“E’ già mattina” è un romanzo-saggio che coinvolge e intriga a mano mano che si va avanti con la lettura; narra una storia vera ed incredibile. Tratta di un presunto caso di reincarnazione che riguarda un’ava dell’autore. Il caso sconvolge l’ambiente degli intellettuali dell’epoca, gli anni della belle epoque di una Sicilia che sta per scomparire al progressivo avanzare della modernità. E’ la storia di Alessandrina, una bambina identica ad una sorellina morta che appena cresciuta manifesta ricordi di una vita precedente, quella appartenuta alla sorella, e straordinarie facoltà di sensitiva. La storia vera attraversa, passando per generazioni ed epoche diverse, la storia della Sicilia stessa. Il tema del “ritorno” sotto altre sembianze ha pieno compimento in senso metafisico e si incrocia perfettamente con la concretezza della realtà. E’ la storia di uno spirito che non muore, che ci dona una inquietante apertura e che ci conduce a pensare, in maniera diversa, all’eterno. Il romanzo oltre ad avere le caratteristiche del saggio e del romanzo storico, possiede una struttura particolare che è il risultato della varietà condotta con coerenza.
L’essenza di ciò che viene narrato ovvero l’esistenza di un sottile filo che lega la realtà del mondo concretizzatosi in atto e quella intangibile che si materializza in “momenti-vite”, è racchiusa tra le pagine dell’inizio e quelle della fine. Non si tratta di una semplice struttura ad anello che comincia dal presente o che vi ritorna alla conclusione del romanzo, ma sono i piani narrativi a costituire la cifra del suo lavoro, piani che Samonà sa giocare in modo originale; è una sua caratteristica, infatti, quella di intrecciare più piani temporali per descrivere l’infinito eterno, facendo sempre riferimento alla realtà, quella in atto. Il suo andare avanti ed indietro nel tempo del racconto, il suo disinvolto e naturale passeggiare tra i livelli temporali, realizzano unità, coerenza e chiarezza narrativa. Il narrare cose intangibili risulta concreto: parla di avvenimenti, di storia di luoghi e di generazioni. Ai superficiali, alcuni fatti potrebbero apparire tutt’altro che reali, ma il tutto è reso altamente credibile. Le descrizioni di luoghi e persone sono fotografie realistiche, riprese però con una sapiente velatura , come se questa fosse l’aura di un ricordo, ma del ricordo di qualcosa che è ancora vivo ed esistente, così come le descrizioni degli stati d’animo interni ai personaggi storici, perché realmente vissuti, sono carichi di un pensare poetico che spesso comunica la pudica nostalgia dell’autore per un mondo trascorso. Belle e delicate le pagine finali, costituiscono magistralmente una scena teatrale, visibilissima, che lascia intuire quanta struggente nostalgia e forse anche dolore vi sia nella sopravvivenza, in un’altra dimensione incastonata in un luogo reale, di spiriti ancor oggi presenti a Villa Ranchibile. La lettura si lascia assaporare e ci solleva dalle obsolete considerazioni sulla polarizzazione tra mondi materiali e i mondi dell’aldilà, aprendoci ad una prospettiva diversa ed unificante di tali dimensioni esistenziali dell’anima.
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Questo testo viene pubblicato su questo dominio (www.blogletteratura.com) all’interno della sezione dedicata relativa alla rivista “Nuova Euterpe” a seguito della selezione della Redazione, con l’autorizzazione dell’Autore/Autrice, proprietario/a e senza nulla avere a pretendere da quest’ultimo/a all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ vietato riprodurre il presente testo in formato integrale o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore. La citazione è consentita e, quale riferimento bibliografico, oltre a riportare nome e cognome dell’Autore/Autrice, titolo integrale del brano, si dovrà far seguire il riferimento «Nuova Euterpe» n°01/2023, unitamente al link dove l’opera si trova.
“Brezza ai margini” costituisce una sorta d’inventario dei momenti di maggior rilievo vissuti dall’Autore durante l’erranza “per i quotidiani incroci”, o il peregrinare “per riflessi di specchi / e scarti di memorie”. Il tutto, sperimentato da una marginalità esistenziale il cui sollievo è dato dallo spirare di un dolce vento: la brezza vitale che origina il canto della poesia, qui adombrato dall’“attesa del canto melodioso dell’usignolo”, come recita la poesia che inaugura la silloge fungendo da plausibile dichiarazione d’intenti.
Tutta la raccolta appare segnata da un’intensa attività memoriale divisa fra “brama di vita” e “cenere da inumare”, per il cui tramite l’Autore esprime i sentimenti suoi più profondi: lusinghe e disinganni, illusioni e delusioni, coraggio e paura, oltre al desiderio di un sereno ritorno all’amato paese d’origine della famiglia: “Se un dì verrete a Malvagna/” – scrive il Poeta – “a parlarmi del ciliegio sfiorito / o dei miei figli cresciuti in fretta, / non dite di me e del neo sulla guancia”. Ma soprattutto esprime ciò che sembra attraversare, più o meno scopertamente, l’intera silloge: i sentimenti di morte e di amore.
Infatti, a censire le parole ricorrenti nelle ventiquattro poesie della raccolta, ce n’è una che accompagna come un basso ostinato l’accorata musicalità dei versi ed è la parola “morte”. Di essa si dice che è “dura”, “amara e ingannatrice”, “stupida”, che “ha la sagoma scura dei tank”, che “è un gelido varco interno”.
Essa, tuttavia, non costituisce la soluzione definitiva, poiché le si contrappone, in funzione dialettica, la parola “vita” – già presente nella sezione introduttiva “Amare è vita” – che ne annuncia l’intenso sviluppo lirico, ritenendo lo stesso momento estremo come il “punto d’inizio o d’origine / di una seconda vita”.
L’alternanza lirica avviene fra la “vita” e il “silenzio. Ossia fra la vita e la morte, ossia ancora fra l’amore e quel silenzio che suggella “il vuoto degli assenti”. “Angoli bui nel silenzio”, del resto, è il titolo riassuntivo della seconda parte della silloge.
L’amore è precipua ragione di vita. Il Poeta ne sperimenta la realtà sulla propria carne nel consapevole dissidio fra amore e disamore, e così ne scrive: “Se dovessi frugare nel vano / del tuo ventre acceso / o nella finzione del tuo volto / che non tratteggia più stupore / avrò ancora la disperata voglia / di lambire la tua pelle? // E se non fosse più amore / ma tarantole infette / proverai con le tue esili dita / ad aprirmi il cuore?”.
Il Poeta si affida alla memoria con una precisa disposizione d’animo: “Come a voler frugare nei vicoli / carichi di remoti silenzi, provo / a scavare con le unghie dei piedi / tracce del mio passato”. Ne consegue che la ricerca di tali “tracce” comporti una totale immersione nelle pieghe del “tempo”, quel “Tempo” con la T maiuscola che “ha i colori dell’iride”, variamente aperto alla bellezza del mondo, che però si presenta come “l’inganno della vita”. Ricordi, dunque, elaborati lungo un percorso temporale – “l’osso duro che rimpingua il dolore” – che li rende vivi, dolorosamente vivi come una ferita mai rimarginata, cui può dare qualche lenimento l’invenzione (leopardiana?) di “brandelli di lusinghe”.
La poesia è nutrimento dell’anima. Ma è anche medicina, farmaco dell’anima. C’è tanta angoscia in questi versi: angoscia davanti all’imponderabile, all’inimmaginabile, al mistero dell’essere qui e ora (eloquente l’esergo heideggeriano). Si veda quanto e come agiscono nel tessuto lirico le parole “fiele” e “veleno”, tanto che per l’Autore la poesia non sembra porsi come medicina dell’anima ma come veleno. Sappiamo che la parola farmaco deriva dal greco antico e può significare sia «medicina» che «veleno». Contro ogni apparenza, tuttavia, per Russotti la poesia non è solo “veleno”, ma è anche “nutrimento”: linfa necessaria a sostenere il fardello dell’esistenza.
Lo spirito elegiaco che aleggia in queste liriche dà senso e significato al pianto e al rimpianto che intridono la storia personale dell’Autore costretto a scendere umanamente a patti con il dolore. Pur negli abbandoni, pur nei silenzi degli assenti, il percorso poetico di Russotti finisce per dare spazio a una consapevole riconciliazione con la vita: “Nel madrigale triste della sera / commuterò il ciclo dell’argilla e della corolla, / commuterò lo sterco in rimpianto / e come per incanto / sorgerà il sole del mattino”. Le immagini dell’io lirico, elaborate con sorprendenti divaricazioni di senso, ne offrono la logica riposta, la riflessione vitalistica propria dell’uomo in perenne dissenso con la morte.
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É con grande gioia che attraverso questa ultima raccolta di Claudia Piccinno, innanzitutto guardando alla bellissima intesa dell’autrice con l’amica poeta e sua straordinaria traduttrice Elisabetta Bagli, intesa che continua il dialogo intessuto dalle due amiche nella precedente intensa raccolta a quattro mani, dal titolo Versos Cruzados (Editorial Dunken, 2021).
Questa corrente empatica che porta a realizzare un dialogo poetico oppure, come in questo libro, a offrire le proprie poesie in traduzione, mi conferma l’efficacia comunicativa di una modalità di incontro tra poeti che riflette un profondo scambio emozionale, ma che si spinge al di là della solita dilatazione della parola oltre un confine linguistico. Leggiamo infatti questo scambio come qualcosa che, attestando l’incontro tra due sensibilità, si oppone alla possibile deriva egoica e spesso autoreferenziale di una scrittura individuale tout court.
Ma cerchiamo di entrare nelle stanze di questa raccolta che nel titolo dichiara l’apertura all’azzurro, elemento cromatico collegato da sempre, oltre che alla spiritualità, alla profondità e alla vastità. Chi legge avverte infatti subito l’aprirsi di un largo cielo visionario che attraversa realtà e memoria, natura e mito, ma che diventa anche un mare, il mare della vita personale e collettiva, le cui onde sono gli infiniti e pure inaspettati eventi da affrontare, le ferite ricevute, l’incessante ripetersi di naufragi collettivi per gli errori umani, ma anche il resistere ostinato della speranza.
In questo vasto azzurro i testi si stagliano nella loro concisione e limpidezza, come a indicare l’urgente necessità di una sincera comunicazione volta ad un rigenerarsi collettivo, nonostante le rare gioie e le più frequenti amarezze oscurino l’intensità dell’azzurro con l’ombra del disincanto.
Così accade che la percezione degli eventi nel mondo e la riflessione sull’esistenza si mescolino di continuo dando vita a scene ed epifanie in un mosaico visivo e simbolico costantemente caratterizzato da un’incisiva impronta etica.
E percorrendo dall’inizio i testi notiamo subito come la prima urgenza comunicativa sia stata quella di salvare la sacralità degli affetti fondamentali, sottraendo per sempre dalla evanescenza la memoria dei genitori scomparsi (Ad ogni finestra d’azzurro; A mio padre).
Sono queste prime finestre ad aprirsi e lo fanno in modo invertito, non aprendosi all’esterno, ma nel proprio cielo interiore, a indicare il senso profondo di un sentimento assoluto, incrollabile, dispiegato attraverso percezioni uditive (la voce materna che chiama dal cortile dei giochi), olfattive (il profumo delle arance raccolte dal padre), simboliche (la piuma, il vento, le corone d’alloro). Qui subito si evidenzia la cifra poetica di Claudia Piccinno nella forma e nel ritmo, con l’andamento libero e armonioso di un racconto-fabula in versi, a volte scosso dal battere delle anafore, spesso chiuso da un finale epifanico.
Un’altra finestra di grande delicatezza psicologica, che si apre nell’azzurro della memoria è quella che dice di un’altra mancanza, così crudele perchè avvenuta durante l’infanzia (Compagno di scuola), quando si è disarmati, tanto da sentirsi “in castigo” , per chissà quali piccole colpe ingigantite dalla perdita (quanti tra i lettori si riconosceranno in questa dimensione!).
L’esercizio incessante dello sguardo porta poi inevitabilmente l’autrice a notare le colpevoli incongruenze della contemporaneità, il mancato progresso sociale ed etico, se ancora non solo non si è raggiunta la vera parità di genere (giacché la donna è ancora oggi paragonabile alla sapiente Aspasia di Mileto, non riconosciuta nel suo valore perfino dallo stesso Pericle che l’aveva amata), ma anche perché ancora l’umanità persevera nell’errore, non annullandosi l’assurdità di guerre e violenze. Sono, queste, le domande centrali dell’oggi, cui ogni poeta non può sottrarsi. Sono domande che sottendono il senso universale profondo dell’esistere, mentre si continua a percepire il correre della vita come un insulso girare a vuoto, anzi come solo “ rumore “, privo com’è della luce dell’incontro vero (Nel codice alfanumerico).
E l’autrice reagisce ad ogni deriva dichiarando di non poter che “predisporsi al silenzio”, come in una rassegnazione muta, che trova sollievo solo nella contemplazione e nell’ascolto della natura. Sì, perchè in natura perfino le pietre, con le loro soluzioni di saggezza geologica millenaria, ci parlano di un equilibrio tra materia vivente e non vivente ancora possibile (La rupe; Le pietre di Sardegna). Se sappiamo ascoltarlo, vi è un intero continente fuori di noi che ci parla: voci di rocce acque piante a indicarci, semplicemente coabitando in vantaggio reciproco, una dimensione armonica di salvezza.
Per Claudia Piccinno vi è anche un’altra soluzione di resistenza, che sale dal profondo della sua interiorità: è il fermo proposito di conservare intatta la propria schiettezza, non tener conto del disconoscimento altrui del proprio valore, di ogni ingratitudine, anche se è doloroso veder montare la disillusione e cadere l’entusiasmo.
Ci rendiamo allora conto che queste riflessioni di Claudia Piccinno sono anche le nostre, anzi riconosciamo, come sempre accade in poesia, il senso universale che investe questa parola poetica nel nostro tempo di deriva, tempo del disincontro, che scorre tra virtuale e tecnologia, tra indifferenza e superficialità. Claudia Piccinno, come altri poeti contemporanei (posso citare Jorie Graham, Cristina Bove, Laura Liberale, Giuseppe Yussuf Conte), sta lanciando un alert in poesia, che è la nostra fiera ribellione contro la disumanità che avanza con il suo corredo di potere, alienazione, mancanza di solidarietà. E dunque accogliamo la sua indicazione nel voler restare “vetro”, che sopravvive in virtù della propria limpidezza (Plastica nelle vetrine); soluzione di semplicità cristallina, non affidata a formule, ma al proprio istinto che, decidendo di sottrarsi ad ogni pesantezza da pensieri dolorosi o da urti ricevuti, cerca solo la levità, l’onestà, la benevolenza, l’incontro e il continuo stupore (L’arte del sottrarre).
Questa scrittura di donna non poteva poi escludere l’esperienza di madre tormentata, come lo sono tante madri, che però lascia sempre aperta la porta alla fiducia nel futuro, purchè sia costruita con il legno del coraggio e mai della resa (Lente le ore), con la consapevolezza che ogni esperienza, anche la più dolorosa, è riserva di forza e sempre di sovrabbondante voglia di donare (Il dolore che mi porto dentro).
La scrittura ritorna poi a trasmettere le voci autentiche dell’umanità abbattuta e violentata nel passato, il grido di sangue versato nei conflitti che giunge da luoghi e immagini significative (Cracovia, il Piave, l’olivo di Fossoli giunto da Israele), per ricordare ancora una volta l’insensatezza della morte per-uomo (Zio Tore; Ciao Gazzella).
Non sono poi da tralasciare le poesie raccolte a fine libro nella sezione Frammenti di vita, dove l’autrice mostra la sua ricchezza visionaria unita alla sapienza nel mescolare immagini, colori e sensazioni e alla sua straordinaria padronanza del ritmo (Ragnatele cremisi e segg.).
Poesia profondamente civile e dunque profondamente contemporanea, pure poesia coraggiosa, che prende le distanze da ogni eventuale giudizio smaccatamente letterario-estetico, preferendo dichiarare la propria fede aperta alla parola della speranza: quella di un’inversione di rotta dell’umanità verso l’etica dei comportamenti, la sola dimensione che fa umano l’essere umano (E tu nascesti, nasci e nascerai).
Per queste ragioni sento questi versi costeggiare la Parola assoluta, divenire segno umano degno di memoria.
E per queste ragioni invito caldamente i lettori in due lingue a leggere queste pagine.
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Nuovo capolavoro del poeta e medico radiologo Zairo Ferrante “Lockarmi” e curarmi con te, finito di pubblicare nel febbraio del 2002. La genialità di questo testo sta nella franchezza dei contenuti e nell’autenticità intellettuale del poeta che contraddistingue il suo agire pratico e ispirato ai più alti valori morali.
La ricostruzione dell’essere attraverso la sublimità dei versi e la maestria della parola in racconto, questo intento ritroviamo nel libro di Zairo Ferrante, una vera e propria giostra di pensieri, una profonda riflessione sulla vita che traccia la nudità del sé tramite un’espressività concisa, delicata e infrangibile.
La narrazione esalta la duplice natura dell’autore di poeta e medico che mai stride, ma rende compenetrante ogni lato, valorizzandone la sostanza senza mai essere antitesi.
Si nota un’arte poetica dal taglio intimista, filosofico, che si apre a un pensiero quasi ascetico dell’essere, dove la meditazione si riversa sul fare silente dell’amore universale.
Versi schietti, immediati, dalla verità impellente sussurrata senza orpelli, vividi di emozioni che si sentono vibrare, parole di una comunicazione in cui quasi a intermittenza la ragione diviene intercapedine tra le vie del sentimento umano su un terreno di rinascita. L’umanità è intreccio di sofferenza e speranza. In ciò la poesia di Zairo si eleva al sublime, poeta smarrito nell’essenza dell’io che si ritrova nella propria luce.
Si assapora la sua anima prima ancora di inoltrarsi in profondità. Un percorso dove si ritrovano i tasselli del sé tra gli abissi di questa umanità balorda che scaccia via la verità e si nasconde dietro le apparenze. Il cuore è passione e rispetto e il silenzio se ne prende cura. Un responso che si innesta dolcemente tra il respiro della vita e il sentire dell’anima.
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Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria esplosione di libri dedicati alla lettura, che siano le proprie letture di bambina e poi di adulta, che siano i libri che ci hanno formato, ammaliato con la propria grandezza e originalità, e reso quello che siamo. Trasuda amore per i libri, tanto da rendere reale il sogno di aprire una libreria in un piccolo cottage di un borgo della Toscana La libreria sulla collina (Einaudi, 2022) di Alba Donati. In quello che si rivela un avvincente diario della progettazione e poi realizzazione della piccola libreria ‘Sopra la Penna’ a Lucignana, iniziato con un crowfunding nel dicembre del 2019 e portato a termine grazie all’aiuto di tutta la comunità lucignanese e di una rete di amici e appassionati, Alba Donati riversa la propria competenza di poeta e di studiosa: ciascuna giornata del diario è conclusa dai libri venduti quel giorno, da Pia Pera a Christa Wolf, da Emily Dickinson a Simone De Beauvoir, con un invito irresistibile a seguire le sue tracce e caricarsi mente e anima di tesori. Sandra Petrignani e Bianca Pitzorno, la prima con Leggere gli uomini (Laterza, 2021), la seconda con Donna con libro. Autoritratto delle mie letture (Salani, 2022) compiono un’analoga operazione doppia: dell’ammirazione per la scrittura e il libro in sé e come specchio di sé. Come scrive Manuela Altruda nel recensire il primo dei due libri, con “esercizi di ammirazione e scatti di rabbia, attraverso memorabili citazioni, Sandra Petrignani ci porta dentro tante pagine indimenticabili, da Dumas a Roth, da Pavese a Proust, da Calvino a Tolstoj, da Gary a Dostoevskij, da Moravia a Mann, da Manganelli a Kundera, da Malerba a Čechov, da Nabokov a Chatwin, da Tabucchi a Kafka e a mille altri”. Per scoprire quanto gli uomini siano simili e diversi da noi, quanto gli scrittori amati ci abbiano rese le scrittrici che siamo. Ma vengo all’ultimo libro speciale di Giulia Caminito, Amatissime, (Giulio Perrone Editore, 2022) in cui la giovane autrice di L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani, 2021), o di La grande A (Giunti, 2016), rende omaggio alle madri letterarie e al nostro eterno debito di amore e venerazione. Ne sceglie cinque, le più care: Elsa Morante, Paola Masino, Natalia Ginzburg, Laudomia Bonanni e Livia De Stefani. Con loro intreccia da subito un dialogo impossibile, appassionato e autobiografico, in cui ciascuna amatissima occupa e rispecchia una fase della vita di Giulia. Elsa Morante è, per esempio, il ricordo di una grande foto della scrittrice sopra la scrivania della madre, che si laureò con una tesi su di lei. Madre doppia dunque, e doppiamente temibile. Giulia si accosta alla scrittrice da bambina, ce ne racconta i riccetti ribelli e i primi amori letterari, le prime scritture, storie di bambole, analoghe a quelle che Lena e Lenù si scambiavano nel primo libro di Ferrante, L’amica geniale. Genio e spiritello malefico è Elsa, pronta a ficcare la punta del suo ombrello in faccia a chi osi accostarsi troppo alle sue imprevedibili stranezze, al suo mondo interiore labirintico e favoloso. Paola Masino invece è nei vestiti: gli abiti usati della sorella, gli abiti anni Ottanta di Giulia, il ricordo di tutti quelli che hanno rivestito la sua vita, nel recentemente ripubblicato Album di vestiti (Elliot, 2015).
E con Paola Masino Giulia Caminito inaugura la serie delle amatissime recuperate, la schiera di valenti scrittrici dimenticate e uscite fuori dal canone letterario, ma che invece amarono e influenzarono la storia letteraria italiana, verso cui si rivolge la curiosità e l’amore delle giovani scrittrici di oggi. Al lavoro di editor di Giulia si affianca in parallelo una giovane Lisa Ginzburg, sofferente e umanissima, scopritrice di talenti e valida traduttrice per Einaudi, dopo la perdita precoce del marito Leone. Infine le due outsider, recentemente riscoperte e ripubblicate da case editrici coraggiose e sensibili come Cliquot, Laudomia Bonanni e Livia De Stefani. La Bonanni appare irrequieta anticipatrice di temi quanto mai attuali come il desiderio ambivalente di maternità, la violenza familiare, lo svantaggio sociale che pesa sulle donne e sui ragazzi del dopoguerra, la questione delle droghe e quella della solitudine dell’intellettuale che sceglie l’inappartenenza. Da insegnante aquilana a lungo impegnata in scuole di piccoli comuni di montagna, in quella frontiera di isolamento, freddo e miseria che il secondo dopoguerra aveva lasciato in eredità, soprattutto nei bambini che lei aiuterà e avrà sempre nel cuore, persino quando “delinquono”, e che seguirà nei Tribunali minorili come Giudice laico, Laudomia si accosta a Roma, ne frequenterà, grazie al successo dei primi romanzi, i salotti intellettuali, come quello di Maria Bellonci e degli Amici della Domenica, da cui nacque il Premio Strega, vinto da lei per l’inedito con i racconti de Il fosso, nel 1948. Caminito ne segue le vicende e i misteri, come quello della mancata accettazione da parte delle case editrici Mondadori e Bompiani, dell’ultimo romanzo della scrittrice, La rappresaglia, romanzo quanto mai amaro e simbolico delle ferite inferte dalla guerra e del prezzo pagato soprattutto dalle donne. Infine, tra i sei scatoloni di carte private della scrittrice De Stefani, “entusiasta per il tesoro e atterrita dal patrimonio”, Giulia Caminito assume su di sé il peso e la responsabilità di una vita di donna, tutta in quelle carte, “chilogrammi di vita” di una donna artista, che ci chiedono di non essere dimenticati, di essere riportati alla vita letteraria e alla dignità di patrimonio di noi donne tutte e uomini di oggi. Un libro, questo di Giulia Caminito, che ci insegna l’amore per la lettura delle scritture femminili come patrimonio immateriale della comunità, guida affettiva a una cultura letteraria più consapevole, profonda e carica di futuro.
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“E il naufragio ci colse nel sonno,/ nella quiete di un mattino d’aprile/ l’illusione di dividere l’azzurro in tanti,/ piccolissimi pezzi da conservare/ nello spazio sacro del sogno.”
È una raccolta poetica di pregio e raro fascino quella intitolata La ragione della polvere, uscita nel novembre del 2020 con la casa editrice peQuod di Ancona.
L’autore, il torinese Luca Pizzolitto, classe 1980, si dedica alla poesia da una ventina d’anni e ha all’attivo importanti premi letterari (tra i vari, il Premio Internazionale Città di Latina, 2019) e pubblicazioni nel settore. La sua è una scrittura fortemente incisiva che, già a una prima lettura, non può non lasciare traccia nella sensibilità del lettore.
“La cenere cadrà/ sui nostri giorni stanchi,/ il mio corpo troverà/ finalmente riposo./ Nel giaciglio disfatto/ di una parola mai nata,/ irrimediabile.”
Quelle della silloge in questione si rivelano pagine particolarmente intense, suddivise in cinque sezioni, nelle quali si riflette un io poetico consapevole che la vita “è questa cosa atroce e fragile” e “tutto ciò che vive soffre”; in essa, il tempo, che “scivola nel tempo”, fluisce facendosi spesso silenzio inquieto e disperato, nonché intima sofferenza. Nemmeno la luce dell’alba finisce per recare con sé autentica quiete all’anima.
Il mondo ritratto dal poeta, dunque, si rivela pregno di dolore, sebbene alcuni passi trasmettano un senso di pace ineguagliabile (“[…] Due monaci cantano/ il Magnificat:/ nel mio corpo, con dolcezza,/ scende la sera.”; “[…] La quiete di un istante,/ nell’accadere del nulla.”), mentre l’esistenza assume il sapore dell’esilio in quello che viene definito lo “sterminato silenzio di Dio”. Di quest’ultimo si respira di continuo l’assenza, il vuoto lacerante che pare ricordare all’uomo la propria condizione di estrema fragilità dove anche l’amore è intriso d’addii e parole amare.
“[…] Ti scrivo queste poche righe,/ ti scrivo mentre ancora abito/ la parte oscura del cuore,/ il desiderio incontenibile/ di essere amato.”
La dimensione del ricordo s’adorna di una nostalgia a tratti rabbiosa; nel suo spazio, tuttavia, si cerca e trova comunque rifugio. In fin dei conti, la vita stessa resta “un voltarsi, inconsapevoli,/ verso i volti amati, le cose perse,/ gli istanti di luce,/ i piccoli, brevi istanti felici.”
Attraverso immagini immediate e un linguaggio potente e suggestivo pur nella sua semplicità, la penna dell’autore si muove con assoluta maestria tra luce e ombra, stagioni e abissi dell’anima, all’incessante ricerca del senso del nostro umano vivere, sempre così difficile da trovare (e accettare), prima che la polvere, nella quale si tramutano a poco a poco i giorni, ricopra oggetti, corpi, sentimenti.
“[…] Ho osservato inerme il morire,/ l’inesorabile farsi polvere/ e svanire di tutte le cose.”
La ragione della polvere è un emozionante e coinvolgente viaggio in versi nelle profondità del sé talvolta sconosciute, mentre passato e presente si intrecciano e, forse, confondono. Senza dubbio, un’opera di notevole maturità poetica tanto per la forma quanto per il contenuto.
Curatore della collana di poesia portosepolto per conto della peQuod dalla fine del 2021, Luca Pizzolitto ha pubblicato con la medesima casa editrice anconetana, sempre all’interno della collana Rive, anche la successiva raccolta Crocevia dei cammini (2022). Il suo blog personale è www.lucapizzolitto.blogspot.com
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Le origini, per lui, sacralità e ricerca. Il caro nonno, “le nozze d’oro” che il tempo non ha scalfito. Quattro amici vicino e i calici di vino levati. Un semplice messaggio partito dal cuore che non invecchia e irradia gioia. Il legame forte di Franco con la madre che cuciva “le camicie a quadri…: a piede svelto su la pedivella”.
La madre che cantava cucendo. La madre che ha trasmesso in Franco, poesia. Il suo amore per ogni forma di bellezza: “la cupola grande del Brunelleschi/ ed ascolta/ un richiamo nel cuore/ Una volta per sempre figlio, figlio…”. Culto per la bellezza. Una bellezza umana di memorie di artisti, “volti amari, frustati dalla sferza/ della vita, quasi cancellati…”. Gioia, dolore, primavere all’inizio della vita e poi inverni, compagni del tramonto. Importante vivificare i ricordi e ritornare “alla siepe dell’orto/ come al mare/ più grande. Sotto la pioggia/ più non sorbisco il vino/ nel fervere del tino/ ora che conto gli anni alla rovescia…”. I ricordi sono vivi e caldi perché permeati d’amore. Un amore che abbraccia l’infinito. La casa antica che non c’è più, ma vive; il padre sotto il portico a riposare; la mamma a cucire accanto al fuoco; il vitellino – trampolante – nella stalla, il suo cane, il pane che la sua mamma faceva e le “castagne” che scoppiano sulle braci. In anni ormai lontani, per strada si vendevan “le bruciate” in sacchettini e il semellaio davanti alle scuole che gridava: semeli, semeli…
Semplici realtà che scaldavano il cuore in un tempo semplice dove ci sentivamo signori “con tre bricie e un dito di vinsanto”.
Una poesia che, parlando di cose semplici, sconfina in un infinito dove il parlare diviene sacro. “…Verso sera…tu ti fermasti lungo il viottolo/ affaticato/ avevi sete/ ti diedi l’acqua della mia mezzina/ che sapeva di pozzo/ Mi mettesti una mano sulla spalla/ come per dire grazie… Ed io/ divenni cristiano/ guardandoti negli occhi”. Intorno al mondo di Franco odore di cielo e di terra. A Franco piace ritornare al caminetto antico dove mette due legni a “fialoccare”. Non c’è nessuno intorno e lo assale, nostalgia. Sente i suoi anni di uomo solitario; solo, ma con il sentirsi sempre accanto i suoi perduti e mani tese verso quel fuoco.
Ha gli occhi volti alla natura: tra nebbie pallide e lontane “dietro una foglia il panorama appare”; l’Arno che scorre e all’orizzonte “le case mute di pietra cemento” e un vento triste sulla sera riporta il poeta alla realtà del suo scontento. Cosa può consolarlo? “la punta fiorita di un pennello/ apre un mondo che vivo s’indovina/ In una iridescenza di acquarello,….” e rivive il ricordo della donna amata, “quasi una bambina,/ mentre cogli i papaveri a mannello”.
Il mondo giovane di Franco è ammantato di fiori “come specchi”, di anemoni, fiori del vento e poi, le foglie d’autunno con la loro bellezza crepuscolare: “Voi siete la memoria dei fiori dell’estate”.
Ancora, vasi di fiori di campo e “distese di rosolaci (che)/ Insanguinavano i campi di grano/ giallo, non ancora brunito/ sgorgavano dalla terra profonda/ come sangue, a onda/ su campi di grano infinito”.
Franco Maescalchi
Le serene solitudini di Franco sono popolate di piccioni che “nella campagna si erano involati,/ ora sono con me, sulla poltrona,/ che qui in anni lontani sono nati./ Nacquero dal dolore: fu un gran volo/ perché mio padre se ne era andato/ lasciandomi nel giorno un po’ più solo…: ora che son tornati ai davanzali/ insieme a loro devo fare i conti/ E vorrei dirgli: spiegherete le ali/ quando la neve scenderà dai monti/ e nel candore blu dell’universo/ avrete scritto voi l’ultimo verso”.
Quando vado a trovare Franco, lo trovo col volto sorridente; il sole illumina il balcone e i suoi amici piccioni. La loro tenera giocosità, il loro volo lieve e il loro tubare, consolano Franco della tristezza del mondo. Tenera questa simbiosi tra Franco e gli uccelli: “Ne sottotetti dove hanno dimora/ oltre la mia terrazza e nella notte/ Mi sembra tutto un lieve pigolare/ come quello remoto, delle stelle/ E forse, mentre dormo un batter d’ali”.
Caro Franco che vivi nel tuo mondo di ricordi e di colori allietato dal volo dei tuoi amici piccioni. La tua solitudine trova compagnia in questi volatili che ti sono grati “per due semi da beccare”. Il tuo amico, detto il bianco, che ti guarda “con gli occhini rosso smalto”. Vola via, ma il suo esserci stato, diviene presenza, simbiosi. Franco vola con lui per poi ritornare “ed in studio, chiuso, resto”.
Ancora amore per Franco: il mare. L’attesa prima delle vacanze. Il grande respiro del “mar da cui tutto viene e tutto torna”. Il mare va ascoltato in silenzio…
Il bellissimo silenzio di Franco che si traduce in versi che, con parole chiare, aprono infiniti spazi all’amore.
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Questo testo viene pubblicato su questo dominio (www.blogletteratura.com) all’interno della sezione dedicata relativa alla rivista “Nuova Euterpe” a seguito della selezione della Redazione, con l’autorizzazione dell’Autore/Autrice, proprietario/a e senza nulla avere a pretendere da quest’ultimo/a all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ vietato riprodurre il presente testo in formato integrale o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore. La citazione è consentita e, quale riferimento bibliografico, oltre a riportare nome e cognome dell’Autore/Autrice, titolo integrale del brano, si dovrà far seguire il riferimento «Nuova Euterpe» n°01/2023, unitamente al link dove l’opera si trova.
Vedete, ragazzi, i poeti sono una specie umana particolare. Sono continuamente in volo, verso dove neppure loro lo sanno. Simili agli albatri baudelairiani non si trovano a loro agio sulle terra ferma, brancolano, zoppicano, vanno a tentoni; non stanno in equilibrio. Sì, sono nati per volare verso un’isola lontana, che nemmeno la si vede col cannocchiale. E intraprendono viaggi su zattere fragili e precarie, avventurandosi su rotte di difficile navigazione. Si impigliano in secche, sbattono su scogli irti e aguzzi, trovano bonacce, venti che scompigliano le vele; e spesso, con quello che resta dell’imbarcazione, mirano all’isola dei loro appagamenti. Il fatto sta che non vedono fari, non scorgono stelle, e, continuando nel buio degli abissi, cadono in depressione, nel malum vitae, nello spleen, rendendosi conto dell’impossibilità di ultimare il loro percorso; dell’improbabilità dell’impresa. D’altronde il viaggio è un po’ nelle corde degli umani. Quanta letteratura è stata spesa sul tema. Non mi metto qui a parlare di Omero, Virgilio, Dante, Baudelaire (O mort, vieux capitaine, il est temps! levons l’ancre!) o dello stesso vostro conterraneo Mario Luzi. Forse perché l’uomo in generale ambisce a qualcosa di più; a superare i limiti della sua precarietà, della sua incompletezza, del suo essere mortale fra i mortali. Ed allunga lo sguardo verso orizzonti impossibili per la sua miopia; ne deriva un pascaliano conflitto tra rien e tout, cosicché la sua posizione fra la caducità del terreno e l’infinitezza a cui ambisce crea in lui una inquietudine perenne che è anche il focus del canto. Questa è un po’ la poesia, la sua anima: sentimento, memoriale, fuga dall’essere, immersione nella vita, rivisitazione del vissuto, cristallizzazione delle immagini, osservazione, descrizione, simbolismo, armonia; e parola. Quest’ultima è ciò che determina la potenza del poièin, cercando con tutti i mezzi a disposizione di rendersi effettiva, significante, concreta: si spezza, si arrotonda, si sfuma, si contrae, si metaforizza, per unirsi in iuncturae assemblanti; per rendere visivo e corposo il messaggio dell’anima. L’arte ha sempre avuto bisogno di qualcosa di più della semplice parola; di andare al di là della canonica morfosintassi con voli etimo-fonici o sinestetici-allusivi. Tante sono le vertigini emotive accumulatesi e altrettante quelle figurative determinate da paesaggi naturistici che hanno inciso sul vivere. Quante volte, voi stessi, avete vissuto una storia sentimentale, un incontro, una simpatia, che, lì per lì, non hanno avuto un grande prosieguo. Col passare del tempo ritornano a mente quei momenti; rinnovati e adornati da un sentire storicizzatosi riappaiono con tutto il loro potere emozionale: poco hanno a che vedere con la realtà; tutto si è ingentilito, spiritualizzato; tutto si è fatto materiale per la poesia dopo un riposo fertile in un animo caldo ed ospitale, in un animo polivalente, sensibile e plurale; persino un avvenimento scolastico, pur di poco conto e trascurabile, o uno sguardo di un’amica vicina di banco, si traducono in qualcosa di più del semplice fatto reale; assumono connotati idealizzati, trasferiti nel mondo del trascorso. E tutto apparirà dolce, amabile, nostalgico, perdendo ogni smussatura negativa, ogni insignificanza nel pianeta delle ricordanze. Il compito della lingua è quello di dare corpo agli input emotivi, a quei risvolti ontologici che sentono l’urgente bisogno di tornare a vivere o in musica o in poesia o in pittura… È ciò che succede ogni giorno a voi giovani provando a concretizzare i vostri stati d’animo in messaggi telematici, in commenti scritti, in fotografie, in disegni… Avvicinarsi alla poesia vuol dire amare, vedere, osservare, descrivere, sentire; vuol dire dare armonia e senso alla nostra vita, ai nostri incontri, ai nostri patemi; vuol dire conoscere, imparare, e saper tradurre le nostre conoscenze in qualcosa che superi il personale per rendersi patrimonio di tutti. Comunque l’educazione al verso comporta una grande apertura spirituale. E quando leggiamo delle composizioni vicine ai nostri stati d’animo, proviamo sensazioni indicibili. Noi stessi diventiamo poeti, apriamo le braccia al cielo, gridiamo il nostro amore o la nostra deficienza umana; e il mare o la campagna che abitualmente cadevano sotto i nostri occhi assumono colori e significati sublimi. Ed è in quelle configurazioni visive che noi ci ritroviamo: nei ritmi leggeri delle onde sulla battigia, nei fremiti canori dei rami verdeggianti, negli abbandoni decadenti dei tramonti stanchi o negli orizzonti vasti ed infiniti.
E qui non voglio parlarvi del rapporto fra poesia e società, fra poesia e comportamenti; né del richiamo alla spiritualità che può avere sui giovani nel sottrarli ai pericoli del materialismo invadente, ai vizi di un sistema in balia dei disvalori… Voglio dirvi, invece, più concretamente, del mondo della scuola; delle programmazioni, del rapporto pesia-obiettivi trasversali, dell’importanza della pluralità del “poema” nel perseguire certe mete didattiche, dove la conoscenza della prosodia, della metrica e soprattutto del dizionario risulta veramente atta a soddisfare certe finalità contemplate in una organizzazione preventiva. Di solito gli insegnanti inseriscono come obiettivi trasversali il potenziamento della comprensione; del lessico, delle capacità di osservazione e di descrizione…
Il poeta toscano Nazario Pardini
La poesia è lo strumento più adatto per conseguire tali traguardi, dacché richiede, come prima cosa, l’approfondimento delle conoscenze verbali, dei legami metaforici e significanti degli etimi, delle congiunture lessicali, per dare armonia e corpo agli intimi travagli; alle potenzialità creative. Per non dire della ricerca che la poesia stessa presuppone per ottenere tali risultati, visto che la comprensione è direttamente proporzionale al bagaglio linguistico personale. Saranno, poi, la fantasia, l’osservazione della natura, l’amore per l’amore, il gioco dei sentimenti a pretendere una preparazione più consona. Ma sia chiaro che ogni contenuto è buono per essere tradotto in arte, ammesso che sia filtrato dall’anima in stato di grazia ispirativa. La realtà di per sé non è sufficiente; è arida, senza apporto intimo: diceva un mio vecchio professore (grande poeta e scrittore): “Immagazzina, fai rifornimento, accumula, prima o poi qualche immagine tornerà a galla per essere impiegata. Fare i poeti non è cosa facile pur essendolo dentro di noi in più occasioni”.
Un sentito grazie per la vostra ospitalità.
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Il nostro secolo può essere definito il secolo della “multimedialità” e l’interrogativo di fondo che ci poniamo in questa cultura elettronica è il chiedersi se c’è ancora posto per il libro o esso è destinato ad uscire di scena. Alcuni hanno sostenuto in più occasioni la morte del libro o l’assassinio del libro da parte della televisione, per es o dell’ipertesto. Ma il libro è sempre un’esperienza a cui l’uomo non vorrà mai rinunciare: non basta leggere, occorre saper scegliere cosa vale la pena di leggere.
Sant’ Agostino affermava: “Il Mondo è un libro e coloro che non viaggiano leggono solo una pagina.”
Orbene il libro rappresenta non l’orizzonte pressochè esaustivo del processo di apprendimento, come spesso è avvenuto, ma diventa uno dei tanti strumenti di cui l’uomo può disporre nei suoi processi di ricerca. Si tratta, cioè di assegnare una diversa identità al libro, non come matrice condizionante di sapere, bensì come strumento per la costruzione del sapere. Oggi, cioè, si guarda al libro non come al luogo di sistemazione del sapere, bensì come ad un insieme di pagine e contenuti che aspettano di essere interpretati, integrati, strutturati. Leonardo Sciascia affermava che “Il libro è una cosa: lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, ma se lo apri e lo leggi diventa un mondo”.
Il libro cioè è uno strumento che aspetta di essere esplorato con intelligenza, che non si impone, ma si presta, non irrigidisce, ma alimenta, è lo specchio del nostro io.
Attraverso il libro l’individuo è portato a trovare risposte sempre più adeguate ai suoi problemi, alle sue esigenze, alle sue aspettative e il gusto del leggere, pertanto sollecita sempre più la capacità di autonomia cognitiva da parte dello stesso individuo, che si fa ricercatore e operatore del proprio sapere.
L’uomo non è un “io” separato dal mondo e messo in comunicazione con esso per mezzo delle sensazioni, egli è un organismo entro la natura che interagisce con l’ambiente, per cui da sempre l’uomo ha sentito il bisogno di raccontarsi, per es. i ragazzi tratteggiati dalla penna di scrittori, come Pasolini, ci vengono incontro con tutta la loro ricchezza esistenziale. Sono figure vive, concrete, non soggetti astratti di categorie sociologiche. E’ un modo per far parlare i ragazzi, per parlare con i ragazzi, usando la bellezza della letteratura, gli occhi partecipi dello scrittore e non la lente neutrale dello studioso.
I libri non perdono mai il loro fascino, anzi con le nuove tecnologie informatiche, moltiplicano la forza di attrazione e la capacità di incuriosire. Quotidiani e televisione sono lo specchio del mondo e la scrittura è la risposta ad un reale bisogno comunicativo.
Leggere seriamente i testi degli autori antichi greci e latini, per es. significa consentire loro, di essere delle occasioni di sviluppo profondo per l’interiorità, l’espressività e l’eticità di noi lettori. Accostare le opere di oltre un millennio di cultura occidentale ha senso se il confronto con esse permette al singolo individuo di valutare la qualità e lo spessore umano dei propri sentimenti e delle proprie passioni; potenzia la raffinatezza, la fondatezza e la penetratività del proprio modo di esprimersi; ha senso se centra l’attenzione sul senso della propria vita e sui valori che la possono orientare.
Soffermiamoci sulla prima raccolta poetica di Montale “Ossi di seppia”.
Lo stato di disagio e di inquietudine dell’uomo, chiuso nella propria crisi, si riflette in un linguaggio del tutto nuovo, pieno di suggestioni e spesso sconvolgente. Il punto di partenza della tematica montaliana è costituito dalla sua prima raccolta poetica: “Ossi di seppia”, pubblicata nel 1925. La realtà paesistica che nell’opera il poeta descrive ha una sua precisa fisionomia, è il paesaggio della sua natìa Liguria, colto in tutta la sua asprezza e squallore. I piccoli particolari della vita quotidiana sono presentati nella loro nudità e spigolosità: “rovente muro d’orto”,“sterpi” e assumono sotto la penna del poeta, un alto valore simbolico mettendo in luce la sua coscienza dell’aridità, dell’assurdità della vita, la quale non è altro che isolamento, esclusione, inutilità. Vivere, dice infatti Montale in “Meriggiare” non è altro che “seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Così in “spesso il male di vivere” la legge di sofferenza che domina costantemente la vita umana affiora negli aspetti più giornalieri della realtà delle cose: “è il rivo strozzato che gorgoglia”, “l’accartocciarsi della foglia riarsa!”,“il cavallo stramazzato” e l’unica salvezza dal male di vivere è “la divina Indifferenza”.“Non chiederci la parola, continua ancora Montale, che squadri da ogni lato l’animo nostro informe” “che mondi possa aprirti”.“Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. La poesia, insomma, non può lanciare messaggi, non può dare certezze, ma solo qualche sillaba storta che esprime il crollo di qualsiasi mito, la consapevolezza del non essere. D’altronde lo stesso Montale nella sua prima raccolta non esclude la possibilità di un mutamento verso cui il poeta tende nell’ansioso, ma consapevolmente vano tentativo di trovare una via di salvezza di fronte alla precarietà, al fallimento dell’esistenza. E’ questo il motivo cantato nel gruppo di liriche “Mediterraneo” poste al centro della raccolta, in cui il mare preso a simbolo di vita autentica, di positività, come quell’approdo, è purtroppo non raggiungibile per l’uomo, che sa di essere “della razza di chi rimane a terra”.
Pertanto, nell’opera viene riaffermata la visione montaliana del vivere una vita senza fedi, senza certezze, senza “lume di chiesa o di officina” come egli dice in “Piccolo testamento”. Egli non ha seguito nella sua vita “chierico rosso o nero” orgogliosamente chiudendosi nella propria solitudine. L’uomo del nostro tempo, afferma il Montale, attraverso la metafora del prigioniero destinato alla morte, che può uscire dalla propria cella solo diventando accusatore e carnefice degli altri, è ben consapevole di essere oppresso da una società che lo condiziona, ma niente può fare per sfuggire a questo carcere. Egli avrà comunque un destino negativo, sia che si faccia complice, sia che rimanga vittima. Questa la lezione lasciataci da Montale: consapevolezza di vivere in una società priva di illusioni e rassegnazione ad un destino di solitudine e dolore cui opporre un rigore morale che non accetta compromessi.
Per concludere l’uomo sente che il libro gli può dare risposte, ogni libro può diventare un mezzo per ampliare il proprio orizzonte di vita, per mettersi in relazione con i grandi spiriti del passato e così la lettura diventa un’attività fondamentale per far circolare sempre messaggi di bene e di bellezza.
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Bibliografia
Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, La Biblioteca di Repubblica, 2000
Eugenio Montale, Tutte le poesie a cura di Giorgio Zampa, Mondadori, I Meridiani collezione, 1984
Walter J. Ong, Oralità e scrittura: le tecnologie della parola, Bologna, Il mulino, 1986, ed. orig. 1982
Guglielmo Cavallo, I luoghi della memoria scritta: manoscritti, incunaboli, libri a stampa di biblioteche statali italiane, direzione scientifica, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1994
Storia del libro. Storia di libri. A cura della prof.ssa Rosa Marisa Borraccini PDF 2018
«Non è che falliamo perché non riusciamo a incontrare l’oggetto, piuttosto l’oggetto stesso è la traccia di un certo fallimento.
Per questo Freud ha avanzato l’ipotesi della pulsione di morte – il nome giusto per questo eccesso di negatività. E il mio intero lavoro è ossessionato da questo: da una lettura reciproca della nozione freudiana di Todestrieb e di quella negatività auto negativa tematizzata dagli idealisti tedeschi. Insomma, questa nozione di auto-negatività relativa, così come è stata regolata da Kant fino a Hegel, filosoficamente ha lo stesso significato della nozione freudiana di Todestrieb, pulsione di morte – questa è la mia prospettiva fondamentale. Ovvero, la nozione freudiana di pulsione di morte non è una categoria biologica ma ha una dignità filosofica.
Cercando di spiegare il funzionamento della psiche umana in termini di principio di piacere, di principio di realtà e così via, Freud si rese conto via via sempre più della presenza di un elemento disfunzionale radicale, di una distruttività radicale e di un eccesso di negatività, che non possono essere spiegate.»1
La «struttura tragica» di Maria Rosaria Madonna (Stige. Tutte le poesie 1990-2002, Progetto Cultura pp. 150 € 12) ha bisogno dell’oggetto. È solo sull’oggetto che può costruire la struttura simbolica della sua poiesis. Per far questo Madonna è costretta a tenere in piedi, in qualche modo, la struttura trascendentale soggetto-oggetto, la struttura tragica. L’Imperatrice Teodora sa bene che sta parlando ai posteri e vuole auto assolversi dinanzi ai posteri visti come gli oggetti del futuro; analogamente i «barbari» che stanno arrivando sono un «oggetto» identificabile, bene identificato, sono un simbolo trascendentale ma ancora storico. E così il «peccato», la «lussuria», i «diavoli» etc. sono tutti oggetti ben determinati, precisi. È la civiltà dell’umanesimo che si nutre della dualità soggetto-oggetto, anzi, è fondata sulla dualità soggetto-oggetto. Con il crollo dell’umanesimo la poesia di Madonna si staglia con auto evidenza assoluta come l’ultimo monolite di quella civiltà. La pulsione di morte che attraversa la struttura simbolica della poesia di Madonna è una categoria dell’umanesimo.
Non sono completamente d’accordo con la tesi di Slavoj Žižek per il quale la nozione freudiana di pulsione di morte può essere utilizzata egualmente anche per una civiltà del post-umanesimo del capitalismo globale, anzi, sono propenso ad ipotizzare che la pulsione di morte svanisce nella «merce», cioè nel «valore di scambio». La nuova civiltà dell’epoca della tecnica o cibernetica sembra aver fagocitato la pulsione di morte, annullandola nella «merce». Il feticismo della merce conterrebbe al suo interno la pulsione di morte rimossa, se non addirittura cancellata. Questo è l’aspetto inquietante delle società post-democratiche, che il capitalismo è esso stesso il prodotto della tecnica e causa esso stesso della tecnica.
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La Lucania è terra che ha dato i natali a poeti di intenso spessore che inevitabilmente hanno cantato il fascino dell’essenzialità e della durezza di una regione che, come poche, intesse continuamente relazioni creditizie e debitorie con la Storia; quella generale ma soprattutto la propria. Una terra che ha dato vita a straordinari poeti, da Rocco Scotellaro a Leonardo Sinisgalli, da Albino Pierro ad Assunta Finiguerra.
Accanto a questi nomi merita sicuramente menzione Mario Trufelli, lucano di Tricarico, lo stesso paese natio di Scotellaro. Premio Saint-Vincent per l’intensa attività giornalistica, ricordiamo che fu responsabile della Testata Giornalistica Regionale lucana della RAI. Di Sinisgalli fu allievo e amico e nel 1992 vinse il Premio Flaiano per la silloge Prova d’Addio. Ho scelto di ricordarlo attraverso i versi di una splendida poesia dal titolo, appunto, Lucania, parte della silloge L’indulgenza del cielo, che «con le sue 153 poesie, ha il merito di condurre il lettore in un viaggio unico con l’autore, lungo il suo straordinario e pluriennale percorso poetico e culturale» (N. Vitola)[1].
Io lo conosco questo fruscio di canneti sui declivi aridi contesi alla frana e queste rocce magre dove i venti e le nebbie danno convegno ai silenzi che gravano a sera sul passo stanco dei muli. È poca l’acqua che scorre e le vallate son secche spaccate, d’argilla. Di qui le mandrie migrano con l’autunno avanzato per la piana delle marine tuffando i passi nelle paludi. Di qui è passata la malaria per le stazioncine sul Basento squallide, segnate d’oleandri. Da noi la malvarosa è un fiore che trema col basilico sulle finestre tarlate in un vaso stinto di terracotta e il rosmarino cresce nei prati sulle scarpate delle vie accanto ai buchi delle talpe. Da noi riposa il falco e la civetta segna la nostra morte. Da noi il mondo è lontano, ma c’è un odore di terra e di gaggia e il pane ha sapore del grano.
Una lirica intensa che intreccia alle raffinate evocazioni descrittive delle immagini di contesto una profonda riflessione, taciuta, nascosta, appena evocata in segnali semantici sparsi lungo tutto il dettato del componimento.
«(…) Silenzi / che gravano a sera sul passo stanco dei muli» oppure «le mandrie migrano / con l’autunno avanzato (…) / tuffando i passi nelle paludi» o ancora «la malvarosa è un fiore / che trema col basilico»… Tutti lievissimi accenni (straordinario il tremolio della malvarosa che quasi lascia intuire il resto dei dettagli stagliati sullo sfondo) a un movimento lento, impercettibile in un panorama di quasi assoluta fissità.
Trovo splendida questa poesia non solo per le meraviglie catturate e dipinte in un’atmosfera di lentezza e malinconia che mi paiono indiscutibili: i colori sono quelli dell’autunno e della sera, quasi sorprendenti nell’affresco di un panorama legato a una regione del Sud che probabilmente ci si aspetterebbe barocca di sole e di luce. Ma anche a questo non rinuncia il poeta, anche in questo caso racchiude l’evocazione dentro i suoi effetti, misurandola ancora in modo da non sconvolgere il panorama generale dato alla lirica: «È poca l’acqua (…) / le vallate son secche / spaccate».
Epperò è il non detto a sorprendere davvero: un “silenzio” (oltretutto esplicitato – come significante e non casualmente – in un verso dove viene affiancato alla parola “convegno” insieme a nubi e nebbie) che dà all’intera lirica una forza che sembra quasi mancare alle delicatissime dinamiche rappresentate e che mi pare si esprima in due atteggiamenti l’uno celato, l’altro quasi sottinteso.
Il primo: lo sguardo, celato appunto. I «declivi aridi / contesi alla frana», il passo stanco dei muli e delle mandrie, l’acqua che scorre e le vallate secche e spaccate; le paludi, le scarpate e i buchi delle talpe sembrano quasi oggetti di un’osservazione concreta che non stacca mai lo sguardo da terra, quasi a testa bassa in un atteggiamento che potrebbe essere percepito come rassegnata malinconia in un figurato passeggio: si ha quasi la sensazione di vedere il poeta, mani in tasca e – appunto – testa bassa, affondare i passi nella sua terra e descriverne tutto ciò che gli sale alla vista. Eppure non è rassegnata malinconia quella che si avverte.
Il secondo elemento, il sottinteso, conferisce all’intera lirica un carattere diverso e un sentimento più forte, direi di appartenenza che si esprime in un accenno di rivendicazione, un appena indicato tentativo di reazione. L’incipit assoluto «Io lo conosco» con un accento evidente sulla prima parola, l'”io“, sembra quasi voler sottintendere una negazione taciuta, una specie di “non tu” o “non voi” che sfuma le delicatezze descrittive di ogni verso con un colore più vivace, quasi polemico, risentito… e che trova eco negli iterati «da noi», «da qui»,, non da altre parti, non altrove.
Non casualmente la poesia termina con due chiuse: la prima è l’unico momento in cui quello sguardo a testa bassa si stacca da terra per osservare più in alto e incontrare la civetta che «segna la nostra morte» nella finale consapevolezza dell’inutilità e dell’ineluttabilità dell’assoluto; mentre la seconda («Da noi il mondo è lontano») sembra quasi l’identificazione finale di quel “tu” taciuto: il mondo, quello fuori dai confini metastorici qui rappresentati.
È un abbraccio stretto alla propria terra, una dichiarazione d’amore e di appartenenza che non ha vergogna di alludere anche a sentimenti diversi e più decisi. E il contrasto rende la lirica una sublime esaltazione di ciò che resta, tanto sul piano reale quanto su quello immaginifico, tanto sul piano semantico quanto su quello filosofico: l’essenzialità dell’ «odore di terra e di gaggia/ e il pane ha sapore del grano».
Mario Trufelli
È poesia con la P maiuscola quella che intesse al suo interno un profondo legame fra il detto e il taciuto e attraverso la perfezione delle immagini lancia ponti di percezione affinché il lettore si addentri in quello stesso percorso quasi guidandone i passi fino al punto di spiegarne i “perché” che qui sono tutti e semplicemente appartenenza e amore per la propria terra dove l’accento va, in modo particolare, sulla parola “propria”. Eppure non c’è un solo aggettivo possessivo in tutta la lirica! Non un “mio” o un “nostro” né un “tuo”. La potenza di tale significato è tutta affidata ad altro significante che qui è proprio la reiterazione dei «da qui» e «da noi» appena indicati.
La poesia avrebbe potuto intitolarsi tranquillamente “Terra MIA” ma forse l’identificazione netta, così come per le immagini descritte all’interno della lirica, con il nome della propria terra, la Lucania, è anche il nome di un amore vissuto, partecipato, vero; quasi della “persona” amata in un rapporto di scambio che è evidentemente biunivoco e reciproco o, per lo meno percepito, come tale.
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Nata a Tricase, in Salento, residente a Roma da molti anni, Annamaria Ferramosca è un’autrice di grande rilievo nel panorama poetico contemporaneo; a ragione di ciò, la commissione di giuria del Premio letterario da me presieduto, Paesaggio Interiore, ha deciso di conferirle il premio alla carriera.
Ferramosca ha lavorato come biologa docente e ricercatrice, ricoprendo al contempo l’incarico di cultrice di Letteratura Italiana per alcuni anni presso l’Università Roma Tre. Ha all’attivo collaborazioni e contributi creativi e critici con varie riviste nazionali e internazionali e in rete con noti siti italiani di poesia. È stata ideatrice e per molti anni curatrice della rubrica Poesia Condivisa nel portale poesia2punto0. È ambasciatrice per Italia e Puglia di Poetry Sound Library, mappa sonora mondiale delle voci poetiche.
Ha pubblicato undici libri di poesia, tra cui il recente Per segni accesi, Giuliano Ladolfi Editore, Premio Voci Città di Roma, selezionato al Premio Camaiore, finalista al Premio Lorenzo Montano; Curve di livello, Marsilio, Premio Astrolabio, finalista al Premio Camaiore; Other Signs, OtherCircles—Selected Poems1990-2008, libro antologico di percorso edito per Chelsea Editions di New York nella collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti (traduzioni di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti), Premio Città di Cattolica; Andare per salti, Premio Speciale ”Una vita in Poesia”al Lorenzo Montano, rosa del Premio Elio Pagliarani, finalista al Premio Guido Gozzano; Ciclica, La Vita Felice;Paso Doble, Empiria, volume bilingue di poesie a quattro mani, coautrice la poetessa irlandese Anamaría Crowe Serrano, che ha tradotto anche la raccolta Porte/Doors, Edizioni del Leone, Premio Internazionale Forum-Den Haag.
Sua è la cura della versione poetica italiana del libro antologico del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D-Poesie 2003-2013, CFR, che ha ricevuto il Premio Accademia di Romania per la traduzione.
È presente con testi poetici, recensioni e saggi critici alla sua scrittura in numerosi volumi collettanei, antologie e riviste italiane e straniere. Sue poesie, presenti nei più noti siti di poesia italiani, sono state anche tradotte, oltre che in inglese (Anamaria Crowe Serrano, Riccardo Duranti), in greco (Evanghelia Polimou), rumeno (Eliza Macadan), spagnolo (Antonio Nazzaro), turco (Mesut Senol), arabo (Sayed Gouda).
La poesia di Annamaria Ferramosca, che ha ottenuto attenzione e riconoscimenti a livello internazionale, canta per sprazzi e visioni le radici ancestrali del divenire collettivo; segue a ritroso il cammino verso l’essenza, che annulla le differenze e le divisioni tra gli uomini, così spesso disorientati dalla solitudine, dall’indifferenza, dalla violenza del mondo; adotta un linguaggio archetipico e nel contempo attuale, legato ad un sapere onnicomprensivo, dal mito alla scienza e alla tecnica. Il verso si snoda in un tempo atemporale, il dopo-prima del suono primigenio, denso, onomatopeico, pre-parola. E la lingua dei primordi, fono originario che ha il potere di unire tutte le forme di vita in un armonico cerchio, è proprio la poesia.
In particolare, con la sua ultima raccolta, Per segni accesi (Giuliano Ladolfi editore 2021), Ferramosca si distingue per un’ulteriore prova poetica estremamente densa di significati, richiami, messaggi. Come evidenzia Maria Grazia Calandrone nella prefazione, l’autrice percepisce la sottile «comunione terrestre di vivi e morti e altre forme viventi».
La suddivisione dell’opera in tre sezioni (le origini l’andare, i lumi i cerchi, per segni accesi) propone un progressivo climax verso un vertice che è esso stesso ponte, con il punto mediano che delinea la figura del cerchio: simbolo di un’unità e un’armonia esistenti come memoria ed auspicio. La «misura del cerchio» è quella volontà di coesione e di condivisione che sola può impedire l’inabissamento dell’umanità. L’univerbazione «fogliepietreanimali» esprime questa profonda unione tra gli esseri, composti della stessa sostanza, in una lettura del reale che scende fino agli enti microscopici (atomi, molecole), fondando l’indivisibilità tra spirito e materia.
Per sprazzi e visioni, l’io lirico canta l’ancestralità del divenire collettivo; segue a ritroso il cammino verso l’essenza, che annulla le differenze, le divisioni, le discordie, la sopraffazione da parte del più forte: «ibridi siamo e solo per amore/ ibridi camminiamo accanto per millenni/ lasciando a terra ibridi uccisi/ ibridi schiavi ibridi annientati/ il senso è oscuro o uno scuro/ disegno governa/ tutte le cadute le polveri/ i lumi le ricostruzioni». La ricerca intorno all’arché è condotta anche attraverso la terminologia delle scienze, nell’ottica di un sapere onnicomprensivo, che spazia dal mito alla tecnica.
Ritrovare l’origine significa nutrire una memoria di condivisione tra umani; e la poesia è lingua dei primordi, artefice e testimone del connubio tra le forme di vita. Affiorano così ricordi di un’età dell’oro, di una edenica armonia che permeava il tutto, prima che si edificassero muri divisori; reminiscenze dell’infanzia del mondo, dove il gioco è pienezza di senso; echi di un paesaggio mediterraneo come spazio mitico, fonte di inesausta narrazione: come nei racconti di Sheerazade, la parola-logos è in rapporto con la vita e con la morte. Si aprono a squarci bagliori di vissuto personale e immaginifici voli nel dopo. A livello globale si prefigura un futuro/passato in cui la deriva tecnologica cederà il posto al suono primigenio, denso e onomatopeico, alla pre-parola: «e noi/ presi alla sprovvista/senza nemmeno un ultimo selfie/ tornati nel deserto disorientati/ da babel imbarbariti/di nuovo a balbettare/ in smozzicate sillabe/ bar bar bar».
Non mancano amari scorci di un’umanità disorientata dalle nebbie della solitudine, dell’indifferenza, dalla perdita del verbo originario. La distruzione che colpisce inesorabile flora e fauna – si vedano i versi di vita da riscrivere – è emblema di un male pervasivo, di una deflagrante disarmonia. Del resto, la condizione umana è perennemente precaria e in subbuglio; la transumanza, la migrazione le sono intrinseche: «noi, veri migranti/verso l’abisso». Non possiamo esimerci dall’abitare l’incerto, di vivere l’incontro come enigma. Il cambiamento ci accompagna silenzioso nelle cellule. E il ciclo di morte/rinascita, in quanto destino della specie e del pianeta, coinvolge la materia tutta. L’immagine di copertina, realizzata da Cristina Bove, che raffigura un biancore di vela svettante in una marina notturna, rinvia efficacemente all’idea di moto nel tempo e nello spazio, all’incessante divenire che si fa promessa per il domani: «verrà l’oceano/verranno le sue vele/ saremo nuovi per nuovi continenti».
Cosa sono, dunque, quei segni accesi che baluginano dal titolo, avvio, veicolo ed acme del percorso? Essi provengono da epoche molto lontane, dagli albori dell’umanità; sono la via per la rinascita, per collegare la fine all’inizio; sono musica, nella riproduzione di tempi, ritmi e suoni, a modulare la parola che vivifica l’esistere, qui e ovunque, ora e sempre, affratellando l’uomo all’uomo e all’universo.
Selezione di testi
da Per segni accesi, Giuliano Ladolfi Editore, 2021
piega verso settentrione il cammino
un capriccio obliquo della luce
segue la pelle bruna la scolora
azzurrisce occhi fa chiari i capelli
larga piove bellezza sulla terra
e ci fa ibridi lungo i meridiani
ibridi siamo e solo per amore
ibridi camminiamo accanto per millenni
lasciando a terra ibridi uccisi
ibridi schiavi ibridi annientati
il senso è oscuro o uno scuro
disegno governa
tutte le cadute le polveri
i lumi le ricostruzioni
(finché il sole irradia si ripetono
incontro disincontro
i segni sulla sabbia indecifrabili)
*
fare tabula rasa dei pensieri
affidarsi al buio
con la sicurezza dei ciechi
sostare ad ogni angolo della notte
afferrare i lumi al baluginare dell’alba
sulla bocca delle sorgenti
nel luccichio delle nascite
verrà l’oceano
verranno le sue vele
saremo nuovi per nuovi continenti
*
è l’alba sulle onde arrivano
dal mare di mezzo
non barche ma cesti di gelsomini d’africa
culle intrecciate con erbe di savana
lasciate andare alla deriva
– verrà salvezza dalle acque –
a navigare verso un luccichio di nevi
a nord l’approdo dove
una lupa bianca forse sarà pronta
ad allattare nati non suoi
nord che saprà ancora riconoscere
il respiro caldo delle origini
memoria del cerchio a piedi nudi
era prossimità danza battente
all’unisono con il ritmo del cuore
*
salvataggio da babel
ascolta ora questa voce
in mp3 recorded devi ricordare
come alter voci a milioni per il dopo
potrai salvarle? – per il dopo – dico
il dopo del grande sisma il grande
regolatore quando
il dio economico sarà crollato
caduto in pezzi pure il dio robotico
torcendosi in sordi borborigmi
bor bor bor
e noi
presi alla sprovvista
senza nemmeno un ultimo selfie
tornati nel deserto disorientati
da babel imbarbariti
di nuovo a balbettare
in smozzicate sillabe
bar bar bar
*
un marzo silenzioso con
lance spuntate
non fa più la guardia alla mia veglia
sul balcone la tortora nel nido
insieme a me attende il buio forse
anche lei inseguendo un ricordo
che si fa segno quando
cicale neonate spuntavano pallide da terra
veloci abbrunavano alla luce
e già con furia finivano sapendo
la brevità del canto
il mio allenarmi per il grande volo
è sostare su vecchie foto in bianconero
rivedermi in quel semisorriso
tra tutti quei cari scomparsi
che mi tendono le braccia m’invitano
salgo mi metto comoda sui cirri
sotto il capo un cuscino
di foglie di limone all’uso greco
il volo è leggero silenzioso
senza vuoti d’aria senza direzione
l’orizzonte ha cancelli ossidati cigolano
per poesie rugginose ancora da rivedere
password dimenticate
ho lasciato
tutte le chiavi appese dove sapete
i libri ordinati negli scaffali
fieri ben stretti
ricordate vorrebbero di tanto in tanto respirare
esigono come tutti
di avere incontri essere aperti
(non solo spolverati)
*
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