Non rovine –ma un nuovo aprile. non ti appartiene il balbettio ma l’apparizione che risana (F. Soriano)
Leggere queste poesie di Giuseppe Soriano[1] è come immergersi un altro luogo e un altro tempo. Essere qui e anche altrove. Già dal titolo Poesie novissime, l’autore fa una scelta. La scelta è quella di essere se stesso, con la sua voce, il suo sentire e la sua idea di poesia.
Non poesie nuovissime, ma “novissime”, nuove dunque, come foglie e rami che si stagliano nel cielo del presente, con le radici salde nell’humus della tradizione poetica del passato. E come rami e foglie, le parole si nutrono della loro stessa essenza, dentro un’atmosfera luminosa di assorto stupore e di magica sospensione nel silenzio cosmico.
La raccolta si compone di cinquantanove poesie che, come scrive nella prefazione Claudia Valsania “costituiscono nel loro insieme un solo lungo poema che non conosce progressioni o sviluppi, ma le cui parti ruotano intorno a un unico punto rappresentato da un vuoto spazio silenzioso ‘presto invaso da luce’”.
Un lungo poema caratterizzato da versi brevi, concisi e diretti, modulati sul respiro di visioni e sogni, in un crepuscolo di luci e ombra, dove l’amore, il pathos, la preghiera, le inquietudini, l’accoglimento sono forze, motivi ispiratori e valori che costellano di pause e di riprese i suoi versi. Il suo procedere a frammenti rivela e svela intuizioni, stupori, ricerca dell’eterno, segreti tentativi di una superiore armonia “sono accordi da scoprire/ quelle inquietudini/ devote soltanto/ alla sorpresa/ al mistero/ dell’arcano// ma di questo/ sei tu la deriva” (26).
Leggendo questa raccolta si coglie l’immensa intensità del suo lirismo che avvolge e cattura fin dalle prime pagine e non ha bisogno di chiarimenti o di interpretazioni, parchè il ‘mistero’ della vita vi scorre dentro come acqua sorgiva che disseta. Il messaggio poetico coinvolge totalmente il lettore occupandone i sensi, soprattutto l’udito, grazie alla suggestione del metro, del ritmo, della musica. Il poeta “trova” parole e melodia in tutto ciò che lo circonda, cose, persone, oggetti, natura, perché alla parola spetta il compito di evocare e rivelare. Ecco che i suoi versi assumono un carattere espressamente visivo e uditivo, fatto di immagini e di suoni, dove domina la componente soggettiva e autobiografica, che privilegia il colloquio come prassi costitutiva del discorso, con un’alternanza del “tu” e del “noi”. «Noi siamo un colloquio» scriveva Hölderlin “a noi/ non resta/ che il cuore dischiuso- / insanguinato: / l’amore deposto/ fra i sospiri dei lamenti” (40), laddove l’interlocutore appare essere una creatura amata, oppure se stesso, oppure un tu indeterminato. Le ragioni del colloquio/ragionamento nascono dal bisogno di ascolto, di invocazione e di aiuto, di comprensione e di confessione, dalla volontà di attestare la propria fede e il proprio credo metafisico e spirituale. Ciò che si avverte preponderante in questa raccolta è sopra tutto la libertà e la sincerità del poeta, che abbraccia la poesia come un dono che si schiude alla rugiada di un nuovo giorno. Una poesia nobile e pura, in tutta la sua estensione.
*
e vennero le sere i mesi gli anni.
i giorni gli stessi gli attimi le attese.
vennero –le foglie morte le estati bianche gli inverni bluintenso i tanti aprile
la memoria – quella sì morta e sepolta.
poi prima che le immagini si sbiadiscano equazioni, specchi cose incomprensibili dietro quell’angolo di strada color rosa.
te ne stavi a scegliere le parole ad una ad una ma tutte in fondo vivevano di vita propria
(82-83)
[1]Francisco Soriano ha pubblicato numerosi saggi storici e poesie tradotte in persiano: Dove il Sogno diventa Pietra, Vita e Morte di Mirza Reza Kermani, Nuova antologia poetica di Zahiroddoleh, Dalla Terra al Cielo, Tusi e la setta degli Assassini di Alamut. Ha pubblicato i volumi: Fra Metope e Calicanti (Lieto Colle, 2013), La Morte Violenta di Isabella Morra (Stampa Alternativa, 2017), Haiku Ravegnani (Eretica Edizioni, 2018), Noe Itō – Vita e morte di un’anarchica giapponese (Mimesis Edizioni, 2018), Non porgere l’altra guancia (Eretica Edizioni, 2019), La Via Lattea (Eretica Edizioni, 2020), Frammenti (Eretica Edizioni, 2022).
Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
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Circa una ventina di anni fa pubblicai un elzeviro su “La Nación” di Buenos Aires intitolato Borges, ricordando ai lettori di quel quotidiano la leggenda di un Borges mai esistito, pura creazione della stampa e dei mass media, entità spirituale inventata per mettere in risalto una certa Argentina popolata di fantasmi, di antenati nobili dal passato aristocratico e colto in cui specchiarsi. Per anni durante i suoi lunghi viaggi il poeta ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco, perché, come ha confessato in una conversazione informale, non si rendeva conto se quella leggenda era nata per seppellirlo o comunque per toglierlo dalla circolazione. Ci fu perfino chi disse che assegnargli il Premio Nobel sarebbe stato assegnarlo al vento.
Naturalmente si è pensato anche che sia stato lui stesso a mettere in giro voci del genere e che la persona chiamata Borges fosse soltanto un prestanome pagato lautamente dalla Casa editrice Losada di Buenos Aires e dal Governo argentino. Chiacchiere infinite, che hanno contribuito a formare attorno alla sua vita un cumulo di voci, la maggior parte delle quali sono assurde dicerie, affermazioni gratuite e prive di senso.
Io ho conosciuto il poeta, in più d’una occasione, e anche se non mi ha mostrato la sua carta d’identità, ho avuto modo di ascoltare dalla sua voce aneddoti illuminanti per la comprensione della poesia, aforismi taglienti, giudizi lapidari. È l’atteggiamento “arrogante” che spesso hanno i geni, anzi è l’atteggiamento semplice e diretto che mostrano senza veli, convinti che basti affermare, senza spiegare, senza soffermarsi a “giustificare” criticamente il frutto delle loro argomentazioni.
Insomma, di Borges si è detto di tutto; attorno a lui s’è creata una scia di considerazioni e di illazioni che sempre più si allarga, soprattutto perché, come sostiene Luigi Baldacci, a forza di non essere letto è diventato un classico.
Se contiamo il numero delle pagine pubblicate (sono circa tremila), ci rendiamo conto che la sua produzione non è immensa, ma se diamo uno sguardo alle tematiche affrontate si resta stupefatti: i suoi sconfinamenti sono sterminati, le sue indagini vaste. Dalla letteratura latina a quella americana, da quella tedesca a quella inglese, da quella spagnola a quella italiana. Molto acuti e preziosi i suoi scritti su Dante.
In questa vastità di interessi Borges ha avuto anche il tempo per l’amore, per scrivere poesie d’amore. Poche, in verità, che non cantano le lodi della donna se non per rapidi lampi, ma quasi sempre mettono l’accento sulla sua assenza, su ciò che ormai è avvenuto. Tutto perciò vive nel ricordo, con lucidità e precisione. Chi si aspettasse una poesia d’amore che sospira, che rincorre il mai o il sempre degli innamorati, non trova che la pienezza di un perenne presente. Si può dire, a un primo impatto, che l’amore per lui sia atto di assenza, perdita a cui pensare dopo, recupero della memoria di un tempo che forse non è felicità, ma sicuramente incanto vissuto nella normalità, momento magico di un tratto di strada compiuto e chiuso, e rimasto a significare una certa cosa di cui però si ha contezza dopo, soltanto dopo.
Questa è la prima impressione, l’impatto. Anche grazie all’insistenza di ocaso e di ausencia che pare vogliano siglare la condizione umana in genere dell’amore.
È come se Borges non potesse e non volesse parlare dei suoi rapporti con la donna, tenerli soltanto per sé. A volte, all’interno di testi che parlano di Buenos Aires o d’altri luoghi e d’altri argomenti, c’è un accenno, una indicazione, ma si tratta di momenti in cui sembra “costretto” a farlo per evitare che la composizione perda la sua circolarità.
Che cosa abbia contribuito a questa sua “riservatezza” è difficile dirlo, è certo che egli pone l’amore oltre i confini della quotidianità, come una luce che inonda e fugge lasciando poi un luogo incontaminato a cui fare riferimento soltanto in poche occasioni.
Nella raccolta d’esordio, Fervore di Buenos Aires, la prima lirica d’amore che incontriamo si intitola proprio Assenza. Sono diciotto versi che vale la pena di leggere per rendersi subito conto di come egli vede la donna, come la sente, come la vive o l’ha vissuta:
“Dovrò rialzare la vasta vita
che ancora adesso è il tuo specchio:
ogni mattina dovrò ricostruirla.
Da quando ti allontanasti,
quanti luoghi sono diventati vani
e senza senso, uguali
a lumi nel giorno.
Sere che furono nicchie della tua immagine,
musiche in cui sempre mi attendevi,
parole di quel tempo,
io dovrò formularle con le mie mani.
In quale profondità nasconderò la mia anima
perché non veda la tua assenza
che come un sole terribile, senza occaso,
brilla definitiva e spietata?
La tua assenza mi circonda
come la corda la gola
il mare chi sprofonda”.
Cominciamo col dire che non abbiamo indicazione di nomi, né di sembianze e che non c’è il minimo cenno al desiderio, alla sensualità, al vortice che ingorga di solito l’anima e il corpo e fa disperare “l’amore nel cuor dell’uomo”. Tutto è detto con la massima semplicità e con la massima oggettività. Sembra che egli parli di un uomo qualsiasi, non di se stesso, eppure dentro le parole si sente il gorgogliare di una ferita insanabile, mai minimamente rimarginata, tanto è vero che l’assenza è “come un sole terribile”, senza tramonto, che brilla crudele e malvagio. Anche la dolcezza degli incontri è figurata con una immagine indiretta efficace e davvero alta: “musiche in cui sempre mi attendevi”.
Più o meno negli stessi anni Vincenzo Cardarelli in Italia scriveva una poesia intitolata Attesa, ma in questa l’assenza è riferita a un appuntamento mancato. In Borges invece l’assenza diventa un fiorire attivo di ricordi che si materializzano e fanno male. E nonostante che egli non amasse troppo la poesia spagnola, qui ne troviamo echi che poi saranno soprattutto di Pedro Salinas, oltre che di Aleixandre.
Nella stessa raccolta troviamo una poesia intitolata Sabati, con la dedica a C. G. Non sappiamo chi sia, ma le quattro parti che compongono la lirica sono scandite con accenti direi musicali, ritmati con forza, siglati inizialmente sempre dall’occaso (“Fuori c’è un occaso, gioiello oscuro / incastonato nel tempo”) e conclusi con una immagine che investe le corde più sottili dell’uomo e una coralità che scaturisce da lontane nostalgie di assoluto: “Sempre, la moltitudine della tua bellezza”; “In te sta la delizia / come sta la crudeltà nelle spade”; “Nel nostro amore c’è una pena / che somiglia all’anima”; “Tu / che ieri soltanto eri tutta la bellezza / sei anche tutto l’amore, adesso”. A differenza però della precedente poesia, qui troviamo una indicazione precisa del corpo: “il biancore glorioso della tua carne” e troviamo quindi un Borges che fa una deroga alla sua pudicizia, al rispetto assoluto che ha della donna, perché “biancore” è una immagine solare priva di qualsiasi tentazione, del minimo riflesso di sensualità.
Il poeta e scrittore argentino Jorge Luis Borges
Ho cercato di individuare in tutta la produzione elementi che mi suggerissero dati illuminanti della sua poesia amorosa, ma Borges non è disposto mai a denudarsi, a mettere in piazza le sue illusioni e i suoi languori, le sue accensioni e il suo essersi perduto nelle braccia di una donna. Parsimonioso sempre, oculato nella scelta dei vocaboli, con un rigore che ci riporta all’essenzialità dei classici greci e latini. Infatti in Trofeo, in cui si racconta di un giorno intero trascorso con una lei possiamo soltanto apprendere questo dato: “io fui lo spettatore della tua bellezza”, informandoci che dopo sarebbe subentrata, in un modo molto particolare, ancora e sempre l’assenza. Insomma, spettatore della bellezza come lo si può essere di una cascata, di un prato fiorito, di una tela importante al museo.
La poesia d’amore successiva che incontriamo, sempre in Fervore di Buenos Aires, è Congedo. Anche in questa riappare la parola assenza: “Definitiva come un marmo / rattristerà la tua assenza altre sere”. Ecco, la donna nel ricordo è diventata come un marmo definito e ineluttabilmente fermo, chiuso nel rigore di una struttura immutabile, quindi, ancora una volta, immagine di un repertorio conservato nel suo fulgore oggettivo.
Due anni dopo, il 1925, Borges pubblica Luna di fronte, che con poche modifiche viene ristampato nel 1969. Borges ricorda che “Verso il 1905, Hermann Bahr decise: ‘L’unico dovere, essere moderno’. Più di vent’anni dopo, mi imposi anch’io questo obbligo del tutto superfluo. Essere moderno è essere contemporaneo, essere attuale; tutti fatalmente lo siamo. Nessuno…ha scoperto l’arte di vivere nel futuro o nel passato”. A volte il poeta sembra tautologico, ma bisogna stare attenti, perché egli in questo modo apparentemente innocuo, piano ed elementare, cerca di sbrogliare la matassa di eterni enigmi che diversamente si alzerebbero come un muro dinanzi alla nostra comprensione. Insomma, egli afferma e affermando nega e negando sposta l’asse della verità in direzione di una logica che da sé entra nel gioco oscillante del possibile e svela, per similitudine o per improvviso rigetto dell’ossimoro, tutta la sapienza del dettato. In Amorosa anticipazione vediamo infatti che Borges apre i primi tre versi con una negazione (finora in poesia si aveva soltanto l’esempio di A Zacinto di Ugo Foscolo inciso con una simile determinazione forte e perentoria – “Né più mai toccherò le sacre sponde”) che vuole mettere in risalto il “come guardare il tuo sonno implicato / nella veglia delle mie braccia”. Adesso abbiamo, finalmente una “fronte chiara come una festa” – simile a un verso bellissimo di Alfonso Gatto: “Ti perderò come si perde un giorno chiaro di festa”, e abbiamo “l’abitudine del tuo corpo”, ma la donna diventa proprio per questo “Vergine miracolosamente un’altra volta per la virtù assolutoria del sonno”. E così si ritorna a immagini scultoree, poste a guardia della memoria e il poeta si pone come un cenobita che contempla e lo fa “come Dio deve vederti, / sbaragliata la finzione del Tempo, / senza l’amore, senza di me”. Dunque più che una poesia d’amore si tratta di una poesia religiosa, la cui spiritualità, ancora una volta è nell’assenza dell’amore, addirittura di se stesso, in modo che la donna diventi puro spirito distaccato dagli elementi terrestri, dalla umanità calda e dalla quotidianità.
Che cosa può significare tutto ciò? Come mai Borges ha questo atteggiamento rigido che porta inesorabilmente alla negazione o al vagheggiamento del bene che nella memoria diventa perfino atto straordinario e però privo di un significato legato al rapporto uomo donna, amore e morte? Che cosa significa questo suo sterilizzare sentimento ed emozione, corpo e anima in un flusso di sottile e imprendibile proiezione figurativa? Siamo al di là di qualsiasi romanticismo, di qualsiasi nota decadente, passionale, accesa, carica di sogno o di possibilità, al di fuori di qualsiasi regola canonica, fuori dalla portata degli stereotipi, ma anche al di fuori di connotazioni che abbiano agganci e diramazioni di carattere storico inteso in direzione della tradizione, e proprio grazie all’utilizzo della memoria poetica e letteraria che si corrobora di assonanze e di verità più di carattere filosofico anziché strettamente poetico, con una punta di intellettualismo, che egli riesce a rendere lievitato, coinvolgente, come se fosse frutto di una emozione che investe la totalità della persona umana, come se la donna non fosse corpo e calore, ma segno intoccabile di una astrazione onirica.
Subito dopo troviamo un’altra composizione intitolata Un congedo. Perché prima Congedo e adesso Un congedo? Borges non adopera le parole mai casualmente e anche un articolo indetermonativo ha il suo peso nell’economia di una interpretazione. Un congedo perché ci sono infiniti modi di dirsi addio, e infinite maniere di leggere la realtà che sempre si presenta per sineddoche e pretende tuttavia di diventare verità assoluta, unica.
L’amore è concepito come un rapporto che scava l’addio. Anche qui per tre volte, come in una giaculatoria, abbiamo la sera, e addirittura abbiamo un riferimento a “le nostre labbra nella nuda intimità dei baci”, ma pare che niente serva a protrarre la meraviglia degli incontri già deteriorati dalla presenza costante della sera e poi dalle lacrime di lei.
“Sera che dura vivida come un sogno
tra le altre sere.
Dopo io raggiunsi e superai
notti e navigazioni”.
Mai una promessa, mai una parola di passione, un abbandono, una esaltazione, un pensiero torbido, accecante, irrazionale e anche quando ci racconta, in La mia vita intera, il percorso e la dimensione del suo credo, hanno una sola espressione nei confronti della donna: “Ho amato una ragazza altera e bianca e di una ispanica quiete”.
A parte l’incomprensibile “ispanica quiete” (sappiamo tutti quanto focose e appassionate, sensuali e calde siano le donne spagnole) devo confessare che leggendo per la seconda volta l’aggettivo bianco, riferito alla donna, ho avuto un momento di perplessità. Il bianco è l’assillo della follia, l’illibatezza, la grazia, ma soprattutto l’assenza (!) o la somma dei colori. Secondo la simbologia si colloca all’inizio o alla fine della vita diurna e del mondo manifestato, il che gli conferisce un valore ideale, asintotico, tendente cioè ad avvicinarsi a qualcosa senza mai raggiungerla. Ma, come dicevo, mi ha lasciato perplesso anche la “ispanica quiete” della ragazza non solo per la connotazione che esula da qualsiasi riferimento se uno pensa alla donna spagnola roteante in una frenetica danza di flamenco, ma anche per l’avvertimento a voler ribaltare i luoghi comuni a tutti i costi.
Dunque, che cosa pone Borges in questa posizione asettica che lo fa concludere così: “Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in povertà e in ricchezza quelle di Dio e quelle di tutti gli uomini”. Una maniera sibillina di appiattire la presenza della donna, di porla al di là del bene e del male e renderla una creatura che in qualche modo è appena una ruota di scorta dell’uomo, anche quando ama, anche quando diventa lontananza e ricordo che ci accompagna, cioè ancora e sempre assenza?
Che Borges sia stato misogino e nessuno se n’è mai accorto? Certo è che per trovare un’altra poesia d’amore bisogna arrivare a L’altro, lo stesso del 1964. E proprio in una delle liriche intitolate 1964 troviamo ancora una volta, però, il perenne motivo del suo mondo amoroso, le stesse note dolenti dell’addio e dell’assenza:
“Addio alle mutue mani, addio alle tempie
Che amore avvicinava. Non hai più
Che il fedele ricordo e i vuoti giorni”.
E proseguendo leggiamo, più oltre:
“Un oscuro miracolo si cela:
La morte, un altro mare, un’altra freccia
Che ci fa liberi da sole e luna
E dell’amore. Il bene che mi desti
E mi togliesti devo cancellarlo;
Ciò ch’era tutto dev’essere niente.
Solo mi resta il gusto d’esser triste,
L’abitudine vana che m’inclina
Al Sud, a quella porta, a quel cantone”.
Quattro anni dopo, 1969, esce Elogio dell’ombra. Qui avvertiamo una ulteriore rarefazione del tema, starei per dire l’assenza se non fosse per accenni come “… e tra le pagine appassita / la viola, monumento d’una sera / di certo inobliabile e obliata”; oppure, quaranta pagine dopo: “È il giorno in cui lasciammo una donna e il giorno in cui una donna ci lasciò” e altre venti pagine dopo: “le donne son quello che furono in anni lontani”.
Poesia misteriosa quella di Borges, ma che pone molte domande al lettore avido di conoscere che cosa si cela nella sua anima sempre avida e così poco propensa a parlare d’amore. Anche L’oro delle tigri è privo di poesie che trattino l’argomento amoroso. Sì, ci sono sei “Tanka” che fanno pensare alla parvenza, all’idea di donna e niente altro. Poi bisognerà arrivare a La moneta di ferro, del 1976, per avvertire un altro piccolo cenno:
“Che cosa non darei per il ricordo
Di te che m’avessi detto che mi amavi,
E di non aver dormito fino all’aurora,
Straziato e felice”.
o per leggere la breve poesia dedicata a Maria Kodama, l’ultima sua compagna di vita. Ma anche questi versi non sono allegri o passionali:
“C’è tanta solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è luna
Che il primo Adamo vide. I lunghi secoli
Dell’umano vegliare l’han colmata
D’antico pianto. Guardala. È il tuo specchio”.
Poi, ne La moneta di ferro si legge, proprio nella poesia eponima: “Perché è necessario a un uomo che una donna lo ami?”. Niente altro. E nella successiva raccolta, Storia della notte, del 1977, Endimione a Latmo è un confronto letterario perché non possiamo non sentire il peso della letterarietà di versi come: “Oh le pure guance che si cercano, / Oh fiumi dell’amore e della notte, / Oh bacio umano e tensione dell’arco”. Anche La felicità, che fa parte de La cifra, del 1981, non trascina, non fa sentire il fiato caldo né le accensioni che portano a considerare l’amore nelle forme a cui siamo abituati, negli eccessi e negli incanti che conosciamo:
“Sia lodato l’amore che non ha né possessore né posseduta, ma in cui entrambi si donano.
Sia lodato l’incubo che ci rivela che possiamo creare l’inferno”.
Lo stesso si dica de L’inferno che ripercorre la storia dantesca di Paolo e Francesca e di qualcuno degli haiku, molto felici e luminosi, ma privi di quel fulgore acceso e demente che dovrebbe accompagnare la poesia amorosa.
Qualcosa gli sfugge ne I doni, del 1984, e qualcosa ne Il labirinto (“Maria Kodama e io ci perdemmo quel mattino e seguitiamo a perderci nel tempo, quest’altro labirinto”), ma non sentiamo una voce che rincorre sogni, che li proietta, che li codifica, li dilata, li accende, li uccide, li spande a piene mani. Come abbiamo visto, tutto è chiuso all’interno di quell’assenza di cui parla all’inizio; il resto è un esercizio altamente letterario, che fa pensare a un uomo desolato, con l’anima posta in equazione con la mente, e tutto preso dai problemi del tempo, dello spazio, della morte, della vita, degli specchi, della cecità. Quello della cecità è stato un argomento vissuto sulla sua pelle, che forse sentiva dentro, tra l’altro, perché da giovane studiò Milton, Il paradiso perduto, al quale, secondo me, deve moltissimo, molto più di quanto si pensi, e che amò anche per la medesima condizione umana, per la precoce cecità. Ma questo è un altro argomento.
La poesia amorosa di Borges sembra priva di vita, perfino di effettivo dolore, anche quando egli si trova nella condizione dell’assenza e dell’addio, quando ripercorre i lontani momenti dei suoi innamoramenti, del suo matrimonio con Elsa. Sentite che cosa risponde a Giuseppe Centore in una intervista pubblicata nel 1984 su L’amanuense di Borges: “D: È vero che una delle ragioni per cui il suo breve e tardivo matrimonio fallì fu il fatto che sua moglie Elsa non sognava?” – R.: “O forse, chissà, si vantava di non sognare. Veniva da una famiglia in cui era proibito il nonsense, il fantasticare. Comunque mi son detto: se lei non sogna sono perduto”. E più avanti: D: “C’è chi sostiene che nella sua vita non c’è amore” – R: “Si sbaglia. Non sa che io scrivo per distrarmi dall’amore”. Due risposte che ci illuminano sul suo atteggiamento nei confronti della donna. Del resto uno dei libri che Borges ha maggiormente amato, e per il quale ha scritto una magistrale e dotta introduzione, è stato Micromegas di Voltaire, che così comincia: “Memnon concepì un giorno il progetto insensato d’essere perfettamente saggio. Non c’è uomo al quale questa follia non sia passata qualche volta per la testa, Memnon si disse: ‘Per essere saggissimi, e di conseguenza felicissimi, basta non avere passioni; e nulla è più agevole, come si sa. In primo luogo, non amerò mai una donna, poiché, vedendo una bellezza perfetta, dirò a me stesso: quelle guance un giorno diventeranno rugose; quei begl’occhi saranno orlati di rosso; quella bella testa diventerà calva. Ora non devo far altro che vederla fin da questo momento con gli stessi occhi con i quali la vedrò allora, e sicuramente quella testa non farà girare la mia”. Mi pare evidente che non ha voluto e non è riuscito a imparare, come ha scritto Mandel‘stam, “la scienza degli addii”, e nemmeno quella dell’assenza, visto che la canta come una reliquia, come avvenimento estraneo, e visto che nella bellezza intravede subito il disfacimento. Forse la colpa è del suo eccesso di intellettualismo che in questo caso non è riuscito a diventare lievito essenziale di stupore e allora mi viene spontaneo ripetermi la domanda: “che Borges sia stato davvero un misogino?”. Magari dopo la delusione di Elsa che si è portato appresso per tutta la vita come una condanna e una ferita che non gli ha permesso di uscire dal suo “rancore”?
Non lo sapremo mai, anche perché poi altre donne lo hanno amato e Maria Esther Vasquez e Maria Kodama lo hanno adorato e servito fino alla morte.
Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
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La sua ricerca, partendo da Armide e andando a ritroso attraversando le ultime sillogi Garten e Sonetti fosforescenti entra nelle stanze dell’Humanitas e del Logos, in un incontro con l’inestinguibile rapporto tra Essere ed Essenza e con la provvisorietà dell’Esistenza. Anche in quest’ultima raccolta, Armide,si può scorgere la metafora del reale nelle numerose figurazioni immaginifiche rappresentate dalle presenze femminili e dalla Natura che vanta sempre un posto privilegiato, non propriamente ornamentale o accessorio, ma armoniosamente partecipe, familiare. Cosa rappresenta per lei il luogo delle «presenze misteriose e profumiere»?
Per come la intendo, la natura è il male, e in me si restringe ai giardini, specialmente quelli delle ville lacustri, e agli orti botanici: i luoghi selvaggi, se non si tratta delle Alpi, mi sconfortano. I “miei” giardini hanno sì qualcosa di familiare, ma anche di lontano, tanto è vero, che nel visitarli mi accade di avvertire nostalgia di loro, come fossi altrove. Nelle mie composizioni, costellate da viali notturni e ventosi, non trovo vi sia molto di umano. Certo, ho presente la realtà di quei luoghi eleganti e delle loro visitatrici, che vorrei tanto rivedere, ma in Armide, più che in termini immaginifici, si rivelano parvenze, nel senso per cui delle loro immagini concrete rimane una sorta di “profumo immaginale”. Non sono un realista. Non m’interesso delle poetiche: scrivo poesie come se in me fossero solo flussi transitori.
*
La sua Poesia, raffinata, colta, pervasa di grazia derivante dalla qualità della reminiscenza, della forza immaginifica, della fascinazione dell’evanescenza e dell’incanto, del je–ne–sais–quoi, segno costante della sua scrittura, sembra abitare uno spazio classico che immette al sublime. In relazione a ciò, qual è il suo rapporto con la classicità; quali sono gli autori italiani o stranieri che hanno avuto un ascendente, o sono prossimi al suo modo di vedere la vita, l’arte?
Sì, è vero, nella mia poesia è presente il je-ne-sais-quoi, la grazia e l’evanescenza, perché questi tratti mi pertengono. A dir la verità, eccezion fatta per il gotico, non mi attrae nulla, se non si offre in modo fugace e suggestivo, ad esempio in certe condizioni atmosferiche e di luce, che preferisco sempre obliqua: di diretto, nel mio lavoro non vi è forse nulla. Guardo spesso le opere di due pittori che immagino fra loro inconciliabili: Caspar Friedrich e il Claudio di Lorena delle sue scene portuali, dove il sole appena sorto sfiora le cose tracciandone i profili. Nello spazio fra l’aurora e il tramonto sento solo l’oppressione delle cose stabili. Avverto un forte interesse per i polittici gotici, le opere di scuola senese e le miniature. Oltre a certi nomi sulla bocca di ogni manuale, mi attraggono opere considerate minori, o di cui nessuno parla, quando si fanno portatrici di aspetti imponderabili. La Grecia non mi ha mai attirato. Per le letture, mi perderei in una vera galassia, e solo per questioni di affinità potrei isolare Proust. Rileggo spesso il misterioso Gerard de Nerval, e attualmente le poesie Renè Vivien.
*
Il poeta Silvio Aman
Lei mostra grande attenzione alla lingua: emerge evidente la necessità che la parola sia intensa, direi assoluta, ed è la rivelazione che essa contiene un elemento che oltrepassa il dominio comunicativo e la stessa ricercatezza. Possiamo dire che nel verbum lei individua l’ineludibile forza creatrice che, insieme alla materia ispiratrice, pone in essere il suo cosmo poetico?
Certo, la lingua in poesia oltrepassa il dominio comunicativo, anche se mi è capitato di sentire poesia e mistero nel tono con cui una ragazza stava acquistando il pane. La lingua, nel mio lavoro, è intrisa di musicalità. Più che ricercato, mi trovo diverso rispetto alla vigente Koiné, e non mi è mai venuto in mente di pensare alla forza creatrice, poi non so se possiedo un cosmo poetico: a me pare di non possedere nulla. L’ispirazione è davvero qualcosa di misterioso: non si sa quando e da dove viene, per cui potrebbe anche non giungere più… ma se viene, per noi lo fa nel verbo, anzi con i significanti cui pertengono del resto gli aspetti immaginari. Non ho mai creduto nella parola assoluta: la “mia” lingua presenta un’intensità fluente, fatta di voci ondose e pronte a ritrarsi.
*
In lei, quali sono le circostanze privilegiate al sorgere della parola di poesia? Attribuisce importanza alla componente autobiografica e al rapporto con i luoghi dove è nato o in cui vive, e quanto “entrano” nell’opera?
Non saprei individuare queste circostanze, sicuramente molteplici, e non è detto che dopo aver ammirato un giardino nasca qualche poesia – però è vero, che in alcune parti dei miei libri i giardini sono presenti, e certo anche per questioni autobiografiche: sono nato in un luogo celebre per il suo lago, le ville, i giardini e i grandi Hôtel. Non invento nulla: declino solo gli aspetti della mia biografia, che include anche i tratti di alcune amiche.
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Lei è poeta, scrittore, ma anche saggista. In un tempo come il nostro dominato dalla tecnica e dall’apparenza, da un evidente crollo del senso critico, il poeta può ancora indicare la via, suggerire, come in Elevazione di Baudelaire «Fuggi lontano da questi miasmi /ammorbanti, e nell’aria superiore / vola a purificarti…»?
La saggistica l’ho intrapresa solo quando ho trovato l’autore che m’interessava. Come lei sa, Baudelaire non è mai fuggito, inoltre, in una sua poesia nominò la perdita dell’aureola, finita nel fango, e oggi mi pare non ci sia nemmeno più bisogno di perderla. Il poeta può indicare la via solo a chi è a un passo da imboccarla a sua volta. Le parole di Hölderlin, che poeticamente vive l’uomo sulla terra, rimangano solo per pochi… un gruppo sparuto nella notte del tempo. In quanto alla tecnica, ci accompagna da sempre in modo benigno e maligno. Del resto, anche il cuore del poeta è tecnico.
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E ancora: quale valore ha per lei la poesia, oggi che sembra orfana di maestri e, per le numerose voci, informe e frammentata, tanto che taluni la ritengono in grave crisi esistenziale?
Lo dice già lei molto bene, nominando l’informe. In quanto ai “maestri” se non ve ne sono di attuali, quelli di ieri non mancano. Certo, oggi le voci si moltiplicano, forse per l’errato presupposto, che per scrivere poesie basti esprimere il sentimento… il quale spesso mente. In quanto alla crisi, essa non è della poesia, bensì di chi ama la Musa senza esserne ricambiato… pur sempre meglio di chi la ingaggia per ragioni strategiche.
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Sappiamo quanto la copertina e il titolo rappresentino, in certo senso, la soglia del libro: come sono nati per Armide quegli elementi così carichi di suggestione?
Ah, sì, è vero, la copertina fa spesso da soglia al libro, e per questa (anche se la notevole riduzione fotografica non lo evidenzia) avevo “stregato” un piccolo giardino mettendo degli anelli d’oro ai rami e attaccandogli orecchini a goccia di zaffiri e rubini.
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Quali sono i progetti letterari futuri? Sta già lavorando a una nuova opera e di che tratta? Può rivelarci qualcosa?
Non ho mai avuto progetti letterari futuri, semmai quello di dedicarmi ai fiori. Ho scritto un lungo romanzo, e sono certo di non scriverne altri.
Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore/l’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
ci restituirà quel tempo che le occasioni infiora.
Tempo madreculla che dà sé a sé stessi
e gli altri al cuore
cuore di fuoco che l’Immenso
rapirebbe in alto.
In alto…
Non tutto – sappi – è dis-grazia.
Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
Franco Arminio è un poeta da sempre promotore di battaglie civili, come ad esempio la lotta contro la chiusura dell’ospedale della sua Bisaccia, il paese dov’è nato nel 1960 e vive, in provincia di Avellino. Gli sta a cuore lo spopolamento delle aree interne dell’Irpinia, che rende attraverso un nostalgico confronto tra passato e presente, palesato da una scrittura che si sviluppa per immagini.
Sacro minore (Einaudi, marzo 2023) è forse la sua raccolta più rivoluzionaria, poiché esprime una dimensione spirituale che è strenuamente invocata attraverso concetti tipici della vita, semplici e cari a tutti. Quasi che un’altra dimensione, aulica e celeste, non sia possibile da individuare e quindi la si debba ricreare nelle situazioni quotidiane.
I ricordi intangibili, diventano sacrosanti e venerabili, proprio perché identificati in un benessere che abbiamo avuto senza esserne consapevoli. “Sacra è la grazia della vita ordinaria / di cui ci accorgiamo solo quandoarriva / una brutta notizia”.
Sacra è la vita, così come l’infanzia e il mondo di chi ormai ha concluso il suo cammino. Nulla è banale, se pensato al cospetto della meraviglia dell’essere al mondo, qui e ora. “Sacro è che io sono qui / perché alcune persone dentro di me / non devono morire.”
Ecco quindi che il corpo diventa veicolo attraverso il quale vivere le esperienze. Esso gode a lungo delle sensazioni e le trattiene. “Sacri sono gli abbracci / che fanno luce nelle ossa.”
La morte è un continuo, affatto un’interruzione. I defunti vivono nell’ambiente circostante, nessuno li dimentica. “Sacro è immaginare / cosa dice, cosa vede / il morto che esce a fare quattro passi / in una notte di neve.”
Anche i gesti più semplici diventano memorabili, perché universalmente condivisi. “Sacro eraquando mia madre / mi portava alla Standa, allora / anche comprare un pettine / era una speranza.”
Leggere queste micro poesie può essere una valida terapia, che dà sollievo. Perché mortale è il corpo, mentre un altrove non è possibile e non resta che evocarlo. Diventa involucro sacro, appunto, dal momento in cui assume un legame col trascendente. Non potendo vedere quel che non esiste, il poeta costruisce una sorta di sacro minore, nel tentativo di evidenziare ciò che c’è di mirabolante in quel che ci circonda, inteso come oggetti concreti. Un filo d’erba; una radiografia; una lumaca, tanto per fare degli esempi.
La poesia è intesa come preghiera, ma solamente suggerita. Un sacro “piccolino”, quotidiano. Di corpi che si incrociano e interagiscono, ma poi si allontanano dalla dimensione terrena.
Per concludere, Sacro minore è una raccolta composta da versi brevissimi in forma di epigrammi, vivamente consigliata.
Da tenere con sé, magari per leggerne un componimento al giorno e gustare così la potenza dei versi. Per ritrovare la stessa familiare sensazione di paesi che sono cambiati nel tempo, di persone che hanno fatto parte del nostro mondo e adesso non ci sono più. Padri e madri passati a miglior vita, che hanno rappresentato la parte più felice della nostra fanciullezza e vorremmo ancora incontrare.
Comune è quella sensazione nostalgica, d’impotenza. Un universo parallelo in cui i vivi e i morti si alternano, riconoscendo la sacralità del passato, diventa invece una coperta con la quale avvolgersi nei giorni più freddi, con una sensazione di attesa. Uno stupore che porta alla gratitudine, come nuovo modo di concepire il presente.
Un diverso sistema di pregare, suggerisce il poeta. Però questa raccolta di poesie è degna di nota proprio perché sprigiona benessere e consolazione. Tanta meraviglia in chi vacilla nella fede.
Basta la geografia, una parola. In fondo, è tutto quello di cui abbiamo bisogno per non ritenerci orfani del passato. Una consapevolezza appagante, che fa sentire meno soli.
Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore/l’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
Estraneo alla “mimesis” della vita nella sua totalità il primo libro di poesie di Barbara Bozzini si concentra nell’espressione di un dato autobiografico, nella visione intensamente egocentrica dell’amore. In Barbarità mi pare che continui, rivisitata in maniera originale e attuale, la tradizione del “canzoniere d’amore” dove la poeta dichiara di non poter fare a meno di amare perché innamorata dell’amore stesso
Riaffiora con immediatezza alla memoria il verso di Francesco Petrarca: “I’ che l’esca amorosa al petto avea”. Coerente quindi nella tradizione del “canzoniere” è la poesia che apre la silloge rivolgendosi “ai cuori rotti…a noi barbari…a te, /amorevole straniero… perché se ti ho vissuto / certamente ti ho raccontato”.
La fenomenologia intransitiva di un amore doloroso e infelice sofferto nel corpo e nella mente: “Ho preso il cuore, / l’ho buttato a terra, / l’ho preso a martellate…” in “un frenetico rituale / di passione e dolore” s’intreccia fino a fondersi con un nuovo sentimento: “Tu amorevole sconosciuto / mi parli di come io sia /attraverso i tuoi occhi di cielo”, perché gli amori “inciampano l’uno dentro l’altro / in un moto perpetuo”.Barbarità ha perciò un iter temporale e psichico a spiraledall’età adulta all’infanzia, da oggi a ieri, che svela una concezione del tempo non oggettiva e lineare, ma interiore, quella dell’anima in cui nel presente, che si fonde col passato, rimane traccia d’ogni cosa.
Il complesso sentimento che scorre nei testi s’incarna nella parola, che puntuale e nuda dei consueti artifici poetici, scava nel corpo, desideroso di carezze, tormentato da “barbarità” oltre al limite della tollerabilità con “marchi a fuoco di piacere / che bruciano le carni” per poi rinascere nella “meravigliosa sinfonia dei sensi”.
Le quarantadue poesie hanno titoli complessi e originali che uniscono le iniziali della poeta ad altre lettere e cifre, funzionali a individuare e a dare immediatezza alle coordinate spazio temporali dell’esperienza vissuta: “Hai capito chi sono? / Sono solo una / che si è ferita a morte d’amore. / Sono una che è sopravvissuta / al triviale sentimento… Sono una che vive il qui ed ora / di una pertinace memoria…”. Ma la memoria non soffoca lo spirito libero di Barbara Bozzini che vuole spezzare le catene dell’amore / dolore e nello stesso tempo non può fare a meno di amare, di concedersi a un nuovo rapporto: “Nessun padrone / ma mille catene strappate / ancora ben salde al collo… Accarezzami, non ti morderò. / Amami ti sarò fedele. / Tendimi una mano, te la leccherò… perché hobisogno di innamorarmi/ altrimenti impazzirò…. Così io ora amo libera, / senza più il peso di un cuore rotto / che ho strappato via da tempo”.
Nella silloge bruciano le scorie del dolore che ha inflitto al corpo ferite profonde, marchi e scarabocchi insieme al ricordo dell’infanzia: “tutto il coro è riunito / e con urla afone / intona stonatemelodie benauguranti”. La zona d’ombra in cui la poeta è vissuta ora rende più brillante la luce del presente: “Le ombre confermano inequivocabilmente / l’essenza della luce / che senza di esse / nemmeno si sognerebbe di esistere…. Tu amorevole sconosciuto / mi parli di come io sia / attraverso i tuoi occhi di cielo… Hai ascoltato il silenzio / nascosto dalle chiassose risate”.
Accanto al linguaggio poetico Barbara Bozzini affianca quello della fotografia. Accanto alle 42 poesie 15 frame che la ritraggono in scorci espressivi e movimentati, sottolineando l’attimo esistenziale che riconduce al suo corpo per coglierne la natura attraverso le labbra, gli occhi, un’espressione del volto. Le immagini dialogano con le parole, come canto alternato che conferisce un supplemento di messaggio alla poesia e ne accentuano il senso. Si può dire con J.P. Sartre che sono un atto di coscienza, un ponte tra il corpo e la mente, tappe di un percorso di riflessione interiore. Barbarità certamente lascia un segno molto incisivo nel complesso mondo della scrittura poetica di oggi.
GABRIELLA MAGGIO
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Mi è capitato in passato di affermare che la poesia possiede i suoni della musica jazz la quale produce onde sonore elastiche che danno vita a emozioni-come-colori. La poesia accade nell’animo di chi la sa accogliere e si rannicchia in un angolo del corpo fino a che esplode nello spazio circostante. La poesia può fare molto rumore e può anche placare un animo in fermento. Immaginiamo il poeta, la poeta, come se fosse un equilibrista che, asta alla mano, cammina sul filo e, in bilico, ascolta la voce del vento che conduce a due passi dal sole dove è più facile asciugare le lacrime. In questo miracolo poetico vi è nascosto un segreto: il funambolo sa dove e come poggiare i piedi, egli attraversa a piccoli tentativi le emozioni su di un filo sospeso che è sì fragile, ma resistente; nel suo procedere si affida alla propria forza, al proprio coraggio e colma il vuoto – qui rappresentato dall’altezza e dalla sospensione -, prendendo energia dal sé-baricentro.
La poesia è capace di alleggerire le menti e di sollevare il corpo. Guardiamo, altresì, alla poesia come a una cordicella che lega noi agli altri: come se le parole fossero i minuscoli fili resistenti, compatti che compongono la corda. Scrivere fortifica: è un processo comune a chi, come noi, incide su carta le emozioni più profonde. E, scrivendo, affiorano sentimenti che appartengono a ognuno.
Mi reputo una lettrice esuberante: non riesco a stare lontana dalle parole di poeti e narratori. Tra l’altro ho fatto parte di giurie di concorsi letterari, ho recensito e presentato vari libri e ho ideato alcune rubriche letterarie nelle quali parlo e scrivo di autori sia classici che contemporanei. Questa premessa da parte mia è doverosa in quanto ho rilevato, già da tempo, che, in letteratura in generale e nella poesia in particolare, spesso chi scrive espone più o meno consapevolmente ciò che gli manca. Anche i grandi poeti hanno scritto per mancanza, per difetto, per sottrazione e alienazione. Il poeta desidera, anela con tutto se stesso a ciò che non ha, si tende verso l’oggetto del suo desiderio. Da lettrice a un certo punto mi sono chiesta: ma qual è il contrario di mancanza? Ed ecco che qui mi si è aperto tutto un mondo, perché mi è giunta, come un sussurro, la parola pienezza. Ma si può scrivere per pienezza? E cosa vuol dire? Quando lo si fa? E poi: si può scrivere contemporaneamente di mancanza e di pienezza?
Proverò ad analizzare tali mie domande e mi proverò a formulare alcune risposte. Parto dal presupposto che scrivere è riempire un foglio di parole, concetti e sentimenti per cui l’atto della scrittura è di per sé riempitivo; il concetto di scrivere per mancanza, quindi, appare come un controsenso, eppure pone le basi per una scrittura che seppure nell’esprimere un sentimento di dolore, di sofferenza, in ogni caso riempie l’animo, lo ripara addirittura, e il poeta si sente sollevato, ne ottiene beneficio poiché ha riempito quel vuoto interiore e ha trasferito il suo disagio in un foglio, ma soprattutto lo ha trasposto fuori da sé. Fin qui è tutto chiaro, è questo il percorso principe della poesia: un moto maieutico che si avvale degli strumenti emozionali ed espressivi per colmare le crepe interiori. La maggior parte dei poeti hanno scritto – e ancora scrivono, scriviamo – di ciò che tormenta, logora, addolora: la poesia si fa cura dell’animo nel narrare la drammaticità. Un moto nel quale essa stessa: prima abbisogna del vuoto per sondare il sentire più profondo, e quindi si dispiega, si apre, per divenire forma tridimensionale che unisce il detto e il non detto.
Possiamo affermare, dunque, che la poesia oscilla tra la mancanza e la pienezza anche dal punto di vista grafico: mi piace pensare alla poesia come una ragnatela di parole con gli spazi vuoti intervallati da versi e strofe, spazi che nascondono significati e celano più di quel che si dice.
Ma ritengo ci sia un aspetto più tecnico che attiene al contenuto della poesia la quale si fa contenitore di un messaggio: più in alto ci trasporta il messaggio più il vuoto si riempie. Ma cosa è il vuoto? Nell’immaginario collettivo è visto come abisso della solitudine, una condizione da rifuggire, tenere più lontano possibile: ma è davvero così negativo il vuoto? Se invece lo pensassimo come la nostra parte in ombra che attende di essere estratta e vista? So per esperienza diretta quanto la solitudine sia la molla che fa scattare il desiderio di comunicare, di creare, di interagire, di saltare verso…
Ma… com’è il vuoto? Io lo immagino come una sfera all’altezza dell’esofago che contiene già il sé più prezioso in viaggio verso l’esterno, affinché mani invisibili si aggrappino alla pienezza del vivere e la sfera trasli e raggiunga la vetta dell’anima, un’anima che, seppure piena di tagli, va verso la luce. È strano come ciò che ho appena detto mi riporti alla mia opera di Poesia Sculturata “Utero della terra-Marhanima” la quale ha, al suo interno, le preziosità più segrete: quelle che attengono all’anima. In “Utero della terra” la sfericità si fa contenuto e contenitore e al suo interno vi si accede con la reverenza di chi si predispone ad accoglierne il segreto: oltre la soglia, la sfera è completa, piena e si palesa quasi con sfrontatezza poiché essa sa, conosce ciò che è inconoscibile. Eppure è sufficiente saltare – con coraggio – nel vuoto per accedere alla luce. La poesia, quindi, me la figuro come un utero da riempire con le unicità del cosmo e… dell’uomo.
Il poeta ama il vuoto e si fa voce di un silenzio che non sta mai zitto, un silenzio che risiede già nelle cellule del corpo, ma anche nel tessuto sociale: si manifesta come coscienza del sé e come coscienza collettiva. Il corpo è uno dei veicoli che il poeta utilizza per trasmettere il suo messaggio: attraverso l’epidermide egli percepisce vibrazioni che poi esprime con le parole. Immagino il poeta-funambolo utilizzare l’asta come se fosse una sciabola di sillabe e innalzarla verso un ideale di armonia e bellezza, di amore e benessere.
Italo Calvino sosteneva che “bisogna elevarsi, alleggerirsi, rispetto alla pesantezza della realtà: planare sulle cose dall’alto e non avere macigni sul cuore”.Guardare dall’alto, quindi, permette di alleggerire. Alleggerire permette di creare spazio. Lo spazio riporta all’essenziale, al vuoto che eleva.
Poesia di pienezza è, secondo me, comunione tra la propria essenza, il divino e gli uomini; tra il sé e il tutto. Il tutto: ciò che l’uomo ha il privilegio di vedere, osservare, gustare, toccare, annusare. Quanti verbi! Eppure sono in linea con chi si affida ai sensi. La pienezza nella poesia accade quando il poeta si libera da ciò che è superfluo: dai suoni e dalle immagini che provengono dall’esterno e si concentra sull’armonia e… contempla. Il contemplare rigenera il vuoto, gli dà nuova forma e nuovo significato. Senza il vuoto non potrebbe esistere il pieno. E il pieno forse è semplicemente l’amore. Ascoltate cosa scrive Sàndor Màrai:
La vita, amore mio, è la pienezza.
La vita sono un uomo e una donna (… che sono) l’uno per l’altro,
ciò che la pioggia è per il mare:
l‘uno torna sempre a cadere nell’altro,
si generano a vicenda,
l’uno è la condizione dell’altro.
Da tale pienezza nasce l’armonia,
e in questo consiste la vita.
Una cosa rarissima fra gli esseri umani.
La poesia è l’arte creativa più nobile, quella che riesce a penetrare nel midollo delle cose. La poesia si lascia trovare solo da coloro che la cercano. Fosse anche il fruscio del vento, il ritmo della pioggia o un sorriso spontaneo: eccola la poesia è vista e ascoltata. Scriverla è forgiare le emozioni, è dare corpo alle sensazioni. La poesia di pienezza quindi è semplice ma profonda, sfida il consueto, oltrepassa il disamore per accedere all’amore, quello più alto, quello che niente chiede in cambio. Come un dialogo tra l’umanità, la natura e la fede. Un po’ come “affidare al vento il dolore, all’onda marina il pianto e tenere in braccio l’amore.”
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Nota dell’autrice: Questo saggio breve è stato redatto per il convegno “La poesia: Quel poco che riempie il vuoto”, evento inserito ne “Il Maggio dei libri 2023”, promosso dall’Associazione Faro Convention of Citizen Europe, presso la Biblioteca Comunale di Villa Trabia di Palermo, relazionato il 29 maggio 2023.
Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore/l’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.