Il genocidio rwandese (1994)

L’eccidio del Rwanda, avvenuto durante il 1994 nell’omonimo paese africano è una pagina nera della storia mondiale che è stata scarsamente oggetto d’interesse dell’opinione pubblica e che recentemente ha inspirato vari film a carattere documentario e cronachistico. Il Rwanda è un paese africano minuscolo che confina a ovest con la Repubblica Democratica del Congo, a nord con l’Uganda, a est con la Tanzania e a sud con il Burundi. Nel paese si parla il francese, il kinyarwanda, l’inglese e lo swahili. La capitale è Kigali. Il paese è retto da una repubblica. Colonia del regno del Belgio, ottenne l’indipendenza nel 1962. La popolazione del Rwanda è costituita da due gruppi etnici distinti, i Tutsi (19 %) e gli Hutu (80 %).  I Tutsi sono i ricchi e rappresentano quindi una sorta di classe aristocratica mentre gli Hutu sono dediti al lavoro nei campi.

Per secoli le due tribù condivisero la stessa cultura, lingua e religione ma a seguito della dominazione del Belgio si creò un forte divario tra i due gruppi etnici. Il governo accordò ai Tutsi maggiori poteri rispetto agli Hutu che furono costretti a vivere in una situazione d’inferiorità. I Tutsi hanno dominato sempre sugli Hutu ma in tempi più recenti si sono avuti periodi d’alternanza in cui al potere stavano gli Hutu o i Tutsi. Una serie di contrasti e lotte tra le due etnie portò ai tragici massacri perpetuati nel 1993; l’Onu intervenne cercando di trovare una soluzione tra le parti ma la componente Hutu si rifiutò di accettare il trattato e cominciò una serie di violenze e genocidi sul popolo Tutsi.

Dal 6 aprile fino alla metà di luglio del 1994 per una durata di cento giorni vennero massacrate un gran numero di persone con fucilazioni sommarie, colpi di machete e sistemi di inaudita violenza. Le vittime furono prevalentemente appartenenti all’etnia Tutsi, la minoranza rispetto l’etnia Hutu. Le perdite ammontano alle 800.000 persone (il 20% di etnia Hutu, il restante di etnia Tutsi). L’Occidente e la comunità internazionale in generale non prese voce ai forti conflitti in atto in Rwanda e mostrò un atteggiamento freddo ed indifferente; Francia e Belgio inviarono dei contingenti militari con il solo fine di mettere al riparo i loro connazionali.

Le ragioni dei contrasti tra le due etnie derivano dalla dominazione belga che contribuì a differenziare le due etnie, dandogli differenti poteri e ruoli nella società e favorendo i Tutsi. Sebbene si fa riferimento al genocidio del Rwanda vennero coinvolti anche i paesi ad essa limitrofi, Burundi, Uganda e Tanzania.

Solamente quattro anni dopo il genocidio, nel 1998, vennero processate ventidue persone responsabili delle violenze perpetuate e colpevoli di genocidio. Nel 2000 è stato eletto il presidente Tutsi Paul Kagame che ha siglato nel 2002 una tregua con la Repubblica Democratica del Congo.

Nel 2005 vennero processati altri responsabili del genocidio e il presidente Kagame resta in carica tutt’ora, votato da percentuali bulgare. Il presidente ha soppresso i principali partiti d’opposizione e in molti parlano di brogli elettorali; nel paese non esistono mass media indipendenti e la comunità internazionale sembra non interessarsi della vicenda da vicino. Contrasti e asti tra le due etnie non sono scomparsi sebbene le violenze si siano attenuate.

Sui tragici eventi del genocidio del Rwanda sono stati scritti vari libri di carattere storico e cronachistico e racconti di memorie di chi ha sperimentato quelle violenze. Recentemente il tema è stato oggetto di un maggiore studio e interesse; questo ha permesso di conoscere meglio una realtà tragica della nostra attualità. Questo è stato reso possibile anche ad alcuni film che sono stati prodotti basandosi su questo tema. Tra i più noti e importanti vanno ricordati Sometimes in April (regia di Raoul Peck, paese: Usa/Francia/Rwanda, 2005) tradotto in italiano con Accadde in Aprile e Hotel Rwanda (regia di Terry George, paese: Canada/Regno Unito/Sudafrica, 2004).

Il film Hotel Rwanda (regia di Terry George, paese: Canada/Gran Bretagna/Sudafrica, 2004) tratta del tragico eccidio rwandese del 1994 focalizzandosi sulla storia di Paul Rusesabagina, direttore dell’Hotel des milles collines di Kigali, capitale del Rwanda. Paul trasforma l’hotel in un rifugio per entrambe le etnie Hutu e Tutsi di tendenza moderata e non cede alle insistenze di vari signori della guerra di abbracciare le loro idee oltranziste.

Nel film, una cassa di legno che cade rompendosi a terra celando il contenuto di varie decine di machete fa capire quali saranno le armi impiegate nell’eccidio. Nel frattempo iniziano a manifestarsi casi di violenza tra le due etnie; Paul riuscirà a salvare le persone asserragliate nel suo hotel ma perderà i suoi cognati. Anche il film da voce ad una verità fastidiosa e criminale: il disinteresse del mondo, dell’Occidente e degli Usa nei confronti della tragedia. Film assolutamente da non perdere.

 

La cantante romana Paola Turci ha scritto una canzone intitolata propria “Rwanda” ed inclusa nell’album Tra i fuochi in mezzo al cielo (2005). Il ritmo incalzante e minaccioso e la voce urlata e implorante della cantante si sposano con il suo testo asciutto e diretto che ha come ritornello «Quando il silenzio esploderà, questa terra sarà già deserto.. Quando la fine arriverà la storia non salderà il conto». La Turci individua il senso opprimente e doloroso del silenzio che deriva dalla mancanza di uomini a seguito dell’eccidio e ci presenta un mondo silente, perché gli uomini sono tutti morti. Tanta violenza, tanta morte e tante offese al genere umano, per la Turci, non troveranno mai un riscatto e non potranno mai essere dimenticate.

La Turci, cantante impegnata e già autrice di canzoni sociali (“Bambini”, “Il gigante”, “Un bel sorriso in faccia”) ci apre gli occhi su questa realtà tragica, dimenticata o più precisamente non ascoltata e non conosciuta. La canzone non è passata alla radio, forse perché poco radiofonica o più probabilmente – come ha rivelato la Turci in occasione di una serata a cui ha partecipato- perché presenta una realtà difficile, sconosciuta e della quale è difficile parlare. La canzone può non piacere a chi è attratto da melodie cadenzate, canzoni commerciali o strazianti canzoni d’amore (che oggi sembrano andare per la maggiore) o semplicemente a chi non gradisce la voce e il temperamento della Turci ma va comunque ascoltata per l’impronta del suo testo, oltre che per il motivo per la quale è stata scritta: per ricordare un evento «con i riflettori spenti» come ha detto la Turci.

 

LORENZO SPURIO

16-02-2011

Cinderella theme: due storie a paragone

Elisa di Rivombrosa (2003) e Pamela (1740) hanno ben poco in comune.  La regista Cinzia T.H. Torrini ha espressamente riconosciuto che la sua serie televisiva per Mediaset intitolata Elisa di Rivombrosa e trasmessa nel 2003 era basata sul personaggio di Pamela dell’omonimo romanzo di Samuel Richardson (1689-1761). Ci sono varie comunanze tra i due personaggi femminili e tra le due storie narrate ma sono allo stesso tempo molto diverse tra loro.  Il primo elemento d’unione, il più vistoso e quello che salta all’occhio più velocemente, è che entrambe le donne sono delle serve. Entrambe appartengono ai bassi strati della società e sono impiegate come membro della servitù al servizio di un signore: il conte Fabrizio Ristori in Elisa di Rivombrosa e Mr. B. in Pamela. Entrambe le storie presentano il Cinderella theme (tema di Cenerentola) ossia un’iniziale situazione d’impostura tra un uomo potente e nobile e una donna povera o serva che passa poi alla ricompensa finale contraddistinta dall’unione amorosa dei due.

Un altro elemento di contatto tra le opere è che ci troviamo di fronte a due donne modeste, remissive ma che cercano di preservare in maniera accanita la loro virtù più grande, ossia la verginità.

In Elisa di Rivombrosa, Elisa Scalzi rinominata dalla servitù della tenuta di Rivombrosa come Elisa di Rivombrosa è al servizio dei Ristori, i nobili della tenuta. In maniera particolare Elisa si occupa dell’anziana contessa Agnese e è la sua dama di compagnia. Il figlio della contessa, il conte Fabrizio Ristori, rimane affascinato dalla sua bellezza e di tutta prima crede che sia un membro dell’aristocrazia. S’interessa a lei ma quando scopre che è una serva della sua tenuta, cerca di ottenerla non in modo romantico ma con la forza, tentando più volte di stuprarla. Secondo il conte Ristori, tutto ciò che è racchiuso dal fastoso palazzo di Rivombrosa gli appartiene: le stanze, la biblioteca, l’aria, la servitù e quindi anche lei.  Nella serie televisiva vengono presentate varie vicende tra le quali la morte della contessa Agnese, la corruzione del marchese Alvise Radicati, cognato del conte Fabrizio e la congiura dei nobili piemontesi contro il re. Nel corso di queste vicende, parallelamente, viene descritto il rapporto tra Elisa e il conte Fabrizio che, partito da un’iniziale astio e odio, si tramuta in interessamento fino ad arrivare all’amore. La serie televisiva mette in scena la storia d’amore tra Elisa e il conte Fabrizio.  Le serie televisive successive: Elisa di Rivombrosa – II stagione (2005) e La figlia di Elisa (2007) sono dei sequel della prima serie e spostano l’attenzione ad altri avvenimenti che seguono alla morte del conte Fabrizio Ristori.

 

Il romanzo di Samuel Richardson (1689-1761) Pamela, porta come sottotitolo The Virtue Rewarded ossia la virtù premiata e venne pubblicato nel 1740. Si tratta di un romanzo epistolare cioè che si basa sullo scambio di una serie di lettere, la maggior parte delle quali scritte dalla stessa Pamela Andrews.

Pamela è una ragazza molto bella che lavora come serva per Lady B. e alla morte di questa passa al servizio di suo figlio Mr. B. Similmente a Fabrizio Ristori, Mr. B. è molto attratto da Pamela e cerca di averla con la forza, cercando di stuprarla in più di un’occasione. Quando Mr. B. capisce che non l’avrà mai con la violenza, comincia a corteggiarla dolcemente e ben presto Pamela s’innamora di lui.  Mr. B. riuscirà a sposare Pamela solamente dopo due richieste di matrimonio fattole.[1]

Al termine della storia i due si sposano e vivono felici e contenti. Pressappoco come avviene in Elisa di Rivombrosa. Entrambe le spose, ex serve e di umili origini, vengono inoltre accettate dall’ambiente dell’epoca (dalla nobiltà piemontese in Elisa, dall’ambiente aristocratico anglosassone in Pamela).

Queste le due storie e i punti di contatto. Elisa di Rivombrosa sembra essere una storia molto più patinata, con la presenza di una sfarzosa e potente nobiltà[2], fastosi palazzi, congiure di palazzo contro la monarchia ed inganni. In effetti la coppia Elisa-Fabrizio Ristori godrà di un brevissimo periodo di pace dopo il loro matrimonio perché ben presto si presenteranno nuovi conflitti, odi, rancori, congiure e contrasti militari nei quale il conte Fabrizio Ristori, nobile ligio al dovere e alla monarchia e per questo scomodo a molti nobili spregiudicati e irrispettosi della Corona, sarà coinvolto e dove troverà la morte.

Va inoltre ricordato che le due storie hanno ambientazioni temporali e spaziali estremamente differenti. Elisa di Rivombrosa è ambientato in Piemonte alla fine del 1700, sotto il regno di Carlo Emanuele III mentre Pamela è ambientato in Inghilterra, nel Bedfordshire, in un periodo di tempo imprecisato ma individuabile puritanesimo del  XVIII secolo.

La regista Cinzia T.H. Torrini ha sapientemente elaborato la storia creata da Richardson nel lontano 1740 fornendoci una storia accattivante, interessante e ricca di intrighi, congiure e colpi di scena che fanno da contorno alla storia d’amore di Elisa e il conte Fabrizio Ristori.

 

LORENZO SPURIO

13-02-2011

 

 


[1] Va notato che anche Jane Eyre nell’omonimo romanzo di Charlotte Brontë (1816-1855) del 1847 acconsente a sposare Mr. Rochester solamente dopo due richieste di matrimonio. Questi romanzi mettono in risalto quanto il matrimonio fosse importante all’epoca e quanto una decisione di questo tipo necessitasse una grande fiducia nei confronti l’uomo oltre ad una completa convinzione. Non era dunque infrequente che la donna rifiutasse la prima richiesta di matrimonio. I rifiuti di matrimonio della donna, più che dei veri rifiuti, erano in effetti un modo per poter avere più tempo a disposizione per comprendere se era ciò che realmente voleva e, al tempo stesso, un modo per preservare la sua innocenza e verginità.

[2] Nell’opera la nobiltà piemontese è molte importante. Oltre alla famiglia dei Ristori, vengono presentati numerosi altri nobili (il conte Giulio Drago, il marchese Maffei, il Marchese Alvise Radicati, la marchesa Lucrezia Van Necker,..) e dei nobili si sottolineano pregi e difetti, vizi e virtù.

The King’s Speech (Il discorso del re)

 

Il film The King’s Speech (Il discorso del re), recentemente uscito nelle sale italiane (regia di Tom Hooper, paese: Regno Unito/Australia) pone al centro della sua trama un aspetto poco conosciuto o che la storiografia tende a tralasciare. Ci narra la vita di re Giorgio VI d’Inghilterra non in termini cronachistici e biografici, nel senso che non ci descrive le diverse fasi della sua vita (infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia) ma si focalizza su un suo difetto di pronuncia, le balbuzie, che, una volta diventato re, lo mise di fronte a problemi molto importanti: l’impossibilità di comunicare degnamente alla nazione e la conseguente cattiva immagine del regnante agli occhi del suo popolo come “re debole” o addirittura “re silente”.

Le immagini che seguono si riferiscono a scene tratte dal film.

1. Re Giorgio VI

Il principe Albert (1895-1952) era il secondogenito di Re Giorgio V d’Inghilterra (1865-1936) e della Regina Mary di Teck (1867-1953). Come secondogenito del sovrano a Giorgio (soprannominato Bertie in famiglia[1]), venne affidato il titolo di Duca di York. Suo fratello maggiore, invece, il principe Edoardo (1894-1972) in qualità di principe ereditario ottenne il titolo di Principe di Galles.

Alla morte di Re Giorgio V, nel 1936, il regno passò al suo primogenito, il principe Edoardo, che venne incoronato come Re Edoardo VIII. Tuttavia la personalità del monarca fu molto discussa: non aveva ancora una moglie e questo non era una buona garanzia per il futuro della monarchia. Oltretutto era accompagnato con una signora americana, Wallis Simpson (1895-1986)[2], la quale aveva alle spalle due divorzi. La relazione era malvista dalla corte e addirittura dal popolo inglese. Alla fine re Edoardo VII dovette fare una scelta tra amore e trono e scelse di abdicare a favore di suo fratello. Nello stesso anno, al trono salì il principe Albert che, per dare una certa linea di continuità con il padre, assunse il nome di Re Giorgio VI.

Non ci interessa far riferimento alla vita familiare del re e alle sue azioni diplomatiche, basterà ricordare che il re prese direttamente voce all’interno dello scenario della seconda guerra mondiale, dichiarando, con il discorso del 1936, l’entrata in guerra degli inglesi contro il nazifascismo. Va inoltre ricordato che Re Giorgio VI si sposò con la contessa Elizabeth Bowes-Lyon (1900-2002) che con la sua unione divenne la Regina Elisabetta. Siamo soliti ricordarla come la Queen Mum, la Regina Madre, scomparsa nel 2002 alla veneranda età di 102 anni. L’attuale regina Elisabetta II non è che la figlia di Re Giorgio VI e della Regina Madre.[3]

2. Il film

Il film si apre nel 1925 con un discorso scritto dal re padre che il principe Albert sta leggendo per la chiusura dell’Empire Exhibition al Wembley Stadium di Londra. Il principe è impacciato, affaticato e soffre di balbuzie. Non riesce a leggere in maniera sciolta il discorso, che risulta essere asfittico e intermittente. La nazione apprende della deficienza del figlio del re.

L’intero film affronta i vari tentativi del logopedista Lionel Logue[4] nel cercare di migliorare le balbuzie del principe, facendogli fare ogni sorta di esercizi linguistici e fisici. Inizialmente queste prove non sembrano dare gli esiti sperati e il principe è deluso dall’ennesima terapia. Con un lavoro molto rigoroso e continuo il dottor Logue riuscirà a far forza sui problemi del principe e, pur non riuscendo a risolverne completamente le sue balbuzie, riesce a migliorare il suo disturbo. Il film non sembra darci risposte precise alle origini del disturbo del principe ma allude a varie cause: l’atteggiamento severo del re padre e la predilezione della tata per suo fratello.

Il film si basa dunque su una serie di sedute a cui il principe si sottopone ma non manca di rappresentare anche i momenti più cari alla nazione inglese: la morte di Re Giorgio V, l’intronizzazione del fratello, il Re Edoardo VIII e la sua abdicazione, fino all’intronizzazione del principe che diviene Re Giorgio VI.

Il film si conclude con il discorso che il re fa alla nazione in occasione dell’entrata in guerra dell’Inghilterra contro la Germania hitleriana. Dopo un’iniziale titubanza verbale il nuovo re riesce a leggere il suo discorso senza intoppi. E’ il segno che il lavoro del dottore Logue è andato a buon fine.

A conclusione del film, alcune frasi esplicative ricordano che da quel momento il dottor Logue fu sempre presente con il Re nei momenti dei discorsi alla nazione, che i due divennero grandi amici e che il Re lo nominò cavaliere del regno.

3. I discorsi del re

Sebbene il titolo del film faccia riferimento al “discorso del re” in realtà nel corso della storia i discorsi del re sono molti. Il titolo sottolinea ed enfatizza l’ultimo discorso del re, quello felice, quello in cui le balbuzie sembrano averlo abbandonato, che viene fatto nel 1939, in occasione dell’entrata in guerra dell’Inghilterra. Se decidiamo di leggere il film sulla base dei vari speeches ne possiamo analizzare molteplici: il discorso iniziale del principe Albert per celebrare la chiusura dell’ Empire Exhibition, i vari discorsi (o meglio, conversazioni) che il principe, inizialmente riluttante, scambia con il dottore, i discorsi con la sua famiglia (con l’anziano re padre, con il fratello libertino e con l’amorevole moglie), il discorso della cerimonia dell’intronizzazione nella cattedrale di Westminster (che tuttavia non viene riportato nel film) sino all’ultimo discorso, quello dell’entrata in guerra dell’Inghilterra. La vita di re Giorgio VI viene mostrata in questo film attraverso una serie di discorsi, attraverso un processo di riacquisto dell’indipendenza linguistica. La riabilitazione linguistica sotto questo punto di vista viene a significare che il re ha completamente accettato e si è impossessato del ruolo che deve ricoprire.

Un film interessante, che investiga un aspetto curioso e di debolezza di un grande della storia inglese. La morale che ne possiamo trarre è che, chiaramente, anche un re può soffrire di disturbi e avere deficienze. Non gli è tollerato però mostrarle in pubblico e deve necessariamente combatterle. La concezione dei due corpi del re di Ernst Kantorowicz[5] (il corpo fisico, mortale, deperibile e comune a tutti i mortali e il corpo regale, unto dal balsamo di Dio) ci suggerisce proprio che il re è un mortale come tutti noi, che soffre debolezze e mancanze anche se l’aurea di regalità ce lo fa immaginare divino, prescelto da Dio e superiore ai comuni mortali.

 

LORENZO SPURIO

10-02-2011

 


[1] Era diffusa al tempo l’attitudine di impiegare soprannomi per i membri della famiglia reale che però venivano utilizzati solo all’interno dell’ambito familiare. La principessa Elisabetta, attuale regina, era Lillibet, mentre sua sorella, la principessa Margaret era Margot.

[2] Wallis Simpson fu un personaggio chiaramente in rotta contro la casa reale: non aristocratica, con due divorzi alle spalle, dalla condotta eccentrica e dispendiosa e addirittura vicina ai regimi nazisti.

[3] Nel film la moglie del re è una presenza costante. E’ continuamente al fianco del marito, condivide con lui il suo problema e la sua sofferenza e gioisce al termine della storia quando capisce che suo marito ha vinto la battaglia. Nel film ci sono varie scene che riguardano anche le due figlie della coppia, le principesse Elisabetta e Margaret.

[4] Il logopedista Lionel Logue (1880-1953) fu un medico di origini australiane che visse a Londra. Sebbene nel film la terapia del dottor Logue inizi in un periodo prossimo al 1936 ossia alla morte di Re Giorgio V, nella realtà, il principe Albert fu in cura da lui dal 1926. Per quanto concerne le conversazioni tra il dottore e il principe Albert, la descrizione delle loro sedute e gli esercizi che Logue faceva fare al principe, il film si basa su fonti storiche molto attendibili: il libro che Mark, nipote di Logue, scrisse assieme a Peter Conradi sul rapporto tra suo nonno e il monarca: The King’s Speech: How One Man Saved the British Monarchy.

[5] Ernest Kantorowicz, The King’s Two Bodies. A Study in Mediaeval Political Theology, Princeton, Princeton University Press, 1957.

Gli Indifferenti di Moravia

Ho recentemente visto il film Gli Indifferenti del 1964 (regia di Francesco Maselli), tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia (1929).[1] Devo riconoscere che questo romanzo di Moravia è uno dei miei preferiti in assoluto e lo consiglio a coloro che non l’hanno ancora letto.

Come indica il titolo, i vari personaggi della storia, che si contano sul palmo di una mano, sono caratterizzati per una mancanza di una vera identità, per essere incapaci, spesso passivi, inetti ma più propriamente indifferenti. Le varie vicende che accadono alla famiglia, vengono accettate tacitamente dai vari protagonisti in maniera remissiva, senza cercar di cambiare il corso degli eventi. Tutti i personaggi della storia sono assoggettati e regolati dall’unico personaggio ben costruito della storia, il potente e corrotto Leo Merumeci, l’ingegnere.

La storia si apre a villa Ardengo, una villa dell’alta borghesia dove vivono Mariagrazia assieme ai suoi due figli Carla e Michele. La famiglia versa in condizioni economiche difficili e sulla villa è stata messa un’ipoteca a favore del signor Merumeci.

Merumeci è un uomo interessato ai soldi e al sesso. Ha una storia con Mariagrazia, ma non è coinvolto da lei e sta con lei solo per ricattarla, come nel caso della casa. Lei, dal canto suo, si crede di essere amata da Merumeci. Quest’ultimo seduce la giovane Carla, mentre Michele ha una relazione sessuale che non gli da niente con Lisa, amica della madre. Ogni personaggio accetta il corso degli eventi per come si presenta (per come è stato regolato da Merumeci, che sembra gestire gli altri personaggi come marionette). Al termine della storia Michele sembra riattivarsi dal menefreghismo, dalla passività e dall’indifferenza che lo ha contraddistinto fino a quel momento e decide di uccidere Merumeci. Acquista una pistola e si reca a casa dell’ingegnere ma quando fa fuoco contro il nemico si rende conto che l’arma è scarica. Ancora una volta si sottolinea l’incapacità di Michele – così come degli altri personaggi – di intervenire sulla storia. Alla fine, tutto rimarrà al caso, ovvero sarà come Merumeci ha deciso: Merumeci continuerà a frequentare villa Ardengo, forse sposerà Carla, Michele continuerà la sua relazione con Lisa e Mariagrazia si rassegnerà al suo ruolo di madre.


A mio parere il film, pur rimanendo fedele al romanzo di Moravia, non è capace di trasmettere in maniera completa e vivida il senso di apatia, di stanchezza, di menefreghismo, di lassismo, di passività e d’indifferenza dei personaggi. Sono aspetti questi che possono rivelarsi difficili da rappresentare in una realizzazione filmica e più facili da trasmettere attraverso le parole. I personaggi sembrano più attivi, decisi e risoluti di quanto lo siano nel romanzo, dove sono completamente in balia degli eventi, del corso del tempo, del caso, delle decisioni di Merumeci. È lì che secondo me si cela il vero significato del romanzo, in questo comportamento rassegnato e remissivo dei personaggi che Moravia è riuscito ad etichettare magistralmente sotto il titolo di “indifferenti”. Per questo motivo consiglio di leggere il libro più che vedere il film. La lettura di Moravia, molto semplice e scorrevole è frammista da elementi che sono in grado se non di farci calare nel contesto degli Ardengo, per lo meno di capirne le motivazioni del loro comportamento rassegnato e dell’incapacità di reagire.

Lorenzo Spurio

01-02-2011


[1] Esiste un ulteriore realizzazione filmica intitolata Gli Indifferenti (1988), regia di Mauro Bolognini. Si tratta di un serial televisivo in due puntate. Non sono riuscito a reperire questa versione. La mia analisi qui presente si basa sul film in bianco e nero del 1964.

L’occultamento del corpo della madre: Ian McEwan e Peter Hedges

Leggendo attentamente The Cement Garden (1978), primo romanzo del britannico Ian McEwan, e più precisamente una delle scene che McEwan descrive con dovizia di particolari non può non saltarmi alla mente un’immagine simile presente in un film.

The Cement Garden è un romanzo breve, condensato ed essenziale che usa un linguaggio freddo, tagliente e abbastanza semplice. Ci sono varie vicende di grande suspance che spesso mettono in scena atteggiamenti deviati e pulsioni sessuali di adolescenti che si manifestano in maniera ossessiva. Il romanzo affronta il tema della morte; nel momento in cui i quattro ragazzi perdono la madre la loro unica possibilità per non distruggere il nucleo familiare è quella di occultare il corpo della madre. La scena in cui Jack e Julie decidono di seppellire il corpo della madre in una cassa di latta in cantina e di ricoprirla con del cemento viene presentata con un linguaggio freddo come se McEwan stesse descrivendo un qualsiasi quadretto idilliaco.

La malattia, la sofferenza, la morte e l’occultamento del corpo della madre sono elementi che ho ritrovato, trattati in maniera analoga nel film What’s Eating Gilbert Grape (tradotto in italiano Buon compleanno Mr. Grape). Si tratta di un film del 1993 basato sull’opera omonima dello scrittore americano Peter Hedges (noto tra l’altro per la sua sceneggiatura di About a boy – Un ragazzo, basata sull’opera omonima di Nick Hornby).

Sfortunatamente non ho ancora avuto l’occasione di poter leggere il romanzo What’s Eating Gilbert Grape ma conoscendo il film e il plot in esso contenuto penso che il parallelismo con McEwan per quanto concerne la madre sia abbastanza rilevante. In What’s Eating Gilbert Grape la storia si focalizza sul personaggio di Gilbert Grape che è sempre indaffarato a badare al fratello Arnie, ritardato mentale. La scena cardine del romanzo è quella del diciottesimo compleanno di Arnie (a questo punto è importante ricordare che anche in The Cement Garden di McEwan viene celebrato un compleanno, quello di Jack.).

Se in The Cement Garden alla malattia della madre non viene dato un nome specifico, nel caso del romanzo di Peter Hedges la madre è dichiaratamente sofferente di obesità.
A conseguenza della morte della madre il protagonista deciderà di non far trasportare la salma della madre al di fuori della casa ma, anzi, decide di dar fuoco alla casa con dentro il corpo della madre.

Sia in McEwan che in Hedges ci troviamo di fronte a un occultamento del corpo della madre, seppur con modalità diverse. L’origine dell’occultamento è però differente: in McEwan i giovani occultano il corpo della madre per mostrare alla società che la loro madre è ancora viva e che quindi controlla le loro esistenze e la loro crescita dato che se la morte della madre fosse stata dichiarata pubblica probabilmente l’assistenza sociale avrebbe preso delle misure per il loro controllo e l’affido.

Nel romanzo di Hedges invece la madre, obesa e dal corpo flaccido e burroso, che in vita ha sempre costituito un elemento di derisione e di offesa da parte di amici e conoscenti di Gilbert, una volta deceduta, viene fatta morire con la casa familiare per evitare ulteriori derisioni da parte della società.

Sebbene con dei distinguo molto marcati e che si riferiscono ai due diversi plot, il tema della morte della madre e dell’occultamento del suo corpo da parte dei suoi figli, a mio parere, può tessere questo parallelismo tra l’opera di McEwan e quella di Hedges.

Lorenzo Spurio

30-01-2011

Bruno e Michele, vittime dei padri

La prossima settimana la Mediaset trasmetterà un film particolarmente bello, Il bambino con il pigiama a righe. Si tratta di un film del 2008 il cui titolo originale è The Boy in the Striped Pyjamas, regia di Mark Herman e tratto dal romanzo omonimo dello scrittore John Boyne, pubblicato nel 2006.

Pur trattandosi di un film sulla seconda guerra mondiale, nel film non ci sono scene di bombardamenti, conflitti armati, scontri bellici, vita di trincea, sparatorie o quant’altro. E’ piuttosto una storia che mette al centro dei suoi temi l’innocenza, l’ingenuità e i buoni sentimenti di un bambino di otto anni. Tutti questi verranno pagati a caro prezzo a termine della storia.

Bruno, il bambino protagonista della storia, è il figlio di un’importante gerarca nazista. Per la sua giovane età non è in grado di capire quale siano gli incarichi che aspettano a suo padre e soprattutto come suo padre si adopera nel suo lavoro. A seguito di una promozione militare, il padre viene mandato a controllare un lager e la famiglia si trasferisce con lui in una residenza in campagna.

Annoiato dalla nuova casa, dall’assenza di amici, dalla freddezza dei genitori e dall’incapacità di comprendere ciò che sta realmente accadendo, Bruno fa una serie di esplorazioni attorno alla casa, la quale è sorvegliata da guardie naziste con cani lupi. Riuscendo a passare per una porta dietro la casa che comunica con l’esterno della proprietà Bruno prende a correre nel bosco fino ad arrivare in uno strano posto circondato da filo spinato. Si tratta di un lager. Lì fa conoscenza, attraverso il filo spinato, con Shmuel, un ragazzo ebreo rinchiuso in quel campo di concentramento. Bruno non sa cosa sia un lager, cosa siano gli ebrei e che cosa stanno facendo i nazisti e per lui, quel bambino della sua età che indossa la casacca a righe da carcerato, in realtà indossa un pigiama a righe.

Nel frattempo la sorella di Bruno, Gretel, di dodici anni, accetta in maniera entusiastica l’ideologia nazista e appende alle pareti della camera slogan nazisti, poster fascisti che inneggiano alla purezza della razza.  Nel corso della storia si capirà che il padre di Bruno è il comandante militare che si occupa di quel lager nel quale gli ebrei vengono uccisi con forni crematori o docce di gas mortali. La madre di Bruno invece nel corso della storia perde la sua forza e si scaglia più volte contro il marito per i crimini che commette.

Verso la fine della storia Shmuel è molto abbattuto perché è da vari giorni che nel lager non ritrova più suo padre e Bruno si offre di aiutarlo. Scava una buca in prossimità del filo spinato e, dopo aver indossato una casacca a righe come quella di Shumel, entra nel lager.

Intanto le operazioni naziste vanno avanti e improvvisamente un’intera area del campo di concentramento viene rinchiusa nella stanza delle docce. Tra loro c’è anche Shmuel e Bruno. Shumel, che ha sperimentato direttamente la vita del lager e conosce le nefandezze dei militari nazisti, probabilmente sa che tutta quella gente assieme a lui morirà, Bruno compreso. Bruno invece, che è sempre cresciuto al di fuori di quel contesto, che non sa che i nazisti uccidono gli ebrei e per quale motivo, rimane probabilmente inconsapevole della sua morte fino alla fine. Seppure la storia si chiude con la morte dei due ragazzi, una delle scene finali in cui sono rinchiusi nella stanza delle docce, i due si stringono la mano. Quasi a voler significare che l’amicizia, l’amore e i buoni sentimenti possono sopravvivere anche oltre la morte.

Ci sono una serie di piccoli elementi differenti tra il romanzo di Boyne e la realizzazione filmica: ad esempio nel film quando Bruno passa nel campo di concentramento è l’unico ad avere i capelli e li nasconde sotto un cappello a strisce mentre nel libro ha i capelli rasati perché aveva preso i pidocchi; il padre di Bruno nel film si chiama Ralf mentre nel libro Louis; nel film Bruno ha otto anni mentre nel libro nove e il tenente Kotler nel libro viene cacciato dalla casa perché prova simpatia verso la madre di Bruno mentre nel film perché suo padre, professore universitario di letteratura, ha rifiutato di giurare al nazismo e infine nel libro i familiari non scoprono subito la morte di Bruno.

Un film di questo tipo, in cui un bambino innocente che non conosce le macchinazioni di suo padre, i piani di sterminio degli ebrei e le crudeltà che suo padre commette in onore del nazismo, che fa amicizia con un altro bambino ebreo mi fa pensare a un altro film. Si tratta di un film italiano in cui un ragazzino anch’esso innocente e alieno dalle occupazioni criminali del padre mafioso, fa amicizia con un ragazzino che è stato rapito da suo padre per chiedere un riscatto alla famiglia.  Il film è Io non ho paura di Gabriele Salvatores (2003) tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti pubblicato nel 2001.

In questa storia non è il nazismo e la guerra a fungere da elemento di violenza e d’impostura tra diverse persone ma la mafia pugliese. Quando la polizia si stringerà attorno al cerchio di persone attorno al padre di Michele perché ha capito che sono responsabili del rapimento di Filippo, Michele non esiterà a correre dall’amico per cercare di salvarlo ma il padre di Michele nella notte cerca di sopprimere l’ostaggio. Spara, ma uccide suo figlio.  Anche in questo caso ci sono piccole differenze tra il film e il libro ma il senso profondo della storia rimane, chiaramente, inalterato.

Bruno (Il bambino con il pigiama a righe) e Michele (Io non ho paura) sono entrambi vittime del potere dei rispettivi padri, della loro corruzione e implicazione in organizzazioni criminali. Forse, solo con la morte dei rispettivi figli saranno in grado di riconsiderare le loro azioni passate sotto una nuova luce. Forse Ralf (padre di Bruno) rifletterà sui crimini che ha commesso contro gli ebrei e si convincerà delle astrusità del nazismo e forse Sergio (padre di Michele) sarà in grado di comprendere quanto la mafia sia qualcosa di deleterio per la società. Forse.

 

Lorenzo Spurio

28-01-2011

Una nuova Jane Eyre

Jane Eyre, pubblicato nel 1847 e capolavoro della scrittrice vittoriana Charlotte Brontë, ha conosciuto un grande successo di critica e di pubblico. Si tratta di uno dei testi a cui si fa maggiormente riferimento nei saggi critici e accademici che parlano di letteratura o di prosa vittoriana. La grande fama della povera e orfana Jane Eyre è stata incrementata anche da una serie di realizzazioni filmiche e adattamenti per serial televisivi che hanno permesso anche ai neofiti della letteratura di conoscere e solidarizzare con questo personaggio solo, indifeso e apparentemente debole.

I primi film sulla storia di Jane Eyre sono di origine inglese e vennero fatti negli anni ’10-’20. I primi film furono film muti; nel 1915 un film tratto dall’opera venne intitolato Thornefield Hall[1]; nel 1921 seguì Jane Eyre (regia di Hugo Ballin) e nel 1926 l’opera venne adattata per un film tedesco dal titolo Orphan of Lowood[2]. A queste prime realizzazioni filmiche dell’opera letteraria ne sono seguite molteplici altre tra le quali vanno ricordate Jane Eyre (regia di Christly Cabanne, 1934), Jane Eyre (regia di Robert Stevenson, 1944. Nel film Orson Welles inscenò la parte di Mr. Rochester e Agnes Moorehead fu Jane Eyre).

Versioni filmiche straniere sono state create: The Orphan Girl (1956), El Secreto (The Secret, 1963), Shanti Nilayam (versione indiana, 1972), Ardiente Secreto (versione messicana, 1978).

Numerose sono state anche le serie televisive basate sul personaggio di Jane Eyre, commissionate dai rispettivi canali nazionali (Bbc, Sctv). A questo riguardo, degna di nota è la serie televisiva Jane Eyre girata da Toby Stephens per la Bbc e trasmessa sul canale inglese nel 2006.

Assieme al film del 1944, l’adattamento più famoso e noto resta a tutt’oggi quello del 1996 per la regia di Franco Zeffirelli.

Il regista Cary Fukunaga ha completato un ulteriore rappresentazione filmica di Jane Eyre che uscirà nelle sale americane a marzo del 2011.

La lunga sequela di adattamenti, film, serie televisive che sono state create nel tempo testimoniano il grande successo del romanzo della Brontë, l’attenzione, l’interesse e la vicinanza del pubblico verso il personaggio di Jane Eyre e il piacere di scoprire storie con un happy ending che è stato conquistato dopo svariate peregrinazioni, problemi e sofferenze da parte dei personaggi.

È curioso ma al tempo stesso affascinante come un romanzo pubblicato nel lontano 1847 sia ancora oggigiorno cosi oggetto d’interesse non solo della letteratura ma anche di case di distribuzione. Questo è testimoniato dalla continua messa in scena di serial televisivi nella Bbc che seguono le peripezie della povera Jane. Le varie realizzazioni filmiche, pur attenendosi alla trama generale del romanzo, hanno talvolta fatto scelte differenti, enfatizzando alcuni episodi descritti nel libro o dando una particolare caratterizzazione dei personaggi. Si tratta di un processo di rivisitazione dell’opera del tutto legittimo e al tempo stesso interessante da poter analizzare attentamente in maniera comparativa.

Per i Jane Eyre devoted non resta altro che attendere l’uscita nelle sale di Jane Eyre (regia di Cary Fukunaga, Paese: Regno Unito), in America l’11 marzo  2011 e nel Regno Unito il 9 Settembre 2011. Non si sa ancora se uscirà anche in italiano e quando, ma questo dipenderà soprattutto dal successo che incontrerà in America.

Il regista Cary Fukunaga in un’intervista ha detto che la sua versione cinematografica sottolineerà in maniera maggiore e nuova rispetto alle altre realizzazioni filmiche gli elementi gotici della storia, che si riferiscono principalmente agli episodi che si svolgono a Thornefield Hall.

Il trailer di questo film è stato reso pubblico nel novembre del 2010 e può essere visto a questo link:

http://www.youtube.com/watch?v=kcjmQLD2zlc


[1] Thornefield Hall è il setting di una parte consistente del romanzo. si tratta del castello circondato dalla brughiera dove vive Mr. Rochester e dove Jane Eyre va a lavorare come istitutrice della piccola Adele, figlia di Mr. Rochester.

[2] Lowood rappresenta il secondo setting del romanzo. si tratta del collegio femminile per orfane dove Jane viene mandata dalla zia Mrs. Reed dopo un’iniziale periodo trascorso nella sua casa a Gateshead Hall.

Lorenzo Spurio

26-01-2011

Sweeney Todd, un incauto serial killer?

Il serial killer più famoso della Londra vittoriana rimane Jack the Ripper, ossia Jack lo squartatore, figura della quale molto si è parlato e si è ipotizzato al fine di cercare di individuare la possibile identità dell’assassino seriale. Jack the Ripper rimane il serial killer per eccellenza, l’abile assassino che si snoda per le vie di Londra compiendo i suoi omicidi in maniera precisa, ponderata ed impeccabile, tanto da risultare imprendibile alle forze dell’ordine. I grandi dibattiti e le possibili considerazioni sul suo personaggio hanno portato in tempi recenti a pensare che, forse, in realtà non esistette nessun Jack the Ripper. Per lo meno non come siamo soliti pensarlo noi. Le indagini investigative, le notizie della stampa inglese, l’eco in tutta Europa, il suo personaggio oculato e attento hanno infatti permesso la costruzione di un vero e proprio mito di Jack the Ripper. Come è noto all’interno del mito nascono interpretazioni diverse e varianti e tutto questo contribuisce ad accrescere l’eco del personaggio, in questo caso una sorta di antieroe, visti i suoi omicidi in sequenza.

Se Jack the Ripper rappresenta l’assassino per eccellenza non va dimenticato che la Londra vittoriana era piena di criminali, bevitori che trascorrevano le loro serate in bagordi nelle taverne, personaggi pericolosi e facili all’uso delle armi, persone alienate e potenzialmente dannose per la società.

Sweeney Todd (soprannome di Benjamin Barker), il celebre barbiere di Fleet Street, pur avendo una professione cristallina ed essendo una persona ampiamente conosciuta, fu proprio un personaggio di questo tipo, un’insaziabile criminale che amava sgozzare i suoi clienti con l’ampio rasoio che utilizzava durante le operazioni di sbarbatura.  Il personaggio di Sweeney[1] Todd è per lo più diventato noto grazie all’omonimo film del 2007 diretto da Tim Burton e interpretato da Johnny Depp.

Indagare la prima apparizione in letteratura di questo personaggio risulta abbastanza difficile ma, Benjamin Barker, soprannominato Sweeney Todd, comparse in vari scritti inglesi della metà del XIX secolo e poi in un film del 1936 di George King. Lo scrittore che ha introdotto il personaggio di Sweeney Todd in letteratura fu Thomas Peckett Prest (1810-1859), che fu anche giornalista e musicista. Assieme a lui, James Malcolm Rymer (1814-1884) è considerato il co-creatore del personaggio di Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street, che venne immortalato in un’opera scritta congiuntamente da Peckett Prest e Malcolm Rymer e intitolata The String of Pearls: A Romance (1846).

Sweeney Todd è un bravo barbiere londinese. A Fleet Street ha la sua bottega e, al piano inferiore, vive assieme alla sua compagna. Durante le operazioni di sbarbatura dei suoi clienti e armato di taglienti rasoi d’argento, Sweeney Todd viene preso dalla pazzia e lascia affondare la lama del rasoio nella gola dei suoi clienti. Il motivo della sua pazzia risiederebbe nel dolore che gli deriva dalla morte prematura della moglie e della figlia. Nel film tuttavia viene fatto capire che il motivo degli assassini risiede in motivazioni economiche, ossia uccide per soldi, semplicemente per derubare i suoi clienti.

Nel corso della storia Sweeney Todd viene protetto dai suoi omicidi da Mrs. Lovett, la sua compagna, la quale lavora in un negozio di pasticceria comunicante con la bottega di Sweeney. Ad accrescere il goticismo e il lato più dichiaratamente orrori fico della storica è il fatto che Mrs. Lovett cucini dei pasticci di carne utilizzando la carne delle persone assassinate da Sweeney Todd.

Dopo vari uccisioni e dopo aver ritrovato sua moglie (che non era morta, ma era diventata pazza), Sweeney sarà ucciso da Toby, il ragazzo aiutante della bottega che ha scoperto le sue uccisioni e che lo ucciderà proprio con un rasoio.

Molti storici e studiosi accademici si sono domandati se Sweeney Todd sia un semplice personaggio fittizio utilizzato all’interno della letteratura o se, al contrario, il suo personaggio sia stato creato basandosi su una persona realmente esistita e che si comportò nella sua maniera. Si tratta di una questione difficile da risolvere e, in via generale, possiamo dire che Sweeney Todd è prevalentemente una leggenda urbana che ha dato adito alla creazione di un personaggio letterario.

Il mistero intorno a questa personalità paurosa e al tempo stesso affascinante, l’imperturbabilità delle sue azioni, l’oggettiva impossibilità di rintracciare un possibile riferimento biografico del personaggio di Sweeney Todd sono tutti elementi che hanno consentito un grande interesse da parte di scrittori e registi che hanno adattato vari musical o rappresentazioni teatrali. Il pubblico, da parte sua, ha risposto positivamente consentendo un grande successo della storia di Sweeney Todd che, al pari di Jack the Ripper e Vlad l’impalatore (Dracula) va annoverato indiscutibilmente tra i più spietati assassini di tutti i tempi.

Lorenzo Spurio

23-01-2011

[1] La parola ‘sweeney’ significa ‘alto e ciondolante’, descrizione che sembra essere in linea al personaggio di Sweeney Todd realmente esistito.

Il mito della nobiltà inglese in letteratura

Conti, duchi, marchesi, baronetti o semplicemente Master e Lord abbondano nelle opere della letteratura inglese ottocentesca e novecentesca. Si tratta di opere che mettono al cento del loro interesse una famiglia nobile o comunque esponente dell’alta borghesia, analizzandone vizi e virtù.

Frequentemente gli autori si avvalgono della nobiltà per descrivere in maniera antitetica le indigenti condizioni delle classi popolari, delle masse, della bassa-media borghesia, raffigurata spesso attraverso i personaggi del custode, del guardiano, della governante e del giardiniere. I narratori sembrano essere particolarmente vicini ai personaggi meno ricchi e meno fortunati, trasmettendo un senso di pietà e di compassione, o più spesso di autentica vicinanza e comprensione. In molti casi l’esponente aristocratico è espressione di una condizione di superiorità e d’impostura verso gli altri personaggi che non appartengono alla famiglia.


Sono molte le opere che possono essere analizzate sotto questo punto di vista. Il nodo centrale dell’argomento è la grande utilizzazione in letteratura di personaggi aristocratici, nobili che vengono calati nel rispettivo ambiente familiare, quello della tenuta o della villa di campagna, residenza estiva della famiglia. Più spesso la casa ordinaria di questi personaggi non è altro che un castello particolarmente sontuoso ma al tempo stesso minaccioso o un immenso palazzo che non ha nulla da invidiare alla reggia di Versailles.
Il palazzo, il castello o la tenuta familiare in genere sono una proiezione sull’inumano del senso di autorità, regalità, ricchezza e superiorità nei confronti dell’ordinario. Molte delle vicende che vengono descritte in queste opere trovano spazio in vari ambienti della dimora familiare: il salone, la camera da letto, la soffitta, gli immensi giardini, la chiesa o la cappella adiacente alla tenuta.


Alcuni spunti di analisi secondo questa interpretazione potrebbero essere le opere Jane Eyre (1847) di Charlotte Brontë (1816-1855), The Secret Garden (1909) di Frances Hodgson Burnett (1949-1924) e Brideshead Revisited (1945) di Evelyn Waugh (1903-1966). È necessario dire che dal punto di vista tematico e stilistico sono opere profondamente diverse tra di loro ma, se prendiamo in considerazione l’elemento famiglia nobile-aristocratica, possiamo trovare alcune comunanze.


Per quanto concerne Jane Eyre, un’ampia porzione del romanzo è coperta dall’esperienza lavorativa dell’eroina come istitutrice della piccola Adele a Thornefield Hall, la residenza del signor Rochester. Il signor Rochester non ha dei titoli nobiliari ma è, ad ogni modo, espressione della classe aristocratica inglese durante il periodo vittoriano. Egli ha il titolo di Master . Il temperamento del signor Rochester è quello di un uomo severo, adirato e autoritario, impeccabile all’etichetta ed è particolarmente austero da sembrare addirittura quasi cattivo. Thornefield Hall, residenza del signor Rochester è una dimora fastosa, addobbata riccamente, con tende e mobilia ma è al tempo stesso un castello misterioso ed ambiguo, dalle stanze troppo grandi, che trasmette paura e che sembra celare un mistero.

Thornefield Hall è la tipica residenza familiare di una famiglia notevole con dei possedimenti nell’ampia campagna inglese. Nella realizzazione filmica dell’opera del 1996 per la regia di Franco Zeffirelli, Thornefield Hall è presentato come un castello maestoso ed imponente circondato da vasti campi. Le scene al castello sono state girate a Haddon Hall, tenuta del duca di Rutland nei pressi di Bakewell, Derbyshire. (foto a sinistra)
Della dimora vengono presentati i vari spazi: il salone, la camera del signor Rochester, la camera di Jane Eyre, le grandi scalinate, la lunga galleria, la soffitta, il frutteto adiacente al castello. Gli ambienti esplicano la ricchezza della famiglia che vi abita che, in virtù della sua posizione privilegiata, è portata a comportarsi in maniera superiore e prepotente (in realtà Mr. Rochester è l’unico esponente legittimo del suo casato a viverci in quanto la sua figlioccia, Adele, avuta con una ballerina francese, probabilmente non è neanche figlia sua).

 

In Brideshead Revisited di Evelyn Waugh ci viene presentata una famiglia aristocratica, i Flyte.

Della famiglia ci viene descritto ciascun personaggio in maniera molto completa. La residenza familiare, sede della dinastia Flyte da tempi immemori, è il castello di Brideshead. Si tratta di una edificio molto grande e curato, dagli ampi saloni e dalle sontuose stanze da letto che si innalza dinanzi a un immenso parco verde. Nella realizzazione filmica dell’opera il castello di Howard (Castle Howard), un palazzo imponente e maestoso dello Yorkshire è stato impiegato per rappresentare il castello di Brideshead (foto a destra). In realtà nel film più che un castello (dello stile di Thornefield Hall in Jane Eyre) ci troviamo di fronte ad un palazzo reale dal gusto settecentesco. La ricchezza, lo splendore e l’imponenza di un edificio di questo tipo è funzionale per sottolineare la grandezza, la potenza e lo spessore di una famiglia nobile come quella dei Flyte, descritta nel romanzo.

La storia dei Flyte riguarda l’impatto della nobiltà inglese con la seconda guerra mondiale, la diaspora religiosa dei diversi membri e il declino dell’aristocrazia. Con la morte dei vari personaggi, esponenti della famiglia Flyte, e il sopraggiungere della guerra, il castello perde il vigore e lo splendore descritti nella prima parte del romanzo. I busti, le statue di marmo e le opere d’arte verranno progressivamente ricoperte di lenzuola per evitare la corruzione degli stessi per la mancanza di pulizie e di manodopera e, durante la guerra, il palazzo verrà utilizzato dall’artiglieria come quartiere generale ed assolverà quindi al ruolo di caserma.

 
Nell’ultimo romanzo citato, The Secret Garden, la situazione familiare descritta è molto simile a quella di Jane Eyre. Esistono una serie di analogie o di veri e propri parallelismi tra i personaggi di Jane Eyre e di Mary Lennox che andrebbero affrontati e analizzati in maniera più attenta. Mary Lennox, bambina di dieci anni orfana di entrambi i genitori viene mandata a vivere a casa dello zio, a Misselthwaite Manor nello Yorkshire.

La tenuta dello zio è in realtà un vero e proprio castello, una costruzione fortificata e misteriosa, sfarzosa ma che, come Thornefield Hall in Jane Eyre, cela un mistero.

Nel film del 2003 sceneggiato da Agnieszka Holland, le scene che si svolgono a Misselthwaite Manor vennero girate a Allerton Castle, un castello gotico del North Yorkshire (foto a destra).

La zio, Lord Craven , proprietario della tenuta e capo famiglia ha un temperamento molto diverso da Rochester. Lord Craven è un personaggio assente, debole, che non si impone sulla storia e sugli avvenimenti, poco autoritario (la governante Mrs. Medlock sembra essere molto più autoritaria e severa di lui. In realtà è lei a rappresentare la figura del nobile virtuoso, autoritario, forte e imperturbabile all’interno della storia, sebbene non disponga del cognome Craven). Lord Craven è un personaggio buono ma privo di rilevo, la cui debolezza deriva dalla morte prematura della moglie e dal dolore per la salute cagionevole di suo figlio.

Mr. Rochester e Lord Craven rappresentano due anime diverse di una stessa natura, quella del nobile possessore di svariati acri di terreno e di un castello, residenza storica della loro dinastia, nella campagna inglese. È il capofamiglia e Master (denominato Lord nel caso di Lord Craven), colui che prende le decisioni e al quale tutta la servitù deve sottostare. Il personaggio di Rochester, più forte e delineato, sembra essere quello più credibile all’interno del suo ambiente mentre quello di Lord Craven viene a rappresentare un Master debole perché affetto da solitudine e da malinconia, forse un personaggio più in linea con i nostri tempi.

Va inoltre ricordato che in entrambi i settings, Thornefield Hall e Misselthwaite Manor sono il luogo della reclusione e del non detto. Entrambe le tenute celano due realtà che vengono tenute nascoste dalle rispettive governanti delle tenute poiché i rispettivi signori hanno deciso in questa maniera. Nella soffitta di Thornefield Hall è rinchiusa Bertha Mason, una donna creola pazza e violenta che era stata la prima moglie del signor Rochester che, una volta diventata pazza e pericolosa era stata rinchiusa in una stanza del maniero secondo una tradizione molto diffusa in periodo vittoriano.
A Misselthwaite Manor invece Mary Lennox troverà per caso una camera da letto nella quale si trova suo cugino, il figlio di Lord Craven da tutti ritenuto malato e prossimo alla morte. Lo stesso ragazzo è cresciuto con la convinzione della sua malattia e della sua disabilità motoria ed inizialmente si mostra riluttante nei confronti delle idee della cugina ma poi, lasciandosi lentamente trasportare dalla ragazza, riuscirà a rinsavire dalle sue false credenze e a lasciare quella stanza chiusa, buia ed asettica dove per troppi anni è stato recluso con l’idea di essere gravemente malato. Ovviamente questi due personaggi, Bertha Mason e Colin Craven avranno degli esiti molto diversi. Nel primo caso la reclusione di Bertha sfocerà nel suo tentativo di fuga e nell’incendio del castello durante il quale muore mentre nel caso di Colin Craven quest’ultimo abbandonerà spontaneamente la sua reclusione per conoscere direttamente il mondo esterno e abbandonare la sua credenza di essere malato. La prima reclusione si conclude con la morte del personaggio, la seconda reclusione si conclude con l’ottenimento della libertà, la scoperta del giardino segreto e l’amore corrisposto di suo padre.

Questi tre esempi mostrano chiaramente come all’interno della letteratura inglese ottocentesca e novecentesca esista un vero e proprio topos, quello della famiglia nobiliare o alto borghese descritta all’interno dei suoi ambienti: tenute di campagna, palazzi, castelli. Attorno a questi elementi (l’aristocrazia e la sua superiorità, il castello e i suo segreti) molti narratori hanno creato delle storie, intessendo a volte elementi gotici e misteriosi in grado da provocare suspance, altre volte vere e proprie storie di amore (Jane Eyre) o di riscoperta di buoni sentimenti (The Secret Garden). Altre volte (Brideshead Revisited) la famiglia nobiliare è stata descritta nel corso degli anni, con il passare del tempo, e in questo modo l’autore ha sottolineato una vera e propria metamorfosi della famiglia (e della tenuta familiare) che si è conclusa con la dissoluzione della famiglia, la decadenza della nobiltà, il deterioro e il riconvertimento della dimora aristocratica.

 

23 Gennaio 2011
Lorenzo Spurio

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