“Sauna” di Fabio Altieri, intervista all’autore

“SAUNA”, IL MONDO SEGRETO DI FABIO

Intervista con l’autore

a cura di Angela Crucitti

«Non posso fare  a meno di pensare che anche io mi sento un po’ come questa sauna. Una facciata semplice con un cartellino di fronte che porta il mio nome. Una porta piccola dietro la quale si nasconde un mondo intero fatto di odori forti e luci soffuse, di speranze e desideri nascosti..» A parlare è Fabio, alias 4D, protagonista della coinvolgente opera prima di Fabio Altieri, scrittore calabrese.  Attraverso le 143 pagine di Sauna, l’autore ci racconta l’anno scolastico di 4D, con le sue paure, le sue nuove amicizie e le sue avventure. Ambientato in un tempo e in un luogo non ben definiti, il romanzo descrive il percorso di crescita di un ragazzo che si scopre gay senza crearsi troppi problemi. Tanto che accetterà di lavorare in una sauna, che ha ben poco a che fare con i centri benessere che conosciamo noi.. Una breve ma intensa chiacchierata con l’autore mi ha chiarito meglio le idee.

A cosa ti sei ispirato per scrivere la storia di Sauna? Puoi dire che questo romanzo rispecchi in qualche modo la tua vita?

La storia di Sauna è nata da una semplice considerazione. Durante gli ultimi dieci/quindici anni ho letto moltissima narrativa omosessuale. Ho trovato tragici molti dei racconti letti (ad esempio Il mondo dei ragazzi normali di K.M. Soehnlein), altri tristi (Il matematico Indiano di Daviv Leavitt), alcuni, quelli più allegri (ad esempio tutta la saga Rainbow di Alex Sanches), li ho trovati in un certo senso incompleti. Premetto che sono dei libri bellissimi, ma in ognuno di questi la presa di coscienza da parte del protagonista, del proprio essere diverso e nello specifico gay, mi è sempre sembrato un atto di sofferenza con dei risvolti a dir poco tragici. Io credo che l’idea che maggiormente assilla un po’ tutti sin dall’adolescenza sia quella di conformarsi agli altri; come se l’essere diversi gli uni dagli altri non sia in realtà quello che rende ognuno di noi unico e speciale, come se qualcosa che secondo me andrebbe in un certo qual modo celebrato, fosse un handicap, qualcosa da nascondere o peggio ancora qualcosa da cui nascondersi. Allora mi è venuto in mente che la sauna, dove molti uomini gay si ritrovano, rappresentava in un certo qual modo esattamente questo concetto in maniera allegorica. Quando entri in una sauna, devi spogliarti dei vestiti che indossi per senso civile, certamente, ma anche per compiacere il giudizio collettivo. Una volta denudato, quello che rimane è la nostra vera essenza. Alla fine ci sei solo tu insieme ad altre persone che come te vagano tra i vapori esalati dalle proprie paure e incertezze e che sono in cerca di un contatto. Questo contatto può essere uno sguardo o un bacio o anche del sesso, dipende da te. Questa immagine di nuda diversità, diciamo, è stato l’incipit. Accanto a questo volevo raccontare la storia di un ragazzo che affronta la propria omosessualità in maniera fluida, lasciandosi guidare più dall’intuito che dalle paure. Volevo rappresentare il coming-out di un ragazzo che non fosse traumatico, ma un passaggio naturale della vita come dovrebbe essere. Un passaggio credo, e spero, avvertibile durante tutto il libro che raccoglie le emozioni di un anno scolastico. All’inizio del libro il protagonista è solo, non ha molti amici, ma il suo isolamento è dovuto alle barriere che ogni persona normalmente erige quando ha paura di confrontarsi e di vivere. Gli amici, l’amore possono entrare nella nostra vita solo quando queste barriere sono crollate, solo quando si ha piena coscienza di sé e ci si accetta e si esce dalla nebbia.  Questo romanzo rispecchia in un certo qual modo un periodo della mia vita: il periodo della presa di coscienza. Non ho mai vissuto con paura il mio essere gay, ma sempre con enorme curiosità e con un certo spirito di avventura. Al di là di questo però non posso dire che sia un libro autobiografico, io non ho mai lavorato in una sauna e non ho mai conosciuto Giada (purtroppo). È solo frutto di fantasia.

Nel libro parli di questa “sauna”, apparentemente un centro benessere che si svela essere in realtà un luogo d’incontro per uomini e ragazzi. Perchè esistono ancora le “saune”, luoghi dove poter essere davvero se stessi, ma nascondendolo agli altri?

Questa è un’ottima domanda. Credo che per quanto possa essere demagogica la mia risposta, la verità è che avremmo, per natura umana, sempre paura del giudizio degli altri e dell’idea di non essere accettati. Dubito che arriveremo mai al traguardo di una società non discriminatoria in cui tutti sono accettati per come sono. Per questo credo sia bello che ci siano delle zone franche, dove sentirsi più liberi. Le saune per uomini gay sono appunto delle piccole zone franche. Sono dei luoghi di incontro come un tempo lo erano le case chiuse per gli uomini eterosessuali. Entrambi questi luoghi proibiti, hanno un certo fascino forse perché sono dei luoghi libertini. Molti ragazzi/uomini gay frequentano le saune pur magari non ammettendolo pubblicamente per paura di essere giudicati. Immagina questo uomo, forse un dottore o un avvocato o un uomo che fa un qualsiasi lavoro in cui deve per necessità apparire come un macho, una persona di una certa autorità. Io lo immagino la sera, finito il lavoro, entrare in una sauna ed essere semplicemente un uomo (gay) tra tanti. È un po’ come togliersi le scarpe quando arrivi a casa. È un atto liberatorio che concede a se stesso. Perché allora nasconderlo (nascondersi) agli altri? Beh credo che dipenda da chi sono gli altri. Direi che è importante essere accettati e capiti dalle persone che ci conoscono e ci amano. Pensare di potere essere amati e accettati o anche solo capiti da tutti è semplicemente irragionevole e forse, come direbbe O. Wilde, oltremodo noioso.

Il nome del protagonista si scopre solo alla fine, quando la madre lo richiama. A cosa è dovuto questo tuo espediente narrativo?

Sauna è stato il primo libro che ho scritto. Ho lasciato che fosse il mio istinto a guidarmi. Sapevo che storia volevo raccontare. Sapevo che volevo parlare della presa di coscienza del protagonista. Non solo del suo essere gay, ma della consapevolezza di essere parte della vita come corrente di energia. Alla fine del libro il protagonista è cambiato, è cresciuto, ha capito che per avere amici, per trovare l’amore, deve essere se stesso. Per questo motivo il suo nome viene pronunciato per la prima volta solo alla fine del libro e lui lo sente come parte di sé come se fosse un nuovo battesimo, come se fosse finalmente nato.

Qual è il tuo personaggio preferito e per quali motivi?

Ogni personaggio del libro ha qualcosa che mi affascina. Ho voluto creare dei personaggi che rappresentassero gli stereotipi dell’adolescenza. Chi non si è mai sentito perso come il protagonista? Chi non ha mai ammirato la ragazza che guida la moto ed è sicura di sé? Chi non ha mai perso la testa per il belloccio della scuola? Sono tutti personaggi che hanno popolato la nostra vita scolastica. Mi sono divertito con ognuno di loro in maniera diversa: ho guidato la moto di Giada, mi sono perso tra i mille pensieri di IV D (il protagonista Fabio NDR), mi sono dato delle arie con Damiano, sono stato Giovanni, il ragazzo che suona la chitarra e con cui tutti vanno d’accordo. Anche Manuel è stato un personaggio molto divertente da scrivere. La sua lingua è senza freno. Posso dire quello che voglio quando scrivo per lui. Puoi ben capire quanto sia difficile scegliere quando posso essere ognuno di loro!

La storia di Fabio avrà un seguito?

In realtà Sauna ha già un seguito. Il progetto è nato come una piccola trilogia di narrativa (che alcuni hanno definito erotica anche se io non mi ci riconosco totalmente). Il primo libro è appunto Sauna che è incentrato sulla presa di coscienza. Il secondo libro che ho appena pubblicato si chiama Cruising. Il titolo del libro è infatti un gioco di parole in quanto “cruising” significa navigare in inglese, ma lo stesso termine è usato dai ragazzi gay per dire “essere in cerca di sesso” da cui i cruising bar appunto. Il libro è legato all’idea del viaggio ed è in un certo senso più onirico del primo. È un viaggio interiore che prelude a scelte importanti e a nuovi luoghi da vivere. Infine il terzo, che è in fase di scrittura e il cui titolo è top secret al momento, è basato sulla crescita e l’età adulta e sul coraggio di affrontarla nel bene e nel male.

 Non resta che leggere gli altri due libri per sapere come continua la storia di Fabio. Sia Sauna che Cruising sono acquistabili, come cartacei o come e-books, sul sito www.lulu.com, o sul sito di libertà edizioni. Io fossi in voi ci farei un salto!

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Emanuele Marcuccio intervista Lorenzo Spurio

Intervista a Lorenzo Spurio

a cura di Emanuele Marcuccio

EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere e di dedicarti alla critica letteraria?

LS: Oramai scrivo da almeno tre o quattro anni. Mi piace buttare giù delle idee, delle interpretazioni di alcuni dei romanzi che leggo per fare parallelismi o alcune considerazioni più generali.

EM: Cosa significa per te scrivere, cosa non deve mai mancare in un racconto in generale e nei tuoi in particolare?

LS: Scrivere significa esprimersi. Anche se un autore nega che il suo romanzo o racconto non nasce da motivi autobiografici, c’è sempre qualcosa di sé in quello che scrive. Delle cose che abbiamo vissuto o che ci hanno sempre ossessionato, delle manie, delle cose che abbiamo sentito in giro e così viva. È veramente difficile, se non addirittura impossibile, creare una narrazione che non abbia nessun riferimento, diretto o meno, a noi stessi. Credo che quello che non debba mancare è l’originalità. Bisogna trovare sempre un modo per essere originali e non cadere nel banale. Sapersi rinnovare e cambiare, pur mantenendo un proprio stile.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo modo di scrivere?
LS: Non saprei dirlo. Mi piace analizzare le scritture degli altri quando mi capita di fare delle recensioni ma non saprei dirti com’è il mio stile perché scrivo sempre di getto. Coloro che hanno letto qualcosa di me la giudicano una scrittura spigliata, attenta ai dettagli ma non in maniera morbosa, piacevole, che non stanca. Però, come si sa, la letteratura è una cosa molto personale: a me può piacere un autore o uno stile, che a tanti può far schifo, per cui non saprei specificare. Di certo è una scrittura contemporanea, che rifugge orpelli stilistici d’altre epoche, la retorica e anche divagazioni filosofiche. Mira al sodo e descrive la realtà com’è, senza mezzi termini.

EM: Quanto tempo impieghi per scrivere un racconto?

LS: Alcuni racconti li ho scritti in meno di un’ora, per altri ho impiegato addirittura dei mesi. Spesso mi capita di scrivere degli incipit e poi di riprenderli dopo molto tempo. Il tempo di scrittura di un racconto per me non è per niente proporzionale alla lunghezza dello stesso: ho scritto racconti abbastanza lunghi in poco tempo e racconti brevi, di poche pagine, in un tempo molto più diluito. Dipende tutto dalla storia che creo e, soprattutto, dall’atmosfera di calma e d’ispirazione che riesco o non riesco a raggiungere in certi momenti.

EM: Chi sono i lettori dei tuoi racconti, a quale o a quali generi letterari possono riferirsi i tuoi racconti?

LS: Credo che non ci siano limiti di età, sesso, religione, etnia etc. Sono trasversali e, dando immagini realistiche (a volte surreali) della realtà, credo che possano interessare tutti: dal ragazzo che può farne una lettura veloce, magari divertente e fine a se stessa, alla persona matura che, invece, dietro quelle che sembrano delle casualità o degli imprevisti, può leggere molto di più. Il libro non lo fa solo lo scrittore, ma anche il lettore. La mia interpretazione dei racconti che scrivo è una ma se qualcuno mi dice che, leggendolo, ne ha avuta una diversa allora non posso che essere contento. Il processo di scrittura deve essere fatto da entrambe le parti.

 EM: Come scrive Marcel Proust ne Il tempo ritrovato: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.»Preferisci scrivere a penna o al PC?

LS: Ho scritto raramente a mano, quando non avevo con me il PC ma è una cosa che cerco di evitare perché poi la ricopiatura può essere noiosa e può accadere che non riesca neppure a decifrare certe parole che ho scritto a mano velocemente a mo’ di scarabocchio. Il computer è un buon amico. Finché non sopraggiungono dei problemi e perdi tutti i dati, cosa che mi è capitata.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di scrittore, giornalista e critico letterario?

LS: La definizione di critico letterario è troppo grande e la lascerei ad altre persone che si dedicano con amore e attenzione alla letteratura sotto questo punto di vista. Ho scritto alcuni testi critici sulla letteratura, è vero, ma non sono un critico letterario. Come dicevo poc’anzi la nascita dell’amore per la letteratura è da localizzare con la mia primissima frequentazione dell’università. È stato quello il germe da cui sono partite varie idee, tentativi di scrittura, progetti e analisi prettamente letterarie.

EM: Lodevole la tua modestia ma, scusami, se scrivi testi critici di letteratura in fondo non fai il critico letterario? Cosa ti manca per esserlo davvero, forse i recensionisti scrivono testi critici di letteratura?

LS: I recensionisti si dedicano a recensire un’opera solitamente nel periodo coevo in cui questa è pubblicata. Se io scrivo un’analisi di Mrs. Dalloway quella non sarà una recensione ma avrà piuttosto la forma di un saggio o di un testo di critica letteraria. Modestia a parte, pur dedicandomi a questo tipo di scrittura con molta attenzione e piacere, devo confessare che non sono molto prolifico sotto questo punto di vista. Una profonda analisi letteraria richiede tempo e più letture, anche a distanza di tempo che ci consentano ogni volta di prediligere un punto di vista diverso.

EM: Capisco, non ritieni di essere un critico letterario perché hai scritto pochi saggi di tal genere. Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

LS: Se parliamo dello scrivere i racconti allora non esistono delle fasi, dei modelli o dei percorsi che seguo perché mi piace scrivere di getto, senza stare troppo a pensare. Mi piace rielaborare idee e concetti che mi frullano in mente e assemblarli con alcuni episodi che magari ho vissuto direttamente, cambiandoli, stravolgendoli, mettendoci spesso anche dell’ironia. Se invece parliamo di testi critici letterari però il procedimento di scrittura è completamente diverso. In questo caso l’adozione di un metodo di analisi e di scrittura è necessario. L’inizio sta sicuramente nella lettura attenta del racconto o del romanzo che si analizza, fatta anche più volte e ricorrendo al testo in lingua originale. Poi si circoscrivono alcuni temi che sono fondamentali in quel testo e si comincia ad indagarli, riportando estratti del testo e allargando l’analisi al periodo socio-culturale, storico e letterario. La comparazione con altri testi coevi o che presentano temi analoghi trattati nella stessa maniera o stravolti rappresenta, per me, un contributo ulteriore. La lettura e la rilettura di quanto si scrive è necessaria e doverosa, anche a distanza di tempo. Scrivere un saggio è completamente diverso da scrivere un racconto, si è in un certo qual modo gessati, spersonalizzati. Ma mi piace scrivere entrambe le cose, forse perché con il saggio riesco a straniarmi e guardare il mondo dall’esterno mentre con il racconto mi mescolo con i personaggi e gli episodi.

EM: I tuoi racconti sono stati pubblicati in varie riviste letterarie, ce ne puoi parlare?

LS: È proprio così. Nel momento in cui avevo messo da parte un consistente numero di racconti, di natura anche diversa, ho deciso che era il momento di farli leggere a qualcuno. A qualcuno interessato. A qualcuno competente. A tutti coloro che sarebbero stati contenti di farlo. Per cui è iniziata la ricerca on-line di varie riviste di letteratura e cultura. Ne ho trovate molte, alcune on-line, altre anche cartacee. Alcune prestigiose, altre sconosciute. Alcune tematiche, altre a tema libero. Ho cominciato a proporre alcuni miei testi. Il primo racconto pubblicato è stato “Le spade del conte” sulla rivista Il Leviatano, rivista attualmente chiusa e che ha cambiato nome. Molti racconti sono stati pubblicati su Parliamone, una rivista on-line diretta dal sig. Bartolomeo di Monaco, altri sulla rivista Segreti di Pulcinella diretta da Massimo Acciai e della quale sono redattore. Poi numerose altre tra cui Frigidaire, Aeolo, Il Grandevetro, Osservatorio Letterario, Kenavò, Inverso ed altre. È stata una grande soddisfazione per me essere pubblicato. È giusto però che riconosca che alcune riviste abbiano rigettato i miei lavori e rifiutato di pubblicarli perché non in linea con la veste editoriale o perché considerati non buoni. Come sempre i pareri possono essere diversissimi, ed è giusto che sia così.

EM: Perché hai scelto di scrivere racconti, hai mai provato a scrivere poesie o un romanzo?

LS: Devo confessare che la poesia come genere non mi è mai piaciuto molto. A scuola non le leggevo con particolare interesse e trovavo sempre più semplice ricordarne il contenuto se facevo la parafrasi. Non sarei bravo a scrivere poesie per cui non lo faccio. Quando mi metto a scrivere ho spesso bisogno di esprimere idee anche semplici ma per le quali necessito di molte parole e non sarei in grado di utilizzare un linguaggio conciso, metaforico e condensato per esprimere ciò che voglio dire. Non escludo però che in futuro non ne possa scrivere, anche se rimango molto scettico al riguardo. Ho scritto solo racconti, alcuni dei quali anche abbastanza lunghi tanto da poter essere considerati anche come romanzi brevi. Per ora non ho ancora scritto un romanzo propriamente detto ma è probabile che un progetto di questo tipo possa riguardami in futuro. Per ora trovo il genere del racconto più congeniale e adatto a me: mi consente di creare storie semplici, quotidiane o assurde, con pochi personaggi e di cambiare la storia svoltando con degli episodi epifanici. Con il romanzo credo che non potrei fare tutto ciò e dovrei trovare un modo per coniugare la mia scrittura a questo nuovo genere. Vedremo. Assieme alla signora Sandra Carresi ho scritto già dei racconti a quattro mani abbastanza lunghi che pubblicheremo singolarmente a mo’ di romanzo.

EM: Recentemente hai pubblicato con Lulu Edizioni un tuo saggio critico Jane Eyre, una rilettura contemporanea, ce ne puoi parlare?

LS: Ti ringrazio per darmi l’occasione di parlare di questa mia recentissima pubblicazione. Questa raccolta di saggi nasce dal mio grande interesse e dalla mia grande fascinazione per questo romanzo, capolavoro della Brontë e pietra miliare della letteratura vittoriana.  Il romanzo, al di là della storia della povera Jane a partire dalla sua infanzia fino alla maturità, presenta una serie di temi importanti che pervadono tutto il romanzo: il tema dell’orfano, il tema razziale e coloniale, il tema della moglie pazza, il tema religioso e così via. Si presta a una serie di letture molto eterogenee, tutte interessantissime. È quello che ho cercato di fare in questo libro in cui il metodo di analisi utilizzato è stato quello comparativo. Il romanzo della Brontë è stato studiato confrontandolo con prequel, sequel e riscritture che sono nate proprio da questo mother text. Ho parlato così de Il grande mare dei Sargassi, romanzo dell’anglo-caraibica Jean Rhys, La bambinaia francese, romanzo per ragazzi della sarda Bianca Pitzorno, Charlotte, l’ultimo viaggio di D.M. Thomas e Jane Slayre di Sherri Browning Erwin, riscrittura horror di Jane Eyre. Nel libro si fa inoltre riferimento a numerose altre riscritture recenti dell’antico romanzo vittoriano e si fornisce il testo completo di un’intervista da me fatta alla scrittrice americana Sherri Browning Erwin, autrice di Jane Slayre. Ciò che fuoriesce da questo libro non è altro che una lettura tutta contemporanea del romanzo della Brontë. Oggigiorno sono in pochi a leggere i classici della letteratura e ancor meno in numero coloro a cui piace soffermarsi nella lettura e nell’analisi, per cui spero vivamente che il mio libro riceva un buon accoglimento.

EM: Cosa ti ha spinto a pubblicare il tuo libro?

LS: Una volta aver terminato la stesura di questi saggi e di averli riletti attentamente ho deciso di proporne la lettura ad alcuni scrittori e poeti che ho conosciuto on-line, accomunati dal loro amore per la letteratura. La premessa intuitiva che mi sono fatto è che ogni amante della letteratura doveva per forza conoscere questo grande romanzo. La gran parte lo aveva letto o, comunque, anche se non aveva letto il libro aveva avuto modo di vedere il film e quindi sapeva di che cosa si trattava. Alcuni non l’avevano letto ma non si sono rifiutati di leggere la mia raccolta di saggi, anzi a conclusione della lettura mi hanno detto che avevo fatto nascere in loro il desiderio di leggere il romanzo. Ne sono stato contento. Con la signora Anna Maria Folchini Stabile, poetessa, ho avuto l’occasione di conversare privatamente sulla grandezza del romanzo della Brontë e di scambiare considerazioni ed interpretazioni. Gentilmente ha letto il mio testo e mi ha detto che era interessante e ben costruito, si è limitata a fare un piccolo editing per il quale la ringrazio molto. Mi sono così deciso a pubblicare questa raccolta di saggi nella speranza che, qualcun altro, possa trovarne interessante non solo il contenuto ma l’approccio analitico impiegato.

EM: Personalmente, quando leggo un classico, il mio genere di lettura preferito, gli affianco un saggio sull’opera in lettura, cosa che non sempre mi è possibile. Non ho ancora letto Jane Eyre, anche se è presente nella mia libreria, anch’io lo conosco solo tramite il bel film di Zeffirelli e, sicuramente durante la lettura gli affiancherò il tuo saggio critico. Come ti sei trovato con Lulu Edizioni, perché l’hai scelta?

LS: Avrei preferito pubblicare il mio libro tramite un editore italiano (Lulu è un editore on-line e assegna ISBN americano) ma si sa quanto il panorama editoriale italiano sia inaccessibile soprattutto per un ragazzo che non ha intenzione di sborsare un euro per pubblicare il suo libro. Se poi il ragazzo non ha mai pubblicato niente in precedenza ed esordisce con una raccolta di saggi, gli editori sono ulteriormente scettici. Mi sono detto che non mi andava di aspettare un anno, magari due, prima di trovare un editore che avrebbe fatto il caso mio, così mi sono deciso a pubblicarlo tramite Lulu.com che è una piattaforma on-line molto precisa e ben curata, con spiegazioni accurate per ogni stadio di invio bozze, stampa, diffusione etc.

EM: Quali sono i tuoi autori preferiti, ce n’è uno in particolare?

LS: Ho numerosi scrittori che amo molto. Devo dire che sono anche molto diversi tra loro. Sicuramente devo citare il popolare e controverso Bukowski e l’inglese Ian McEwan, del quale ho letto tutta la produzione e sul quale ho scritto la mia tesi di laurea, John Irving, Jeffrey Eugenides, Philip Roth, Franz Kafka, Italo Svevo e soprattutto Virginia Woolf.

EM: Qual è la tua poesia preferita?

LS: Come ti dicevo sopra, non ho un buon rapporto con la poesia. Questo non significa però che non la legga. Mi piacciono le poesie “elettriche” della fase futurista di Aldo Palazzeschi e quelle crepuscolari di Gozzano, i Sonetti di Shakespeare, le poesie di Federico Garcia Lorca.
EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

LS: Ce ne sono molti e non riuscirei a metterne uno solo, per cui ti dico che tra i miei preferiti in assoluto ci sono Le metamorfosi di Kafka, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Gli indifferenti di Moravia, Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, Cuore di tenebra di Conrad, Il giardino di cemento di Ian McEwan, Riccardo II di Shakespeare, le raccolte di racconti di Millás e il suo romanzo La soledad era esto. Ma ce ne sono moltissimi altri.

EM: Mi stupisce la tua scelta di Riccardo II, cosa te lo fa preferire al più famoso Riccardo III?

LS: Riccardo II è un re buono, un po’ sfortunato, vittima degli eventi che accadono senza che lui riesca a risorgere dal suo stato di afflitto. È un re debole, che viene detronizzato e che impazzisce (fantastica è la scena della rottura dello specchio nella quale in re non si riconosce più e si avvia a una celebre spersonalizzazione). È Bolingbroke a trionfare. Ancora una volta è il cattivo, il violento, il più forte, colui che poi diverrà Enrico IV. Mi piace come Shakespeare ha tratteggiato questo sovrano sottolineandone la doppia natura, quella regale, della sacralità del corpo e quella fisica, mortale, che lo rende uguale a ogni altra persona. Riccardo III, non è altro che l’ennesimo sovrano inglese violento, assetato di sangue e che non si ferma di fronte a niente. Di sicuro, Riccardo II è un re molto più umano, anche nella sua follia.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

LS: Credo che non è un bene avere idee pregiudiziali nei confronti di un determinato genere, come pure non è una bella cosa nei confronti di un preciso autore. Ripeto nuovamente che la poesia non mi attrae molto, leggo poco di teatro. Principalmente mi soffermo sui romanzi e le sillogi di racconti, ma non rifiuto niente. È sempre bene leggere tutto e cambiare genere può essere proficuo anche come fonte d’ispirazione. Ad esempio Il giardino dei ciliegi di Checov, un’opera teatrale, mi piace molto, così come i drammi storici di Shakespeare.

EM: Leggeresti proprio di tutto, anche romanzi rosa?

LS: Di certo non mi attrae molto la letteratura dei romanzi tascabili Harmony ma recentemente mi è capitato di recensire alcuni romanzi che potremmo definire romanzi rosa. Non che rispecchino il mio stile di scrittura e i miei interessi veri e propri, ma non ho disdegnato di farlo. In fondo, anche Jane Eyre è un romanzo rosa, se vogliamo. Ed è affascinante.

EM: Diciamo molto in fondo… Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla scrittura o, che ti ha allontanato per un periodo da essa?

LS: Ci sono dei momenti in cui ci si trova molto indaffarati per altre cose o semplicemente non si ha l’ispirazione necessaria per creare scrivendo. Non ho avuto dei veri e propri momenti di stasi o di momentaneo abbandono della scrittura sino ad ora.

EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?

LS: Mi piace la regione nella quale vivo, è molto ricca sia da un punto di vista paesaggistico e culturale. Può sempre arrivare il momento in cui la vita di provincia ti va stretta e quindi decidi di cambiar aria. Mi piace molto viaggiare, soprattutto all’estero. Amo la Spagna, ci vivrei se potessi.

EM: Cosa pensi della prosa poetica, è presente nei tuoi racconti?

LS: Non saprei esattamente cosa risponderti. Non so cosa intendi con “prosa poetica”. Credo che vuoi intendere un tipo di scrittura narrativa che ha un significato condensato e criptico come spesso è quello della poesia, una sorta di prosa intimistica e personale. Se è quello che intendi devo dirti che non mi piace molto.

EM: Hai un sogno nel cassetto?

LS: Sogni e desideri ce li abbiamo tutti, forse anche troppi, altrimenti non saremmo umani. La natura stessa dell’uomo è improntata a desiderare, a volere, ad anelare sempre a qualcosa. È una buona prospettiva per mettersi in gioco di continuo, progettare e darsi da fare. Ovvio che ho dei sogni, ma se la tua domanda successiva sarà “Quali?” allora dovrò risponderti poco elegantemente che i desideri, una volta svelati, non si verificano mai.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?

LS: Confesso che non conosco molto dell’editoria italiana. Negli ultimi anni mi sono però trovato spesso a contattare editori per proporre i miei lavori. Credo che l’editoria a pagamento sia non solo un furto ma anche una grande offesa. Chiunque ha da parte dei soldi può pubblicare ciò che vuole anche una collezione di scontrini o di liste per la spesa, chi invece non dispone di denaro e, magari, ha scritto un’opera veramente meritevole, si vede marchiato ed emarginato. Ci sono numerose case editrici che pubblicano senza contributo, sono di piccole dimensioni, e la scelta dei testi, proprio perché pubblicano gratis, è molto selettiva ma, credo, che vale tentare. Ai giovani autori che non sanno chi contattare o come muoversi una volta completata la loro opera sconsiglio gli editori a pagamento, consigliando invece, qualora i loro testi non abbiano trovato buon accoglimento presso editori non a pagamento, di stampare la propria opera con editori online che forniscano il codice ISBN, indispensabile per le vendite. Non posso far pubblicità ma una semplice ricerca in rete provvederà a buoni risultati in tal senso.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?

LS: L’attuale panorama culturale italiano è molto eterogeneo e interessante. Ovviamente per cultura non dobbiamo fermarci a considerare solo la letteratura ma parlare anche di teatro, musica, arti figurative e tant’altro. Per quanto concerne la letteratura italiana del momento credo che ci siano pochi nomi che godano di troppa pubblicità e tantissimi nomi, tra cui esordienti, che invece trovano difficoltà ad imporsi a causa del vertiginoso incremento, anno dopo anno, del numero degli scrittori. Credo che le case editrici, le riviste, i quotidiani, i centri di cultura e tutti coloro che si dedicano alla letteratura debbano incrementare le loro attività anche con congressi e convegni, facilitando l’introduzione e la sponsorizzazione di giovani scrittori o di esordienti che, altrimenti, abbandonati a se stessi finirebbero per vendere pochissime copie e rimanere sconosciuti.

EM: Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

LS: Ho partecipato negli ultimi anni a vari premi e concorsi letterari, rigorosamente gratuiti, perché come dicevo non credo nella cultura a pagamento ma non sono mai stato segnalato né ho vinto niente. Appena ho del tempo e trovo bandi di concorso interessanti continuo a partecipare, non mi sono scoraggiato. Credo che sia un buon modo per emergere un po’ dall’attuale atmosfera culturale, farsi conoscere, oltre che sentirsi riconoscere come scrittore e valorizzare la propria opera.

 EM: Recentemente ho letto un articolo di Cesare Segre sul Corriere della Sera, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Da critico letterario, cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?

LS: Interessante l’articolo che citi. Mi trovo completamente d’accordo con l’idea di fondo in esso contenuta. Nella società a noi contemporanea il numero degli scrittori, ahimè, è maledettamente superiore al numero dei lettori. Se da una parte può sembrare che la popolazione si caratterizzi per un alto livello di cultura per i loro impegni di scrittura, dall’altra parte il fatto è abbastanza allarmante. È bene che ci siano tanti scrittori ma sono necessari i lettori. Sia lettori del libro inteso come oggetto di consumo che di lettori attenti, critici, recensionisti, che amano analizzarne i contenuti ed i temi a livello più profondo. In parte è quello che faccio attraverso il mio blog, recensendo sillogi di poesie, di racconti e romanzi scandagliando il messaggio di fondo dei libri. Se da una parta abbondano saggi e testi critici su Calvino (per fare un esempio) sono carenti studi su autori contemporanei. Sì, la critica letteraria è di sicuro in declino.

EM: Sì, diciamo che l’autore contemporaneo italiano vivente più trattato dalla critica letteraria è Umberto Eco e pochissimi altri. Cos’è per te la letteratura, come si riconosce un’opera letteraria?

LS: Un’opera letteraria può avere numerose forme. Può essere una raccolta di poesie o di racconti, un romanzo, una raccolta di saggi, un testo teatrale, un testo critico, un diario, una raccolta di lettere. Quello che contraddistingue un’opera letteraria è il contenuto culturale, morale, didattico unito al diletto. Un libro di ricette non ha niente di morale. L’elenco telefonico non trasmette un sapere culturale. L’appartenenza dell’autore a un periodo storico, a una tendenza, a una fase letteraria ci consente di localizzarlo all’interno di una porzione della più ampia storia della letteratura.

EM: Quanto è importante per te il confronto con gli altri autori?

LS: Il confronto con altri autori è di capitale importanza per uno scrittore così come per ogni altro artista. Un regista, scrivendo la storia del suo film, avrà sicuramente in mente delle idee nate o influenzate da alcuni episodi o personaggi visti in altri film. La letteratura, allo stesso modo, è un modo per dire qualcosa di sé con parole degli altri. Quando scriviamo qualcosa non solo ci mettiamo qualcosa di noi stessi ma anche qualcosa degli altri. Degli altri scrittori che leggiamo o che ci affascinano e che, per osmosi, ci trasmettono qualcosa. La letteratura è un continuo processo di analisi, scrittura, riscrittura e rivisitazione di qualcosa. Certi testi non esisterebbero se non ne fossero esistiti altri in passato e, analogamente, non esisteranno mai certi libri se oggi non si scrivessero determinati tipi di libri. Il processo di confronto, comparazione e condivisione con altri autori (non solo vivi e del presente) è importantissimo e viene fatto di continuo anche senza che ce ne rendiamo conto.

EM: Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura?

LS: No. Non ho ricevuto nessun consiglio né li ho chiesti nel momento in cui ho iniziato a scrivere. Per me è stata una cosa tutta mia, tutta personale. Credo che dovrebbe accadere qualcosa di analogo un po’ a tutti coloro che diventano scrittori. Non credo molto agli scrittori su commissione, ai quali viene detto “scrivi un pezzo su X” e loro lo fanno. La scrittura è un processo di creazione libero e spontaneo. Se uno si sente di scrivere lo fa, senza chiedere niente agli altri. Può far leggere agli altri i suoi testi ma consigli sull’inizio dell’attività di uno scrittore per me non ne esistono.  Anzi, troverei estremamente limitante e denigratorio che qualcuno, in virtù della sua esperienza, si offrisse di regalare consigli su come scrivere o cosa non scrivere, come farlo, cosa evitare o come cominciare. Per me le parole “cazzo” e “vaffanculo” possono star benissimo in un certo tipo di racconto e non ci trovo niente di volgare se paragonato alla banalità e alla violenza con la quale siamo abituati giorno dopo giorno. Nessuno deve trasmettere agli altri in maniera preventiva e anticipatoria sedicenti regolamenti su come diventare uno scrittore e cosa evitare. Se proprio un regolamento dello scrittore deve esistere, allora sarà lo scrittore stesso che, mano a mano, andrà creandoselo. Da solo.

EM: Sì, diciamo che quelle due parole servono in massima parte per una caratterizzazione del linguaggio che sia il più aderente alla vita di tutti i giorni. Totalmente diverso, a mio giudizio, è il caso della poesia, il cui linguaggio può anche essere quello di tutti i giorni ma che non necessita il trascendere in termini volgari, proprio perché la poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione e, quei vari termini e verbi indecorosi sono espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro tradendo la poca fantasia, la poca creatività del poeta. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione. Sono solo due le forme di espressione che non accetto in poesia: la volgarità e la bestemmia, termine esteso ad ogni credo religioso. Per te, quindi, le scuole di scrittura non dovrebbero esistere? Anch’io non credo nella scrittura su commissione, soprattutto riguardo alla poesia. Non daresti consigli neanche se te li richiedessero?

LS: Una scuola è sempre un centro di cultura e quindi non può che essere un elemento positivo. Non ho mai frequentato corsi di scrittura, anche se in giro ne esistono molti anche on-line (tutti rigorosamente a pagamento) e non so bene come si svolgono. Se, oltre a dare alcune dritte generali, il corso non preveda una vera e propria sudditanza di stili, di temi e di forme degli insegnanti ai loro studenti sono favorevole. Quando invece si cerca di ingabbiare la creatività di ognuno, perché poco originale o apparentemente volgare, allora sono contro.

EM: Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo, prossime pubblicazioni?
LS: Come sai mi occupo di recensioni di libri di esordienti che pubblico poi sul mio blog. Sono un po’ addietro in questo e ho vari libri da leggere, recensire e poi intervistarne gli autori ma riconoscendomi una persona precisa so che porterò a termine tutto. Mi dedicherò alla promozione della mia raccolta di saggi, Jane Eyre, una rilettura contemporanea e mi occuperò della pubblicazione della mia prima raccolta di racconti. Continuerò la collaborazione con alcuni scrittori con i quali ho portato avanti racconti a quattro mani tra cui Massimo Acciai, Anna Maria Folchini Stabile, Sandra Carresi e Monica Fantaci e continuerò la mia attività di collaborazione con le riviste di letteratura e cultura, la direzione della rivista Euterpe e le altre attività che a tutt’ora mi vedono impegnato.

 EM: Grazie tante per la tua disponibilità e tanti auguri per la tua attività di scrittore e critico letterario, scusami, ma in fondo lo sei!

LS: Sono io a ringraziarti per la tua interessante intervista. Spero di non essere stato troppo lungo con certe risposte e di aver centrato le tue richieste.

EM: Assolutamente, nelle interviste che sto curando non mi preoccupo affatto della lunghezza delle risposte, anzi, auspico che si tramutino in delle autentiche conversazioni tra letterati. Non sono un giornalista ma un autore e curatore editoriale che cerca di promuovere altri autori, come del resto fai anche tu con il tuo blog.

 

A cura di Emanuele Marcuccio                                                                  

6 settembre 2011

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Intervista ad Antonella Ronzulli, autrice di AliVive

a cura di Lorenzo Spurio

 LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?

AR: AliVive è nato in un momento particolare della mia vita; un problema di salute mi aveva resa debole, anche psicologicamente, ed io donna forte e sicura prima, ora quasi vegetavo. Ma dentro di me non accettavo questa condizione e alla fine mi sono ribellata. Ho iniziato a scrivere, pensieri, stati d’animo ed emozioni, accorgendomi così di una cosa meravigliosa: i miei tormenti uscivano da me e restavano sulla carta. Liberandomi ho ripreso il controllo sulla mia vita, sono di nuovo “viva” e sono tornata a “volare” verso i miei sogni. AliVive è la fotografia di questo preciso momento.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

AR: Anche se non è stato facile superare la riservatezza per la mia vita privata, nel libro ci sono io, con le mie gioie e i miei dolori, la mia famiglia, i miei amici, la mia vita. Ho raccontato momenti che mi appartengono, che ho vissuto, e storie che ho appreso ascoltando persone a me vicine.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

AR: Leggo in ogni momento libero, senza distinzioni, l’importante è che lo scritto mi coinvolga emotivamente. Neruda ed Hemingway sono tra gli autori che preferisco, Alda Merini, che sento molto vicina al mio carattere, li colloco tra i “maestri”. Prediligo la poesia, le parole miste a suoni e ritmi mi regalano messaggi, vibrazioni ed emozioni sempre diverse. E c’è Fosco Maraini con la sua raccolta di poesie “Gnosi delle fànfole”:  è stata per me la scoperta della metasemantica, una tecnica che mi ha affascinata così tanto da volerla provare, ed è stato emozionante.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual’è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

AR: In effetti è difficile rispondere, ogni libro mi lascia qualcosa dentro. Sicuramente “Il vecchio e il mare” di Hemingway con i suoi temi: l’amicizia e l’affetto tra il vecchio Santiago e il giovane Manolo, la solitudine, l’abbandono, lo sconforto di chi ormai inutile  viene emarginato da tutti; una parziale sconfitta che serve però ad esempio: con tenacia e caparbia, si può lottare senza avere rimpianti e affrontare la vita con determinazione.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

AR: Come ho già detto Pablo Neruda, Ernest Hemingway, Alda Merini, Fosco Maraini,  posso aggiungere Cesare Pavese , Thomas Stearns Eliot, Ezra Pound, tutti grandi autori che mi hanno donato momenti di riflessione. Riguardo al mio stile  ti posso dire che seguendo l’istinto, esprimo sinteticamente i miei pensieri e non credo di essere ancora pronta a cimentarmi in un romanzo.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

AR: Si l’ho fatto e continuo a scrivere con amici autori, è un’esperienza utilissima. Si impara, ci si confronta, si cresce, si gioisce insieme del risultato, è uno scambio continuo, un esercizio di scrittura per me molto utile e soprattutto piacevole.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

AR: Non penso ci sia un tipo di lettori mirato, ho ricevuto consensi da persone molto diverse tra loro, uomini e donne, giovani e adulti, figli e genitori. Nel libro puoi scoprire situazioni in cui molti si possono riconoscere; e forse questo è piaciuto, nessuna finzione, molta realtà.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

AR: Universo è la parola perfetta per esprimere il mio pensiero; sono tante, troppe forse le scelte possibili, tra case serie e pericoli in cui cadere. Molti editori seguono i propri autori in tutto il processo, dalla pubblicazione alla promozione delle opere, aiutandoli a districarsi in questo mondo; altri invece mirano solo al guadagno e non mantengono ciò che promettono, abbandonando l’autore a se stesso. Il mio modesto suggerimento a tutti gli editori, compreso il mio, è di investire molto nella promozione, il risultato sarà soddisfacente per voi e per i vostri autori.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

AR: Partecipo a premi e concorsi letterari volentieri, lo trovo un momento di stimolo e di confronto; le soddisfazioni iniziano ad arrivare, spingendomi a migliorare, sono convinta che non si finisce mai di imparare.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

AR: Come ho già detto lo ritengo importantissimo, come esercizio e crescita personale. Per questo motivo ho iniziato a collaborare con alcune riviste, per instaurare rapporti ed entrare in contatto con altri autori, per scambiare idee ed opinioni: sono fermamente convinta che bisogna allargare i propri orizzonti e che la nostra mente ha bisogno di continuo nutrimento.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

AR: Molti autori scrivono basandosi sulla realtà e questo porta inevitabilmente a riprendere argomenti comuni: siamo tutti esseri umani con un vissuto, ci differenziamo solo nel modo di affrontarlo. 

LS: Hai in cantiere nuovi lavori e progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

AR: Si ho vari progetti da realizzare, ci sto seriamente lavorando: il mio nuovo mondo mi piace, collaborazioni importanti, un libro …  Il futuro? Scrivo, continuo a scrivere e ad inseguire i miei sogni.

La ringrazio per avermi concesso questa intervista che verrà pubblicata sul mio spazio blog, Blogletteratura e Cultura, sulle riviste on-line Parliamone, Segreti di Pulcinella e Fucinando con tempi e modalità che le verranno in seguito fornite.

 intervista a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Origine e diffusione del vampirismo di Serena Bono, intervista all’autrice

INTERVISTA A SERENA BONO

Autrice del saggio Origine e diffusione del Vampirismo, il doppio volto della donna: angelo o demone?

Albatros Edizioni, Roma, 2010

Intervista a cura di LORENZO SPURIO


LS: Com’è nata l’idea di analizzare in un saggio critico-letterario la figura del vampiro?

SB: Sin da piccola sono stata attratta da storie macabre e dell’orrore e soprattutto da quelle di vampiri. Andando avanti con gli anni ho cercato di approfondire sempre più l’argomento. Leggendo e analizzando i vari racconti del genere e soprattutto quelli dedicati al vampirismo mi sono accorta di quanto poco si parlasse delle donne vampiro: era sempre l’uomo il protagonista delle narrazioni. Così ho cercato di studiarne le cause e rivalutarne la figura.

LS: Come tu alludi spesso nel testo, la figura del vampiro è polisemica e, analizzando vari testi o reperti che presentano la figura del vampiro, non è strano trovare anche informazioni diverse e contrastanti su di lui. Perché secondo te succede questo?

SB: Dobbiamo distinguere il vampiro che si crede realmente esistito da quello letterario. Partiamo dal presupposto che si sta trattando di un personaggio mitico e che quindi la maggior parte delle informazioni si rifaccia a leggende, i tratti che se ne ricavano sono principalmente estrapolati da fonti inizialmente orali e da tutto ciò che il folklore ci ha tramandato. Il vampiro ci appare con sembianze e comportamenti differenti a seconda del luogo e della condizione sociale che si sta vivendo in quel momento. E’ la letteratura che attraverso i secoli ne modifica l’aspetto: da bestia sanguinaria, rozza e primitiva a uomo fascinoso e acculturato.

LS: Quanto credi che il romanzo di Bram Stoker, Dracula, abbia contribuito a far conoscere la figura del vampiro nella nostra società?

SB: Molto. Per la creazione del conte Dracula, Stoker attinse soprattutto alle credenze del folklore rumeno prendendo spunto da una figura realmente esistita: il sanguinario Vlad Tepes.  L’opera di Stoker sarebbe una sublimazione di argomenti ritenuti tabù, una fusione fra i violenti e sanguinari attacchi dei vampiri e esperienze dei sensi in misteriosi incontri notturni. Il conte Dracula è un vampiro sottilmente perverso e con una sessualità deviata, dai tratti fortemente erotici: viso affilato, denti aguzzi e splendenti, folti capelli e un’espressione affascinante, implacabile ed erotico, una creatura diabolica che ha il compito di sedurre. Esso rappresenta le paure dell’uomo, il male che inconsciamente si teme e che alberga in ognuno di noi ma che non vediamo e riconosciamo.

LS: In uno studio attento come questo è rilevante il fatto che citi il racconto lungo dell’italo-inglese Polidori, Il Vampiro, considerato da molti come il primo testo letterario che affronta il tema del vampirismo. E’ semplicemente un luogo comune ed esistono narrazioni precedenti che affrontano il tema oppure è davvero pioniere nella scelta del tema del vampirismo in letteratura?

SB: Sicuramente Polidori fu il primo che realizzò un racconto che ha come protagonista un vampiro con le sembianze che tutti noi oggi conosciamo. Grazie a lui il vampiro assume aspetti particolari: in primo luogo la storia ha ben poco a che vedere con il fatto concreto di succhiare il sangue: l’argomento pressoché esclusivo è il sesso. Ruthven il protagonista, è un uomo estremamente attraente, trasgredisce le regole sociali ma lo fa con la collaborazione delle sue vittime, egli riesce a portare in superficie le tendenze represse. Per la vittima il vampiro sembra onnipotente, irresistibile, ipnotico, elegante, ben vestito, un maestro nell’arte della seduzione, un cinico, una persona esente dai codici socio-morali predominanti che può fornire una liberazione sessuale.

LS: Quali autori ti piacciono di più leggere? C’è un particolare filone letterario che ami?

SB: Non ho una preferenza particolare, quando mi trovo in libreria mi faccio attrarre dalla copertina e dalla descrizione del libro. Devo ammettere di essere un po’ monotematica, oltre alla letteratura di genere noir prediligo i thriller, soprattutto quelli storici: tutto ciò che tratta azione e mistero.

LS: Nella tua analisi tendi sempre a far distinzione tra spettri o figure comunque incorporee che pure nella tradizione succhiavano sangue dai vampiri propriamente detti. Qual è la necessità di questa distinzione? In un certo senso non sono anche loro dei vampiri?

SB: Lo sono in quanto succhiatori di sangue ma le loro caratteristiche sono differenti da quelle che possiedono i vampiri di epoca più moderna. Da bestie brutali e primitive, a uomini eleganti, raffinati e di estrema sensualità che non uccidono solo per pura sopravvivenza o piacere.

LS: Credi che nella letteratura e nella cinematografia d’oggi il vampiro venga ancora utilizzato con successo oppure stia diventando una semplice moda che finisce per disinteressare e/o annoiare il lettore/lo spettatore?

SB: Considerando le vendite di libri e gli incassi cinematografici non mi sembra che l’argomento stia passando di moda anzi credo che si stia nuovamente rivalutando. L’importante e far riscoprire sempre nuovi aspetti.

LS: Il vampirismo e tutta la tradizione folklorica legata a Vlad l’Impalatore sono documentati da molte fonti di tipo archeologico, rituale, letterario. Quando pensiamo al vampirismo siamo però erroneamente portati a pensare che si tratti di qualcosa che appartenga al mondo della finzione. Come richiamavo nella recensione, recenti e raggelanti fatti di cronaca hanno portato alla luce di inquietanti cavamenti di sangue su vittime per fini vari. Siamo di fronte a preoccupanti casi di vampirismo contemporaneo? Quali sono le tue considerazioni a riguardo?

SB: Visto che il vampirismo si è palesato con aspetti differenti in ogni epoca, non trovo strano che si possa riscontrare anche ai giorni nostri. Molti credono di essere, come attualmente vengono definiti, dei “real vampires”, vivono un’esistenza del tutto comune alla nostra se non per alcuni aspetti importanti come quello del bisogno di suggere sangue. Queste però sono persone che non nuocciono alle altre. Per quanto riguarda casi di cronaca  credo semplicemente si tratti di persone mentalmente instabili.

LS: Secondo la tradizione folklorica e l’immaginario pubblico il vampiro è associato a una grande carica erotica. Il vampiro è infatti sensuale, attraente, dallo sguardo magnetico e mesmerizzante. Anche il tema del sangue, del calore, del rosso, dei fluidi corporei, rimanda a un universo erotico. Quanto c’è di sensuale e di sessuale nella figura del vampiro?

SB: A mio giudizio molto. Personalmente sono sempre stata attratta dalla figura del vampiro incantevole e incantatore, il quale seduce le proprie vittime portandole spesso alla morte ma questa non è necessariamente orribile o dolorosa, può rivelarsi voluttuosa e sensuale. L’atto in cui il vampiro prende possesso dell’anima di un essere, il così detto morso, non è solo bisogno ma qualcosa di più profondo e intimo: passione tra carnefice e vittima. Cosa c’è di più intimo dello scambiarsi del sangue, fonte di vita?  Al momento in cui avverà l’unione di tale fluido si avrà l’unione di due “anime”.

LS: Freud nei Tre saggi sulla sessualità  del 1909 parlò di fissazioni e regressioni sottolineando come una fissazione alla fase orale dello sviluppo psicosessuale del soggetto comporti in età adulta degli atteggiamenti legati all’apparato orale: mangiare, mordere, succhiare, fumare, etc. In questo senso l’attività di morsicatura e succhiamento del sangue del vampiro potrebbe essere analizzata, in termini psicoanalitici, come una sorta di fissazione di questa fase di sviluppo psicosessuale o è una forzatura sostenerlo?

SB: Credo sia un argomento da lasciare analizzare a chi ha competenze  nel campo della psicanalisi ma, si, potrebbero esserci dei legami.

LS: La tradizione popolare sa molto bene che per difendersi dai vampiri è necessario tenere con sé dell’aglio o un qualche oggetto religioso. I crocefissi e l’acqua santa funzionano sul vampiro in maniera destabilizzante anche se non sono capaci di ucciderlo. Nel tuo saggio leggiamo che l’animosità del vampiro nei confronti della religione è dovuta dal fatto che il vampiro rappresenta la morte e la morte dopo la morte mentre la religione è in qualche modo un sistema di accettazione dell’idea della vita dopo la morte. Se la religione è intesa come una speranza, come un sostentamento, il vampirismo rappresenta la morte della morte. Al di là di questa spiegazione ideologica abbastanza ricercata c’è però storicamente o folkloricamente qualche riferimento al rapporto tra il vampiro e ad esempio i membri del clero? Ci sono delle letture che potresti consigliarci per indagare questo aspetto del vampirismo?

SB: Molti furono i teologi e religiosi che lasciarono propri documenti e testimonianze sul vampirismo. Tra i più ricordati vi è Dom Augustin Calmet, un religioso francese che cercò di dimostrare l’esistenza di queste mostruose creature. Tra XVII e XVIII secolo la credenza nel vampiro e la paura che ne conseguì portò la società ad un atteggiamento irrazionale: vennero violate un incredibile numero di sepolture, le tombe mostravano cadaveri rosei e sanguinolenti cui imputare epidemie o sventure. Si intensificò l’uso di piantare paletti nel petto dei morti sospetti. E’ qui che intervennero sia le forze di polizia che la Chiesa che vietò le esumazioni non autorizzate. Intervenne persino un Papa per smentire l’esistenza dei vampiri.

LS: Il vampiro rappresenta il mostro cattivo che distrugge e che annienta la vita e che soffre la vista di simboli religiosi, similmente a quanto succede con il Demonio. Il rapporto tra uomo e vampiro, ricalca in un certo senso il rapporto tra Dio-Satana, Bene-Male?

SB: Il rapporto che vi è tra uomo e vampiro dovrebbe essere quello tra vittima e carnefice ma l’uomo in quanto umano ha insito in se sia il bene che il male; il vampiro dovrebbe incarnare solo ciò che è malefico ma può mostrare avvolte anche un barlume di umanità sintomo della sua esistenza precedente. Quindi credo che alla fin fine siano simili.

LS: Ricordo di aver sentito dire o di aver letto che il vampiro può essere ucciso o almeno indebolito scagliandogli oggetti in argento addosso (ancor meglio negli occhi). Non trovo nessun riferimento a questo nel tuo saggio, ergo devo concludere che probabilmente devo sbagliarmi o devo essermi confuso con qualcos’altro. Puoi dirmi se è così o se invece c’è un fondo di verità?

SB: Diversi studi prendono in considerazione anche questa teoria solitamente più diffusa per i Licantropi, ma ho preferito riportare solo ciò che è più specificatamente inerente al vampirismo.

LS: Cosa ne pensi della recente saga di Twilight di Sthephie Meyer, trasposta anche in film? La conosci?

SB: Credo che negli ultimi anni stiamo assistendo ad una vera e propria rivoluzione della figura del vampiro, in particolare appunto, con l’uscita nelle librerie di Twilight che ha dato il via a tutta una serie di cambiamenti cinematografici. Qui i vampiri non temono più la luce del sole, sono creature buone che rinnegano la loro natura malvagia, non si nutrono di sangue umano, non temono i simboli sacri. La differenza con i non-morti della tradizione, descritti dalle penne di Polidori e Bram Stoker, è più che evidente. I tempi cambiano e con essi le aspettative del pubblico moderno. A me continua a rimanere nel cuore la trasposizione che ne da F.F. Coppola ma devo dire che anche questa saga è interessante.

LS: Hai altri progetti in cantiere? Hai in mente di approfondire questa tua ricerca, già molto ben curata e tematicamente circoscritta, o piuttosto di dedicarti ad altre tematiche? Quali?

SB: Al momento ho in cantiere un altro saggio….follie e superstizioni…..

Ringrazio Serena Bono per avermi concesso questa intervista.

Lorenzo Spurio

 4 Agosto 2011

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Marco Nuzzo intervista Emanuele Marcuccio

Intervista a Emanuele Marcuccio

a cura di Marco Nuzzo

 

MN: Su invito di Gioia Lomasti, ho deciso di intervistare Emanuele Marcuccio, poeta, scrittore, aforista e collaboratore editoriale per Rupe Mutevole Edizioni, consigliere onorario per il sito “poesiaevita.com” e caporedattore per il blog “Vetrina delle Emozioni”.

Quando e come nasce il tuo desiderio di scrivere in versi?

EM: Il mio amore per la poesia nasce nel 1985, in prima media, grazie alle lezioni di italiano, tenute dalla prof.ssa di italiano, storia e geografia. Però, solo nel 1988, in quarta ginnasiale ho sentito il desiderio irrefrenabile di scrivere in versi, ma erano solo pasticci, solo esercizi, non erano poesie, scrivevo anche senza essere ispirato – grave errore – solo nell’aprile 1990 (in quinta ginnasiale) scrissi la prima poesia “La scuola è in alto mare”, in un gruppo artistico, durante il periodo delle occupazioni scolastiche, fu subito pubblicata nella bacheca della scuola e, per la prima volta mi chiamarono “poeta”; proprio questa poesia dà l’incipit alla mia raccolta Per una strada, pubblicata da SBC Edizioni nel 2009. Sono stato ben felice di inviarne una copia con dedica autografa alla cara prof.ssa delle medie, ormai in pensione, e non si riteneva degna della dedica.

MN: Cosa vuol dire, per te, fare Poesia e cosa non deve mai mancare in un tuo scritto?

EM: “Poesia” è una parola che deriva dal verbo greco “ποιέω” (poiéo), che significa “faccio”, “costruisco”, quindi, il poeta è colui che fa, costruisce (con le parole). La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni, anche se non si esprimono mai chiaramente ma, come trasfigurati; come ci insegna Ungaretti in una meravigliosa intervista del 1961, non si riuscirà mai ad esprimere appieno la propria anima. Poi, la poesia è anche musica, anzi, la precorre e la contiene in sé ed è la mia maniera di fare musica, infatti, amo molto la musica classica e molte mie poesie sono ispirate dall’ascolto di essa; anche se non scrivo in rima, eccettuate solo tre poesie, solo la rima spontanea contempla la mia poesia, dipoi, la musicalità e la fluidità del verso e, proprio queste ultime caratteristiche non devono mai mancare in un mio verso, oltre alla spontaneità di quello che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”.

MN: Come sono strutturate le tue opere? Utilizzi la metrica, la rima e/o delle figure retoriche particolari e perché?

EM: Nelle mie poesie non utilizzo la metrica, sarebbe troppo vincolata la mia ispirazione, sarebbe come ingabbiata, non mi sentirei libero di esprimermi, anche se il critico letterario e poeta Luciano Domenighini, in un breve saggio critico al mio Per una strada, rileva in alcune poesie delle forme di metrica spontanea, ovviamente nel senso di lasse e non di strofe che, non potranno mai essere spontanee. Recentemente sono stato ben felice di intervistarlo per il blog “Vetrina delle Emozioni”. Seguo una struttura su due fasi fin dal 1990: la prima fase è quella che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”, che può giungere in qualsiasi momento con l’affiorare alla mente dei primi versi, quindi, mi metto subito a scrivere in brutta copia su di un qualsiasi foglio o pezzo di carta e, mentre scrivo, penso i successivi versi da mettere sulla carta. Basti pensare che, il grande poeta Giuseppe Ungaretti usava appuntare le sue poesia anche in trincea utilizzando la carta che avvolgeva le cartucce. La seconda ed ultima fase si riferisce alla ricopiatura in bella copia con i vari aggiustamenti grammaticali e retorici, aggiungendo, a volte, anche dei nuovi versi o parole. In seguito, durante la correzione di bozze e in previsione della pubblicazione, potrei operare dei piccoli cambiamenti variando la posizione delle parole, sostituendo qualche parola, la disposizione dei versi, a volte anche gli “a capo”, perché, quello che cerco, oltre alla freschezza della spontaneità, che è la prima cosa, è la fluidità e la musicalità del verso, senza quasi mai usare la rima, servendomi di giochi fonetici delle consonanti e coloristici delle vocali giungendo in alcune poesie alla metrica spontanea, senza mai stravolgere il senso e l’ispirazione primigenia della poesia. E, volendo essere più preciso, da ca. due anni, dopo aver appuntato la poesia su un foglio di carta, non la ricopio subito sul quaderno, ma faccio passare anche una settimana mettendo il foglio in mezzo al quaderno, come se volessi farla “decantare”, anche se sono astemio. Uso le figure retoriche, anche se le uso in maniera spontanea, penso che nessun poeta possa mai prescindere dall’uso di almeno una figura retorica. La figura retorica che uso di più è l’enjambement, poi, mi piace molto l’anafora e indulgo spesso all’elisione, sempre per esigenze di fluidità del verso e musicalità. Penso che un verso in enjambement doni un grande respiro e maggiore fluidità al verso, piuttosto ché un semplice “a capo”. Non scrivo in rima per scelta, per me questa blocca o vincola l’ispirazione poetica, finora, su 131 poesie, ho scritto solo tre poesie interamente in rima e in rima libera. In altre poesie, se la rima raramente è presente, è solo spontanea.

MN: Quando scrivi, ti ispiri ad altri poeti o ricerchi una tua personalità, un tuo modo di poetare?

EM: In passato mi ispiravo ad altri poeti, dal 1990 al 1996 ca. Avevo bisogno di modelli da cui partire, ero molto influenzato dagli studi liceali, mi ispiravo a Foscolo, a Leopardi, a Petrarca, agli stilnovisti e ai lirici greci. Per quanto riguarda, Foscolo, Leopardi, Petrarca e gli stilnovisti, i riferimenti si possono ricondurre ai vocaboli utilizzati e non all’imitazione del loro stile e, nella poesia “Rammarico” ho cercato di rivisitare lo stile dei lirici greci, mentre, nella poesia “Amor” ho cercato di rivisitare lo stile degli stilnovisti, facendo ricorso alla rima e senza usare la metrica, con la riproposizione del tema della donna-angelo, tanto caro agli stilnovisti. Questa poesia rappresenta un unicum nella mia produzione poetica. Dal 1997 il mio stile abbandona sempre più questi modelli ricercando uno stile sempre più personale fino ad arrivare nell’agosto 2010 a scrivere una poesia priva di alcun segno di interpunzione, con la quale, credo si sia inaugurata la terza fase del mio percorso poetico. Pubblicata in un’antologia poetica di autori vari Frammenti ossei, edita da Limina Mentis Editore lo scorso maggio, ad appena nove mesi dalla sua scrittura.

Trascinarsi (21/8/2010)

Acciaio rovente

mi tempesta il cuore

e non mi fa vivere

Tremendo m’arroventa

smarrito il mio andare

e m’inabissa

vuoto

Tedio mi sovrasta

avanzo e mi fermo

e mi sommergo di ricordi

e mi sommerge in un abisso

MN: Ci parleresti del tuo Per una strada?

EM: Per una strada è la mia raccolta di poesie, edita dalla ravennate SBC Edizioni nel marzo 2009, è attualmente l’unica raccolta di poesie, conta ben 109 titoli e i temi sono molto variegati; sono le poesie che ho scritto tra il 1990 e il 2006. Sono sedici anni, con le mie sensazioni, con le mie emozioni, con le mie letture, con i miei studi, con le mie gioie, con i miei dolori, con le mie delusioni, con le mie nostalgie, con i miei rimpianti, con le mie ribellioni, con le mie rinunce, con i miei sbagli, con la mia indifferenza per il proprio dolore, un dolore ben più profondo di quello fisico, e mai per l’altrui e, con un silenzio tra il 2002 e il 2005. Per comodità possiamo dividere Per una strada in due parti: una grande prima parte che va dal ’90 al ’99 ed una seconda parte, più piccola, che va dal ’99 al 2006. Nella prima parte ci sono anche tre omaggi al grande poeta spagnolo Federico García Lorca, di cui ho cercato di imitare, in maniera personale, lo stile. Le tematiche di questa prima parte sono varie e particolareggiate, si va da poesie dedicate a grandi scrittori e poeti come, Vittorio Alfieri, Giacomo Leopardi, Leonardo Sciascia, Seneca; a episodi di libri, come ne “Lo squarcio nel cielo di carta”, ispirata ad un episodio de Il Fu Mattia Pascal di Pirandello, o a personaggi mitici della letteratura come in “Nausicaa”, “Oreste ad Elettra”, “Ad Astianatte”, “Amleto”, “Cirano di Bergerac”; a compositori come Chopin, Bartók, Prokof’ev, Saint-Saëns.

Si passa da tematiche introspettive come in “Malinconia”, “Indifferenza”, “Ricordo”, “Sogno”, “Desiderio improvviso”, “Stelle sul mare”, “Palermo”; a tematiche civili come ne “L’inquinamento”, “Pace”, “Albania”, “Massacro”, “Urlo”, quest’ultima scritta nel giorno del primo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie e agli uomini della scorta. Si va da poesie dedicate alla visione di quadri come “Le mietitrici” di J. F. Millet, “Alla Gioconda” di Leonardo da Vinci; a poesie dedicate a personaggi storici come “Annibale”. C’è anche il tema religioso, come in “Perdono” e “Perdona!”. Per passare ufficialmente dalla prima alla seconda parte utilizzo la poesia “Veritiero ardir”, con la quale annuncio il mio cambiamento di stile, scritta nel 1999, all’indomani della notizia della prossima pubblicazione, in un’antologia, di 22 mie poesie; ma già in alcune della prima parte sono ravvisabili dei piccoli cambiamenti di stile come in “Istante di tempo”, “Urlo”, “Cime”, “Indifferenza”, “Palermo”, “Barbagianni”, “Sé e gli altri”, “L’orologio”, “Piccola ambulanza”, “Ultimi pensieri di un robot”, quest’ultima ispirata alla morte di Roy, dal film Blade Runner di Ridley Scott. Si ravvisano cambiamenti ancora più sostanziali anche in “Memoria del passato”, “Per una strada”, “Picchi di silenzio”, “Stelle sul mare”, “Desiderio improvviso”, “Fuoco”. Con mia grande sorpresa, come ho detto poc’anzi, grazie al critico Domenighini ho scoperto che, in alcune mie poesie c’è della metrica spontanea, come in “Canto d’amore”, “Il grillo col violino”, “Dolcemente i suoi capelli…”, tutte e tre appartenenti alla seconda parte. A partire dalla seconda parte, che copre indicativamente gli anni dal 1999 al 2006, il mio stile si fa più profondo e maturo, non più necessariamente legato a poeti specifici, tranne ne “Il grillo col violino”, in cui vi è ravvisabile il Pascoli nell’uso delle onomatopee e, in “Dolcemente i suoi capelli…”, un mio piccolo omaggio alla grande stagione della poesia italiana dei tempi passati. Una poesia ispiratami guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sull’autobus, è stato lo sguardo di un attimo fuggente. In questa seconda parte inizio a raggiungere il mio ideale poetico: la semplicità di espressione unita alla profondità di significato. Per quanto riguarda le tematiche di questa seconda parte, abbiamo la tematica civile, come in “Per i rifugiati”, “Verde, bianca, rossa terra”, quest’ultima ispirata ai vari episodi di violenza che, purtroppo avvengono in Italia e spesso compiuti da chi è chiamato a far rispettare la legge, ecco il perché di questo titolo così significativo.  Abbiamo la tematica introspettiva che, penso non debba mai mancare tra i temi delle poesie di qualsiasi poeta, come in “Canto d’amore”, “In volo”, “Là, dove il mare…”, quest’ultima, scaturita, a due mesi di distanza da una delusione amorosa, in cui c’è il desiderio di dimenticare, anche se permane il dolce ricordo di questo breve amore. Proprio per questa poesia nel luglio 2010 mi è stata assegnata una menzione d’onore al I premio internazionale d’arte “Europclub” Messina – Taormina 2010. Abbiamo il tema della dedica, come in “Fremere”, poesia dedicata a mio padre, mancato lo scorso gennaio, non vedente da quando avevo un anno; in cui ho cercato di immaginare quello che potrebbe provare un uomo che diventa non vedente. Abbiamo il tema degli episodi o personaggi di argomento letterario, come in “Veglia notturna di Hagen”, “Natasha”, quest’ultima dedicata alla figura di Natasha Rostova, ispiratami dalla lettura del romanzo classico di Tolstoj Guerra e pace, una lunga e impegnativa lettura di quasi 2000 pagine. Abbiamo il tema paesaggistico, come in “Primavera” e in “Paesaggio”, in quest’ultima vi è la descrizione di un paesaggio dell’anima e non di un paesaggio necessariamente reale. Abbiamo il tema religioso nella poesia “Accoglili nella Tua pace, Signore!”, che ho anche tradotto in inglese ed è stata pubblicata da un editore americano un anno prima della sua versione originale. Poesia ispiratami da un tragico avvenimento di cronaca locale, l’annegamento di due pescatori, avvenuto nel mare che costeggia la mia amata e martoriata Palermo, che tanta fonte d’ispirazione è per me. E, c’è una curiosità: la poesia “Affollamento e inutili affanni”, che conclude la raccolta, pensa che l’ho scritta in piedi su un autobus affollato.

MN: Come e quando cresce, in te, la voglia di pubblicare e perché? Perché questo titolo: Per una strada?

EM: Mi sono deciso a pubblicare per la prima volta nel 1999, infatti, ventidue poesie sono state editate nell’agosto 2000, nell’antologia di poesie e brevi racconti di autori vari Spiragli 47, dalla milanese Editrice Nuovi Autori. Mi sono deciso dopo i numerosi apprezzamenti da parte dei miei amici, parenti, conoscenti e, soprattutto da parte dei professori del liceo; tutti mi raccontavano che si emozionavano leggendo le mie poesie e questo voglio, che le mie poesie emozionino un sempre più vasto pubblico di lettori. Come scrivo in un mio aforisma “Il poeta cerca sempre di emozionare i suoi lettori, è questo il suo fine e, quando quelli capaci e nella sua stessa linea d’onda si accostano ai suoi versi, scatta la comunicazione e, di conseguenza, l’emozione e l’ascolto. La semplice lettura rimarrebbe lettera morta.”.  Per una strada, come ho già detto prima, è la mia raccolta di poesie, finora l’unica e, questo titolo ha un’origine davvero curiosa, ogni volta che lo racconto sembra un aneddoto, e invece è la pura verità. Un pomeriggio autunnale e novembrino del 1998, per strada c’erano gli alberi senza le fronde, un pomeriggio ombroso, ventoso e senza sole, che annunciava un temporale. D’improvviso mi raggiunse l’ispirazione e, non avendo null’altro su cui scrivere se non il retro di uno spiegazzato scontrino della spesa, presi la mia penna e vi appuntai subito questa poesia, da cui in seguito prenderò il titolo per la mia raccolta.

Per una strada (10/11/1998)

Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia.

Quando la scrissi, la misi pure da parte, mi sembravano quasi insignificanti quei versi, sfuggiva anche a me il suo significato profondo, in seguito capii che, quell’apparentemente semplice poesia nascondeva in sé l’essenza della mia stessa ispirazione, furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i versi che metto sulla carta, passa e vola via e nessuno sa più dove mai sia. Poi, ho intitolato la mia raccolta Per una strada, proprio perché l’ispirazione, furtiva e svelta, mi ha raggiunto, la maggior parte delle volte, proprio per strada: camminando, sull’autobus, ecc… E c’è un’ultima motivazione, ben più profonda o, forse si tratta della motivazione ultima? Proprio per la presenza di quel “senza fronde”, che ha un significato proprio e metaforico al contempo; con quel “senza fronde” ho cercato di riassumere il sentimento di straniamento e di smarrimento dell’uomo contemporaneo, che si ritrova privo di valori e di qualcosa in cui credere, simile ad un albero in autunno, spogliato delle sue foglie. Sorge quindi il bisogno di aggrapparsi a qualcosa o a Qualcuno in cui credere, prima che anche le radici vengano strappate via dalla tempesta dell’inverno.

MN: Da alcuni anni, stai lavorando alla stesura di un poema drammatico. Un sentiero lungo e irto, basti pensare al Faust di Goethe, che impiegò una vita intera per esser scritto; un viaggio, il tuo, lungo il quale ben pochi si sono addentrati, una scelta stilistica notevole e affatto semplice, soprattutto se trasposta in un contesto lontano dal proprio, come può essere l’ambientazione stessa. Ci anticiperesti qualcosa del tuo poema drammatico? Perché questa scelta? Come mai l’ambientazione in una terra a noi lontana sia cronologicamente, che per usi e costumi quale è l’Islanda del IX secolo d.C.?

EM: Effettivamente, con mia grande sorpresa, il genere letterario del poema drammatico è stato affrontato ben poche volte in tutta la storia della letteratura. Si tratta di un testo teatrale, disposto in versi, di carattere drammatico e con un lieto fine, a differenza di una tragedia che, quasi sempre disposta in versi ma, priva di un lieto fine. Appunto, il Faust di Goethe è un poema drammatico, il più vasto e grande che sia mai stato scritto, Goethe vi si dedicò per sessant’anni, ne aveva solo ventitré quando iniziò a scriverlo e, pose la parola “Fine” un anno prima di morire. Io – devo correggerti – sono quasi vent’anni che mi dedico al mio e, sono quasi alle battute finali, mi manca di terminare di scrivere il quinto e ultimo atto e dare una revisione finale a quasi tutto il terzo e al quarto atto. Ho trovato solo due esempi contemporanei di poema drammatico: uno in tre atti Nausicaa del 2002, del poeta, mio conterraneo, Giuseppe Conte e, uno in un atto Il libro di Ipazia del 1978, di Mario Luzi, il grande poeta scomparso nel 2005. Anche nella storia della letteratura, come ho detto prima, il genere è stato frequentato poche volte: ricordiamo il Peer Gynt, del grande drammaturgo norvegese del XIX sec. Heryk Ibsen e, il Manfred, del grande poeta del romanticismo inglese George Gordon Byron, poi, che io sappia e, da quanto ho potuto sapere, non ci sono altri casi. Proprio durante la lettura del Peer Gynt di Ibsen ho deciso di definire il mio scritto “Poema drammatico”, all’inizio lo definivo “Tragedia storico-fantasiosa” ma, le tragedie non hanno un lieto fine e io non vorrei farlo terminare in tragedia, così, ho deciso di cambiare e stavo terminando di scrivere il terzo atto. Il mio poema drammatico l’ho intitolato Ingólfur Arnarson, è in un proemio e cinque atti. Lo sto scrivendo fin dal 1990, ovviamente non è in rima, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico. L’ambientazione è storica ma, la trama è fantastica, l’unico personaggio storico-leggendario è Ingólfur che, non è neanche sicuro se sia mai esistito, le notizie sulla sua vita sono solo leggendarie e, ancor più il suo approdo in Islanda; ecco perché ho scelto questo tempo, avvolto da leggende e lontano, il IX sec. d.C. avendo così modo di sbizzarrire la mia fantasia. Gli altri personaggi sono interamente frutto della mia fantasia, ricavandone i nomi dall’islandese, anche i cognomi sono immaginari e ricalcano stilemi che ricordano il norvegese; preciso che, non conosco né l’islandese, né il norvegese, semplicemente, mi sono documentato sui nomi e la pronuncia, ovviamente, gli indigeni, che si incontreranno dal secondo atto in poi, non hanno cognome e, anche la loro presenza è del tutto fantasiosa. Ho anche creato una distinzione tra, i vichinghi, che chiamo “barbari”, in quanto non civilizzati ed i normanni civilizzati (i norreni), gli antichi colonizzatori dell’Islanda; non ho voluto impelagarmi con il paganesimo e tutte le sue conseguenze, infatti, ho immaginato i personaggi, contro ogni criterio storico, come dei pagani non credenti e per questo li chiamo “normanni” e non “vichinghi”, che, invece, sono pagani credenti e pirati e sanguinari violenti. Mi sono innamorato dei meravigliosi paesaggi islandesi, pur non essendoci mai stato e vedendoli solo in fotografia, su un opuscolo turistico inglese, regalatomi in quinta ginnasiale, che conservo gelosamente, tanto da avermi ispirato la scrittura di un poema drammatico, ambientato appunto in Islanda. Dici bene, scrivere un poema drammatico richiede uno sforzo immenso e, qualcuno mi ha detto che mi sono imbarcato in un’impresa titanica e, anche adesso, pur essendo quasi alla fine, mi sento di darvi ragione: ho quasi un senso di vertigine e paura di essermi spinto forse al di là delle mie forze creative. Pensa, un caro amico compositore, dopo aver letto il proemio e un paio di scene del primo atto (una tempesta, una battaglia e un monologo), ha deciso di scrivere le musiche di scena per questo mio poema drammatico. Attualmente sta scrivendo una prima bozza di pot-pourri dei brani che saranno poi inseriti, come musiche per i vari atti e, pensa, anche il suo maestro di composizione gli ha dato il suo parere favorevole. Preciso, si tratta di musiche di scena in senso proprio, non di un’opera lirica, magari, in futuro potrebbe pensarci un altro compositore. La poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo, ecco perché ho scelto il teatro e un poema drammatico per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta. Con la scrittura di questo poema non ho voluto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come ho fatto di solito con le mie poesie; la spontaneità rimane però la prima idea, il primo fuoco dell’ispirazione che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino e – adesso scrivo – e sono passati più di vent’anni da quel primo abbozzo in prosa del 1989, del solo primo atto, abbozzo in prosa ormai perduto. Poi,dal 1990 trasposto in versi aggiungendo il proemio e proseguendo di seguito direttamente in versi, senza prima abbozzare in prosa gli altri quattro atti.

MN: Emanuele Marcuccio è anche aforista; quanti aforismi hai scritto ad oggi?

EM: Sì, dal 1991 ho scritto ottantuno aforismi e quattro sono stati pubblicati lo scorso dicembre nell’antologia del premio internazionale per l’aforisma Torino in Sintesi, II edizione – 2010, edita da Joker Edizioni. Le tematiche principali di questi aforismi riguardano la vita, l’amore e la poesia. Di questi miei aforismi, ne voglio citare uno dei quattro editi: «Solo al momento della morte, questo nostro orologio sconnesso della vita darà l’ora esatta.».

MN: Un lavoro a tutto tondo, dunque, che si completa con la collaborazione editoriale per una casa editrice e, per diversi siti e blog letterari, con la partecipazione a concorsi di poesia con non pochi risultati. Ce ne parleresti più approfonditamente?

EM: Sì, io che ho penato quasi dieci anni per poter pubblicare il mio libro (il titolo di “Per una strada” lo avevo pensato fin dal 1999), sono stato ben felice e molto meravigliato di ricevere il 9 giugno dell’anno scorso una proposta di collaborazione editoriale da parte di una casa editrice diversa da SBC Edizioni. Con Rupe Mutevole nel giugno 2009 avevo pubblicato due mie poesie inedite nell’antologia Poesia e Vita, scritte successivamente alla stesura della mia raccolta Per una strada, con queste due poesie, nel mio piccolo, ho contribuito, insieme ad altri 49 autori, nell’aiutare il piccolo Emanuele Lo Bue che, da anni versa in uno stato di coma neurovegetativo. Ci tengo a ringraziare qui la cara amica poetessa Gioia Lomasti, promotrice e organizzatrice di questa lodevolissima iniziativa di solidarietà e, proprio lei ha proposto il mio nome all’editore, dapprima come autore e poi come collaboratore editoriale. Così, a novembre 2010 è uscita la prima raccolta di poesie a mia cura e, sono stato ben felice di curarne anche la prefazione; l’autrice è la stessa Maristella Angeli che, a fine agosto ho intervistato per il blog “Vetrina delle Emozioni”, la raccolta in questione è Il mondo sottosopra, la sua quinta raccolta. Lo scorso febbraio, invece, è uscita proprio la tua, sempre a mia cura e, con una mia nota di commento a pag. 7, era la tua Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso. E un’anticipazione: massimo entro dicembre prossimo uscirà la terza raccolta a mia cura, di cui ho curato anche la prefazione e, per espresso desiderio dell’autrice, posso anticipare soltanto il titolo: Petali d’acciaio. E il 15 settembre scorso ho scritto questo poetico augurio, così, di getto… in omaggio a tutti gli autori, specialmente quelli pubblicati a mia cura, specialmente quelli di cui ho curato l’intervista.

Che il viaggio fantastico verso lidi

inesplorati cominci,

che tanti lettori faccia sognare…

Viaggiate autori, sognate,

veleggiate, verso lidi inesplorati, credete

credete nei vostri sogni,

non desistete,

non arrendetevi… !

Poi, mi chiedevi dei premi che ho ricevuto… sì, due menzioni d’onore in due concorsi internazionali. La prima nell’aprile 2003 per la lirica “Dolce sogno” al Concorso internazionale di poesia “Città di Salerno”, organizzato dall’associazione culturale “La Tavolozza”. E della seconda ne ho già parlato, nel luglio 2010 per la lirica “Là, dove il mare…” al I premio internazionale d’arte “Europclub” Messina – Taormina 2010.

MN: Preferisci la poesia o la prosa?

EM: Decisamente preferisco la poesia, la prosa preferisco solo leggerla. Come ho detto prima, la poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce ad emozionare, etimologicamente parlando, riesce a portare allo scoperto (l’anima), come scrivo in una mia poesia, riesce a portare allo scoperto “l’obliato proprio sé fanciullo”. La poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario e, in qualche maniera, anche a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri. La poesia, infatti, è piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore. La poesia si nutre di sogni e il poeta non è solo un cultore di sogni ma, sogna, si emoziona e si meraviglia lui stesso; spesso vorrebbe perdersi in quei sogni ma, deve ritornare alla realtà, alla dura realtà, che usa come filtro e come ancora per non annegare nei suoi stessi sogni. La poesia si nutre anche di musicalità, di armonia tra le parole, senza necessariamente fare uso della metrica o della rima. Con tutto il rispetto, la narrativa e la prosa in genere preferisco leggerla e non scriverla ma, anche in questa possiamo trovare della poesia. Però, con la scrittura del mio poema drammatico ho cercato di fondere le due cose in un tutt’uno, ho cercato di scrivere una storia servendomi dell’amata poesia e del teatro e, il teatro, si presta molto a questo genere di connubi, solo così potevo esprimere la mia vena narrativa. Infatti, sulla scorta dei grandi poemi del passato, ho inserito una voce narrante (fuori scena) che, ogni tanto si fa sentire nel corso del poema, questa voce fuori scena rappresenta l’io narrante del poeta, non ho potuto proprio farne a meno. Come scrivo in un mio aforisma “Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento.”. Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione. In fondo, la mia risposta al genere del romanzo è il poema drammatico, certamente di gran lunga più impegnativo ma, per me l’unica possibile. E, non è proprio per il poema drammatico che mi hai definito anche scrittore?

MN: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano? Cosa miglioreresti al suo interno e in che modo?

EM: Cito un altro mio aforisma: “Non lasciamo che il mercato sia deciso dai vari lettori di illetteratura che, purtroppo, sono la maggioranza, bisogna che ci siano dei lettori colti e critici, capaci di fare delle scelte di cultura nelle proprie letture. La figura dell’autore, che, prima di tutto deve essere un lettore critico e colto, è l’ideale.”. Sì, se io fossi un editore, vorrei che il comitato editoriale sia formato da altrettanti autori; solo un autorevole comitato editoriale, presente in ogni casa editrice, può dare una svolta all’attuale andazzo editoriale, in cui si dà maggior risalto all’illetteratura e, si mettono in una nicchia opere davvero meritevoli e di valenza letteraria. Proprio per questo motivo la critica letteraria agli autori contemporanei è sempre più in declino, come recentemente ha lamentato Cesare Segre. Ogni tanto si sente di qualche critico letterario che ha scritto sull’opera di un autore sconosciuto al grande pubblico, alla grande editoria ma che, non a caso ha attirato la sua attenzione. Sono i libri di valenza letteraria che fanno la letteratura e alcuni diventano dei classici, il futuro non è dei best-seller e dei libri, preconfezionati ad hoc per un certo tipo di lettori, di qua a cinquant’anni cadranno nel dimenticatoio.

MN: E cosa pensi della cultura nel nostro Paese? Ritieni che i media possano in qualche modo influenzare la cultura e, se sì, come?

EM: Credo che oggigiorno si faccia tanta confusione, la cultura non è semplice intrattenimento, ma è capace di lanciare un messaggio che porti alla riflessione, che porti a conoscere, senza mai smettere di riflettere, perché, proprio la riflessione genera cultura. I mass-media, se la cosa interessasse davvero, potrebbero avvicinare alla cultura, soprattutto la televisione, quella che potrebbe maggiormente influenzare la cultura, quella a cui paghiamo un canone annuale, che ci propina programmi da semplice intrattenimento, mettendo in una nicchia, in orari tardi e proibitivi programmi di indubbio valore culturale. Recentemente c’è stato un minimo cambiamento con il proporre il teatro in prima serata, ma, una rondine non fa primavera.

MN: La poesia che, in qualche modo, ti ha più influenzato? Mi spiego meglio: qual è la poesia che, per un motivo o per l’altro, avresti voluto scrivere e per quale motivo?

EM: Leopardi è il mio poeta preferito, non certo per il sistema del suo pessimismo cosmico ma per l’infinita e meravigliosa musicalità dei suoi versi. Quanto mi ha ispirato la musica dei suoi versi e, “L’infinito” è la poesia che preferisco più di tutte, non solo per i suoi versi infinitamente pieni di musicalità, ma perché la vedo come un’oasi di speranza lungo il deserto del suo pessimismo cosmico: “Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio / e il naufragar m’è dolce in questo mare.”. Pensa, che in una mia poesia giovanile del 1991 ho cercato di imitare la musica di questi versi immensi cambiando le parole, cito dalla mia raccolta Per una strada: “Così, tra questi versi immensi / gioisce l’animo mio, / e l’ondeggiar / mi molce e m’accarezza.”.

MN: Alcune tue poesie sono state tradotte anche in lingua inglese e dialetto siciliano. Ce ne parleresti?

EM: Veramente sono stato io stesso a tradurre quattro mie poesie in inglese e una di queste mie traduzioni, quella dell’allora inedita “Accoglili nella tua pace, Signore!”, nel maggio 2008 è stata pubblicata nell’antologia poetica di autori vari Collected whispers, da Howard Ely Editor, Owings Mills, USA, dunque, quasi un anno prima della versione originale, edita nella mia raccolta Per una strada. In queste traduzioni ho cercato di ricreare in qualche modo la musicalità della versione originale, ho scelto attentamente i suoni di quelle parole, senza badare a particolari questioni linguistiche. In un certo senso avviene una ricreazione della stessa poesia ma, quello che più importa, è che si senta la poesia, che si ascolti la sua voce, che permanga il suo spirito, anche se l’abito è cambiato. E proprio questo ho cercato nel tradurre una mia poesia in inglese. Mentre, per quanto riguarda quella tradotta in vernacolo siciliano, si tratta della mia edita e premiata “Là, dove il mare…”, tradotta con grande maestria dall’amico poeta e commediografo Alessio Patti, della quale ha creato anche un video molto suggestivo ed emozionante. Proprio dalla visione di questo video e, durante la lettura ad alta voce della traduzione in siciliano della mia poesia, mi ha raggiunto l’ispirazione e ho scritto, dopo 125 poesie in italiano, la mia prima e, attualmente unica poesia in vernacolo siciliano “Munnu crudili”, pubblicata lo scorso aprile nell’antologia poetica di autori vari La biblioteca d’oro – Poesie in siciliano, da Unibook, a quasi cinque mesi dalla sua scrittura. A proposito di vernacolo siciliano, in realtà bisogna parlare di lingua siciliana, leggo un brano dalla prefazione, scritta dalla poetessa Santina Russo, curatrice di questa antologia: «La lingua siciliana, troppo spesso declassata da molti a “dialetto” è, in realtà, una lingua a tutti gli effetti. Molti filologi ed anche l’organizzazione Ethnologue, descrivono il siciliano come “abbastanza distinto dall’italiano tipico tanto da poter essere considerato un idioma separato”, come risulta anche confrontando il lessico, la fonologia, la morfologia delle due varietà linguistiche. Peraltro, il siciliano non è una lingua derivata dall’italiano, ma, al pari di questo, direttamente dal latino. La lingua siciliana esiste da centinaia d’anni, la tradizione poetica siciliana nasce con la corte federiciana nel XIII secolo e fioriscono da allora illustri poeti e cantori in siciliano aulico che costituiscono tuttora modelli per un’eventuale canonizzazione della lingua poetica siciliana scritta. […] È doveroso, a tal proposito, specificare che non esiste attualmente una canonizzazione condivisa della lingua siciliana, soprattutto a livello orale, dove sono evidenti le differenze fonologiche, morfologiche e lessicali da una zona all’altra della Sicilia. Diverso, il discorso per la lingua scritta, per la quale esiste una tradizione secolare alla quale poter far riferimento per una produzione poetica siciliana a regola d’arte.». E già Dante gli aveva dato dignità di lingua nel suo De vulgari eloquentia, leggo: «E per prima cosa facciamo un esame mentale a proposito del siciliano, poiché vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri per queste ragioni: che tutto quanto gli Italiani producono in fatto di poesia si chiama siciliano; e che troviamo che molti maestri nativi dell’isola hanno cantato con solennità. […] Il volgare siciliano, a volerlo prendere come suona in bocca ai nativi dell’isola di estrazione media (ed è evidentemente da loro che bisogna ricavare il giudizio), non merita assolutamente l’onore di essere preferito agli altri, perché non si può pronunciarlo senza una certa lentezza… Se invece lo vogliamo assumere nella forma in cui sgorga dalle labbra dei siciliani più insigni… non differisce in nulla dal volgare più degno di lode.».

MN: Quali sono le tue letture? Hai un genere che preferisci su tutti? Perché?

EM: Sì, il mio genere preferito sono i classici della letteratura, proprio perché la letteratura dà voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori, alle sue speranze e, leggere un classico significa immergersi in un mondo lontano ma allo stesso tempo vicino ai nostri sogni, alle nostre speranze, ai nostri dolori. E, citando un mio aforisma “Se si legge un classico, si va sul sicuro e si evitano delusioni. Perché un classico nasconde in sé tutto un mondo da scoprire, e quel mondo ci assomiglia.”.

MN: E le letture che non leggeresti mai? Per quale motivo?

EM: I romanzi horror e i romanzi rosa: non amo spaventarmi inutilmente e non amo le storie troppo sentimentali.

MN: Cosa spinge, secondo il tuo parere, uno scrittore o un poeta a scrivere e susseguentemente a pubblicare le proprie opere?

EM: Se è un vero scrittore e non un cercatore di facili guadagni, penso che lo spinga a scrivere la voglia di conoscere se stesso, di tirar fuori quello che ha celato in sé. Come scrive Proust ne Il tempo ritrovato “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.”.

Sì, scriviamo di una realtà come trasfigurata e, nel contempo cerchiamo di porgere al lettore una speciale lente di ingrandimento, che trasfiguri e ingrandisca allo stesso tempo.

MN: Pensi sia importante il confronto con altri autori?

EM: Per me è molto importante il confronto con altri autori, specialmente quando trovo dei punti di contatto con il mio modo di scrivere e di poetare. Su internet sto conoscendo tanti poeti in maniera virtuale e, uno l’ho conosciuto dal vivo ad una presentazione del suo libro di poesie, invitato da lui stesso. Penso che tra colleghi poeti, scrittori, drammaturghi e artisti in genere si debba instaurare un rapporto di rispetto e di stima reciproca e mai di concorrenza, mai avere la presunzione di possedere la verità, purtroppo, questo raramente accade; a questa presentazione, a cui sono stato invitato dallo stesso autore, c’ero solo io tra il pubblico, come autore, gli altri erano tutti lettori e, molto lodevole e nobile, da parte sua, l’avermi ringraziato pubblicamente della mia presenza ed alla fine ci siamo scambiati i nostri rispettivi libri con autografo.

MN: Vuoi anticiparci qualcosa riguardo ai tuoi prossimi lavori e/o progetti?

EM: Oltre al poema drammatico, di cui abbiamo parlato ampiamente e, anticipo che sarà pubblicato in due volumi: il primo volume conterrà i primi due atti ed uscirà molto probabilmente entro il 2012. Poi, ho in preparazione una seconda raccolta di poesie, che ho intitolato Anima di poesia, dal titolo una mia inedita poesia, pensa, questa poesia l’avevo messa pure da parte, come avevo fatto con “Per una strada”, la poesia che ha dato il titolo alla mia prima raccolta. Con la differenza che, “Anima di poesia” non l’ho appuntata dapprima sul retro di uno scontrino della spesa ma, su un semplice foglio di carta. Ho deciso di dedicare tutta la raccolta alla memoria del mio caro papà, mancato il 25 gennaio scorso… E, spero di intervistare tanti altri autori per il blog “Vetrina delle Emozioni” e di curare la pubblicazione di altrettanti libri di poesie.

MN: Grazie per la tua disponibilità, Emanuele e, ad maiora!

EM: A te Marco, semper, è stata una piacevole conversazione!

A cura di Marco Nuzzo                                                                

21 settembre 2011

INTERVISTA PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE PARTI O L’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Intervista a Giorgia Catalano, a cura di Emanuele Marcuccio

Intervista Giorgia Catalano, poetessa e scrittrice inedita

a cura di Emanuele Marcuccio 

Su invito di Gioia Lomasti, per il blog Vetrina delle Emozioni, ho deciso di intervistare gli autori dei libri di poesie, pubblicati a mia cura e non solo, la volta scorsa ho intervistato Lorenzo Spurio. Continuiamo con Giorgia Catalano, poetessa e scrittrice di racconti, tuttora inediti.

EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere, quando hai scritto la tua prima poesia?

GC: Ho iniziato a scrivere a 13 anni. Il mio “esordio” è stato un racconto che, a leggerlo ora, potrebbe far sorridere, ma, finalmente, ero riuscita a mettere nero su bianco una storia tra le tante che, fin da bambina molto piccola, articolavo (poi costringevo amici e parenti ad ascoltarle). Lesse questo mio “libro”, la mia insegnante di religione, la quale mi spronò a continuare perché, mi disse: “In questo racconto ci sei tu, c’è la tua carica positiva. Non smettere”. Oggi, purtroppo, questa donna non c’è più, altrimenti sarei stata lieta di parlarle dei miei primi successi. Nell’età dei primi amori (diciamo intorno ai 15 anni), una infatuazione per me importante, mi spinse a scrivere in versi. Ma non erano dedicati soltanto all’oggetto dei miei pensieri, anzi. C’erano odi alla natura, ai paesaggi che mi colpivano di più, a tutto ciò che suscitava le mie emozioni. Sentivo la necessità di rendere visibile ciò che avevo nel cuore.

EM: Tutto ciò mi porta indietro nel tempo, pensando che, anch’io mi misi a pasticciare in versi a poco più di quattordici anni per una infatuazione amorosa, dico “pasticciare” perché, col senno di poi, erano dei semplici esercizi e non poesie, scriverò la prima vera poesia a sedici anni, dopo quasi due anni di questi esercizi. Cos’è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?

GC: La poesia la vivo come un’amica fedele. Da bambina, molto piccola, raccontavo al mio diario segreto, i miei sentimenti, le mie rabbie, le mie paure. Oggi credo che la poesia sia per me, come una valvola di scarico, come la possibilità che do a me stessa di espandermi in una dimensione parallela alla realtà che, proprio da questa, trae la sua essenza. Sì, perché senza i dolori, le difficoltà o le gioie e le soddisfazioni della vita reale, non potrebbe esserci poesia. La poesia, a mio avviso, deve essere come noi dovremmo essere, per volerci veramente bene: se stessa. Sbagliato voler somigliare a qualcun altro, voler copiare, per esempio, lo stile poetico di qualche grande autore. Si snaturerebbe la nostra personalità. Non sto parlando, in questo momento, di tecnica, di affinamenti stilistici che, con il tempo e la preparazione sul campo, possono migliorare la forma poetica, ma essenzialmente del significato che noi, stiamo dando ai nostri versi. C’è chi attraverso la poesia, farebbe rivoluzioni. C’è chi dichiara il proprio amore e le proprie passioni terrene, carnali. C’è chi denuncia le nefandezze del mondo. C’è chi sfoga le proprie rabbie, i propri fallimenti e disappunti. Niente di tutto ciò deve essere perso tra le parole, tra quei silenzi espressi dagli “a capo” – come tu dici, Emanuele – altrimenti, non sarebbe più la “Nostra” poesia. La nostra personalità, il nostro sentire, il nostro vivere, devono obbligatoriamente sopravvivere tra i versi che noi scriviamo, altrimenti non lasceremmo un’impronta di noi stessi, ma di qualche cosa che sarebbe altro da noi. Nella mia poesia non deve mai mancare la speranza. Alcune di esse sono così cupe e pessimistiche che, a rileggerle a distanza di tempo, mi fanno venir voglia di piangere perché mi intristiscono. La vita è dura lotta. È prova continua, ma non bisogna mai abbandonare la speranza che le cose possano migliorare. Talvolta, ciò che oggi ci sembra assurdo e ingiusto, domani troverà risposta in qualcosa di meraviglioso. È questo che non deve mancare nelle mie poesie, altrimenti mi sentirei finita. Proprio perché, per me poesia è vita, deve essere anche speranza in un futuro quanto meno diverso. E non lo dico da sognatrice – purtroppo, i sogni adolescenziali sono rimasti chiusi in un cassetto ermeticamente – ma da donna che guarda in faccia la realtà e vuole ancora credere in qualche cosa, soprattutto nei suoi sentimenti e nelle sue – se posso osare (spero di non peccare di presunzione) – capacità.

EM: Quindi, per te la poesia di argomento civile, ispirata dagli accadimenti contemporanei, non sarebbe poesia?E, mi sembra di capire, anche la poesia amorosa, di cui è costellata la nostra letteratura?

GC: Tutto ciò che riesce ad emozionarci, è poesia. L’amore è, in assoluto, il primo ispiratore, in tutta la storia della nostra letteratura. Anche io ho scritto delle poesie d’amore, così come ne ho scritte ispirandomi soprattutto al tema dell’intercultura, da me molto sentito. Ci sono, è ovvio sia così, delle fasi evolutive, per ognuno di noi. In questo momento, forse anche per vicende o stanchezze personali, i miei versi sono più intimistici, meno… collettivi, meno sociali. Ma non è così in tutte le liriche. Anche un telegiornale può suscitarmi emozioni, nel bene, o nel male, e farmi scrivere. Parlo spesso, per esempio, dell’amore tra madri e figli. Non si può dire che anche questo non sia amore!

EM: Sì, in qualsiasi poesia che scriviamo e di qualunque argomento, deve sopravvivere qualcosa di noi, anche se trasfigurata dai nostri versi. Cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?

GC: Ciò che ritengo sia essenziale nel componimento di uno scrittore sono originalità e semplicità d’espressione. Tutti devono poter leggere. Oggi, più che mai, in una realtà multietnica, non è così scontato che un libro riesca ad essere letto da tutti, perché non è detto che la nostra lingua sia conosciuta con completa padronanza, da tutti. Questa considerazione l’ho ricavata dalle piccole cose di tutti i giorni. Quando insegnavo nella scuola dell’infanzia, per esempio, era sempre una sfida preparare il “cartellone giusto” per informare tutte le famiglie di un qualche evento scolastico. Doveva essere il più semplice possibile, chiaro, senza paroloni da dizionario e diretto, quasi come il titolo di un articolo di giornale. Poi, con il tempo, si pensò con le colleghe, di coinvolgere i genitori stessi e di far scrivere loro il messaggio originale, nelle varie lingue entrate a far parte della nostra quotidianità scolastica. Non è pensabile che un libro possa essere reso in tante lingue – a meno che non sia un bestseller pluritradotto – quindi, il compito di uno scrittore è quello di rivolgersi a tutti, quasi come se stesse parlando con tanti amici, come se stesse leggendo le pagine del suo libro, ad un pubblico, il più variegato possibile.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna delle due e perché?

GC: Credo di poter definire il mio poetare, privo di metrica. Di tanto in tanto, si possono trovare nei miei componimenti, delle rime, ma tendenzialmente, non sono cercate. Ho provato a scrivere qualche testo poetico, completamente in rima, ma lo sento povero, almeno, questa è la mia sensazione. È come se le emozioni rimanessero imbrigliate tra le parole e, se non si trova la rima giusta, rischia di essere compromessa l’intera poesia. No, preferisco leggere una poesia libera da schemi e costruzioni stilistiche. Altro, invece, sono le filastrocche, o le storie rivolte a bambini molto piccoli (3-6 anni, in genere), che destano maggiore interesse e curiosità nei piccoli ascoltatori, se sono composte in rima. Le fiabe scritte in questo modo, possiedono una musicalità ed una sonorità che talvolta può anche essere accompagnata dal suono di uno strumento che ne scandisce le battute o i versi, “letterariamente” parlando. I bambini, poi, sono facilitati, in questo modo, nell’apprendimento, soprattutto mnemonico. Non dimentichiamoci le famose filastrocche che, ancora da adulti, conserviamo con cura nel nostro bagaglio, che ci hanno permesso di imparare a memoria i giorni della settimana, quanti giorni ci sono in un mese o il nome delle Alpi e così via. Sono proprio un classico esempio di quanto ho espresso poc’anzi.

EM: Concordo, per me la rima blocca o vincola l’ispirazione poetica, l’ho sempre pensata così, meglio la rima spontanea. Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?

GC: Da pochi attimi, a giorni interi. Dipende molto dal mio stato d’animo e dai sentimenti che ho bisogno di rivoltare e buttar fuori, come lava incandescente. Talvolta, lunghe poesie le scrivo senza interrompermi, in pochissimi minuti e, pur lasciandole in standby per qualche giorno, prima di approvarne la versione definitiva, rimangono così come le ho scritte, in un primo momento, di getto. Altre volte, ho qualche cosa dentro che mi impedisce di avere le “idee chiare”; allora, mi limito ad un ascolto interiore. Sento la tensione del momento e la traduco in parole che, il più delle volte, quando le rileggo a distanza di ore o di giorni, modifico almeno in parte. E poi, come mi ha suggerito un caro amico scrittore di Napoli, Mario Scippa, è meglio aspettare che le immagini vengano da noi. Non dobbiamo essere noi a cercarle. Se non le trovi, meglio – in quel momento – non scrivere.

EM: Sì Giorgia, mai scrivere senza essere ispirati, come scrivo in un mio aforisma “Siamo al servizio della poesia, la poesia non è al nostro servizio. Quando vuole ci visita, basta rimanere in ascolto attento e attentamente osservare, il resto lo fa la poesia e la nostra ispirazione, che la nostra scrittura libera dal caos inconscio dov’è nata.”A proposito di lunghe poesie, Montale, in una famosa intervista televisiva dichiara che, la poesia deve essere breve e afferma che, “Un’emozione che dura ¾ d’ora è uno spavento… “. Cosa pensi di questa affermazione?

GC: Montale legge ¾ d’ora di poesia, come uno spavento. Io mi sento di aggiungere che uno scritto così lungo sono tanti spaventi messi insieme e tradotti in parola. Sono un terremoto che vibra dentro di noi, un movimento tellurico che spinge la solita lava del vulcano, a cui spesso faccio riferimento, fuori dal cratere con tutte le emozioni di rabbia, di paura, di costernazione, che ci turbano in quel momento. Ci sono le emozioni lampo che, invece, si riescono a tradurre in pochi versi, o in poche parole e racchiudono in sé più di quanto non si riesca a leggere nei ¾ d’ora dello spavento…  

EM: Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?

GC: Un testo narrativo è più immediato, più facilmente comprensibile e, generalmente, racchiude, quasi come un tema scolastico, un inizio, uno svolgimento ed una fine. Il lettore si appassiona alla vicenda narrata ed immagina, pagina dopo pagina, il proprio film. Tant’è che molti sono i lettori delusi dalle revisioni cinematografiche, proprio perché non ritrovano le proprie immagini, la propria interpretazione di ciò che hanno letto. Ricordo, quando il mio primogenito era molto piccolo, di avergli letto, un po’ alla sera, per accompagnarlo al sonno, un testo che, all’epoca, fu un gran successo di Luis Sepulveda: “La gabbianella e il gatto”. Ebbene, la storia contemplava, tra i vari protagonisti, un gatto francese ed uno napoletano – spero che i miei ricordi non mi ingannino – leggendo, davo carattere ad ogni personaggio ed il gatto francese, nonché quello napoletano, parlavano con le loro cadenze ed i loro intercalari tipici dell’una o dell’altra inflessione e mio figlio moriva dal ridere. Quando guardammo il cartone animato, entrambi rimanemmo delusi, perché non c’erano né il gatto francese, né quello napoletano… La poesia, invece, rispecchia un momento, un’emozione, uno stato d’animo. È come una fotografia. In fondo, anche quest’ultima coglie l’attimo che mai più sarà. Nel momento in cui scrivo i miei versi, sono sicuramente influenzata dal mio stato d’animo, dal mio modo di essere in quel momento e li imprimo tra le righe, tra le parole. Non è detto che quella stessa poesia io sia capace di riscriverla identica, il giorno dopo, perché, come la foto che ritrae un fiume, l’acqua impressa nell’immagine, a distanza di un giorno, non sarà più quella del giorno precedente. Fondamentale è anche il linguaggio poetico che differisce notevolmente da quello narrativo. Talvolta, ci si trova di fronte a testi anche molto ermetici, a parole stravolte nel loro significato originario, che possono cogliere impreparato un lettore. Ogni poeta esprime se stesso nelle sue liriche ed ognuno lo fa seguendo un proprio imprinting. Non è facile decodificare un testo poetico, non sempre. La lettura di una poesia è meno immediata, rispetto alla lettura di un testo narrativo. Credo sia proprio questo il motivo per il quale la poesia “non ha mercato” ed è considerata di nicchia.

EM: Preferisci scrivere a penna o al PC?

GC: Scrivere a penna mi permette di scarabocchiare – mi riferisco alle liriche – scrivere al PC lo preferisco quando racconto delle storie. Generalmente, dopo averle tracciate come manoscritto, e dopo averle rese definitive, trasferisco le poesie al PC e ne faccio diversi backup, per maggior sicurezza. I racconti, invece, viaggiano direttamente sulla tastiera del PC, perché mi sento più a mio agio, perché sono più rapida e più intuitiva.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di autrice?

GC: Credo che nessun autore sia esente da influenze autobiografiche. Come diceva il buon Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. Spesso, mi trovo a prendere in prestito questo pensiero che per lui era rivolto, nello specifico, all’osservazione scientifica. Nella vita, più o meno, succede la stessa cosa. Nulla deriva dal nulla. Ogni cosa ha un suo perché, sebbene non si riesca, o non si voglia dare subito una risposta a ciò che accade. Nulla si distrugge. I brutti ricordi, così come quelli belli, continuano a ciondolare sospesi tra oblio ed amnesia. Tutto si trasforma, per fortuna! Ciò che era paradosso e dolore ieri, può diventare forza interiore oggi ed è proprio da queste violente trasformazioni – talvolta, purtroppo, sono così – che ciò che si scrive viene influenzato.

EM: Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

GC: L’ispirazione trae origine da una parola sentita, da un ricordo, dalla visione d’un paesaggio, da un torto subito, dalla rabbia, dalla paura, da un sentimento o da un’emozione provata, insomma, per qualche evento che mi ha colpita particolarmente durante la giornata. E, soprattutto, non è mai prevedibile. A volte è netta. Come un lapillo incandescente, fuoriesce dal vulcano imprimendo la sua forza ed il suo calore sul foglio di carta. Ovunque io sia. Spesso mi capita quando sono sull’autobus, o quando mi godo qualche attimo di silenzio, la sera, dopo aver messo a dormire i bambini, o in ufficio. Ripeto, ovunque. Ci sono situazioni nelle quali non mi è subito possibile scrivere “il ritornello che mi tormenta”, allora cerco di impararlo a memoria, di stringerlo forte a me come se fosse un ricordo importante. Il più delle volte, però, cerco di dare subito sfogo a quella carica vulcanica che, altrimenti, rischio di perdere. Una volta tradotta in parole, quella sensazione mista tra uno stato d’ansia ed un mal di stomaco, o di uno smarrimento tra la gente ed un improvviso risveglio notturno, mi sento più serena. Perché ormai, mi dico, ciò che era dentro di me, sono riuscita a liberarlo e a tradurlo in qualche cosa di concreto, di leggibile. Poi, come ho già accennato, c’è la fase della revisione del testo scritto, a distanza di ore e, talvolta, di giorni. In ultimo, la resa definitiva al PC e l’archiviazione.

EM: Alcune tue poesie sono state pubblicate in varie antologie di autori vari, ce ne vuoi parlare?

GC: È successo quasi per gioco. La scorsa estate, navigando su internet, ho letto dei bandi di concorsi letterari che prevedevano, in caso di selezione, la pubblicazione della poesia o delle poesie inviate, in un’antologia, magari a tema. Ho pensato che non mi sarebbe costato nulla provarci, che sarebbe stato anche un modo per mettermi in gioco, per capire se ciò che scrivo, può essere gradito anche da altre persone. E così ho iniziato ad inviare le mie liriche un po’ ovunque. Ad oggi, ne sono state pubblicate sei dal Collettivo Poetico “Poesiaèrivoluzione”; una dal Collettivo Poetico “I percorsi di Pacifico”, tre da Aletti Editore, una da Gds Edizioni e cinque nel libro d’arte “I sogni e le stelle”, edito da Egs Edizioni/Galleria d’Arte Signorini, di prossima uscita. Una delle mie liriche ha anche vinto un premio, in occasione di un concorso organizzato dalla rivista “Mammaoggi.it”. Inoltre, sono stata felicissima di sentirmi leggere, all’inizio dello scorso luglio, durante la trasmissione radiofonica “L’uomo della notte”, condotta da Maurizio Costanzo, dalla calda voce dell’attrice Valentina Montanari. È stata davvero una grande emozione.

EM: Cosa ti ha spinto la prima volta a voler pubblicare, anche solo in un’antologia di autori vari? Perché hai deciso di intitolare la tua prima raccolta di poesie Un passaggio verso le emozioni?

GC: Come dicevo, è stato quasi un gioco. In realtà non ci speravo nemmeno, di essere pubblicata ed è stata davvero una piacevole sorpresa, potermi leggere su carta stampata e pubblicata (visto che diverse di queste antologie hanno l’ISBN). La scorsa estate sono andata in vacanza nelle suggestive vallate del Cilento. Ho soggiornato in una bella casa vacanze dalla quale vedevo tutto il verde delle colline e lo splendido azzurro del mare e, un pomeriggio, mentre passeggiavo per Prignano – questo è il nome del piccolo centro che mi ha ospitata – ho scattato foto qua e là, a quegli scorci che mi suggerivano estasi ed emozione, o anche semplicemente destavano la mia curiosità. Tra questi scatti, ce n’è uno che ritrae un passaggio buio verso una terrazza che dà sul mare e la vallata. Nella foto è molto evidente la luce che c’è al fondo del passaggio, con l’azzurro del mare sull’orizzonte. Ed è proprio dall’osservazione di quella foto che nasce il titolo della raccolta “Un passaggio verso le emozioni”. Si passa dal buio alla luce, dall’oscurità dei brutti ricordi, alla speranza di un futuro migliore.

EM: Tra tutte le poesie che hai scritto finora ce n’è una che ti è più cara o che ritieni più significativa?

GC: Di poesie ne ho scritte molte, ma, in effetti, ce ne sono alcune che sento più mie. Sicuramente la poesia “Azzurrità”, che è la prima ad essere stata pubblicata in una delle antologie di cui si è parlato, è una delle liriche a cui tengo in particolar modo, perché è stata una sorta di trampolino di lancio. Affettivamente, invece, mi sento molto legata alla poesia: “Il mio firmamento” che sarà pubblicata nell’agenda 2012 Le pagine del poeta – Ugo Foscolo, da Editrice Pagine di Roma e sarà anche nel libro d’Arte Signorini, al quale ho già fatto cenno. Questa poesia parla delle mie tre stelle, alle quali è dedicata la mia prima raccolta, di prossima edizione. E le mie tre stelle “faticose, d’amore rivestite”, sono i miei tre figli: Nicolò (19 anni), Matteo (quasi 10) e Simone (7). Sono il mio firmamento, senza il quale i miei giorni sarebbero bui e le mie notti, prive di senso. Sono coloro che accendono le mie energie e le riassorbono. Coloro che mi tengono in vita.

EM: Hai scritto anche racconti, ce ne vuoi parlare?

GC: Ho scritto dei racconti. Per uno di questi – un racconto breve – ho ricevuto una menzione speciale ad un concorso letterario patrocinato lo scorso anno, tra i vari enti, anche dal Comune di Trofarello, in provincia di Torino. Un altro – questa volta, un lungo racconto – è stato proposto per la pubblicazione da una casa editrice del leccese, ma, per motivi di ordine pratico, ho rifiutato la proposta. Ne ho scritti altri ed altri sono in lavorazione, ma preferisco, almeno per il momento, concentrare le mie energie sulla poesia. Sono impegnata su più fronti: dal familiare, al lavorativo e scrivere narrativa impegna molto molto tempo. Anche questa è una delle ragioni per le quali, almeno per il momento, non sto investendo molto sui miei racconti. Mi manca il tempo materiale da dedicare, come meriterebbero, ai miei scritti.

EM: Hai mai provato a scrivere un romanzo?

GC: Sì, mi sto cimentando da un paio di anni con la mia autobiografia. Per ora, al PC, in formato libro, ho scritto circa 365 pagine. Forse, molte persone, potrebbero chiedersi chissà che cos’avrò mai di così interessante e intrigante da raccontare, per aver già scritto così tanto, ed avere ancora da narrare altri vent’anni della mia vita! Non è sicuramente la biografia di un personaggio famoso, forse potrebbe non interessare a nessuno, ma così tante vicende, per me, di un certo rilievo, mi hanno vista protagonista, che ho sentito l’esigenza di raccontarle.

EM: Quali sono i tuoi poeti preferiti?

GC: Ho sempre apprezzato molto Leopardi e Foscolo, che, per certi versi, sento molto vicini a me e ho voluto bene a Quasimodo, Ungaretti e Montale. Per quanto riguarda, invece, l’universo poetico femminile, mi ha sempre colpita la schiettezza ed il coraggio di Sibilla Aleramo e adoro Alda Merini con il suo dire e non dire. Ci sono poi anche diversi autori contemporanei, magari, come me, esordienti o inediti, che apprezzo molto per la musicalità dei propri versi, per il contenuto e per l’umanità che trasuda dalle loro liriche.

EM: E qual è la tua poesia preferita?

GC: Una delle poesie che preferisco è: “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo. Nella sua brevità, c’è tutto. Dall’origine del mondo, alla fine dello stesso, vissuto nell’esistenza del singolo uomo.

EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

GC: Il libro che ho letto più volentieri, in assoluto, è: “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello. È un autore che ho sempre letto volentieri, ma ricordo che quel libro, lo lessi tutto d’un fiato, in un solo pomeriggio e me lo porto dentro, perché ho patito con il protagonista i suoi stati d’animo. Le paure, le ansie, le gioie illusorie di non appartenere più alla propria vita e la triste ed amara consapevolezza che, malgrado la fuga da se stesso, la sua vita tornava verso di sé, prepotente rubandogli, beffarda, anche quella che lui credeva essere la sua vera identità.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

GC: Non amo l’horror. L’inquietudine che ne deriva dalla lettura di un libro, o dalla visione di un film del genere, mi raggela le vene. L’eccessiva suspense e i raccapriccianti e spaventosi colpi di scena, mi destabilizzano. Preferisco letture più “serene” che mi coinvolgano, che mi lascino con il fiato sospeso, ma che non mi impauriscano inutilmente.

EM: Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia o, che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?

GC: Scrivere è passione, scrivere, forse, è malattia. Chi non è affetto da questo “male”, forse, non riesce a capire profondamente le esigenze di chi lo è. Per un certo periodo, che è durato più di un decennio – diciamo dalla nascita del mio primogenito ho smesso di scrivere, soffocando le mie emozioni in uno spazio circoscritto della mia mente e del mio cuore. Non era gradevole sentirsi la “diversa” della famiglia e allora ho voluto uniformarmi a tutti coloro che mi circondavano. Poi, ho sentito l’esigenza di essere me stessa e di non più fingere davanti allo specchio della mia vita. Perché è mia e di nessun altro e, sebbene ci si sforzi di piacere a tutti, alla fine, ci sarà sempre qualcuno a cui non è dato di piacere.

EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?

GC: Sono nata in Liguria, a Ventimiglia, proprio sul confine italo-francese, ma i miei genitori sono entrambi di origine pugliese. Io vivo a Torino dall’età di 2 anni, circa, quindi, posso tranquillamente dire di sentirmi una torinese. Adoro la mia città e cerco di viverla al meglio. Ho provato a vivere altrove, per un breve periodo, ma, alla fine, sono tornata sui miei passi. Poi, soprattutto in questi ultimi anni, così come ha sponsorizzato l’ex Sindaco Chiamparino, per le Olimpiadi del 2006, Torino non si è mai fermata. Ci sono ancora tanti problemi da risolvere, ma credo che nessuna città italiana ne sia esente. È una città che ama la cultura e questo è per me come una coccola gratificante. Pullula di stimoli culturali, creativi. Vengono organizzati moltissimi eventi di rilevanza internazionale – e, non mi riferisco soltanto al Salone del Libro… Tutto ciò mi fa stare bene, in questa città.

EM: Tra poesia e narrativa, cosa scegli e perché?

GC: Amo entrambe. In questo momento, come ho già spiegato, forse proprio per mancanza di tempo, non mi sto dedicando molto alla narrativa, ma mi piacerebbe molto poterlo fare, per sentirmi più completa. Esprimersi in versi arricchisce lo spirito. Raccontare è stupendo. Ho scritto anche delle canzoni per bambini, durante il periodo in cui ho insegnato nella scuola dell’infanzia, e delle storie-filastrocche che ai bambini sono piaciute molto. Bisogna fare delle scelte. Per ora scelgo la poesia, in attesa di poter avere un po’ più di tempo da dedicare alla mia voglia di raccontare.

EM: Hai un sogno nel cassetto?

GC: Come mamma – forse rientro nei soliti luoghi comuni – vorrei poter vedere la gioia dei miei figli e la realizzazione dei loro sogni. Come autrice, mi piacerebbe poter incontrare il consenso di un congruo numero di lettori. Credo che la soddisfazione maggiore per un autore sia quella di avere contezza di aver regalato emozioni e arricchito, in qualche modo, chi si è avvicinato per pochi attimi, attraverso magari anche solo pochi versi, alle sue creazioni. Un sogno nel cassetto? Terminare il mio romanzo e riuscire a pubblicarlo.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?

GC: Una volta, un amico illustratore di libri rivolti all’infanzia, mi ammonì, dicendomi che il mondo editoriale è una giungla. Purtroppo, almeno in parte, convengo con quanto mi disse questo amico. Molte case editrici speculano sui sogni e sulle aspirazioni di tante persone che hanno la passione per lo scrivere e trattano i libri come se fossero prodotti da banco da esporre in una corsia di supermercato. Ciò che conta è guadagnarci. Ci sono anche realtà editoriali minori che ancora puntano sulla qualità e sull’umanità, avvicinandosi agli autori con amicizia e comprensione, ma, purtroppo, non sono molte. La stessa Susanna Tamaro, intervistata al Salone del Libro di Torino 2011, ha consigliato agli autori emergenti di non demordere, di credere in ciò che si scrive e di avere pazienza, perché non è così semplice trovare subito l’editore disposto a pubblicarti. E lei stessa ha vissuto questa condizione. Ma non ha rinunciato alla sua passione e, alla fine, la sua costanza è stata premiata.

EM: Sì, mai demordere, mai scoraggiarsi e smettere di scrivere! E cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?

GC: Ci sono tanti stimoli interessanti. Tante proposte, tante persone che “fanno” la cultura. Anche la cultura, come la lingua – soprattutto quella parlata – cambia sembianza, con la trasformazione della società. I nostri genitori intendevano, per cultura, qualche cosa di diverso rispetto a quanto intendiamo noi oggi. Oggi, anche internet è cultura ed è uno strumento importante tanto più che quando eravamo bambini non esisteva. Cultura, intercultura. Apertura verso mondi diversi dal nostro, verso mentalità e tradizioni diverse. Anche questa è cultura. Prima di tutto, la cultura della tolleranza. Da questa ne derivano tutte le altre forme.

 EM: Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

GC: Ritengo che i premi letterari siano importanti per un autore, perché attraverso questi ultimi, ci si mette costantemente in gioco. Le sconfitte sono sempre dietro l’angolo e diventano uno sprone per migliorarsi. E se poi arriva qualche riconoscimento, ci si sente appagati e invogliati ad andare avanti, perché vuol dire che ciò che si è scritto, ha incontrato il favore di una giuria o di un pubblico più vasto.

 EM: Il mese scorso ho letto un articolo di Cesare Segre sul Corriere della Sera, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?

GC: È difficile poter rispondere a questa domanda. Forse, è proprio l’abbondare di scrittori, rispetto ad un tempo, che mette in difficoltà la critica. C’è eccessiva saturazione.

 EM: Quanto è importante per te il confronto con altri autori?

GC: Credo che confrontarsi con altri autori sia fondamentale. Le diversità, se vissute bene e con saggezza, sono sempre fonte di arricchimento. Confrontarmi con altri autori mi entusiasma moltissimo. Si possono condividere esperienze e rendere meno gravose le difficoltà legate alle prime pubblicazioni. Si possono unire le forze, per aprirsi nuovi orizzonti. Non deve esistere rivalità. Non nel mondo letterario, perché ognuno esprime al meglio se stesso.

EM: Sì, bisogna che ci sia rispetto e stima reciproca, senza mai avere la presunzione di possedere la verità, purtroppo questo, raramente accade.

Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?

GC: Non bisogna mai credersi “arrivati”, nemmeno dopo aver visto le prime

pubblicazioni. Bisogna mettersi continuamente in gioco. Io ho ancora molta strada da fare. Ho raccolto qualche piccolo frutto, soprattutto in questo ultimo anno, ma “emergere” non è semplice. Oggi, purtroppo, tanti scrivono. Pochi leggono. E, forse, è anche questo che ha mandato in crisi il mondo editoriale. Come dice Giorgio Maremmi, scrittore ed editore da anni, dell’omonima casa editrice di Firenze, nel suo “Avalon – L’agenda dello scrittore” – “[…] ci sono troppe case editrici per il numero di lettori, in Italia. Ce ne sono ancora poche, per poter soddisfare tutte le richieste di pubblicazione di tutti gli autori […]”.

EM: Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo, prossime pubblicazioni?

GC: È mia intenzione continuare a scrivere anche narrativa, nei ritagli di tempo che mi saranno concessi tra tutte le cose che mi impegnano durante le mie lunghe giornate.La prossima pubblicazione, sarà, appunto, la mia prima raccolta: “Un passaggio verso le emozioni”. Tutto il resto…. è divenire.

EM: Grazie per la tua disponibilità e tanti auguri per le tue prossime pubblicazioni!

GC: È stato un gran piacere, Emanuele. Grazie a te per avermi dato questa possibilità.

 

 

A cura di Emanuele Marcuccio                                          

10 settembre 2011 

L’INTERVISTA VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA PUBBLICAZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA CONSENSO DELL’AUTORE.

Emanuele Marcuccio intervista Luciano Domenighini

Intervista a Luciano Domenighini

a cura di Emanuele Marcuccio 


Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere poesie e di dedicarti alla critica letteraria?
La prima poesia l’ho scritta a dodici anni. L’amore per la critica letteraria è venuto molti anni dopo.

Cos’è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?
La poesia è la forma più intensa e diretta di comunicazione verbale. Non deve mai mancare l’ispirazione assieme alla ricerca di una forma esatta.

E cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?
Oltre all’ispirazione, il rispetto della parola, la consapevolezza che la parola è una risorsa, non va sprecata, banalizzata.

Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna delle due e perché?
Sono affascinato dai vari modi di poetare, in metrica, in rima, in prosa lirica.

Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?
Dipende. In genere le poesie in metrica e in rima richiedono più tempo, prevedendo degli obbiettivi obbligati. Sono, alle volte, come un gioco enigmistico che però non deve essere fine a se stesso. Il rischio è quello di perdere efficacia poetica per ottenere il metro e la rima giusti. Ma è una sfida in più.

Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?
Perché tramite la poesia si comunica in una dimensione intima, privata, esclusiva, e molte persone hanno paura di entrare in questo ambito manifestandolo pubblicamente.

Preferisci scrivere a penna o al PC?
A penna.

Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di poeta e critico letterario?
Come poeta è stato il conseguimento di alcuni premi letterari. Ricordo in particolare
con piacere quella volta, alla premiazione del “Graffito d’oro” del 2008, dove l’attrice
che leggeva le poesie premiate, si commosse leggendo la mia, che qui vado a riportare:

AL FIGLIO

Figlio,
tutto al mondo ha un prezzo
ma tu non saperlo.

Pensa che ogni cosa sia offerta
In dono
e in dono ricevuta.

Nulla è scontato
e non c’è ricchezza
senza meraviglia.

Nessun dono da me, povero padre,
se non che una carezza.

Lieve ti sia,
come un ricordo senza nome e
dimenticata
sempre ti accompagni.

(2007)

Come critico letterario l’esperienza più significativa riguarda la recensione e i commenti alla raccolta di un giovane e promettente poeta siciliano, sì, lo stesso che mi sta adesso intervistando.

Grazie infinite, per il mio Per una strada è stato un vero onore, un pregevolissimo dono. Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

Io sono un poeta della domenica, a tempo perso, o meglio sarebbe dire, a tempo rubato al lavoro e agli impegni familiari.
L’ispirazione nasce casualmente, improvvisamente, realizzando nella memoria una frase, un sintagma, un ritmo, un’assonanza. A volte se non si hanno subito carta e penna per annotare quello che è balenato nella mente, il lampo dell’ispirazione va perso.
Poi il lavoro di costruzione del testo può essere lungo, laborioso, a più fasi (anche con rifacimenti a distanza di anni).
Ma è importante non perdere l’input iniziale…

Concordo e, citando un passo della mia introduzione alla poesia “Perché la poesia sia vera e sincera deve esserci questa scintilla iniziale, dopodiché possiamo scrivere di getto, in maniera spontanea o, fare un lavoro di lima ricercando la rima più adatta o la parola, o il suono e starci tutto il tempo che ci è necessario. In caso contrario, diventerebbe solo qualcosa di artificioso che non è espressione dei nostri sentimenti.”Nel 2004 hai fatto stampare a tue spese, in 150 copie, presso una tipolitografia una raccolta che hai intitolato “Liriche esemplari”. Ce ne puoi parlare?
“Liriche esemplari” è un’antologia, una raccolta retrospettiva che copre un arco molto ampio di tempo. Come accade a molte opere prime di uno scrittore dilettante già avanti con gli anni e totalmente inedito, anche “Liriche esemplari” ha un carattere che definirei retrospettivo-riepilogativo e in qualche modo anche testamentale.
Anche la sua veste editoriale essenziale, spoglia, totalmente priva di commenti e illustrazioni, se si esclude una fugace autoprefazione, è in linea con questa prospettiva di “messaggio nella bottiglia”.

Perché proprio questo titolo “Liriche esemplari”?
Lo spiego nelle quattro righe dell’autoprefazione: “esemplari” non sta per “da prendere ad esempio” ma sta per “esempi di composizione poetica”, in vari metri e stili, dalla prosa lirica al sonetto, alla rima dantesca, ecc… Ho voluto sottolineare l’aspetto tecnico, esercititativo, eclettico, della raccolta.

“Liriche esemplari” sta per “esempi di composizione poetica”, quindi, preferisci scrivere in metrica o in verso libero, qual è per te la vera poesia?

La formula, il modulo letterario è solo un tramite per ottenere la “forma letteraria” che è il vero obbiettivo dell’artista. Io non ho preferenze sul tipo di tecnica da usare: scelgo quella che più si adatta ai vari momenti ispirativi.

Ci sono altri scritti, stampati a tue spese?
No.

Cosa ti ha spinto a stampare a tue spese?
Vanità, solo vanità.

Quali sono i tuoi poeti preferiti, ce n’è uno in particolare?
I miei preferiti sono Dante, Tasso, Leopardi, Pascoli, Shakespeare, Puskin, Gozzano. In particolare però il poeta prediletto è Dino Campana.

E qual è la tua poesia preferita?
Questa, dai “Canti Orfici”:

Nel silenzio azzurrino

. . . . . . . . . . . .

L’aria ride: la tromba a valle i monti
Squilla: la massa degli scorridori
Si scioglie: ha vivi lanci: i nostri cuori
Balzano: e grida ed oltrevarca i ponti.
E dalle altezze agli infiniti albori
Vigili, calan trepidi pei monti,
Tremuli e vaghi nelle vive fonti,
Gli echi dei nostri due sommessi cuori…
Hanno varcato in lunga teoria:
Nell’aria non so qual bacchico canto.
Salgono: e dietro a loro il monte introna:
. . . . . .
E si distingue il loro verde canto.

. . . . . . . . . . . .

Andar, de l’acque ai gorghi, per la china
Valle, nel sordo mormorar sfiorato:
Seguire un’ala stanca per la china
Valle che batte e volge: desolato
Andar per valli, in fin che in azzurrina
Serenità, dall’aspre rocce dato
Un Borgo in grigio e vario torreggiare
All’alterno pensier pare e dispare,
Sovra l’arido sogno, serenato!
O se come il torrente che rovina
E si riposa nell’azzurro eguale,
Se tale a le tue mura la proclina
Anima al nulla nel suo andar fatale,
Se alle tue mura in pace cristallina
Tender potessi, in una pace uguale,
E il ricordo specchiar di una divina
Serenità perduta o tu immortale
Anima! o Tu!

. . . . . . . . . . . .

La messe, intesa al misterioso coro
Del vento, in vie di lunghe onde tranquille
Muta e gloriosa per le mie pupille
Discioglie il grembo delle luci d’oro.
O Speranza! O Speranza! a mille a mille
Splendono nell’estate i frutti! un coro
Ch’è incantato, è al suo murmure, canoro
Che vive per miriadi di faville!…
Ecco la notte: ed ecco vigilarmi
E luci e luci: ed io lontano e solo:
Quieta è la messe, verso l’infinito
(Quieto è lo spirto) vanno muti carmi
A la notte: a la notte: intendo: Solo
Ombra che torna, ch’era dipartito…

 Trovo che Campana possegga delle capacità tecnico-metriche, una immaginazione poetica e una nobiltà linguistica assolutamente superiori.

Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?
La Divina Commedia, Ulisse di Joyce. I Canti di Leopardi, Myricae di Pascoli, i Canti Orfici di Campana.
Il mio libro del cuore sono i Promessi Sposi. La sua prosa ha un tono singolare e inconfondibile, edificante, consolatorio, rasserenante.

E c’è un genere di libri che non leggeresti mai?
Non ho particolari preclusioni nei confronti di qualche genere letterario. L’importante è che un libro sia scritto bene.

Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia, o che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?
Se mai ci sarebbe da chiedermi cosa di tanto in tanto mi ha avvicinato alla poesia.
Nella mia vita la poesia è stata un’eccezione ricorrente.

Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?
Amo la mia terra, anche se la mia è stata una vita da esule. Tutte le terre sono belle se vi si trova qualcuno da amare e che ci ami. Ma la terra natìa è una madre, viene prima di noi, sono le nostre radici, e ce la portiamo dietro nella vita, qualunque cosa noi facciamo o diventiamo.

Tra poesia e prosa, cosa scegli e perché?
Scelgo la poesia perché mi è più congeniale. A scrivere in prosa ci ho provato ma non ne viene fuori nulla.

Hai un sogno nel cassetto?
Scrivere belle poesie e aver più tempo per farlo. E poi diventare uno scrittore famoso, ricco e ascoltato.
È proprio vero che i sogni non hanno età.

Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?
Ci sono molte opportunità per chi abbia un po’ di tempo per dedicarsi alla scrittura. Ma le grandi case editrici sono poche.

Cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?
E’ in corso, tramite i “media”, un processo di acculturazione delle masse, di alfabetizzazione del gusto ed è chiaro che, in questo ambito, non si può andare tanto per il sottile. E’ una cultura essenzialmente didascalica, catalogativa, compilativa, estemporanea, d’accatto. La cultura del passa-parola, del tam-tam mediatico, del “sentito dire”, delle frasi fatte e dei luoghi comuni, dietro a cui quasi sempre c’è un sottofondo di qualunquismo e di propaganda più o meno celata. Fortunatamente sopravvivono i buoni testi letterari.

Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?
Quando sono istituiti con serietà, rappresentano un’occasione per gli scrittori.

Recentemente ho letto un articolo di Cesare Segre sul “Corriere della Sera”, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Da critico letterario, cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?
Credo che nel Novecento si sia verificata una sovraesposizione della letteratura alla critica letteraria. In certi casi la critica letteraria è diventata quasi un genere letterario a sé stante e, in non pochi casi, ha contribuito a determinare la fortuna o la disgrazia di qualche autore. Inoltre spesso ha avuto una funzione scopertamente commerciale, sovrastimando opere di scarso valore. Il richiamo di Cherchi a un’impostazione schematica della critica letteraria, secondo il modo della filosofia scolastica, è interessante perché definisce l’opposto di quella critica vaga, enfatica, fumosa, indefinita e indefinibile e non di rado, come detto, pretestuosa, che ha imperversato e tuttora imperversa. Io credo che entrambi questi estremi vadano evitati. La valutazione di un’opera letteraria deve poggiare su parametri di riferimento chiari e in qualche modo oggettivabili, ma al contempo dovrebbe consentire al critico di manifestare il proprio gusto, la propria sensibilità e la propria fantasia interpretativa.

Quanto è importante per te il confronto con altri autori?
È molto importante. Per imparare soprattutto nuove tecniche e nuove soluzioni espressive. E poi, dal punto di vista umano, per condividere questa colleganza, questa esperienza comune. Va da sé che, comunque, per entrare nel mondo di un poeta e nel suo immaginario, per capire il senso e l’atmosfera della sua poesia occorre che si realizzi una simpatia, che si stabilisca una sintonia con il suo testo poetico. Questa corrispondenza, quasi sempre è automatica, spontanea e dipende dalle affinità fra lettore e autore o dalla concomitanza di particolari stati d’animo che favoriscono questa comprensione.

Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?
Nessun consiglio, se non quello di avere il proposito di migliorarsi costantemente. E poi l’umiltà, il rispetto verso altri autori, lo spirito di autocritica soprattutto con l’obbiettivo di evitare le secche dell’autoreferenzialità.

Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo?
Una nuova raccolta di poesie. Sono circa sessanta titoli anch’essi di metro e stile differente, anche se orientati prevalentemente verso la prosa lirica.

 Grazie tante per la tua disponibilità e tanti auguri per la tua attività di poeta e critico letterario!

 A cura di Emanuele Marcuccio

 

 

 

LUCIANO DOMENIGHINI è nato nel 1952 a Malegno in provincia di Brescia. Ottenuta la maturità classica si laurea in Medicina e inizia la professione medica quale medico di Medicina Generale, attività che svolge tutt’ora. Nel 2000, a Bologna, ottiene il primo riconoscimento letterario , una segnalazione a un premio di poesia. Nel 2003 vince il premio internazionale “Provincia di Trento” per la poesia “Canzone” E  nel 2004  al Vittoriale di Gardone Riviera gli viene assegnato il premio internazionale “Gabriele d’Annunzio” per la poesia “Esercizio di rima”. Sempre nel 2004 pubblica la sua prima raccolta di versi “Liriche esemplari”. Collabora nel frattempo saltuariamente con giornali locali come critico letterario.  Nel 2004 ottiene il 4° posto al premio Nazionale  di Poesia  “Il graffito d’Oro”, riservato a Medici e Farmacisti letterati, con la poesia “Dalla spiaggia” e due anni dopo nel 2008 sempre al “Graffito d’oro”, vince il premio speciale della giuria con la poesia “Al figlio”. Ancora nel 2008 ottiene una segnalazione alla XXI edizione del premio Nazionale Città di Corciano con la poesia “Mottetto”. Nel 2010 redige un breve commento critico ad alcune poesie di giovani poeti siciliani fra cui 15 titoli della raccolta “Per una strada” di Emanuele Marcuccio.


L’INTERVISTA VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA PUBBLICAZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA CONSENSO DELL’AUTORE.

“Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso” di Marco Nuzzo, intervista a cura di Emanuele Marcuccio

Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso di Marco Nuzzo

Rupe Mutevole Edizioni, 2011, collana “Sopra le righe”

opera e nota di commento a cura di Emanuele Marcuccio, cocuratori: Gioia Lomasti e Marcello Lombardo.

Intervista a cura di Emanuele Marcuccio

Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere poesie?

Scrivo da sempre, ho sempre amato esprimere su carta le mie sensazioni, penso di esser stato affascinato dalla lettura e dalla scrittura sin dalla più giovane età, ma non solo; ho amato anche l’arte in ogni sua forma, come la musica, le arti marziali e la pittura, forse anche come metodi per esorcizzare la paura, i demoni o le incomprensioni di un mondo che sapevo esser troppo grande, ho messo in atto una ricerca dedita all’esplorazione dell’anima altrui quale specchio per la propria introspezione. Ho cominciato a scrivere poesie solo da qualche anno, dapprima come mero desiderio di provarmi su qualcosa di nuovo e dunque come scavo verso l’Es, la parte primordiale e più naturale del nostro cervello, quello antico e rettile.

Ci potresti spiegare meglio quest’ultimo punto, in che senso “quello antico e rettile”?

L’argomento è molto lungo, tenterò di sintetizzarlo affinché possa render meglio l’idea. Tra il 1960 e il 1970, la conoscenza del cervello umano fece più progressi che nel corso degli ultimi millenni e ciò grazie agli studi dei neurologi Sperry, MacLean e Laborit. Già precedentemente, verso il 1875, Darwin aveva dissacrato l’uomo con la sua teoria evoluzionistica. Vent’anni dopo nel 1895, S. Freud constatava che la maggior parte dei problemi fisici dell’uomo proveniva da pulsioni primitive inconsce. In seguito tali teorie progredirono poco e si restava nel campo delle ipotesi. Quella di Darwin si affinò nel neo-darwinismo e quella di Freud fu malmenata tra i suoi discepoli, quali Jung, Reich, Adler ecc… Nel 1965 R. Sperry ebbe il coraggio di separare i due emisferi cerebrali di un paziente, sperando di porre fine alla sua epilessia. Tale separazione rivelò, con sorpresa di Sperry, che i due emisferi si comportavano da fratelli nemici, restando d’accordo su alcuni compiti, ma in disaccordo sulla risoluzione di altri. Il sinistro era a favore delle ostilità, e si opponeva al destro, che invece era pacifico. Nel 1968 P.D. MacLean, constatò, attraverso l’uso di nuove invenzioni che permettevano di osservare l’attività cerebrale, che l’uomo non aveva un solo cervello, bensì tre cervelli sovrapposti, ognuno di essi comparso e rimasto nel corso dell’evoluzione, passando da quello rettile, a quello mammifero per arrivare a quello ominide. Lo chiamò cervello triunico. Il neurologo Laborit, nello stesso periodo, fornì una spiegazione di alcuni comportamenti umani, conducendo esperimenti sui ratti, tra i mammiferi più vicini all’uomo dal punto di vista comportamentale. Su tali scoperte, che coincisero con la guerra nel Vietnam (dal 1961 al 1975), negli USA sorsero alcune tecniche di saggezza ancestrale (che ormai vengono capite meglio dal punto di vista scientifico), dando vita alla New Age. Questo movimento, ostile allo sviluppo industriale, aspirante alla libertà individuale e alla non violenza, si estese a tutto l’Occidente. Non tutti divennero hippie e andarono a cantare a Woodstock o all’Isola di Wight, molti si interessarono alla meditazione, alla contemplazione e al bio-feedback (utilizzo di apparecchi per il controllo elettrico per la modifica dello stato di coscienza). Come si poteva prevedere, questo paradiso incontrò l’ostilità della società dei consumi da una parte, mentre dall’altra i giovani caddero nella trappola dell’illusione creata dall’uso di droghe, funghi allucinogeni, hashish, il cui effetto era quello di un accesso più rapido rispetto alle antiche modificazioni dello stato di coscienza (yoga, zen, buddhismo, arti marziali “dolci”). Eccetto casi sporadici, questi cercatori di libertà, abbandonarono il movimento New Age e si reintegrarono nel sistema. Ma esaminiamo con maggior cura il cervello triunico: Cervello rettile o rettiliano: È così chiamato perché fu il primo ad apparire, circa trecento milioni di anni fa. È piccolo ma essenziale perché contiene tutto ciò che è vitale, regolando esso la nutrizione, il sonno, l’istinto, i movimenti, la produzione ormonale, l’istinto di riproduzione, ecc. Quindi se siete fieri del vostro grande cervello pensante-parlante, ricordate che non è questo il più importante, ma quello rettiliano, minuscolo, ma che contiene le ghiandole più vitali, come l’ipofisi, l’epifisi, il talamo e l’ipotalamo. È nel nostro interesse conservarlo in buono stato, con una vita sana, con lo sport. Al contrario il sonno irregolare, l’uso di droghe o alcool e una vita sregolata lo danneggiano irreversibilmente. Il cervello rettile ha una memoria a breve termine, impara poco e solo dopo un lungo periodo di addestramento, ed è una fortuna, perché se si lasciasse influenzare dall’uomo, o da certe fantasie intellettuali, non sopravvivremmo per molto. Cervello mammifero o paleo-mammario: Sotto il cervello rettile nasce il cervello mammifero, circa centosessanta milioni di anni fa. Si sarebbe fatto a meno di questo cervello per vivere, ma esso ha dato modo alla nostra specie di migliorarsi. Questo cervello è incredibilmente emotivo e cocciuto. Si è preso una parte talmente grande della nostra vita che ormai funzioniamo su una base emotiva per ritrovare il piacere provato dai nostri cinque sensi. Siccome è anche il centro dei rituali e dei mammiferi (intimidazione, affronto), l’uomo segue queste leggi senza rendersi conto che si comporta come ogni mammifero sano di mente. Il cervello mammifero è molto duro d’orecchi e finisce per credere a quel che viene ripetuto a lungo con tonalità particolari. Capiamo dunque come le religioni, le sette o la politica usino particolari rituali, come canti, litanie o preghiere per imprimere ciò che si intende radicare nelle menti. Potete dunque capire perché sia difficile modificare il cervello mammifero di una persona con altro credo, o perché, dopo una conversazione in cui ciascuno cerca di convincere l’altro con argomenti intelligenti, senza che nessuno dei due ascolti, alla fine se ne vanno pensando “quello non capisce nulla”, non è così? Forse ora che avete capito come funziona questo cervello, smetterete di parlare per convincere, ricollegandovi alla saggezza di Lao Tse: «L’uomo che sa (di non essere ascoltato) non parla, l’uomo che parla (prova la sua ignoranza poiché…) non sa.»Cervello neo-mammifero: Si sovrappone agli altri due all’incirca cinquanta milioni di anni fa. Non lo possiamo chiamare cervello umano perché anche gli altri mammiferi ne hanno uno anche se più piccolo. Questo nuovo cervello è utile ma crede che comandi lui. Le sue capacità sono stupefacenti, è capace del meglio o del peggio; nell’uomo dominato dall’ego, la proporzione del peggio è del 75-80%, contro il 10% del meglio. Ma da dove vengono i lampi di genio? Da dove viene l’introspezione, l’immaginazione fervida, il sapersi guardare nel profondo? Gli psicologi pensano che quest’ultimo cervello non valga molto, in quanto i lampi di genio arrivano quando è a riposo, ad esempio durante la meditazione o la siesta. Ecco dunque spiegato il segreto. Nel cervello antico o rettiliano risiede l’epifisi, la ghiandola pineale, il terzo occhio che già molte culture dell’antichità rappresentavano iconograficamente sia in forma di pigna (vedi lo scettro papale o quello di Osiride, il Bacco dei romani, il dio Tamus), che sotto forma di occhio (Buddha, Shiva, l’occhio di Horus). Le culture del passato associavano quella che noi oggi chiamiamo epifisi ad un organo preposto alla maggior chiarezza mentale ed alla visione interiore. Per Cartesio la ghiandola pineale è il punto privilegiato dove mente (res cogitans) e corpo (res extensa) interagiscono.

Grazie per questo excursus molto interessante che, penso sortirà anche l’interesse dei lettori e che ora mi fa comprendere il perché spesso preferisci essere criptico, emetico nei tuoi scritti… ma continuiamo con l’intervista. Cos’è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?

Poetare vuol dire utilizzare la semantica per trasmettere un messaggio. La poesia differisce molto dal racconto che, invece, utilizza una moltitudine di parole per esprimere un concetto. In una poesia, credo, non debba mai mancare la capacità di trasmettere emozioni, prescindendo da significato e significante stessi, elementi che passano dunque in secondo piano per far posto alla musicalità. Per questo, nel mio poetare non deve mai mancare questo elemento che io ritengo essenziale. Esasperare un concetto, sia esso tragico, comico o fantastico affinché il cervello elabori sensazioni, secerna adrenalina che sia tremore latente, un possente gremire di sentimenti tangibili, che siano trascinamento dall’alto all’abisso.

E cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?

La fantasia e lo spirito di osservazione. Vedo troppi sedicenti “scrittori” o “poeti” che mancano di idee, come se l’arte stessa in senso lato fosse morta, spersa nel circolo vizioso delle solite tautologie, in un trittico “sole – cuore – amore”. Si ha davvero bisogno di esser definiti scrittori o poeti o artisti o giornalisti per poter scrivere?  Altro non sono che dei titoli, presi troppo spesso per dare importanza ad una figura oggi divenuta di moda, null’altro. L’archetipo dello scrittore è quello del saggio, di colui che sa, che è spinto alla ricerca, che scrive menzogne per esprimere delle verità. Se tale stereotipo poteva andar bene per i tempi andati, ora scrivere è diventata una moda. Tutti scrivono, tutti pubblicano, pochi leggono. Io penso che chiunque possa scrivere dei buoni testi se utilizza l’inventiva, se si auto-insegna a guardarsi intorno.

Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna dei due e perché?

Ogni anima ha un proprio percorso, così deve essere anche per la poesia. La base di partenza, comunque, deve essere il comune studio della metrica, di modo che si possa partire dalla forma per ricercare una libertà di stile proprio. È come per la musica o le arti marziali. Si parte dalla forma, dallo stile, verso la ricerca di un proprio stile che si addica alla propria persona, al carattere, al tutto. Solitamente, nelle mie poesie, non utilizzo la metrica o le rime ma seguo a briglia sciolta un mio “stile privo di stile”, avendo però ben presenti le regole prime che devono comporre un testo poetico. Seguire forzatamente metrica e rime per me vuol dire limitare la libertà della scrittura.

Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?

Molto dipende dal momento. Ci sono momenti in cui scrivere è semplice come lo scorrere di un fiume in piena, altri momenti in cui si abbisogna di tempo, forse ore o giorni; allora mi siedo sulla riva e attendo.

Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?
Senza tanti fronzoli, credo che la poesia non riscuota molto interesse se non in certi ambienti culturali e scolastici quale oggetto di studio. Un romanzo è letto da tutti, giovani e meno giovani, la poesia è vista spesso come sintomo di debolezza per chi la legge e per chi la scrive. Poi bisogna considerare il contenuto. Un romanzo lo si legge con più interesse, genera apprensione sino alle ultime pagine, viene pubblicizzato in modo differente dalle case editrici e dalle edicole. Molto spesso le case editrici pubblicano gratuitamente il genere narrativo e a pagamento i libri di poesia, proprio perché sanno che con un romanzo rientreranno dalle spese di pubblicazione, con la poesia se ti va bene rientri tu dalle spese della pubblicazione.

Preferisci scrivere a penna o al PC?

Al PC, per l’unico motivo che, quando sono davanti al PC sono tranquillo e rilassato, il momento migliore per scrivere. Porto però sempre al seguito un foglio e una penna per prendere appunti quando arriva l’ispirazione.

Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di autore?

Sicuramente l’incontro con Gioia Lomasti, Marcello Lombardo, Matteo Montieri, Emanuele Marcuccio (lo stesso che mi sta adesso intervistando) e la collaborazione per la casa editrice Rupe Mutevole. Ho trovato persone fantastiche con le quali ho avuto il piacere e l’onore di collaborare, gente che ama il lavoro che fa e che dedica anima e cuore per tutto questo. Altra esperienza significativa l’ho avuta collaborando con la poetessa Noris Roberts, Ambasciatrice Universale di Pace in Venezuela e ancora con il Dinanimismo di Zairo Ferrante e Roberta Murroni. Significativi sono stati anche i concorsi nazionali di poesia “Wilde” e “Mario Luzi”, sulle quali antologie sono presente. Detto ciò, la parte più significativa consiste nell’aver scoperto un lato di me che non avevo considerato.

Ti ringrazio, sei troppo gentile, sono stato ben felice di presentarti alla casa editrice per la pubblicazione di Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso, grazie anche a nome dei colleghi assenti ma che leggeranno. Sarà perché prima di essere curatori, siamo soprattutto autori. Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

Non ho un metodo preciso e sicuro per lasciarmi ispirare… tutto ciò che faccio è rilassarmi e far scorrere i pensieri, divenendo quanto meno cerebrale io possa; il resto consta nella fase di raccoglimento dei pensieri, farne un amalgama e infine trasporli su carta o schermo. Il tutto, come dicevo precedentemente, deve essere condito dall’estremizzazione del dire, dagli ossimori e quanto più mente m’enunci.

Quali libri hai pubblicato oltre a Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso?

Ho pubblicato un libro edito da Aletti Editore dal titolo Ultime Frontiere, uscito quasi in contemporanea nel 2011 con il mio libro edito da Rupe Mutevole, appunto, Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso.

Perché proprio questo titolo Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso?

Siamo un viaggio, un continuo mutare pensieri e sensazioni e spesso siamo soliti guardarci per come ci siamo lasciati indietro la pesantezza dei nostri inverni, spesso incompresi ai più. Avviene di conseguenza che questo nostro atteggiamento segue una via non più naturale e sincera, ma un atteggiarsi aberrante, composto, per come gli altri ci desiderano. Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso parte da qui, parte dallo spogliarsi dell’inverno al quale siamo stati diseducati e camminare sulle proprie sensazioni, sulle proprie canzoni, sul proprio, naturale stile, senza dover per forza accondiscendere al forzato piacere altrui.

La poesia di Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso che ti è più cara o che ritieni più significativa?

È certamente “Apnea n.2”, una simulazione del proprio immergersi dentro, del guardare oltre all’abissale sconforto, è un lasciarsi andare per ritrovarsi perdendosi.

Apnea N°2

Estensione,

placida infusione

in sensi

d’oltreoceano colato,

giochi di luce

trafiggono onde

navigatrici

d’eterno…

– introspezione –

è riconoscermi acqua

nel tacito richiamo

d’assenze passate;

stilla nella nebbia

traccio l’ultima eco,

allontanando

i cerchi nel mare,

confusi

nell’oro del sole

che cauto

spegne l’orizzonte

sul freddo ponente.

E perché non la poesia da cui hai attinto il titolo della raccolta?

Sebbene mi piaccia molto anche quella, credo che in questa poesia si dia una maggiore enfasi alla meditazione che è intenzione del mio dire.

Cosa ti ha spinto la prima volta a voler pubblicare il tuo primo libro?

Sarò sincero. La curiosità e la voglia di veder pubblicato un mio lavoro; penso sia stato questo il motivo principale.

Quali sono i tuoi poeti preferiti, ce n’è uno in particolare?

Su tutti Montale col quale condivido l’ermetismo e poi Dante, W.B Yeats, E.Allan Poe che tutti conoscono come scrittore horror ma non come poeta, Coleridge, Baudelaire, Penna; ma anche Hikmet, la poetessa Claudia Ruggeri, Ungaretti.

E qual è la tua poesia preferita?

Due tra tutte:

Egli desidera il tessuto del cielo

(di W.B Yeats)

Se avessi il drappo ricamato del cielo,

Intessuto dell’oro e dell’argento e della luce,

i drappi dai colori chiari e scuri del giorno e della notte

dai mezzi colori dell’alba e del tramonto,

stenderei quei drappi sotto i tuoi piedi:

invece, essendo povero, ho soltanto sogni e i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi;

cammina leggera perché cammini sopra i miei sogni.

Lamento della sposa barocca

(di Claudia Ruggeri)

T’avrei lavato i piedi

oppure mi sarei fatta altissima

come i soffitti scavalcati di cieli

come voce in voce si sconquassa

tornando folle ed organando a schiere

come si leva assalto e candore demente

alla colonna che porta la corolla e la maledizione

di Gabriele, che porta un canto ed un profilo

che cade, se scattano vele in mille luoghi

– sentite ruvide come cadono -; anche solo

un Luglio, un insetto che infesta la sala,

solo un assetto, un raduno di teste

e di cosce (la manovra, si sa, della balera),

e la sorte di sapere che creatura va a mollare che nuca che capelli

va a impigliare, la sorte di ricevere;

amore

ti avrei dato la sorte di sorreggere,

perché alla scadenza delle venti

due danze avrei adorato trenta

tre fuochi,

perché esiste una Veste

di Pace se su questi soffitti si segna

il decoro invidiato:

poi che mossa un’impronta si smodi

ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.

Hai detto che Montale è il tuo poeta preferito ma, perché non compare tra le tue poesie preferite?

Sebbene sia molto legato alla poesia di Montale quale poeta ermetico, effettivamente la forza che viene trasmessa da alcune poesie di altri poeti supera, a mio modesto parere lo stile che si sente proprio. È il caso di questi due poeti, Yeats e Ruggeri. Con Yeats pare di essere in una marea di forza contrapposta, la poesia in sé è in chiave semplicistica, ma la chiusa sconvolge, travia. Con la poesia di Claudia Ruggeri avverto molta affinità sul piano emozionale, stilistico e di significato intrinseco della parola: “Poesia”.

Perché hai scelto Claudia Ruggeri, una poetessa poco conosciuta, le cui poesie sono state pubblicate solo postume?

La prima volta che mi è capitato di leggere una poesia di Claudia Ruggeri sono rimasto senza parole. È proprio ciò che una poesia deve fare. Il suo ruolo è sbattere il tuo cervello come uragani che tracimano gli oceani, oppure deve poterti far naufragare in una dolce musica. Un poeta può essere poco conosciuto, può non diventare mai famoso o diventarlo solo dopo la propria morte, ma se riesce a trasportarti in quel mondo onirico, nel suo linguaggio barocco, se riesce ad evocare ciò che hai dentro, allora diventa il Poeta con la “P” maiuscola. Sta di fatto che mi sarebbe piaciuto conoscere Claudia di persona, purtroppo scomparsa prematuramente nel suo “folle volo”.

Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

Amo molto la letteratura horror e di fantascienza, ma leggo anche saggi e ogni cosa che possa suscitare il mio interesse. Il libro che preferisco è “Io sono leggenda” di Richard Matheson.

Ecco, perché la scelta del genere horror?

Molti amano questo genere, scelta rispettabilissima, ma che non mi ha mai attratto, c’è forse qualche motivo in particolare per cui si sceglie di leggere un horror, piuttosto ché un classico, un romanzo storico, un thriller o un libro di poesie?

Penso sia una questione di interessi e di sensazioni che riescono ad evocare una qualche sorta di sinestesia. In effetti, è un mio parere che la scelta del genere horror possa esser ricollegata ad un modo di percepire la realtà. Molti vanno alla ricerca di sensazioni forti, legate alla paura, forse il sentimento più ancestrale dell’uomo o pure la non accettazione di un mondo sin troppo realistico per uno onirico e fantastico. La paura ha sempre fatto parte del nostro essere e, essendo noi uomini, possiamo dire solo “grazie” ad essa se ora siamo qui. L’uomo, la storia lo insegna, ha dovuto difendersi dagli animali, dalle catastrofi e dai propri simili. L’ingegno dell’uomo nasce dalla paura e dallo sviluppo dei pollici opponibili che gli hanno permesso di costruire ripari, fortificazioni, città.

Il termine “Monstrum” inizialmente stava ad indicare un evento fantastico, meraviglioso e divino, atto ad ammonire (dal latino monere), avvisare (l’uomo). Penso si possa definire un sistema premi-punizioni adottato nell’antichità per incutere paura, ma a fin di bene. Con lo sviluppo della letteratura, il termine ha assunto significati sempre maggiormente legati alle paure dell’abisso, di ciò che non si conosce ma che è insito nell’inconscio, quello stesso inconscio di cui parlavo prima, circa la ghiandola pineale, quell’inconscio che ha fatto nascere gli universi di Lovecraft il quale, trascrivendo i propri sogni, dava vita al “ciclo di Cthulhu”.

 Infatti, una tua poesia del tuo Non ti piacerei… ha proprio questo titolo “Cthulhu”.

E citando un passo della recensione di L. M. Cortese al tuo libro “Sorprende, in mezzo a questi paesaggi interiori, la poesia “Cthulhu”, pervasa dell’atmosfera paurosa e decadente del ciclo di miti creato da H.P. Lovecraft (che obbedì, a sua volta, a chissà quali fantasie trasfiguranti).”.

Cthulhu

(di Marco Nuzzo)

Forgia di universi

e placide attese

nei mari più oscuri

e tra le rive di sabbia,

smascherate

da eoni inconsapevoli

di strati di fondo;

tremano,

tra le piaghe socchiuse

le umane miserie,

strappando dal cielo

oceani di sogni,

soffiati in superficie,

velati

da tangibile inconsistenza

che offusca la vista…

nebbia

su acque di porti

socchiusi

da fragili corazze,

il destino si compie

contando al contrario,

resta sveglio,

stanotte

e contempla la fine.

Esattamente. È una poesia che a primo acchito può sembrare fuori luogo, ma a tutto c’è un perché. A parte l’omaggio ad uno dei miei scrittori preferiti, la poesia vuole essere innanzitutto un modo per far comprendere ciò che il sogno e la meditazione siano in grado di partorire.

C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

Romanzi rosa

Sì, mi trovo d’accordo con te. Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia, o che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?

Capitano periodi in cui si avverte la necessità di allontanarsi dalla scrittura, ma solitamente questo accade solo per le occasioni in cui si avverta di dover riorganizzare le proprie idee. Non penso esista una vera e propria “crisi dello scrittore”, ci sono soltanto momenti in cui si avverte il bisogno di respirare nuove sensazioni per poter ripartire, il bisogno di osservare nuovamente e in silenzio, in completa apatia, mettendo in funzione le onde Alfa del cervello, per meditare. Confucio diceva: «Non importa quanto vai piano, l’importante è che non ti fermi.».

Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?
Amo moltissimo la mia terra, amo gli usi e i suoi costumi. La Puglia è una terra aspra e dolce alla stessa stregua, ma ci sono moltissime cose che potrebbero migliorare.

Tra poesia e prosa, cosa scegli e perché?

Non riesco a fare una scelta ponderata. A volte preferisco la poesia, altre la prosa, sono due generi troppo differenti. Amo scrivere in poesia, ma vorrei scrivere anche in prosa, stessa cosa per la lettura, anche se la prosa, come un po’ tutti, attira maggiormente anche me.

Hai un sogno nel cassetto?

Tanti, ma al momento mi ritengo abbastanza soddisfatto.

Come ti sei trovato con Rupe Mutevole Edizioni, perché l’hai scelta, la consiglieresti?

Con Rupe Mutevole mi sono trovato abbastanza bene, hanno mantenuto le promesse riguardo alla pubblicazione, sempre gentili e onesti. L’ho scelta in quanto mi è stato possibile vedere in anteprima il modo di lavorare che ha pienamente soddisfatto ciò che mi ero prefissato di raggiungere.

Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?

Oramai, più che editori, la maggior parte sono stampatori, mi spiace dirlo, ma molti di questi signori non lavorano come dovrebbero, spesso promettono la promozione su canali internet, biblioteche e librerie, ti firmano un contratto col quale si pappano i tuoi soldi e del tuo libro non trovi più traccia, se non in qualche canale disperso di internet.

Cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?

La mente è come un paracadute, funziona solo se si apre. Partendo da questo concetto si evince come l’attuale panorama culturale nel nostro Paese sia effettivamente in declino. Si legge poco, i libri sono stati sostituiti dalla TV che, a guardare il palinsesto, non ha molto da offrire a parte i soliti, urticanti programmi che promuovono il culto del fisico. Questo è l’ideale col quale vengono tartassati i nostri giovani la cui mente è ancora malleabile e suscettibile e che divengono adepti di vestiti firmati, di calciatori e veline, figli di un troppo benessere che non accetta compromessi. Non voglio generalizzare, c’è sempre colui che si distingue, ma di questo passo saranno sempre meno.

Recentemente ho letto un articolo di Cesare Segre sul “Corriere della Sera”, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. E cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

I premi letterari sono fini a sé stessi. Non penso siano necessari per un autore, tuttavia fanno volume ed enfiano di certo la stima da parte dei più. Però un premio non è sinonimo di grandezza per uno scrittore. Chi scrive lo fa per se stesso e non per vincere dei premi. Riguardo alla perdita di interesse della letteratura, mi trovo altamente d’accordo con Segre, la critica letteraria, come di conseguenza la letteratura, soffrono una profonda crisi e perdita di interesse presso la popolazione.

Davvero chi scrive lo fa per se stesso? E allora perché decide di pubblicare, non hai detto che, in una poesia non deve mai mancare la capacità di trasmettere emozioni?

Chi scrive lo fa principalmente per se stesso, la decisione di pubblicare i propri lavori può esser dettata da vari fattori. Molti sognano di diventare famosi con la scrittura, altri pubblicano per avere il proprio libro nella loro biblioteca personale o altri motivi ma, se non c’è passione, se manca quell’attitudine a scrivere per se stessi, corroborando l’anima e il proprio sentire, allora lo sforzo risulterà vano. Scrivere è un lavoro di concetto, significa buttare su un foglio tutto lo sfogo internato nell’anima. Se dovessimo scrivere solo ed esclusivamente per diventare famosi, allora penso sia meglio orientarsi sulla palestra, scolpendosi un fisico “da urlo” e andare ad urlare in uno di quei programmi vespertini per teenager, non faccio nomi, ove saremmo indubbiamente tutti ricchi e famosi.

Certamente, se alla base manca quella passione per la scrittura, tutto risulta vano e, citando un mio aforisma “Il poeta sogna, si emoziona, si meraviglia; in caso contrario, tutto sarebbe puro artificio, sterile e fredda creazione, come voler scrivere su di un foglio di vetro.”. Il critico letterario Matteo Leombruno, a proposito della tua poesia ha scritto: «La poesia di Marco Nuzzo è una poesia trincerata in se stessa, chiusa all’esterno e abitata da un “io” segreto e nascosto.»Concordi su questo giudizio e, in che misura?

Assolutamente. È ciò che mi pongo quando scrivo. L’ermetismo è parte del mio scrivere e voglio che sia così. Per questo paragono la mia poesia a quella di Montale, senza pretesa d’essere alla stregua del mio mentore. Il mio non è solo un modo di mascherare parole fini a se stesse, ma vuol essere innanzitutto un modo per svegliare dal torpore i dormienti, esagitarne la mente al fine di farne fluire l’assenzio che può corroborare il loro spirito.

Come ho scritto sulla nota di commento a pag. 7 di Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso, le quattro liriche in progressione intitolate “Apnea” sono davvero significative. Ce ne vuoi parlare?

Le “Apnee” sono una sorta di racconto e divise in parti, racconto fatto di sensazioni durante le immersioni nei sensi, che, come placide acque permettono la discesa nei più intimi segreti, sino a ritrovare quell’Oniria, quell’Atlantide che è significante del proprio Es che emerge, scaturita dal rivangare nella conoscenza e nei sogni. È necessario lasciarsi andare, lo dicevo prima, è necessario perdersi per ritrovarsi. Ogni giorno si nasce, ogni giorno si muore, ma lo si può fare vedendo sprecati i propri desideri o ardendo i fuochi della propria essenza.

Quanto è importante per te il confronto con altri autori?

È essenziale. Siamo specchi e il confronto diviene mezzo per guardarsi dentro. Noi esploriamo l’essenza degli altri, la viviamo, ci immedesimiamo in essi, mimandone la luce. Solo agendo in questo modo possiamo dire di trovare noi stessi.

Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?

Leggete, leggete e ancora leggete. Poi dimenticate tutto, uscite fuori a divertirvi, ma osservate. Osservate il comportamento degli esseri umani, osservate gli animali e il movimento dei pini marittimi, guardate la scia delle formiche. Adesso avete il mondo nell’inchiostro della vostra penna, dovete solo scriverlo.

Concordo, la poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione. Picasso, a proposito della pittura ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.». E un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni, in sintesi, un poeta scrive ciò che sente. Vuoi anticiparci qualcosa su una tua prossima pubblicazione o, su quello che stai scrivendo?

Vorrei dedicarmi alla scrittura di un horror, ho già cominciato, in effetti. L’idea è buona e penso sarà un qualcosa di mai tentato. Il tempo ci dirà il resto.

Grazie tante per la tua disponibilità e tanti auguri per la tua attività di scrittore!

Grazie infinite a te, Emanuele, è stato un piacere!

A cura di Emanuele Marcuccio


TESTO PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’INTERVISTATORE, EMANUELE MARCUCCIO.

Le Perseidi, Odi e Poesie, intervista ad Andrea Gigante

INTERVISTA AD ANDREA GIGANTE

Le Perseidi, Odi e Poesie varie 

Arduino Sacco Editore, Roma, 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Com’è  nata l’idea di scrivere questo libro? Qual è stata la genesi?

AG: A un certo punto ho voluto scrivere qualcosa di simile a ciò che leggevo, così ho concepito dei componimenti di vario tipo che poi sarebbero confluiti nella seconda parte del libro, che va sotto il titolo di Poesie varie. Ho notato che l’esperimento era interessante e che era ancora possibile sfruttare quel grande serbatoio di motivi, temi, parole e forme che è la poesia del passato, per cercare possibilmente nuovi esiti. In un secondo momento è nata anche l’idea di scrivere delle ‘odi’ (che avrebbero costituito la prima parte del libro), in cui è ancora molto forte la componente letteraria, ma che ho inteso come uno spazio più mio, più personale. Così molte poesie della prima e della seconda parte sono state scritte da un certo momento in poi più o meno contemporaneamente, ma gli ultimi mesi di scrittura sono stati interamente assorbiti dalle Odi. In un certo senso, in questa successione cronologica che ti ho appena prospettato, è ravvisabile un movimento dal “poetico” al “prosaico”, pur limitato, dal momento che il libro ha in ogni sua parte una forte presenza del lessico letterario. Quanto al titolo, esso mi è “apparso” – per così dire – più o meno a metà della redazione, e seguendo quest’idea ho scritto l’altra metà del libro: mi piaceva la metafora delle poesie come delle meteore, come delle folgorazioni che a tratti illuminino il cielo del pensiero.

LS: Hai diviso le tue liriche in due sezioni: le Odi e le Poesie varie. Puoi spiegare qual è la differenza secondo la tradizione letteraria e la differenza che esiste secondo te? Perché questa divisione? Quelle che tu consideri ‘odi’ non avrebbero potuto trovarsi sotto la parte delle ‘poesie’ o viceversa?

AG: Beh, la divisione è semplicemente tra un genere poetico in particolare, quello delle odi, da me intese come componimenti di carattere “alto”, e altri generi, che hanno formato la seconda parte, quella appunto delle Poesie varie. Quanto ai contenuti, alcune di queste ultime avrebbero certo potuto essere inserite nella prima parte, ma dal punto di vista formale e stilistico no: nelle varie parti ho ricercato infatti anche una certa omogeneità formale.

LS: Come fai riferimento anche nella prefazione della tua silloge di poesie, hai fatto un attentissimo studio ed analisi metrico e stilistico. Hai utilizzato per lo più versi alessandrini ma anche l’endecasillabo, considerato il metro più alto per la poesia. Come mai questa attenzione alla sonorità, al metro, alla cadenza? E’ stato difficile tener conto di questo aspetto?

AG: La poesia che mi ha appassionato di più è sempre stata quella in metrica e in rima. È come se l’emozione ne risultasse arricchita, o facilitata. L’aggiunta di uno strumento a un’orchestra non può che rappresentare una ricchezza per quell’orchestra e per la musica che questa eseguirà, se vi si accorda bene. D’altra parte la musicalità consente un’indubitabile facilità di memorizzazione, che non è certo da trascurare.  Non dico affatto che non concepisco poesia senza metrica e rima, ma far vibrare le corde dell’emozione senza la musica è a mio avviso più difficile, è una sfida che pochi sono riusciti a vincere. I capolavori non mancano da quel versante, ma temo che sia difficile eguagliare o superare quanto fatto da Rimbaud nelle Illuminazioni, per esempio. Ma in fin dei conti questo è il discrimine tra arte brutta e arte bella: che quest’ultima è solitamente il risultato di un notevole sforzo o il frutto dell’esperienza scaltrita dell’artista. Questo mi riporta alla mente una massima di Giuseppe Baretti: «Io non posso non pensare un po’ all’inglese, e non disprezzar que’ letterati che non fanno degli sforzi d’intelletto quando scrivono». Il panorama editoriale risulterebbe molto meno confusionario e degradato se venissero pubblicate solo opere che mostrino palesemente di essere frutto di un impegnativo lavorio da parte dei loro autori. Invece oggi, siccome vanno per la maggiore gli editori a pagamento, si pubblica un po’ di tutto, purché si paghi. Per fortuna, io ho trovato nella Arduino Sacco Editore una casa editrice che non approfitta delle velleità letterarie di innumerevoli autori per chiedere loro un finanziamento.

LS: Nonostante alcuni temi contemporanei che affronti nelle tue liriche come ad esempio le odi celebrative per l’unità o la liberazione d’Italia, la raccolta si caratterizza per proporre una poesia classica, tradizionalista. Come mai questa decisione? Perché ti piace utilizzare parole desuete, strutture criptate?

AG: Sono attento a questi aspetti formali propri della tradizione perché oggi quasi nessuno lo fa più. La poesia si è omologata. È proprio questo che mi ha spinto a scegliere la metrica e la rima per “ingabbiare”, o per meglio dire “modellare” i miei sentimenti e i miei pensieri. Credo che se tutti oggi avessero scritto così, io avrei scelto il verso libero. Per me l’aspetto formale in poesia è essenziale, e non avrei mai accettato che la forma delle mie poesie (che, come è noto, è in rapporto diretto con il loro contenuto) potesse essere scambiata con quella di chiunque altro. In questo senso, i miei versi rappresentano tanto un recupero della tradizione quanto un’affermazione della mia identità, della mia individualità. Il recupero di parole desuete, poi, è stato quasi sempre fatto dai poeti, immagino perché questi ultimi hanno sempre amato in particolare, oltre che l’elevazione del proprio linguaggio (soprattutto per temi elevati), ciò che è misterioso e ciò che spinge allo sforzo e alla ricerca di significati. Lo stesso discorso vale per quelle che tu chiami “strutture criptate”. Non è comunque da trascurare l’aspetto ludico e sperimentale della cosa: usare strutture e parole particolari può essere divertente e permette di evitare la banalità del non avere regole da seguire. A tal proposito, la lezione degli scrittori dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle) è stata per me fondamentale.

LS: C’è una poesia intitolata “Ai Lumi” e che fa riferimento all’Illuminismo. Inoltre hai utilizzato varie citazioni di autori illuministi quali Voltaire o Kant. Quanto secondo te è importante questo movimento artistico-letterario? Perché?

AG: Trovo che la filosofia illuminista sia una corrente di pensiero ancora di attualità. Basti pensare alla sorprendente modernità di un autore come Voltaire, per l’appunto. Questo movimento è importante per noi oggi soprattutto per il portato rivoluzionario delle sue tesi. Vero è che molti dei nostri valori per noi oggi indiscutibili hanno in quel movimento la propria matrice, come le idee di progresso e di libertà e tutela degli individui, ma è vero anche che alcuni dati acquisiti, come la tolleranza, la laicità dello Stato e l’eliminazione di ogni genere di casta al potere, non sono presenti che come affermazioni teoriche: in pratica si disprezza il diverso, si lascia che il Vaticano continui bellamente a fare ingerenza nella cosa pubblica e ci si lascia governare da chi pensa prima ai propri interessi, e poi a quelli del paese. L’Italia non ha avuto una vera e propria rivoluzione nella propria storia. Ora, se si applicassero fino in fondo, pur mondati da ciò che risulta inaccettabile per noi moderni, i princìpi illuministi all’odierna realtà italiana, come ha detto Scalfari (che non a caso ho citato in epigrafe e parafrasato nell’ode), si avrebbe anche qui una rivoluzione. Senza ideologie: le ideologie accecano, le idee illuminano.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti, sia italiani che stranieri? Ami molto i classici? Se sì quali?

AG: Mi nutro di letture molto diverse tra loro. Leggere è come respirare, per me, è un’inspirazione, mentre scrivere è spesso un’espirazione. Se dovessi indicare degli autori che hanno ispirato la mia poesia, direi per esempio: tra gli antichi, Omero, Lucrezio, Virgilio, Orazio, Ovidio, tra gli stranieri, Voltaire, Shelley, Keats, Hugo, Baudelaire, Rimbaud, e, tra gli italiani, Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi, d’Annunzio. Due poeti italiani contemporanei che ammiro molto sono Patrizia Valduga e Valerio Magrelli.

LS: Perché presenti in questa silloge temi tanto vasti e diversi tra loro: storia, guerra, amore, solitudine, letteratura etc? In che maniera è possibile coniugare liriche tanto diverse sotto un’unica opera? Qual è il filo rosso che lega odi celebrative, poesie filosofiche, poesie impegnate e liriche d’amore?

AG: Per parafrasare una frase di Victor Hugo, contenuta nella prefazione alla raccolta poetica de Le Orientali, tutto ha diritto di cittadinanza nella poesia, perciò non vedo perché avrei dovuto restringere il suo campo d’azione. Trattando temi anche molto diversi tra loro ho voluto anche evitare il pericolo della monotonia. Detto questo, le liriche presenti nella raccolta sono collegate tra loro, oltre che dalla forma e dallo stile, da un medesimo sguardo sul mondo, che da una parte può essere descritto dal motto di Voltaire «Moi, j’écris pour agir» (Io, scrivo per agire), e dall’altra dal paragone tra pittura e poesia, sempre gravido di conseguenze.

LS: Quanto di autobiografico c’è in queste poesie? In che momenti le hai scritte?

AG: Ovviamente c’è molto di autobiografico, anche se ho voluto evitare in una certa misura di sottostare troppo a quella che viene spesso chiamata “dittatura dell’io”, e dunque di trattare solo temi autobiografici. Ho scritto queste poesie quando ho avuto del tempo libero, generalmente in estate.

LS: E’ evidente da alcune liriche, “Al lago Trasimeno”, “Le fonti del Clitunno”, il tuo amore verso la verdeggiante Umbria. E’ così? Ti sei sentito particolarmente ispirato da un ambiente tanto naturale?

AG: Amo molto quella regione. Alcuni suoi posti, come quelli da te citati, hanno le caratteristiche del locus amœnus. Peraltro devo dire che alle fonti del Clitunno si respira molta letteratura…

LS: Hai qualche altro progetto in cantiere? Stai scrivendo una nuova opera? Se sì, puoi anticiparci qualcosa?

AG: In cantiere ho una raccolta di prose poetiche. Inoltre mi piacerebbe continuare a scrivere altre odi, magari portando a compimento quel passaggio dal “poetico” al “prosaico” cui accennavo all’inizio di quest’intervista, vale a dire facendo sì che la mia poesia diventi più “poesia di cose” che “poesia di parole”, senza per questo rinunciare alla musica, alla metrica, alla rima. Dovrei fare mio il concetto espresso dal Berni nel suo capitolo in lode della poesia di Michelangelo: «Tacete unquanco, pallide viole / e liquidi cristalli e fere snelle: / ei dice cose, voi dite parole».  Finora ci ho provato, ma ho appena ventiquattro anni, e ho ancora molto lavoro da fare.

Ringrazio Andrea Gigante per avermi concesso questa intervista.

LORENZO SPURIO

17 Luglio 2011


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Intervista a Maristella Angeli, a cura di Emanuele Marcuccio

Su invito di Gioia Lomasti per il blog Vetrina delle Emozioni, ho deciso di intervistare gli autori dei libri di poesie, pubblicati a mia cura, in seguito intervisterò altri autori, anche inediti, tra cui il critico letterario e poeta Luciano Domenighini. Iniziamo con Maristella Angeli, autrice de Il mondo sottosopra, la sua quinta raccolta di poesie, che è stata ben lieta di rispondere alle mie domande.
Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere?
Scrivo da quando ero bambina. Scrivevo favole e a circa nove anni scrissi il mio primo copione teatrale. Poi vennero le poesie, che ho tenuto per molti anni chiuse in un cassetto.
Il desiderio di scrivere credo sia innato: già nei temi scolastici si evidenziava una fervida fantasia ed una propensione allo scrivere.
Cos’è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?
Una frase di Luciano Innocenzi mi ha colpito: “Quando arriva al cuore della gente, è poesia”. Per me è essenza di vita, l’espressione più elevata, è condivisione, ciò che va “oltre” la parola, il non detto, il sottaciuto, l’inesprimibile.
E cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?
Il talento innato, la purezza d’animo, l’assenza di ambizione, l’umiltà, la capacità di percepire l’essenza del mondo, cioè di tutto ciò che è vita, dimensioni atemporali, creatività, originalità, ascolto e amore.
Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna dei due e perché?
Molti sono preoccupati di inserire in schemi predisposti un poeta, ma già Leopardi avevacreato il Canto Libero, cioè poesia senza uno schema di rime fisse e senza un numero di strofe predisposte. Ungaretti invece rivoluziona completamente la poesia; con lui nasce il verso libero in Italia. Ho studiato e continuo a procedere nei mie studi poetici, ma un artista non può essere legato a nessuna briglia, deve potersi sentire libero di utilizzare la forma espressiva che maggiormente esprime il proprio “sentire”.
Lascio ai critici letterari analizzare le mie sillogi poetiche:
“La Angeli costruisce di solito i propri componimenti, servendosi di quartine e terzine, formate da versi di lunghezza diseguale, giocando spesso sull’alternanza tra un verso lungo ed uno corto, composto da un’unica parola, di solito un aggettivo che viene posto così in una posizione di rilievo che serve a definire meglio la parola, con cui si era concluso il verso precedente.
A volte, per non interrompere il flusso dei ricordi e delle sensazioni, l’autrice si affida anche a strofe più lunghe, formate da sei-otto versi, arrivando a costruire dei brevi poemetti”.
(Critico letterario Cristina Contilli)
Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?
A volte è immediata, quindi rileggendola è già pronta, mentre più spesso lavoro a lungo sui versi, per creare l’armonia e l’atmosfera che mi soddisfi. Un lungo lavoro di rilettura, selezione, correzione e revisione conclusiva.
Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?
Su questo si è molto discusso. Credo che fondamentalmente si abbia il timore che la poesia risvegli il pensiero, permetta di stimolare sentimenti, speranze, sogni, ribellioni.
Non per niente nei regimi dittatoriali, e fin dai tempi lontani, essa veniva proibita. “Platone diffida delle innovazioni ludiche, censura le favole raccontate da madri e nutrici, mette al bando Omero ed Esiodo perché “il mondo dell’immaginazione… era pericolosissimo fin dalla prima infanzia per la sua capacità di suggestionare e porre le premesse di una mentalità non razionale, ma passionale”(da”Animazione e città” a cura di Gian Renzo Morteo e Loredana Perissinotto, Musolini Editore).
Ricordiamo che La salute di una società si riflette nella sua attività artistica e viceversa”(da “Arteterapia in educazione e riabilitazione” di Bernie Warren, Erickson).
La poesia dovrebbe essere valorizzata come merita, quindi smontiamo questa visione che ne limita i fruitori: la poesia è la più limpida espressione comunicativa che si conosca, e può arrivare a toccare le corde del sentimento di ogni lettore.
Preferisci scrivere a penna o al PC?
Scrivo sempre con carta e penna, mai direttamente al computer. Il contatto percettivo, sonoro e prossimale è per me indispensabile.
Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di autrice?
Ogni esperienza di vita è significativa, fa parte del nostro bagaglio culturale. Certamente l’approfondimento è fondamentale, ed il mio percorso di studi, compresi i sedici anni di esperienza teatrale, sono stati importanti.
Le sofferenze hanno purtroppo contribuito a formarmi ed hanno inciso molto. La morte di mio padre prima e quella di mia madre poi, l’asma di cui soffrivo, l’allontanamento forzato dalla città in cui sono nata, l’impossibilità di scegliere la strada artistica e teatrale, i pesanti problemi economici della mia famiglia, il dover lasciare la mia disciplina d’insegnamento, il divorzio. Anche il mio aspetto fisico (fino ai sedici anni ho avuto degli enormi denti in fuori) ha contribuito a maturare la convinzione che l’importante è “essere” e non “apparire”. Le gioie e le soddisfazioni sono state comunque molte, tra queste soprattutto l’aver finalmente incontrato, sebbene a tarda età, un nuovo grande amore, a cui ha fatto seguito la pubblicazione di poesie e la scrittura di un romanzo fantasy.
Ritengo che sia stato molto importante anche lo studio costante, la visita a mostre e musei per allargare gli orizzonti culturali, la molteplicità di esperienze, la pittura, i viaggi, il confronto e l’incontro con persone significative.
Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?
L’ispirazione nasce nei momenti più impensabili e imprevedibili, suscitata da una “scintilla”, cioè da qualcosa d’indefinibile che scuote il mio animo.
Molto spesso di sera e durante i viaggi.
Quali libri hai pubblicato oltre a “Il mondo sottosopra”?
La mia prima pubblicazione è stata la mia tesi sperimentale presentata all’ISEF di Perugia, sintetizzata in “«Alla ricerca del proprio corpo: animazione e ricerca gestuale nell’Educazione fisica» (Lo Faro Editore, Roma 1982, didattica). Poi sono iniziate le raccolte poetiche: “Gocce di vita” (Albatros Il Filo ‘08), “Tocchi di pennello”e “In ascolto” (MEF L’Autore Libri Firenze ‘09), “Specchi dell’anima” (Progetto Cultura Editore ‘09) e la mia quinta silloge “Il mondo sottosopra” (Rupe Mutevole Edizioni Bedonia PR, ‘10).
Perché proprio questo titolo “Il mondo sottosopra”?
Lo spiego nella presentazione: “Il mondo sottosopra, titolo che indica il desiderio di poter sconvolgere, invertire i canoni, il tempo, il passato e il presente, ciò che è razionale in contrapposizione con l’irrazionale: il non tempo, lo spazio infinito, il sogno, l’immaginario, la fantasia”.
La poesia de “Il mondo sottosopra” che ti è più cara o che ritieni più significativa?
Come sempre rispondo che ogni poesia è unica e racchiude qualcosa che l’altra non ha, ognuna è un piccolo scrigno da aprire per poter entrare nella magia della poesia.
Cosa ti ha spinto la prima volta a voler pubblicare il tuo primo libro?
Ho pubblicato solo nel 2007, quindi ad un’età matura per poter valutare oggettivamente ciò che può essere condiviso con i lettori. Ad incitarmi è stata la valutazione di una nota scrittrice, di mia madre che ha sempre apprezzato i miei scritti da elevata poetessa qual’era e, in particolare, ha inciso l’appoggio e il sostegno continuo del mio compagno. Significativo è stato anche il riscontro positivo che ho avuto attraverso premi e riconoscimenti.
Quali sono i tuoi poeti preferiti?
Come autori prediligo Montale, Quasimodo, Ungaretti, Neruda, Tagore, Hikmet, Jimenéz e, vivendo nelle Marche, Giacomo Leopardi. L’autrice che prediligo è Emily Dickinson. Di lei mi ha affascinato la sua diversità, il ritmo dei salmi, il suo saper cogliere le infinite sfumature della vita l’assenza di vanità, di presunzione e di ambizione.
Ammiro i grandi autori teatrali, che hanno scritto anche poesie; li ho potuti conoscere attraverso le loro opere, interpretando i personaggi a cui hanno dato vita. Tra tutti Shakespeare, Garcia Lorca, Pirandello, Tennessee Williams.
Ho letto un bellissimo libro dedicato agli indiani d’America e sono rimasta incantata dalle poesie che scrivevano e dalla loro profonda saggezza.
E qual è la tua poesia preferita?
Dei grandi autori? Ce ne sono molte, ma ora mi viene in mente questa:
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

1942 – Nazim Hickmet
Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?
Dickinson Poesie, Oscar Mondadori
Lo rileggo spesso, riporto l’ultima strofa 348
Ciascuno mi saluta, passando,
ed io, le mie piume infantili
sollevo, in dolente risposta
ai loro tamburi sbadati
Emily Dickinson
E c’è un genere di libri che non leggeresti mai?
Il genere Horror e tutto ciò che presenta violenza estrema!
Rispetto chi lo ama, ma per me è inconcepibile tutto ciò che presenta violenza, omicidi, serial killer. Ritengo, come insegnante, che possa suscitare, nei ragazzi che non hanno ancora maturato una capacità valutativa, lo stimolo ad una possibile imitazione. Valori come la vittoria intesa come supremazia sul più debole, la vendetta, lo sterminio come se ogni vita umana non avesse valore. Anche se i super eroi combattono per la giustizia, procedono uccidendo, senza neanche avere un minimo pensiero per la vita umana che hanno distrutto.
Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia, o che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?
Da giovane avevo una bassa autostima. La figura di grande artista e il carisma di mia madre, maestra di vita e d’arte, non mi permettevano di credere nelle mie potenzialità artistiche: il confronto sembrava impossibile!
Poi ho compreso che dentro di me l’arte non poteva essere repressa e, nonostante tutto e tutti, ho preservato in me i valori e l’essenza, la sensibilità, la purezza d’animo, la percezione del mondo e delle problematiche sociali.
Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?
Amo la mia terra d’origine, l’Umbria, di cui sento nostalgia, ma apprezzo la regione Marche per lo splendido paesaggio, le attività culturali ed i rapporti umani.
Macerata è una città in cui mi sento bene: è a misura d’uomo, sede universitaria ed è fervida l’Arte nelle sue diverse espressioni. La poesia poi è particolarmente sentita, grazie a numerose iniziative che si svolgono nel corso dell’intero anno.
Vivere altrove? Non so se possa esistere un altro luogo dove si valorizzi l’Arte, la letteratura, in particolare la poesia, come fondamentale espressione dell’uomo e della sua originale capacità creativa.
Tra poesia e narrativa, cosa scegli e perché?
Scelgo la poesia!
È la forma espressiva che prediligo, poiché è l’essenza della parola che eleva il valore di una raccolta di poesie, che spesso racchiude l’intero mondo poetico dell’autore.
La narrativa mi affascina, e ho concluso da poco di revisionare il mio romanzo fantasy. Sicuramente in questo genere mi ritrovo e riesco a sfruttare appieno la mia infinita creatività e fantasia.
Hai un sogno nel cassetto?
Pubblicare con una Casa Editrice non a pagamento.
Un sogno è che la poesia possa ritrovare le sue antiche vestigia, l’importanza che aveva un tempo, e che in libreria ci siano, in primo piano, le raccolte degli emergenti che abbiano un effettivo talento.
Certamente desidero che il mio romanzo fantasy abbia un riscontro positivo e venga letto da tantissimi lettori che ne possano cogliere la giusta morale.
Come ti sei trovata con Rupe Mutevole Edizioni, perché l’hai scelta, la consiglieresti?
Mi sono trovata bene. Il rapporto è stato cordiale e, ogni qual volta ho contattato la redazione, ho avuto subito una risposta opportuna. L’ho scelta perché ho letto i criteri con cui i fondatori, hanno impostato la loro attività.
Lascio ad ognuno il confronto con altre Case Editrici, che è necessario.
Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?
Se si continua a stampare una quantità eccessiva di libri, senza l’opportuna severa selezione qualitativa, direi che si va verso una strada che può illudere alcuni a discapito di altri che effettivamente meritano. Il lettore, tra tanti testi di scarso livello, non sarà più invogliato a leggere.
Un giro di denaro notevole tra associazioni, concorsi e Case Editrici a pagamento, un giro in cui il nuovo autore deve sapersi destreggiare.  
Ma alla fine in vetrina ci sono sempre le grandi Case Editrici!
E dell’attuale panorama culturale italiano?
Il panorama culturale offre validi autori, ma non sempre testi originali.
Vedo che, anche nell’ambiente conosciuto, contano molto i contatti, le conoscenze, il colpo di fortuna, le agenzie letterarie, i premi cosiddetti importanti, a cui accedono esclusivamente le grandi Case Editrici.
Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?
Credo che occorra avere maggiore consapevolezza su ciò che può arrivare al lettore, di positivo o negativo, e che la poesia sia più viva che mai.
La poesia resta impressa in chi la legge. La si rilegge, si tiene a portata di mano sul comodino, si ricopia e si tiene con sé: ha una “potenza” unica!
Finché uomo vivrà, vivranno
questi versi, e a te vita daranno!
(William Shakespeare, da “Shakespeare Sonetti” Editori Laterza)
Quanto è importante per te il confronto con altri autori?
Il confronto è fondamentale!
Ho intervistato una quarantina di autori, essendo moderatrice di forum e collaboratrice dell’Associazione “Infiniti Sogni”, e ritengo che l’esperienza mi abbia permesso d’indagare, di conoscere e di aiutare, in qualche modo, autori molto pieni di sé.

Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?
Ho diversi autori che mi contattano a cui do consigli personalizzati. A tutti direi di leggere molto, di essere umili, di ascoltare chi è in grado di valutare poesie, di accettare le critiche, purché siano costruttive, di percorrere un “viaggio poetico” ascoltando se stessi, gli altri e il mondo che ci circonda.

Vuoi anticiparci qualcosa su una tua prossima pubblicazione?
Sto concludendo la sesta raccolta poetica, la settima e un’altra di poesie d’amore.
Ho tante poesie accumulate negli anni!
Ho revisionato il mio romanzo fantasy, sperando che venga pubblicato, ed ho già improntato il suo seguito.

Grazie per la tua disponibilità, complimenti per la tua cultura letteraria e non lasciamo che il mercato sia deciso dai vari lettori di illetteratura che, purtroppo, sono la maggioranza, bisogna che ci siano dei lettori colti e critici, capaci di fare delle scelte di cultura nelle proprie letture.
La figura dell’autore, che prima di tutto deve essere un lettore critico e colto, è l’ideale!
Grazie a te!

INTERVISTA A CURA DI Emanuele Marcuccio 

TESTO PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’INTERVISTATORE, EMANUELE MARCUCCIO.

After the Sun, Intervista ad Angela Grillo

INTERVISTA AD ANGELA GRILLO
AUTRICE DI AFTER THE SUN
LAMPI DI STAMPA, MILANO, 2011
INTERVISTA A CURA DI LORENZO SPURIO

LS: Qual è stata l’idea dalla quale è nato il romanzo? Qual è stata la genesi?
AG: L’idea di questo libro nasce sulla scia del mio grande interesse per i libri sin da quando ero bambina, ricordo di aver letto il mio primo libro, Piccole Donne, in terza elementare. La passione per la scrittura è cominciata verso i 20 anni. Mio padre e mia madre mi hanno sempre incoraggiata a scrivere ma ho avuto altre priorità nelle diverse fasi della mia vita. Quando mio padre è mancato ho sentito che glielo dovevo e ho pensato di accontentarlo. Mi sono ritagliata degli spazi nella frenetica attività lavorativa e sono riuscita a portare a termine questo lavoro.

LS: Il titolo del romanzo, After the Sun, nel corso della narrazione non viene mai spiegato esplicitamente cosicché siamo noi lettori a dover interpretarlo come vogliamo. L’interpretazione più ovvia si rifà alle prime pagine del libro in cui la protagonista vede un ragazzo seduto sul treno di fronte a lei fotografare il sole e, guardandola, ne rimane affascinata. Il ‘dopo’ a cui il titolo fa riferimento dunque potrebbe essere a ciò che si sviluppa tra la protagonista e il ragazzo dopo quel momento d’incontro, quel pivotal moment? Potresti spiegare il titolo?
AG: Certo, il “dopo” a cui il titolo in inglese fa riferimento è un fil rouge che si ripresenta più volte durante il racconto, per esempio dopo aver visto l’alba la protagonista, Stella, incontra un ragazzo e s’innamora, oppure dopo essere stata ingaggiata dalla “Sun” (la sua casa discografica) incontra la persona che rivestirà un ruolo importantissimo per la sua carriera e per la sua vita. E poi… non sveliamo troppo sul resto della storia. Chi lo leggerà tutto fino in fondo… capirà!

LS: A molti lettori piacciono romanzi come il tuo, romantico, giovanile, mentre altri diciamo che aborrono narrazioni di questo tipo. Perché, secondo te, a molte persone non piacciono narrazioni di questo tipo? Quali sono i motivi? Secondo il tuo parere un romanzo di Moccia è da considerare inferiore a un romanzo ad esempio di Saviano?
AG: Non bisogna essere né prevenuti né presuntuosi. Bisogna leggere tutto, informarsi, anche sui generi che non ci appartengono. Solo dopo aver letto entrambi i generi si può dare una preferenza. Due opere possono essere diverse nel genere ma entrambe importanti per quello che comunicano, per le sensazioni che ci ha trasmesso l’autore e per mille altre ragioni. Io rispetto il lavoro di tutti, non considero inferiore il lavoro di nessuno e non giudico chi legge uno o l’altro tipo, ma preferisco, per quanto mi riguarda, il romanzo d’amore. Chi compra questo genere di libri è perché ha bisogno di storie romantiche, divertenti, frizzanti. Forse nel mondo in cui viviamo manca proprio l’amore. Le emozioni, in questa società iperattiva, sono passate in secondo piano. C’è carenza di semplicità, di sentimenti, di affetti. Bisogna rilassarsi e scegliere letture che parlano d’amore, storie che semplicemente emozionano e, perché no, che fanno sognare.

LS: Quanto di autobiografico c’è nel romanzo? La protagonista della storia ha qualcosa in comune con te?
AG: Questa è una domanda ricorrente! No, non è autobiografico. E’ una storia inventata. Io e Stella abbiamo in comune due cose, la prima è l’amore per il mondo della musica e la seconda è caratteriale, siamo entrambi tenaci, caparbie e abbiamo ogni giorno la forza per andare avanti anche se, a volte, troviamo degli ostacoli sulla nostra strada. Come Stella credo che bisogna avere il coraggio di sognare e lottare per i propri desideri, sempre. C’è una bellissima frase di Goethe che vorrei citare: “Qualunque cosa tu possa fare, qualunque cosa tu possa sognare, comincia.”

LS: Nel romanzo la proposta di lavoro che viene fatta a Stella le cambia completamente la vita. Passa da cameriera e da universitaria che ha abbandonato gli studi a cantante che incide canzoni. Il cambio è notevole e velocissimo, sembra quasi che lei accetti la nuova occupazione senza pensarci troppo, come se fosse una macchina facilmente suggestionabile. Come insegna la realtà la fama e le manie di grandezza sono sempre negative perché pur garantendo esibizionismo e successo dall’altra, in campo privato, si configura come un grande impedimento. La vita privata e la privacy per un personaggio pubblico è spesso difficile da proteggere e le due sfere, privato e pubblico, si mescolano provocando disagi. Cosa ne pensi di questo? Avevi in mente questa polarità quando scrivevi la storia? Che cosa ne pensi di questo tema nella realtà?
AG: Sì, durante la stesura del testo avevo previsto questa polarità, questo contrasto nella mente della protagonista dibattuta tra voglia di aver successo e paura. D’altronde quasi tutti nella realtà vivono la polarità. Quasi tutti conducono la propria vita ma vorrebbero viverne un’altra o trovarsi in altre situazioni. E visto che mi piace descrivere la realtà, scrutare le persone e i fatti che accadono ogni giorno, ho pensato di inserire anche questo fattore.

LS: Ad un certo punto Stella, la protagonista, chiarisce qual è la ragione per la quale ha abbandonato gli studi universitari. Non si tratta di poca voglia di studiare ma di un fatto destabilizzante ossia di un suo professore che ha cercato di violentarla e che l’ha minacciata di fargliela pagare. Dall’altra parte lei non va a denunciare il professore-pervertito e questo fatto corrisponde specularmente con quanto avviene nella realtà dove spesso il violato non è in grado di denunciare la violenza subita dal violatore. E’ pertanto un’immagine quanto mai realistica. Quanto consideri pericolosi e dannosi i ricatti di qualsiasi tipo nella nostra società?
AG: Nel romanzo ho cercato, appunto, di aprire una finestra, seppur piccola, su quanto accade nella nostra realtà. La violenza e i ricatti che ha subito Stella sono ormai all’ordine del giorno in tutti i settori. Ci sono persone che non hanno il coraggio di denunciare e altre che, per fortuna, lo fanno. Le molestie sessuali sono ricatti. Mai scendere a compromessi con chi ricatta. La violenza, in generale, non può trovare una giustificazione e va punita.

LS: L’episodio del ferimento di Stella durante un concerto, per altro narrato in maniera molto fugace e chiarito poi mediante lo stalking di un ammiratore fanatico, non ti sembra essere una forzatura in questo romanzo? Perché hai voluto inserirlo?
AG: Il libro è stato scritto per un pubblico attento ai fatti di tutti i giorni. Oltre ai sentimenti e alla voglia di farcela della protagonista, si parla di violenza, di morte e di stalking questo nuovo tipo di molestia di cui si è parlato molto e se ne parlerà ancora. Non volevo appesantire più di tanto la storia con questo reato. La protagonista partecipa ad un Festival musicale, si esibisce e… bang! Le sparano. Così come capitano le disgrazie nella vita vera.
LS: Verso il finale il lettore viene quasi destabilizzato quando si scopre chi è lo stalker che ha cercato di uccidere Stella. Si tratta di un personaggio che il lettore conosce già ma che, sicuramente, non pensava all’altezza di queste azioni. Come mai hai voluto inserire questa thriller story all’interno del romanzo?
AG: E’ un colpo di scena che ha spiazzato un po’, ma andava fatto. Ho scelto questo personaggio perché provavo per lui una forte antipatia e io, mettendomi nei panni del lettore, ho pensato che andava punito per quello che aveva fatto e gli ho procurato questa “particina” dello stalker. Chi leggerà il libro capirà il perché.

LS: Solo con l’attentato a Stella e la malattia tumorale di sua zia la protagonista decide di cambiar vita considerando il suo lavoro troppo pericoloso e spossante. Parallelamente si rende conto di quanto è stata stupida a lasciarsi trasportare dal successo e ad allontanarsi dai suoi amici e dalla zia. Credi che nella vita reale succeda qualcosa di analogo? E’ necessario che accada qualcosa di brutto e di destabilizzante per permettere all’uomo di riscoprire sentimenti e relazioni umane un tempo per lui importanti?
AG: No, non è necessario che accada qualcosa di brutto per farci aprire gli occhi sulla realtà, per riscoprire i veri sentimenti, i valori. A volte basta un esame di coscienza, un momento di riflessione per decidere di stravolgere la propria vita, sacrificarsi e aiutare chi ha bisogno, magari in India o in Africa o magari nel più vicino ricovero per senzatetto o anche solo per una persona cara, un familiare che ha bisogno.

LS: Stai scrivendo un nuovo libro? Hai progetti in cantiere? Se sì, potresti anticiparci qualcosa?
AG: Sì, ho due progetti che vorrei realizzare. Il primo è un romanzo storico al quale tengo molto, è la vera storia di due ragazzi nel Medioevo, due giovani innamorati che, seppur di un’epoca diversa dalla nostra, si ritrovano ad affrontare tanti e svariati problemi, proprio come i ragazzi di oggi. Il secondo progetto è… il seguito di After the Sun! Eh sì, me lo chiedono in tanti via mail (angelagrillomail@gmail.com) e sulla mia pagina Facebook (http://tinyurl.com/3llzucg ). Penso proprio che dovrò inventarmi ancora qualche avventura per Stella. Questo è molto bello! Vuol dire che Stella, con il suo carisma, la voglia di vivere ma anche con tutti i suoi problemi e i suoi difetti, ha conquistato i lettori che si sono immedesimati in lei e si sono emozionati con questa bella storia che è divertente e fa riflettere dalla prima all’ultima pagina!
Ringrazio Angela Grillo per avermi concesso questa intervista.

 

 
LORENZO SPURIO
17 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE

Rosa d’inverno, Intervista a Jasmine Manari

INTERVISTA A JASMINE MANARI

Autrice di Rosa d’inverno

Book sprint edizioni, 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Qual è stata la genesi di questa silloge poetica? Da dove è partita l’idea di collezionare una serie di liriche sotto un unico testo?

JM: Rosa d’inverno è una silloge iniziata nel giugno 2009 e conclusa definitivamente nell’aprile 2011, anno in cui è stata stampata. L’origine della raccolta è stata un voto d’Amore e il titolo, infatti, è il nome della mia prima poesia, la stessa con cui si apre la silloge, dedicata alla persona grazie a cui ho imparato a guardarmi dentro, la persona per cui ho fatto tutto ciò che ho scritto e scrivere, oggi, è tutto ciò che mi è rimasto: la fine, dunque, è il principio nel mio caso.

LS: Nella tua silloge ci sono molte citazioni in epigrafe di autori classici e in maniera particolare mi ha colpito un frammento di Saffo e un sonetto di Shakespeare. Quanto sono importanti secondo te questi due scrittori? Perché?

JM: Ritengo ambedue i poeti mie fondamentali fonti d’ispirazione: essi non parlano degli artificiosi atteggiamenti dell’Amore ma di quell’Amore che sconvolge una vita, più repentino d’un battito d’ali e più profondo dell’oblio. In primo luogo, tengo a dissolvere l’idea di Saffo come emblema dell’Amore omosessuale poiché quando si tratta d’Amore, come afferma Benigni, tutto diventa grande, finisce la mediocrità e il solo fatto di classificarlo non può che svilirne l’importanza agli occhi del mondo sebbene la sua essenza rimanga intatta. E quando parlo d’essenza intendo le radici inconfondibili che germogliano in ogni individuo, sia esso uomo o donna: questo non conta poiché nessuno può fare a meno di nominare Amore, sia pure soltanto per denigrarlo. Lo stesso William Shakespeare, il sommo scrittore decantato come indiscusso poeta dell’Amore, scrisse una silloge di ben 154 sonetti, dedicando i primi 126 ad un giovane di cui si conoscono le iniziali (Sir W. H), il suo fair youth e soltanto i restanti 28 li compose per la più citata dark lady, una donna di cui il poeta evidenziava spesso gli aspetti negativi (si ricordi, a tal proposito, il sonetto 130 “My Mistress’ eyes are nothing like the Sun”) mentre, per il suo primo destinatario, compose il celebre sonetto 18 con cui consacrava eternamente il giovane in virtù del suo Amore infinito e indefinibile: “Devo paragonarti a una giornata d’estate?”. Dunque, per rispondere alla domanda, l’importanza dei due poeti risiede nel modo limpido e atavico con cui entrambi parlano del proprio sentimento che coincide con l’esistenza ed è immortale. E, comprendendo questo, chi potrebbe avere la presunzione di definire omosessuale il poeta dell’Amore?

LS: Il titolo della silloge, Rosa d’inverno, è in realtà il titolo di una delle tante poesie contenute nella raccolta. Perché hai scelto proprio questa come titolo dell’intero libro?

JM:  Come dicevo prima, la fine è il mio principio. Appena ho concluso la mia prima poesia dal titolo “Rosa d’inverno”, non ho più smesso di scrivere. Pasolini riteneva che la scrittura avesse un valore esistenzialistico e io condivido questa sua opinione: il bisogno di esprimersi, la tendenza a esporre il proprio pensiero equivale, per uno scrittore, a riconoscere la propria esistenza trovandole un senso nell’assoluto non senso della vita. Si può dire, pertanto, che Rosa d’inverno sia il nome di battesimo del mio essere scrittrice, il nome proprio che io attribuisco alla scrittura.

LS: C’è una poesia alla quale sei legata in maniera particolare? Perché?

JM: Premettendo che ogni componimento contenuto in Rosa d’inverno non è soltanto un esperimento semantico, un abile gioco con le parole come pure è stato definito, ma una realtà che ha toccato le corde più intime della mia sensibilità, posso dire che una delle tante poesie che ancora oggi rileggo, nonostante le ricordi tutte per il mio modo, (ammetto maniacale) di ricercare la scorrevolezza e la fluidità del verso nella  musicalità delle parole, è “I passeggiatori di cani”. Il tema ivi contenuto è quello dello scontro generazionale giovani – adulti: ho cercato di trasmettere quel senso di assoluto che domina nel ragazzo sin da “cucciolo”, quando è ancora ben tenuto al guinzaglio. Egli odia quella catena poiché rappresenta il compromesso dell’età adulta a cui è costretto e, dunque, si trova fra due antipodi: combattere fino in fondo per ciò in cui crede senza lasciarsi guidare verso la strada della ragionevolezza che è soltanto una scorciatoia per le future e mondane convenzioni, oppure cedervi imparando a vedere “il boccale mezzo pieno e mezzo vuoto” e, accogliendo ipocrisie e buona creanza, divenire l’adulto che prima tanto criticava e disprezzava. Per rimanere giovani, dunque, spezzando questa catena di accordi, bisogna considerare il modo in cui ci si approccia alle idee: con coerenza, senza negare che esistono le famose sfumature, ma ricordando sempre che la decisione è comunque una e può essere o bianca o nera. Il giovane questa logica dell’assoluto l’impara, ed è il momento in cui è più ostile al mondo degli adulti, e poi la disimpara proprio perché è costretto ad accedere a quel mondo, dolorosamente o meno, dipende dalla sensibilità di ognuno (perchè di certo c’è chi la considera, con pacata accettazione, solo un’utilità).

LS: Nella raccolta sono riscontrabili facilmente alcuni temi dominanti che tu proponi e riproponi sotto varie vesti e cornici, senza finire per essere banale né ripetitiva. Uno di questi è il tema dell’infanzia. Come mai molte delle tue liriche più che proiettarsi in un futuro prossimo o inconoscibile guardano invece, quasi in maniera conservatrice e nostalgica, verso il passato?

JM:  L’infanzia è la stagione dell’incoscienza: il passato, come ho scritto in una delle mie poesie, si muove. Molti s’impongono di non guardarsi più indietro, addirittura di provare indifferenza per ciò che è stato ma non è più, io invece ritengo che il passato ci accompagni e noi, per andare avanti, fingiamo di non vederlo ma non ci è indifferente: lo consideriamo inesistente o, per lo più, un fantasma insonne che non trova pace e, dunque, gli dobbiamo indifferenza perché non dia fastidio. Dell’infanzia, il passato più remoto a cui posso rivolgermi data la mia giovane età, rimpiango la schiettezza e la spontaneità e, come ho detto prima, l’incoscienza: il bambino, quando qualcosa lo infastidisce, si ribella apertamente, non fa “finta di niente”. Per quanto concerne il futuro, invece, lo considero come l’alter ego del presente: abbiamo un’infinità di alternative frutto di un continuo decidere e non dobbiamo, a mio avviso, chiederci come andrà domani; mentre scrivevo Rosa d’inverno dicevo che sarebbe stata pubblicata ma questo non lo consideravo parte del futuro: era una meta raggiunta ogni giorno nel continuo scorrere del mio presente.

LS: Quanto di autobiografico c’è in queste poesie?

JM: Ogni componimento è autobiografico, anche quello socialmente impegnato. Tutto ciò che è stato scritto è accaduto: questo è stato il mio modo di non dimenticare e, in un certo senso, come afferma Audrey Hepburn, di guarire dalla medicina.

LS: A conclusione della raccolta c’è un consistente brano in cui abbandoni il metro poetico per meglio adattare i tuoi pensieri che vertono principalmente sul difficile raggiungimento della felicità umana. In quest’affascinante percorso esistenzialista connetti spesso la felicità alla pace come ad affermare che se manca una delle due, viene a mancare necessariamente anche l’altra. E’ così? Potresti spiegare meglio questo tuo pensiero?

JM: Ne “La felicità in un palazzo di cristallo” ho parlato della ricerca continua dell’uomo dello stadio più alto del proprio essere, ossia la felicità e, allo stesso tempo, il suo perenne bisogno di pace; tuttavia, riconoscendo la felicità quale ossessione umana per eccellenza, ho messo in evidenza quanto sia vero che l’uomo non possa trovare pace nel suo perenne cercare: infatti, ho scritto «(…) la pace non è per l’uomo che non è destinato né all’eternità né al riposo: tutto ciò che gli spetta è una tregua di tanto in tanto, ma la pace non lo riguarda affatto poiché l’uomo vive tormentato ed è proprio la felicità la sua ossessione». Finchè l’uomo non trova pace, è convinto di non aver trovato neppure la felicità; io, invece, ritengo che la felicità consista nel raggiungere il nostro punto più alto, accettando anche di doverlo abbandonare: è un continuo movimento che riguarda il nostro modo di vivere la vita come un’infinita ricerca, invece “la pace” che spetta all’uomo consiste in una tregua fugace nel momento stesso in cui arriva allo stadio più alto per cui ha lottato. Ricominciando a cercare, quindi, prosegue il percorso che la felicità ha tracciato. «(…) è possibile? Perdere e realizzare di esserne stati fieri? Dipende dagli occhi di chi guarda. Per questo la felicità è per chi di noi sa trovarla, per chi trova il punto in cui guardare, non necessariamente il punto per eccellenza. Un qualche punto: il nostro».

LS: La tua poesia fa ampio utilizzo di immagini ossimoriche, antipodali, contrastanti, che si basano su di una serie di opposti: chiaro-scuro, memoria-oblio, solo per citarne alcuni. Come mai quando parli di un elemento spesso ti senti quasi “in obbligo” di chiamare in causa anche il suo esatto contrario?

JM: La risposta di fondo è che l’Amore, di per sé, è neutrale. È un essere androgino: non semplicemente un punto d’arrivo fra gli opposti, ma entrambi gli opposti condensati in uno soltanto. L’esistenza di un elemento, secondo la legge dei contrari, determina l’esistenza del suo opposto ed è da ciò che nasce l’armonia. Amore è armonia e coincide con l’individuo che, da sé, è una contraddizione vivente. Fondamentale, riguardo l’esistenza degli opposti, è che fra loro sono interscambiabili e, dunque, nessuno al mondo può dire di essere una cosa soltanto, sebbene tutto il suo essere si riassuma in un solo corpo. Lo stesso Shakespeare, inoltre, definisce Amore attraverso gli ossimori “lucido fumo”, “gelido fuoco”, “insonne dormire”, “pesante leggerezza” e molti altri; così, considerando che per ogni elemento esiste il suo contrario, s’impara a mio avviso anche ad accettare la diversità.

LS: Quali autori della letteratura classica e contemporanea (sia poeti che romanzieri) ti affascinano di più? Perché?

JM: Per quanto concerne la letteratura classica, Saffo e Catullo sono i poeti che mi affascinano maggiormente, sono quelli che ho avuto modo di studiare quest’anno e, in particolare Saffo, rimane l’autrice con cui mi identifico di più: in primo luogo poiché si tratta di una poetessa dall’animo forte e dirompente e in secondo luogo perché la sua travolgente espressività riesce a dar voce al proprio dissidio interiore, a discernere ogni emozione e sensazione provata nel momento dell’incontro con la persona amata: infatti, “A me pare uguale agli dei”, è un componimento in grado di spogliare il lettore dalla scialba veste del pudore per metterlo di fronte a se stesso, come se potesse osservarsi nel momento in cui guarda la persona che Ama, dovendo ammettere che quelli che prova sono i sintomi di un morbo che, in altra sede, Saffo definisce “dolce amara invincibile belva”.  Altri due poeti a cui sono legata appartengono all’età definita “Maledettismo” in Italia che, in sostanza, coincide con il secolo del Romanticismo: si tratta di Charles Baudelaire e, primo fra tutti, Arthur Rimbaud; di quest’ultimo venero la ribellione contro tutto il prestabilito e la volontà di gridare al mondo la propria esistenza marcando l’impronta. Ciò che mi colpisce è che la sua straordinaria produzione poetica abbraccia l’età dell’assoluto: l’adolescenza ed egli non se ne separa mai, continua a vivere al massimo grado ogni esperienza attraverso il suo “lungo, immenso e ragionato “sregolamento” di tutti i sensi”. La poesia, come è evidente, conquista il mio interesse ma ciò non sminuisce l’attenzione che rivolgo al romanzo o al racconto: difatti, apprezzo la letteratura ottocentesca, quella di Goethe e Hugo, e m’innamoro delle opere di Oscar Wilde, catturata soprattutto dalle sue vicende personali. In sintesi, posso affermare che degli scrittori sopra citati mi appassionano l’abilità semantica e quella di fare in modo che il lettore assapori la dolcezza della parola regalandogli immagini coronate dal filtro dell’emozione, altresì mi affascina la loro esperienza di vita poiché scrivere non è mai soltanto un gioco di parole.

LS: Attualmente stai continuando a scrivere delle liriche e hai qualche altro progetto in mente per il futuro? Se sì, puoi anticipare qualcosa?

JM: La mia intenzione è quella di scrivere un racconto trattando de “Il gioco del fuoco”  partendo da un aforisma di Oscar Wilde. Considero diversamente l’argomento dimostrando, attraverso la narrazione, che non c’è modo di evitare questo gioco, che, in un certo senso, si è costretti a giocare. Voglio parlare di un ragazzo, capace di far “rimbalzare” i sentimenti su se stesso, contemporaneamente, per non accorgersi di uno più di un altro e, dunque, continuare il suo gioco. Si parla sempre del disadattato sociale e, per lo più, con commiserazione o pietà. Io voglio parlare del ragazzo che da disadattato diviene adattato, anzi del troppo adattato che, tuttavia, prende tale scelta consapevole del motivo profondo che lo spinge a tutto questo e che lo lega inevitabilmente al disadattato sociale che tanto biasima: la necessità di sfuggire al dolore, il desiderio di felicità che, così fragile, si affida alla contentezza.

 

Ringrazio Jasmine Manari che mi ha concesso questa intervista.

Lorenzo Spurio

13 Luglio 2011


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