur celata, una forma di debolezza arcaica in Medusa, la cui sevizia sessuale sofferta ha probabilmente deviato la sua propensione sociale verso l’alterità, decidendo di attuare, parimenti alle sorelle, in maniera spregiudicata, vendicativa e molesta contro gli altri. Ma «nessuna donna è mai tanto bella/ come quando può essere fragile,/ fragile come un grappolo»[9] come scrive Morena e, in effetti, Medusa è affascinante, attrattiva e seducente ma in lei è celato il pericolo. Si faccia, però, attenzione che Medusa non dà direttamente la morte: non uccide, non trafigge, non decapita né dissangua (sorte che capiterà a lei), semplicemente opera trasformando la materia, riducendo a uno stato di inabilità e di soppressione degli istinti vitali. Il prodotto finale del suo agire, pertanto, non è il dar la morte, ma il tramutare. Nell’omonima poesia dell’autrice che dà il titolo all’intera raccolta netta e perentoria è la condanna verso l’universo maschile, patriarcale, negletto, che si è arrogato il diritto di padroneggiare su tutto. L’episodio della violenza sessuale sofferto da Medusa da derivarne – possiamo ipotizzare – oltre a un’onta corrosiva e un trauma logorante, diviene urlo carico di sprezzo: «Siate voi maledetti, uomini e divinità,/ che avete brutalizzato la mia innocenza/ quando era un soffio di grazia ineffabile,/ inginocchiata nel tempio di Atena/ a render venerazione alla sua potenza,/ ero avvolta nel vapore setoso dei miei capelli d’oro/ e non intendevo ancor ragione del perché/ la bellezza scateni implacabili vendette».

La denuncia va ben oltre ed assume una carica ancor più dirompente: non è solo l’uomo, meschino e usurpatore, ad essere imputato del peccato commesso con l’uso della forza ma anche – cosa ben più grave e ingiuriosa – la stessa Atena, divinità della sapienza, che, nel tempio dove ha dimora e dove si è svolto il misfatto, non è intervenuta per proteggere Medusa né deplora l’accaduto. Qualcosa che fa pensare alla vicenda della giovane Tamar che, stuprata con l’inganno dal fratello Amnon, nel racconto biblico non viene difesa dal padre di entrambi, il re David, che preferisce non castigare il figlio né mostrarsi solidale con la figlia. Nella Bibbia, come nei testi mitologici, lo stupro e l’incesto sono all’ordine del giorno e sono resi ancor più dolenti perché la vittima è costretta a permanere nel contesto ambientale nei quali li ha subiti, senza che vi sia una compartecipazione concreta al dolore sperimentato. Così l’autrice denuncia veemente: «Atena non sia lodata per la sua sapienza/ ma si erga trionfante come casta protettrice/ del più incallito e secolare maschilismo,/ la dea guerriera che infierisce sulla vittima/ invece di scagliarsi contro lo stupratore».

C’è in Morena Oro un’attenzione continua verso l’universo femminile, di quelle donne in qualche modo ingiustamente silenziate o tenute ai margini, di quelle donne timide e taciturne, che si sentono vulnerabili e non capite, la cui identità è scissa e percepita come problematica, non conformiste, difficilmente catalogabili, estranee, spesso, in un corpo che non riconoscono completamente. Ecco alcuni versi, che reputo di alta intensità lirica e di pregnante corporeità, di precedenti lavori della poetessa che, in chiusura, vorrei richiamare: «Siamo fatti di ferite,/ paesaggi scomposti/ di croste aride/ e abrasioni fresche,/ piaghe che il tempo non asciuga,/ infezioni arrossate che le medicine/ non possono stroncare.// …/ Siamo un planetario/ dove localizzare le nostre esplosioni»[10] e, ancora, nell’affascinante “Kintsugi”, metafora di un mondo lacerato eppure ricco ed espressivo: «Preferisco le persone rotte./Accasciate. Rappezzate./ Tenute insieme col nastro adesivo./ Amo le persone resuscitate mille volte.// […]/ Sono uguale ai perdenti nati,/ che hanno paura di tutto/ ma non si spaventano con niente».[11]

Medusa: mostro aberrante o carne dilaniata? Ecco, forse, quale potrebbe essere l’ambizione massima del filosofare d’oggi: «dissotterrare la poesia/ laddove ci sono solo sequenze».[12] Questo, nel ricordo certo eppure slavato nei dettagli, di quelle “memorie d’acqua” in cui «l’acqua on pensa,/ riflette-/ il cielo si specchia»[13], alla maniera di una formula da fare propria, scevri da briglie strette perché, per dirla con Juan Ramón Gómez de La Serna, se «l’acqua non conserva la memoria [e] per questo è così pulita», navighiamo sempre in acque fosche e dense di pulviscolo.

Lorenzo Spurio

Jesi, 17/10/2018

 

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NOTE

[1] Tale condizione è ricalcata dalla stessa autrice nella poesia che dà il titolo all’intero lavoro: «Io diversa lo fui da principio,/ di tre sorelle ero l’unica mortale,/ a me toccava, a lor differenza, d’invecchiare,/ di vivere col giogo del tempo intento/ a rosicchiare senza requie la mia beltà».

[2] Il riferimento a Ovidio non ha da esser considerato come forzato o causale. Nell’opera poetica di Morena Oro, a più livelli ed espresso in forme varie, ricorre il tema del cambiamento e della metamorfosi. In un testo poetico amoroso così si legge: «Ogni ferita col tempo/ si trasforma/ in raffinatissimo ricamo» (MORENA ORO, Memorie d’acqua, Simple, Macerata, 2017, p. 132) e in altri ancora: «Qui tutto muta ritornando sempre se stesso./ Come una fontana, zampilla, crea giochi d’acqua,/ si mescola e ritorna a zampillare./ Sempre diversa. Sempre uguale.// Tutto scorre/ ma non lo sa./ È sempre uguale/ la grande fontana della vita» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 215); «Guardare gli alberi/ è l’arte di/ osservare il mutamento» (Memorie d’acqua, Op. Cit.., p. 231), «Continue rinascite,/ laboriose metamorfosi che trasmutano/ quello che non passa in cieca esultanza» (MORENA ORO, Il sospiro di Medusa, Le Mezzelane, Santa Maria Nuova, 2018). Pochi versi più in là ci si riferisce ancora alla violenza quando l’autrice richiama l’estrema bellezza di Medusa e la carica di fascino che la sua sontuosa capigliatura trasmetteva agli altri: «Nel tempio di Atena fui concupita./ Gridai, mi negai e mi nascosi/ dietro la sua sacra effige ma quei miei capelli/ luminosi erano invitanti traditori».

[3] Tutte le citazioni da Le metamorfosi sono tratta da questa edizione: Ovidio, Le Metamorfosi, a cura di Nino Scivoletto, testo a fronte, UTET, Milano, 2005.

[4] A questo importante comparto concettuale dell’autrice, magistralmente inscenato nella suddetta performance, possiamo ascrivere l’omonima lirica, “Il mondo fluttuante”, nella quale leggiamo: «Tutto ciò che scrivo,/ ormai, sopravvive/ solo pochi momenti./ […]/ E più questa forma mi si avvicina/ più brevemente sopravvive» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 150).

[5] Un aforisma dell’autrice così recita: «Sulla sponda/ del fiume, ascolto./ L’acqua canta» (Memorie d’acqua, Op. Cit.,  p. 79). Curioso osservare che Pegaso, uno dei due figli di Medusa nato dal suo sangue che sgorga una volta che viene decapitata da Perseo, sia collegato con l’elemento dell’acqua. Nella sua etimologia più accreditata, di origine greca, “pègaso” deriverebbe da “fonte, scaturigine” e “generare” adducendo come giustificazione del termine che egli è «nato presso le fonti dell’Oceano o, perché aveva, come narra la favola, fatto con un calcio scaturire sull’Eliconia il fonte Ippocrene […] le cui acque destavano l’estro poetico in chi lo beveva» (Dal Dizionario Etimologico Online, www.etimo.it) Dalla narrazione di Ovidio, in merito alla genesi di Pegaso, leggiamo: «Mentre un sonno profondo teneva avvinte le serpi e lei [Medusa] stessa, le [Perseo] troncò il capo dal collo: dal suo sangue erano nati il veloce Pegaso alato e il fratello» (Metamorfosi, Libro IV, vv. 784-786). Al personaggio di Perseo la poetessa ha dedicato una lirica dal titolo “Perseo e lo scudo” nella cui chiusa si legge: «Quando tutto urla così silenziosamente/ sembra che esista solo l’assenza» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 22) mentre nel nuovo libro si sottolinea la sua genesi dal fluire del suo sangue per scannamento: «Perseo, ti dono tutto il mio sangue/ dal quale Pegaso si leva in volo/ risorgendo dalla mia grazia violata» (Il sospiro di Medusa, Op. Cit.).

[6]  Estratti da una conversazione privata avuta con l’autrice nei mesi scorsi.

[7] Cito ancora dalla nota che descrive il nuovo volume: «L’ingiustizia della bellezza che sfiorisce, della vita che ci segna e ci condanna in modi e condizioni che non abbiamo scelto ma che dobbiamo subire […], trovano a volte riscatto illusorio nell’accanimento contro il mostro riflesso che eleviamo a unica degna rappresentazione delle nostre paure […]. Nessun essere umano potrà mai sottrarsi al gioco degli specchi. […] Siamo chiamati a trovare il coraggio di mostrare ciò che siamo davvero».

[8] Cito dalla poesia “De Profundis”: «Scegliti la maschera per oggi./  Possiamo fabbricarne a iosa./ Tutte sono vere./ Nessuna lo è.// In profondità tutto si distorce./ Non c’è chiarore./ Nessuna ferma definizione./ La verità ama nascondersi» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 122).

[9]  Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 232.

[10] Poesia “Fiabe sfatate” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 73.

[11] Poesia “Kintsugi” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 90.

[12] Poesia “La sezione aurea del detto” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 116.

[13] Haiku contenuto in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 119.

 

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Una società diversa: ricordi di una Trapani trascorsa, viva nel ricordo fulgido e costante. Recensione di “Spigolature” di Vittorio Sartarelli

A cura di Lorenzo Spurio

Vittorio Sartarelli è nato a Trapani nel 1937 da una modesta famiglia. Ha seguito studi umanistici e poi si è laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo. Nel 1958 venne assunto dal settimanale politico trapanese “Il Faro” dove operò a diverso titolo per quattro anni. Nello stesso periodo collaborò anche con altre testate sino a che nel 1963 venne assunto in un istituto di credito dove è rimasto sino alla data del suo pensionamento.

Come autore ha esordito nel 2000; scrittore attento al dettaglio, insaziabile pittore di vicende vissute e nostalgico nel recupero di memorie che hanno contrassegnato i suoi anni passati, Sartarelli si mostra versatile per i suoi interessi verso la prosa autobiografica, memorialistica e descrittiva con particolare attenzione anche alla descrizione degli ambienti nei quali si percepisce l’attaccamento per Trapani e le affascinanti manifestazioni etno-culturali della sua terra.

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Uno scorcio della città di Trapani

Tra le varie pubblicazioni si segnalano “Territorio e motori” (2006), un volume tascabile, una sorta di guida con informazioni sugli aspetti storico-culturali, tradizionali della capoluogo siculo in cui è nato con particolare attenzione anche allo sport. Allo sport, in particolare, Sartarelli è stato legato, in modi e in età diverse sia con il ciclismo (di cui era molto affascinato in età giovanile rimanendo affascinato da Bartali) che dall’automobilismo, seguendo la capacità meccanica e creativa del padre, meccanico arguto, che nel 1951, dopo aver creato un auto da corsa fiammante, “vinse nella sua categoria la XXXVI Targa Florio, classificandosi anche sesto assoluto nella classifica generale” (90). Quest’ultima vicenda è contenuta in particolar modo nel volume “Francesco Sartarelli” (2000) da lui definita la “biografia di un campione trapanese degli anni ‘50” ma se ne parla abbondantemente anche nel racconto “Mio padre” presente in “Spigolature” nel quale l’autore traccia la vicenda esistenziale del genitore paterno ripercorrendo alcuni degli episodi d’affetto più incisivi che li hanno visti legati sino al sopraggiungere della malattia del padre che l’autore percepisce come una “mutilazione” (91) parlandone in questi termini: “Esisteva ancora, era vicino a me ma, era diventato un’altra persona, lontana anni luce da quella che mi aveva seguito con affetto paterno e condividente durante la mia vita, il faro che costituiva per me un punto di riferimento e di orientamento costante si era spento” (91).

Il sentimento di comunione, il fascino e la completa sintonia con il contesto ambientale, sempre ben radicato nelle sue narrazioni, sono meglio esaltati in “Cara Trapani” (2007) che si configura come una sorta di almanacco dotto e utile, ricco di informazioni e nutrito di ricerca bibliografica, frutto della volontà di contenere in un libro elementi di storia, etnologia e tradizioni della sua magica città. Chiaramente non si tratta di una prosa fredda e clinica, atta a descrivere storicamente con un linguaggio critico e umanamente impassibile, al contrario nell’elencazione arguta delle nozioni storiche, geografiche, culturali è unita in maniera indissolubile una carica viva e spontanea che sgorga dal sentimento coinvolto.

Quella di Sartarelli è così sia una narrativa documentaristica (le branche del sapere che lo coinvolgono sono varie, dalla scienza all’enologia, dalla storia all’archeologia e mai coniugate tra loro con forza o in maniera improvvisa) e al contempo una prosa personale, intima, familiare, ricca di aneddoti personali, vicende proprie, memorie di momenti vissuti con parenti o di incontri, come quello con lo zio d’America, contenuto nel volume “Spigolature” (2017), una prosa che, per certi versi, fa ricordare il Sciascia narratore degli esordi.

Altre opere dell’autore sono “I racconti del cuore” (2008), un saggio di carattere sociologico “La famiglia, oggi” (2009) e un excursus dell’intero periodo lavorativo in “Memorie di un bancario” (2009).[1] Vittorio Sartarelli è anche blogger, recensore di critica letteraria, saggista. Nel volume antologico sulla poesia e cultura siciliana curato dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi che uscirà il prossimo anno l’autore ha collaborato con una recensione-documento all’opera nel dialetto locale “Petri senza tempu” del poeta trapanese Nino Barone. Collaboratore di vari giornali e riviste di cultura e letteratura tra cui “Il Salotto Letterario” (Torino), “Progetto Babele”, “Euterpe”, “Il Club degli Autori”, è risultato vincitore in numerosi premi letterari nazionali ottenendo premi da podio, premi speciali, menzioni e altri riconoscimenti che ne attestano le indiscusse capacità letterarie e comunicative. È accademico dell’Accademia Internazionale “Il Convivio” di Catania e Socio ordinario dell’Ass. Culturale Euterpe di Jesi (AN).

A spiegare il titolo della raccolta “Spigolature” (Elison Publishing, Lecce, 2017) è lo stesso autore che, nella presentazione al libro, così scrive: “Spigolare chiarisce la sua definizione come un’azione antica […] di raccogliere ogni spiga rimasta sul terreno dopo la mietitura per cui ogni singola spiga di grano poteva fare la differenza; […] spigolare può avere anche un significato che ai più appare recondito, ma che è ormai entrato nel comune linguaggio culturale, come raccolta o scelta privilegiata di concetti” (3). Dunque un volume che raccoglie una crestomazia di testi, un florilegio particolare, una selezione particolarmente significativa per l’autore, dunque non un semplice compendio che agglutina la produzione, ma un testo che propone una scelta ponderata e motivata dei componenti che lo contraddistinguono, nella sua totalità, come opera unica e compatta.

9788869631405_p0_v1_s550x406.jpg“Spigolature” – “libro eclettico”[2] – si compone di una serie di racconti di diversa lunghezza nei quali l’autore rievoca momenti particolari della sua storia passata, spesso è una semplice immagine, come quella del mare nell’omonimo racconto, a riallacciare al passato: l’autore ci racconta del rapporto di amore-odio verso il mare e ce ne spiega le ragioni e, a seguire, con evidente orgoglio della sua sicilianità, passa in rassegna agli aspetti più tipicizzanti della città natìa di Trapani: da narrazione biografica[3] si passa così, senza cesure nette, a una prosa scientifica, di documentazione storica e sociale quando ci parla delle saline e delle tonnare, particolarmente presenti nella zona di Trapani (visitai qualche anno fa la Salina di Paceco e ne conservo uno splendido ricordo e, sull’isola di Favignana, la guida ci spiegò che la tonnara lì presente aveva smesso da anni di funzionare ma che una volta l’attività era frenetica e determinante per l’intera economia dell’isola). Respiriamo, leggendo queste pagine di Sartarelli, un’aria a noi diversa, che è quella calda e speziata della terra di Sicilia. Emanuela Riverso nella sua recensione a “Cara Trapani” dell’autore ha osservato questa capacità di Sartarelli di dar sapore e colore, anche sulla carta, ai suoi amati spazi toponomastici: “Il racconto della storia e dei luoghi di Trapani si fonde con le suggestioni personali dei mille ricordi legati alla città […] Il raccontare la città si identifica con il raccontare se stesso. […] Trapani nel corso della storia, dalle origini ai giorni nostri e destano molta attenzione anche le pagine più personali, lì dove ci si accorge che il racconto di una città non può essere disgiunto dal racconto della vita di chi la abita e la vive”.[4]

La narrazione si presta anche come fine documento storico nei tanti rimandi alle varie fasi di buio e di sviluppo della nostra nazione dall’età della Ricostruzione, che fa seguito al secondo conflitto bellico di cui Sartarelli parla nel racconto “La maestra della Scuola Elementare”, alla venuta dello “zio d’America” nel 1947 dopo un lungo periodo nel quale a causa delle “operazioni belliche non era stato possibile comunicare” (40) porta in Sicilia il progresso americano rappresentato dai nuovi beni di consumo quale la cioccolata, il chewing-gum e altri beni d’utilizzo per la famiglia. Dello zio d’America l’autore ha un ricordo duplice: grande gioia e aspettativa prima della sua venuta e curiosità di conoscere il parente che vive e ha costruito una sua famiglia dall’altra parte del mondo e, di contro, un uomo leggermente freddo, ormai avulso da quella realtà di provincia siciliana che, decenni prima, l’aveva visto nascere. L’autore così riflette: “Non riuscivo a comprendere, tuttavia, come mai uno zio che, per trenta anni era rimasto lontano dal suo Paese e dall’affetto dei suoi cari, una volta ritornato tra loro, non riuscisse a manifestare almeno esteriormente una maggiore affettuosità” (43).

Sempre a livello storico e proseguendo in forma cronologica, Sartarelli dedica un intero capitolo, o racconto, a “Quei favolosi anni ‘60” nei quali ci parla del rinato clima di benessere a seguito del boom economico che permetterà per un periodo una vita migliore, anche grazie a misure di sostegno giunte, a conclusione della seconda guerra mondiale, da parte degli Usa. È il periodo del cosiddetto “miracolo economico” nel quale l’Italia sembra incanalarsi verso una stagione diversa e, sulle ceneri di una ricostruzione lunga e non priva di un malcontento psicologico, si proietta verso un futuro pregno di nuova speranza. Arrivano così gli elettrodomestici quali il frigorifero e, per la prima volta viene introdotta la televisione, mezzo di comunicazione e svago, ma anche collante sociale che ha, tra le sue primarie funzioni, quella di permettere una standardizzazione della lingua ufficiale italiana incentivando, dunque, anche il sentimento di coesione nazionale. La televisione, come osserva l’autore, “avrebbe trasformato oltre che la cultura italica, anche le tendenze e il modo di pensare, avrebbe sicuramente modificato il sistema di vita delle famiglie” (55).

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L’autore, Vittorio Sartarelli

Ci sono pagine amare nel ricordo di vicende antipatiche come la rottura dell’amicizia con un ragazzo da sempre considerato un buon compagno, di vero dolore nell’apprensione che si nutre dinanzi al tremendo terremoto del Belice nel gennaio del 1968 dal nostro ricordato nel brano dal titolo “Quando la Terra trema” e dell’infarto subito in periodo più recente, qualche anno fa, del quale Sartarelli ci trasmette una cronaca puntualissima. C’è poi il mondo del lavoro, come funzionario in un istituto di credito, del quale si è accennato in precedenza e di cui ha avuto modo di parlare ampiamente in un’altra precedente pubblicazione. Nel racconto “L’Onorevole” contenuto in “Spigolature” ci narra, grazie a un sistema di consigli e raccomandazioni tra uomini influenti diffuso ancora oggi, della sua possibilità di accedere a un colloquio di lavoro che poi gli avrebbe consentito di lavorare in quella stessa sfera per molti anni sino al pensionamento. L’autore, senza riserbo alcuno con la finalità di non macchiare quel realismo onesto di cui è peculiare esponente, scrive: “La politica quindi, grazie alla raccomandazione, esercitava una nobile funzione sociale, favorendo il benessere e il miglioramento economico e sociale delle famiglie” (67) mettendoci al corrente di un sistema diffuso di mutuo sostegno e di ‘piaceri’, di collaborazione e influenze tra “poteri”, diffusa e consentita, ma che, com’è questo il caso, ha dato frutti preziosi rappresentato dall’encomiabile impegno professionale e dedizione di Sartarelli nel suo lavoro.

Se in “Spigolature” Sartarelli ha raccolto “il grano migliore” della sua produzione, i suoi progetti non terminano qui e, forse un po’ più ambiziosi, si spingono oltre nell’arrivare a pubblicare un volume unico, una sorta di opera-omnia o, comunque una pubblicazione che, ordinatamente e in forma completa, contenga tutta la sua intera attività scrittoria, di narrativa breve, romanzi, articoli, saggistica, recensioni e quant’altro. Così, in un’intervista rilasciata a “Recensione Libro.it” ha osservato: “Ho allo studio la realizzazione della raccolta di tutte le mie opere che vorrei lasciare come ultima testimonianza della mia attività letteraria, ma è ancora presto per poterne parlare e scrivere in modo definitivo”. Dette opere, la cui ideazione nasce da motivi sempre pregevoli che mostrano una grande concretezza dell’uomo che le propone, spesso sono poco attuative non perché tecnicamente difficili o azzardate ma semplicemente perché è preferibile scrivere all’istante, la vita d’oggi o ciò che essa riflette del passato, badando – nella stessa vividezza che sostiene l’autore – al dedicare attenzione a ciò che ha per noi senso. Difficile concepire un’opera completa e finale quando ancora – com’è il caso di Vittorio Sartarelli – c’è ancora tanto da raccontare ed esprimersi, narrare e studiare, affrontare indagini, ricercare il senso delle cose e di sé, in quell’ambiente folto di pensieri e custode di dolci melodie di età andate, nel materiale, eppure ancora così vive.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 15/10/2018

 

NOTE

[1] La recensionista Nicla Morletti sottolinea lo spettro meno felice di sentimenti provati dall’autore (sofferenza e delusione, finanche scoramento e insoddisfazione) in relazione ad alcune vicende accadute, nel corso degli anni, sul suo luogo di lavoro scrivendo che lì “Emergono la malvagità, la cattiveria, la superbia, la sete di denaro, l’arrivismo e la prevaricazione da parte di altre persone”, in Nicla Morletti, “Vittorio Sartarelli: 35 anni da bancario”, «Il Molinello».

[2]  Così viene definito nella breve recensione dal titolo “Di cosa parla il libro “Spigolature” di Vittorio Sartarelli” apparsa in internet sul sito «Recensione Libro». Lo stesso autore, in un’intervista concessa dallo stesso sito citato, ha definito “Spigolature” in questi termini: “uno Zibaldone, un revival, un vademècum”.

[3] L’autore in un’intervista rilasciata al sito «Il Giallista» ha confessato al riguardo: “Non ho bisogno di ispirazione artistiche per i miei scritti ma solo ricordi reali e i miei libri non hanno trame inventate o romanzate ma solo descrizioni di realtà avvenute, in un passato prossimo o purtroppo, ormai remoto ma vero e non inventato”, in “Intervista a Vittorio Sartarelli, autore di “Spigolature”, «Il Giallista», 9 Gennaio 2018.

[4]  Emanuela Riverso, “Vittorio Sartarelli e la sua cara Trapani…”, «Luoghi d’Autore», 8 Gennaio 2015.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

Lorena Di Bitonto esce con la sillog poetica “Candori poetici”

Candori poetici_coverNel mese di settembre 2018 è uscita l’opera prima di Lorena Di Bitonto Candori Poetici (Youcanprint Edizioni). Curatori d’opera sono Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio mentre l’impaginazione e adattamento di copertina sono a cura di Gioia Lomasti e Marcello Lombardo. Nel volume sono contenuti pensieri liberi, emozioni autentiche che si svincolano dal quotidiano per raggiungere un universo altro, poetico e sublime.

L’autrice, Lorena Bitonto, è nata in provincia di Bari nel 1977.  Ha studiato Lingue Straniere all’università di Bari e poi Cooperazione Internazionale e Diritti Umani all’università Roma Tre. Si è trasferita in Inghilterra dove attualmente lavora nel settore viaggi. L’autrice è particolarmente innamorata alla letteratura e alla poesia, legge poeti romantici e simbolisti, spesso fonte d’ispirazione nella scrittura delle sue poesie. Studia recitazione e sta approfondendo il metodo Meisner, tecnica basata sul “senso del vero” e sull’importanza degli impulsi nel lavoro della recitazione. Ama viaggiare, visitare il mondo, esplorare differenti culture e tradizioni.

“Dal profondo del cuore. Diario ed esilio di un cardiochirurgo” di Ciro Campanella – segnalazione volume

“Dal profondo del cuore. Diario ed esilio di un cardiochirurgo” di Ciro Campanella, Di Renzo Editore, 2017

 

I_COP_Campanella_200dpiSinossi:

“La sicurezza non deriva dal posto, ma da qualcosa che nasce in se stessi: dalla consapevolezza di conoscere il proprio lavoro. Questa consapevolezza del conoscere e conoscersi crea una libertà pratica ed emotiva, che ti permette di muoverti nel mondo – attraverso diversi paesi – semplicemente facendo quello che sai fare. Insomma, tutto il contrario del posto sicuro, che ti rende invece prigioniero e ti lega nelle tue aspirazioni di andare altrove”. Un libro che con la sua franchezza arriva al cuore del problema: non si può fare il medico pensando ad altro che non sia il paziente; la politica e la medicina sono mondi avversi, con finalità opposte; la burocrazia uccide l’etica. Luci e ombre di una difficile missione: salvare vite.

L’autore:

Ciro Campanella è un cardiochirurgo di fama internazionale. Allievo di Christiaan Barnard, ha diretto per quasi trent’anni l’unità cardiochirurgica della Royal Infirmary di Edimburgo e ha operato, formando generazioni di nuovi chirurghi, in tutto il mondo. È tra i 20 cardiochirurghi più quotati a livello internazionale e a lui si deve l’attuazione di alcune nuove tecniche in chirurgia cardiaca mini-invasiva, oggi ampiamente diffuse. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli ha conferito l’Ordine di Commendatore per alti meriti scientifici. Poi un giorno Campanella ha deciso di tornare in Italia. E se ne è pentito.

 

A Pesaro l’attesa presentazione dell’ “Omaggio in versi” all’unica regione plurale a cura di B. Mohorovich

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Nei mesi scorsi il poeta Bruno Mohorovich ha lanciato l’idea di raccogliere in un volume unico una serie di poesie scritte da autori diversi che, in qualche modo, parlassero, evocassero l’unica regione plurale, le Marche. L’iniziativa ha subito trovato il sostegno concreto di Bertoni Editore di Perugia che, proprio in questi giorni, l’ha data alle stampe.

L’obiettivo, come ha spiegato lo stesso curatore in una nota diffusa dalla casa editrice, è stato quello di “Restituire atmosfere antiche, arie di borghi e contrade con i loro profumi e le loro tradizioni e luoghi di ritrovo che il tempo ha cancellato, dissolto; far rivivere con lo sguardo  i verdeggianti colli e l’inquieto mare ed evocare attimi d’una vita, quando questa era fatta di semplici ed essenziali gesti: un incontro, un saluto, il ritrovarsi nella piazzetta o assolvere ad una comune preghiera”.

In questa maniera il poeta e critico letterario Mohorovich, ideatore e curatore del volume, ha chiamato a raccolta attorno a un ideale intento partecipativo i poeti che amano le Marche,  che qui vivono e lavorano o che l’hanno visitata e apprezzata. E’ nato, così, il nutrito volume (57 autori per l’esattezza) dell’antologia dal titolo Marche. Omaggio in versi, curato con la poetessa Elisa Piana.

L’ampia prefazione che introduce alle numerose voci, in lingua e in dialetto, di un gran numero di poeti nostrani sparsi nei vari territori di Marca, è firmata da Lorenzo Spurio, poeta e critico letterario jesino che da anni segue con entusiasmo e costanza l’universo poetico regionale mediante iniziative culturali, convegni e presentazioni di poeti. Nel 2016 Spurio, con un procedimento leggermente diverso da Mohorovich, produsse, dopo tre anni di lavoro, un’opera in due volumi presentata nei maggiori centri della Regione. Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) fu seguita poi da una sua raccolta di scritti critici su poeti e altri intelletuali marchigiani: Scritti marchigiani, appunto, che, nel sottotitolo recitava Istantanee e diapositive letterarie (Le Mezzelane, Santa Maria Nuova, 2017). Spurio, nella sua nota di prefazione all’antologia di Mohorovich, va rintracciando la genealogia di pubblicazioni simili nel corso dei decenni nella nostra Regione focalizzandosi poi su alcune tematiche o motivi topici che, nei vari testi poetici, ritornano. 

La prima presentazione dell’Omaggio in versi avrà luogo a Pesaro presso la Sala del Consiglio Comunale il prossimo 19 ottobre alle ore 17:30. All’iniziativa, patrocinata dal Comune di Pesaro, dalla Provincia di Pesaro-Urbino, dal Consiglio Regionale delle Marche, dalla Pro Loco di Candelara e dal Quartiere 3, interverranno  l’editore Jean Luc Bertoni, che consegnerà un Premio “alla carriera”  al Maestro Mario Logli , artista che si è eletto ambasciatore della civiltà urbinate nel mondo attraverso la sua poetica artistica; i curatori del volume Bruno Mohorovich ed Elisa Piana, il prefattore Lorenzo Spurio che nel suo testo critico a preambolo ha scritto  “un’antologia di brani che parlano delle Marche, vale a dire che abbiano da dire qualcosa sulla regione, da raccontarla, da individuarne alcun carattere distintivo. […] Questa non è una raccolta di poeti marchigiani strettamente intesa ma una raccolta di episodi, immagini, personaggi, colori, ricordi e tanto altro ancora relativo alle Marche. Omaggio alle Marche dunque: difatti varie poesie sono in forma di ringraziamento, altre esaltano i contesti urbani ai quali il poeta è particolarmente attaccato, altre ancora sono degli inni, odi di riconoscenza, canti meravigliati dinanzi a tanta beltà e ricchezza.” Alla presentazione prenderà parte anche Lorenzo Fattori, Presidente dell’AIIA (Accademia Internazionale Incisione Artistica) in rappresentanza dell’Accademia che ha collaborato al volume arrichendolo per mezzo delle loro opere e dell’artista Mara Pianosi.

INFO:

Luca Bertoni Editore – Perugia

Tel. (+39) 329-8881111 – info@bertonieditore.com 

 

ALCUNE FOTO DELL’EVENTO