“Dimenticato” di Antonio Vanni, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Antonio Vanni può essere considerato a ragione una delle voci più distintive e influenti della poesia molisana contemporanea. L’ho incontrato qualche anno fa a Isernia in una non solare giornata di mezza estate nell’occasione di una cerimonia di premiazione di un noto premio letterario locale e da allora siamo sempre rimasti in contatto – in una collaborazione e “ascolto” partecipi che definirei quasi fraterni – come accade con le amicizie che, pur nella distanza, si amplificano irrobustendosi.

Il poeta molisano Antonio Vanni

Ha collaborato per molto tempo con il noto poeta e scrittore nonché editore Amerigo Iannacone (1950-2017) di Venafro che alcuni anni fa è venuto a mancare a seguito di un tragico incidente stradale nella sua città. A Iannacone conferimmo nel novembre del 2018 a Jesi (AN), in seno al Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, un premio speciale “alla memoria” ritirato dalla moglie, Mariagrazia Valente e dalla figlia Eva Iannacone. Anche in quella circostanza, la collaborazione di Antonio Vanni – nel conseguimento di questa nostra iniziativa memoriale – fu di fondamentale importanza.

Vanni ha alle spalle un’ingente produzione poetica all’interno della quale vanno sottolineate le entusiastiche e prestigiose note critiche di alcuni “mostri sacri” della letteratura quali Giorgio Bàrberi Squarotti e Paolo Ruffilli che hanno commentato la sua produzione riconoscendone l’ampio respiro, la capacità intrinseca, la potenza della parola e la densità dei contenuti emozionali. Ha pubblicato La Nube (1984), L’albero senza rami e la luna (1992), Diario di una nuvola bassa (1994), L’Ariel (1997), Le Artemie (2004), Plasmodio (2017) e Iridio (2019), quest’ultima concepita come prima antologia di sue poesie degli anni ’90. All’interno della rivista «Il Foglio Volante» ideata da Iannacone, ha curato la rubrica di poesia per giovani “L’Aquilone”.

Il nuovo libro di Vanni porta come titolo Dimenticato ed è stato pubblicato quest’anno per i tipi di Macabor Editore. La copertina presenta al centro un’immagine a forti colori di un disegno tracciato da un bambino su di un taccuino. Tutto intorno, a dominare, è il colore verde acceso simbolo di rinascita e fertilità.

Si tratta di un libro col quale Vanni segue le vicende di nascita, crescita, trasformazione di un ipotetico bozzolo di crisalide, come ha avuto modo di spiegare in una video-intervista nel corso della presentazione del volume tenutasi alla Villa Comunale di Isernia.

Da sempre particolarmente vicino e sensibile nei confronti del mondo dell’infanzia, Vanni ha predisposto in maniera oculata con una grande capacità di coinvolgimento sul lettore, una scelta di diciassette poesie che segue un determinato percorso. Vi si ritrovano componimenti che generalmente hanno una lunghezza media, i testi rifiutano la verbosità o gli accenni didascalici di tanta poesia d’oggi, spesso tesa a raffigurare nel dettaglio a decostruire in chiave sinottica riducendo a silenzi ed emetismi invalicabili. Al contrario, tutto è ben reso e individuato, esplicato ed evocato per mezzo di una poetica autentica e rispettosa, piana e non restia ad approfondimenti emotivi.

Leggendo le opere qui proposte non ho potuto non rimembrare alcune liriche di Federico García Lorca per il fatto che anche Vanni è attento nella costruzione degli elementi che costituiscono l’ambiente e per il fatto che l’accaduto principale che nel volume viene poeticizzato, quello di un annegamento di un giovane, fu motivo ricorrente nel poeta spagnolo (penso, ad esempio a “Niña ahogada en el pozo” contentua in Poeta en Nueva York). Assistiamo così a nefande discese nel mondo delle acque, in occorrenze maledette dove l’aberrante si compie velocemente, fuori da ogni ragione o complicità: il poeta rimembra l’annegamento di un suo coetaneo, giovanissimo, in un lago poco fuori la città. S’impone un’immagine che è quella delle acque torbide che inghiottono, ma anche di barbe e filamenti di vegetazione che avvinghiano, che rendono difficile la visibilità, un contesto in cui inesplicabile e con nefande sembianze la Morte appare sulla scena prendendosi il predominio nella compagine del dramatis personæ dei convenuti al mondo dei presenti.

Immagini di giardini, acque, vegetazione, sentori di umidità, foschie ridondanti sono in parte rotti e penetrati da una luce argentea, che è quella della luna (altro tema cardine lorchiano), che non manca di apparire, impreziosire la scena, preannunciare il dopo, evocare l’altro. Eppure la realtà contingente delle inevitabilità non è qualcosa di rinunciabile: “Che bisogno c’era d’annegare / piccolo destino fuori da ogni confine. / Potevi restare seduto tra le due donne dormienti” (25) scrive ne “Il tradimento della chiarezza” (titolo potentissimo e di grande suggestione) tentando di ricercare – pur nelle ombrosità ormai sin troppo diffuse – una possibile spiegazione, con la volontà di riscrivere una vicenda ormai concretizzatasi e inarginabile. Altre immagini dolorose provengano dai componimenti che seguono: “Mi muore accanto il fanciullo odoroso. / Adagiato è sul prato” (33).

Ed ecco, il segno di un movimento: la crisalide che si sviluppa, muta colore e grandezza, acquisisce nel tempo una forma diversa che è la mutazione nel suo inarrestabile progresso: “Dimenticato è un vortice di crisalidi / profumi” (37).

Tutto il percorso poetico di Dimenticato è intimamente intriso nel ricordo di chi se ne è andato troppo presto per un amaro disegno del destino. La lettura, nel tempo, di quegli eventi, nell’auscultazione incasellata in un dolore mai dileguatosi, è tale che porta Vanni a scrivere versi di intensa partecipazione, grande altisonanza e forza comunicativa: “Quando la pioggia cade sopra un fiore / di notte, / il fiore sorride ma nessuno lo vede. / China i petali al suolo e si addormenta felice” (45) e poi, ancora, nella struggente lirica dedicata all’amico Luciano: “Fili di te che piangi, eppure / normalmente non esisti, accecata eclissi. / […] / Frammenti scolastici dei giorni / del grano, / […]/ Radici di te, diverse sere / e sensi” (65).

Lorenzo Spurio

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare da testo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.

“Persistenze. Parole, memorie, frammenti” di Stefania La Vita, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La poesia ha bisogno di cose

è un fatto di respiro,

anche un rossetto usato

può bastare

al verso, dargli ossigeno.

La poetessa siciliana Stefania La Via, residente nell’affascinante comune di Erice nel Trapanese, ha recentemente dato alle stampe, dopo i precedenti lavori Fuori tema. Canti del silenzio (1998), e-mail (2002) e La fragilità difficile (2014), una nuova raccolta di versi. Il volume, dal titolo Persistenze. Parole, memorie, frammenti, è stato pubblicato da Màrgana Edizioni di Trapani in un’elegante veste grafica che al suo interno contempla delle raffigurazioni visive monocromatiche.

L’opera si mostra anticipata da un’affettuosa dedica ai suoi cari, a suo marito e ai figli e subito lascia il posto a un importante cameo di citazioni dell’alta tradizione letteraria nostrana e d’oltralpe. Ci si accorgerà poi, leggendo il volume e procedendo nel percorso voluto dalla poetessa, che i richiami alla tradizione, le voci di maestri e mostri sacri della poesia mondiale, non mancheranno e saranno, al contrario, rilevanti e simboliche pietre miliari, o una sorta di ancore, lungo il cammino.

In apertura alla sotto-sezione intitolata “Parole” incontriamo chiose tra cui una di Italo Calvino estratta da un’avvincente annotazione sulla poesia quale concetto indefinibile e realtà inconcreta, difficilmente contenibile e ascrivibile a canoni stringenti di chiusura e di Umberto Eco e di Paul Claudel incentrate, invece, sulla forza espressiva e il significato del linguaggio umano nelle forme del più antico canto, quello appunto poetico. La chiosa di Claudel richiama il motivo del margine e del frammento, l’aspetto di sopravvivenza e di residualità che contraddistingue la poesia che è, tanto sulla carta quanto nel disquisire, ciò che risulta da un procedimento di sintesi e lavaggio, di rimozione di orpelli estetici e di tecnicismi per giungere a una parola glabra, ossuta, scarnificata atta a rivelare con semplicità e pianezza di linguaggio, a svelare e denudare il corpo del superfluo.

Tra queste ampie linee propedeutiche prende piede l’opera poetica di Stefania La Via e subito ci imbattiamo in opere che fanno della poesia stessa l’oggetto privilegiato d’analisi come accade in “Di verso in verso” dove è possibile leggere: “Mi nutro di poesia a lunga scadenza. / La prendo a piccole dosi dallo scaffale/ […] / la rumino, la disfo, la rifaccio / nuova, la rimpasto con paure / e speranze che sento mie”. Interessante testimonianza di poetica in cui la poetessa non cela la sua reale dipendenza e “consustanziazione” con la poesia, di cui fa uno dei motivi più significativi del suo ordinario.

Una disamina attenta al sentimento che la lega al verbo lirico è contenuta nella poesia successiva, “Alla poesia”, una sorta di lode o invocazione in cui l’Autrice è in grado di rivelare l’attaccamento, la sintonia, il legame e l’effervescenza sperimentate nella scoperta della poesia, nel ricorrere ad essa, nel sentimento di esigenza e di recupero.  In “Fare una poesia” ci si domanda, in maniera indiretta, su come effettivamente sia possibile costruire una poesia e questo viene per lo più indagato in termini non tanto speculativi quanto fascinosi e allegorici; l’Autrice parla di “alcuni versi in lavorazione” e dice che “[ha] scolpito speranza e sofferenza”. La costruzione del verso è centellinata da azioni minute di grande abilità e competenza, come quella di un mastro comacino nell’intaglio e nella lavorazione della pietra. Il manufatto che alla fine vi si ottiene non è che il procedimento frastagliato di interventi continui, di una manualità cosciente ma soprattutto di una grande genialità che risiede nel recondito del singolo.

Nel volume di La Via si riflette sulla scrittura, sull’importanza del segno e si avanza l’idea che le parole abbiano una centralità indiscussa, tanto nel collettivo quanto nel consuetudinario del singolo. Si parla abbondantemente di questo, ascritto in una linea di nostalgica speranza e di tiepida insicurezza che si raggruma nel concetto indefinito e ondivago di transitorietà (alla quale dedica una lirica con un monito riflessivo sul passaggio delle generazioni).

Di particolare pregnanza risulta la poesia “Solo la parola”, che si riconnette alla nota incipitaria di Claudel richiamata come intertesto, che aderisce a una concezione di poesia esatta e pura, parca e necessaria, valevole, nella sua semplicità di linguaggi e stili, di far fronte a un magma interiore, a una ferita indicibile, al desiderio di esternare moti ondosi o burrascosi del proprio io, come pure di aderire, mediante la propria visuale, alla presenza cosciente e attiva nel contesto collettivo: “Poesia non è un’amena passeggiata”, dice la Nostra. Siamo senz’altro d’accordo su questo che, più che un verso, può apparire come un disincantato giudizio. Esso rappresenta un’evidenza palese, quella che nella consuetudine pregiudiziale odierna, vede la poesia come diversivo o banalità, quale artificio recondito o astrazione surreale, tendenzialmente inutile perché incapace di relazionarsi ai fatti concreti della vita. Inefficace e inattuale perché non duttile né respirabile, né tanto meno plasmabile dall’uomo. Eppure La Via evidenzia, secondo una logica di sottrazioni (definendo per mezzo di una serie di negazioni curiose), quel che effettivamente la poesia è (o rappresenta) per lei: “Non è galleggiare in superficie ma apnea / precipizio / sconquasso / che toglie la terra sotto i piedi / e capovolge prospettive, / energia che attraversa, / strappo che squarcia la trama del tessuto”. La poesia è uragano o radiografia. Impeto e scavo. Riflessione e denuncia. Eppure La Via intende sottolineare con nettezza quanto la sua origine primigenia e atavica risieda in una sorta di ambulacri personali, nelle cavità di un’esperienza di cui conosciamo forme e messaggi solo in forma limitata.

In questa sezione dedicata alle “parole” è contenuto anche un omaggio al giovane poeta romano Gabriele Galloni (1995-2020), deceduto nel fiore della sua “estate del mondo”. La poetessa annota nell’incipit: “Quando un poeta muore / si fa più oscuro il mondo, disperato” passando poi in rassegna alcuni degli squarci iconografici più tipici della sua poetica fortemente imbevuta di un sentimento e di un presentimento (forse) della morte: “Corteggiavi la morte / e a lei ti sei arreso, giovane poeta / […] / tu che volesti raccontare l’abisso, / l’Antartide nera”. È da pochi giorni trascorso il primo anniversario della morte del poeta e iniziative in sua memoria, riletture della sua opera, confronti, dibattiti e, forse, il lavoro a una prossima pubblicazione di inediti, ha contraddistinto tutto questo tempo, nel diorama vastissimo e in continua produzione di omaggi e sensi di affetto verso il poeta di In che luce cadranno (2018). Il componimento di La Via rientra, dunque, in questo ambito.

Nella seconda sezione del volume, “Memorie”, dopo le citazioni di Guy de Maupassant e di Bertolt Brecht (si noti la vastità e la varietà stilistica e contenutistica degli autori richiamati e, quindi, in qualche modo, fatti propri, riletti e riproposti nel contesto dei propri testi personali), ci si interroga in maniera più serrata sul transito irrefrenabile del tempo tramite la rievocazione di mesi, stagioni e momenti in essi diluite che hanno contraddistinto momenti inscindibili all’esperienza esistenziale della Nostra. Da “Ferite” leggiamo: “Si sfocano i ricordi dolorosi, / ne resta un’eco sorda / […] / Eppure si riaccende talvolta la ferita”.

La terza e ultima sezione, “Frammenti”, è anche quella più corposa dell’intero libro ed è interamente dedicata a far risaltare il tracciato umano ed emotivo nella drammatica circostanza dei tempi inclementi che ci sono stati dati da vivere, quelli dominati dalla pandemia e dalla sua minaccia mortale, dall’angoscia diffusa sino alla paranoia, alla desolazione e al tormento collettivo. Ci si è domandati spesso negli ultimi tempi su varie riviste di settore, sull’onda anche di iniziative antologiche a tema Covid e a seguito di una poesia di Mariangela Gualtieri (citata dall’autrice in esergo) che a molti è piaciuta ma ha fatto anche molto discutere, se effettivamente sia possibile definire l’età del momento, in termini di storiografia, nei termini di “letteratura della pandemia” e in molti hanno sostenuto di sì. Con ampi e necessari preamboli, note, distinguo, approfondimenti, limitazioni, etc.

La caratteristica principale di questa sezione è quella di voler trasmettere il senso di disagio e di mancanza d’equilibrio dell’uomo contemporaneo, assieme alle sue nevrosi e al sentimento di sempre più convinta in-appartenenza agli spazi. Le poesie divengono, così, brani scheggiati, come annotazioni, perdono il loro senso di completezza e di unitarietà per apparire, appunto, frammenti, il prodotto di un momento di irrequietezza e frenesia e di dolore, di incapacità di rivelare la realtà in maniera pacificata. Ne nascono composizioni di diversa natura, brani in versi che s’avvicinano e si nutrono alla prosa con un alta intensità lirica, in cui l’Autrice ci parla di questo “dolore antico” che si amplifica nella stasi dolorosa (“Di questo tempo strano / ricorderemo la calma delle strade / […] / il silenzio che penetra / la terra”), nel distanziamento sociale, nella lontananza (“il condominio è un albergo / di solitudini”), nell’annullamento e nella sospensione dell’ordinario (“il ritmo si allenta / e l’ora si confonde”), dato per assodato e invece riscoperto in tale circostanza come qualcosa di assolutamente nevralgico e vitale: “Tutto è ovattato, distante / il pianto, il dolore, / il legno delle bare allineate. / Luce al neon che acceca / ma non scalda”, annota in “Frammento sesto”. Il ritorno alla normalità – ammesso che questo sia possibile – potrà avvenire non tanto con l’effettivo debellamento del virus (altri ce ne saranno, dicono gli studiosi) ma quando saremmo stati capaci di ritrovarci negli affetti, quando avremo riscoperto l’esigenza antica e banale, innata e legittima, del sentimento comune: “Dobbiamo reimparare ad abbracciarci” (incipit di “Frammento ventunesimo”).

Una risposta fiera e convinta alla barbarie di questi tempi originata dal maledetto virus è rappresentata dal “Frammento trentaduesimo” dove, dopo numerose immagini di morte, di asfissia, di desolazione collettiva, la poetessa ritorna a sperare, con una rinata coscienza memore dell’accaduto, una riflessione buona che dobbiamo accogliere e fare nostra per continuare a credere al mistero della vita e alla necessità di persistere in questo cammino sì frastagliato e minacciato dall’enigma ma, sempre e comunque, proiettato verso una meta di luce: “Il dolore che provoca l’assenza / si trasforma in canto, / perché solo ciò che manca / si può cantare / e per quanto dura il canto / ha tregua il male”.

Lorenzo Spurio

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare da testo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.

Pubblicato il nuovo libro di Rita Stanzione, “Da quassù (la terra è bellissima)”, con prefazione di Lorenzo Spurio

Nelle scorse settimane è uscito il nuovo libro di poesia della poetessa campana Rosa Stanzione, Da quassù (la terra è bellissima) per i tipi di 4 Punte edizioni. Sono stato felice e onorato di aver ricevuto dall’autrice l’invito di scrivere la prefazione a questa ricca raccolta poetica. Estraggo, per una breve presentazione, qualche parte dalla prefazione che apre il volume.

La poetica garbata e incisiva della Stanzione non può essere quella dell’uomo assuefatto dalla cronaca dolorosa dell’oggi né del vivisezionatore della realtà, così pesantemente occupata dagli oggetti, dai segni e dalle direzioni piuttosto che dai significati, dalle profondità e dai contorni di (possibile) luce.  […] La prima sezione, Siamo tutti migranti, affronta con grande rispetto e acribia stilistica il dramma endemico dell’immigrazione e le sue tante fosche ombrature. Da ogni testo è netta la riprovazione dinanzi a un atteggiamento incivile e omertoso dell’uomo contemporaneo. […] I motivi della speranza, del cambiamento, di un futuro migliore, di una società ravveduta e realmente partecipe ai drammi del singolo in difficoltà vengono via via posti in risalto nei componimenti innervati non solo da una grande pietas cristiana ma da un reale desiderio di porre sulla carta realtà apparentemente inenarrabili e di certo inaccettabili.  […] Nella seconda sezione dell’opera, Se questi sono uomini, è evidente l’eco di Levi nel descrivere una condizione di negazione dell’uomo in relazione alle condizioni di prigionia, violenza e sottomissione vissute nel secondo conflitto mondiale.

L’autrice del libro

[…] Impressivo il poemetto Dal seno acerbo e storie mute, dedicato alla truce abitudine delle spose bambine dove tutto tende a rimarcare la violenza delle azioni dell’uomo, la fine dell’innocenza e il predisporsi alla vita con urgenza e implacabilità a seguito di condotte comandate. Il tema della donna, del suo silenzio e della sua segregazione, ritorna in altre liriche con le quali cerca, con remissione e grande spirito partecipativo, di far parlare le povere martoriate. […] Un accenno va posto anche alla sezione Compluvium, un vero e proprio Famedio. Qui l’Autrice colleziona testi dedicati a esponenti delle arti e a poeti, ma anche a musicisti: dall’arte sociale di Grosz che palesava sulla tela degenerazioni della classe nazista a efficaci omaggi al surrealismo di Dalì e al cubismo nelle distorte visuali delle celebri prostitute della tela di Picasso. Camei anche della sfortunata Frida Kahlo, dal rigorismo di Piet Mondrian (l’ordine tutto compreso / in un semplice foglio di luce), dal realismo di Guttuso con una poesia dedicata al quadro “La Vucciria”. È gran parte della tradizione artistica contemporanea a venir omaggiata: omaggi anche su opere del viennese Klimt, dello sculture Rodin, dei fotografi Julia Margaret Cameron e Robert Capa. […] Se devo pensare a quest’opera nel suo complesso, mi vengono in mente due artisti che con le loro produzioni hanno reso grande la letteratura e l’arte. Mi riferisco a T.S. Eliot, che con la sua opera magistrale, La terra desolata, dimostrò le multiple sfaccettature ed echi di linguaggio tra i tanti autori rievocati, citati, richiamati, in una realtà multipla, a mosaico. Dall’altra parte penso a un artista totale come Christo che con il suo genio è riuscito a dare applicazione a un’arte concreta su grande scala dagli ampi significati. Ciò che interviene in maniera folgorante in operazioni d’arte sul posto come furono quelle di Christo nel determinare fascino e shock è la dimensione preventivamente strutturata della temporalità. Vale a dire l’effetto estemporaneo e diretto – automatico un po’ com’era per il Dalí ribelle – che crea sull’uomo, che diviene fruitore dell’opera.

Una poesia scelta dal volume:

Non ha muri la mia casa

(a Marina Cvetaeva)

Lascia che vada

paesaggio dai fronti deformato,

sia il letto cespuglio

per uccelli dal canto straniero

a me prossimo. Lascia

che a Tarusa sigilli ogni squarcio

e affidi al sambuco le soglie

dove ha pace la voce.

Che al custode consegni

le case vuote, il freddo

di ponti arcani,

la mano mancata dal bene.

Le non confessioni di libertà

sotto vesti logore, lasciale

armarsi di primavera

quando anche il corpo avrà gioia

in una piana

di blu, per confine.

Il poeta e filosofo Dumitru Găleşanu recensisce il libro bilingue “Era d’agosto / Era în august” di Lorenzo Spurio rulla rivista “Banchetul”

Ringrazio il poeta e filosofo Dumitru Găleşanu che sulla rivista letteraria rumena “Banchetul” – Revista fundaţiei Culturale “Ion D. Sîrbu” (Anul VI, nr. 67-68-69, iulie-august-septembrie 2021) ha pubblicato la sua lunga recensione al mio libro di poesia bilingue italo-rumeno “Era d’agosto / Era în august” pubblicato quest’anno da Cronedit di Iasi con poesie tradotte in rumeno da Alexandra Firita, Geo Vasile e Stefan Damian. La pregevole e appassionata recensione di Dumitru Găleşanu, in rumeno, è accompagnata dalla traduzione in italiano – sempre pubblicata in rivista – a cura di Floarena Sima.

“Tra le sbarre incandescenti” di Barbara Colapietro – segnalazione di Lorenzo Spurio

Segnalazione di Lorenzo Spurio

Lo scorso 16 settembre 2021 presso il GRA’ – Cortile di Palazzo Gradari di Pesaro – si è tenuta la presentazione del libro di poesia di Barbara Colapietro, Tra le sbarre incandescenti (Bertoni, Perugia, 2018). L’iniziativa si è svolta grazie al poeta e critico letterario Bruno Mohorovich nelle sue vesti di curatore del marchio editoriale “Poesiaedizioni” all’interno di Bertoni Editore.

Lo stesso Mohorovich così ha scritto nella prefazione che apre il nuovo volume della Colapietro: “Ci sono una situazione e un intento nella [sua] nuova produzione poetica; la prima è esplicitata nel titolo Tra le sbarre incandescenti che rende il senso di una sofferenza, di un ingabbiamento cui è costretta e nella quale, sgomenta, assiste a una crisi civile e morale che la attanaglia e da quelle sbarre lancia il suo urlo di ribellione verso una disagiata società incapace di leggersi. Sbarre di una gabbia, cui si costringe – o si sente costretta – da un mondo ristretto che non le piace, non la accetta quando lei cerca un mondo vero, senza falsità, un mondo uguale per tutti, un mondo più maturo. L’intento, altresì, è chiaro sin dall’esergo, dove ella si rivolge ai “cercatori di verità sepolte”. In linea col suo pensiero proteso ad una spinta solidal-spirituale, in queste sue composizioni dai toni duri e pragmatici, esprime la sua angoscia esistenziale dovuta al vuoto di certezze e valori, andando a sondare un terreno invero ingrato quale la ricerca della verità, in un momento in cui non sembra così politicamente corretto affermare che è possibile cercarla e trovarla”.

Barbara Colapietro, che ha precedentemente dato alle stampe il volume Semplicemente, la mia storia[1] (Bertoni, Perugia, 2018), è intervenuta assieme a Bruno Mohorovich e all’artista pesarese Mara Pianosi (che ha illustrato magistralmente con la sua pittura ad acquarello il nuovo libro e spiegato la genesi di ogni sua creazione), mentre la lettura di poesie scelte è stata affidata alle voci di Chiara Anastasi, Loretta Cecchini e Anna Fumagalli.

Tra le sbarre incandescenti è il suo quarto libro di poesia, opera che lei stessa ha considerato come conclusiva di un ciclo pensato come autobiografico che si è aperto nel 2018. Si ripercorre, così, nella struttura progressiva di vari “capitoli” conseguenti, il viaggio umano ed emozionale dell’autrice-donna in completa immersione nei sentimenti. È uno scandaglio che non risparmia i recessi dell’umanità come quando l’autrice parla o allude a sentimenti amari e di riprovazione, di sdegno e lotta interiore, di sfiducia e vero dolore nei confronti di illiceità e inadeguatezze. C’è, però, anche la sensazione della levità, di un librare pacificato in poesie dove la Nostra si riannoda al presente per mezzo del travaglio della disperazione e con rinata consapevolezza è in grado di percepire la beltà e di rivalutare comportamenti. In questo c’è, come lei stessa ha osservato in una dichiarazione, “l’amore per la verità e non la spada”, sintomo di un ritrovato colloquio con se stessa, di più convinta accettazione e di naturale inserimento e confluenza col mondo che l’attornia.

“Ho rielaborato esperienze vissute sulla mia pelle, miscelate a racconti cinematografici, pagine di poesia e narrativa, testi di grandi cantautori, opere d’arte che hanno lasciato la loro impronta nella mia formazione che mi ha educato al rispetto della vita, nel bene e nel male”, ha sostenuto, riconoscendo il grande lavoro, tanto di ispirazione creativa, di stesura, di raffronto e di collegamento tra branche delle arti diverse, tra codici variegati, nella continua esigenza di dare alla parola il suo vero senso: quello dell’apertura, della mano tesa verso l’altro.

Grazie alla fedeltà cronachistica dell’autrice del libro sullo svolgimento della serata di presentazione del volume, e il suo ricordo, mi piace citare alcuni dei testi che nel corso dell’evento sono stati letti e alcune sue considerazioni sugli stessi.

Dalla prima sezione del libro, “Tragedia a due voci”, è estratta la poesia “Avvertimento” nella quale si legge: “Dolore di esistenze spezzate, / logica perversa / del potere che spegne / la gioia / solo per il macabro gusto / di uccidere / la felicità altrui”. A questi versi fa seguito il riferimento alla figura mitologica di Aracne sulla quale la poetessa così ha rivelato: “questa fanciulla, trasformata in ragno per un capriccio di Atena, ripercorre la sua trama che ha imbrigliato la storia dell’umanità, arrivando a togliere l’aria anche a una semplice bolla di speranza in un campo di concentramento (non solo nazista) con reti elettrificate per dissuadere i prigionieri da ogni tentativo di evasione… col pensiero”. È seguita la lettura della drammatica poesia “Senza parole” dedicata alla ecatombe di disperati sui barconi (“bar[e] galleggiant[i]” come le chiama lei) nelle acque del Mediterraneo: “In ogni menzogna dell’Occidente / si perpetra l’ignominia. // La veridicità dell’orrore / sgretola l’illusione”.

La lunga poesia (che dà il titolo a questa prima sezione del libro), “Tragedia a due voci”, ha la forma di un dialogo impressionante e sadico che trova compimento in una chiusa se non del tutto risolutiva senz’altro tesa a pacificare la dannazione e il delirio, elemento costitutivo dell’intera lirica: “Il carnefice vestito di porpora esulta: / il blasfemo è in cenere”. Per meglio poter comprendere il testo, il commento dell’autrice risulta non solo utile ma ampiamente godibile nel suggerirci il tracciato genetico dei versi stessi. Così la Colapietro ha rivelato: “In questa poesia, nata visitando Campo de’ Fiori, sono entrata nella memoria del fuoco, testimone dell’esecuzione sul rogo di Giordano Bruno il 17 febbraio 1600.  La mente che si dissolve ripercorre la rabbia di Dante Alighieri esule, l’Apocalisse di Giovanni, i martiri cristiani-donne uccisi per la loro fede dopo torture inimmaginabili descritte nella Legenda Aurea, fino alla dissoluzione di ogni pensiero che restituisce la lucidità spirituale al condannato a morte per blasfemia. Il cuore, invece, è quello di Jeanne d’Arc [ovvero Giovanna D’Arco nota come “Pulzella d’Orleans”] che brucia in un passaggio sul rogo il 30 maggio 1431, questo spazio-temporale diverso da quello del condannato a morte a Roma, diventa preghiera che rafforza lo spirito”.

Dalla seconda parte, “Radiazioni”, la poetessa ha estratto (oltre a “Incandescenza d’amore”) la brevissima poesia “Il cuore” che ha ispirato una delle tavole ad acquarello di Mara Pianosi presenti nel volume. “Il cuore è estremamente fisico e libera un diamante simbolo di trasparenza e un bucaneve simbolo di purezza”, ha rivelato la poetessa. Di questa sezione sono anche le poesie “La gabbia della farfalla” il cui incipit recita: “Impressa sul marmo pregiato / da un grande artista, / tatuaggio indelebile”, scritta sull’onda della suggestione provata dalla poetessa dinanzi a un celebre gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini su motivo delle “Metamorfosi” di Ovidio.

Della terza e ultima sezione (“Su un disco di cera”) la poetessa ci ha fornito le letture e le riflessioni sulle poesie “Sguardi”, “Bianco e nero” e “Tessitrice di passioni”; con quest’ultimo testo poetico, molto garbato e dal tono lieve, pare davvero di poter scorgere l’apice di espressività della Nostra, la tensione elevata che protende verso le nervature di un’anima rabdomantica, che scruta, cerca il suo percorso, si dilegua e riflette sulle emozioni personali e comuni, sui fatti del mondo, sulle vicende esemplari di un dettato che ci fa uomini, ma anche fratelli e sorelle, in una connubio di rispetto e riscontro fattivo, d’incontro e condivisione d’intenti: “Le tue mani / vibranti d’amore / intrecciano i fili”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 29/09/2021

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare da testo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.


[1] La mia recensione a questa sua precedente opera è disponibile cliccando qui.

“Sfinge di pietra / A stone sphinx” di Claudia Piccinno. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La frenetica e instancabile attività di traduttrice di testi poetici di vari autori di Claudia Piccinno (nata a Lecce nel 1970, residente da molti anni nel Bolognese) non poteva non contemplare anche una sua opera tradotta in lingua straniera. È il caso del volume Sfinge di pietra / A stone of sphinx che, per i tipi de Il Cuscino di stelle di Pereto (AQ), è stata pubblica nel 2020.

Il motivo della sfinge, a cui si allude già in apertura, nel titolo, è assai pregnante e significativo a intendere un possibile percorso di filosofia, e di accettazione della vita, che vede nell’arbitrarietà come pure nella inesorabilità degli eventi i dettami principali. Oltretutto essa compariva già nel titolo di una precedente pubblicazione, La sfinge e il pierrot (Aletti, 2011). Il noto indovinello della sfinge, pur nella sua plateale semplicità e nell’irrevocabile confluenza alla necessità di un senso di concretezza e razionalità, è ben capace di evidenziare la tendenza rabdomantica e di perlustrazione dell’uomo – di qualsiasi età – nel cercare di rasentare la verità delle cose, dal momento che essa spesso non è contenuta e sigillata, quanto appunto, diffusa e priva di limiti di sorta.

Ecco, sapientemente anche Dante Maffia – puntuale e costante chiosatore delle opere di Piccinno – che sigla la breve nota di prefazione, è dell’avviso che tale opera della salentina Piccinno vada nella direzione di un approfondimento – o per lo meno di una ricerca del senso – delle vicende umane per mezzo delle sue manifestazioni, occorrenze e avvenimenti. Questo viene fatto mediante percorsi che sembrano diversi ma che, in realtà, sono paralleli, quando non addirittura contermini o confluenti in un’unica via. La Piccinno, infatti, produce una poesia tendenzialmente piana e glabra, priva di forme ridondanti od orpelli di maniera, per giungere con precisione e nettezza al mallo delle questioni che intende trattare.

Sono poesie di sentimenti (Francesca Ribacchi nella postfazione parla, a ragione, di trascrizione delle “motilità dell’animo”, 132), ma anche di riflessioni e delusioni, di ripensamenti e gioie, nutrite da un alto impegno attivo in quanto a essere umano nei termini di pietas, compartecipazione, solidarietà e propria partecipazione umana. Sebbene il tema della sfinge attiri a sé l’idea di qualcosa di misterico ed enigmatico, di non facilmente indagabile, avvolto da brume e da incomprensioni, Maffia evidenzia come “nel suo enigmatico sorriso, […] dolore e gioia alla fine sono necessari per comprendere la vita nel suo intersecarsi con il cielo e con il mistero” (5).

Alcuni versi tratti dall’opera risultano imprescindibili per un avvicinamento all’arte poetica della Nostra; citiamo direttamente in lingua originale, rimarcando il fatto che l’opera è bilingue e che, dunque, ai testi in italiano si associano, “a specchio”, le relative traduzioni in lingua inglese curate dalla stessa Autrice.

In “Sfinge di pietra”, componimento che fa da preludio e apri-pista all’intera “narrazione” in versi, nell’explicit è possibile leggere: “Piovono parole nuove / senza alcun senso, / a dare misura di questo vuoto / che parla sospeso / in attesa di un verso” (16).

Nella ricorrenza dei settecento anni dalla morte del Bardo toscano, Dante Alighieri, risulta impossibile non fare riferimento alla lirica dedicata all’autore della Vita Nova dove la Nostra così si rapporta all’immortale cantore dell’umana specie: “Tu esule per scelta, / che dell’esilio ne facesti un vanto / trovasti nello scibile un facile alleato / ignorando per certo / che della poesia italiana / il padre / saresti diventato” (24). Un omaggio modesto ma elegante, privo di encomiastica melensa – e per fortuna – che troppo frequentemente assistiamo in epicedi, elogi o in poetiche intenzionate a innalzare personaggi già di per sé ben noti.

Scorrendo i versi ci rendiamo conto che essi contengono in maniera così ampia e fruttuosa le varie questioni del diorama esistenziale dell’uomo: tra pause e riflessioni, sentimenti pacificati e inquietudini: “Il tempo è trascorso invano, / nulla è cambiato” (in “Rassegnazione a km 0”, 28); “salutare chi ha intrapreso / un viaggio senza ritorno / […] / devo ignorare la paura / se voglio restare” (in Bianco vessillo”, 32). Quello della paura è un tema che, esperito in varie forme, ritorna nel corso della silloge: “Mi sono persa dietro la paura, / […] / Nulla mi ha condotto / al traguardo, / nessuno mi ha preso / per mano” (in “Mi sono persa dietro la paura”, 36); “La mia paura a reiterare atti di fiducia, / a interloquire coi silenzi di un tormento / antico, preesistente a questo noi in forse” (in “Imparerò la pazienza”, 64). Eppure, a contrastare il buio, ci sono anche convinzioni che si uniscono a esigenze proprie della vita: “Sono nei libri che ho letto / e nei versi che ho scritto, / […]/ Sarò altrove ad osservare schegge / di libertà negata / scansandone gli spigoli taglienti” (in “Sono vetro”, 44). Tale percorso non può avvenire in maniera compiuta se non dopo una meditazione attenta e una perlustrazione vagliata dai moniti emotivi che dettano scelte e motivano atteggiamenti nel contesto sociale: “prodiga di perdono / per non restare legata / al rancore” (in “Le parole che cercavo”, 42); “Io credo ai segni, / […] / ho visto credi sgretolarsi / dentro dogmi perfetti” (in “In fase di imbarco”, 56).

L’opera della Piccinno s’iscrive in un luminoso e ampio tracciato di pubblicazioni poetiche che ne hanno contraddistinto, nel tempo, la particolare voce nello scenario contemporaneo, complici considerazioni critiche di elevata levatura che ne hanno sottolineato lo spessore nonché il grande impegno quale promotrice culturale. La poetessa, residente in provincia di Bologna, ha precedentemente dato alle stampe La sfinge e il pierrot (Aletti, 2011), Potando l’euforbia (Rupe Mutevole, 2012), Il soffitto, cortometraggi d’altrove (La Lettera Scarlatta, 2013; in versione anche tradotta in inglese, pubblicata nel 2014); Tabahnha (2014), Ragnatele cremisi (La Lettera Scarlatta, 2015). Recentemente Armando Iadeluca ha raccolto una cospicua quantità di testi critici scritti da poeti, giornalisti, critici e artisti in genere sulla produzione letteraria della Nostra, confluiti nel volume In ordine sparso (Il cuscino di stelle, 2020) di cui, cliccando qui, è disponibile una mia recensione.

In Sfinge di pietra / A stone sphinx i temi della storia collettiva, dell’esigenza del ricordo, delle battaglie civili – ben presente in altri volumi della Nostra – si ritrova anche qui nelle forme di alcuni accenni a vicende geopolitiche nostrane e internazionali che, in maniera impellente, ci chiamano a ricordare, riflettere, argomentare nei limiti di una razionalità che spesso è inefficace a descrivere vicende abnormi e per lo più inarginabili: “è la memoria la pietra miliare / di questa esistenza, / il prima e il dopo / del proprio ponte Morandi” (in “Il ticchettio dell’abitudine”, 60); “fermiamo il potere schiavo delle leggi / economiche; / fermiamo chi alimenta i pregiudizi / per evitare le sinergie dal basso” (80). Sebbene l’urlo di condanna sulla degenerazione umana e la costernazione appaiono in forma velata e non palese o gridata, il messaggio rimane ugualmente chiaro: è impegno dell’uomo costruire la concordia collettiva. Non si può sempre attendere un gesto da parte dell’altro.

LORENZO SPURIO

Jesi, 11/07/2021

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare da testo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.

“La ragazza di via Meridionale”: esce il saggio di L. Spurio sulla poesia di Anna Santoliquido

È uscito poche settimane fa, per i tipi di Nemapress Edizioni di Roma, il volume saggistico dal titolo “La ragazza di via Meridionale”, opera del critico letterario marchigiano Lorenzo Spurio interamente dedicata all’attività poetica della poetessa, scrittrice e saggista Anna Santoliquido.

L’opera si apre con un contributo critico del professore Vincenzo Guarracino posizionato quale prefazione, testo che apre e anticipa ai tanti argomenti trattati nel corso del libro. Il volume, che porta quale sottotitolo “Percorsi critici sulla poesia di Anna Santoliquido”, è nato ed è stato sviluppato nel corso del 2020, a continuo contatto con la stessa autrice destinataria delle pagine del saggio, spiega l’autore.

Ad arricchire ulteriormente l’opera, organizzata in vari capitoli dove risalta, per ricchezza di contenuti l’intervista condotta da Spurio all’Autrice, è la postfazione del critico Neria De Giovanni, presente nel triplice ruolo di responsabile di Nemparess Edizioni, Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari e di amica della Santoliquido. Pregevole l’immagine di copertina, opera del noto pittore serbo Zoran Ignjatović, attentamente scelta dalla Santoliquido che, nell’est Europa – come ricorda Spurio nel corso del saggio – è molto stimata, conosciuta, letta e tradotta.

L’idea del volume – come spiegato da Spurio nell’introduzione – è nata nel corso di un approfondimento sull’opera della Santoliquido iniziato qualche anno fa e che ha portato nel 2019 ad attribuirle il prestigioso Premio alla Carriera in seno al Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi. Competizione di prestigio che annualmente celebra la poesia e che ha visto, negli anni, premiati autori di spicco dello scenario letterario nostrano tra cui Dante Maffia, Donatella Bisutti, Marcia Theophilo e Matteo Bonsante.

Nel volume ben viene posto in evidenza il lungo, saldo e apprezzato percorso poetico pluridecennale di Anna Santoliquido, lucana di nascita, barese di adozione, ideatrice del Movimento Internazionale “Donne e Poesia” che negli anni ha prodotto un’attività di promozione culturale e di solidarizzazione assai importante, finanche convegnistica ed editoriale, in tutta Italia.

Ulteriori contributi che arricchiscono il volume non venendo mai meno all’unitarietà dell’opera sono alcune liriche della Santoliquido proposte in versione latina, tradotte dal professore Orazio Antonio Bologna e un contributo del critico romano Cinzia Baldazzi sull’opera della Santoliquido “Una vita in versi. Trentasette volte Anna Santoliquido” da lei presentato tempo fa nella Capitale.

Anna Santoliquido dal 1981 ha pubblicato ventuno raccolte di poesia un volume di racconti e ha curato diverse antologie. È autrice dell’opera teatrale “Il Battista”, rappresentata nel 1999.  Le sue poesie sono state tradotte in ventitré lingue. È presente in numerose riviste, saggi critici e antologie nazionali e straniere. Ha conseguito numerosi riconoscimenti letterari nazionali e internazionali. Nel 2017 le è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dall’Università Pontificia Salesiana di Roma. Numerose sono le pubblicazioni critiche sulla sua attività poetica tra cui: “Anima mundi. La scrittura di Anna Santoliquido” (2017) e “Una vita in versi – Trentasette volte Anna Santoliquido” (2018) entrambe a cura di Francesca Amendola. Ad esse va ad aggiungersi, ora, il ricco e articolato volume di Lorenzo Spurio.

“Nell’abisso del risveglio” di Riccardo Carli Ballola. Prefazione di Lorenzo Spurio

Prefazione di Lorenzo Spurio

Tra le circostanze che spingono un autore a scrivere (e a pubblicare) un volume di liriche e gli esiti concreti di quelle stesse opere da sempre si staglia un universo, indagabile in più direzioni, di possibilità e letture. Questo perché, come la critica più recente ha – secondo il mio parere – giustamente fomentato, il messaggio che si estrae da un’opera, nell’analisi di temi, stili, idee e accostamenti alla materia reale, non è un dato di fatto, intrinsecamente valido e di per sé indipendente da ciò che il lettore – attento, s’intende – è in grado di scavare tra le parole per far venire in superficie. Queste considerazioni appaiono ancor più vere se ci si approssima alla lettura della nuova raccolta poetica del ferrarese Riccardo Carli Ballola, che si compone di quaranta testi e il cui titolo è già di per sé significativo: Nell’abisso del risveglio. Ci troviamo dinanzi a una delle polarità che all’interno della raccolta fuoriescono in maniera continua e sorgiva, tra opposti evidenti, ossimori, contrasti netti, immagini antitetiche, antipodali. Tutto questo aiuta di per sé a far riflettere e ad interrogarsi.

L’interrogazione, che non è fine a se stessa e non vuole essere una ricerca pratica e veloce di una soluzione ai problemi intestini che ci riguardano e ci affliggono, tanto nel privato che nel senso collettivo d’appartenenza, ha a che vedere con un atteggiamento votato alla perlustrazione emotiva, alla meditazione, ad ambiti di raccoglimento e approfondimento. Spesso tali condizioni, appaiate all’animo melanconico e tormentato del poeta hanno fatto di lui un essere votato al pessimismo, in perenne lotta interiore, dominato da uno spirito crepuscolare quando non propriamente lamentoso e piagnucolante. Eppure, come nell’opera di Carli Ballola, ben risalta l’importanza della riflessione, spesso un duello interiore che ritorna, appare sopito, si riaccende, alla ricerca più di una rassicurazione e un conforto che non di una risposta netta. Sembra di rendersi conto di questo in versi quali “porgo un sacco di domande”, “sono qui / a chiedermi se è tutto vero”, “[sono] a chiedermi che faccio nel polverone”. Riferimenti a un colloquiare intenso e mai domo con se stesso, nella condizione spoliante di un “assurdo[1] presente” e di presenze fumose, recondite immagini che riappaiono o che, al contrario, si ricercano con foga, quelle “ombre come me” di cui parla l’Autore.

Pur con la meticolosa attenzione che il riferimento a scuole e tendenze sempre necessita si potrebbe dire che la poetica del Nostro si colloca in uno spazio intermedio tra realtà e incoscienza, tra empirismo della realtà e misticismo del non conosciuto. Non mancano, anche in questo caso, ambiti che rilevano una dualità di tipo manicheo, un confronto serrato tra antitesi che il Nostro ricalca, sperimenta, offre a tutti noi lettori. Sarebbe di per sé sufficiente per asserire questo se ci fermassimo alle liriche d’apertura del volume. La primissima poesia “Giorni beati” si trova “a specchio” (altro motivo e tema assai cruciale nel corso della “narrazione” poematica) con la poesia “Nel buio”. La dualità luce/oscurità che potrebbe in effetti addirsi alla dualità giorno/notte si esplica, come in un controcanto, anche attraverso alcuni dei versi che le compongono. Ne “Giorni beati”, infatti, l’Autore parla di “giorni splendidi” mentre in “Nel buio” si trasmette con vividezza un’atmosfera di sospensione e di cupezza: “il buio pesto/diventa sole” in un imprevedibile smacco, un’invettiva quasi violenta che, in verità, non è che forma della realtà, qui resa in chiave drammatica proprio per un’anomala quanto efficace accelerazione di tempi.

Il mondo degli opposti è sempre foriero d’implicazioni altre e dà, tanto per lo scrivente che per il lettore che si appropria del testo, la possibilità per meglio riflettere tanto sugli accadimenti irrefrenabili della natura quanto sulle ricorrenze emozionali del singolo. Alcuni altri esempi sembrano a questo punto necessari: “pieni di vuoto”; “nella quiete e nel fragore”; “giorni lunghi, giorni brevi”; “buio di sempre […] / buio di oggi”; “il mio tutto e il mio niente”; “notte, giorni confusi”; “uguali-sempre diversi”; “belli-brutti”. Le immagini che man mano si dispiegano nel corso della lettura delle varie liriche sono quelle del tempo e del suo frenetico passare, della necessità di recuperare i ricordi, il dissidio interiore, la labilità (il Nostro, senza remore alcuna, parla di “tanti anni di follia interiore”), il senso di spaesamento, il fascino verso le fasi cicliche del giorno, l’idea pressante del buio e del tormento, la mancanza e l’abbandono, finanche, seppur in minima parte, la lamentazione (“un breve tempo / […] / sfocia nel pianto”).

Particolare attenzione va posta alla poesia “Ti cerco nel cielo” dove, in questo addolorato tentativo di un dialogo con un’alterità ormai non più carne, il Poeta annota: “cerco te, / che sei sparito dal mondo di luce / un giorno qualsiasi”. Qui si raggrumano il lutto, il dolore e la malinconia, l’assenza straziante, la mancanza di un contatto, la sofferenza continua. Ci sono anche le mani tentacolari di un gelo che agguanta, negli interstizi della solitudine e in un clima di silenzio mentre il tempo incalza e anche le relazioni sembrano stemperarsi o diventare difficili (di “corrispondenze non corrisposte” parla nella poesia “Perché tutto vada come deve”). Se gli attimi si dileguano velocemente è anche vero che il Nostro non fornisce un’idea di un tempo spavaldo che sacrifica l’uomo, quanto piuttosto l’idea di un tempo ripetitivo in quanto stagnante, monotono, sicuro del suo succedere, reiterato fino al parossismo della banalità: “sento il peso dell’attimo”, scrive in “Prima del sonno”.

La poesia di Carli Ballola, si è già detto, rasenta il dilemma e intende proiettarsi sin verso l’ignoto, si alimenta di abissi e incertezze, si colloca tra spettri di luce e coni d’ombra, tra un buio folle e totale e squarci di luce “sulle rive del nulla”, soggiace in un tempo che scorre eppure s’allunga imperterrito; le ricorrenze di parole quali “cielo”, “vento” e “pioggia” addensano ancor più l’ambientazione e i contorni già di per sé umoralmente foschi.

Eppure c’è dell’altro: la capacità di sapersi rialzare, di attendere la luce del nuovo giorno, il risveglio luminoso che fa seguito a una notte di incertezze, asperità, ombre sul muro. È lui stesso nella poesia “Nel buio” a scrivere: “lotto con le tenebre / per poterci riuscire”; idea, questa, che si ritrova in vari altri componimenti dai quali è bene citare: “ogni giorno rinasco, sperando / in un vero risveglio / che mi trascini via / per mano / dall’abisso quotidiano” (dalla poesia “Nell’abisso”, che, a mio vedere, è senz’altro una delle più pregevoli dell’intera raccolta). Questa trasmutazione che avviene nella luce (“ombre e luci che divento, / che sono”) non è che una rinata consapevolezza, un vero e proprio “risveglio”, la rinascita dalle “ore buie”, momento catartico che fomenta l’energia nell’Autore e che lo conduce a vivere la sua condizione di ente cogitante, di domandarsi, riflettere, di saper cogliere il vero e anche l’alone del vero, di affrontare ombre, dileguare spauracchi, tornare a sperare con una nutrita resilienza che lo fa uomo: “Dalle nuvole osservo i gradi della salita / e affogo pensieri ultraterreni”. L’Autore ben sa che la risalita è possibile, è necessario crederci e affidarsi alle proprie ragionevoli idee; sa anche, però, che essa è una conquista che si dilaziona nel tempo, che avviene per “gradi”. Un percorso verso la vetta che è possibile senz’altro, in cui si deve credere, per avanzare in ascesa ed evitare capitomboli tra ombre e abissi profondi.

LORENZO SPURIO

Jesi, 10/01/2021


[1] La definizione di “assurdo” con le sue varie derivazioni si ritrova spesso nel corso del volume. Si riportano a continuazione alcuni esempi: “assurde tracce senza memoria”, “cieli di assurdità”.

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare da testo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.

“Amori impossibili tra arte, storia, mito e letteratura”: è uscito il n°33 della rivista “Euterpe”

Siamo felici di comunicarLe dell’uscita del n°33 della rivista di poesia e critica letteraria «Euterpe» che proponeva quale tema di riferimento “Amori impossibili tra arte, storia, mito e letteratura”.Nella rivista sono presenti testi di (in ordine alfabetico): ABENANTE Carla, ABRUZZESE Andrea, APOSTOLOU Apostolos, BARTOLUCCI Maria, BELLANCA Adriana, BELLINI Eleonora, BIANCHI MIAN Valeria, BIOLCATI Cristina, BONANNI Lucia, BORDONI Michele, BUFFONI Franco, CAFFIERO Patrizia, CALABRÒ Corrado, CAMELLINI Sergio, CARMINA Luigi Pio, CARRABBA Maria Pompea, CASUSCELLI Francesco, CATANZARO Francesco Paolo, CHIARELLO Rosa Maria, CHIRICOSTA Rosa, CONCARDI Enzo, CORIGLIANO Maddalena, CORONA Antonio, CURZI Valtero, DEFELICE Domenico, DE FELICE Sandra, DE ROSA Mario, DI SORA Amedeo, ENNA Graziella, FERRERI TIBERIO Tina, FERRI Mita, FILECCIA Giovanna, FINOCCHIARO Johanna, FUSCO Loretta, GAGLIARDI Filomena, LANIA Cristina, LE PIANE Fausta Genziana, LUZZIO Francesca, MANNA CLEMENTI Anna, MARCUCCIO Emanuele, MARTILLOTTO Francesco, MARTONE John, MIRABILE Salvatore, MORETTI Vito, NARDIN Donatella, NAZZARO Antonio, NOVELLI Flavia, OLDANI Guido, PACI Gabriella, PASERO Dario, PAVANELLO Lenny, PECORA Elio, PELLEGRINI Stefania, PIERANDREI Patrizia, QUINTAVALLA Maria Pia, RAGGI Luciana, RICCIALDELLI Simona, RIZZO Jonathan, SABATO Adriana, SANTONI Enrica, SICA Gabriella, SIVIERO Antonietta, SPURIO Lorenzo, STANZIONE Rita, STEFANONI Gian Piero, TAGLIATI Franco, TASSONE Rocco Giuseppe, TERESI Giovanni, TOMMARELLO Laura, VARGIU Laura, VESCHI Michele, ZANARELLA Michela, ZINNA Lucio.

Di particolare interesse è la sezione saggistica / critica letteraria del presente volume che si compone dei seguenti contributi:

ARTICOLI                                                                                                                                   

“Didone nel libro dell’Eneide: preparazione e costruzione di una tragedia” (Filomena Gagliardi)

“Il Re burla”; “Limiti 3X2” (Michele Veschi)

“Domani è un altro giorno: riflessioni su Via col vento di M. Mitchell” (Lenny Pavanello)

“Beatrice, amore tra mito, realtà e leggenda” (Sergio Camellini)

“Ettore e Andromaca: l’addio” (Tina Ferreri Tiberio)

“Mala Zimtebaum ed Edek Galinski: un amore ad Auschwitz” (Antonietta Siviero)

“La possibilità dell’impossibilità di un sentimento amoroso” (Valtero Curzi)

“Un viaggio chiamato amore”; “Noi ci diciamo cose oscure” (Loretta Fusco)

SAGGI                                                                                                                                           

“La barca dell’amore s’è spezzata…” (Amedeo Di Sora)

“Il fascino dell’alba per un incontro storico memorabile: Cartesio e Cristina di Svezia” (Anna Manna Clementi)                                                                                             

“Il simbolo e la metafora fra mitologia, arte, poesia e letteratura” (Apostolou Apostolos)            

“L’amore impossibile di Solange de Bressieux” (Domenico Defelice)

“Honoré de Balzac e Madame Hanska” (Fausta Genziana Le Piane)

“Gli amori “infelici di fine” nella Gerusalemme Liberata” (Francesco Martillotto)

“Gli amori impossibili nella Gerusalemme Liberata tra opposizioni e devianza” (Graziella Enna)

“Giselda Fojanesi e la sua avventura siciliana” (Lucio Zinna)

“Quando i legami familiari sono d’impedimento alle relazioni amorose: Le nostre anime di notte di Kent Haruf” (Lucia Bonanni)

Segnaliamo altresì il lungo saggio di Lorenzo Spurio sul poeta, saggista e critico letterario Vito Moretti (1949-2019) al quale è dedicato il numero e del quale è presente una ricca scelta di testi della sua ampia carriera letteraria; un’intervista a cura di Michele Bordoni alla poetessa e scrittrice Donatella Bisutti e un intervento di Lorenzo Spurio sulla “Poesia Sculturata”, creazione della poetessa siciliana Giovanna Fileccia, con in appendice un’intervista all’artista.

Troverà il nuovo numero della rivista allegato in formato PDF; la stessa può essere scaricata collegandosi al nostro sito, cliccando qui.

A continuazione, invece, può essere letta/scaricata in vari altri formati:

Visualizzazione in ISSUU/Digital Publishing adatta per smartphone e tablet

Ebook: Azw3 per Kindle – Mobi – Epub

Prima di salutarvi e di augurarvi buona lettura, ci teniamo a segnalare alcune notizie che reputiamo utili e interessanti correlate all’attività della nostra rivista:

RIVISTA EUTERPE 2011-2021: negli scorsi mesi, dato il decennale dell’attività della rivista di poesia e critica letteraria «Euterpe» abbiamo pubblicato un volume-archivio che raccoglie, oltre alla storia della stessa (come è nata, si è sviluppata, i suoi progetti, etc.), la configurazione delle rubriche nel tempo e della composizione della Redazione, tutti gli editoriali e l’archivio completo, in ordine alfabetico, che contempla tutti gli autori che hanno scritto sulla rivista con riferimenti al numero e all’annualità. L’opera, curata dal direttore della rivista Lorenzo Spurio, è prefata dal poeta e critico letterario Antonio Spagnuolo e si chiude con una postfazione del poeta prof. Nazario Pardini. All’interno di questo numero della rivista è presente, nella sezione “Recensioni” un breve comunicato stampa del volume. Per chi fosse interessato a richiederlo si consiglia di scrivere a rivistaeuterpe@gmail.com per ricevere tutte le informazioni.

VOLUME MONOGRAFICO “STILE EUTERPE” VOL. 6 – Dopo i precedenti volumi monografici dedicati rispettivamente a Gianni Rodari (curato dal prof. Francesco Martillotto) e ad Oriana Fallaci (curato da Lucia Bonanni) contenenti poesie, racconti, saggi, recensioni e altri contributi del progetto “Stile Euterpe” volto, di volta in volta, a rileggere, approfondire, studiare un intellettuale del panorama letterario italiano, è stato proposto a tutti i collaboratori presenti e passati della rivista, con un sistema di partecipazione attiva e ad evidenza pubblica, un sondaggio per la scelta del nome dell’autore al quale dedicare il prossimo volume tematico. I nominativi proposti sono fuoriusciti da una prima scelta operata dalla Redazione della Rivista. Per poter esprimere le proprie preferenze è stato creato un sondaggio all’interno di un gruppo chiuso di Facebook. Il Consiglio per chi è già iscritto a Facebook e intende partecipare è il seguente: chiedere iscrizione al Gruppo (https://www.facebook.com/groups/777388299073155) e, una volta ricevuta l’accettazione, dirigersi al sondaggio che appare nella parte alta della pagina o cliccare direttamente qui:  https://m.facebook.com/questions.php?question_id=2671592796319353

Si possono esprimere un massimo di tre scelte e non di più.

Per coloro che, invece, non posseggono Facebook o non riescono a esprimere la propria scelta online, chiediamo la gentilezza di scaricare e compilare il modulo al seguente link: https://drive.google.com/file/d/1A4WR63NoqbIzZwivmyHPTXRQzu7gOxAL/view?usp=sharing e di farlo avere compilato in ogni sua parte, firmato e scansionato alla mail ass.culturale.euterpe@gmail.com entro il 30/09/2021, data nella quale il sondaggio verrà chiuso.

I voti ricevuti mediante compilazione del suddetto modello verranno computati agli altri espressi sul sondaggio online.

* * *

Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “Desiderio di evasione, vagabondaggio ed erranza: suggestioni, simbolismi e messaggi”. Ricordiamo, altresì, che il tema è da intendere quale consiglio di una possibile proposta da presentare e che non è strettamente vincolante.

I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 19 settembre 2021 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista (leggere qui prima di inviae contributi: https://associazioneeuterpe.com/norme-redazionali/)

È possibile seguire il bando di selezione al prossimo numero anche mediante Facebook, collegandosi al link: https://www.facebook.com/events/597851327769239

“I versi e le parole” di Giuseppe Pappalardo, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di GABRIELLA MAGGIO

La vita umana è breve e fuggitiva dice Giuseppe Pappalardo in questa sua recentissima opera I versi e le parole, edita da Edizioni Thule di Palermo. Versi raffinati, ricchi di echi della tradizione latina e italiana, Orazio (Eheu  fugaces , Postume, Postume,/labuntur anni- Odi II,14) e Petrarca (La vita fugge e non s’arresta un’ora, Canzoniere, CCLXXII) fra tutti. Ma anche denso di altre risonanze come quella della lunga tradizione poetica intorno alla rosa, rielaborata da Pappalardo in simbolo della caducità di ogni cosa umana (Schiusa si è / da qualche settimana, presto sarà dei petali spogliata…è l’inclemente legge primordiale / che spegne le illusioni degli umani, / è la crudele vita e dolorosa).

L’usuale registro dialettale che sino ad oggi ha connotato la produzione poetica di Giuseppe  Pappalardo cede in questa raccolta  all’uso  della lingua italiana, quella della tradizione poetica fatta di endecasillabi e settenari. Il poeta esprime nel mutato linguaggio la volontà d’innalzare il canto dall’intimo colloquio dei sentimenti privati a quello più universale e impegnativo che aspira a fare il bilancio di una vita e di tutte le vite umane nello stesso tempo.

Accanto ai temi propriamente lirici si affiancano quello della natura, come sfondo e paesaggio che suscita la poesia e della religione che acquieta e dà speranza, anche se il poeta teme l’orrendo vuoto del silenzio di Dio. I versi e le parole contengono tanta nostalgia della giovinezza trascorsa, della pienezza della vita che nel tempo si perde: Scrivimi, amore dolce, quando canti/ ed accompagni la tua voce al piano, / lega la busta all’ala di un gabbiano / che voli tra le nuvole e i rimpianti….Libererò il cuore prigioniero / dai miei silenzi vuoti di poesia; / risponderò, struggente nostalgia, / e il vento sarà  il nostro messaggero. Ma accanto alla nostalgia c’è una punta di speranza: Apparirà l’azzurro / dopo l’arcobaleno. / Tornerà la ghiandaia / e nel cuore il sereno. E nel cuore sereno rinasce la poesia consolatrice anche nel momento del commiato dalla vita che il poeta sente avvicinarsi: Mi hai fatto compagnia / nell’angusta prigione della vita, / hai messo l’ali della fantasia / all’anima che si era ammutolita… Indugia Giuseppe Pappalardo sulla poesia in apertura e in chiusura della raccolta. Sia I versi e le parole, da cui il titolo, sia Alla poesia, testo conclusivo della prima sezione, rivelano la centralità della riflessione sul poetare, ragione di vita, canto, melodia che precede e cerca la parola che vi si armonizzi. Sincero è il sentimento di Giuseppe Pappalardo e sicuri i suoi mezzi espressivi e stilistici anche nella seconda parte della raccolta Versi brevi che ha un marcato accento gnomico, nato dall’esperienza. Non manca anche in questa sezione un accenno alla poesia: È d’oro il Paradiso / e leggiadria di fiori e di candore, / la poesia.  Davvero alma poësis.

 GABRIELLA MAGGIO

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Boghes / Voci” di Stefano Baldinu (poesie nelle lingue sarde), recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La soluzione è in qualche stanza chiusa a chiave

nella tua mente.[1] (95)

La nuova opera poetica di Stefano Baldinu, recentemente uscita, porta il titolo di Boghes / Voci ed è stata pubblicata per i tipi di Puntoacapo di Pasturana (AL). Essa segue una densa attività letteraria di Baldinu che, oltre ad averlo visto vincere numerosi e prestigiosi premi su tutto il territorio nazionale, ha fruttato, in termini di pubblicazioni in volume quattro libri (Sardegna, 2010; Scorci Piemontesi, 2012; Genova per me, 2013 e Le creazioni amorose di un apprendista di bottega, 2017) e altre plaquette ottenute quali “dignità di stampa” in competizioni letterarie vinte. La particolarità di quest’opera, come ben evidenzia il titolo, è quella di raccogliere per la prima volta gran parte della produzione vernacolare in sardo di Baldinu.

La simpatica e avvincente prefazione di Laura Vargiu, altra poetessa sarda di grande interesse, ben assolve alla funzione di “apri pista” di questo corposo volume nel quale subito viene detto della grande varietà – tanto in termini semantici, fonetici e grafici – delle lingue caratteristiche della Sardegna. Baldinu, partendo dall’assunto condivisibile della non familiarità dell’italiano comune con parlate vernacolari così distanti e impermeabili rispetto a quelle dell’Italia peninsulare, ha reputato utile inserire in apertura degli apparati che facilitano il percorso di lettura al fruitore rendendoglielo ben più gradevole e al contempo formativo.

Nelle note tecniche (alle quali rimando per maggior esaustività) elaborate da Baldinu sulla scorta di studi pluriennali oltre che di una vocazione possente mai venuta meno verso il traslato linguistico in altri codici che appartengono alla sua terra ancestrale, si dà di conto dei principali gruppi linguistici o isoglosse che attraversano la favolosa terra dei Quattro mori. Baldinu le rammenta talora come “parlate” tal altra come “macro varianti”; esse sono: il logudorese (della regione del Logudoro e di cui fanno parte il logudorese settentrionale e quello centrale o comune), il campidanese (parlato nella zona centro-meridionale dell’isola, con le sue numerose varianti oristanese, ogliastrino o barbaricino orientale, barbaricino centrale e quello meridionale, il sarrabese, il campidanese occidentale, il cagliaritano e il sulcitano), il turritano o sassarese con la sua variante castellanese; il gallurese (parlato nella zona nord-occidentale noto anche come corso meridionale); l’algherese (una variante del catalano); il tabarchino (parlato in alcune isole minori del Sulcis). Insomma, un caleidoscopio misto di lingue che in molti casi non hanno particolari comunanze e forme similari nei loro dizionari. Baldinu fornisce anche indicazioni su una corretta pronuncia delle varie parole in sardo e poi il volume si apre nella sua forma bipartita e “a specchio” di testo in lingua sarda (in uno dei dialetti menzionati) e la relativa traduzione italiana che per la gran parte dei non autoctoni risulta necessaria, quando non addirittura obbligata.

Le Voci che si dispiegano nel corso del volume sono quelle che Baldinu rievoca nella mente di una memoria familiare e ambientale alla quale è ancora particolarmente legato, ma anche i discorsi della contemporaneità con le sue difficoltà, idiosincrasie, devianze e patologie sociali. Insomma, una raccolta che recupera la tradizione ma che si staglia verso l’attualità dei giorni che ci fa tutti fratelli e che ci impone spesso una riflessione attenta sulla destinazione dell’uomo, sul senso delle scelte, sulla gravità dei comportamenti e l’obbligo di responsabilità.

Il volume si articola in una breve Overture (Abbertura) e quattro sezioni prive di titolo anticipate dalla numerazione romana e da alcuni versi in epigrafe di altrettanti poeti sardi e si chiude col componimento di coda Il senso del nostro silenzio (Su sensu de sa mudesa nosta). Come osservato in una nota a mezzo stampa che ha dato a conoscere il nuovo volume “Tale struttura è stata così creata a immagine di un’opera di musica classica (ne è testimonianza l’indicazione di una overture e di una conclusione) e fornire al lettore un’immagine di struttura polifonica dell’opera rimarcata dall’utilizzo di più registri linguistici”.

Le tematiche investigate nel volume, nelle trentanove composizioni che lo formano, sono variegate ma alcune sembrano identificarsi in maniera molto netta, anche per la loro felice ricorrenza: la tradizione e la famiglia, il passato e la memoria che riaffiora, la nostalgia, ma anche l’attenzione verso il sociale, la precarietà dell’uomo, la vulnerabilità del genere umano indebolito e sopraffatto da patologie pervasive e invalidanti di varia natura, la pietas verso il sentimento collettivo, la volontà di comprensione degli accadimenti, l’introspezione, il colloquio con l’interiorità, la perlustrazione di questioni intestine alla natura transeunte dell’uomo. I limiti e la finitezza, il pensiero della morte, il tema del cambiamento e dell’insicurezza: Baldinu rasenta un’amplissima campionatura di tematiche, simboli e allegorie per mezzo di una poetica puntuale e rigorosa, che non si mostra recalcitrante nei confronti di una semantica parca e raramente inusuale, puntando sempre all’essenzialità delle immagini colte nei curiosi correlativi, nelle concatenazioni immaginifiche di sentimenti e piani emozionali che tessono una fitta trama.

Alcuni versi estratti dalle opere sembrano a questo punto necessari (citerò in lingua italiana e in nota il testo originale in dialetto con indicazione della variante impiegata): in “Dietro ad ogni parola” al termine della prima stanza leggiamo “E il sogno era più una colonna sonora d’attese / da comporre che un respiro di grafite / appena accennato fra le righe dei silenzi[2] (33).

Senz’altro da citare, per la grande forza espressiva e il sentimento di vicinanza dinanzi a una condizione patologica per chi la vive e di difficoltà gestionale per chi attornia la persona è quella dedicata a tutti i ragazzi autistici dove si legge: “È il riso della gente che non sa e coniuga / parole intraducibili a far naufragare / ogni respiro, rompere l’equilibrio sottile / di questo mio sogno di diventare adulto[3] (47). Baldinu in pochi versi parla con garbo dell’indifferenza e del pregiudizio, ma anche della difficoltà d’inclusione, dell’incomprensione del mondo e della vita che, nonostante tutto, va avanti segnata dalle sue sacche di dolore. Si associa a questo atteggiamento, teso a sondare con incisività e grande rispetto la sofferenza di intere famiglie determinata da casi patologici insanabili o degenerativi, anche la lirica “Dentro al silenzio di un altro universo” che, dopo una breve chiosa di Dino Siddi, tratta il tema del morbo d’Alzheimer (“su di un segno incerto a disperdere gli appunti / per un domani e la linea dell’acqua che circumnaviga / il bicchiere sul comodino[4], 83).

In “I crisantemi” l’Autore sembra rapportarsi, nel dialogo introiettivo, con l’alterità poderosa e ineluttabile della morte e nel suo colloquiare tendenzialmente pacificato sembra quasi sopraggiungere a una rassicurazione istintiva: “A volte i morti sono lucciole miti, / piccole galassie nell’universo infinito, / brandelli di brina sui pallidi fiori lunari. // Talvolta i crisantemi sono la voce / della terra e dormono sulle fronti dei morti / come dormono le stelle: / di uno splendido silenzio[5] (55). Tema, questo del trapasso, che viene richiamato anche nella successiva poesia “Gaetana” dove si parla di un abbandono della Terra avvenuto prematuramente: “e intanto la tua ala, in punta di piedi, / era un silenzio che generava altro silenzio, / il pigmento di un girasole adagiato sull’orizzonte / della sua stessa ombra[6] (57).

Com’è tipico di tanta poesia vernacolare anche in Baldinu vi sono molti versi – di chiara rilevanza per l’autore, ricchi di immagini, così intimi e significativi per il suo tracciato umano – che attengono al recupero della memoria familiare, alla trattazione delle vestigia, seppur per pillole, ancestrali del proprio ceppo familiare. È il caso – in particolare – di “Ricordi di nonno” dedicata all’avo Giomaria Baldino noto come “Billa” nella quale l’affettuoso nipote così annota la figura dell’uomo: “il mistero di una vita fra la polvere / e il verderame che ti colorava il vestito come ad un Arlecchino / […] / Il tempo non passava mai come / un cielo capriccioso che non vuole diventare stellato[7] (61-63). Appartengono a questo filone di poesie familiari anche “Sul mare dell’eterno” dedicata allo zio Antonio Baldino inaugurata da una citazione di Vincenzo Pisanu che recita “Quando non ci sarò più, non piangete per me…” ad intendere il percorso dell’uomo andato che va ricordato e non pianto, celebrato lietamente nella memoria e non fatto oggetto di disperazione. C’è poi una poesia che Baldinu ha voluto dedicare all’amato padre (colui che più di tutti gli ha trasmesso l’amore per la sua terra, i suoi costumi e le sue lingue), “Al di là della gioia”, nella quale tenta un confronto serrato, intessuto su un atteggiamento di raffronto e specularità con il genitore: “Da tempo ho bisogno di parlarti, / di precipitarti nell’incavo dell’anima / con l’urgenza di una pagina bianca / da riempire per scoprire quanto tutto di te mi assomiglia[8] (111).

Uno sguardo sul difficile e provato mondo della nostra attualità di certo non poteva mancare in un poeta attento e sensibile come Baldinu e ce ne rendiamo subito conto dinanzi alle liriche (solo per citarne alcune) “A pelo d’acqua” dedicata agli infanti morti in mare in qualche traversata con i loro genitori alla ricerca dell’agognato quanto mendace Eldorado costituito dall’Europa; “L’eternità della sua assenza” riferita, invece, alla condizione dei clochard vittime dell’indifferenza generale e spesso anche di violenza gratuita; il lungo componimento “Il suo non amore mi lascia senza parole” in cui è contenuto un messaggio di sdegno, riprovazione e rifiuto della logica patriarcale, di denuncia alla violenza di genere. Qui, in particolare, leggiamo: “di viola all’angolo dell’occhio / […] / la cicatrice sul ventre, cordone ombelicale / di vita abortito / […] un amore malato // […] Ma come osservare questo viso, la sua inesatta duplicazione che si abbandona / sui vetri / […] / fra le screpolature dei miei occhi / […] i contorni di una vita differente // […] assaporare il frumento di un’altra umanità[9] (147). Baldinu affronta anche il dolore di tante madri accomunate da un unico doloroso destino: quello di dover sopportare per tutta la vita la scomparsa dei propri figli. È il caso delle madri di plaza de Mayo che neppure le alte temperature argentine né l’avanzata età fa risparmiare la loro presenza assidua e convinta, disperata, nel reclamare giustizia dinanzi a una barbarie di dimensioni spaventose: “vanno con gli stessi occhi / di uno stesso cielo, con le stesse rughe di uno stesso sole / incontro allo stesso silenzio, alle parole ripetute / sotto la pioggia incessante. // La loro voce è un mare che squarcia e rovescia / i monti / […] / “Dove sono? Dove li avete lasciati cadere? Dove avete spezzato le loro matite?[10] (73). È un dolore pungente, insondabile, reiterato, continuo, che il tempo non ha silenziato né calcificato, non vi è desiderio di vendetta, né vi sono tentativi di autoannullamento. È un dolore lucido, patente, collettivo, accorato. È un dolore sempre attuale e presente, inallontanabile, una sofferenza sovrumana, di una rescissione violenta di una parte dei loro stessi corpi. È un dolore di madre.

Stefano Baldinu, autore del libro

Il libro di Baldinu si presta doppiamente come strumento utile per il possibile fruitore: oltre alla preziosità delle sue liriche, contenenti pensieri, divagazioni, visioni ed esperienze che così esterna a noi tutti, un fittissimo campionario di versi meticolosamente scelti da numerosi poeti della terra di Sardegna, richiamati e citati sia in esergo che in apertura a particolari liriche, rimembrati per la loro opera e lì posti in bella vista, come in un tabernacolo che conserva qualcosa pregiato. Sono frasi nelle quali Baldinu ritrova il senso delle cose, il possibile tracciato dove iscrivere le sue liriche, annodando analogie e richiami tra poeti che risultano curiosi e particolarmente fertili. Ed è così che Boghes / Voci finisce per contemplare, seppur in versione ridotta, anche una minima antologia della poesia sarda contemporanea. Sfilano così tanti nomi (forse poco conosciuti o che poco richiamano ai più) ma che Baldinu ci offre per una riscoperta, studio e un maggiore trattazione. Reputo, pertanto, richiamarne almeno i nomi affinché l’individuazione dei percorsi bio-bibliografici degli stessi, dopo un’eventuale opportuna ricerca, possano consentire approfondimenti utili forieri di scoperte che s’intuisce saranno significative. Li riporto secondo l’ordine cronologico di nascita: Giovanni Camboni (Pattada, 1917 – 1991, dialettale nella variante logudorese), Dino Siddi (Sassari, 1918-2020, dialettale nella variante sassarese), Giulio Cossu (Tempio, 1920-2007, dialettale nella variante gallurese), Aldo Salis (Sassari, 1925, dialettale nella variante sassarese), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925, dialettale nella variante campidanese), Ignazio Delogu (Alghero, 1928 – Bari, 2011, dialettale nella variante catalana di Alghero), Giovanni Fiori (Ittiri, 1935, dialettale nella variante sassarese), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936, dialettale nella variante campidanese), Antonio Coronzu (Alghero, 1944, dialettale nella variante catalana di Alghero), Enzo Sogos (Alghero, 1958, dialettale nella variante catalana di Alghero)[11].

LORENZO SPURIO

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.


[1]Sa solussione est in calche istantzia cunzada a ciae / in sa mente tua” (94), variante logudorese.

[2]E su sonniu fiat pius una colunna sonora de appittos / dae cumpònnere chi un’àlidu de lapis / a izu atzinnadu tra sas rigas de sos silentzios” (32), variante logudorese.

[3]Est su risittu de sa zente chi non ischit et cuniugat / paraulas chi non si podet traduchere a faghere affundare / donzi respiru, / secare s’echilibriu sùttile / de custu sonniu meu de divènnere mannu” (46), variante nuorese.

[4]subra unu signu intzertu a disperdere sas annotaduras / pro unu cras e sa linea de s’abba chi tzircumnavigat / sa tatza subra su condominu” (82), variante logudorese.

[5]Calchi borta sos mortos sunt culeluches masedos, / budrones de isteddas piccoccas in s’universu infinidu, / chirriolos de chiddighia supra sos pallidos frores de sa luna. // Calchi borta sos crisantemos sunt s’unica boche / de sa terra e dromint supra sa frùntene de sos mortos / comente dromint s’isteddas: / d’un meravillosu silentziu” (54), variante nuorese.

[6]e intantu s’ala tua, in pittu de pe’, / fiat uno silentziu chi at gheneradu s’ateru silentziu, / sa tinta de uno girassole arrimau supra s’orizonte / de sa matessi umbra” (56), variante nuorese.

[7]su misteru de una vida tra sa pìuere / e su birderamen chi ti tinghiat su bestire comente a unu Arlecchinu / […] / Su tempu non passaiat mai comente / unu chelu bettiosu chi non volet diventare isteddau” (60-62), variante nuorese.

[8]Dae tempu apo bisonzu de faeddarti, / de prezipitarti in s’incasciu de s’alma / cun s’apprettu de una pazina bianca / da piènnere pro iscobèrrere cantu tuttu de tue m’assimizza” (110), variante lugodorese.

[9]de viola a s’angulu de s’oju / […] / sa cicatritze subra su bentre, cordone de s’imbligu / […] / un’amore malàidu // […] Ma comente abbaidare custa cara mea, / sa duplicatzione sua impretzisa chi si abbandonat / supra sos bidros / […] / iscorzoladuras de s’ojos / […] / inghirios de una vida differente // […] assaborare su trigu de un’atera umanidade” (146-148), variante logudorese.

[10]andant cun sos matessi ojos / de unu matessi chelu, cun sas matessi pijas de unu matessi sole / contra a su matessi silentziu, a sas peraulas repitidas / sutta sa pio fittiana. // S’insoro boghes sunt unu mare chi isgarrat e bortulat / sos montes, / […] / “Ue sunt? Ue ais los lassados falare? Ue ais segadu s’insoro lapisas?” (72), variante logodurese.

[11] Purtroppo non sono riuscito a recuperare indicazioni precise in merito alle date di nascita e morte e zona di appartenenza di tutti i poeti di cui Baldinu riporta versi nel suo libro. Riporto a continuazione gli altri di cui si difetta di informazioni complete: Antonio Palitta (Pattada, n.d. – 2003), Gavino Finà (Martis, 1920-2012), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925), Pietrino Marras (n.d., 1925-1979), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936), Vincenzo Pisanu (Uras, 1945), Orlando Biddau (Fiume, 1938 – Bosa, 2014), Maria Paola Gisellu, Pietro Mellino, Fedele Carboni, Cesira Carboni Aru, Angelo Bellinzas, Antonio Manca, Francesco Manconi, Rosalba Martino Farris, Tore Silanos, Anna Fenu, Antonio Spensatello Fais, Gavino Virdis, Giovanna Elies Pecorini, Mario Sechi, Antonio Satta, Giampiero Mura, Antonello Paba.

“Il grande progetto” di Maja Herman Sekulić, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Il grande progetto. È un titolo poderoso, che non può passare inosservato, quello che campeggia sulla copertina di questo libro edito da Il cuscino di stelle di Pereto (AQ), casa editrice gestita da Armando Iadeluca particolarmente attenta alla cultura internazionale, alle opere di poeti in giro per il mondo, magicamente “versate” nel nostro idioma dalla poetessa e traduttrice bolognese Claudia Piccinno.

Questa volta la Piccinno ci presenta l’opera di una poetessa di origini serbe di sicuro spessore: Maja Herman Sekulić; a testimoniarcelo è anche la prefazione di Dante Maffia, noto poeta e cultore letterario la cui adesione al progetto editoriale, oltre a impreziosirlo, ne detta in maniera energica e incipitaria il valore e il prestigio tanto dell’autrice quanto della sua opera.

Nutrita di successi e di avvenimenti entusiasmanti è la carriera letteraria della Sekulić che, per motivi di brevità, cerchiamo di passare in rassegna tra i tratti che sembrano particolarmente distintivi. È nata a Belgrado, capitale della Serbia, nel 1949; oltre ad essere poetessa – veste per la quale la Piccinno l’ha scoperta e ce la fa conoscere – è scrittrice, saggista e traduttrice. Le sue origini, miste, la vedono come figlia tanto dei Balcani quanto degli USA sebbene nel suo lungo percorso non sono mancati periodi di formazione e permanenza anche in altri paesi tra cui la Francia, l’Inghilterra, la Germania e l’Italia. Attualmente si divide tra New York e Belgrado ed è membro di spicco della Serbian Literary Association e della Serbian Literary Society. Ha insegnato alla prestigiosa Princeton University nel periodo 1985-1989 e alla Rutgers University dal 1982 al 1984, è stata inoltre lettrice alle Università di Harvard, dello Iowa e altre ancora. Collaboratrice di associazioni e realtà culturali di vari paesi, ha preso parte a riviste. Il suo impegno culturale è stato volto anche al sostegno nei confronti di un’idea unitaria di cultura e lingua che unisse le varie anime del popolo balcanico, un tempo stato unitario e ora frammentato in varie repubbliche tanto che nel 2017 sottoscrisse la Dichiarazione sulla lingua comune per Croati, Serbi, Bosniaci e Montenegrini, progetto che, se da una parte apparve come utopistico, senz’altro era mosso da nobili e alti intenti.

Avvicinandoci alla produzione letteraria della Nostra va rivelato che si tratta di un’autrice prolifica avendo all’attivo una quindicina di volumi pubblicati, tra raccolte di poesie, romanzi, saggi critici, dissertazioni che vanno ad aggiungersi a una copiosa presenza di recensioni, prefazioni e testi apparsi in riviste, antologie e volumi di terzi. Una intellettuale, dunque, completa: non solo interessata ai suoi libri e a rincorrere le spire della sua creatività, ma in continuo e attento dialogo con il mondo, in confronto con la realtà culturale, autrice di volumi, ma anche fine critica e studiosa. I suoi volumi sono stati pubblicati tanto in lingua serba che in inglese e, nel caso del volume in oggetto, grazie all’intermediazione linguistica della Piccinno, in italiano. Sue opere singole, tra cui componimenti poetici, hanno visto la luce anche in altre lingue tra cui il francese e il tedesco. Per la poesia ha pubblicato Kamerografija (Camerography)[1] nel 1990; Kartografija (Cartography) nel 1992; Iz muzeja lutanja (Out of the Museum of Wondering) nel 1997; Iz puste zemlje / Out of the Waste Land[2] (1998); Lady of Vincha / Gospa od Vinče nel 2017. Copiosa la produzione narrativa mentre, per la saggistica, segnaliamo il volume Skice za portrete / Sketches for Portraits che contiene una raccolta di colloqui con amici, autori americani e internazionali, da Joseph Brodskj a Bret Easton Ellis; Prozor u žadu (1994), un libro che contiene saggi e divagazioni elaborate durante una serie di viaggi nel sud Est Asiatico tra cui in Tailandia, Vietnam, Myanmar e Cambogia; Who was Nikola Tesla? The Genius who gave us Light (2015) un saggio interamente dedicato allo scienziato Nikola Tesla (1856-1943), illustre serbo e inventore, tra le altre cose, della lampadina con accensione senza fili. Autrice anche di racconti per l’infanzia e, per quanto attiene al mondo della traduzione, rilevante è stato il suo apporto nel far conoscere alla comunità internazionale una serie di poeti serbi che ha tradotto in inglese.

Avvicinandoci al volume Il grande progetto (2020) è impossibile non riportare – dato l’acume critico e la grande espressività figurativa del tono – alcuni estratti della dotta prefazione di Dante Maffia, nella quale è possibile leggere: «È libro impegnato e lirico insieme; libro che sa porre l’accento sulla condizione umana e sui valori; libro che sottolinea in maniera dolce e corale, […] le ragioni delle radici; libro […] civile […] che pone in essere problematiche vive, palpitanti, attuali, a cominciare dallo sfaldamento della Jugoslavia fino ad arrivare alla pandemia del coronavirus» (6).

Ed in effetti dell’autrice serba si apprezzano la vastità dei riferimenti e delle intenzioni se pensiamo, che nella scelta di liriche qui tradotte dalla Piccinno, si parla di molti argomenti diversi, apparentemente distanti e slegati tra loro. Tuttavia, se ci si avvicina con attenzione e si cerca di capire il retroterra nel quale determinate riflessioni sono nate, ben si comprende come ogni ambito del quale la Nostra parla sia irrelato e contiguo alla sua sostanza vitale, in altri termini alla sua biografia. È la vicenda di una donna che è nata ed è vissuta in un Paese che non c’è più, com’era allora, continuamente rivisto dalle soluzioni e derivazioni della storia, a seguito di dittature, guerre e trattati a tavolino. Si parte, dunque, dai Balcani delle origini, per passare poi, sull’onda di vari viaggi effettuati in giro per il mondo, a una selezionata scelta di liriche che concernono la visita al vecchio regno di Burma, la Birmania dei nostri testi scolastici, oggi Myanmar, quel paese tanto distante sulla carta geografica che da tempo vive la nefandezza di una spietata dittatura militare.

È la stessa autrice a informarci che la poesia “Figlia di Sisifo” è espressamente rivolta a ricordare un fatto denigratorio per l’umana specie, quello delle barbarie della dittatura titina sulla Jugoslavia. Il componimento che segue, “Una genealogia del ventesimo secolo”, diviso in tre ampie e articolate stanze, è stato inserito con la volontà di introdurci a un pensiero ricorrente nella Nostra, quello del dissidio insito nelle terre dei Balcani che ha condotto a guerre logoranti ma anche alla sua formazione di donna e intellettuale composita, mitteleuropea, dotata di una ricchezza culturale e umana emanata e consolidatasi proprio in ragione di un sincretismo culturale e di una grande fiducia nella promozione dell’istituto della solidarietà empatica e partecipativa. «Una parte di me è vecchio / sangue mitteleuropeo / una fetta di torta sacher inattiva / su una terrazza ad Abazia / […] Quanto sono lontani gli altopiani / da Agram?// […] // L’altra metà, quella sinitra, / proviene dal proletario, dal popolino, / da arterie contadine / di rifugiati tedeschi, rivoluzionari del 1848 / […] / Il palazzo di Eltz, ricordato / nel libro di Magris»[3] (13-14): nel giro di pochi versi la poetessa ricostruisce il legame con la terra, percepisce la sua eredità di cittadina europea, nelle sembianze delle tipicità delle terre a lei più o meno contigue, nelle tradizioni nazionali, nei respiri di etnie che sente, nei prodromi e nella sensibilità, a lei genitrici e amiche al contempo.

La Sekulić tocca continuamente i temi dell’appartenenza storica e geografica e con essi anche quelli della memoria, della resistenza, delle lotte civili, dell’universo di coloro che hanno sofferto la repressione, la violenza, di chi ha dovuto espatriare, tentare rifugi di fortuna, abbandonare il proprio Paese, riscrivere la propria vita, elaborare lutti, confrontarsi con l’altro: «Scriviamo una nuova toponomastica, / gli indirizzi, / […] / Siamo tutti nati / di nuovo. / Tutti rifugiati» (16).

Nel volume c’è una poesia dedicata al grande scienziato Nikola Tesla sul quale la Nostra ha scritto un saggio che ripercorre la sua vita e la sue importanti scoperte che hanno dettato un miglioramento nella vita dell’uomo contemporaneo: «cercando di entrare nella sua testa / […] / su come ha illuminato la prima città con l’elettricità / di come ha scoperto le onde magnetiche / e riguardo all’energia terrestre / […] / viviamo / nel suo mondo / come lui vive / nella mia poesia» (19).

Colpisce della Nostra la sua capacità di coinvolgimento e il sincero interesse e trasporto che nutre in relazione a episodi, manifestazioni e realtà che geograficamente non la riguardano direttamente e da vicino ma con le quali sente affinità, vicinanza, solidarietà, nutrendo partecipazione alle sorti di genti lontane. È il caso, ad esempio, della realtà delle donne yazide di cui accenna nella poesia “Le Super Lune”. Parimenti si raccolgono – come già ricordato – alcune poesie scritte in Birmania, durante una sua permanenza nella penisola asiatica, nelle quali ci affresca il potente fiume Irrawaddy, il più grande del Paese con una lunghezza di circa duemila chilometri e l’accecante cupola color oro della Pagoda Shwedagon Paya nella vecchia capitale Yangoon.

A costellare alcune liriche del volume sono delle chiose introduttive da altrettante opere letterarie, principalmente della letteratura inglese, da Samuel Taylor Coleridge nella “romantica” Ballata del vecchio marinaio alla romanziera Elizabeth Bishop.

Lo sguardo sociale non è restio al cambiamento dei tempi correnti difatti la poetessa non si esime dal dedicare un componimento – di indubbia efficacia e pathos – al dramma relativo alla situazione pandemica del Covid-19. In questo testo, che la poetessa ha voluto “leggere” e inserire nel contesto del nostro Belpaese con riferimenti a Roma e Venezia e un collegamento con la sua seconda casa, gli Stati Uniti, si legge: «Il Corona ha attraversato l’Oceano. / Mangia la Grande Mela dal centro. / La pandemia globale di Wuhan ha irrevocabilmente cambiato il mondo» (40). Ed è su quel “irrevocabilmente” che la poesia intende porre i suoi quesiti attorno a questo presente labile e insicuro che attualmente cerchiamo di vivere, riappropriandoci lentamente dei nostri spazi con tanto disagio e insicurezza, perturbati da un’ansia che sembra difficile da allontanare, dopo che i nostri occhi sono stati spettatori silenti e partecipi del dramma: «Roma città eterna e deserta / […] / Milano sanguina. Bergamo singhiozza» (40). E così, ogni altro angolo del mondo. Il ripristino della normalità e la disinfezione dal Male purulento che ci ha devastato vengono iscritti dalla Sekulić in un ipotizzabile e speranzoso intervento divino da parte della dea Sunna (della tradizione nordico-germanica), sembianza di luce salvifica, affinché possa «rianimar[e] la Terra e ripulir[la] [da] tutte le cellule del mio essere» (40).

LORENZO SPURIO

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.


[1] Il titolo dell’opera è in lingua serba translitterata in segni grafici dell’alfabeto internazionale e, tra parentesi, tradotto in inglese.

[2] Edizione bilingue serba/inglese.

[3] La “torta Sacher” fa riferimento all’Austria di cui è uno dei dessert tipici; la città di Abbazia, un tempo italiana, è oggi croata e nota con il toponimo Opatija e appartiene alla regione litoraneo-montana della Croazia ed è adagiata sul mar Adriatico. “Agram” starebbe per Zagabria, capitale della Croazia, termine in tedesco utilizzato dalla Nostra nel corso della poesia. Il “Palazzo di Eltz”, più propriamente il “Castello di Eltz” è un castello dall’architettura fiabesca stile disneylandiano situato nelle prossimità di Wierschem sulle colline che sovrastano la Mosella tra Coblenza e Treviri, in Germania.