:: Stupeus: La festa e la lontananza – Recensione-intervista a Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, curatrici dell’antologia “Poeti della lontananza” (Marco Saya, 2014) a cura di Federica D’Amato
Poeti della lontananza è il titolo – felicissimo – che le critiche letterarie Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli hanno scelto per un’antologia appena pubblicata dalla Marco Saya Edizioni. Titolo felice perché evocativo non solo il piglio acustico e originario della tradizione poetica occidentale, ma nello specifico perché riferito a un’alterità che tra le pagine si fa tema e metodo: principio agglutinante la lingua d’esilio dei poeti antologizzati, e vera e propria “festa della critica” a cui Sonia ed Antonella fanno approdare il lettore con le loro ricognizioni ermeneutiche. Sette i poeti che tra queste pagine si scambiano il testimone della lontananza, in quell’”atletica dell’esilio” forgiata dal fuoco vivo del dialetto, dal fuoco calmo del ricordo. Omar Ghiani, Domenico Ingenito, Francesco Terzago, Antonio Bux, Ianus Pravo, Michele Porsia, Alessandro De Francesco declinano così una eterogenea fenomenologia dell’assenza, espressa da esperienze scrittorie certo cangianti, sebbene accomunate da un compatto principio di distanza…
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“Borghi, città e periferie: l’antologia poetica del dinamismo urbano”: come partecipare
Scopo della antologia è selezionare e raccogliere un congruo numero di poesie di autori appartenenti alle varie realtà geografiche nazionali e internazionali in cui i testi siano incentrati, ispirati o abbiano degli elementi di rimando al mondo della vita cittadina, riferimenti all’universo delle nostre strade, piazze, giardini pubblici e alla ricchezza architettonica o, al contrario, all’indagine dei casi di disagio, rischio, condizioni di marginalità,…
Modalità di partecipazione
1. La partecipazione alla antologia è gratuita; coloro che verranno selezionati saranno tenuti ad acquistare un tot di copie a un prezzo fisso secondo le modalità di seguito elencate.
2. Ogni poeta potrà inviare un massimo di 4 poesie in formato Word (ciascuna poesia non dovrà superare i 30 versi di lunghezza) accompagnate da un proprio profilo bio-bibliografico di massimo 20 righe Times New Roman pt. 12 e un file contenente i propri dati personali (nome, cognome, indirizzo di residenza, numero di telefono, mail e l’autorizzazione contenuta al punto 3. del presente bando).
3. L’autorizzazione da includere nella scheda dei dati è la seguente:
“Dichiaro che i seguenti testi sono frutto del mio ingegno e che sono l’unico autore”.
4. I materiali dovranno essere inviati a mezzo posta elettronica a lorenzo.spurio@alice.it entro il 31 dicembre 2014.
5. L’antologia finale verrà pubblicata da Agemina Edizioni (Firenze) e presenterà un numero di autori non inferiore a 30. La curatela del progetto sarà dello scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio, al quale si rimanda per eventuali richieste di informazioni sull’iniziativa.
6. Gli autori che verranno selezionati per questo tipo di progetto verranno contattati a mezzo mail a Gennaio 2015 e agli stessi verrà richiesto di sottoscrivere un modulo di liberatoria per l’impegno all’acquisto della antologia: 3 copie dell’antologia a prezzo definitivo di 35 € (comprese le relative spese di spedizione del plico con sistema di spedizione raccomandato).
7. E’ richiesto di inviare materiale moralmente responsabile, ossia che non offenda la morale, la religione e che non sia portavoce di discriminazione di ciascun tipo.
8. L’antologia, essendo dotata di regolare codice identificativo ISBN, sarà messa sul mercato e diffusa anche attraverso i siti di vendita di libri.
9. A seconda della disponibilità dei vari autori antologizzati è in cantiere una presentazione del volume da farsi nella primavera del 2015.
Scarica il bando di partecipazione in formato pdf: https://drive.google.com/file/d/0BxDDJYZuD_i8Rm9PYnNNclVQdE0/view?usp=sharing
Info: lorenzo.spurio@alice.it
Manuela Mancini su “Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta” di Francesco Dezio
Francesco Dezio, Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta – Storie di provincia e di altri mali (Stilo 2014)
di Manuela Mancini
In Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Stilo, Bari 2014, pp. 128, euro 12), Francesco Dezio raccoglie otto storie di precarietà lavorativa e affettiva: i protagonisti appartengono tutti al proletariato della provincia pugliese degli anni Ottanta (Molfetta, Melpignano, Sansevero, ma soprattutto Altamura, città natale dell’autore). Un proletariato ora sbandato (Storia di un punk di provincia, cronache di tossicodipendenza e di AIDS ai margini della malavita e delle sue faide), ora vessato e sfruttato dai tirannelli locali (gli imprenditori del distretto del divano Santeramo – Altamura – Matera: Storia di Mino; Storia di Mimmo). Si passa, poi, al ceto medio proletarizzato degli anni Novanta e Duemila, talmente impoverito che passeggia negli ipermercati senza comprare, drogandosi di merci anche così (sottili i richiami interni al primo racconto), in un’allucinazione artificiale tra l’incubo e il fiabesco: straordinarie le descrizioni d’ambiente in L’Outlet di Molfetta e Appuntamento al Pianeta (il Pianeta è un ipermercato ormai dismesso della provincia di Foggia).
Ciò che tiene insieme queste storie è la tempra comicamente eroica dei personaggi, giovani e meno giovani che hanno ancora voglia di lottare mentre tutto va male, mentre la nazione si va irrimediabilmente sfasciando, mentre il paesello natale sfibra definitivamente l’illusione di essere nido, placenta protettiva (Storia di Carla). Una voglia di lottare che è furiosa, alla Tom Joad di Furore, ed è steinbeckiana nella certezza dell’imminente, ennesimo fallimento, che tuttavia non piega i personaggi: per esprimere questa furia disarmonica, stridente, che genera attrito quando incontra l’indifferenza degli indifferenti, Dezio mobilita tutti gli strumenti espressivi a sua disposizione.
Innanzitutto la musica, che è la passione prima dei personaggi di queste storie, il loro stesso respiro: Lingomania, Sex Pistols, Pink Floyd, Joy Division, Subsonica, Arab Strap, Afterhours, Cure, U2, Church, Died Pretty, Simple Minds, Led Zeppelin, AC/DC, Clash, CCCP, Underage, Wretched, Ramones, Orda, Ultravox, Not Moving, Chain Reaction, Kranio, Negative Disarcore, Rich Fish in Hands, Delgados. Sono più di settanta i gruppi punk, rock, post-punk, post-rock e grunge citati nel testo in carattere rilevato, a formare un trattatello asistematico (perché narrativo), ma completo (ri-ordinato nell’ultima pagina, da cui è scaricabile con apposita applicazione l’intera playlist), un ‘commentario’ della storia della penetrazione delle controculture musicali di tutti i continenti in un’Italia provincialissima: “Prendiamo il ragioniere, quando ho capito che tipo era gli ho preso le misure e non è che gli concedessi tutta ’sta confidenza. Con lui era sufficiente parlare della Juventus e basta. C’era stato anche il tentativo di parlare di musica. Ma era a giocare. Perché si parlava di Toto Cutugno” (p. 67).
Dezio porta alle estreme conseguenze lo sperimentalismo del precedente romanzo, capostipite della narrativa ‘precaria’, Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli 2004). Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta non è né un romanzo né un racconto né un saggio musicale. Abolendo completamente la voce del narratore, con il suo filtro letterario e la sua funzione di raccordo nei fili della trama, Dezio lascia la parola direttamente ai personaggi, con la loro lingua imperfetta, sgrammaticata, nevrotica, con tutti le idiosincrasie del parlato, che rendiconta drammi individualissimi. L’effetto di verticale e profondissimo realismo è prorompente. Eppure i personaggi si muovono in un ambiente omogeneo, ruminano storie di provincia che appartengono a un immaginario collettivo: così, attraverso una sorta di discorso indiretto libero, piegato alla prima persona e contiguo al monologo, l’autore ricompone insieme le storie con un superiore risultato di unità, tutta affidata allo stile e non all’intrigo romanzesco. Questa è la vena autentica di Dezio, autore schivo e scarno, che non ama operazioni letterarie facili e preferisce farsi dimenticare piuttosto che ripetersi.
Anche i bozzetti disegnati dall’autore (disegnatore e grafico precario) lasciano intravedere il tentativo di percorrere vie nuove. E persiste il ricordo delle due pagine post-dadaiste di Nicola Rubino è entrato in fabbrica, con la sintassi distrutta, con l’ingorgo di parole in libertà (oggetti in enumerazione casuale, cose della catena di montaggio, parole iperspecialistiche, metaletterarie, pezzi di anatomia femminile, nomenclatura di desideri e azioni sessuali…). Resta la quasi-certezza che l’autore scriverà non necessariamente più spesso né di più, ma di cose nuove dette ancora in modo nuovo. Intanto aspettiamo.
“Volo dell’anima – Poesie dell’ombra” di Augusta Tomassini, recensione di Lorenzo Spurio
VOLO NELL’ANIMA – POESIE DELL’OMBRA
DI AUGUSTA TOMASSINI
Commento di Lorenzo Spurio
Questa di Augusta Tomassini è una silloge poetica nata ed ispirata a una persona speciale per la Nostra, il marito scomparso che come lei riconosce all’interno del testo “ha saputo far volare la [sua] anima dall’ombra alla luce”.
Augusta è una donna impegnata attivamente nel sociale: ha parte attiva da varia anni all’interno della Commissione Pari Opportunità della Regione Marche e fa parte dell’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti di Pesaro.
Il libro è composto da una serie di liriche fortemente descrittive che rievocano il passato tra ricordi più o meno belli che la Nostra nutre e rivive ancora oggi al presente.
Le tematiche della silloge sono prevalentemente circoscrivibili attorno a due sfere concettuali:
- il contrasto tra il mondo di luce e il mondo di ombra
- la solitudine e il dolore per la perdita dell’amato
Tematiche che spesso finiscono per contaminarsi e congiungersi in quello che la Tomassini propone come un meticoloso percorso nel recupero della memoria. Alcune poesie celebrano e rendono immortali certi momenti vissuti dalla donna con grande partecipazione ed entusiasmo: la nascita di un figlio, le esortazioni a una nipote, bambina, ormai donna, a mantenersi sempre fedele alle leggi del proprio cuore,..
Quelle assenze assordanti, quei silenzi che fanno male, la desolazione e la solitudine che qua e là si respirano nella silloge sono in parte colmate da un grande fascino e amore verso la natura (numerose sono le descrizioni paesaggistiche, sia marine che campestri) con i suoi colori, rumori, gli abitanti della fauna e le varie espressioni vegetali. Augusta scrive: “Da tante cose belle/ sono circondata,/ la natura va amata” (92); in questa citazione ravvisiamo anche un monito ecologico. I colori, le tinte, la componente estetico-visuale degli elementi e degli ambienti è una caratteristica comune delle liriche di Augusta.
Vi sono liriche in cui la Nostra mostra difficoltà (è una difficoltà consapevole) nei confronti della distinzione tra un mondo reale e concreto nel quale è chiamata a vivere e uno illusorio, dominio del sogno e proiezione dell’inconscio. Mondi che si configurano distanti e in sé inconciliabili, forse, proprio perché dominati l’uno da una dimensione di ombra, l’altro di luce e dalla spensieratezza.
Augusta Tomassini ci parla di “ombre del silenzio” (55), di solitudini e di “pensieri [che] seguono percorsi sconosciuti,/ [che] imboccano vie deserte o affollate”, passando in rassegna ricordi indelebili nella mente come quello del ricordo della neve o di una giornata al mare, a quello del giorno del matrimonio o a quello meno felice della dipartita dell’amato.
C’è molta tristezza in queste liriche ma è una tristezza che non pesa, che non sfocia nella delusione né ammorba la nostra nella cupa depressione perché il dolore è vissuto e interpretato, contemplato e rimembrato, in un certo modo fronteggiato con forza, soprattutto in quelle liriche dove la nostra esalta la natura o colloquia con il suo amore.
Poesie d’amore, sul ricordo dell’amore e su un legame che si conserva contro spazio e tempo, contro le leggi della fisica, un sentimento puro che mai decresce e che anima la nostra ad andare avanti con la certezza che il colloquio intimo con l’altro sia non solo possibile ma fonte di protezione e custodia.
Riverberi, fasci di luce, bagliori, cromatismi accentuati o smorzati, ci insegna la Nostra, sono percepibili benissimo anche da chi, come Lei, non ha la facoltà di vedere il mondo che la circonda, poiché è nella profondità d’animo e nella ricchezza interiore e morale che la luce, come il sorgere e il calare del sole, può compiere i suoi intervalli di illuminazione e calore.
Lorenzo Spurio
Urbino, 08.10.2014
“Venere storpia” di Sunshine Faggio, recensione di Lorenzo Spurio
Ma ancora la poesia mi salverà ancora fino a l’indugiata morte. (16)
Dopo una prima silloge poetica dalle tematiche dure e acuminate dal titolo “Infezione”[1] nella quale Sunshine Faggio poneva l’attenzione sia su una serie di espressioni di violenza, tanto nel privato quanto nel pubblico, mediante il recupero di una lirica tagliente e viscerale, la poetessa ritorna con una plaquette dal titolo “Venere storpia”, pubblicata per i tipi della Montedit di Milano.
La costruzione oppositiva del titolo di questa nuova raccolta (Venere è comunemente assunta quale emblema di femminilità, bellezza e risorgenza, mentre qui viene detto che è storpia, dunque il risultato di un processo di violenza, malattia o comunque di una invalidità motoria) è accompagnata da una immagine a carboncino dove intravediamo una donna nuda, ad eccezione degli slip. Della donna non ci è dato conoscere il volto (si tratta di un bozzetto e non di una foto) e soprattutto il volto della ragazza è stato espressamente sezionato dalla Nostra tanto che non possiamo che scrutarne solo la porzione inferiore. Di questa si avverte una sorta di smorfia innaturale della bocca, pure spaventosa o implorante; ad aggravarne l’immagine di non-attrazione è l’evidente clavicola che sporge distintamente e che, più che donarle un fascino della secchezza che tanto è in voga, fa pensare a una denutrizione non sana, a un impoverimento della carne e dunque a uno stato di malattia.
Nella raccolta il lettore non farà difficoltà a ritrovare le suggestioni carnali che ha già incontrato in “Infezione” esacerbate qua e là da una meticolosità disarmante nella descrizione di spiacevoli dettagli o incomprensibili caratterizzazioni che, congiuntamente, finiscono per donarci una poetica tendenzialmente stringata, caparbia e tumultuosa nelle immagini, violenta (di una violenza che, però, non ferisce, semmai chiama in causa una riflessione), minimale anche se non completamente minimalista, una scrittura che nutre un piacere quasi macabro verso il deperimento, il sangue e la patologia.
La poetessa riflette sulla propria anima, quasi come se adoperasse una divisione corpo-anima e potesse vedersi in questa maniera, sotto le due varie sembianze: quella della forma e quella del contenuto. Curioso è il fatto che l’anima sia sottoforma di una “gelatina rosa” (5) e che questo momento di riflessione avvenga in una circostanza forse fortuita e veloce, non preventivata e oltretutto in una condizione scomoda che dimostra un senso di malcelata auto-sufficienza: “su uno sgabello senza una gamba” (5). E in effetti l’elemento anticipatorio ha il suo naturale decorso quando veniamo a conoscenza nella seconda strofa che nell’attimo di ricerca di sé, la Nostra è poi finita per perdere quell’equilibrio instabile e cadere a terra. Una caduta precipitosa che non porta dolore, ma che decreta la rottura degli arti, “sono morti” (5) ci confessa la nostra.
Nella seconda lirica della raccolta che porta il titolo di “Le gole dei nostri polsi erano gigli coraggiosi” è presente una citazione in esergo alla poetessa americana Sylvia Plath famosa per i suoi versi concentrati e di difficile comprensione che decise di darsi la morte giovanissima. Sunshine Faggio non è nuova a intessere rimandi e riferimenti a quella che può essere considerata a ragione una delle sue scrittrici preferite, dacché anche in “Infezione” (il cui titolo rimanda a una stessa lirica della Plath) erano presenti vari cameo ed omaggi alla poetessa americana. La Nostra utilizza l’elemento generazionale, la data di morte della Plath, per instituire una sorta di riflessione sulla sua esistenza: “A trenta tu sei morta/ Io rinata” (7). Incipit che sembra voler costruire in maniera antipodale i due destini: la giovinezza distrutta dal suicidio della Plath e la riscoperta del bello e la rinascita della Faggio, ma a complicare il tutto è il verso che segue in cui leggiamo: “Entrambe sepolte sotto la neve di Londra” (7). L’universo concettuale della sepoltura presuppone una morte, un decesso, al quale farà seguito il deperimento del corpo, la polverizzazione e l’estinzione. La lirica serve invece alla Faggio per tracciare le caratteristiche di un “ritorno alla vita” e una più concreta riappropriazione della propria volontà di donna.
Il linguaggio, com’è comune nella poetessa trapiantata a Londra da vari anni, di fonda su terminologie dure e dolorose, tendenzialmente non concepibili figurativamente nell’universo poetico: aborti, sangue, muco, pipì,tumori e quant’altro. Elementi che la rendono una poesia drammaticamente concreta e realistica, pulsante e vitale con i suoi immancabili recessi nella malattia e nella degenerazione (“nani mongoloidi/ giganti deformi”, 12).
Qua e là non mancano pensieri sofferti, considerazioni amare, delusioni e punti di vista che sembrano distorti e allucinati, la solitudine (“Anche se la libellula che mi teneva compagnia è morta”, 8), contenuti meramente scatologici (“feci la pipì e svuotai il cervello”, 8), addii imprevisti e teatralmente impressionanti (“ti accomodai su di una barca a remi/ abbandonandoti alla corrente”, 9), azioni deleterie contro sé stessi (“legavi i capelli con dell’ortica”, 10), tragiche risultanze di un amore che, come una febbre da 40° lascia senza difese e molto spossati (“E dall’amore uscivo/ massacrata e afasica”, 17), amplessi dalla forza devastante (“Mi scavi./ Mi svuoti”, 22) e aporie di impossibile risoluzione: “Bianca ed azzurra/ ancora non so/ se eri la Madonna/ oppure la Fata Turchina” (10).
Una maggiore attenzione necessita la poesia che dà il titolo alla raccolta, la più incisiva e dissacrante, quella in cui si sente con più forza quell’energia propulsiva insita nella Sunshine donna e poetessa. E’ opportuno riportarla per intero per poi passare ad aggiungere un breve commento.
Venere storpia Osso per osso ve lo sputo a dosso il vostro canone storpio, quella femminilità di plexiglass tanfante cucitami sul dorso a mo’ di buccia. Affetta dalla malattia di quest’universo ammalato con le mie mani m’ammalo, vomito l’opulenza che mi circonda. Sfuggo alla vostra depravazione facendomi del male.
Una poesia di violenza e dolore dove la Nostra si scaglia contro il fenomeno della moda che incita le ragazze ad osservare supposti canoni di bellezza in cui la femminilità viene degradata e offesa dall’eccessiva riduzione delle taglie, da una magrezza disarmante emblema di in-sanità. L’asciuttezza ossessiva del corpo, la sua resa filiforme, è rifiutata dalla nostra in quella “ossificazione” del corpo che perde carne e tessuti e mostra sempre più in vista (come abbiamo detto accade nella immagine di copertina) la conformazione spigolosa (ossuta) dell’apparato scheletrico. Questa ossessiva rincorsa alla magrezza e la mercificazione del corpo a un “canone storpio”, stupido e incosciente, brutto e degenerante che trasforma la natura femminile in un surrogato banale, in un artificialità plasticosa che è addirittura “tanfante” perché puzza di morte e ha l’olezzo della putrefazione.
La Nostra non si esime dal denunciare con una profonda violenza e stanchezza dinanzi a una realtà indecorosa come questa e punta il dito sulla società che è essa stessa “ammalat[a]” e in quanto tale non è in grado di produrre niente di sano né di benefico. La Nostra rincara la dose nei confronti di un universo collettivo che ha eretto la depravazione dei costumi e l’emarginazione del corpo a sistemi di pensiero e con un linguaggio tagliente come una lama, rifiuta l’assoggettamento alla “norma” denunciandone la pericolosità: “vomito l’opulenza che mi circonda”. Un fervido atto d’accusa, sdegnato e ben reso, su una situazione logorante e insidiosa quale è l’offesa al corpo e il soggiogamento delle menti.
Jesi, 09.10.2014
[1] La mia recensione a questo volume è presente al seguente link: https://blogletteratura.com/2012/12/14/infezione-la-nuova-silloge-di-poesie-di-sunshine-faggio/
Neoplasie civili
La bellissima recensione dell’amica poetessa e scrittrice Valentina Meloni al mio libro di poesie “Neoplasie civili” (Agemina, Firenze). Buona lettura!
Neoplasie civili di Lorenzo Spurio
Recensione a cura di Valentina Meloni
“Neoplasie civili” si presenta come un affresco moderno della sostanza civile contemporanea: “piccoli colpi di pennello di un impressionista”, come definisce Corrado Calabrò le immagini poetiche di Lorenzo Spurio, e un’attenzione al reale, precisa Iuri Lombardi nei risvolti di copertina, che fanno di queste poesie un “flash rapido, quasi fossero una fotografia, delle vicissitudini umane e del dolore”. Le pagine si tingono di tinte accese, colpi d’occhio e squarci quotidiani nitidi e sfrontati, sventolanti come panni tesi al sole. Non ci sono fingimenti, persino i vicoli vengono smascherati da una “ipocrita cucina casereccia”[1]; l’io poetico qui dichiara guerra ad ogni ipocrisia “L’inchiostro strillava indomito/ l’indomani del velato non detto”[2] e poiché “la battaglia si vince solo intentandola”[3] Spurio si arma di parola e sdegno e reagisce alla storia, alla cronaca, alle…
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Susanna Polimanti su “Le voci della memoria” di Anna Scarpetta
Le voci della memoria di Anna Scarpetta è una silloge del 2011 editaIsmecalibri (Bologna) per la collana Omero Serie Oro. Leggendola con estrema attenzione, ho percepito la sensazione di essere direttamente a confronto con la poetessa, mentre i suoi versi scorrono in una poesia dialogata di un’immediata universalità del “sentire”, in ogni parola un suo personale messaggio. La poetessa svela al lettore un partecipe senso di pietà, in un linguaggio condiviso che attraversa il tempo e diviene artefice brillante di un’eredità memorabile, tradotta attraverso valenze di voci che “conoscono l’arte del narrare” le sole connaturate nella memoria del cuore, scevra da qualsiasi menzogna. Fantasia e immaginazione s’intrecciano con la realtà effettiva, creando la parte creativa di una poetica che s’incontra nell’esperienza di un itervitae, plasmato dalla risolutezza, dalla sensibilità e dalla grande umanità della poetessa. Anna Scarpetta utilizza “Lo scalpello del pensiero” per rivolgersi alla poesia, che è sua amica e confidente, ad essa affida la propria filosofia di vita, “Ci vorrebbe un’altra vita/per capire cos’è la vita [.]/ Me lo dico spesso con sincerità [.]” A ogni visualizzazione di vissuto si associano evidenze antiche e universali dei sensi, veri elementi trainanti per condurci dentro tematiche di spessore, il lessico impiegato fa scattare inevitabilmente un’attenta riflessione, richiama e riattiva un ricordo.
Lo stile della silloge è svolto con ritmo vivace, cattura la curiosità e l’impegno del lettore, scuote dal torpore ogni animo, risvegliando con rinnovata vitalità ogni coscienza sopita. Le strofe composte di versi lunghi, si susseguono per la maggior parte in terzine e quartine in un “parlato” che cela una forza prodigiosa di effetti dal più teso e fervido, al più dolce e sofferente. Persino le figure retoriche, che siano esse allusive, reiterate o termini anaforici, vengono elegantemente inserite a dar maggiore risalto, rendendo il verso più incisivo. La poesia di Anna Scarpetta coinvolge e sottintende una complessità intellettuale, è pervasa di una particolare carica religiosa e carismatica, segnata dall’alternarsi di voci in un coro di profonda e disperata consapevolezza nonché di una fiduciosa attesa di un mondo migliore. L’abbinamento degli aggettivi qualificativi precisa il pensiero, lo rende più efficace, esprime sfumature rilevanti ed evidenzia un dato interiore, che si esplica in pura potenza fonosimbolica.
(Nella foto Anna Scarpetta e Susanna Polimanti in una recente premiazione di un concorso, nel Maggio 2014, nelle quali erano entrambe nella Commissione di Giuria)In una ricerca spasmodica del significato del dolore e del perché della sofferenza, il richiamo della memoria si snoda in una sequenza di espressioni dalle quali si avverte uno strappo con ciò che è consueto, con ciò che la poetessa ama e ha amato “Nostalgia, stringimi forte e portami via/in un mondo che tu sola sai di vera magia [.] Sfoglia adagio le pagine più belle di questa vita/e leggi di me, ancora divertita, ogni cara emozione”
Sensazioni, stati d’animo, serendipità, persone vicine e lontane, luoghi e considerazioni sociali, il tutto visto con gli occhi curiosi di una donna che “Sulle ginocchia del tempo” ritorna ragazzina attenta verso quegli affetti e quei luoghi della sua infanzia che mai ha dimenticato, pur vivendo ormai lontana e con alle spalle un percorso consolidato.
Invocazione ed evocazione a un tempo, una poetica particolarmenteequilibrata, educativa, morale e civile nonché personale e introspettiva a tal punto, da rievocare la poetica del vero manzoniana.
In ogni sua poesia si evince una tenace solidarietà per la sofferenza degli uomini tutti, per i perdenti consapevoli e inconsapevoli, tra loro per primi i bambini “erranti nel mondo” ai quali lei rivolge dei versi ricchi di pathos e di intensa umanità in assoluta condivisione, nonostante “l’indifferenza del tempo” ove le solitudini dell’infanzia si trascinano nell’esistenza, disponendosi a un confronto più drammatico con la realtà. I sentimenti evocano il ricordo del passato e sottolineano, vigorosamente, le incertezze del futuro.
Straordinaria e intensa la poesia che Anna Scarpetta dedica al suo Angelo Custode con il quale intrattiene un dialogo più aperto e cordiale, soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore, al suo stile di religiosa e pacata contemplazione.
La memoria del cuore è per la poetessa un dono, lei ci ricorda che “Il tempo è di Dio”, il suo cammino è lento e segreto, dalla terminologia utilizzata percepiamo l’assoluta impotenza di fronte a una più matura consapevolezza del proprio valore individuale e collettivo.
Le voci della memoria, una silloge colma di versi che si traducono in un grido di amore, stimolano a essere sempre sé stessi, a ritrovare le proprie origini e ravvivarne le radici. Sento di dover rivolgere ad Anna Scarpetta un degno plauso per essere riuscita a farci rivivere quei valori autentici che rendono gloriosa e benefica la nostra presenza in quello “strano luogo” che è il mondo, con la viva speranza di poterlo ancora osservare “con gli occhi curiosi della vita “.
SUSANNA POLIMANTI
Cupra Marittima, 27 settembre 2014
Lorenzo Spurio intervista la poetessa Anna Scarpetta
a cura di Lorenzo Spurio
LS: Lei ha all’attivo un vasto numero di sillogi poetiche e in tempi più recenti si è occupata anche della scrittura di poesie religiose. Da quale bisogno nasce la scrittura di una poesia confessionale e quale è la finalità?
AS: Sono lieta di questa domanda che mi viene posta, non senza aver considerato che effettivamente al mio attivo ho prodotto un vasto numero di sillogi poetiche; ciascuna con una tematica differente, l’una dall’altra. I titoli sono: Poesia, (esprimo in questa silloge la bellezza della poesia pura); Frantumi di Tempo, in cui affronto in chiave moderna la sottile precarietà del tempo nella vita esistenziale coi suoi dolori e le sue gioie); L’Altra dimensione della vita, (un’altra silloge in cui la poesia riesce a narrare, in breve, la dimensione di vita vissuta, ovvero, già trascorsa come scorcio di tempo-vissuto); Le voci della memoria, (una silloge in cui racchiudo le voci in un solo afflato, per descrivere meglio un nucleo di memoria rimasta fortemente legata ai ricordi e all’armonia di tante cose vissute e mai credute perdute; in versi ogni cosa descritta, a mio parere, sembra rimanere pura e intatta); Io sono soltanto un granello di sabbia, infine, (in questa silloge il mio intento è stato quello di ringraziare l’Iddio per il dono generoso della parola, profusa in versi, in abbondanza, credo). Difatti, Marzia Carocci, critico recensionista molto conosciuto, in una sua breve, ma significativa, recensione, ha affermato: “Nella poesia “Io sono soltanto un granello di sabbia”, Anna Scarpetta si inginocchia al cospetto del Padre ringraziandolo con umiltà di averle donato la capacità di esprimersi in poesia e avvalorando il fatto che anche un piccolo granello di sabbia in confronto alla vastità di un deserto, può avere un valore inestimabile” (…).
Ebbene, già da qui si può meglio intuire come la scrittura, di Poesie religiose, in maniera costante, sia al centro dei miei reali pensieri. Tuttavia, credo che la poesia nasca, principalmente, da un forte bisogno di aprirsi e scaricare ogni tensione o forte emozione. E’ vero, taluni elementi esenziali, fungono, peraltro, da motore trainante per un poeta o scrittore. Io credo, lo stesso si possa dire anche per gli attori o i registi di teatro. Quali siano le finalità, è chiaro, vanno arricchire un panorama di scrittura infinita, in chiave moderna. Se il lavoro prodotto poi saprà imporsi all’attenzione, sia della critica futura che del pubblico nuovo, ancora meglio. Ogni scrittura, penso, sia nel tempo destinata ad incontrare il suo magico momento fortunato, se piacerà, ovviamente, o se dirà cose nuove e interessanti.
LS: Secondo alcuni la poesia ha una funzione terapeutica; allevia i mali e i tormenti dell’uomo, cioè è una sorta di sofferta confessione con se stessi per cercare di individuare una consolazione o un miglioramento alle proprie condizioni. Per altri, invece, la poesia è inconcepibile se slegata dall’impegno civico, dalla sua vena sociale ossia non può mancare di partire dalla lucida osservazione del mondo per fornire poi un monito, un canto di denuncia o una attestazione di sdegno. Che cosa ne pensa Lei a riguardo? Quale delle due intenzionalità poetiche si sposa meglio al suo far poesia?
AS: La scrittura della poesia aiuta, in effetti, ad aprirsi meglio al mondo reale, vivendo o rievocando la propria sofferenza, i dolori, gli amori, le amicizie perdute e ritrovate. Aggiungerei, anche il caro ricordo dei paesaggi e luoghi, in cui si è vissuto, sono vivi spiragli di luce, cari al cuore e all’anima. Rievocarli, ogni tanto, credo, faccia bene. Tuttavia, la mia poesia, è orientata, in maniera costante, verso la lucida osservazione del mondo che muta notevolmente, coi suoi reali problemi e tante difficoltà sociali, ancora forti. Ebbene, non necessariamente, la poesia sia davvero in grado di tale funzione terapeutica, ovvero, che possa alleviare i mali o i dolori, compresi i tormenti dell’uomo. Sarebbe fin troppo bello, se fosse reale. A mio dire, solo il tempo possiede il vero antidoto cicatrizzante per questi eventi forti; se come supporto non vi è una fede interiore dominante, così speciale e provata, in concreto, non si superano certi eventi o perdite di persone care. Ne so qualcosa!
LS: Per interesse personale e per ascendenza familiare, Lei ha uno strettissimo rapporto con il mondo del teatro. Può rivelarci le motivazioni del suo grande amore verso il palcoscenico e la rappresentazione del testo?
AS: E’ vero, il teatro è sempre stato al centro del mio personale interesse, così forte, fin da ragazza. Un amore che il mio papà ha saputo trasmettermi grazie alla sua costante passione. Un amore che ho voluto approfondire, frequentando, alcuni anni, una Scuola di Recitazione a Napoli, studiando autori importanti: Soflocle (Antigone); Arold Pinter (Il Guardiano), Fernando Pessoa, Eduardo De Filippo (Natale in Casa Cupiello), Luigi Pirandello, e altri, di notevole fama.
LS: Come mai non si è mai cimentata nella scrittura di un testo Teatrale?
AS: Non è assolutamente vero che io non mi sia mai cimentata nella scrittura di un testo teatrale, ho scritto diversi testi teatrali. Alcuni sono andati smarriti durante il mio trasferimento da Napoli a Novara. Altri scritti, invece, li ho recuperati tra le mie numerose carte, anche se poi non sono riuscita a pubblicare in seguito, qualcuno, cosa non facile. Ma ciò non significhi che non ci sia davvero spazio, nel tempo, per decidere. Tuttavia, appena trasferita, a Milano residenza di lavoro, ho avuto la mia opportunità di conoscere persone appassionate di teatro. Insieme abbiamo condiviso un testo ambizioso, dal titolo “Una barchetta di carta sull’acqua” di Ciro Menale. Atto unico, liberamente tratto da Fernando Pessoa. Infatti, siamo riusciti insieme a mettere in scena, al Teatro Litta di Milano, un lavoro armonioso, con la Compagnia Teatrale: I passanti. In qualità di Aiuto Regista, per me fu davvero un’esperienza personale molto gratificante e nuova, davvero forte. Il lavoro fu presentato, il 10 Dicembre 1992, ebbe buoni consensi sia del pubblico che della critica.
LS: Sono innumerevoli le definizioni del concetto di cultura che sono state avanzate nel corso del tempo ed esse variano a seconda del periodo storico, della filosofia di influenza e dei propri convincimenti. In particolare colpisce una definizione del portoghese Fernando Pessoa che, lapalissianamente, sosteneva “Cultura non è leggere molto, né sapere molto: è conoscere molto”. Che cosa ne pensa al riguardo?
AS: Sì, esatto, le definizioni del concetto di cultura sono complesse. A mio dire, anche innumerevoli. Esse variano e spaziano nei loro contenuti e nelle dimensioni concettuali di chi li esterna; risentite, ovviamente, delle forti influenze dei propri convincimenti personali. La mia persuasa riflessione, però, è che la molta conoscenza debba necessariamente camminare assieme alla lettura. Dunque, leggere molto fa bene, nutre la mente e appaga l’animo. Io leggo tanto, e mi piace ancora leggere.
LS: Nel panorama culturale contemporaneo i concorsi letterari fioriscono come campi a primavera, molti di essi curano una edizione del premio e poi l’anno dopo scompare perché magari viene a mancare una concreta organizzazione dell’ente che lo istituiva o i fondi per poterlo tenere in piedi. Quale è il suo giudizio personale sui concorsi letterali?
AS: Ebbene, è pur sempre meglio, orientativamente, per un poeta o per uno scrittore misurarsi con gli altri, accettando un giudizio critico di una giuria che lo ha analizzato o valutato. Non può che essere un bene per il suo percorso iniziale o anche in seguito. A mio dire, occorrono, purtroppo, giudizi di esperti e di professionisti critici seri, se si vuole davvero porsi, umilmente, dinanzi a tale passione così intensa e seria. E, la crescita, può avvenire solo se esperti in giudizi critici sapranno valutare, i lavori, serenamente. Altre possibili strade, per chi scrive e produce lavori di buona scrittura, non ne conosco. E’ ovvio, poi, bisognerà scegliere bene determinate strade e i vari concorsi seri, per non inciampare in talune strade che davvero potrebbero rivelarsi false, senza un nulla di fatto, in concreto.
Tuttavia, credo, che i concorsi letterari siano fondamentali per chi intende, poi, proseguire e approfondire questo straordinario percorso culturale. In passato, ma ancora oggi, a dire il vero, mi sono sempre cimentata in concorsi seri e professionali, ancora esistenti, per fortuna. Io bado molto ai nomi dei giurati, ci tengo molto che siano conosciuti e professionisti. Forse, per questo il mio percorso culturale prosegue la sua corsa; oramai, da sola, in un panorama assai vasto, dove è facile perdersi e non sapere più dove andare o come proseguire.
Invero, grazie ai vari concorsi letterari rinomati ed efficienti, in effetti, sono stata, moltissime volte, premiata in Poesia e Narrativa.
LS: La letteratura in dialetto ha vissuto di alti e bassi nel corso della storia e la questione dell’importanza dell’espressione in dialetto negli ultimi decenni è stata avanzata e posta soprattutto da sociologi, demoetnoantropologi e cattedratici che si occupano di linguistica. Alcuni scrittori che hanno impiegato il dialetto (Trilussa, Belli) sono parte integrante della letteratura italiana e sbaglierebbero di grosso coloro che negassero tale realtà. Una delle motivazioni che viene portata dai dilettanti contemporanei o dagli amanti del dialetto in sua difesa è che il dialetto, in quanto lingua madre (si impara prima della lingua standardizzata dell’italiano) è più diretta ed efficace perché oltre a comunicare un messaggio è capace di trasmettere un’emozione, l’enfasi del parlante, il sentimento in maniera genuina. Che cosa ne pensa di ciò e del dialetto in generale? Ha mai scritto nulla in dialetto?
AS: Sì, il mio amore per il vernacolo è risaputo. In effetti scrivo in dialetto, mi piace parlare correttamente e scriverlo anche. Ho letto e leggo taluni autori famosi che hanno scritto in vernacolo: Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, De Curtis in arte Totò, Eduardo De Filippo, Giovanni De Caro, Renato De Falco ed altri. In futuro, credo, di voler realizzare un libro in vernacolo, su concetti ben definiti. E’ risaputo che il proprio dialetto, come quello di Trilussa e Belli siano stati dialetti di una grande cultura sociale e ambientale. Ma, parlando, del vernacolo, anch’esso, non di meno, possiede in realtà delle forti sfumature espressive; specie, nella pronuncia, con l’uso corrente di vocaboli e parole veraci, direi, straordinarie, che sanno trasmettere, sin da subito, intense emozioni, così belle, calorose, davvero, irripetibili nell’altra lingua, in italiano.
LS: Se le nominassi Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna e Antonia Pozzi, tre grandi poeti del secolo scorso, quale sceglierebbe e perché?
AS: Sono tre grandi autori, speciali, di straordinario interesse culturale. Essi hanno saputo coniugare al meglio i loro intensi percorsi di vita. La loro preziosa scrittura risalta fortemente, i vari contesti socio-politico, ma anche quelli ambientali, sia pure in maniera differente. Infatti, le loro opere letterarie hanno risentito di quel forte impulso espressivo dei vari periodi di vita vissuta; proprio come gli scrittori e i poeti contemporanei di questo secolo, impegnati a scrivere o a produrre nuovi lavori. A mio parere, li accomuna assieme il grande amore per l’arte: il giornalismo, la bella poesia, soprattutto. Tuttavia, la mia sottile preferenza mi dice che Pier Paolo Pasolini sia stato molto più incisivo e poliedrico nella varietà delle sue straordinarie opere letterarie lasciate, come: regista, poeta, scrittore e narratore. Egli, dunque, è stato un sagace interprete, dei tempi, in assoluto.
LS: Per ritornare alla poesia, quanto è importante il tema del paesaggio, del mondo naturale e popolare collegato al luogo delle proprie origini, secondo Lei nella poesia in generale? E nella sua poesia in particolare, la città di Napoli, con i suoi colori e le sue tradizioni, quanto compare o quanto è presente non vista, dietro ai suoi versi?
AS: Io posso ritenermi fortunata di avere le radici napoletane di una città, a dir poco, meravigliosa, così presente e viva nel mio cuore. E’, ormai, risaputo che Napoli è conosciuta ed è apprezzata in tutto il mondo per le sue bellezze naturali, per la sua bella, profonda cultura, così straordinaria; vanta un mito di numerosi artisti, bravi attori, ottimi poeti, e musicisti. I bei luoghi della mia città, in effetti, sono quasi sempre vivi, ossia, presente, nei versi e in diversi scritti. Non riuscirei mai a staccarmi dai luoghi che mi hanno visto crescere, con tante belle speranze e amore per l’arte, in particolare la poesia.
LS: Quali sono i progetti letterari che attualmente la vedono impegnata? Sta scrivendo un nuovo libro? Se si, può anticiparci qualcosa?
AS: Sì, esattamente, sono già pronta a presentarmi con un nuovo libro, di Poesie moderne, ci ho lavorato davvero tanto. Questa volta, mi sono immersa con tutta l’anima verso un viaggio straordinario, di terre assai lontane. Un viaggio che avevo, probabilmente, già dentro di me, e potrò finalmente realizzarlo. Infine, con le sillogi poetiche, vorrei prendermi una pausa di riflessione. Ho già in mente di occuparmi, finalmente, di cose nuove e diverse che avevo già scritto, ma le avevo poi accantonate nel tempo, non per pigrizia.
Anna Scarpetta
Novara, lì 21 Settembre 2014
A Firenze la presentazione dei libri di Augusta Tomassini e Maria Luisa Mazzarini
Deliri Progressivi & Euterpe Rivista Di Letteratura
organizzano
TRA POESIA E VITA ….
AUGUSTA TOMASSINI &
MARIA LUISA MAZZARINI
presentano
VOLO DELL’ANIMA—Poesia dall’Ombra
LANTERNE DI LUCE PER RICONOSCERMI
Relatori: Annamaria Pecoraro “Dulcinea”
(Poetessa e Direttore di Deliri Progressivi)
Lorenzo Spurio (Scrittore e critico letterario,
Direttore della Rivista letteraria Euterpe)
Interviene: Prof. Giancarlo Guerri
(sez. di Firenze dell’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti)
SABATO 11 OTTOBRE ORE 17:30
c/o Libreria Nardini Bookstore
Via delle Vecchie carceri 2
(Angolo via dell’Agnolo)
FIRENZE
INGRESSO LIBERO
Augusta Tomassini:
Un periodo segnato da una grave
perdita, ma nei silenzi della solitudine le emozioni dettate dal cuore hanno permesso il grande volo verso la luce.
“Parte delricavato del libro sarà devoluto all’associazione dell’Unione Italiana
Ciechi e Ipovedenti”
Maria Luisa Mazzarini
“Sacro mistero illuminato di magia”. Ricerca di risposte, all’infinito senza fine. “Uno scrigno di versi d’Amore dell’angolo più segreto del cuore con le sue più belle emozioni. Bisogno profondo dell’Anima, un perdersi per ritrovarsi, l’innamorarsi e il suo respiro.”
Parte del ricavato del libro sarà devoluto all’Associazione Art.Cult. “NuoviOcchiSulMugello”
Evento FB: https://www.facebook.com/events/293978700804858
“La battaglia si vince solo intentandola”. Manuela Marino su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio
“La battaglia si vince solo intentandola”
Commento di Manuela Marino a Neoplasie civili di Lorenzo Spurio
Edizioni Agemina, Firenze, 2014
Caro Lorenzo,
ti ho letto con molta partecipazione, concedendomi tutto il tempo prezioso per una lettura continua, direi ravvicinata e costante, di una poesia dopo l’altra, come una full immersion nella tua poetica per me nuova, sia ragionando a livello tematico sia calandomi completamente nell’atmosfera fortemente evocata dai termini. Devo dirti che in questa raccolta c’è un bel continuum sia “ideologico” in senso positivo, sia di stile. Questo è importante e funziona anche nell’insieme, che risulta ben omogeneo, cosa non sempre facile con poesie scritte in periodi diversi e sulla spinta di eventi reali differenti. Eppure, molti sono i fatti, una la voce. Bravo.
Altra cosa che balza subito all’occhio è la concretezza ma non prosaica del tutto. Ciò che la parola divenendo poetica mostra e ben fonde, coniugando immagine e pensiero: non plastica descrizione fine a se stessa, non solo concetto o cerebralità.
Così il tuo cammino nel mondo, non da uomo insensibile né da intellettuale in cattedra, è quello del poeta civile nella sua vera accezione e, dovrei dire, spesso eccezione. Non c’è provincialismo, la terra che si “bacia” a partire dalla propria va ben oltre con l’universalità del messaggio poetico; Turchia, Egitto, Ucraina, ma anche Francia, Inghilterra, Venezuela etc., perché la cronaca, come accade alla propria biografia, possa essere testimoniata nell’impatto emotivo di chi la vive e rendercela in questa “visione parlata”e “sciolta” dei versi. Che cos’è la poesia se non il tormento di una interpretazione sempre in cerca di oggettività, di universalità, anche e proprio se nulla è più soggettivo della parola poetica? Questo sentire che anela, talvolta contro se stesso, ad una verità: “Mi fingevo altro da me” e “Decisi di (…) darmi in pasto;/ m’abbeverai ad una fonte putrida” e, ancora, “ma ora ricerco una via unica”.
Questo piacere del vero o “dell’onestà”, per dirlo con Pirandello, che condivido e che ci accomuna, poiché il sentire anela sempre ad una verità, magari cruda, magari smascherata o sviscerata, eppure ancora esistente da qualche parte nel caos dentro l’uomo, o “nelle strade tra polvere e odio”… E per questo ancor più di vitale importanza, nel suo carattere universale.
Il poeta è forse per sua indole perennemente in una sorta di esilio, non di meno nella parola che lo rende continuamente funambolo su una eterna linea di mezzo o di confine, tra detto e non, tra potere evocativo e simbolico e istinto di significazione.
Io amo dire che ogni poeta è un po’ Cyrano di se stesso e fa continuamente la spola tra se e se, così come tra se e la realtà, per trovare la giusta espressione di ciò che sente…
In questa bella raccolta l’assalto condivisibile, (non confonda talvolta la musica melanconica che lo accompagna e che è un po’ il tuo “cor gentile”, la tua “educazione sentimentale”), l’attacco-difesa nei confronti di ciò che si vede e si vive, anche tentando lo straniamento, è la forza palpabile di questi versi, dove persino l’uso dell’imperfetto (che in genere io non prediligo) non precipita nella prosa dunque nella passività di qualcosa già accaduto, poiché l’uso pertinente dei vocaboli, la scelta di termini e di sofferta aggettivazione quasi “espressionista”, ne rende intatta la pulsazione come al presente.
Infine, ma si potrebbe continuare, che “strilli” pure l’inchiostro, che resti per fortuna “indomito” sempre contro il “non detto” (tema a me tanto caro), contro le “domande senza risposta”, le “occhiate ingannevoli”, o ancor peggio contro i “neuroni sfatti” e i “fantasmi purulenti” del nostro vivere così alterato, confuso in “specchi rotti”, costretto in “tenebre infamanti presto metaforizzate in violenza”. Ma sì, certo, che parli la voce, pur rimettendosi sempre in discussione, non più silenzio, “non più favole”, non più “inciuci dorati all’ombra del Palazzo/ non lontano dai vicoli/ degli osti sguaiati./ Ipocrita cucina casereccia”. E dove si “de-moralizza” (si toglie anche etica) il “tragicomico della vita d’oggi, passando per la farsa e riducendo tutto in burletta”…
Ecco tutto ciò il poeta lo sa dire in versi senza farlo morire inesorabilmente. Sono versi di limpida potenza, scritti anche se “la caffeina” è ormai “pietrificata”, i vetri “appannati” come occhi di madri cui “il pianto non trova fine” o anime che sudano freddo. La pioggia è “solforica”, il fumo “canceroso”, l’intonaco è “fradicio della recente pioggia” e sembra “una spugna di sangue”, il fango si fa “cemento” e persino il sole non tramonta ma sembra oscurarsi lasciandosi andare, “sviene” si dice. Ma noi siamo ancora sicuri che “la battaglia si vince solo intentandola” e portando all’occhiello il “fiore giallo” della poesia, che una volta colto emana la sua essenza esattamente come si esala un un ultimo nobile respiro, ma nella certezza che la parola poetica non sia mai vana né per chi la scrive né per chi la legge e, riuscendo a sentirla, assorbendola, se ne nutre.
Già sai cosa penso della copertina, con questa bella idea del binario che finisce nel mare la sua corsa, il che non occorre spiegare, credo, parla veramente da se. Mentre un’ultima parola voglio spendere volentieri sul titolo, che trovo veramente appropriato, la sintesi perfetta di ciò che è all’interno. Occorre tagliare i rami secchi, come nella Bibbia si dice “Un fico che non porta frutto va tagliato” etc. mi pare Luca. Sono dolorosissime amputazioni, neoplasie addirittura di interi organi o sistemi, divenuti cancrena della nostra società e della nostra esistenza, ma, lo sai bene, è proprio verso questo “appuntamento” non solo possibile ma immancabile che tende la “civile” arma della poesia.
Davvero complimenti.
Manuela Marino
La premiazione del XXV Premio Città di Porto Recanati (dom. 28-09-2014)
Alcuni scatti della Premiazione del XXV Premio Città di Porto Recanati fondato e diretto dal professore Renato Pigliacampo.
Giuria: Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti (Componente), Lella De Marchi (Componente), Renato Pigliacampo (Componente)
Premiazione svoltasi domenica 28 settembre 2014 alle ore 17:00 al Castello Svevo di Porto Recanati (MC)
Le foto sono di Pietro Carenza (Turi – BA)







