Bambina e la fatina computerina, intervista a Virginia Defendi

INTERVISTA A VIRGINIA DEFENTI

Autrice di Bambina e la fatina computerina

Onirica Edizioni, Milano, 2010

Intervista a cura di Lorenzo Spurio


LS: Qual è stata la genesi del romanzo? Com’è nata l’idea di scrivere questo libro?

VD: Ho iniziato a scrivere Bambina e la fatina computerina, appena uscita dal mio percorso universitario. Riflettendoci ora, posso dire che, non avrebbe potuto essere altrimenti…

LS: Perché hai deciso di esordire nel panorama della scrittura con un libro per l’infanzia?

VD:Non ho “deciso”. È successo. Ho sempre amato leggere di tutto. Non avrei mai pensato a me nel ruolo di scrittrice….

LS: Quali autori italiani e stranieri, poeti o romanzieri, ti affascinano di più? Perché?

VD: Italo Calvino con: Il visconte dimezzato, Il cavaliere inesistente e Il barone rampante.  Stefano Benni e Margherita Dolcevita. Carlo Lorenzini. Tre autori che mi hanno fatto “viaggiare” in bilico, tra realtà e mondi assolutamente fantasiosi….Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos che con: Le relazioni pericolose, mi ha fatto…. dare una sbirciatina alla posta di personaggi fantastici…

LS: Ho letto dalla tua biografia che uno dei testi in assoluto che ti  piace di più è Le avventure di Pinocchio di Collodi. E’ un testo molto bello e, contrariamente a ciò che si pensa, non è solamente un libro per bambini. Lo stesso vale per Alice nel paese delle Meraviglie e il suo seguito Attraverso lo specchio di Lewis Carroll. Perché secondo te quando in una narrazione ci sono elementi fantastici, irrazionali, magici, come nei libri citati, subito il libro viene etichettato come libro per l’infanzia, o facente parte a quella che in Inghilterra si definisce children literature mentre il testo è ricco di messaggi impliciti, di metafore, di analogie più profonde?

VD: Ho amato, fin dalla più tenera età, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Mi è sempre stato accanto.  Per un dolce gioco del Destino, al momento di scegliere l’argomento della tesi di Laurea, per Letteratura per l’infanzia, Pinocchio è riapparso nella mia vita….:-).  Per rispondere alla tua domanda, forse, un adulto che prende in mano un testo “per bambini”, tende a leggerlo in modo “leggero”.  Non soffermandovisi. L’ho fatto anch’io, per anni. Grazie alla rilettura “adulta” di Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, ho compreso, però, che i libri per l’infanzia, “dicono  molto” ai “grandi”….Ed ecco che, ancora circondata dalle vicende di Pinocchio, mi sono ritrovata a ideare il mio piccolo racconto….:)

LS: E’ curioso nel tuo romanzo l’utilizzo che fai dei colori. Le favole e i racconti per l’infanzia fanno spesso riferimento ai colori o ai materiali come l’oro, l’argento e così via.. si pensi ad alcune fiabe dei fratelli Grimm o anche del danese Andersen. Ti sei rifatta a qualche autore, a qualche testo, o a qualcosa in particolare per quanto concerne il mondo cromatico presente nel tuo romanzo?

VD: Ho sempre ritenuto il mondo dell’infanzia, un luogo colorato e musicale. Quindi, mi è venuto spontaneo riportare questo mio pensiero anche in Bambina e la fatina computerina.

LS: C’è un po’ di confusione quando parli di maghi e di fate. Si tratta di due protagonisti per antonomasia delle narrazioni fantastiche e per l’infanzia che però non appartengono alla medesima cultura e tradizione. I maghi sono realmente esistiti nella misura di precursori e iniziatori della scienza medica, anche se spesso erano dei sedicenti veggenti mentre il popolo delle fate, dei folletti e degli elfi a cui tu fai riferimento trae origine dal folklore celtico e inglese. C’è dunque una certa discrepanza tra i due tipi di personaggi. Come mai hai deciso di fare del mago, marito della fata, una sorta di ebete che ripete a pappagallo quello che dice?

VD: La “confusione” di cui parli, è voluta. Ho sempre apprezzato il concetto “diversità”, in ogni forma esso si presenti. Quindi, perché non creare, ed unire in una sorta di “armonia particolare”, due personaggi differenti tra loro?  Il personaggio del mago? È vero, sembra proprio un ebete:) Ma… “sembrare”, non vuol dire…. essere….

LS: Questo romanzo ci presenta una favola rivista in termini contemporanei.. l’elemento più esplicito di questa riscrittura postmoderna della favola tipo è il personaggio della fatina computerina. Come hai ideato questo personaggio?

VD:Beh, ho preso spunto dalla mia esperienza personale….. Utilizzo spessissimo il computer per comunicare, mi aiuta parecchio… E’ stato naturale quindi, ideare una fatina un po’ speciale….

LS: Come in ogni favola che si rispetti, anche nella tua storia il lieto fine è garantito. Come mai hai utilizzato un happy ending? Non sarebbe stato più curioso inserire ad esempio un elemento destabilizzante come ad esempio un potentissimo virus che avrebbe permesso una svolta decisiva alla storia?

VD: AHAHAH….Buona idea! Seriamente, quando ho iniziato a scrivere Bambina e la fatina computerina, a tutto pensavo tranne che…. avrei trovato il coraggio di inviarlo per farlo pubblicare…. Era un racconto solo mio…. Tutto ciò che è accaduto dopo averlo scritto, è stato  qualcosa di meravigliosamente inaspettato. Beh, ho sempre creduto nel “lieto fine” delle favole….e sempre ci crederò:)

LS: Una storia così ben articolata e con un buon sistema di personaggi si presterebbe a uno sviluppo seriale della storia o, almeno, ad episodi. Che cosa ne pensi?

VD: :)…. come si dice: “Nella vita tutto è possibile….”:)))

LS: Hai altri progetti in cantiere? Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

VD: Sì,sto ultimando un romanzo autobiografico,  intitolato:Vita, Storie E Pensieri Di Un’Aliena. Mi auguro possa essere ironico (al punto giusto), come è  nelle mie intenzioni….

Ringrazio Virginia Defendi per avermi concesso questa intervista.

LORENZO SPURIO

15 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Saffo, Intervista a Gianluca Paolisso

INTERVISTA A GIANLUCA PAOLISSO

Autore di Saffo

Albatros Editore, Milano, 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Com’è nata l’idea di scrivere questo libro? C’è stata una particolare genesi?

GP: L’idea o, per utilizzare un termine forse più appropriato, l’ispirazione di un qualsiasi tipo di storia nasce quasi sempre dalla vita quotidiana, dalle emozioni che giornalmente viviamo grazie alla nostra particolare sensibilità, o grazie agli altri: Saffo, nonostante sia un’opera prima, è stata accompagnata fin dalla sua nascita dalla sofferenza, dalla consapevolezza di un amore rifiutato, da ciò che inevitabilmente si perde sulla strada della vita. Questi temi ricorrono nel romanzo, e spesso caratterizzano la stessa personalità dei personaggi. Credo che sia impossibile “eclissarsi” completamente dalla narrazione, secondo metodi “verghiani”: una storia, benché nata dalla fantasia, affonda le sue radici nel presente o nel passato che sempre si è vissuto, nel bene o nel male.

LS: E’ interessante come hai utilizzato un personaggio realmente vissuto, sebbene mancano attendibili riferimenti biografici, come personaggio principale del tuo romanzo, adattandone temi e caratterizzazioni che fuoriescono dalle sue liriche. E’ stato difficile il processo di scrittura? Se sì, perché?

GP: Le uniche fonti storiche rimaste sulla straordinaria poetessa di Lesbo sono una produzione frammentaria di liriche, e alcune leggende narrate dal lessico Suda e dal Marmor Parium (Saffo si sarebbe gettata dalla rupe di Leucade perché rifiutata dall’amore di Faone ). Tutto ciò mi avrebbe permesso di “inventare” episodi, situazioni, dialoghi, eppure fin dall’inizio volevo che questa storia mantenesse un substrato storico quanto più possibile reale, tralasciando influenze fantastiche o mitologiche. Volevo raccontare un personaggio vero all’interno di un contesto storico vero: per far questo non sono mancati gli approfondimenti storici (d’altronde in un romanzo del genere sarebbe sacrilego non farli!) e studi riguardo il “modus vivendi” di uno dei popoli all’epoca più ricchi del Mar Egeo (VII – VI sec. A.C.). Fatto questo potevo concedermi una piccola interpretazione su ciò che mai la storia ci ha tramandato (la quotidianità del Tiaso, i rapporti familiari), e con ciò ricostruire la storia di una donna e di una poetessa meravigliosa. Nonostante la mancanza di fonti, non è stato un lavoro nato dal nulla, dalla pura e semplice fantasia e interpretazione narrativa, ma da uno studio scrupoloso, attento, privo di condizionamenti.

LS: Quali autori italiani e stranieri ti piacciono di più e perché?

GP: Sarebbe scontato affermare che adoro le letture classiche (Euripide, Marco Aurelio, Epicuro, Cicerone, Seneca). Queste pagine immortali rappresentano il tipico “rumore di fondo”, per dirla alla Calvino, che sempre risuonerà melodiosamente nella mia vita. Tra gli autori contemporanei ho molto ammirato Giulia Avallone (Acciaio), libro in cui l’autrice ha tratteggiata realisticamente una realtà troppo spesso dimenticata; Murièl Barbery (L’eleganza del riccio), libro di profonde riflessioni filosofiche e poetiche; ma soprattutto i libro di un grande autore e amico, Adriano Petta: in “Ipazia”, vita e sogni di una scienziata del IV sec.”, “Assiotea”, la donna che sfidò Platone e l’Accademia”, e “Roghi Fatui”, oscurantismo e crimini dai Catari a Giordano Bruno, ho trovato alcuni spunti interessanti per la mia Saffo. Lo ringrazio tantissimo per i suoi consigli e la sua sincera amicizia umana e letteraria.

LS: Credo che nei Sonetti di Shakespeare si ritrovino molti dei temi che Saffo tratteggiò nelle sue liriche. Ad esempio il tema del destino ineluttabile, il tempo che rovina e che passa velocemente, il tema dell’amore verso una persona dello stesso sesso.. Che cosa ne pensi?

GP: Saffo fu la prima a gettare le basi della poesia nel senso moderno del termine: in un passato molto lontano il leggendario Omero aveva cantato le gesta eroiche di grandi personaggi quali Ettore, Achille, Ulisse; eppure nell’Iliade e nell’Odissea scorgiamo versi poetici privi di partecipazione emotiva da parte dall’autore, e una mancata descrizione dei sentimenti che inevitabilmente costituivano la psicologia dei vari personaggi. «Con Saffo nasce nella poesia del mondo l’interiorità» affermò anni fa il grecista Enzo Mandruzzato. Ed è proprio l’interiorità la grande rivoluzione delle liriche di Saffo: la poesia non come racconto oggettivo, ma come proiezione dell’anima di chi la compone. Se non fosse esistita Saffo, probabilmente non sarebbero nate le grandi opere poetiche successive (La Divina Commedia, Il Decameron, le tragedie di Shakespeare, i meravigliosi versi di Foscolo e Leopardi ), proprio perché sarebbero mancate le basi da cui partire per sviluppare un pensiero o una semplice emozione. Sia lode a Saffo per questo!!!

LS: E’ affascinante il riferimento al Tiaso, questo universo di sole donne pensato da Saffo come momento culturale e di apprendimento volto ad istruire le giovani donne al matrimonio. Non è curioso il fatto che sia proprio lei, che ama le donne, a istruire quest’ultime al matrimonio, a una celebrazione della vita che riguarda l’unione della donna con l’uomo?

GP: Il Tiaso nasce in opposizione all’Eteria di Alceo, circolo ad esclusiva composizione maschile, ed è facile poterne intuire le ragioni: in un mondo in cui l’uomo la faceva da padrone, la donna cercava un suo spazio, ma soprattutto una propria valenza a livello sociale. Il Tiaso permetteva alle donne di conoscersi, di scoprirsi nelle loro molteplici attitudini e capacità, ma soprattutto di imparare tutte le arti richieste dal matrimonio. Finito questo apprendistato, le ragazze tornavano al mondo esterno, pronte ad affrontare la vita al fianco di un uomo, nella speranza di divenire buone custodi del patrimonio familiare. Negli anni di formazione la Signora del Tiaso spesso si concedeva alle sue allieve, ma non per un puro e semplice appagamento sessuale, ma per educarle all’amore che un giorno avrebbero dovuto esercitare nei confronti di un uomo. Il rapporto omoerotico inteso come vera e propria educazione al futuro.

LS: Secondo te l’aggettivo ‘saffico’ che oggigiorno viene utilizzato come sinonimo di ‘lesbico’ e che fa riferimento alla grande poetessa di Lesbo è in un certo senso troppo limitativo e fuorviante se si tiene conto della persona di Saffo? Ad esempio aggettivi come ‘manzoniano’, ‘leopardiano’, ‘shakespeariano’ non hanno una connotazione prettamente sessuale né negativa. Perché con Saffo è stato utilizzato questo procedimento?

GP: Credo sia estremamente riduttivo definire la personalità di Saffo all’interno di una misera classificazione sessuale: tutto ciò non poteva esistere in una società come quella greca, nella quale non solo il rapporto omosessuale era permesso, ma addirittura costituiva un privilegio! Solone affermava nelle sue Leggi che agli schiavi tutto ciò doveva essere proibito, perché l’amore disinteressato (Platone, Simposio) avrebbe elevato il loro spirito al livello dei loro padroni. Tutto ciò non poteva essere permesso! Poi, con l’avvento e l’ascesa del Cristianesimo, furono introdotti principi falsamente moralistici che imbrigliano ancora oggi l’umanità nella paura della morte, del peccato, e conseguentemente di tutto ciò che è “fuori natura” (omosessualità). Non solo: nel 391 a.C., il vescovo Teofilo e i suoi monaci paraboloni distrussero la Biblioteca figlia di Alessandria, e bruciarono oltre 700.000 volumi, tra i quali erano annoverate opere scientifiche di grandi atomisti quali Democrito e Leucippo, ma anche opere poetiche, tra le quali spiccavano gli Epitalami (canti nuziali) di Saffo. In poche ore andarono persi oltre 1.200 anni di progresso e cultura. Forse aveva ragione Nietzsche quando affermava che «Tutto il lavoro del mondo antico per prepararci a una civiltà scientifica e libera ci è stato defraudato dal Cristianesimo». Naturalmente la figura rivoluzionari di Gesù Cristo non può essere annoverato in questo scempio.

LS: Potremmo considerare Saffo, così come la descrivi, un’eroina d’altri tempi, una precursore ante litteram del femminismo: non solo propugna l’amore per la donna ma verso l’umanità tutta. E’ espressione di un sentimento rivoluzionario e innovativo per i tempi che si scontra con la società patriarcale e sessista incarnata ad esempio dalle leggi di Solone o nello spregevole Cleone. E’ così? Che ne pensi a riguardo?

GP: Assolutamente: Saffo rappresenta l’amore nei confronti della donna, nostra unica speranza per un futuro migliore, ma soprattutto un personaggio rivoluzionario che non accetta i limiti e gli ostacoli imposti dalla società e dalla cultura greca, una donna che lotta per la libertà, per l’uguaglianza dei sessi, per una giustizia che sia dura e non crudele nei confronti dei condannati, per una vita imperniata sull’amore e non sul cinico dispotismo tipicamente maschile. Forse se alle donne fosse permesso di salire alle più alte soglie del potere politico, il mondo sarebbe, per dirla alla Eduardo “ un po’ meno tondo, ma un poco più quadrato!”.

LS: Leggendo l’intero romanzo ho trovato che le parti più belle e affascinanti fossero localizzate proprio all’inizio e alla fine. Il passare del tempo, la presenza ossessiva e imperscrutabile delle Moire e l’avvicinarsi dei riti di Thanatos ci immettono direttamente nel clima da tragedia greca. Diversamente, non c’è niente di tragico in quanto scrivi, anche la morte di Saffo non trasmette nessun dolore ma, anzi, è per il lettore un elemento di rassicurazione per il ricongiungimento con Attis. Quando hai iniziato questa storia già sapevi come l’avresti conclusa? Perché hai deciso di concluderla con la morte di Saffo?

GP: La struttura ad anello adottata in Saffo aveva un preciso intento: far comprendere come una vita può rinascere in un’altra vita, come il passato a volte ritorna nell’eterna unicità di un sorriso, come l’amore sia inspiegabile e non classificabile. Saffo, al termine del romanzo, sa che le sue certezze radicate sull’amore sono crollate da tempo; sa bene che la sua vita è arrivata al termine, eppure vive negli occhi di un nuovo personaggio che poco prima aveva donato nuova luce al suo cuore. Guardando l’orizzonte, spera di ritrovare ciò che un giorno ha perduto, ma questa è solo una speranza … Mi piace pensare ad un finale che lasci spazio all’immaginazione di chi legge. E’ come voler dire:” Ho raccontato fin qui, ora tocca a voi!” Sono certo che i miei lettori sapranno trovare finali migliori di quanto avrei potuto fare io. Non avevo ben presente la modalità di conclusione del romanzo: non amo stabilire ogni minimo particolare della narrazione: nella maggior parte dei casi le idee vengono scrivendo!

LS: La visione patriarcale, di dominio dell’uomo nei confronti della donna fuoriesce a due livelli: a livello politico (leggi di Solone, Cleone) ma anche a livello familiare (Carasso, fratello di Saffo). A queste figure maschili però fa eccezione Scamandro, il padre di Saffo. Come mai hai deciso di tratteggiare il personaggio di Scamandro in questa maniera in un universo di patriarchi?

GP:  Volevo che in questo romanzo ci fossero dei contrasti dal punto di vista sociale e culturale: da una parte Cleone, uomo crudele e assetato di sangue innocente, dall’altra Scamandro, uomo saggio appartenente alla vecchia generazione che però non disdegna il presente nelle sue molteplici manifestazioni. Il padre di Saffo rappresenta la comprensione paterna, l’amore filiale, ma soprattutto l’umanità che non cede di fronte alle ingiustizie; l’umanità che volontariamente lascia tutto ciò che ha per riappropriarsi di ciò che giustamente le appartiene. Oggi dovrebbero esserci molti Scamandro, eppure vediamo sempre più Cleoni in giro!!!

LS: Hai in mente un nuovo lavoro? Stai scrivendo qualcos’altro? Puoi anticiparci qualcosa a riguardo?

GP: Il mio prossimo romanzo, che a breve inizierò a scrivere, tornerà nella società greca, questa volta nel V sec. A. C.: racconterò il declino di Atene e della civiltà d’oro di Pericle vista dagli occhi di un grande tragediografo, le cui opere ancora oggi commuovono e fanno riflettere. Sarà una storia più lunga, elaborata, ma certamente ricca delle stesse emozioni che hanno accompagnato la straordinaria figura di Saffo!!!

Ringrazio Gianluca Paolisso per avermi dato la possibilità di fare questa interessantissima lettura e per avermi concesso questa intervista.

LORENZO SPURIO

16 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Pazienti smarriti, intervista a Maria Rosaria Pugliese

INTERVISTA A MARIA ROSARIA PUGLIESE

Autrice di Pazienti smarriti

Robin Edizioni, Roma, 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Complimenti per il tuo romanzo. Narri una storia tragica ma lo fai in maniera dolce, sottolineandone dettagli, ricordi passati ed emozioni presenti. Com’è nato questo romanzo? C’è alle sue spalle una genesi particolare?

MRP: Il romanzo è nato da una storia dolorosa e, purtroppo, vera: la malattia di mio fratello. Nelle tante ore passate in ospedale pensavo di scrivere dell’esperienza così dura che stavamo vivendo, e l’intenzione era di  parlare soprattutto della sanità, di un certo tipo di sanità con la  quale ci stavamo angosciosamente confrontando. Scrissi, per primo, un racconto, che titolai Pazienti Smarriti. Uno scrittore amico lo lesse, gli piacque molto e m’invitò a continuare. Così dal racconto, a poco a poco venne fuori il romanzo. Scrivendo, i ricordi mi presero sempre più la mano, per cui il libro, che in origine volevo fosse di  mera denuncia, divenne una storia di sentimenti.

LS: Ho letto nella tua breve scheda di presentazione del libro che c’è qualcosa di autobiografico nel romanzo. Ovviamente non ti chiedo cosa perché questa intervista non ha nessun fine di ledere la tua privacy. Quella dei riferimenti autobiografici in un testo è una domanda che mi faccio spesso e che mi aiuta a capire ancor meglio il testo in questione. Quanto hai tratto da esperienze personali nella stesura di questo libro? I pensieri e le emozioni che sono della protagonista, della sorella del malato, sono in qualche modo un riflesso di un tuo stato d’animo per una persona malata alla quale sei stata accanto?

MRP: In Pazienti Smarriti c’è tanto di autobiografico. Gli episodi evocativi dell’infanzia, i flash-back racchiusi nei box, per intenderci. E anche quanto attiene al quartiere, i riferimenti geografici, la storia familiare. Riguardo il penoso viaggio nel pianeta-sanità,  tutto ciò che è raccontato nel romanzo è realmente accaduto, mentre non tutto ciò che il protagonista  ha vissuto, è stato possibile riportare: in qualche caso per rispetto della memoria di Ettore, talvolta perché veramente inenarrabile. Comunque, a mio parere, anche quando si scrive di cose inventate, la scrittura è  in qualche modo autobiografica, perché chi  scrive “mette” sempre se stesso. 

LS: La prima parte del romanzo si intitola “Ground Zero” cioè ‘livello zero’, ‘spianata’ e ci fa pensare immediatamente alla tragedia delle Twin Towers dell’11 settembre del 2001 a cui in effetti si fa riferimento nel romanzo. La mia interpretazione che si rifà alle considerazioni della giornalista Oriana Fallaci quando scriveva della sua malattia è quella di mettere in relazione la potenza distruttiva del terrorismo che annulla la società con quella di un cancro che annulla la persona. Una malattia che lascia aridità, secchezza, desolazione. E’ in certo modo corretta questa interpretazione? Se non lo è a che cosa volevi riferirti con questo titolo?

MRP: Ad  accomunare i  due tragici fatti, l’uno di risonanza planetaria e, l’altro, molto più intimo, evidentemente non è stata solo la concomitanza temporale. Il protagonista di Pazienti Smarriti era un punto di riferimento fondamentale per la moglie,  le figlie,  la sorella,  che non  ipotizzavano neppure il  vacillamento del loro sostegno, della  loro Torre,  figuriamoci il cedimento! Quando il male aggredisce Ettore, per le  sue donne che,  nonostante tutto caparbiamente spereranno  fino alla fine,   l’evento è destabilizzante, la catastrofe totale e, per loro, paragonabile solo a Ground Zero.

LS: Nel romanzo utilizzi una metafora molto intensa e penetrante: il malato come guerriero ormai condannato e l’esercito della salvezza al suo fianco. E’ un’immagine molto bella e che rende magistralmente l’idea di questo clima solidale e comprensivo nei confronti del personaggio di Ettore. La guerra che il guerriero e l’esercito combattono ovviamente è la malattia. In che modo si è originata nella tua mente questa metafora che poi hai utilizzato sapientemente nel corso del romanzo?

MRP:  L’etimo del nome Ettore deriva dal greco e significa colui che tiene saldo, che protegge. Identifica il difensore valoroso,  che lotta per la sua gente, la sua famiglia, così nell’Iliade, ci viene raccontato  Ettore, principe di Troia, guerriero nobile ben diverso da Achille l’eroe suo antagonista che, invece, combatte per la gloria, per l’affermazione di stesso. Rileggendo il poema omerico scoprii alcune analogie tra  Ettore, guerriero troiano e il mio protagonista. Innanzitutto entrambi difendono a spada tratta  i valori in cui credono fermamente. Poi,  la solitudine del guerriero. La solitudine del malato. Ettore,  eroe epico,  sarà solo sotto le mura di Troia, e  dovrà cavarsela senza l’aiuto divino, perché non è protetto dagli dei. Egli è mortale, a differenza di Achille, che è invulnerabile. Anche il malato è solo di fronte alla malattia nonostante  la vicinanza affettiva dei parenti e degli  amici. L’epilogo, poi,  è lo stesso  per entrambi i personaggi: dopo aver combattuto da leoni, soccombono al loro destino.

LS: Nella prima parte dell’opera c’è una lunga descrizione che rievoca il prezioso momento dell’allestimento del presepe. E’ una descrizione suggestiva e quanto mai affascinante. Il pensiero di Ettore, che torna a casa proprio pochi giorni prima del Natale, è quello che dovrà fare in fretta a metter su il presepe, come ha fatto ogni anno. E’ un dato di fatto che nella tradizione napoletana il presepe ricopra un gran valore. Quanto è importante per te personalmente? Credi che la mania presepiale dei napoletani derivi da un ferma credenza nella religione o piuttosto nell’abilità partenopea di creazione di maschere, travestimenti e riproduzioni in scala di altrettante identità?

MRP: Non parlerei di “mania” presepiale, piuttosto di passione. Una passione complessa, e difficile da spiegare: nel  presepe c’è la tradizione, il mito,  l’arte, il folklore,   la simbologia  – ogni personaggio deve  essere  perfino collocato in un posto ben preciso. Il presepe popolare, come diceva Matilde Serao, è Napoli, la glorificazione di Napoli, della sua  antica quotidianità, della sua esuberanza, della sua  schiettezza, anche delle sue contraddizioni.  Il presepe o  lo si ama oppure no, non esistono mezze misure. A questo punto, Lorenzo, avrai  capito che sono Presepista, per dirla alla De Crescenzo che divide i napoletani in Presepisti  e Alberisti. Anche Ettore era Presepista.

LS: Sono interessantissimi i riferimenti alla cultura (dialetto, arte) napoletana ed è affascinante questo stretto legame che tu evochi tra la famiglia, la terra e il passato. Ci sono autori napoletani che ti piacciono in maniera particolare? E quali scrittori italiani e stranieri ti piacciono di più?

MRP: Nel mio romanzo numerosi sono i  termini dialettali  e le espressioni gergali, tradotti o spiegati, poi, con note a piè di pagina.  Credo sia stato più efficace e funzionale alla narrazione, riportarli senza italianizzarli o sostituirli con sinonimi, anche perché la storia che racconto  è ambientata in un determinato contesto e geografico e storico. Negli anni 50/60 a Napoli si diceva la bella mbriana, non la fata buona della casa. Nessun dubbio riguardo i miei autori preferiti: Marquez e la Allende, di cui ho letto tutto. E poi tutta  la letteratura di matrice ispanica. Tra gli italiani mi piacciono molto Alessandro Baricco, Marco Lodoli e Stefano Benni.

LS: Nel romanzo, ad eccezione di Ettore, non ci sono personaggi maschili tratteggiati con attenzione. E’ un universo di donne di età e sensibilità diverse a dispiegarsi all’interno del romanzo. L’idea che ci facciamo è che si tratti di un romanzo quasi “matriarcale”. E’ sbagliata questa interpretazione?

MRP:  In Pazienti smarriti la presenza femminile è sicuramente forte, la si tocca con mano. Già l’Esercito della Salvezza, la milizia nella quale idealmente  la moglie, le figlie, la sorella di Ettore, si arruolano volontarie per la salvezza  del loro uomo rende l’idea di quanto le donne  siano combattive, risolute, pronte, se necessario, perfino  ad impugnare le armi per contrastare il nemico subdolo che si accanisce contro il loro caro. In situazioni estreme, come una grave malattia, oppure durante terribili  emergenze, quali la guerra, si tira  fuori una grinta, un’energia, che  forse neppure si sa di avere. L’abbondanza di figure femminili poi, nel romanzo, è dovuta al fatto che ci sono esperienze devolute storicamente più alle donne che agli uomini, appunto  l’assistenza degli ammalati,  ed anche alla circostanza che numericamente vi sono più donne che uomini,  come nella mia famiglia. Tra i personaggi maschili, vorrei  sottolineare Genny, il giovane parrucchiere che viveva alla giornata e che ebbe un destino simile. La storia di quel ragazzo scanzonato e poetico mi emozionò al punto che decisi di ricordarlo nel romanzo.

LS: Di pari passo alle varie operazioni e all’aggravarsi delle condizioni di salute di Ettore nel romanzo sottolinei in più punti una certa deferenza, una freddezza e distanza di rapporti tra il personale medico ed i parenti. I dottori e i chirurghi operano e danno responsi solo perché quello è il loro lavoro. Manca, sotto questo punto di vista, il lato umano che una professione come questa dovrebbe manifestarsi in maniera di supporto emotivo non solo per l’ammalato ma anche per i suoi parenti. Ci sono delle suore che un po’ si dedicano a questo aspetto. Perché hai voluto sottolineare questo elemento?

MRP: Come ho detto all’inizio di quest’intervista  e come sempre ripeto nelle presentazioni,  Pazienti smarriti non è un libro sulla malasanità, ma una storia  di sentimenti. La malattia di Ettore è stata un percorso durante il quale si è avuto l’incontro con operatori  sanitari capaci e disponibili  ed altri venali o boriosi, con persone meravigliose – buoni samaritani, –   e con chi,  invece,  non si sarebbe mai voluto incontrare. Si è sperimentata la solidarietà, autentica, commovente, tra gli ammalati, tra le famiglie degli ammalati.  Abbiamo percepito, nel  momento più critico della malattia, nel passaggio alle cure palliative,  un distacco, da parte dei medici proprio quando vi era maggiore necessità della loro presenza. Un atteggiamento difensivo,  un “ritirarsi”  forse  dovuto all’idea dell’impotenza, della sconfitta, personale e della medicina. A mio  parere, la malasanità, non è solo l’ inadeguatezza dei servizi, ma soprattutto la scarsa attenzione al paziente,  l’incapacità di rispondere anche al bisogno d’umanità di chi vive l’esperienza della malattia.

LS: E’ singolare che entrambi i sogni-visioni che la protagonista fa ricalcano una serie di elementi che la concernono nella realtà: la frequentazione dell’ospedale, la malattia del fratello, l’unione con gli altri membri della famiglia. Nel secondo sogno mentre i parenti stanno aspettando Ettore che esca dalla sala Tac, si rendono conto che è scomparso e tutti si mettono a cercarlo. Siamo nel sogno. Si fa riferimento così ai “pazienti smarriti” da cui deriva il titolo del romanzo. In che senso i pazienti sono smarriti? E’ la malattia a privarli di sicurezze e del riconoscimento degli spazi? Perché la protagonista fa questo sogno?

MRP: Il titolo del romanzo deriva proprio dall’episodio dello smarrimento del paziente in ospedale. Dopo una Tac, Ettore fu “realmente” smarrito. Come una valigia. E l’Esercito della Salvezza a cercarlo  dappertutto… Non fu un sogno. Tutt’altro! In quale chiave dovevo riportare un fatto del genere? Sono ricorsa all’espediente onirico, calcandovi  la mano, arrivando al surreale. Solo nei sogni-incubo dovrebbero verificarsi certi fatti. Il titolo potrebbe essere letto anche come metafora dello smarrimento, dello spaesamento che prende  chi, all’improvviso,  si trova  sradicato dal proprio ambiente, in un contesto sconosciuto, e con l’incognita della malattia. Naturalmente lo smarrimento è una richiesta d’aiuto.

LS: Hai altri lavori in cantiere? Stai scrivendo qualcosa o hai in mente un nuovo progetto? Se sì, puoi anticiparci qualcosa?

MRP: La lettura e la scrittura fanno parte del mio quotidiano. Sono napoletana e quindi superstiziosa per cui preferisco non aggiungere altro. Però, Lorenzo, di sicuro  c’è una storia che mi piacerebbe moltissimo scrivere, una storia che avesse questo incipit: c’era una volta, c’era una volta, una bruttissima malattia e adesso non c’è più.

Ringrazio Maria Rosaria Pugliese per avermi concesso questa intervista.

LORENZO SPURIO

11 Luglio2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

New Yorker’s Breaths, Intervista a Maurizio Alberto Molinari

INTERVISTA A MAURIZIO ALBERTO MOLINARI

Autore di New Yorker’s Breaths

LietoColle,  Faloppio (Co), 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Qual è stata la genesi di questa silloge di poesia? Com’è nata l’idea?

MAM: L’idea è nata per caso lungo le strade di New York… Viaggiavo con la mia Canon digitale tascabile e nel frattempo, senza accorgermene, al secondo giorno avevo già scritto 6 o 7 poesie sul mio fedele Moleskyne. Mi rendevo conto però che ad ogni momento della giornata rischiavo di perdermi qualcosa… Allora ho avuto l’idea di cominciare a “rubare” fotografie in ogni luogo, decidendo che al mio ritorno in Italia avrei completato il lavoro scrivendo direttamente le mie emozioni già fissate nelle immagini.

LS: Hai dovuto fare una cernita del materiale da pubblicare oppure hai incluso nella tua raccolta di poesie tutte le liriche che avevi scritto e che riguardassero New York?

MAM: La cernita in realtà l’ho fatta ma sulle foto (ed è stata dura sceglierle…), tuttavia non volevo che la quantità delle immagini e delle relative poesie fosse troppo alta. Sono convinto che il taglio migliore per un volume di poesie debba aggirarsi  intorno ai 50/60 pezzi. Nel mio caso, con la presenza delle poesie visive, sintetizzate attraverso una parola in lingua inglese per ogni rappresentazione, richiedeva a mio avviso, non più di 25 sezioni abbinate. La difficoltà maggiore era rappresenta dal fatto trovare un Editore, di esclusivo taglio editoriale poetico, disposto a pubblicare un volume così diversamente sinergico.

LS: Come mai hai scelto New York come sfondo delle tue liriche? Hai fatto un viaggio in questa città e ne sei rimasto particolarmente affascinato? Quanto di autobiografico c’è in questa raccolta?

MAM: Il libro, come anticipato nella prefazione, è nato appunto dal mio primo viaggio in questa fantastica metropoli. Questo viaggio presenta tra le altre cose un retroscena piuttosto particolare. Il 12 di settembre del 2001 mi accingevo a confermare la prenotazione per la mia vacanza di 5 giorni nella Grande Mela, sfruttando e allungano il previsto ponte di novembre. Ho rinunciato con la morte nel cuore e negli occhi, tuttavia, in quel preciso istante, decisi che sarebbe stato solo rimandato, cosa avvenuta infatti nel Giugno del 2009. New Yorker’s Breahts non è da considerarsi una silloge autobiografica, semmai va scandagliata in ogni sua “parentesi” che si apre in esso e, nel contempo, dentro la città di New York. La silloge nasce con la precisa volontà di trattare temi importanti e quotidiani, troppo spesso defilati nel rapporto dell’idea di un viaggio, in particolare all’interno di una metropoli così vasta e unica nel suo genere.

LS: Hai scelto un titolo in lingua inglese che in un certo senso abbracciasse la tua intera collezione di poesie. Perché hai utilizzato la parola “breaths” (respiri) nel titolo e qual è il senso giusto che dobbiamo attribuire a questo titolo?

MAM: La scelta è avvenuta in maniera naturale, semplicemente. Nel momento stesso in cui ho avuto l’ispirazione avevo già deciso i contenuti, la struttura e la proiezione (perché nei sogni il libro non finisce in questo modo). La genesi di NYB è stata pensata per essere ambivalente, in un percorso che associasse la lingua italiana e quella inglese/americana, come pure il contrario (ma questo per il momento è ancora un sogno nel cassetto… ). Per quanto concerne “Breaths” rappresenta lo spirito stesso del libro, è il respiro di quelle persone, viaggiatori anche di soli pochi giorni, che entrano in contatto “fisico” con questa incredibile megalopoli, che toccano con mano le pulsioni quotidiane di questa città, del suo incredibile crocevia di emozioni e di culture interrazziali. E’ per questo motivo che quando mi è stato offerto di fare un’intervista in video Milano-New York, in diretta via Skype, ho accettato con entusiasmo e con la certezza che avrei potuto in parte raccontare con il mio viso e le mie parole, questa superba emozione e vicinanza.

LS: C’è una lirica che mi ha creato alcuni problemi di interpretazione. In parte è compito dello scrittore, e in questo caso del poeta, di insinuare il dubbio, di far nascere quesiti che consentano al lettore di interrogarsi sul significato che l’autore vuole trasmettere. La lirica in questione è “Riccioli in attesa” corredata, per altro, da una bellissima fotografia. Ho circoscritto alla parola ‘attesa’ il senso centrale della lirica ed ho immaginato che stessi parlando di una prostituta magari della periferia newyorkese. La mia interpretazione è sbagliata o può essere una delle tante possibili in base a quanto hai scritto?

MAM: Hai centrato la mia intenzione, ma solo in parte. Lo scopo predominante era quello di “fotografare” l’attesa di questa afroamericana, che in quel momento rappresentava un certo tipo di origine e ceto sociale, bellamente seduta in Times Square a rimescolare nella sua borsetta, rigorosamente taroccata, come se fosse in attesa non solo di un incontro. Sembrava stesse aspettando NY… e forse quello che la città avrebbe deciso di regalarle nell’immediato futuro. Mi aveva anche colpito il fatto che avesse un tattoo sulla spalla (sul retro non visibile sulla foto), che io avevo inspiegabilmente associato a un nome che mi era frullato nella testa: Rose. Da questa sensazione è nata la sintesi testuale di Rose’s Tattoo, che pone in evidenza anche questa pratica dei segni sul proprio corpo, ormai diventata linguaggio e parte integrante di un certo tipo di generazione.

LS: La decisione di corredare ciascuna lirica con una foto è sicuramente molto azzeccata perché le poesie si caratterizzano per essere molto evocative dal punto di vista descrittivo e per avere quindi un’altissima carica visuale. La scelta del bianco/nero delle foto credo che, più che derivare da scelte tipografiche ed editoriali, derivi da una tua esplicita volontà. E’ così? Perché?

MAM: In questo devo contraddirti, mio malgrado, perché il suggerimento mi è stato fornito da Diana Battaggia, Direttrice Editoriale di LietoColle, con cui ho discusso verbalmente di questa particolare struttura e che mi ha risposto con un semplice: perché no? Fammi vedere qualcosa… L’idea di rielaborare tutte le immagini al computer, attraverso l’utilizzo di filtri e di una serie di passaggi, è stata mia e necessaria. Il motivo principe è stato quello di poter trattare temi importanti, con immagini a volte “rubate”, che rapidamente potessero introdurre e trattare l’argomento, senza il rischio di ledere l’altrui sensibilità. Il lavoro più duro è stato proprio quello di selezionare, rielaborare e preparare la sintesi testuale all’interno dell’immagine. Quest’ultima parte è stata realizzata con il prezioso aiuto del mio collega di lavoro Mattia Ferrari, che ovviamente ringrazio. La scelta del bianco e nero si tagliava particolarmente bene con il profilo della silloge. Sentivo infatti che questa opera doveva rimanere all’interno del contesto poetico (ho richiesto e ottenuto che potesse essere inserita nella collana Erato di poesia di LietoColle).

LS: In un libro in cui si parla di New York ci si aspetterebbe di leggere della statua della Libertà, di Wall Street o di Central Park, tutti spazi che possono essere considerati come dei grandi assenti. Come mai non figurano in nessuna lirica?

MAM: Come credo di averti già accennato, mi sono trovato di fronte ad una scelta personale. Trattare la metropoli come l’avrebbero presentata tutti o scandagliarla e renderla viva di nuove sfumature, in parte solo nascoste? La decisione finale, con grande mia soddisfazione, è stata NYB, esattamente la seconda opzione. Ho preferito aprire finestre su vari temi, sull’arte (rubata, come con il carro etrusco al Metropolitan Museum, ne “Il Carro riemerso”), sulla Musica e il Teatro (in “Carnegie Hall”), sulla condizione disagiata di alcuni involontari e disperati spettatori di eventi (“NYC Homeless” – che tuttavia tratta anche il tema della solidarietà), sul dolore e sul ricordo (“The Sound of Silence”, “Fire’s men hearts still living”, “Walking on pain”), sul tema dell’amore (nella secondo me bellissima “Simply Lovers” – un amore in Times Square) e molti altri ancora. Alcuni di quei simboli che sono stati non selezionati, si ritrovano in parte in altre Poesie ed immagini, sia pure non in forma diretta e, siccome è mia ferma intenzione tornare a New York, non escludo di creare un seguito a questa silloge con una trama e una forma magari diversa. Why not?

LS: Le liriche che aprono la raccolta fanno riferimento alle stragi dell’11 settembre 2001 ma lo fanno in una maniera attenta, moderata, evitando di dare nomi o di indicare date, colpevoli o ad esempio cifre. Per qualsiasi lettore sarà facile intravedere l’ombra minacciosa di quei gravosi incidenti che, oltre a provocare un gran numero di vittime, rese evidente quanto l’uomo contemporaneo è esposto alla violenza e quanto è perennemente in pericolo. L’11 Settembre ha, in un certo senso, marcato due età distinte: quella dell’America da tutti vista come forte e imbattibile e quella dominata dalla paura, dal dubbio, dal terrore, tutti sentimenti circoscrivibili in una parola, ‘paranoia’. Qual’è stata la tua esperienza personale quando sei venuto a conoscenza degli attentati e in che maniera, in che cosa, hai percepito negli americani, in New York, il marchio di questa indelebile offesa all’umanità?

MAM: Come scritto all’inizio dell’intervista, il giorno successivo all’11 di settembre 2001 avrei confermato il mio primo viaggio a New York, previsto per il ponte di novembre. Gli attentati ci hanno trovato semplicemente al lavoro… Abbiamo ricevuto le prime informazioni via radio e immediatamente ci siamo collegati via web ai telegiornali e abbiamo visto quasi in diretta quello che stava succedendo, lasciando aperte anche le informazioni che giungevano via etere. In agenzia abbiamo smesso di lavorare, non sapevamo cosa dire, ci guardavamo increduli e nel frattempo ci raggiungeva la notizia di un aereo caduto sul Pentagono, un altro diretto sulla Casa Bianca, un altro caduto non si sapeva bene come e dove, abbiamo avuto la netta sensazione di essere di fronte al Terzo conflitto mondiale. Nel frattempo le immagini delle Twin Towers cominciavano a diventare il nuovo sangue della democrazia. Il momento delle implosioni lo abbiamo vissuto in diretta e le lacrime miste alla rabbia hanno colorato il nostro pomeriggio. Oltre ad annullare il mio previsto viaggio, l’attentato ha posto in evidenza un fatto basilare per la nuova società: l’America non aveva mai fatto guerre sul proprio territorio, per la prima volta altri portavano “la guerra” sul suolo americano. E’ una differenza fondamentale se ci pensate, è quello che ha generato la sorpresa, è quello che in un istante ha sconfitto una potenza mondiale, quella che si sentiva talmente al sicuro da non pensare a conflitti vissuti in casa propria. Questa credo sia stata la cosa più sconvolgente per il popolo americano. Per quanto mi riguarda, rinnego con forza qualsiasi tipo di violenza, tuttavia, le immagini che in quei giorni mi hanno portato più dolore, oltre ai morti in diretta delle Twin Towers, è stato vedere ciò che faceva The USA President mentre i suoi figli (e anche i nostri) cadevano come martiri della democrazia affidata a mani sbagliate.

LS: In varie poesie fai riferimenti al melting pot, a quest’attitudine tutta americana (forse anche londinese) che si basa sulla pacifica convivenza e solidarietà tra persone di etnie, razze e religioni diversi. La componente razziale nera in America e nella stessa New York è molto importante. Hai potuto constatare direttamente quando sei stato a New York questa “amalgama riuscita” oppure nella realtà dei fatti non è poi così tale?  Può dunque New York essere preso come modello compiuto di società plurietnica?

MAM: Sono un amante dei viaggi da sempre e durante questi anni ho visitato diverse “capitali del mondo” ma in nessuna di queste ho avuto la stessa netta sensazione che ho sentito a NY, un luogo in cui le razze sono realmente parte dell’essenza stessa della città. Anche a Londra e a Parigi le etnie si mescolano in quantità, sia pure per motivi diversi (coloniali in particolare), ma in queste ultime rimane saldo il sapore indigeno delle popolazioni. Vorrei però sottolineare un dato che in parte viene ancora poco evidenziato. E’ la presenza della colonia cinese presente ormai in tutto il mondo, New York compresa, che possiede una capacità di estensione da tenere in grande considerazione, poichè esporta la propria presenza senza troppi clamori, confinandosi abilmente tra le pieghe della società.

LS: Complimenti per la tua silloge. E’ un’opera davvero prelibata. Hai altri progetti di scrittura in cantiere? Stai lavorando a un nuovo libro? Se sì, puoi anticiparci qualcosa a riguardo?

MAM: Ti ringrazio Lorenzo, è stato un piacere essere tuo ospite in questa intervista, ho particolarmente apprezzato la tua recensione e i commenti che hanno dato il giusto rilievo a questo progetto articolato e particolare. La scrittura è la mia grande passione per cui ti posso garantire che non sono mai fermo. Al momento ho in mente altre cose, una in particolare che potrebbe svilupparsi con lo stesso profilo di NYB ma dedicato alla natura e con fotografie non mie. Ma altro ho in cantiere non solo in poesia, magari scritto a quattro mani e, dal momento che non disdegno la narrativa, un progetto di romanzo breve (che possiede già una sua bene definita struttura), ma questo solo quando troverò tutto il tempo necessario, evitando operazioni di editing non richieste…

Ringrazio Maurizio Alberto Molinari per avermi concesso questa intervista.

LORENZO SPURIO

14 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Il bisogno dei segreti, Intervista a Marco Candida

INTERVISTA A MARCO CANDIDA

Autore di Il bisogno dei segreti

Las Vegas Edizioni, Torino, 2009

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: La prima domanda di un’intervista serve sempre un po’ per rompere il ghiaccio. Non è banale né scontata perché nessuna domanda è stupida. In che maniera il titolo del libro abbraccia l’intero significato che hai voluto trasmettere con questo romanzo?

MC: Il bisogno dei segreti significa le necessita’ di tenere nascoste alcune cose. Ciò che tendiamo a tenere nascosto di noi stessi è di solito anche quell’elemento che ci caratterizza, che ci rende davvero quel che siamo. C’è del mistero in ognuno di noi, le cose non sono mai tutte lí, chiare e limpide: ed è questo mistero che rende la nostra persona unica, irripetibile. Che a volte ci permette di essere affascinanti. Che ci permette altre volte di essere seduttivi. Che in alcune circostanze ci permette di avere addirittura del carisma. Questo mistero. Ora con i mezzi tecnologici a disposizione oggi è possibile che questo mistero ci venga sottratto e con esso quello che siamo. Immaginiamo un mondo dove sia possibile installare telecamere grosse come la punta di uno spillo nelle nostre abitazioni a nostra insaputa. Immaginiamo di essere spiati per qualche ragione. E’ evidente che non avremmo più segreti. Quella sigaretta che fumiamo di nascosto dalla moglie perché sappiamo che se ci vede si arrabbia – e alla quale sigaretta noi diamo un’importanza, vuoi per scaramanzia, vuoi per stupidità, capitale. Quel cumulo di manoscritti che teniamo nascosto in cima all’armadio o sotto alla poltrona sfondata e che rappresentano i nostri sogni. Qualsiasi cosa. Non è importante la grandezza del segreto. Ma facciamo anche il caso di un uomo iscritto a un partito politico e attivamente impegnato a sostenere un uomo politico e che venga scoperto a sua insaputa a casa sua davanti alla televisione in vestaglia a insultare quello stesso uomo politico che sostiene in pubblico. Dove sta in questo caso la verità? Davvero vogliamo cavarcela dicendo che quell’uomo è un ipocrita pronto a pugnalare alle spalle quello stesso uomo politico che sostiene alla prima occasione disponibile? Io non credo proprio. Io credo invece che la questione sia molto più complessa di cosí. Pensiamo ad esempio al tipico cliché degli innamorati. Quando sono divisi parlano male uno dell’altro, si lamentano per questo o quel difetto, quasi si detestano, ma poi non appena si incontrano e si rivedono ecco l’acredine scomparire di colpo ed è solo amore amore amore. Io credo che di queste cose, che di queste dinamiche si debba tenere conto nella società che ci aspetta e nella quale in parte già stiamo vivendo.   

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? La poesia ti piace? Se si, quali poeti?

MC: Gli scrittori che preferisco sono Jack London, Ernest Hemingway e Stephen King. Credo di aver deciso a dodici anni di iniziare a scrivere quando ho letto Zanna Bianca e Il richiamo della foresta di London. Poi a tredici con Pet Sematary di King. A sedici i racconti di Nick Adams di Hemingway. Nel tempo mi sono dedicato anche alle lettura di testi filosofici (apprezzo molto, tra gli italiani, la prosa del professor Carlo Sini e trovo Emanuele Severino incredibile), ma devo dire che nel mio cuore questi tre autori sono quelli che hanno un posto vero. In questo senso Rimbaud è il mio poeta preferito – sono sempre rimasto colpito dal suo motto “En marche” e dal fatto che sia morto per un cancer pilori, un cancro al ginocchio, forse per il troppo camminare. Mi piace Rimbaud e poi Leopardi dal quale tutto parte e termina. Omero. Dante. Mi piace anche molto Elizabeth Bishop.

LS: Molti scrittori nella loro stesura di un romanzo partono da una scena che non necessariamente corrisponde alla scena dell’incipit. Il processo di scrittura è dinamico e spesso non lineare. La mia impressione è che il tuo romanzo non sia nato in maniera progressiva a partire da quanto narri nel primo capitolo ma, piuttosto, che ha visto una stesura a scossoni, retrospezioni e digressioni. Ovviamente è una mia idea e posso sbagliarmi. Qual è stata la genesi del romanzo? Da quale punto sei partito?

MC: Ho scritto il romanzo in otto giorni. Sono partito dal primo capitolo e sono sceso in fondo. Forse l’impressione che hai avuto è dovuta al fatto che in alcuni punti ho utilizzato testi preesistenti e li ho fusi nella narrazione. Ad esempio c’è un testo scritto al tempo futuro che ho scritto a ventiquattro, venticinque anni e che mi sembrava facesse al caso mio e l’ho messo dentro naturalmente riadattandolo un poco al ritmo generale della storia. C’è un incubo che ha la signora Katrina la madre di Connie che è un racconto scritto a diciannove, vent’anni. Su duecento pagine saranno totalmente fresche – ossia scritte in quegli otto giorni e riviste nei due mesi successivi – centosettanta, centossessanta pagine. Non mi pare comunque che ci siano particolari digressioni, a me sembra di aver scritto una storia molto leggibile, compatta, non commercialissima e la cosa che mi disturba è che non riesco a credere che mi piaccia cosí tanto. Arrivo in fondo e mi dico: “Ma sto leggendo come un pazzo. Vado velocissimo…”. Mi prende tantissimo. Ma forse parlo cosí solo perché io sono il papà.

LS: La protagonista Connie è un personaggio tipicamente contemporaneo, scissa, inquieta, difficilmente comprensibile, che impersoni fica atteggiamenti molto diversi in tempi molto ristretti. Alcuni la considerano una pazza, altri cercano di aiutarla ma in linea generale nessuno riesce, almeno per buona parte della narrazione, a comprendere quali sono i suoi problemi o, per usare un riferimento diretto al tuo testo, quali sono i suoi “segreti”. Perché hai voluto creare un personaggio talmente complesso con il quale il lettore, a mio parere, trova difficile immedesimarsi?

MC: In realtà proprio all’inizo del romanzo si fa riferimento ad un appuntamento dal dottore da dove Connie è appena uscita. Questo è il suo segreto. Connie ha una malattia incurabile e a causa di questo trauma diventa la persona cattiva che diventa. Questo dettaglio della malattia viene anche ripreso nella scena dove sua madre si reca nel suo appartamento di nascosto per trovare tracce che possano indicarle le vere ragioni che hanno portato Connie al suo radicale cambiamento di costumi. Prima Connie è buona, ma adesso a causa della malattia, di questo sgambetto terribile che la vita le gioca, diventa perfida. Mi è sembrata una buona metafora della cattiveria umana e del nichilismo: tutto di colpo ci rendiamo conto che nulla ha senso, comportarsi bene non aiuta e allora per effetto di questa presa di coscienza diventiamo cattivi. Come se avessimo ricevuto un qualche torto. In effetti osservo che una persona cattiva è molto spesso una persona parecchio suscettibile – che si offende per un nonnulla, che stabilisce di aver ricevuto un torto e di doversi perciò vendicare quasi per niente. Dunque anche la persona cattiva ha bisogno di un trauma che la spinga ad agire, ad essere quello che è.

LS: Leggendo il romanzo l’impressione che ci facciamo è che le sue fondamenta, oltre a poggiare sulla tua grande abilità di scrittura, si reggono su di un’ampia serie di riferimenti all’irlandese James Joyce e, più in generale, alla tendenza letteraria alla quale appartenne, il modernismo. Il nome dell’autore e la sua opera magistrale vengono fatti più volte nel testo ma, al di là del semplice nominare l’autore, la storia si caratterizza per scandagliare l’io disturbato della protagonista, facendo trapelare i suoi pensieri direttamente sulla carta, utilizzando una tecnica tutta modernista che punta a far parlare direttamente la coscienza di Connie. Perché hai voluto utilizzare Joyce in questa maniera? La tua scrittura “joyciana” ha anche una finalità di celebrazione del grande poeta dublinese?

MC: Adoro James Joyce. L’Ulisse è un libro talmente coraggioso… E il Finnegans Wake che leggo qui negli Stati Uniti in versione originale è un libro pazzesco… Qui Joyce viene nominato per divere ragioni. Intanto va detto che questo è un romanzo e come tale ha alcune caratteristiche proprie del “romanzesco”. Il primo capitolo del romanzo per me è molto importante perché è anche una sorta di occulta captatio benevoletiae nei confronti del lettore colto che dovrebbe spingerlo a vedere il romanzo come un metaromanzo. A me ha sempre colpito molto una cosa che ho sentito dire del Nome della Rosa di Umberto Eco e cioè che Eco è come se avesse aperto le virgolette a inizio romanzo e le avesse chiuse alla fine – come se quel romanzo fosse una citazione lunga cento, duecento, trecento pagine. Ecco forse si potrebbe intendere cosí anche questo romanzo – e questa volta per davvero, non come semplice boutade. Infatti come una cosa complessa e importante come una lingua straniera – e la lingua, diceva Heidegger, è la casa del’essere, dunque non noccioline – si può imparare da un manualetto d’inglese di 7600 parole, allo stesso modo un romanzetto di duecento pagine può insegnarci molto più di quel che si crede sulla nostra vita, sui nostri sentimenti, passioni, sulle dinamiche di relazione, che è poi ciò che la letteratura, in fin dei conti, fa davvero. Tuttavia il romanzo può essere letto semplicemente come romanzetto con tutti i suoi dispositivi da romanzetto. Connie legge l’Ulisse di Joyce mentre sta vivendo la sua Odissea Personale. Inoltre l’Ulisse rappresenta l’antiromanzo, la letteratura vera, contro la situazione romanzesca che Connie sta vivendo. Poi nell’Ulisse ci sono una serie di conflitti ma non si configurano in modo tradizionale, un conflitto/una storia, mentre nella storia di Connie c’è conflitto/storia/romanzesco. Ma più di tutto nelle mie intenzioni c’era di suggerire al lettore (magari colto) che il romanzesco, la fiction, ciò che tendiamo a catalogare come finzione, invece fotografano spesso drammi reali altro che (e che la nostra vita insomma assomiglia di solito più a prosa che a poesia) e che dunque questa netta contrapposizione tra romanzesco/finzione, letteratura/verità, forse va fatta, ma con grande sensibilità, cura, stando bene attenti. A volte ciò che si presenta nelle vesti di un romanzetto può essere migliore di quel che ha sembianza d’opera maestosa.

LS: Spesso chiedo ai vari autori che intervisto se c’è qualcosa di autobiografico nel loro romanzo o nelle loro poesie. Generalmente mi rispondono di sì ma che preferiscono non scendere nei particolari. Ovviamente non è mio interesse ledere la privacy di nessuno. In effetti la critica letteraria ha sempre sostenuto che anche se un autore rifiuta di riconoscere che i suoi personaggi o le storie che racconta hanno un qualcosa di autobiografico, in realtà lo scrittore lascia sempre traccia di sé nelle sue creazioni, anche senza volerlo. C’è sempre qualcosa dello scrittore, della sua vita, delle sue esperienze, delle sue paure, che prende forma, a volte in maniera implicita, nelle sue opere. Come la pensi su questo argomento? Pensi che ci sia qualcosa di tuo nei personaggi o nelle storie che racconti? Ad esempio, la scena della festa di compleanno di Connie, in discoteca, ti è stata ispirata da qualche episodio vissuto realmente?

MC: In questo romanzo non ci sono particolari riferimenti a me stesso – i miei primi due romanzi sono quasi romanzi di nonfiction, ma questo è praticamente tutto inventato. La scena della discoteca è un esempio di “romanzesco” che dicevo sopra ossia una scena movimentata e rocambolesca, non non-credibile, ma comunque inusuale, romanzesca appunto. Ce ne sono cinque o sei di quelle scene nel romanzo.

LS: Solo a pagina 100 (il libro ne ha circa 200) siamo in grado di comprendere il titolo che hai dato a questo romanzo, Il bisogno dei segreti. C’è un interessante considerazione della protagonista Connie sull’importanza della privacy come diritto della persona. La nostra società contemporanea è da anni portavoce dell’esigenza di difesa di questa sfera del privato e l’utilizzo di molti strumenti elettronici (telecamere nascoste, intercettazioni telefoniche) sembrano costituire un vero e proprio ostacolo alla difesa della libertà umana. Quanto per te è importante questa concetto? Nella nostra società quanto si pone attenzione sulla privacy? Perché?

MC: Ho amici che detestano gli sbirri ad ogni angolo della strada, ma a me non fanno nessun problema, nemmeno quando mi fermano e mi chiedono i documenti oppure, come è successo negli Stati Uniti, mi perquisiscono all’aeroporto o quasi mi ammanettano come è successo, in un avvenimento lí sí davvero rocambolesco, a capodanno a cinquanta metri da casa. Questo perché ho la coscienza a posto. Non vado in giro con un grammo di marjuana nel taschino e almeno che io sappia non mi devo incontrare con individui che commerciano sostanze illegali o che delinquono in altro modo. Tuttavia la privacy è qualcosa di diverso. E’ la possibilità di sfogarsi. Per me c’entra molto col modo in cui pensiamo il concetto di verità. Che cos’è la verità? Pensiamo anche al pettegolezzo. Invitiamo un amico poi quello se ne va e gli sparliamo dietro. E’ inevitabile. Serve per sfogarsi. Quel momento arriva, arriva sempre. Prima o poi sparliamo dietro. Io non credo che la verità siano le cose brutte. Anche fossero i dettagli più oggettivi possibili. Non so. “Che naso storto”. D’accordo, forse in quel momento mi andava di dirlo, ma in un altro momento quel naso mi sembra bello, non un difetto ma addirittura un pregio. Dunque dove sta la verità? Qual è la verità del sentimento? Questa è una domanda terribile e cercare di rispondere a una domanda come questa (“Pensa davvero quello che dice?”) be’, voler stabilire questo è come dichiarare una guerra.

LS: Ad un certo punto nel tuo romanzo evochi una barzelletta di tre anime parlanti che si informano ciascuna sulla morte delle altre. Parlando del tema della morte il narratore osserva: «Il collega d’ufficio di Connie concludeva dicendo che se muori noiosamente probabilmente hai anche vissuto noiosamente» (106). E’ una frase interessante, che mi ha colpito all’istante. Saresti in grado di spiegarla in maniera più estesa?

MC: A Connie rimane poco tempo da vivere. Dunque vuole fare esperienze. Vuole viaggiare. Vuole chiudere qualche conto. Vuole mettere in atto il suo “piano” – che è paradossalmente un piano di assoluta bontà. Allora al “morire noiosamente” corrisponde il “vivere noiosamente” e per “noiosamente” qui si intende in modo “ordinario”, “minimalista”, potremmo dire “non-romanzesco”, “non-rocambolesco”. Nel mio primo romanzo si parlava della felicità intesa come eudaimonia ossia di un demone che ci accompagna e che ci rende per l’appunto ben disposti, felici, ma anche che ci mangia a poco a poco. Mi viene da dire che la vita è la malattia di cui moriremo – chi fuma troppe sigarette ci morirà di quelle sigarette, chi legge troppi libri diventerà probabilmente cieco. La vita è la malattia di cui moriremo – le cose che ci rendono felici, che ci fanno sentire vivi, ci ammazzano anche. (Un pensiero non allegrissimo, forse, ma sul quale vale la pena riflettere…)

LS: Per tutta la durata del romanzo utilizzi una serie di date molto precise: giorni, mesi, anni quasi con un attenzione maniacale. Esse si riferiscono sia a episodi accaduti al passato e che vengono rievocati che ad episodi futuri, che accadranno. Perché questa precisione temporale? Questo desiderio di mettere paletti così statici che, in un certo senso, immobilizzano il lettore all’interno della varie vicende narrate?

MC: Perché la storia è quella. Deve esserlo. C’è un inizio e c’è una fine. Si svolge a Tortona, Genova, Milano. I protagonisti sono Connie. Manuel. Matteo. La signora Katrina. Altri. La storia è quella e io ho raccontato una storia e spero di averlo fatto bene. Il lettore deve essere ingabbiato nella storia. Non posso metterlo in un campo di papaveri o in mezzo al deserto e poi dirgli “Cavatela da solo. Immagina. Costruisci”. Il lettore deve evadere. Scappare. L’evasione ci deve essere sempre. Noi diciamo che leggiamo per evadere dalla realtà, ma se ci pensiamo bene, evadiamo anche dalle cose che leggiamo mentre le leggiamo. La ricerca dell’altrove non ha mai una fine. Leggiamo una poesia e saltiamo da un livello all’altro dei significati. Leggiamo un romanzo e mentre godiamo di quello che accade pensiamo anche al suo significato allegorico oppure a un qualche significato che ci viene in mente e che ci sembra che venga in mente a noi, che sia un’intuizione nostra. Evadiamo. Scappiamo. Quanto più la cella si stringe attorno al lettore tanto più il lettore cercherà un altrove, un’ulteriorità. Tutte queste cose che ci siamo detti qui sono un’evasione da quelle quattro mura che sono state erette dalla storia: perché non può essere tutto lí, sarebbe assurdo fosse tutto lí, in una storia di cellulari e connessioni internet, deve esserci di più, che è poi proprio quello che dice Connie alla fine del romanzo: “Tu ci credi. Ti batti. Nella tua testa una parola non è più solo una parola. Una parola diventa una cosa. E poi apri un romanzo e te la trovi lí è tutta compresa lí”. No. Deve esserci di più. C’è sempre di più, anche se alla fine finiano in una lapide dove si segnano le date di nascita e di morte – e perché solo quelle date e non quelle dei giorni migliori, più significativi? Io comincio a credere che ci sia modo di evadere anche da lí, dalla gabbia finale.

LS: Hai altri progetti in cantiere? Stai scrivendo qualcosa di nuovo? Se si, puoi anticiparci qualcosa?

MC: Ho finito un romanzo che mi sembra molto bello e sto cercando un editore e poi uscirà la mia prima raccolta di racconti e un altro romanzo. Sul mio blog si possono trovare tutti gli aggiornamenti.

Ringrazio Marco Candida per avermi concesso questa breve intervista.

Lorenzo Spurio

10 Luglio 2011

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

La guerra degli Scipioni, Intervista a Luca Rachetta

INTERVISTA A LUCA RACHETTA

Autore di La Guerra degli Scipioni

L’Autore Libri, Firenze, 2009

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Qual è stata la genesi di questo romanzo? Qual è stata l’idea iniziale da cui è partito tutto?

LR: La guerra degli Scipioni è il risultato dell’unione di tre racconti lunghi che avevo concepito per un’ipotetica raccolta ispirata alle quattro stagioni. Oltre al racconto sull’inverno, La missione di San Silvestro (pubblicato nel 2010 come e-book), disponevo di tre tracce su cui costruire la storia autunnale (il professore che riprende la scuola e vive l’autunno della propria vita), quella primaverile (il buffo personaggio che attende la rinascita della società) e quella  estiva (l’esplosione dei sensi che ritroviamo, all’interno del romanzo, nel sogno di Paolo Scipioni). L’idea è stata quella di convogliare le tematiche dei tre racconti in un solo testo, per poi amalgamare il tutto in modo coerente. E per amalgamare in modo coerente spunti apparentemente così diversi ho fatto del personaggio più complesso, il professore, il filo conduttore del testo, modellando gli altri due personaggi in modo da farli somigliare a due versioni amplificate ed esagerate  del protagonista, Giovanni Scipioni: se questi dunque ha problemi familiari e nel rapporto con gli altri, Paolo e Antonio riprendono rispettivamente questi due ordini di problemi, che Giovanni riesce a tenere a bada, seppur a fatica, ma che in loro esplodono fin quasi a travolgerli.

LS: Pur non conoscendoti so che sei un professore della scuola secondaria. Il protagonista della storia è proprio un professore e possiamo immaginare che alcune caratteristiche di Giovanni Scipioni in realtà ti appartengono. Quanto c’è di autobiografico nel tuo romanzo?

LR: Molto, anche se Giovanni Scipioni, rispetto al precedente Silvano Rupestro (protagonista de La torre di Silvano), è un personaggio meno scopertamente autobiografico, a dispetto della comune professione: l’età difatti non corrisponde, così come lo stato civile e la composizione della famiglia. Eppure chi mi conosce bene ha ritrovato tanto del sottoscritto nel professor Scipioni, forse anche di più che nei personaggi che hanno caratterizzato la mia produzione precedente. Penso che il caro Giovanni  cerchi, come il suo autore, quel qualcosa in più che non è sempre dato scorgere all’orizzonte, ma che pochi idealisti si affannano comunque a cercare: un pizzico di senso che dia più sapore alla vita. E poi Giovanni Scipioni ha coscienza di quanto sia difficile agire in campo scolastico oggi come oggi, non solo perché talvolta è la stessa istituzione scolastica a non mettere gli insegnanti nelle migliori condizioni per operare (classi troppo numerose, risorse finanziarie inadeguate, poca convinzione nel tutelare la dignità e la professionalità dei docenti e altro ancora), ma anche perché, se la società è sempre più complessa, labirintica e priva di valori, una volta che essa fa irruzione nelle aule sotto forma di alunni o di genitori, tutti col loro gravoso fardello di problemi, chi si trova dietro la cattedra viene chiamato a compiere un’impresa di contenimento e di educazione di proporzioni assolutamente titaniche, dunque di assai incerta realizzazione. Anche questi convincimenti “sospetto” di averli regalati io, al buon Giovanni.

 LS: Nella copertina del tuo libro figura il ritratto del pittore francese Manet. Perché lo hai scelto? Ha qualche nesso con la storia che racconti?

LR: In realtà non ho scelto io la copertina, bensì il settore grafico della casa editrice. Non mi è stato chiesto nessun suggerimento in merito alla scelta dell’immagine, perciò non posso rispondere alla tua domanda. Posso comunque dirti che il soggetto mi piace, come mi sono piaciute le copertine dei libri precedenti, La teoria dell’elastico e La torre di Silvano, perché amo la pittura contemporanea e l’abbinamento della stessa coi miei testi mi lusinga e mi offre molti spunti di riflessione. Gli stessi che mi auguro possano nascere in colui che osservi la copertina del libro prima o dopo la lettura. Per il prossimo romanzo, invece, la nuova casa editrice mi ha chiesto un parere riguardo alla scelta dell’immagine da promuovere a copertina del volume. Ma per adesso non mi azzardo ad anticipare alcunché, perché i lavori sono ancora in corso.

 LS: Dal romanzo fuoriescono dei personaggi particolarmente singolari ma ben tratteggiati che non sono per nulla stereotipati, in maniera particolare il misantropo Antonio e il sentimentale Paolo. Perché hai deciso di caratterizzare ciascun personaggio in maniera così marcata con le loro convinzioni ed ossessioni?

LR: Credo che sia una peculiarità del mio stile di scrittura caratterizzare i personaggi mettendone in risalto tic, manie, ossessioni, vale a dire gli aspetti della loro indole che li dominano e che debordano al di fuori di essi fino a investire gli altri e a condizionarne i rapporti sociali instaurati nella vita di tutti i giorni.  E siccome lo stile è diretta emanazione della sensibilità di chi scrive, sarei portato a ricondurre questa mia propensione a un certo mio modo di vedere e di vivere la vita, che mi fa sentire molto vicino a quegli autori di inclinazione umoristica (Brancati, Pirandello, Palazzeschi, Gogol) assai attenti a scomporre la realtà e a descriverla cogliendo particolari che sfuggono ai più, nei quali però risiede spesso l’essenza di un’umana vicenda.

LS: In più punti del romanzo, soprattutto per bocca del personaggio di Antonio, fuoriescono delle idee completamente condivisibili riguardo la politica attuale e la nostra società. La figura del pazzo, come dimostra Shakespeare o anche il menestrello tuttofare del Medioevo, si identifica sempre con colui che parla senza freni ma che nella sua follia rivela sempre una qualche verità. Quanto il problema della meritocrazia, espresso da Antonio Scipioni, è secondo te importante nella nostra società?

LR: Certo, Antonio Scipioni è eccessivo nel giudicare impietosamente il prossimo e finisce così con lo scivolare in una forma di misantropia che lo rinchiude in un mondo tutto suo, organizzato secondo un criterio manicheo che fa di lui il bene assoluto e degli altri il male incarnato. Tuttavia mi piace pensare che Antonio Scipioni, nella sua ossessione maniacale, dimostri comunque sprazzi di lucidità nel sentire che nel mondo c’è qualcosa che non va, qualcuno che approfitta della propria posizione e rimane per di più impunito. Sì, direi proprio che prima di bollare Antonio come folle “tout court”, bisognerebbe pensarci un attimo, come quando ci si trova davanti a certi “folli” pirandelliani o a quella galleria di inetti e di buffi che la letteratura umoristica, a me molto cara, ospita nelle proprie pagine. La meritocrazia? In Italia, e forse non solo da noi, non si fa che parlare di caste di privilegiati, di clientele elettorali, di raccomandazioni, di baronie universitarie, di concorsi truccati, di perfetti incompetenti “parcheggiati” in posti di pubblica responsabilità. Se Antonio è pazzo, ciò conferma appieno il sospetto che il pazzo, in fin dei conti, è colui che dice la verità.

LS: Nella tua scheda biografica ho potuto leggere che ti sei molto occupato dell’analisi critico-letteraria di un famoso autore siciliano che in passato è stato forse un po’ eclissato da grandi altri siciliani quali Tomasi di Lampedusa, Elio Vittorini e Sciascia. C’è qualche riferimento a Brancati nel tuo romanzo?

LR: In realtà nessun riferimento diretto e voluto, se non quel debito implicito e inconsapevole che deriva dal fatto che qualunque scrittore, prima di divenire tale, è stato un lettore attento e vorace che si è cibato delle opere di scrittori preesistenti, le quali, ingerite e assimilate, hanno poi finito con l’alimentarne l’immaginario e lo stile. Non saprei dunque dirti quanto di Brancati possa essere scorto nella mia scrittura, ma posso senz’altro dirti che un omaggio non troppo criptico al grande autore di Pachino l’ho comunque fatto. Don Giovanni in Sicilia, Bell’Antonio e Paolo il Caldo: ecco da dove provengono i nomi dei tre protagonisti de La guerra degli Scipioni.

LS: A quali autori italiani ti ispiri o ti senti più vicino nella tua scrittura?

LR: La lettura di Pirandello, Brancati, Palazzeschi, Landolfi ha probabilmente alimentato il mio spirito critico, per sua natura orientato in una precisa direzione, quella di chi ama denunciare ipocrisie, storture sociali e l’incapacità, prima ancora che di dialogare, di ascoltare l’altro. Questo perché, quando si scrive, anche se si finisce col presentare la propria personalità e col raccontare la propria esperienza, non ci si limita a questo, a mio modo di vedere. Nelle proprie pagine finiscono anche la personalità, l’esperienza e l’abilità stilistica di qualcun altro, in genere mai conosciuto di persona, ma assai frequentato con la lettura. Una sorta di sensibilità gemella o in ogni caso assai prossima alla tua, ritrovata in una persona magari assai lontana da te dal punto di vista geografico o cronologico.  

LS: Ci sono una serie di scene in cui Antonio Scipioni in virtù del suo ligio dovere nei confronti del lavoro cerca di far valere presentandosi prima dal sindaco, poi scrivendo al presidente della Repubblica, recandosi poi da un vescovo e pensando anche di rivolgersi a un prefetto. Da cosa nasce questo desiderio del protagonista di appellarsi a forme di potere sempre più alte e quasi irraggiungibili a un comune mortale?

LR: Nella sua lucida follia Antonio coglie il senso e la ragion d’essere delle istituzioni: organizzare la vita dei cittadini in modo efficace e nel pieno rispetto dei diritti di tutti, tutelando il merito e scoraggiando i comportamenti scorretti. Le autorità che tenta di avvicinare senza successo non dovrebbero dunque essere così distanti e irraggiungibili, proprio a ben considerare la funzione che esse devono esercitare. Pur partendo da presupposti errati e pur sbagliando le modalità di approccio, come ho già avuto modo di dire rispondendo a una domanda precedente,  Antonio coglie una fondamentale verità, consistente nel fatto che talvolta mancano davvero i punti di riferimento cui inoltrare una richiesta di giustizia, ovvero una richiesta di chiarimento riguardo ai valori su cui, almeno in teoria, dovrebbe reggersi la nostra società.

LS: Il personaggio di Giovanni Scipioni finisce per assorbire tutti i problemi dei suoi fratelli senza che nessuno lo aiuti ad affrontare i suoi. Giovanni non è forse sotto questo punto di vista un personaggio troppo buono, disponibile, solidale verso gli altri e poco attento a se stesso?

LR: Forse è vero, perché Giovanni ricopre a tutti gli effetti il ruolo di capofamiglia, che porta assai spesso a trascurare la propria persona a favore della salute fisica e psichica dei propri congiunti. D’altro canto in una storia che ha come protagonisti tre personaggi alla ricerca dell’autenticità, quindi, se vogliamo, di una forma di equilibrio, seppur precario, da contrapporre al divenire e alla mancanza di punti di riferimento,  è proprio la famiglia che può rappresentare la base su cui fondare un’esistenza più stabile e piena. Giovanni Scipioni ne ha una che sta attraversando una fase di incomprensioni e di divisioni, ma che è intenzionato a difendere a tutti i costi: per questo Paolo, in grave difficoltà nel tentativo di fondarne una propria con la moglie Eleonora, e Antonio, privo di un suo personale focolare, gravitano attorno a Giovanni, quasi che volessero essere risucchiati nella sfera familiare retta da questo imperfetto e vacillante pater familias contemporaneo, per essere da lui accuditi e confortati. Forse perché Giovanni è l’unico che possiede la ricetta per costruire qualcosa e tenerla in piedi in mezzo ai marosi della vita.

LS: Stai lavorando a qualche nuova narrazione? Hai dei progetti in cantiere?

LR: A settembre uscirà, per i tipi della Edizioni Creativa,  La setta dei giovani vecchi, il mio nuovo romanzo. Di cosa parla La setta dei giovani vecchi? Beh, nella cittadina di Castel Chimerico vive il quarantaduenne Giovanni Eufemi, precario nella professione, in politica e in amore. Insegnante con contratto a tempo determinato, membro del partito di maggioranza relativa in seno al consiglio comunale senza però un effettivo peso politico all’interno dello stesso, eterno fidanzato della quarantenne Eleonora: su Giovanni Eufemi pare che gravi una maledizione che lo condanna all’incompiutezza, che il nostro protagonista attribuisce allo Stato, ai compagni di partito e, in definitiva, alla vita in genere, le cui trame sembrano essere state ordite da pupari attempati impegnati a boicottare i più giovani. Una sorta di gerontocrazia imperante tiene infatti lontano dai posti di maggiore responsabilità e soddisfazione coloro che insidiano l’ordine costituito, ai quali si appioppa l’appellativo di “giovani” anche oltre i quarant’anni per convincerli ad attendere, ad avere pazienza, nell’attesa di completare un iter di formazione che a Giovanni sembra tuttavia infinito e, in fin dei conti, insensato. I suoi più cari amici, tutti coetanei, non è che se la passino meglio, essendo alle prese con una condizione di instabilità esistenziale complicata da un forte scoraggiamento, venato in aggiunta di vittimismo e di malcelata rassegnazione. Il protagonista e i suoi amici, gravati dal peso insostenibile di un inesorabile fallimento, giungeranno infine a un punto di non ritorno… Alla “setta dei giovani vecchi”, ossimorica e mostruosa creazione della nostra società, non rimarrà così che riunirsi per l’ultima volta, per l’ultima, terribile “cospirazione” di protesta contro la società stessa. O forse contro la natura umana…

Ringrazio Luca Rachetta per avermi concesso questa breve intervista.

LORENZO SPURIO

 10 Luglio 2011

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Pensieri senza pretese, Intervista a Christian Lezzi

INTERVISTA A CHRISTIAN LEZZI

Autore di Pensieri senza pretese

Arduino Sacco Editore, Roma, 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Quali sono i tuoi autori italiani e stranieri preferiti? C’è qualche testo in particolare che ami? Se si perché?

CL: Sinceramente non ho un autore di riferimento. Diciamo che vado a periodi, mi muovo per stile, per sensazioni trasmesse. Vario molto, a seconda dell’umore, come se fosse una ricerca interiore, un percorso che arricchisce, passo dopo passo, libro dopo libro. Passo con facilità dai classici russi al verismo siciliano, dal decadentismo francese ai voli arditi di D’Annunzio, dall’immaginifico tetro di Howard Phillips Lovecraft allo spirito guerriero di Yukio Mishima, dalla leggerezza profonda di Banana Yoshimoto, alla straordinaria poesia di Dylan Thomas, dal teatro dell’assurdo di Sartre e Camus, al crudo realismo dipinto da alcuni seppur dolcissimi versi della compianta e meravigliosa poetessa milanese Alda Merini. Passando ovviamente per mille altre cose, mille dettagli e sfumature, alla ricerca di emozioni, di colori e di odori, di immagini che prendono forma, dando vita alle parole. Non disdegno i contemporanei, adoro la potenza espressiva di Faletti, snobbato dai più e non capisco perché, e amo follemente la capacità descrittiva di Patrick Süskind (Il Profumo, per citare un suo romanzo) o di Sebastian Fitzek (La Terapia) o ancora Thomas Harris (Hannibal). Un testo in particolare? Ti direi, così su due piedi, Canti Pisani di Ezra Pound. E’ una questione di pelle, di emozioni che nemmeno uno scrittore può spiegare nel leggere un simile capolavoro.

LS: Perché la scelta della poesia di temi tanto diversi tra loro che, forse, avrebbero potuto essere meglio amalgamati in una narrazione?

CL: Perché la vita stessa, nel bene e nel male, non è monotematica. Lo scibile umano è fatto di mille schegge di vissuto, mille e più esperienze contrastanti e contraddittorie. E tutte accadono senza un preciso ordine temporale, senza preavviso. Ordinare per categoria le mie poesie sarebbe stato come cercare di mettere in ordine le varie fasi della vita, ma la vita non ha un iter logico, sappiamo per certo dove sono collocate la nascita e la morte, ossia l’alfa e l’omega della nostra esistenza, ma per il resto, le cose accadono senza seguire uno schema. Io narro le emozioni, positive o negative che siano, in ordine casuale, in base al momento, all’ispirazione, ai fatti contingenti. Proprio come se fosse vita vera o vissuta. Nella vita di tutti i giorni ti capita di essere innamorato, ma anche disperato per la perdita di un amico, di un fratello, del lavoro. Le emozioni si sovrappongono e si susseguono con una casualità non calcolabile. Questa è la mia poesia e, di conseguenza, la logica della raccolta.

LS: C’è una poesia in particolare della raccolta che ti piace? Perché?

CL: Tutte le Poesie che scrivo sono miei riflessi d’anima, pensieri scritti con il sangue, provati sulla pelle, in molti casi. Naturalmente sono legato a tutti i miei scritti, ma forse darei la priorità ad alcune di esse, per via delle emozioni che suscitano in me stesso, ancora oggi, nel rileggerle. Anche a distanza di tempo. Ma non intendo fare una graduatoria o un elenco, anche perché, le poesie a cui sono più legato oggi, potrebbero essere sostituite da altre, già domani.

LS: Nella tua silloge uno dei temi più importanti è quello della memoria, connessa all’infanzia. Nella tua vita il ricordo è così importante? Perché?

CL: Non necessariamente memoria connessa all’infanzia. Memoria e ricordo, in generale. Di cose passate, di momenti vissuti, di sorrisi che non rivedrai e di parole che si sono perse nei meandri della memoria. O di qualcosa o qualcuno che è un ricordo continuo, fino al momento in cui lo rivivrai. Il ricordo, inteso come punto di partenza, come scuola di vita, come presa di coscienza della propria vita, è importante per tutti, non solo per me. Certo, guai a vivere nel passato, come novelli reduci, ma nemmeno si può prescindere da esso e da ciò che è stato. Vivere l’oggi per il domani, ma traendo insegnamento da ieri.

LS: Nelle poesie c’è un immagine che ricorre spesso. E’ quella del labirinto. In che maniera questo universo intricato si legata alle tue liriche?

CL: La mente umana ama i labirinti, ha una propensione tutta sua a perdercisi dentro. In senso poetico, posso dirti che il concetto di labirinto incarna un po’ la mia ricerca di una scrittura visuale, in cui le parole, i concetti, si inseguono, danzano insieme, dipingono emozioni e stati d’animo… in sintesi, si perdono e si ritrovano nel mondo della varia umanità. Allo stesso modo, io amo danzare con le parole, vedi la mia Poesia “In catene”, in cui pensi di leggere una cosa e invece…

LS: Quanto di autobiografico c’è nella raccolta?

CL: Questa è una domanda a cui, per mia scelta non darò mai una risposta chiara. Mettiamola così: scrivo di me anche quando non scrivo di me, ma non sempre scrivo di me. E’ contorto, lo so, ma è una questione di labirinti emotivi e mentali. Ciò che trovo importante è trasmettere contenuti emozionali, sensazioni, spaccati di vita e di esperienza. Che poi, questi riflessi d’anima e di esistenza, siano vissuti in prima persona o solo sfiorati per sentito dire, poco importa. Io canto di vita, di morte, d’amore… e di altri abissi da esplorare. Devono per forza essere miei, questi labirinti, per essere credibili?

LS: Nella silloge c’è una poesia che parla di guerra. Qual è stata la genesi di questa lirica? Avevi un conflitto bellico in particolare in mente quando scrivevi?

CL: No, non c’è un conflitto in particolare, anche se chi conosce la mia vita potrebbe pensare il contrario citando ad esempio il conflitto nei Balcani, nel Golfo Persico o in Palestina. Questa poesia è nata spontanea, come tutte le altre, al pari di un fiore di campo, irrigata dal disgusto provato nei confronti dell’umana stupidità che, per il tornaconto di qualcuno, trascina in una lotta fratricida intere nazioni. Un po’ di storia, un po’ di attualità. Purtroppo di fertilizzante, per concimare un fiore del genere, ne abbiamo da vendere.

LS: La poesia che parla dell’Istria, del Carso e delle foibe dimostra la tua conoscenza di pagine nere della storia d’Italia. Quanta ricerca e analisi storica c’è nelle tue poesie?

CL: Potrei scrivere un libro in tre giorni su quei tristi accadimenti. Ma pensa, ho pianto scrivendo una poesia. Figuriamoci se scrivo nel dettaglio di fatti reali che ancora mi prendono alla gola. Quella dell’Istria, di Fiume, della Dalmazia, per me non è solo storia, ma un qualcosa che mi tocca da vicino, che mi brucia dentro. Sono terre che mi scorrono nelle vene, che mi brillano negli occhi, ma volutamente non darò dettagli autobiografici. I fatti citati non vanno dimenticati. Sono stati criminalmente taciuti per anni da una democrazia nata storpia. Ora è giusto che la verità si diffonda, superando gli interessi ideologici della politica. Per quanto riguarda le altre poesie, non c’è, di norma, molta ricerca storica nello scriverle. Il mio è uno scrivere d’impulso, d’istinto, una sorta di Spontaneismo Armato (di penna).

LS: Nella silloge ci sono vari riferimenti al mondo dell’arte pittorica. Mi colpisce in maniera particolare i riferimenti a Boccioni e al futurismo. Questo movimento artistico-letterario che ha da poco compiuto i cento anni secondo te quanto è stato importante per la cultura italiana e quanto lo è per te e per la tua scrittura?

CL: Sono sempre stato appassionato d’arte, complice un genitore che è un Broker d’Arte visuale, oltre che di collezionismo, alta orologeria e gioielli. Sono cresciuto in mezzo ai dipinti e questo mi ha impresso un certo amore per l’arte contemporanea in particolare. Adoro le sperimentazioni, le cose originali che fanno dell’artista, un vero Artista. Rifare oggi ciò che faceva Canaletto, trecento e rotti anni fa,  o Fontana appena 50 anni fa, rende operai dell’arte, non Artisti. Il vero artista inventa, sperimenta, crea nuove tendenze, segna il sentiero mai battuto prima. Io voglio dovermi soffermare per 45 minuti a capire il significato di un’opera, aprendo la mente, perdendomi dietro a mille ragionamenti. Ad una mostra impressionista mi annoio, ci vogliono 30 secondi a capire cosa stai guardando. E vorrei fosse così anche per chi legge le mie poesie, rileggendole con attenzione, analizzando i concetti, elaborandole fino a capirne davvero il senso. Il futurismo è stato un momento di rottura, un terremoto che ha rinnovato la scrittura, la pittura, e mille altre arti. E non solo il mondo delle arti, ovviamente. Pur denigrato e svilito da molti, a causa della sua collocazione storica, è stato un movimento di vitale importanza per l’era moderna. Nel mio modo di scrivere forse ci rientra per caso, quasi inconsciamente, come fosse una solida base d’appoggio nel tentativo di essere personale, di fuggire gli stereotipi poetici. Forse, per gusti e per stilistica nello scrivere (vedi le mie metafore), mi sento più vicino alla metafisica (De Chirico, Kostabi, Rabarama). Io non scrivo in rima e rifuggo come la peste la moda imperante dello scrivere poesie che non hanno un contenuto, ma che badano solo alla musicalità di quanto scritto. Io parlo di cose concrete, le canzoni le lascio scrivere ai cantautori. E con questo rispondo alla critica mossami in una recensione del mio libro. Le mie poesie sono “trascurate” dal punto di vista metrico e musicale perché io scrivo la sostanza delle cose, non la loro forma. La metrica omologa gli scrittori, mentre l’estrema ricerca della musicalità va a discapito dei contenuti. Lungi da me offendere un mostro sacro della poesia, come il compianto maestro Mario Luzi, ma a me, di sapere “chi ha potato così male il pino” non importa poi tanto. Per farla breve e per chiudere la questione, quella trascuratezza è assolutamente voluta. E’ come se fosse un atto di forza, di ribellione contro le mode e gli stereotipi di cui sopra. A me interessa mettere in chiave poetica dei concetti concreti, di vita reale, vissuta o solo osservata, il resto è noia, per dirla con Califano. E poi, forse, è già troppo ciò che ho fatto ad oggi. Ho scritto la mia prima poesia in data 3 Agosto 2010, undici mesi fa. Nonostante le apparenze, sono solo alle prime armi.

LS: Hai altri lavori in cantiere? Idee?

CL: La mia attività poetica è quasi quotidiana. Conto di pubblicare un nuovo  e-book di poesie dopo l’estate, ma ho appena pubblicato Pensieri Senza Pretese, non ho molta fretta. Dallo scorso Febbraio 2011 poi ho iniziato a scrivere un romanzo, uno psycho-thriller molto complicato nella sua storia ingarbugliata. Spero di venirne a capo, di non perdermi nei suoi labirinti e di riuscire nell’intento. Ma non è facile, sono ancora ad un centinaio di pagine formato A5. Un po’ la pubblicazione del libro, un po’ l’effettiva complessità degli argomenti trattati, ha rallentato i lavori. Ma molto presto riaprirò il cantiere. Per fortuna ho accanto a me una persona speciale, Isabella, la donna cui ho dedicato una poesia omonima e tutto il libro (nei ringraziamenti) che, guarda il caso alle volte, è una Psicoterapeuta. Non solo mi appoggia nella mia attività, ma mi aiuta anche con le complicate questioni relative alla psiche umana e alle sue devianze comportamentali e patologiche.

 

Ringrazio Christian Lezzi per avermi concesso questa breve intervista.

LORENZO SPURIO

7 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Sensualità, poesie d’amore d’amare – Intervista a Michela Zanarella

INTERVISTA A MICHELA ZANARELLA

Autore di Sensualita’, poesie d’amore d’amare

Sangel Editore, Cortona, 2011

LS: Questa silloge poetica affronta il tema dell’amore in maniera molto intima. Quanto di personale, di riferimenti autobiografico c’è?

MZ: Considero Sensualità una raccolta poetica molto intima e personale. Ho racchiuso in versi tutta la mia sensibilità femminile, mettendomi a nudo davanti al lettore, senza paure. Questo libro nasce come promessa d’amore al mio compagno. Ho voluto gridare al mondo tutta la purezza e l’autenticità di un sentimento forte e prorompente. Ogni poesia rappresenta un frammento di vissuto; ogni espressione appartiene ad emozioni profonde e reali.

LS: Nelle liriche c’è una presenza fissa che è quella del destino. Come dobbiamo intendere questo concetto, in maniera religiosa come “disegno provvidenziale” oppure come semplice casualità?

MZ: Secondo me ogni situazione avviene per un disegno già tracciato; gli stessi incontri che facciamo nel corso della nostra esistenza non sono e non possono essere casuali. Vedo la poesia come un dono che mi è stato affidato, una sorta di concessione divina. Ogni istante è un bene unico e prezioso che Dio mi offre per renderlo speciale. Scrivere è dunque salvezza e protezione per mente e spirito.

LS: Alcune scene che dipingi magistralmente nella tua poesia sono cariche di erotismo. Mi sono spesso imbattuto in persone che considerano il sesso come un tema troppo basso per essere inserito nella letteratura, tanto meno in poesia. Credi che a tutt’oggi nella cultura letteraria italiana o mondiale ci siano tabù nel trattare un certo tipo di scene e se si perché?

MZ: Trattare temi legati alla sessualità e all’amore fisico in letteratura non è semplice, infatti ancora oggi ci sono tabù e paure quando si affrontano certi argomenti. Non dobbiamo però dimenticare che negli scritti antichi ci sono chiari riferimenti all’amore sensuale, esempi concreti sono i miti greci con Saffo ed i racconti di Le mille e una notte. Lo stesso Cantico dei Cantici contenuto nella Bibbia viene considerato “poesia erotica”. Nel terzo millennio ancora si fa fatica ad accettare la letteratura erotica; uno scrittore cinese, Yan Lianke, ha visto mettere al bando la sua opera, Servire il Popolo, perché narrando il periodo della Rivoluzione Culturale del 1966-76 parla di sesso. La società odierna non è del tutto educata al sesso come concetto naturale e spontaneo dell’individuo. Ho scelto di scrivere d’amore e di sensualità, per liberarmi da pudore e timidezza. Spero di aver creato un libro dalla buona intensità emozionale.

LS: Ci sono autori in particolare ai quali ti sei rifatta nella stesura di questa silloge? Quanto pesano per te i classici della letteratura? Qual è il tuo poeta preferito?

MZ: Non mi sono rifatta ad altri autori per la stesura della silloge, ho cercato di mantenere un mio stile, fatto di immagini, suoni, colori ed odori. I classici della letteratura sono sicuramente una guida per la scrittura, anche se devo ammettere che provo ad essere indipendente dai grandi maestri. Tra i poeti che preferisco ci sono Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, Alda Merini. Leggo anche poeti meno noti ed emergenti. Sono molto legata alla figura di Pasolini, ho fatto uno studio approfondito sulla sua scrittura e sulla sua vita. Non a caso è stato una figura intellettuale che ha anticipato i tempi. Pasolini ha condotto un’inchiesta dove per la prima volta si parlava di sessualità, alla telecamera furono intervistate persone comuni che esprimevano il loro pensiero su prostituzione, divorzio, rapporti sessuali.

LS: Nella tua scheda biografica ho letto che stai scrivendo un romanzo. C’è da chiedersi perché una poetessa giovane come te abbia così in fretta il bisogno di cambiare metodi espressivi? Puoi anticiparci qualcosa sul romanzo?

MZ: Non è questione di fretta di cambiare metodi espressivi, la mia è più un’esigenza dettata dalla voglia di crescere anche in altri generi. Mettersi alla prova in ciò che si conosce meno, stimola ad una costante analisi delle proprie capacità. La poesia sarà sempre la base del mio scrivere, tentare con strade alternative, non significa abbandonare ciò che amo in modo viscerale. Il romanzo richiede una preparazione molto più attenta e profonda, è un genere di narrazione in prosa di una certa estensione, la poesia è sintesi, suono e ritmo. Preferisco non anticipare nulla del romanzo che sto scrivendo, ancora è in fase di sviluppo e voglio creare una certa curiosità nei lettori.

LS: Nella recensione che ho scritto con particolare piacere per la tua silloge mi sono soffermato su alcuni aspetti che, a mio modo di vedere, ritornano spesso durante tutta la raccolta. Uno di questi è il continuo riferimento a una materialità liquida, sia in relazione al paesaggio (ruscelli, mare) che ad esempio alle lacrime versate. Che senso dai a tutto questo?

MZ: L’acqua è l’elemento primordiale, dalla genesi dell’uomo alla natura che lo circonda. E’ come se mi sentissi legata in modo indissolubile a questo elemento, che ha dato vita a numerose tradizioni spirituali. Il mio segno zodiacale è un segno d’acqua, quindi credo che questa simbiosi non sia casuale. L’acqua è ciò da cui tutto nasce. Nella sua imprevedibilità possiede la calma, la gravità e la profondità, ha il potere di fecondare, è segno generatore nell’universo femminile, dal liquido amniotico alle lacrime.

LS: Il titolo della silloge, Sensualità, è già di per sé molto esplicativo evidenziando la carica erotica-romantica delle liriche. A questo hai sentito però di aggiungere un sottotitolo, Poesie d’amore d’amare. Perché?

MZ: Il sottotitolo è nato per dare maggiore concretezza al contenuto del libro, per garantire una maggiore chiarezza ad un concetto così vasto e  universale come la sensualità. “Poesie d’amore d’amare” diventa una sorta di gioco espressione-immagine tra l’amare ed il mare, ecco quindi il riferimento all’acqua, come elemento di vita e femminilità.

LS: Com’è maturata l’idea di scrivere questa raccolta di poesie? C’è stata una genesi particolare?

MZ: Questa raccolta è nata come dedica alla persona che amo, l’ho custodita per mesi, fino a quando ho trovato una casa editrice, la Sangel Edizioni, che mi ha accompagnato nella realizzazione di questo piccolo sogno. L’amore è diventato una sorgente a cui abbeverare la mente ed il cuore quotidianamente. Raccogliere in un libro tutte le poesie d’amore dedicate al mio compagno mi sembra  la migliore promessa per l’eternità.

LS: Per i giovani autori è spesso importante l’originalità e non ripetere temi e formule che si sono già adoperate per evitare il rischio di incorrere in critiche poco positive. Credi che un autore debba continuamente rinnovarsi nel suo stile e nei suoi temi o che possa mantenere un suo personalissimo e comunque originale “marchio di fabbrica” che lo contraddistingua?

MZ: Penso che un autore debba seguire un suo stile, non tralasciando comunque la possibilità di tentare altre forme espressive. Uno scrittore può essere sempre originale, anche non abbandonando le caratteristiche di formazione. Per quanto mi riguarda, posso dire che sono sempre alla ricerca di nuove frontiere, ma tengo ben salde le particolarità stilistiche che mi identificano.

LS: Nella nostra contemporaneità sono tutti scrittori. E’ un dato di fatto che ci sono più scrittori che lettori. La silloge poetica sembra conoscere, come genere, una grande diffusione e, forse, una minore attenzione critico-letteraria. Pensi sia difficile per un nuovo autore oggi imporsi sulla scena? Se si perché? Quali sono gli ostacoli maggiori?

MZ: E’ davvero difficile imporsi nel panorama letterario attuale, come tu stesso hai detto, ci sono più scrittori che lettori. L’importante penso sia scrivere perché si crede in se stessi e nel contenuto del libro che si propone, indipendentemente da un buon successo editoriale o meno. La poesia è un genere poco commerciale, è raro trovare un poeta emergente che riscuota consensi dalla critica e dal mercato librario.

Ringrazio Michela Zanarella per avermi concesso questa breve intervista.

Lorenzo Spurio

7 Luglio 2011

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