N.E. 02/2024 – Intervista al Maestro Guido Oldani, fondatore del Realismo Terminale. A cura di Annachiara Marangoni

La seguente intervista è rivolta a Guido Oldani, padre del realismo terminale, che ha fondato nel 2010 con il suo noto libricino Il Realismo Terminale edito da Mursia. Il testo teorico segue comunque la raccolta il Cielo di lardo, edito da Mursia che già poeticamente esprime la sua poetica, che pare essere quella dominante nel terzo millennio. Secondo quanto dice Amedeo Anelli, nella relativa scheda, presente nel blog Presidio poetico, ed in attesa di stampa, il RT di Oldani è già ravvisabile nel suo primo libro Stilnostro (1985 ed CENS prefazione G. Raboni).
La sua poesia e il suo dettato è noto a livello internazionale, dagli Stati Uniti dalla Repubblica Popolare Cinese. Ma veniamo alla spiritualità, dimensione che Oldani non solo fa propria, ma la articola al punto di avere dato alle stampe il corposo testo E hanno visto il sesso di Dio – testi poetici per agganciare il cielo, per l’editore Mimesis significativa raccolta che l’italianista Daniele Maria Pegorari giudica addirittura come la più rilevante nella traiettoria poetica di Oldani.
L’autore è bene noto a questa rivista essendo egli stato insignito del premio alla carriera del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” organizzato dall’Ass. Culturale Euterpe APS di Jesi (AN) in seno alla quale la rivista trova collocazione.

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Proviamo ad affrontare di petto la questione chiedendogli cosa sia la spiritualità:

La spiritualità è l’oltre confine della materia o della natura stessa della quale fa parte anche la nostra vicenda corporale. Naturalmente se ne può anche negare l’esistenza, ma questa negazione sarebbe comunque un atto di fede non essendo dotata di nessuna prova tangibile o teorica che sia. La spiritualità è l’inevitabile uscita di sicurezza dalla bottega dell’esistenza che, per quanto la si lucidi adeguatamente, finisce sempre con il ritrovarsi in una sua propria banalità, la banalità appunto della bottega. Ma vediamo di dirlo meglio, darei la seguente definizione: essa è come un trattore che spicchi un prodigioso volo. Egli così come gli astanti, pensano che lui stia nuotando. Questa dimensione dell’oltre, apparentemente fumettistica, rappresenta a mio avviso adeguatamente l’oltre reale o meglio ancora, l’oltre del pratico. Incomincia da questa rappresentazione molto terrestre il filo di fumo di una incontenibile vicenda, che fa parlare di sé da millenni, come una calamita che promuove il decollare dei nostri poveri aerei praticoni della corporale quotidianità.

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Secondo lei c’è una reale differenza tra il termine spiritualità e quello di religiosità oppure sono la stessa cosa o analoghi?

Certo sono espressioni che si richiamano, ognuna rinviandosi all’altra che le è parente. Penso che la religiosità sia una vicissitudine spirituale che si viene a dotare di una forma propria, un po’ come paragonare un blocco di marmo di Carrara con il David di Michelangelo: uguale sostanza con esito differente. Mi verrebbe da dire che la spiritualità è più ampia, come la verità è più ampia dell’evidenza, ma subito dopo mi sento di rovesciare l’affermazione e cioè se è vero che la spiritualità contiene il religioso è pur vero che quest’ultimo elemento contiene la spiritualità. Mi verrebbe ancora da citare il verso dantesco, nel Paradiso, la famosa espressione “Figlia di tuo figlio”. Ancora come se dicessimo che il tempo è fatto di giorni ma questi sono composti dal tempo. Siamo in presenza di due specchi che si riflettono a vicenda l’un l’altro vicendevolmente, all’infinto.

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Quali sono i poeti italiani che lei considera spiritualmente i più significativi?

Mantenendo la creativa confusione tra i due termini che ho accostato me ne vengono in mente più di uno, relativamente al ‘900. Il primo è senz’altro Clemente Rebora che, con la poesia Voce di vedetta morta ha scritto la più bella poesia sulla guerra di un secolo intero per intenderci più bella persino di quelle di Ungaretti che sul tema, come sappiamo ha scritto dei veri e propri capolavori. Rebora ha saputo condurre alla spiritualità la grevità degli oggetti e delle cose. Le nuvole diventano nuvolaglie, il vagone sul binario morto rappresenta la possenza di una spiritualità espressa attraverso il tonnellaggio. Nel secondo ‘900 a mio avviso, per ragioni analoghe a quelle citate per Rebora, citerei senz’altro Enzo Fabiani, del quale io giovane poeta ne divenni amico nella sua maturità. Penso alla sua raccolta Il legno verde, nella quale anche se il tema non è espressamente religioso, circola una potenza spirituale che deborda da ogni verso della pagina. Aggiungerei senz’altro l’amico David Maria Turoldo con la sua partenza Io non ho mani ed il suo arrivo mediante Canti ultimi. Nella prima c’è ancora l’affetto per Ungaretti, nella seconda c’è l’abbraccio inequivocabile con l’aldilà eterno che sta per raggiungere. Questo per citare i soli poeti italiani, se no il discorso sarebbe una vera e propria trama. Credo che la nostra attinenza allo spirituale/religioso sia anche favorito dalla storia della nostra cultura. In ragione di una religione, quella del figlio del falegname, non ci furono dei permanenti divieti alla rappresentazione iconografica del divino in forma umana. Penso che ciò abbia consentito di scatenare la fantasia delle singole intelligenze. Esiste una spiritualità bastarda anche nelle forme odierne di celebrazione delle ricorrenze. Mi riferisco ai giorni dei morti, novembrini, cui sono stati applicati i cerotti festeggianti di Halloween. A dire il vero, da bambino, usavamo scavare le estremità di una zucca oblunga per farne un teschio in cui si metteva una candela accesa. Cosa che al buio faceva il suo effetto. Oggi mi pare che tutto diventi qualcosa come “scherzetto dolcetto”. Va bene, si cerca di mescolare un funerale con un carnevale ma la ruga del tema della fine della vita rimane beffardo e angosciante. Ci si può fermare qui oppure inoltrare una scala senza gradini per salire a quota di vertigine, dove l’infinitamente alto e il rumorosamente basso tendono a coincidere tra di loro.

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L’intervistatrice Annachiara Marangoni assieme al poeta e fondatore del Realismo Terminale Guido Oldani in un evento passato

Cosa centra tutto ciò con il Realismo Terminale? Ci sono rinvii da questo a quelli, o attinenze?

Direi proprio di sì. Il Realismo Terminale è un modo di leggere il mondo, che si concentra nel fatto che c’è in atto, in maniera preponderante, con il terzo millennio uno sfociare della natura nell’artificialità. Come a dire che noi, ad esempio, con tutte le nostre protesi stiamo sempre più diventando simili ad automi o qualcosa del genere. Aggiungerei qui che, proprio negli ultimi anni, noi stiamo aspirando ad avere un’intelligenza simile a quella artificiale e ad un bisogno di artificializzare il pianeta. Il motivo per il quale c’è questa abbondanza inarrestabile di guerre è proprio perché il genere umano vuole trasformare il nostro pianeta in un grosso artificio. Questa vicenda si trasferisce nel linguaggio, attraverso la nota figura retorica di riferimento che è la similitudine rovesciata. Credo di avere scritto da qualche parte che Gesù era magro come una bicicletta. È un altro modo di dire le cose che, a mio avviso, incrementa potentemente la spiritualità. Dire infatti che il figlio del falegname assomigli ad una biciletta è indimenticabile. Se dico che ha il volto emaciato, lo dimentichiamo un quarto d’ora dopo avere letta l’espressione. Se in una stazione ferroviaria assisto alla fermata di un treno, lo spruzzo di scintille dei ceppi sulla ruota metallica, fa pensare ad una spiritualità, come ad esempio quella citata nel discorso trinitario.

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Ci sono riferimenti filosofici o teologici in questo accostamento alla spiritualità nei testi?

Credo di sì, penso ad esempio a Teilhard de Chardin. Il nostro, già alla metà del secolo scorso mediante la legge di complessificazione ed interiorizzazione, sosteneva che l’evoluzione partendo da quello che abbiamo sotto gli occhi, si sarebbe unificata sempre di più fino a sfociare nel divino, con il quale coincidere. Qualcosa di analogo, se non sbaglio, credo abbia detto Teresina di Lisieux. Ella ha scritto infatti che è il divino stesso a spingerci a coincide con la sua presenza. Insomma, sono questi argomenti che possono anche esser un po’ noiosamente accademici ma che danno una grande ragione di vitalità alla scrittura.

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Dopo il suo libo E hanno visto il sesso di Dio, ci sono altri lavori incorso sempre inerenti questa direzione di scrittura?

Direi di sì. C’è un sito di Roma legato ad un luogo di culto che mi ha chiesto di interpretare poeticamente, ogni domenica il rispettivo Vangelo liturgico. Come forse si saprà il ciclo completo della liturgia è triennale, cioè dopo oltre 150 puntate, il ciclo torna ad esprimersi daccapo. Questo lavoro che mi aveva non poco imbarazzato, aveva con sé due possibili eventualità. La prima è che in 3 anni si può lasciare questo mondo, la seconda è che si può spremere del tutto il limone della fantasia e ci si possa fermare per strada. Detto questo, tale lavoro sto invece per concludere ed il lavoro pare interessi, al punto che questa è iniziativa trova degli imitatori.

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Oltre a queste implicazioni nei mezzi virtuali ci sono anche coinvolgimenti della più tradizionale ma molto efficace carta stampata?

Direi di sì, c’è il mensile «Luoghi dell’Infinito», al quale di tanto in tanto assegno dei testi di ordine spirituale. Ci sono inoltre un altro paio di riviste letterarie cartacee sulle quali sono confluiti i miei testi che vengono preceduti dal titolo di Vangelini Apocrifi. Ottimo interlocutore per queste pubblicazioni è stato il francesista della Sorbona Giovanni Dotoli, curatore del più grande dizionario Italiano Francese e viceversa, in circolazione. È lui che ha scelto di pubblicare delle manciate di questi testi sia sulla rivista Europea di Poesia edita a Parigi presso la Sorbona, sia sulla altrettanto significativa Noria, sempre a doppia circolazione italiana e francese.

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Qual è il vantaggio secco della scrittura realistico terminale nel linguaggio spirituale?

Farei sicuramente tre affermazioni: la prima è che le similitudini rovesciate, utilizzando gli oggetti, producono un forte incremento di espressività alla scrittura. La seconda affermazione è che il mio tipo di scrittura cancella del tutto la possibilità di retorica tanto facilmente rinvenibile. Il terzo ed ultimo vantaggio è che il Realismo Terminale toglie quella aura di sentimentalismo che spesso accade di incontrare nello svolgimento di questi argomenti e nella citata area semantica.


Selezione di poesie inedite di Guido Oldani, Fondatore del Realismo Terminale


I premiati

il regno di lassù è come un tale

che dà a una coppia sua di dipendenti

due all’uno, cinque all’altro di talenti.

operosi, raddoppiano la cifra

e lui che torna ne sarà contento,

che il cielo è una mezza paginetta

e il terzo ebbe solo una moneta

per giunta, pelandrone, la nasconde

ma la sua pianta non avrà le fronde.


Il Giudizio finale


come forchette dai cucchiai divide

chi standogli davanti qui risiede

e volerà su in cielo o giù allo spiedo.

detto alla svelta, con quattro parole,

chi fa manutenzione con amore

a qualsivoglia uomo bisognoso,

traverso quello, dio in persona incontra

e a conseguente sorte vi s’inoltra.


Le beatitudini

“mai uomo al mondo seppe dire meglio

del discorso che pronunciò in montagna”

pensò gandhi, che quasi fu cristiano.

il telescopio per vedere dio

sta nel petto ed è un cuore puro,

la terra nostra l’avrà l’uomo mite;

otto categorie sono beate

ma noi si è bocce in urto, poi la lite.


Gli esclusi

il cielo è come un treno senza orario,

si deve stare all’erta per salirvi

e non allontanarsi dal binario.

dieci ragazze attendono lo sposo,

con le lampade, cinque senza scorta

di olio necessario se lui tarda,

tant’è che arriva quando c’è già buio:

le sciocche lascia fuori dalla porta.


Sia il testo dell’intervista a Guido Oldani a cura di Annachiara Marangoni che le poesie inedite di Guido Oldani vengono pubblicati nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionati dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. Entrambi gli autori hanno autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Le calde posture del sole”, poesia di Donatella Nardin

Le calle rovesciate nelle pupille:

primigenia è la gioia che cura

e disarma.

Pregare è proiettarsi in una speranza,

a misura d’essere accogliere

un’altra accorata dimensione,

nel suo avvento accarezzare

le calde posture del sole e

– miseri noi – al cielo innalzare

un tenero fiore, esiguo nei palmi

eppure mai domo nel fare

poesia.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Poesia” di Lucio Zaniboni

Non ho cercato lo strepito del palco,

microfoni gracchianti 

pronto pronto 

e dicitori che leggono ii tuo verso,

mille miglia lontano dal contesto.

Qualcosa di diverso,

chiede il verso,

lucciola che accende e spegne

la lanterna,

stella appesa all’infinito,

fuoco di lava di un vulcano,

voce dei grilli e dei fringuelli,

trillio di violino,

sussurro degli amanti,

al lume misterioso della luna.

Non ama la grancassa,

ma la sinfonia d’arpa dei venti,

lo scorrere tranquillo dei ruscelli,

la verde quiete della campagna.

La sera quando suona la campana 

e sale in cielo una preghiera,

il verso con il cuore l’accompagna.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Tutto il resto è tempo (Seneca)”, poesia di Gabriella Pison

Il tempo non ha pagine bianche

ma maschere e memorie

ricordi da sdoganare

aggettivi che cantano di lune e carillon

sillabe che bruciano in ragnatele polverose

echi di solfeggio d’infanzia.

Che ne sarà del mio tempo

quando le ombre incrosteranno l’attesa

e non avrò abbondanza di giorni

ma solo crepuscoli dolorosi

da disperdere nella pioggia di parole?

Disegno avara di colore

imbavagliata fino a corrompere il silenzio

i sogni arabescati della giovinezza

nella fiamma dei miei versi

e nel pudore di lacrime vigliacche

finché la notte non si dischiude

su racconti al passato remoto.

Il tempo rincorre gli spazi vuoti

la voracità dell’inchiostro

e mi inchioda

sulle porte del Paradiso.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Cuore bianco”, poesia di Silvia Rosa

Nel sogno torni a visitarmi

adesso che finalmente –

la neve scioglie il suo candore

marziale, la coltre di sudario che

ha annullato un giorno il nero vivo

dei tuoi sguardi accessi e spenti

a forza nel gelo dell’assenza.

Non importa dove sei, in quale piana

desolata dell’inverno o al bordo

di quale spiaggia sferzata dai venti,

ovunque io ti vedo e sento l’eco

del tuo silenzio, che mi parla.


Nel sogno sono scalza, di fronte

a un abete maestoso, i piedi affondano

in una terra dalla mollezza esasperata,

incomoda, il buio cala, la solitudine

mi attraversa nel biancore di luna

che mi scioglie gli occhi e mi illumina.

Sei quella verità in cui ho creduto

prima di portare il peso di migliaia

di parole svuotate della loro essenza,

sei quel cuore bianco che si specchia

identico nel mio e ogni cosa allora

prende senso – di continuo –.


Nevica manna e ogni desiderio si placa,

la paura è un battito d’ala di falena

che segue la sua stella, ogni attimo si dilata:

ora che la fine coincide con l’inizio

sei un immenso cielo, che palpita.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’aurice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Al di là di un dispersivo incanto nella pluralità dei versi di Oronzo Liuzzi”, saggio di Carmen De Stasio

Fase di ritrovo in un processo di evoluzione ribollente di trasferte attratte da disorientante progresso, il tempo attuale della poesia volge a quella che in più di un’occasione ho definito memoria eidetica: vale a dire, una memoria impegnata a disoccultare situazioni in prossimità e segni l’andare esterno-interno permanente attraverso un ordito lessicale che, privandosi del disagio procurato da sintagmi isolati (ma nondimeno consolatori), rapprende incidenze progressive lanciando significati profondi tanto della parola pensante, che del pensiero calibrato attraverso la grafia di un dire che sconfina dalla semplice azione scenografica. L’opera rende così merito di una lingua plurale di tipo barthesiano; una lingua che, trasfigurando la partitura per livelli non dissimili da un impianto musicale, configura la pluralità fonetica, quanto logico-viscerale (se possibile) della parola nella sua funzione etica, comprensiva e resistenziale; nella coralità di recondite pulsioni rapprese in una manifestazione costruttiva di condizioni pur se talora acquisite in elusiva incompatibilità.

Risuona in questa sede il richiamo alla poesia di Oronzo Liuzzi; alla reciprocità di parti attraverso le quali ad essa si offre durevolezza nell’ambito segno di spiritualità, una spiritualità che vediamo corrispondere al processo di conoscimento con le moltiplicanti note di un sé mai rarefatto, né tumefatto dall’ambiziosa consuetudine alla disgregazione. Anzi, è in un andamento senza tregua[1] che l’esperienza poetica riflette la sua meditazione su sfondi reali, implicando il sé del movimento «nel» movimento continuo di un sé disposto alla ricerca di un senso sotto il sole irresistibile[2], e consentendo alla coscienza di diffondersi nella permanente azione della parola.

In tal senso, la parola è arte del visualizzare incerti scampoli di uno spazio occupato da tensioni, iridato da rumori del vivere l’inebriante quotidiano: nelle esortazioni pensative, e prodigandosi al di fuori di prepotenti certezze, il verso calibra una neo-storia per scenari che, nell’evitare il freno all’ordito di una tempesta immaginale, si impossessa della città (…) trattiene assimila (…) interpreta attraversa (…)[3]. Così il continuo incedere dei pensieri (che intanto riconquistano un mondo addormentato[4]) dilania le cesure. Non basta: declina il distintivo processo semiotico in un reticolato di intuizioni che rimandano alla coralità crescente di un linguaggio esteso in un rapporto non programmato e che, in più, sfugge alla labirintica geometrizzazione, porgendosi all’ascolto di un sé coscienziale quale segno grafico della spiritualità del vivere di contro alla dilagante reificazione.

Da una postazione di consapevolezza fuor da qualsiasi frivolezza od anche da incauta attrazione al pensiero debole[5], il poeta recupera gli anni, i mesi, i giorni e le ore e contende il tempo interno all’esperienza del tempo esterno raggrumato in affaccio frontale su (…) un sogno un incubo / una pagina della mia vita / che non mi appartiene (…)[6]; accoglie le frange e le sfumature di un tempo coinvolto nei confini psichedelici del sogno aleatorio, da nostalgia nefasta e da speranza illusoria. Alla realtà come risorsa, invece, si volge il cammino del poeta per assottigliare sparse faglie tra il sé sussistente e il sé propenso a prospettarsi come scoperta continua oltre la cornice senza ritorno[7] di un Io proiettato nello specchio. Diramandosi tra i versi e tra una parola e l’altra, la volontà dissuade pensieri circoscritti in un’irrecuperabilità parlata e assume l’aspetto anti-iconico di un’intenzione per ovviare a quel che viene evocato – con intonazione variabile – quale viaggio verticale di coscienza, un viaggio che permette al poeta di librarsi oltre le trame sterili di un esistere vagheggiato in un’icona preconfezionata – laddove pure creiamo mondi di ciò che non siamo[8]. Nessun messaggio si riscontra, quanto, invece, l’orientamento a un’integrazione di parti sospese, nelle quali Oronzo Liuzzi coglie i cori dell’esistente oltre le lusinghe di una parvenza di vivere che, invero, pare inclinarsi alla somiglianza fatiscente del montaliano sonno eterno. E, infatti, attratto dall’impegno che la parola possiede nell’instillare percorsi di coscienza a sé prima che al lettore, Liuzzi si dedica alla scrittura d’arte verbo-visiva, conseguendo il clou interattivo tra materia e l’incedere costante verso la coscienza di sé, allungandosi sulle sensibilità ravvisate nel territorio vasto di un reale verificabile e incline al cambiamento, quanto, talora, inebriato da prevedibilità consolatoria. Qui il poeta non è solo: egli transita laddove l’occhio libero si muove esplora la mente vaga / si perde nell’aria rarefatta sospeso riflette crea / al tramonto emerge finalmente discendo / nell’entusiasmo del tempo il mio[9].

In tal senso la poesia contravviene a una regolamentazione intesa a irrorare di frastuoni inebrianti il ritratto dell’inerte dato. Non solo: dall’inerte presunto il poeta estrae quel che oramai allo strazio dell’imperturbabilità pare affidarsi, tanto che, nel turbato chiedersi, e nutrendosi con schiettezza degli andamenti che scuotono la lettura degli eventi, ne elabora le vette apicali rianimando il sé nel compiere il risveglio del significato delle cose, accingendosi di volta in volta a dar forma a una coscienza che non resti isolata e che si configuri in un inaspettato allontanamento da qualsiasi pallida illusione, quanto da pur stravaganti sostituzioni. È, dunque, una coscienza rinnovata a sollecitare il poeta quando il sipario del giorno si alza[10] e turbato e sospeso, viepiù intensifica la parola nelle sue facoltà (l_orrore domina le figure. / testimoniano il vivere del definito. deteriorano la mente con la paura.[11]), sicché il lessico del pensiero pone l’inatteso ordine ad ostacolo di contro alla rigidità di una sostituzione normalizzante e satura. Si tratta, invero, di un modo che permette alla parola poetica di trascendere riverberi astrattistici, immediatamente fruibili e, per ciò detto, instabili, e, di rimando, di farsi ponte di una co-operazione coscienziale che vede il sé districarsi dall’ermeticità dell’Io centrico e disporsi in un’intraprendente visione che – nell’inestinguibilità dei dettagli – procura la stessa impressione di novità davanti allo svolgimento della (…) vita interiore[12]. In questo acuto agire la ridondanza non trova sostegno e nemmeno le immagini ricorrono a lusinghiere strategie per far fronte a quella che è solo futile tempo dell’attesa. A quel tempo la sfida si propone fattiva e non già con un verso di fuga dallo scenario dei pensieri fondativi, quanto nell’inoltrarsi nelle profondità ascose. Qui l’azione dell’esplorare avanza nel vero e, con un gesto privo di didascalie tiranniche, si amplifica oltre la zona arida delle sensibilità rese clandestine da incubi in eccesso [che] accendono la notte[13].

In questi termini, disposta su una diversa traiettoria, la ricerca coscienziale al vedere/vedersi recupera il rituale di un’autonoma e impavida realtà di memoria che dispone l’esistente e il suo dolore, quanto l’esperienza e il suo dolore, in un’esegesi eteromorfa, laddove il conosciuto/conoscibile imbastisce tanto una successione logica dell’uno rispetto all’altro, quanto uno spostamento che prepari a una sostenuta dicibilità, volgendo all’incontro di coscienza tra il poeta riflettente (un sé che si dirama e che mai si acquieta[14]) e il sé molteplice (dentro un vuoto sento la trasformazione mescolo passato / presente rimuovo io voi noi le origini attraverso il chi sono[15]) in un neomorfico rituale che non ignora, né piega a patite certezze (osservo questo mondo altri mondi / penso il pensiero pensante / un personaggio in carne e ossa / in cerca di un autore / sono la forza dirompente del testo / le parole il dramma / sono il teatro nel teatro / la zona di confine tra l’essere e l’apparire[16] – è il sentire possente che pervade il poeta).

Il poeta brindisino Oronzo Liuzzi

Senza furor di sentenza, assistiamo, quindi, allo svolgersi di una poesia che si inarca e si imbarca per ulteriori direzioni senza mai inabissarsi e né disperdersi, senza detenere prevedibili rotte; al contrario, la poesia scorge il suo faro in ogni posizione dalla quale intraprende un percorso pluriforme per mare e per terra e per aria, nell’intersezione espansiva degli ambiti dell’esistere tra i passi e nei tempi che, inattesi, si avvinghiano alla boa del momento mutevole per decidere la direzione, pensandosi e mai ritirandosi (pellegrino per sentieri ammutoliti / sovversivo nel falso movimento[17] – è la straziante confessione).

Gratificato da un lume che permette di accedere alle profondità, il lessico del poeta si raffina nel disporre senso critico al conosciuto, al visto e sentito e rilanciarsi laddove, nella voce della poesia e nel suo «adesso», (…) insorge libero il pensiero nuovo di libertà che parla il plurale / coraggio[18] e nella pluralità delle occasioni la coscienza della parola-verso diviene coscienza del poeta nel suo continuo approdare fedele nel mondo, malgrado dall’incessante ricerca etica quel mondo si mostri (…) artificio insomma non identificabile / disarma la schiettezza non lascia tregua la disabilità visiva / (…)[19]. Nella richiesta tra frange acuminate impercettibili, lo spirito che anima la parola priva di iconoclastiche controindicazioni – che si tratti di improperio o di nevralgico assedio d’abitudine – conferma il bisogno di un ordine non già da intendere nell’impoverimento delle digressioni, quanto nella liberazione dall’estraneità, portando all’apparentamento bergsoniano, e cioè, a una forma di consanguinea contiguità tra materiale e spirituale e che scuote quella che Liuzzi chiama disabilità visiva e che ravvisiamo quale impedimento resistente nella precarietà; quale sospensione elusiva e incatenata. Una mancanza, dunque, alla quale la visualità poetica si pone ad ostacolo e va a scompaginare l’atrofia della concatenazione con un legame di rinforzo silente e burrascoso, ma sempre attuativo, tra quanto dalla parvenza transita per raggiungere un’espressione auto-manifesta, che non prevede accanite sembianze, che non si fa metafora di riconduzione, e che semplicemente è nel ribaltamento frontale, laddove il pensiero di sé risiede nell’allungarsi, sconfinare e restringersi del verso, nell’instillazione di un innovativo codice di evocazione intrepida, non adeguandosi affatto all’etimologia contraffatta di un’estemporaneità al limite del converso (l’impetuoso segno del mistero // scoprire / chiedermi // suscitare risposta[20]). Quel che avviene è l’incastro che (…) nel corpo / nella parola // si trasforma con l’intera sua forza[21]. È, insomma, lo spazio libero nel quale il poeta ripone successive riflessioni di un sé di volta in volta cosciente e distante dall’inconcludente fallacia che, impellente ed ostinata, potenzia un gioco di parti nel territorio della routine del vuoto[22], laddove l’ego meridiano si impone in aspra solitudine.

Segnali di rilevanza si incidono a modalità crescente e nel tempo poetico di Oronzo Liuzzi e non suscita affatto sorpresa l’incedere articolato dalla versatilità del ritmo che investe la tessitura delle parole. Ad esse, alle parole, il poeta assomma una credibilità inarcata verso l’incessante spostamento sintomatico della varietà cognitiva di cui è portavoce la facoltà del pensare senza mai interrompersi. Non è tutto: nel progredire ansante e ponderato, la poesia prende quindi forma di una coscienza di sé mentre lo spazio si riduce fra la mia finestra – dice il poeta – e l_affanno / mentale gli scompone la realtà[23]. Egli osserva e nel frattempo quel che accade rinasce per non irrompere nel vuoto[24].

Senza raggiungere alcun epilogo, dunque, la funzione semiotica della poesia liuzziana staglia un territorio che non si riduce a rappresentare i fatti mondani: se a questo la poesia si fermasse, sarebbe cruciale ritenerne il fallimento, oppure il labirintico asservimento a un’illusoria dimensione; sarebbe l’incorrere incrinato a una speranza aleatoria, quanto retorica. Non v’è dubbio, al contrario, che l’ergonomia semantica rimandi alla sommessa preghiera di una coscienza persistente nelle corrispondenze tra le sensazioni colte dalle vicende mondane e non solo: la coscienza con la quale il poeta mantiene il fitto dialogo si alimenta di corrispondenze viventi nell’articolazione di tutte le facoltà del vedere, camminare, toccare, ascoltare, dire, mondare, fino al ritenere e spingere nella verticalità di una meditazione che riunisce tutte le arti disponibili e che quindi – nel privilegio di un’espressione di tipo baudelairiano – declina le movenze, i picchi, le cromie, le intemperanze, gli intervalli, i pieni e le anti-cromie in un sussulto che si distanzia dalle artificiali grazie sclerotizzate in un labirinto difforme. D’altronde, in una maniera attesa nuovamente al senso-verso del pensiero baudelairiano, il panorama poetico di Oronzo Liuzzi declina la spiritualità in un crescendo verticale che, nel trasformarsi, non esula dal rapportarsi a una materia depurata da qualsiasi appesantimento liturgico e della quale ravvisa l’incauto e l’effimero. Qui pure avviene il rinnovamento estetico; qui, ancora, la cosciente compresenza di un territorio individuale di sensazioni e idee, senza alcuna stanca esitazione, si scopre quale poetica di ritorno e nella scrittura forgia una spiritualità tutt’altro che foriera di dispersivo incanto.


Bibliografia

O. Liuzzi, Io e Caravaggio, SECOP Edizioni, Corato (Ba), 2010

O. Liuzzi, In Odissea visione, puntoacapo Editrice, Novi Ligure (Al), 2012

O. Liuzzi, E mentre l’arte …, CFR Edizioni, Piateda (SO), 2014

O. Liuzzi, Condivido, puntoacapo Editrice, Novi Ligure (Al), 2014

O. Liuzzi e R. Bucci, DNA, Eureka Edizioni, Corato (Ba), 2015

O. Liuzzi, Lettera dal mare, Oèdipus, Solofra (Av), 2018

O. Liuzzi, Mutomutas, Musicaos Editore, Neviano (Le), 2020

O. Liuzzi, Non Stop (Poesie 1970 – 2020), Musicaos Editore, Neviano (Le), 2021

O. Liuzzi, da Un giorno adesso, Transeuropa, Massa, 2023

A. Branca (a cura di), H. BergsonIl possibile e il reale, AlboVersorio, Milano, 2014


[1] O. Liuzzi, 12, «E mentre l’arte …», CFR Edizioni, Piateda (So), 2014, p. 32

[2] O. Liuzzi, XV, «Un giorno adesso», Transeuropa, Massa, 2023, p. 19

[3] O. Liuzzi, 12, «E mentre l’arte …», op. cit., p. 32

[4] O. Liuzzi, La vita si incontra (per Diego De Silva), «Condivido», puntoacapo Editrice, Novi Ligure (Al), 2014, p. 50

[5] Ibi, «E mentre l’arte …», op. cit., p. 46

[6] O. Liuzzi, La vita si incontra (per Diego De Silva), «Condivido», op. cit., p. 47

[7] Ibi, p. 51

[8] Ibi, p. 57

[9] O. Liuzzi, L «Un giorno adesso», op. cit., p. 54

[10] O. Liuzzi, 5., «In Odissea visione», puntoacapo Editrice, Novi Ligure (Al), 2012, p. 11

[11] Ibi

[12] H. Bergson, Il possibile e il reale – Saggio pubblicato nella rivista svedese «Nordisk Tidskrift» nel novembre 1930, a cura di A. Branca, AlboVersorio, Milano, 2014, p. 12

[13] O. Liuzzi, LIV, «Un giorno adesso», op. cit., p. 58

[14] O. Liuzzi, LI, ibi, p. 55

[15] Ibi

[16] O. Liuzzi, 24, «Mutomutas», Musicaos Editore, Neviano (Le), 2020, p. 91

[17] Ibi, p. 92

[18] O. Liuzzi, III, «Un giorno adesso», op. cit., P. 7

[19] O. Liuzzi, XI, IBI, p. 15

[20] O. Liuzzi, 6., «E mentre l’arte …», op. cit., p. 18

[21] Ibi, p. 19

[22] O. Liuzzi, 3., «Mutomutas», op. cit., p. 16

[23] O. Liuzzi, PENSIERI IN_TRANSITO_9, «PENSIERI IN_TRANSITO» (2006) in Raccolta «Non Stop», cit., p. 70

[24] O. Liuzzi, 7., «In Odissea visione», op. cit., p. 13


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

Sabato 13 Aprile a Roma il seminario “Il sacro poetico”

Sabato 13 aprile p.v. a partire dalle ore 10 e sino alle 18 presso la Sala Bio-Bibliografica della Biblioteca Universitaria Alessandrina (Piazzale Aldo Moro 5) a Roma si terrà il seminario dal titolo “Il sacro poetico” voluto e curato da Marco Colletti, Tiziana Colusso e Ilaria Giovinazzo.

A patrocinare l’iniziativa culturale sono la Direzione Generale e Diritto d’Autore del Ministero della Cultura, l’Associazione per la Solidarietà Internazionale in Asia (ASIA), l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (ISMEO), la Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS) e le riviste letterarie «FormaFluens», «Metaphorica» e «Nuova Euterpe».

Questo il programma del ricco appuntamento che vedrà alternarsi vari specialisti in fatto di religione, letterati, saggisti e poeti che interverranno per un reading poetico sul tema.

Saluto

Dott.ssa DANIELA FUGARO (Direttrice della Biblioteca)


Interventi della mattina – ore 10:00 – 13:30

“La religione della bellezza”

ILARIA GIOVINAZZO (poeta, storica delle religioni)


“Presenze sufi nella poesia araba contemporanea”

SIMONE SIBILIO (poeta, docente di Lingua e Letteratura araba all’Università Ca’ Foscari)


“Giulia Niccolai, dalle avanguardie all’avventura della meditazione”

TIZIANA COLUSSO (scrittrice, direttrice di «FormaFluens Magazine»)


“La parola e la cosa”

CLAUDIO DAMIANI (poeta)


“Il verso sulla soglia dell’ineffabile”

LETIZIA LEONE (poeta, critica letteraria, redattrice di «Il Mangiaparole»)


“Poesia e critica nei sentieri del Bosco Sacro”

MARCO COLLETTI (poeta, italianista)


Letture:

ALESSANDRO ANIL, MARCO COLLETTI, TIZIANA COLUSSO, CLAUDIO DAMIANI, ILARIA GIOVINAZZO, LETIZIA LEONE, ILARIA PALOMBA, SIMONE SIBILIO


“Dall’Asia all’Italia: la salvaguardia del patrimonio culturale e spirituale del Tibet e l’educazione socio-emotiva”

LINDA FIDANZIA (responsabile di Fundraising ASIA Onlus)


Interventi del pomeriggio – 14:30 – 18:00

“La “poesia” della rinuncia. Traduzioni upanishadiche”

LAURA LIBERALE (poeta, Phd in Studi Indologici all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma)


“Sutra degli alberi”

TIZIANO FRATUS (poeta, scrittore, buddista agreste)


“Letteratura ed etica”

ISACCO TURINA (poeta, ricercatore in sociologia all’Università di Bologna)


“Ricordando Cristina Campo”

ISABELLA BIGNOZZI (poeta e saggista)


“La poesia dissacrata”

ANDREA TEMPORELLI (scrittore e poeta)


Letture:

STEFANIA DI LIO, TIZIANO FRATUS, LAURA LIBERALE, FRANCESCA SERRAGNOLI, ANDREA TEMPORELLI, ISACCO TURINA, MICHELA ZANARELLA.


Concerto di musica tradizionale indiana

a cura di KALIPADA ADHIKARY


Nell’occasione, oltre ai libri degli autori, sarà esposto il n°3/2023 della rivista «Metaphorica», con una sezione dedicata a Giulia Niccolai. Gli atti del seminario saranno editi da «FormaFluens – International Literary Magazine».  

Pubblicato il “Vocabolario del dialetto di Matelica” a cura di Ennio Donati

La nuova corposa opera di Ennio Donati (600 pagine che contengono circa 16.000 vocaboli) è relativa alla costruzione di un vocabolario del dialetto di Matelica, comune del Maceratese dove è nato nel 1946. Dal 1980 l’Autore, pur indissolubile alla sua città natale, vive nella rivierasca Senigallia.

Ennio Donati

Laureato in Ingegneria Chimica all’Università “Alma Mater” di Bologna nel 1970, è iscritto all’ordine degli Ingegneri della provincia di Macerata. Ha lavorato nell’azienda Snamprogetti del Gruppo ENI – Milano dal 1970 al 1980 occupandosi di progettazione, realizzazione e avviamento di vari impianti petrolchimici. È stato Dirigente d’Azienda dal 1984 al 2008 in due Società del Gruppo ENI.

I suoi interessi in ambito culturale comprendono studi di fonetica, morfologia, sintassi e grammatica nel campo della glottologia della regione Marche, con particolare riferimento all’area dialettale Maceratese-Fermana-Camerte. Studioso curioso degli aspetti etno-antropologici e folklorici della cultura della civiltà contadina delle Marche.

Ha pubblicato la raccolta di racconti comici in dialetto matelicese Le confidenze de Sor Righetto (Ed. Pro Loco Matelica, 2006) e la raccolta di poesie Eraàmo ricchi – Le poesie de Sór Righetto (Bertoni Editore, 2019). Vari i riconoscimenti letterari ottenuti in concorsi nazionali di prosa e poesia dialettale tra cui il Concorso Biennale “Quinto de Martella” di Camerino, “Poesia nei dialetti marchigiani” del Festival Varano ad Ancona e, recentemente, il “Deruta Book Fest” in cui ha vinto il primo premio nel 2022.

Attivo in Facebook dove cura e gestisce due gruppi, il primo dal titolo “Dialetto matelicese” e il secondo “Credenze, usanze e dialetto della civiltà contadina (Marche)”.

Il dialetto del quale Donati si è occupato, in particolare, è quello appartenente all’area dialettale maceratese-fermana-camerte ed è possibile sostenere che il dialetto matelicese sia uno tra i più antichi dell’intera Regione plurale (e non solo) se si tiene in considerazione la sua fedeltà al tardo latino dal quale proviene.

L’opera, per una più semplice consultazione, si compone di due parti: una dialetto/italiano e l’altra italiano/dialetto e si apre con la prefazione dello stesso autore nella quale parla abbondantemente della storia pluridecennale di tale vocabolario. Donati rintraccia nella sua infanzia il primo incontro catartico con il mondo del dialetto che poi non avrebbe più abbandonato: «Il contatto quasi quotidiano con persone che parlavano solo in dialetto e la mia costante frequentazione delle nostre campagne hanno accresciuto la conoscenza dei vocaboli ed il fascino dei suoni della nostra lingua» e ricorda della sua frequentazione del Liceo Scientifico “Galileo Galilei” a Macerata dove ebbe come insegnante il prof. Flavio Parrino[1], illustre italianista e glottologo scomparso nel 1994, che «è stato decisivo per la mia formazione culturale in generale e per il mio interesse per il dialetto», ha rivelato.

Ad arricchire il progetto editoriale – che esce per i tipi di Vydia di Montecassiano (MC) di Luca Bartoli – è la dotta presentazione del rinomato docente Diego Poli, professore emerito dell’Università degli Studi di Macerata, dal titolo “Il valore di un vocabolario”. In essa, partendo dalla scena lombarda, affronta da vicino la particolarità e l’importanza del dialetto all’interno della vita e della cultura dell’uomo nel corso dei secoli, per giungere alla scena marchigiana contemporanea con citazioni ad alcuni tra i maggiori poeti dialettali: Franco Scataglini (anconitano), Leonardo Mancino (camerte) e Gabriele Ghiandoni (fanese).

Agostino Regnicoli, sempre dell’ateneo maceratese ma in veste funzionario e di studioso del dialetto locale, nella sua pregevole premessa si dedica a prendere in esame gli aspetti meramente grafici e fonetici di questa particolare parlata, fornendo delle indicazioni utili anche sulla pronuncia delle parole.

Il Vocabolario del dialetto di Matelica di Ennio Donati – nella cui prima di copertina campeggia un interessante disegno a china della pittrice e illustratrice Francesca Farroni ritraente la centrale Piazza Enrico Mattei della cittadina del Maceratese – è pubblicato con il Patrocinio della Fondazione “Il Vallato” e il Comune di Matelica. La prima presentazione dell’opera è prevista per sabato 6 Aprile alle ore 17 presso il Teatro Piermarini di Matelica.

I migliori complimenti a Ennio Donati per questa sua pubblicazione, affinché possa ricevere il meritato accoglimento dal pubblico e la curiosità di chi – di vecchia o nuova generazione – ha il desiderio di conoscere la sua storia e tradizione, come nel tempo la lingua vernacolare della zona di Matelica si è evoluta, forte di una convinzione che ben esprime nella sua nota introduttiva: «Non è bello deridere il dialetto, la nostra lingua; con il dialetto si può far sorridere, ma anche emozionare, commuovere e rattristare, come accade per ogni lingua».

LORENZO SPURIO

Matera, 04/04/2024


[1] Lo stesso prof. Parrino in “Un decalogo per il poeta dialettale” pubblicato in «Prima rassegna biennale di poesia dialettale Giovanni Ginobili» del Comune di Petriolo nell’edizione del 3 maggio 1981 alle pagine 13-20, parlando della dicotomia di lingua e dialetto, aveva avuto modo di osservare: «Dialetto e lingua sono ambedue, con pari diritto, strumenti grazie ai quali una comunità di parlanti (grossa o piccola che sia) organizza i dati della sua esperienza e della sua cultura (grezza o raffinata che sia) e soddisfa ai bisogni della comunicazione all’interno della comunità; per cui fra lingua e dialetto non sussistono differenze né di dignità, né di grado, né di funzionalità […]. La struttura del più umile dei dialetti presenta la stessa organizzazione della più prestigiosa delle lingue». Un ricordo dell’attività del prof. Parrino è contenuto nell’articolo del poeta maceratese Filippo Davoli dal titolo “Del parlare in dialetto. Ripensando Flavio Parrino” pubblicato su «Cronache Maceratesi» il 24/03/2014.


La riproduzione del presente testo, in formato integrale e/o di stralci, su qualsiasi tipo di supporto non è consentita senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.

N.E. 02/2024 – “Meraviglie” di Simone Magli, recensione di Lorenzo Spurio

La nuova pubblicazione del poeta pistoiese Simone Magli, Meraviglie (Antipodes, 2023), contiene una cinquantina di testi brevi dal taglio prettamente esistenziale, spesso connotati da una forte carica simbolica. Quest’opera, che segue le precedenti L’ultimo ermetico (Puntoacapo, 2021), Imparando (Puntoacapo, 2021) e La solitudine di certi voli (I.S.R.Pt Editore, 2022), prosegue, come naturale percorso, nell’approfondimento intimo delle vicende esperenziali del Nostro mediante un eloquio per lo più breve, spesso emblematico, fondato sulla sua canonica predilezione per il frammento e per forme tendenzialmente succinte. Non è un caso che Magli sia un apprezzato aforista e un haijin; quest’ultima definizione individua anche la corrispondenza con un’altra sua importante propensione, ovvero quella d’imprimere immagini in maniera istantanea e assai vivida. È, infatti, un apprezzato fotografo e questa sua abilità, travasata in ambito scrittorio, fa di lui un destro e avvincente costruttore di versi brevi, spesso lapidari e imprevisti, in cui è contenuto un messaggio polisemico. Qualcosa che è presente e detto con vocaboli scelti con attenzione e qualcos’altro – vuoi per libera associazione, per rimando, per implicazioni di varia tipologia – a cui si allude e che a volte può essere inferito o, comunque, fatto oggetto di libera appropriazione dal lettore. La costruzione dei significati – come molta critica ha spesso enfatizzato – deriva dall’interazione operante e robusta che il lettore mette in campo all’atto della fruizione di un’opera che l’autore ha prodotto. Ciò appare tanto più vero leggendo i versi di Magli.

Una meritata attenzione va posta tanto sul titolo dell’opera quanto sull’immagine di portata. Il titolo, Meraviglie, richiama subito a un mondo altro, una sorta di surrealtà, in cui coesistono oggetti ed esperienze impraticabili nella vita ordinaria. Il meraviglioso richiama velocemente a un mondo di molteplici possibilità, di magia, di difficile raggiungimento con i capisaldi della normale logica, uno spazio incontaminato da categorie di sorta dove tutto è potenzialmente possibile. È un fantastico positivo che Magli ci descrive richiamando alcuni elementi naturali che hanno in sé straordinarietà, bellezza, rarità e, in quanto tale, incomprensibilità e impossibilità di raggiungimento. Fenomeni come l’equinozio, il passaggio della luna, i moti ondosi del mare, ma anche il fioccare della neve, sono episodi in sé abbastanza rituali e comuni che hanno, però, del meraviglioso. Così come lo è il mondo della musica e, chiaramente, quello della poesia di cui Magli si “serve” e fa dono.

L’inconsueta immagine di copertina (con un probabile ammicco alla metafisica di De Chirico) ci propone alcune scale che, dal basso, salgono verso una posizione apicale. L’elemento – che è contraddistinto per avere una posizione centrale e una colorazione gialla – si trova al centro e fa da contrasto ai toni della campitura di sottofondo che fa pensare tanto all’immensità di un mare quanto all’indefinitezza di un cielo con squarci cromatici dorati. Opera di Giacomo Niccolai – come specifica il colophon – ben si coniuga ai motivi trainanti di questo piccolo libro.

Nelle sue nuove liriche Magli pala dell’esigenza di una condivisione concreta con l’altro, in quella “eleganza d’incontrarci” (15). Le sue riflessioni partono da un’esperienza concreta dei fatti, da una coscienza matura con la quale dialoga e arriva a partorire contenuti senz’altro interessanti. Le divagazioni che i versi propongono sono i rovelli esistenziali e gli assilli, i dubbi ricorrenti e le nevrosi comuni che, a diversa altezza, ci concernono tutti. L’autore parla di “nuovi mondi” (16) quelle realtà parallele dove con il pensiero è possibile vagare e compiere l’impossibile: “ho tracciato / l’universo” (16).

Il meraviglioso è riconducibile a situazioni di svago, fuga dalla razionalità, rincorsa delle curiosità, tentativo di appellarsi a dubbi insondabili, magie illusorie ed epifanie coinvolgenti. Il tutto non sfocia in tessiture fantastiche perché si riconnette alla natura dell’uomo, forte della sua esperienza sensibile e del suo essere illuminato: “quanto è vasto il cielo / di un uomo” (27) scrive in “Stasera” dedicata a un imprecisato Davide.

La meraviglia si riconnette anche allo stupore che si prova, al fascino del perduto, al mondo incontaminato dell’infanzia con le sue narrazioni favolistiche e tempi rilassati, col sogno che ripropone il bello ormai lontano; ecco perché alcuni versi non possono esimersi da questa tendenza volta al recupero come quando, testualmente, Magli si trova in una condizione dettata “a cercare l’infanzia” (46).

Sono versi piacevoli, i suoi, che non navigano a vista, piuttosto tendono a sfiorare l’impossibile, riconducendo l’uomo dinanzi all’invisibile e alla meraviglia alla sua natura di transeunte e imperfetto. C’è spesso una situazione di limite che viene proposta, non solo una demarcazione temporale, un qualcosa – frattura, confine, limbo – che individua i contorni dei mondi paralleli, quello reale e gli altri, infiniti e approdabili solo con la mente. Non è un narrare in versi l’irreale, piuttosto è la possibilità di riscoprire la meraviglia nell’ordinario. Un fantasticare lieve e cosciente, che avviene sempre ad occhi aperti. “Poi è sceso qualcuno / e mi ha salvato la vita” (40): è il segno di una presenza che si fa essenza. Quest’ultima interviene in maniera concreta e illuminante, ed è capace di attuare il cambiamento in maniera salvifica. La stasi dei giorni è frantumata dalla capacità di visione e dalla sensibilità del Nostro.


Questi testi vengono pubblicati nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionati dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Canzone triste”, poesia di Antonio Mangiameli

il clochard con la chitarra è ancora lì,

il vento porta dentro accordi in re minore,

sembra suoni per me,

sul letto tovaglie bianche

ed il lenzuolo di lino,

penso a te,

e lui suona,

suona,

non sa che tornerai


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Novalis: tra filosofia, magia e spiritualità”, saggio di Riccardo Renzi

Il presente saggio vuole concentrare la sua indagine su uno dei più grandi poeti della storia letteraria in lingua tedesca, che ha rivoluzionato la poesia e ha generato un nuovo sentire della poesia stessa, dal quale derivò una totalmente nuova corrente letteraria: il romanticismo.

Novalis, alla nascita Georg Philip Fredrich von Hardenber barone di von Hardenberg[1], fu colui che più di ogni altro autore romantico dettò un prima e un dopo all’interno del movimento letterario. Nacque nel 1972, secondo degli undici figli di Auguste Bernhardine Freifrau von Hardenberg, nata von Bölzig, (1749-1818) e Heinrich Ulrich Erasmus Freiherr von Hardenberg (1738-1814). Dopo aver frequentato il ginnasio luterano a Eisleben, si iscrisse nel 1790, come studente di giurisprudenza, all’Università di Jena. Lì il suo vecchio tutore personale Carl Christian Erhard Schmid (1762-1812)[2], che nel frattempo era divenuto professore di filosofia e uno dei maggiori rappresentanti del kantismo a Jena, lo presentò a Friedrich Schiller[3]. Tale conoscenza permeò profondamente il giovane poeta, infatti risulta impossibile comprendere a fondo la poetica di Novalis senza conoscere la filosofia di Schiller, che a sua volta è permeata da quella di Johann Gottlieb Fichte[4].

Novalis

Se volessimo tener il senso proprio, quello ficcante, filosofico e teologico, e non meramente letterario del termine “romanticismo”[5], dovremmo sostenere per onestà intellettuale che esiste un unico romanticismo: Novalis. L’unico vero testo romantico, intriso in ogni sua sillaba di tutta la filosofia del romanticismo, sono gli Inni alla notte[6]. Si può sostenere fermamente che Novalis sia l’unico autore romantico per un semplicissimo motivo, in lui i motivi teorici della Romantik nascono, si sviluppato e raggiungono l’apax di tutto il movimento. Il romanticismo, senza troppa audacia, possiamo sostenere che nasca e muoia con Novalis. Tutta la poetica di Novalis si basa sull’opera la Dottrina della scienza di Fichte, che gli fu introdotta dall’amico Schiller. Il romanticismo è per prima cosa una questione di magia e la prima formula magica è quella costituita dall’io fichtiano. Il primo mago del movimento fu proprio Fichte, l’anima di Jena, che il poeta studiò e commentò a più riprese. Tale lato magico in Novalis si mischia ad un profondo cristianesimo protestante imbevuto di misticismo.

Passo dall’altra parte

ed ogni pena

diventa un pugno

di voluttà


Ancora un poco

e sarò libero

giacerò ebbro

in grembo all’amore.

Vita infinita

fluttua in me potente,

dall’alto guardo

laggiù verso di te.

Su quel tumulo

Il tuo fulgore si spegne

un’ombra reca

la fresca corona.

Oh suggimi, amato,

con forza in te,

ché assopirmi possa

ed amare.

Sento della morte

il flutto giovanile,

il balsamo ed etere

trasmuta il mio sangue

vivo di giorno

con fede e fervore,

di notte muoio

nel sacro ardore[7].

La poesia di Novalis si caratterizza per una miscela sempre volta al vitalismo di vita e morte, nella quale funge da elemento di equilibrio, quasi come la bilancia della giustizia, l’amore. Quest’ultimo è l’elemento basilare della concezione vitalistica del creato.

Ti vedo in mille immagini,

Maria, amabilmente figurata,

ma nessuna può rappresentarti

quale la mia anima ti ha veduta.


So solo che il tumulo del mondo

da allora mi è svanito come un sogno,

e un cielo d’indicibile dolcezza

mi sarà nell’animo per sempre[8].

Ecco il misticismo della poetica di Novalis si mischia con un profondo credo cristiano.

Le fonti dell’immaginario novalisiano possono essere rintracciate in numerose tradizioni letterarie e religiose: si va dalle opere dei mistici tedeschi, tra tutti Meister Eckhart e Jakob Bohme, alla lirica romantica e cimiteriale di Edward Yoing, passando per Shakespeare, Schlegel, Herder, Schiller, Fichte e Goethe.

Novalis è un autore immenso, fondatore del romanticismo, al quale però nelle antologie scolastiche di mezz’Europa ancora si continua a concedere poco spazio.

Quando in ore di tormentosa angoscia

il nostro cuore quasi si arrende,

quando sopraffatto dal male

il nostro intimo è roso dall’ansia

pensiamo ai nostri fedeli amati,

come miseria e cure li opprimano;

nubi limitano la nostra vista,

raggio di speranza non le passa:


Allora Dio si china su di noi,

il suo amore ci si avvicina,

allora desideriamo quell’altrove

in cui un angelo è accanto a noi,

reca il calice della vita giovane,

ci mormora conforto e coraggio;

e non invano allora imploriamo

pace per i nostri cari[9].

In Novalis il male incombe sempre dietro l’angolo, l’uomo è perseguitato costantemente da esso, che spesso all’ansia si accompagna. Il male non colpisce mai il singolo uomo, ma ingloba tutto il suo universo, i suoi affetti e i suoi cari. Le uniche figure salvifiche in un mondo luciferino sono Dio e la Madonna. La concezione luciferina di Novalis spesso si mischia a magia e occultismo. Qui troviamo un evidente richiamo al Graal, «calice della vita giovane»[10], nella concezione dei trovatori provenzali[11]. È proprio in questo periodo che in Germania si radicalizzerà il mito del Graal.  

In Novalis anche l’immaginazione e l’immaginifico permeano profondamente il suo poetare. L’immaginazione di Novalis è quella intesa fichteanamente, dove finito e infinito si compenetrano. Essa produce magicamente una sintesi finzionale, rappresentativa, indugiando nel conflitto, oscillando tra gli estremi e cogliendone sempre un sunto. Essa è l’unica a vedere realmente l’unità originale della coscienza, cioè l’Io. Novalis fu tutto questo: magia, occultismo, profondo credo e innovazione filosofica. Novalis fu il romanticismo.


[1] Per la biografia di Novalis si veda: G. Fontana, Novalis, Venezia, Marsilio, 2008.[2] Carl Christian Erhard Schmidt è uno dei primi divulgatori della filosofia kantiana.Nel 1778 si immatricola a Jena, dove studia teologia e poi anche filosofia (con Johann August Heinrich Ulrich, un filosofo molto interessato alla filosofia kantiana). Nel 1781 è precettore presso la casa del padre di Friedrich von Hardenberg, in arte Novalis. Nel 1782 è Hausmeister a Schauberg e nel 1784 ottiene l’abilitazione (Magister) anche in filosofia, titolo grazie al quale può insegnare all’università di Jena. Nel 1785 tiene per primo lezioni sulla Kritik der reinen Vernunft. Proprio come ausilio per i suoi studenti nel 1786, pubblica un commentario di questa opera cui aggiunge un breve glossario, che, ampliato, costituirà il dizionario kantiano. Dal 1785 collabora con Christian Gottfried Schütz alla «Allgemeine Literatur-Zeitung» una rivista pubblicata a Jena che contribuì fortemente a diffondere il pensiero di Kant. A Jena è in contatto con molti esponenti del romanticismo, ma anche con Schiller e Goethe. Nel 1787 è nominato vicario e ordinato sacerdote a Wenigenjena, paese in cui suo padre è parroco dal 1777. Il 22 febbraio 1790 celebra le nozze tra Friedrich Schiller e Charlotte von Lengfeld. Nel 1791 è, a trent’anni, professore di logica e metafisica a Gießen. Nel 1793 torna a Jena sempre come professore di filosofia e, nel 1798, diventa professore anche di teologia.

[3] Per la biografia di Schiller si veda B. Von Wiese, Friedrich Schiller, Stuttgart, Metzler, 1959.

[4] Johann Gottlieb Fichte (Rammenau, 19 maggio 1762 – Berlino, 27 gennaio 1814) è stato un filosofo tedesco, continuatore del pensiero di Kant e iniziatore dell’idealismo tedesco. Le sue opere più famose sono la Dottrina della scienza, e i Discorsi alla nazione tedesca, nei quali sosteneva la superiorità culturale del popolo tedesco incitandolo a combattere contro Napoleone.

[5] M. Freschi, Mito e utopia nel Romanticismo tedesco, in Atti del Seminario Internazionale sul Romanticismo tedesco, Napoli, Istituto Universitario Orientale, 1984.

[6] Novalis, Inni alla notte, Canti spirituali, Traduzione a cura di Susanna Muti, Milano, Feltrinelli, 2012.

[7] Novalis, Inni alla, cit., pp. 71-72.

[8] Novalis, Inni alla, cit., p. 147.

[9] Ivi, p. 141.

[10] Novalis, Inni alla, cit., p. 141.

[11] Durante i secoli centrali del Basso Medioevo (1100–1230), il trovatore (o trovadore o trobadore – al femminile trovatrice o trovatora o trovadora – in occitano trobador pronuncia occitana: era un compositore ed esecutore di poesia lirica occitana (ovvero di testi poetici e melodie) che utilizzava la lingua d’oc, parlata, in differenti varietà regionali, in quasi tutta la Francia a sud della Loira. I trovatori non utilizzavano il latino, lingua degli ecclesiastici, ma usavano nella scrittura l’occitano. Indubbiamente, l’innovazione di scrivere in volgare fu operata per la prima volta proprio dai trovatori, supposizione, questa, da inserire nell’ambiente di fervore indipendentistico locale e nazionalistico (vedi età dei Comuni, nascita delle Università, eresie e autarchie cristiane).


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

“Lorca americano: la silloge poetica partorita da un mix di depressione e dolore”. Saggio di Lorenzo Spurio

La giornalista Nuria Azancot ha dedicato un recente articolo uscito su «El Español» all’esperienza in terra americana di Federico García Lorca (1898-1936) dal titolo (traduco dallo spagnolo) “La redenzione americana di Lorca: così scrisse Poeta a Nueva York[1], tra la depressione e il dolore[2]”. La Azancot con una prosa veloce ma non priva di elementi di pregio passa in rassegna la vicenda del viaggio americano di Lorca che, nel 1929, a seguito di una grande sofferenza (che secondo Ian Gibson lo vide addirittura vicino alla scelta del suicidio) dettata dalla fine del rapporto amoroso con Emilio Aladrén (che l’aveva abbandonato per l’inglese Eleanor Dove) giunse a New York dove studiò lingua inglese presso la Columbia University.

Quel viaggio-vacanza, pensato per essere di poche settimane, si allungò a dismisura. Viaggiò, conobbe membri della cultura americana (tra cui la romanziera nera Nella Larsen, autrice di Passing), entrò a contatto con il barrio negro di Harlem, visse sulla sua pelle la crisi sociale e umana del Crollo della Borsa di New York, prese parte alla visione di pellicole sperimentali del cinema americano e tanto altro ancora. Giunse anche a L’Avana dove, lasciando alle spalle il delirio del denaro, della spersonalizzazione e della massificazione della megalopoli americana, gli sembrò per un attimo di essere ritornato a casa. La critica ricorda come fu proprio a Cuba che il poeta – nella latinità calda e spensierata che ricalca, in maniera enfatizzata, il meridione della sua terra natale –si sentì maggiormente ad agio, riuscendo ad allontanare il peso dell’impossibilità di esprimere liberamente il suo amore, di abbattere alla luce del sole il pregiudizio bigotto della borghesia granadina, «la peggiore d’Europa», come il Poeta ebbe a stigmatizzarla.

A New York Lorca fu colpito profondamente dalla frenesia del commercio, dall’incomunicabilità delle genti, dalla meccanizzazione della vita dell’uomo. L’architettura dei grattacieli che si perdono a vista d’occhio longitudinalmente e la dominazione di materiali inerti come il cemento, il ferro e il vetro descrivono un unicum distintivo di questa sua esperienza nella Grande Mela. Nella fitta corrispondenza con i suoi genitori (soprattutto con la madre e l’amato fratello Francisco) non potrà che innalzare, con la meraviglia che alimenta nelle sue pupille per quanto di fantasmagorico visto, la città di New York e l’idea dell’America quali contesti di grande progresso, di vivacità e di profondo dinamismo sebbene nelle liriche che scrisse in quel periodo non mancano immagini fosche, che trasmettono l’idea del caos, della solitudine e della distanza, la versione di uomo allucinato sopraffatto dalle logiche del consumo, dal dio quattrino, dove i sentimenti sembrano assopiti e predomina la macchina, la devianza e l’indifferenza.

L’autrice dell’articolo ricorda anche le due gite “fuori porta” di Lorca che lo portano a lasciare la Grande Mela per il Vermont, ospite di Philip Cummings e poi a Bushenellsville e Newburgh dove scrisse, tra le altre, la dolorosa “Niña ahogada en el pozo. (Granada y Newburgh)”. Nel Vermont, in particolare, lontano dal rumore e dal vorticismo della megalopoli, sembrò prima riacquistare una dimensione a lui cara, fatta di normalità a contatto con un contesto naturale ma, in un secondo momento, fu visibilmente pervaso da una grande angoscia che gli deriva da una profonda nostalgia tanto della sua infanzia (il cui ricordo lì si ampliò notevolmente) quanto della sua terra natale.

Il libro Poeta en Nueva York che contiene le poesie scritte durante la sua permanenza a New York e poi a Cuba (tra cui la celebre e cantilenante “Iré a Santiago”), com’è noto, non verrà pubblicato prima del 1940, ovvero postumo, ben quattro anni dopo la morte del Poeta. La pubblicazione, avvenuta grazie all’interessamento di José Bergamín avvenne con i tipi delle Editorial Séneca del Messico, sebbene, quasi contemporaneamente, un’edizione bilingue spagnolo-inglese (traduzioni di Rolfe Humphries) veniva pubblicata negli Stati Uniti per la W.W. Norton and Company.

Come ricorda la Azancot, le poesie del periodo americano evidenziano che «la trasformazione poetica e personale si era venuta sviluppando nel corso di quei mesi». Sappiamo che l’esperienza vissuta in territorio d’Oltreoceano fu determinante nella vita del granadino non solo perché propiziatrice e fautrice di un avvicinamento all’avanguardia e alla sperimentazione linguistica spesso associata a un reale assorbimento al surrealismo (nel quale, forse, le maggiori opere vanno rintracciate nel suo teatro de lo imposible o teatro irrepresentable) ma soprattutto gli consentì un’apertura mentale e di maggiore comprensione del reale che, senza quel viaggio, sicuramente non avrebbe mai raggiunto.

Particolare del manoscritto di “Poeta en Nueva York”

Sebbene non poté vedere pubblicata la raccolta di liriche di quell’importante viaggio, il Poeta aveva dato a conoscerne molti dei contenuti: alcune poesie erano state pubblicate su alcune riviste, altre recitate in veladas con amici e colleghi letterati, altre ancora declamate a intervalli nel corso della sua dotta e puntualissima conferenza che pronunciò in varie città dal titolo “Un poeta en Nueva York” comprensiva di un recital de poemas neoyorkinos.

Il testo della conferenza, che per fortuna si è conservato, rappresenta, a suo modo, una sorta di narrazione biografica di quei momenti nella quale ci dà le sue idee suscitate dal contatto diretto con la megalopoli e, a ragione ed ampliamento di questo, situava la lettura di alcune delle liriche più importanti della raccolta tra cui “Norma y paraíso de los negros” (mentre, forse per questioni di lunghezza del testo, si limitava a invitare il lettore a leggere “Navidad en el Hudson” che è senz’altro uno dei testi più pregnanti di questa sua fase poetica). Nel testo della conferenza leggiamo: «He dicho un poeta en Nueva York y he debido decir Nueva York en un poeta» (ovvero «Ho parlato di un poeta a New York e avrei dovuto dire di New York in un poeta»), frase che ben sintetizza la potenza nevralgica e catartica rappresentata da New York (e per estensione dall’America) che felicemente agì su di lui, tanto dal punto di vista umano (le numerose conoscenze, la partecipazione agli spettacoli-cinema avanguardista, l’inserimento nel barrio negro e il sentimento di fratellanza verso di loro, la denuncia dell’ingiustizia, della discriminazione, etc.) che intellettuale (la produzione delle sue liriche, i testi per il teatro lì elaborati come El Público, il testo per conferenza di poco successivo, le dichiarazioni agli amici e alla stampa, le confessioni ai cari nella corrispondenza, etc.).

LORENZO SPURIO

Jesi, 06/08/2022


[1] Nuria Azancot, “La redención americana de Lorca: así escribió Poeta en Nueva York entre la depresión y el desamor”, «El Español», 03/08/2022.

[2] L’originale spagnolo parla di desamor che, però, non possiamo tradurre come “disamore” ma con “dolore” o “strazio” trattandosi di un dolore esistenziale, tanto personale che creativo dovuto alla fine della sua relazione amorosa. Nel sottotitolo dell’articolo si dice che Federico «si trovava in un critico momento sentimentale e letterario».


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