“Flâneur. L’arte di vagabondare per Parigi” di Federico Castigliano

“Flâneur. L’arte di vagabondare per Parigi” di Federico Castigliano
Nota di Lorenzo Spurio

Gentile prof. Castigliano,

Le confesso che – oramai vari anni fa – all’università degli studi di Urbino “Carlo Bo”, nella quale studiavo, una professoressa molto innovativa ci propose – nelle sue ore in cui la materia era “Storia dell’arte contemporanea” – una serie di lezioni in merito alla “Storia del camminare” vista e riletta attraverso varie pitture, sculture e pratiche assai comuni. Lette, però, in una chiave molto interessante, ossia di tipo sociologico che – mi pare di capire – anche Lei ha adottato nella stesura di questo pregevole lavoro del quale non posso che complimentarmi vivamente con Lei.
20861601_729363677271478_2397785198668349000_o.jpgIn tale circostanza, tra i vari materiali di studio e di supporto per l’espletamento degli studi inerenti al corso in oggetto, vi era proposto il libro (saggio) che Lei ben conosce, in quanto lo cita nella bibliografia, di Rebecca Solnit. Un volume molto interessante e foriero per me di divagazioni di vario tipo. M’incuriosì il fatto che, pur essendo ancorato fortemente agli studi di matrice letteraria e linguistica, un volume del genere riuscisse a trasportarmi in maniera molto efficace su altri lidi. Fu davvero una illuminazione. 
Non le nego, infatti, che – anni dopo – quando mi capitò di figurare quale Presidente di Giuria di un premio letterario dal titolo/tema “Camminanti” e qualcosa del genere, la cui premiazione si tenne a Recanati, poco distante da me, e a pochissimi passi dalla celebre casa del Poeta romantico, non ci pensai due volte – visto l’aderenza al tema – di provvedere, assieme alla relativa organizzazione, all’acquisto di un tot di copie della Solnit da fornire quale ulteriore premio e riconoscimento ai vincitori.
Mi perdonerà per la digressione, ma ci tenevo a dirglielo perché, leggendo il suo testo, ho provato qualcosa di simile. Nel senso che ha avuto la grande capacità di riportarmi a quei momenti di studio sul testo della Solnit e, ancora, ad affacciarmi in maniera così precipua all’universo dei flâneur. I saggi che compongono il suo volume rendono assai merito e vivida questa figura tratteggiandola in ogni aspetto in maniera assai congrua e completa. Ho apprezzato in particolare i contrasti che lei pone per descrivere la figura del flâneur in maniera contrastiva – e sottrattiva – rispetto al turista, al barbone o, ancora, al semplice passeggiatore. Gliene rendo merito. E’ un testo molto ben fatto che, nella sua compattezza, riesce a delineare in maniera chiara quello che è stato ed è più “un modo d’essere” che “un modo di fare”.
Rimarchevole è il modo in cui Lei si sia spinto ad occuparsi della città anche ai nostri giorni dandone tracce di ciò che in essa freneticamente si compie dove l’oggettivizzazione della realtà (e qui bisognerebbe chiamare in causa il “realismo terminale” fondato da Guido Oldani) sembra fare da padrone. Assai curiose e interessanti le parti dove affronta i temi-cruciali del nostro Secolo in merito al “non-luogo” e alla “iperrealtà”.
Queste sono solo delle impressioni a caldo, ovviamente, dettate dalla piacevolissima e istruttiva lettura del Suo volume; un’analisi più dettagliata meriterebbe maggior tempo che spero di poter ave più avanti. La ringrazio di cuore per avermi messo al corrente della Sua opera, con preghiera di darmi notizia – se e quando ce ne saranno – di ulteriori sue pubblicazioni che possano in qualche maniera seguire o ampliare questo filone di studi.

Con viva cordialità

Lorenzo Spurio 

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Il nuovo numero della rivista “Euterpe” dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks” (invio partecipaz. entro 31-07-2017)

Ritorna l’appuntamento con le pagine della rivista online di letteratura “Euterpe”, aperiodico tematico fondato e diretto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio nell’ottobre del 2011 ed entrato a far parte delle attività più interessanti e coinvolgenti dell’omonima associazione culturale fondata nel marzo 2016 a Jesi (AN). 

Numerosissimi gli interventi in questi ventitré numeri della rivista che per ogni numero proponeva una tematica o un’immagine di riferimento alla quale potersi rifare argomentando una propria visione o pensiero. Particolarmente curata a trattare le varie sezioni, dalla poesia alla narrativa breve passando alla saggistica con attenzione per la critica letteraria, la forma testuale dell’articolo e della recensione libraria. Interessante anche l’apparato dedicato alle interviste, introdotte a partire dal n°16 della rivista, la cui sezione è curata dalla poetessa, scrittrice e haijin Valentina Meloni. Ad arricchire i contenuti anche la sezione di critica d’arte (denominata “Démon du midi”), introdotta a partire dal n°22 e curata dallo scrittore, poeta e critico Antonio Melillo. 

Assai ampio il repertorio delle voci poetiche, critiche e di estimatori dell’arte e della cultura che in questi sei anni hanno scritto sulle pagine di “Euterpe”; tra di esse è bene citare la presenza in rivista di testi – editi e inediti – di Dante Maffia, Corrado Calabrò, Marcia Theophilo, Nazario Pardini, Franco Buffoni, Elio Pagliarani, Tomaso Kemeny, Mariella Bettarini, Giorgio Linguaglossa, Donatella Bisutti e tanti altri ancora.

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Il prossimo numero della rivista, che propone un tema nevralgico e al tempo attualissimo, fonte di indagini di carattere sociali e di studi veri e propri su tendenze dei nostri giorni, sarà dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks”, vale a dire ci si domanderà, nelle forme che ciascuno reputa maggiormente proprie, quale è l’incidenza di internet e dei social, la potenzialità e quanto funziona, in termini sociali e collettivi come collante o, al contrario, come deterrente. Culturalmente, in un’età in cui le riviste cartacee stanno scomparendo o sono già avito ricordo di un’età di splendore delle Lettere, cosa apportano o come migliorano la nostra conoscenza i Social Network se, effettivamente, ci poniamo nell’ottica di riconoscegli una propensione e una finalità comunicativa e sociale? 

Sarà possibile partecipare al prossimo numero della rivista inviando i propri elaborati (attenendosi alle Linee redazionali contenute sul sito cliccando qui) entro il 31 Luglio 2017 inviando le proprie proposte unitamente a una propria scheda biobibliografica o curriculum letterario alla mail rivistaeuterpe@gmail.com 

Per chi, invece, voglia avvicinarsi alla rivista come “lettore”, facilitiamo il link di riferimento al sito dove possono essere localizzati tutti i numeri precedenti divisi in ordine cronologico e per tematica. Numeri che possono essere scaricati facilmente in formato .pdf, salvati e letti comodamente a titolo gratuito. 

“La multiforme impalcatura del Male, tra realtà e letteratura”, saggio di Lorenzo Spurio

La multiforme impalcatura del Male, tra realtà e letteratura (*)

a cura di Lorenzo Spurio

Le poesie che compongono questo libro (Non uccidere. Caino e Abele dei nostri giorni, a cura di L. Spurio e I.T. Kostka, The Writer, 2017) girano tutte, a loro modo e con stili diversi, attorno a tematiche che hanno un’incidenza sociale, vale a dire che hanno a che fare con questioni che interessano tutti. L’iniziativa nata e sviluppata assieme alla poetessa Izabella Teresa Kostka è stata quella di aver voluto parlare del Male, nelle varie forme e concettualizzazioni. Non solo rappresentato dalla violenza sessuale che oggi, un po’ per la spasmodica ricorrenza di casi esecrabili, un po’ per una serie di campagne di informazione più incisive, sembra monopolizzare la cronaca. Abbiamo, cioè, voluto creare un progetto che fosse il più possibile ampio e aperto a varie testimonianze e dimostrazioni di come il Male possa potenzialmente intaccare tutti, proprio come il bene che la società civile ci indica di perseguire per evitare, condannare e allontanarsi da ogni concreta offesa alla civiltà.

L’azione spregiudicata di persone che coscientemente inquinano un corso d’acqua con bitumi e altri prodotti residui dalle loro attività economiche è, a suo modo, una laida forma di violenza: una offesa nei confronti della natura che ci ospita, una maltrattamento contro gli altri umani che abitano la terra e, addirittura, un atto malevole e inquinante anche per la nostra stessa vita. Anche se un comportamento illegale come questo viene qui richiamato in maniera assai semplicistica, può servire, comunque, per riflettere due secondi su una sacrosanta verità, ossia che chi produce il Male lo fa sempre con consapevolezza nonché spesso con predeterminazione. Vale a dire che l’azione violenta o spregiudicata non è altro che l’acme di un progetto instabile già configurato nella mente che trova poi la sua applicazione concreta. Di sadismo, brutalità e menefreghismo si parla, ma anche di omertà e silenzio, di indifferenza e tacita approvazione di un delitto, di un abuso, di un caso di insubordinazione che non può in ogni modo essere accettato.

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La cover della antologia Non uccidere (The Writer, 2017) curata da L. Spurio e I.T. Kostka dove figura questo testo critico come prefazione.

Di tutto questo siamo puntualmente informati, avvisati, messi in guardia, tartassati e impauriti da quanto gli organi di informazione giornalmente ci somministrano notizie di episodi di disagio e marginalità, prevaricazione e sopruso, di inciviltà propriamente detta, di denigrazione ed emarginazione sociale. Rientrano in questo discorso, che è un infinito mare magnum di casi dove la violenza si mostra in maniera più esplicita, anche le sottomissioni e la sospensione dei diritti civili in tanti paesi del mondo. Vi sono, poi, una miriade di altre situazioni, svariate nelle dinamiche e nelle forme con le quali si manifestano, che rimangono nel silenzio, lontano dalla grancassa dell’informazione, volutamente tenute nell’ombra, lontane anni luce da un qualsiasi spiraglio che possa rompere il legame tremendo tra aguzzino e vittima. Storie domestiche che non vengono denunciate, popoli segregati con la forza, anziani che vivono nella più profonda indigenza, clochard che vengono derisi e arsi vivi, ragazzini che si gettano dal quarto piano perché sopraffatti dalle violenze verbali di maledetti coetanei che ne assuefanno la psiche semplicemente perché effeminato, di povere condizioni, grasso, o il miglior bersaglio da colpire, perché incapace di reagire.

Questa è la realtà. E la letteratura?

La letteratura, che è una delle tante proiezioni della realtà, con una buona dose di finzione frutto dell’ispirazione creativa e del genio di chi la produce, non è che l’attestazione concreta, in termini oggettivi, del vasto spettro del Male, della sua tentacolare diffusione, della sua ambiguità e polimorfismo, dell’incapacità spesso di individuarlo. Alcuni brevi cenni a opere possono servire, forse, ad ampliare una trattazione che è nevralgica nella nostra attualità e che deve essere percorsa affinché anche la letteratura, sia essa di finzione o di approfondimento, interagisca con queste forme endemiche e faccia sue le preoccupazioni di una società spesso distratta, incapace di comprendere il dramma prima che esso si manifesti in forma di tragedia, gravata da preoccupazioni economico-finanziarie pesanti che, non di rado, vengono a configurarsi anche come con-causa se non come motivo trainante dell’adozione di piani omicidiari, suicidiari, stragisti, volti all’annullamento di sé e degli altri.

Mi viene in mente, allora, la vicenda dei fratelli Tamar e Amnon descritta nella Bibbia in cui la giovane donna, Tamar, viene sedotta con la forza da Amnon con uno stratagemma infido riuscendo a violentarla. Il comune padre, il re David, non condanna l’accaduto né solidarizza con Tamar ma un ulteriore fratello, Assalonne, vendicherà la violenza subita dalla sorella uccidendo Amnon in una duello. L’episodio, ripreso anche dal poeta spagnolo Federico García Lorca che gli dedicò una poesia, è significativo del fatto che la violenza sessuale, addirittura dalle nervature incestuose come è questo il caso, sia connaturata nella storia dell’uomo, dalla notte dei tempi. Nel testo più importante per la religione cristiana sono contenuti molti altri esempi di prevaricazione dell’uomo, di violenza, di ignoranza sociale e di sperequazione tra i sessi.

Facendo un bel balzo in avanti nella letteratura contemporanea, tre sono i riferimenti che, a primo acchito mi sento di richiamare dove il tema della violenza si fa palese e preponderante da segnare in maniera ineluttabilmente tragica i destini delle persone coinvolte nelle tre narrazioni.

In Cuore di tenebra (1899) di Jospeh Conrad il confronto in terra d’Africa che si ha tra Marlowe e Kurtz, entrambi di origini inglesi, è sconvolgente. Marlowe rappresenta il bianco, l’esploratore coscienzioso che ha bisogno di intraprendere un viaggio per vedere e conoscere, saldo in un patrimonio di valori che si basano sulla giustizia e la libertà dell’uomo. Kurtz, invece, è rappresentante di un’altra parte d’Occidente, quella più crudele e insensibile, ovvero del conquistatore, del depredatore di spazi e persone. In quell’angolo di Africa si è autonominato capo e ha asservito quelle povere genti ai suoi voleri diventando un despota sanguinario. Conrad sottolinea, con una descrizione disgustosa e spietata, le cattive azioni protratte da Kurtz, la potenza di un Male che può intaccare l’uomo dotato di vanagloria e animato da spinte di superomismo, invincibilità e supremazia sul genere umano.

Ne Il signore delle mosche (1954) di William Golding si realizza qualcosa di simile: cambia l’ambientazione, che non è quella africana ma quella di un’imprecisata isola del Pacifico e cambiano le dinamiche relazionali. Non più il bianco colonizzatore, sprezzante razzista che schiavizza l’indigeno, ma una gruppo di adolescenti che devono cercare di coabitare sul piccolo spazio dove si trovano e provvedere autonomamente al cibo per sfamarsi, non essendovi adulti con loro. Lì, per cercare di darsi delle regole per la comune convivenza e per emulare il mondo degli adulti, danno vita a un sistema di auto-governo fondato su elementi democratici e plurali: la convocazione dell’Assemblea e la rotazione della conchiglia tra i suoi membri, a rappresentare una sfera decisionale nel gruppo che varia di volta in volta, appunto a rotazione. Il sistema, però, non funziona. Non perché siano bambini o perché non sia un buon sistema, semplicemente perché viene prima sospeso, poi decretato inefficace e, infine, asservito a una logica personalistica. S’instaura così, nel gruppo dei ragazzini, una sorta di dittatura retta da Jack Merridew che di tutta prima risulta essere ben seguita da un ampio gruppo di ragazzi che intravvedono nel capo carismatico i caratteri di forza, autorità e prestigio. Un’esigua componente di ragazzi osteggia la neonata soppressione dei diritti e fa gruppo a parte continuando a richiamare l’importanza della convocazione assembleare. La situazione sfugge di mano e la fazione autodichiaratasi l’unica fonte di governo commette sevizie, atti ignominiosi sino ad arrivare all’assassinio di Piggy, uno dei ragazzi. La democrazia è rotta per sempre, il Male, nella forma viscida della fascinazione per il potere, ha prodotto vittime a seguito della degenerazione di un piano politico che è impazzito e ha prevaricato il diritto alla libertà di espressione.

Infine propongo una riflessione su Il giardino delle Vergini suicide (1999) del greco-statunitense Jeffrey Eugenides, meglio noto per essere l’autore del romanzo Middlesex (2002). Esso contiene la vicenda familiare dei coniugi Lisbon con le loro cinque figlie adolescenti che vengono fatte crescere in un clima di stagnante asfissia, di claustrofilia indotta, per rispondere alle prescrizioni maniacali e repressive della madre e la subordinazione del padre nei confronti della madre che decreta la sua inefficacia nel rapporto con le figlie. Il narratore sottolinea con particolari enfasi dei semplici momenti di apertura della famiglia Lisbon verso il mondo di fuori marcando l’interesse su quanto per la madre, ed i coniugi in genere, sia difficile e insostenibile accettare che le figlie possano andare al ballo della scuola con un com- pagno, piuttosto che uscire e ritrovarsi con le proprie amiche. Nella severità di una casa dove l’imposizione materna sgretola sogni e fa ardere progetti, desideri nonché annichilire l’esistenza delle giovani matura, in quel mix pericoloso di noia, sofferenza e impossibilità di fuga, lo stratagemma per l’acquisizione della libertà. Ecco allora che si chiarisce in quale circostanza ha preso piede il suicidio della prima ragazza, descritto velocemente in apertura del romanzo, dipinta come adolescente “strana” quando in realtà era semplicemente l’asfittico contesto familiare a non farla respirare né a permetterle di espri- mersi. Se la ribellione di Adela nell’opera teatrale La casa di Bernarda Alba (1936) del summenzionato Federico García Lorca (diversi gli scenari, diverse le ambientazioni, è vero) era possibile sulla base di un temperamento istintivo e combattivo contro l’autorità della madre, qui per le quattro ragazze che mai diventeranno donne, non c’è scampo. L’appuntamento finale sarà per un banchetto amaro, quello di una festa della morte dove ciascuna ragazza opterà per la soluzione finale pensata come più diretta e infallibile, tutte particolarmente spiazzanti. La sequela di suicidi che si realizzano in contemporanea, di cui la città mai avrà completa comprensione, viene in un certo modo occultata dal trasferimento dei coniugi Lisbon, ormai drammaticamente soli, mentre la loro casa invecchia e viene riappropriata dalla natura.

Il Male qui si configura in uno stato di lanciante sofferenza e desolazione interiore, in uno spiazzamento totalizzante che provoca assenza di autostima, annullamento della propria identità, l’adozione di un’esistenza fatta di rituali e imposizioni, arsura d’emozione, carenza di ascolto, mancanza di condivisione, tacita soppressione delle esigenze personali. Ecco, allora, che la via suicidiaria sembra dare scampo a un dolore che è possibile espiare solo con un volo pericoloso, verso un baratro inconoscibile, gesto che fa rabbrividire ma che, forse, neppure abbiamo il diritto di condannare del tutto. Giovani che eterizzano la loro beltà e che pongono un profondo ricatto morale ai genitori, agli adulti, al mondo disattento, a chi crede che un bambino non ha motivo per essere infelice.

Lorenzo Spurio

Jesi, 19-01-2017

 

(*) Questo saggio è stato utilizzato come prefazione per il volume antologico AA.VV., Non uccidere. Caino e Abele dei nostri giorni, The Writer Edizioni, 2017, curato da Lorenzo Spurio assieme a Izabella Teresa Kostka. 

“Ragnatele cremisi” di Claudia Piccinno, recensione di Lorenzo Spurio

Claudia Piccinno, Ragnatele cremisi, Il cuscino di stelle edizioni, Pereto, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

 

Una delle caratteristiche che denotano la poesia di Claudia Piccinno, assieme allo spiccato interesse verso il sociale, è l’anamnesi del mondo circostante che fuoriesce da uno piglio descrittivo attento e da un’osservazione partecipata, premurosa verso le forme, le dinamiche e i rapporti che legano l’essere in quanto tale al vasto contenitore di cui è parte, il popolo.

Il punto d’analisi è quello di una donna matura dotata di prodigalità e fiducia verso il bene e forte di credenze, punte di diamante che svolgono, per mezzo dell’opera poetica, anche una curiosa funziona pedagogica o comunque di monito alla riflessione. Nella poesia “Al davanzale di Dio”, sorretta da un rapporto ben più materico di quanto si possa intendere con la divinità, la Nostra così scrive: “Esitante e guardinga/ nell’incedere randagio/ solco i mari della memoria”. Basterebbero questi pochi versi, dalla struttura lineare e dall’adozione di una sintassi semplice e al contempo ricca di significati, per rendere in maniera concreta il procedimento visivo e attuativo della poetessa: come vede e come si comporta o, in sintesi, chi è. Mi sento di dire, proprio per questo motivo, che, al di là dei rimandi a vicende di cronaca o della buia attualità che riguardano noi tutti, nelle sue poesie fuoriesce distintamente, al di là dell’empatia col narrato, la vera inclinazione emotiva, sensoriale, affettiva, di una donna che non ha a cuore il semplice bene personale, l’effimero o il ristretto mondo che la concerne, ma l’universo tutto.

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La poetessa Claudia Piccinno

L’incedere non è sempre retto e privo di falle, ma è di varia natura, a seconda delle realtà con le quali viene a confidenza; il deambulare apparentemente vago od ondivago non si ascrive a un randagismo conoscitivo, vale a dire di sbandamento o di perdita di consapevolezza, piuttosto sembra essere l’unica andatura realmente possibile, in uno scenario sì complesso e vorticoso di vicende collettive che non solo chiamano all’enunciazione ma necessitano una vera condanna.

Tra le varie liriche, spesso dal ridotto numero di versi, sfilano immagini di un passato felice che si ricorda con piacevolezza nonché momenti amorosi e di condivisione, resi sempre mediante la scelta di un lessico comune e un ricorso oculato a immagini-simbolo che possono avere una plurima lettura.

L’esperienza sensoriale umana è tracciata da Claudia Piccinno in modo puntuale a rendere molte sfumature e derivazioni dell’amore, del tormento, del dolore per la perdita di qualcuno, non celando neppure la realtà della debolezza umana o la persistenza di episodi di violenza e dell’abuso (“Non aveva peso/ il suo corpo”) con una singolare fascinazione a sprazzi per l’elemento cromatico che ritorna nelle sue tonalità e negli scontri o sbalzi cromatici.

AAA CECERE LIBRO.jpgVarie poesie hanno come retroterra ispirativo quello del conflitto armato, momento di cruciale violenza tra razze e popoli capace di rompere anche l’ordine naturale: “tra morte e distruzione/ di un giorno che non nasce”. Dinanzi all’obbrobrio della crudeltà umana il cielo è come se non volesse comparire, impossibilitato a farlo, per non dar luce a quel palcoscenico di morte. Il sipario sulla strage ha da restare chiuso, privo di luci della ribalta, lontano da presenze e minacce, ma ciò è pura utopia e l’inciviltà dilaga nelle immagini apocalittiche dei “resti scomposti” dei bambini siriani così come negli occhi neri delle giovani spose-bambine, ormai divenuti inani e inespressivi “schegge d’ebano”.

L’inquietudine si affievolisce e, dunque, come scrive la nostra, “trova pace” solo mediante un’azione decisa e consapevole, “senza se e senza ma” dacché, per usare altri versi particolarmente significativi, “il coraggio si sperimenta”. Rarità nei costumi di oggi dove è più facile mostrare l’intenzione al coraggio che è patina di una vigliaccheria senza pari.

Una poesia dai toni agrodolci, sicuramente molto riflessiva, che non conosce la scontatezza delle immagini che pullulano in tanta poesia d’oggi dove la ricercatezza espressiva, anche dinanzi a materie non sempre lievi, risulta rimarchevole al punto da invitare lo stesso lettore a carpire o a domandarsi più argutamente sui velati significati dei testi, qualora essi non siano palesemente fruibili. Identità e coscienza collettiva, memoria e ricerca di sé, confessione e radiografia sentimentale consegnano al lettore avido di circospezioni poematiche e contenuti consistenti, un volume che non ha nulla di bellettristico e che s’iscrive a pieno nei fasti della poesia contemporanea che s’interroga e sa comunicare anche quando non dice: “Linfa nuova/ porta il mattino/ e rimescola le ansie/ dell’insonnia”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-06-2017

“Nel finito… mai finito” di Iole Chessa Olivares, recensione di Lorenzo Spurio

Iole Chessa Olivares, Nel finito… Mai finito, Nemapress, Alghero, 2015.
Recensione di Lorenzo Spurio

Assai corposa e densa l’ultima raccolta poetica di Iole Chessa Olivares, poetessa originaria di Cagliari, che vive nella Capitale da molti anni. Con l’intenzione di proseguire un percorso che la stessa poetessa ha vissuto e delineato concretamente col “fare poetico”, le liriche vengono proposte suddivise in sette sezioni i cui titoli, pur ariosi e ampi, trasmettono a grandi linee quelli che sono gli stilemi che le caratterizzeranno. Curiosa l’immagine che campeggia nella copertina del volume, un noto quadro del pittore catalano Joan Mirò dove, su una tela di un giallo pesante, campeggiano segni indistinti dalla figurazione matematica con asterischi tracciati velocemente che fanno pensare a delle stelle e grandi bolli di colore nero messi in relazione a un segno più incisivo, dalla conformazione tondeggiante e posto nella posizione centrale. Una massiccia conferenza a tinta azzurra dove, a un’accurata vista si evidenziano i tocchi di pennellatura a semicerchio, viene a rappresentare un campo quasi filamentoso e vivido, facendoci figurare una particola di una cellula vista al microscopio.

STAMPA-COP.-2-OLIVARES.jpgNon solo surrealismo e visionarietà contraddistinsero il genio spagnolo ma anche fascinazione verso l’indefinito, i limiti della ragione, la sfida verso il reale, aspetti questi che visse e concretizzò in una ricerca spasmodica e pressante nell’arte pittorica dando luogo a campionature apparentemente assurde e di difficile risoluzione ma assai d’impatto. La poetica di Iole Chessa Olivares non ha nulla che possa dirsi affine, o congruo, a un’esperienza di tipo avanguardistico o di ipnotico, ed è ben lontana dall’onirico ponendosi su un crinale ben distinto dove l’empatia verso l’ambiente, l’osservazione critica del mondo nella quale affiora il trasporto emotivo e la difesa dell’universo femminile figurano come gli emblemi principali.

Una poetica che rifugge la scelta arcana delle simbologie o delle metafore argute e intricate, per mostrarsi al lettore ricca di rimandi alla terra natia, quell’isola che vive nel suo cuore, in una comunione del ricordo che avviene imbevuta nelle acque pulite e terse dell’infanzia. Non mancano nel libro componimenti che guardano con più ampiezza a ciò che accade al di là dell’universo intimo, vale a dire che s’interessano agli accadimenti e alle situazioni che hanno dettato in maniera significativa – spesso nel Male – le sorti di una società, di un gruppo collettivo di uomini. Mi riferisco alla lirica che ricorda – mai in maniera retorica né banale, come pure ravvisa l’acuto Plinio Perilli – la tragedia dell’Ossezia avvenuta nel 2004 dove alcuni terroristi, entrati in maniera subdola in una scuola, adoperarono il gas nervino per l’ottenimento del loro scopo, quello di una strage di innocenti. Tra gli episodi meno felici che in qualche modo vengono rievocati non si può neppure celare l’attenzione di Iola Chessa Olivares, direi addirittura una sorta di premura materna, che la poetessa rivolge verso la giovane Donatella Colasanti, vittima di un rapimento e di sevizie di un gruppo di balordi romani meglio noto come massacro del Circeo, da cui riuscì a salvarsi, che negli anni ’70 destabilizzò la popolazione e infuocò la cronaca.

Mi piace sottolineare, nella lettura delle poesie che compongono Nel finito… mai finito di Iole Chessa Olivares una predilezione palese per l’ossimoro, figura retorica che impiega non con lo scopo di generare stridore e dunque una qualche forma di choc, piuttosto per permettere al lettore di leggere il messaggio che la poetessa fornisce volutamente in maniera amplificata. In queste polarità semantiche o dualità aggettivali che la poetessa spesso tipicizza in maniera assai vivida e fulgente nelle liriche è contenuto quel rapporto magmatico tra l’io e l’anima.

Figure centrali e rivelatrice nelle poesie della Nostra oltre al mare, sono le donne a cui Iole dedica molte poesie (una dedicata a Samantha Cristoforetti, un’altra alla già nominata Donatella Colasanti, ma anche una alla Madonna) riflettendo sulla loro condizione e l’importanza del loro ruolo, ma anche l’immagine chiave del margine che così spesso ritorna a intendere non una cesura né un sistema divisorio ma un ambito di coesione e di cucitura, una cerniera, un elemento che traghetta o che, al contrario, lambisce l’oggetto di interesse. Esso non ha, dunque, il significato che potevano avere gli “steccati” della poetica di Fausta Genziana Le Piane in un’edizione pubblicata con nota di prefazione di Italo Evangelisti qualche anno fa. Poetesse che, pur parlando di realtà assai diverse (il mare della Sardegna in Iole, gli scenari cavallereschi in Fausta Genziana Le Piane) sembrano – pur con i loro immancabili e ovvi distinguo – provenire da una tendenza lirica affine, da un canto che elude lo smielato e avanza una ricerca dell’animo, con le nevralgiche riflessioni sul mondo, in quell’incanto che è amore verso l’ambiente e l’altro e confessione di sé.

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La poetessa Iole Chessa Olivares

Le puntuali e arricchenti note critiche di Plinio Perilli che accompagnano singolarmente ciascuna poesia con vari rimandi colti alla letteratura, alla filosofia e alla religione, appartenenti a varie epoche e tradizioni, sembrerebbero a una prima vista asfissiare il testo poetico che dovrebbe respirare autonomamente ed essere dotato di vita propria. La loro presenza si rivela assai utile per approfondire un possibile percorso esegetico delle stesse poesie ma – a mio vedere – è raccomandabile avvalersene solo a partire da una seconda lettura, magari più meditata e approfondita, per lasciare, comunque, al lettore di assaporare i vari righi da sé, ricercandone egli stesso le melodie intime, i fragori interni, gli ansimi e i bagliori.  Tutto ciò, per ritornare ai termini della questione, affinché “nel finito” di cui parla Iole Chessa Olivares possa stabilirsi quell’indicibilità oggettiva, quella possibilità polifonica d’intesa, ovvero si realizzi una multidisciplinarità intuitiva o, in altre parole, non si raggiunga completamente quel “finito” a scapito di un “mai finito” che, invece, caratterizza noi, nella nostra effimera composizione umana, e il mondo nel suo ciclico rincorrersi dei tempi e nella metamorfosi del reale.

Le poesie di Iole Chessa Olivares hanno la forma di un’apertura, di un invito alla condivisione, di una donna che, senza remore o remissioni, elargisce con spontaneità e fierezza il suo vissuto e le sue perlustrazioni sull’esistenza, esse vengono fornite a chi avrà la volontà di leggerle e recepirle con il solo scrupolo che non sempre tutto è ciò che appare, che il messaggio è spesso contenuto nel non detto. Poesie che si attestano in una superficie aerea a noi superiore e, seppur di poco, comunque non raggiungibili del tutto, in una sospensione piacevole e reale, foriera di dilemmi e di elucubrazioni investigate secondo le predisposizioni e le inclinazioni emotive della Nostra. Poesia il cui messaggio è da ricercare perché le parole evocano, più che dire. Messaggi che sono latenti, eppure che respirano, e che al lettore è data facoltà di recuperare e di esporre al sole. Ed è così che il fulcro poetante della Nostra si potenzia nei recessi dell’invisibile, tra i “singhiozzi della mente” che spesso hanno voce in un altrove indefinito, ai margini di “una infezione/di una grande festa” dove, nella incredulità, il respiro spesso ha “l’alito [che] sa di sangue”. Si compie, così, quella disamina esoterica di un mondo dove il reale sembra il tutto e l’invisibile ha la forma di un’immagine che svanisce, ma che possiamo rincorrere perché niente è “mai finito”. Incertezza e cambiamento, sospensione e nemesi, in un colloquio  autentico e che si rinnova, “nelle possibilità infinite”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-05-2017

“Nella casa del glicine” di Anna Maria Boselli Santoni, recensione di Lorenzo Spurio

Anna Maria Boselli Santoni, Nella casa del glicine, Pragmata, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

Copertina Casa glicine.jpgUn nuovo libro d’amore, questo di Anna Maria Boselli Santoni, Nella casa del glicine, curiosamente ambientato nelle Marche centrali, tra Civitanova Marche, Cingoli e il capoluogo dorico. L’amore che descrive Anna Maria non è quello facile e beato, quello struggente e mieloso, è un sentimento vivo che fa soffrire, che si nutre di rapporti non sempre facili, è un canto alla vita e una difesa preziosa verso i legami più autentici.

Nel nuovo romanzo, infatti, seguiamo le vicende intime di un anonimo nucleo familiare presentate – ed è questo il punto di forza – da una serie vasta di narratori che si intercalano, si intervallano, si danno man mano il testimone affinché la narrazione sia il più possibile vera e oggettiva. Ecco allora che, sulle traccia di quanto era già accaduto nell’apprezzato romanzo La dolce Rua Sovera (2014), la scrittrice non fa parlare solo gli esseri animati, vale a dire i rappresentanti di quella famiglia, ma anche gli spazi. Quei luoghi domestici dove la vita si compie, dove la famiglia snocciola giorno dopo giorno felicità e affronta difficoltà, dove si riunisce e dove, come vedremo, si rende manifesta una viva preoccupazione. Il fatto che sia un oggetto, e non un soggetto, a darci delle impressioni, a descrivere la storia, a sondare l’animo del personaggio posto sotto la lente di ingrandimento è assai rilevante e permette alla narrazione di avere uno sfogo ulteriore. I cambi di punti di vista, non solo sono significativi per il raggiungimento – nel lettore – di una panoramica più ampia e precisa di quanto in quella famiglia accade, ma sono essi stessi canali espressivi che celano codici sociali-antropologici-psicologici ben più ampi di quanto si crederebbe e che la scrittura rivela.

L’intenzione principale della Nostra era quello di creare una storia nella quale venisse posto come motivo centrale la scoperta, da parte di una madre affettuosa e ansiosa e da un padre leggermente reticente, di una disaffezione psicologica nel figlio, quello di essere affetto da un disturbo maniacale e compulsivo quale è la bipolarità. Uno stato di disagio che non deve o non dovrebbe rappresentare un tabù e che risulta assai più diffuso di quanto non si creda: una malattia invisibile nella quale il soggetto è in completa balia di un demone oscuro che si realizza concretamente con l’adozione di atteggiamenti inconsulti e violenti, o semplicemente incontrollati, tra euforia e disperazione. Fasi che il soggetto di per sé non è in grado di controllare né di riconoscere come tali, che necessitano la supervisione continua e il monitoraggio attento mediante intervento farmacologico.

La ultraffettiva madre è la prima a comprendere che c’è qualcosa in Giorgio che non vada, l’unico dei sei figli talmente diverso dagli altri, scapestrato e inarrivabile, smanioso nelle conquiste amorose, collazionatore imperituro di oggetti di bellezza mentre compie un’operazione economica incontrollata che ben presto non mancherà di evidenziare la degenerazione della sua vita dispendiosa e apparentemente irragionevole. La vita di Giorgio viene tratteggiata così per mezzo della preoccupazione materna che via via si fa sempre più incalzante tanto da motivare ansia anche nell’altro genitore e portarli a chiedere un consulto medico. Il professionista, ascoltato il racconto concitato e avvilito della madre, infatti, e analizzati i palesi e maniacali atteggiamenti descritti, non fa difficoltà ad individuare nell’anamnesi un disturbo maniaco-depressivo. Non solo: traccia le caratteristiche del disturbo, l’eziologia (chiarendo che non è da imputare a ragioni familiari né ad una educazione approssimativa) e fornisce indicazioni importanti sul trattamento, su quale deve essere l’approccio alla malattia, ovvero la cura per mezzo del litio.

La madre, conoscendo bene suo figlio, insofferente a ciascuna forma d’autorità, è piuttosto sicura che mai si sottoporrà alla cura che il medico ha previsto; con ellissi narrative veniamo, però, a sapere che Giorgio inizia la cura traendone, dopo un periodo effetti positivi, di maggiore rilassatezza con il raggiungimento di uno stadio di benessere e di allontanamento dalla dipendenze.

Questo volume intende, infatti, pur con l’artifizio narrativo, trattare una storia reale, che può essere talmente comune nelle nostre famiglie e si rende assai gradevole nonché utile perché impiega un tono informativo in una maniera non dotta né specialistica, ma originale e semplice. Ci avvicina a un mondo che – anche se non appartiene alla nostra specifica realtà – è bene e necessario conoscere. Ci fornisce i tratti distintivi di questa malattia che, chiaramente, ha numerose varietà e forme sintomatiche proprie e che nel nostro protagonista ha più la forma della mania degenerativa che dei veri sbalzi umorali tra euforia e depressione. Come viene chiarito nel libro, infatti, la storia di Giorgio è quello di un ragazzo che si rapporta al mondo in maniera distorta inseguendo sempre l’accumulo, l’eccesso, il lato superlativo di ogni esperienza, sia essa amorosa, sia di benessere fisico –di cui c’è riferimento all’uso della droga- e tanto altro ancora. Il suo disturbo, per come la narratrice ce lo rende, resta per lo più compreso tra una situazione di latente normalità e una palese esagerazione di toni che tendono all’euforia, al fagocitamento spasmodico dell’esistenza. Non si percepiscono in Giorgio, infatti, momenti di appiattimento o di vero stordimento, di negazione di sé nelle quali la depressione, vale a dire una condizione di profonda perdita di conoscenza di sé e di tristezza, può portare all’adozione di atteggiamenti lesivi per sé o per gli altri, finanche il suicidio.

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L’autrice del libro

Concettualmente sono configurabili all’interno della narrazione una serie di location che, oltre a essere tra loro concatenate, sembrano essere l’una inserita all’interno dell’altra, come una sorta di scatola cinese. La casa del glicine, che si identifica con l’emblema della famiglia ma anche dell’infanzia, è un mondo di pensieri positivi, felici ricordi e unità domestica, ed è pertanto un mondo di colore: essa tinge di viola, di questa tinta cromatica un mondo che, pur bello e auspicabile, l’avanzata della storia ci descrive come minacciato, ipotecato e infine perduto. Dall’altra parte possiamo intuire un nero o, comunque, una tinta fosca e indistinta che va a localizzarsi come non-spazio o come forma allucinata di realtà che Giorgio vive e consuma, senza rendersene conto. È un recesso oscuro che la coscienza non riesce a governare, un mondo fatto di probabili psicosi e di atteggiamenti maniacali, ridotti a mera ripetizione finalizzata all’ottenimento di uno scopo che si è in qualche modo perso di vista e per questo si rincara sempre più la misura di tutto. Vediamo nelle pagine che chiudono questo denso romanzo una graduale appropriazione del mondo delle tenebre su quello spazio di natura e di beltà autentica rappresentata dalla casa del glicine e dalla ormai lontana spensieratezza familiare. Una sorta di battaglia che si compie tra l’ottundimento della ragione e la forza d’essere, tra l’irresponsabilità e l’orgoglio ed ancora tra la sanità e una caduta, non solo psicologica, ma anche in termini morali, di dignità e rispetto della persona.

Un evento inaspettato e tanta buona fiducia nell’anima buona di Lucrezia permetteranno, nel dolce finale, di squarciare quel nero che si è fatto sempre più fitto con la definitiva riappropriazione della casa del glicine, luogo dell’incanto e dell’amore, contorno speziato di una presenza rassicurante e necessaria per il futuro a venire.

I miei complimenti ad Anna Maria per questo suo nuovo lavoro e per la sua ineffabile capacità di saper trattare tematiche non sempre semplici, fornendocele, però, attraverso il tocco amoroso di una donna che vive sulla sua pelle gioie e dolori, che sa interiorizzare le situazioni con una notevole forza espressiva e rendercele nella loro conturbante drammaticità. Trovo assai giuste e pertinenti le osservazioni di Enrica Santoni Rothfuss, poste come nota di lettura in appendice al libro, quando parla della struttura teatrale dell’opera, che difatti è divisa in atti, non mancando al contempo di rivelare che si tratta di un romanzo. Aggiungo che vi sono delle parti (compresa l’invocazione alla Vergine) di intensa emotività e di apicale espressionismo che contengono – pur nella forma prosastica – un animo lirico e di forte empatia con il narrato.

 La casa, nolente confidente dei pensieri e dei tormenti di ciascun personaggio, è una presenza assai importante che, pur muta, è come se confortasse la stessa Lucrezia, raccogliendo le lacrime e le notti in bianco per un dolore col quale non si sa quali armi impiegare. L’ambiente che lo circonda è dotato di per sé di energie proprie capace di infondere rilassatezza e riconoscenza al creato, in quella terra plurale di colli e riviere che è le Marche, dalla Nostra definita con affetto “terra ricciolina”. Di questa regione vengono offerti altresì rimarchevoli descrizioni e riferimenti ad alcuni degli elementi più caratteristici, tanto architettonici e religiosi com’è il caso della preziosa casa mariana all’interno del Santuario di Loreto, o addirittura culinari, quando richiama il saporito frustingo, dolce tipico del Maceratese.

Dati i recenti movimenti tellurici che hanno investito anche la mia regione e che hanno riguardato in particolare alcune zone del Maceratese che ancora versano in gravi condizioni non posso che appropriarmi dell’immagine della casa nel romanzo di Anna Maria Boselli Santoni, culla di protezione, dominio degli affetti, ricca ancestralità e spazio identitario.  Dimore che nell’attualità di una cronaca scomoda sono collassate o hanno riportato seri danni da decretare l’inagibilità: universi creduti invincibili al tempo e ad ogni legge fisica di colpo sfarinatesi, assieme ai sogni, lasciando polvere su visi, insozzando labili certezze. L’autrice del romanzo, forse in maniera inconsapevole, con questa robusta e pregnante narrazione qui ambientata, – giunta proprio in questo momento complicato – innalza un dolce inno a una delle regioni più belle che l’Italia possa contare, fa librare una preghiera accorata con il pensiero pesante verso chi il sacro tetto familiare l’ha drammaticamente perso. Un romanzo che, letto in questo momento e con le naturali implicazioni affettive che mi lega alla mia Regione, ha la forma di un potente monito di convinta speranza nel miglioramento anche se, non bisogna mai compiere l’errore di sradicarsi dalla realtà dei fatti poiché, come diceva Kay Redfield Jamison, – che la Nostra cita -, “perfino il tempo/ impiegò il suo tempo,/ e non fu dolce”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 03-05-2017

“Bambini” di Anna Vincitorio, recensione di Francesca Luzzio

Anna Vincitorio, Bambini, Blu di Prussia, 2016.

Recensione di Francesca Luzzio

 

AAA IMMA....pngIl titolo della plaquette di Anna Vincitorio, Bambini, induce il lettore a sorridere perché naturalmente si è portati a pensare a delle poesie ricolme di tenerezza e affetto, ma  basta  volgere lo sguardo all’immagine del bimbo in copertina, al suo sguardo perso nel vuoto, alle sue labbra inarcate per sospettare che la discrasia presente tra titolo e immagine nasconda qualcosa.  Infatti già il titolo della prima lirica, “Bambino in guerra”, spegne ogni illusione di vivere liete emozioni.  La  drammatica bellezza dei versi anzi accresce progressivamente la sofferenza di chi, dotato di sensibilità e di sani principi etico-morali, legge di tanta glaciale indifferenza  degli adulti di fronte ai deboli, ai piccoli che non possono, né sanno  difendersi.

Dopo la poesia sui bambini-soldato, l’autrice volge lo sguardo ai bambini del terzo mondo, malati di AIDS, invisibili agli occhi dell’opulento mondo occidentale che, sordo alle immagini, si limita a “interrompere il video/e spegnere la luce” e “tutto torna normale” (in “Bambini invisibili”, pag.18). Ma la poetessa non demorde e continua nella sua amara denuncia per cercare di scuotere le coscienze, così utilizza la sua sapienza versificatrice per esprimere la sua profonda pietà nei confronti dei bambini abbandonati, abusati dai pedofili, dei bimbi migranti che vedono le loro umili tende, i loro rifugi distrutti, o ancora vittime di cruenti riti tribali. Forse il colore della pelle è indice d’inferiorità? Forse Gesù aveva gli occhi azzurri? E Maria Maddalena che Gesù perdonò non aveva i capelli neri?                                          

Una denuncia forte, lancinante che, se da un lato ci pone di fronte alla profonda umanità e sensibilità della poetessa, dall’altro fa emergere l’insensibilità, i vizi di tantissimi adulti che abusando dell’innocenza, uccidono il futuro dell’umanità.

La poetessa ci pone di fronte ad una realtà ossimorica: infanzia sinonimo di gioia, tenerezza, sogno e amore, quale di fatto dovrebbe essere; infanzia sinonimo di violenza, abbandono, privazione, quale di fatto è per molti bambini.  Così  indirettamente evidenzia anche la drammatica condizione socio-economica del mondo che, oggi come ieri, vede le nazioni divise in ricche e povere, in sfruttatrici e sfruttate, condannando comunque, sempre e in ogni luogo, i poveri e i diseredati a un perenne sfruttamento e alla miseria.

La poetessa nella sua commossa e partecipe denunzia si serve di versi liberi, pur non mancando assonanze: “…compimento/….mistero” (in “Cronaca”, pag.25) o consonanze  e quasi rime: “…silente/ …radiante” (idem), anche tra versi lontani fra loro, quale l’urgere del suo sentire progressivamente le ha suggerito;  adopera ora un linguaggio schietto, semanticamente pregnante, al di fuori di ogni allusività, quasi a voler mettere il lettore di fronte al fatto, quale esso realmente è: “l’ascia vibra/ e pesante colpisce/ per abbattere tutto./ Alberga ancora/in alcuno pietà?”(in “White Christmas a Coccaglio”, pag.23); tal’altra un linguaggio metaforico che trova spesso nella natura e nei suoi elementi il correlativo intuitivo-alogico che meglio ne rende la pienezza semantica, così gli eserciti dei bambini-soldato sono “campagna coltivata a grano./Ancora non maturo il tempo/per la sua chioma d’oro” o ancora “girasoli [che] hanno reclinato/la testa” (in “Bambino in guerra”, pag.13) .

A volere ulteriormente rimarcare la gravità e la persistente attualità del drammatico argomento, si potrebbe citare molta della produzione saggistica e narrativa che nel tempo lo ha affrontato, ma in fondo basta concludere sostenendo quanto diceva Dostoevskij: “offendere un bambino è il peccato più grave di cui un adulto si possa macchiare”.

Francesca Luzzio

 

L’autrice di questa recensione acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un suo testo personale, frutto del suo unico ingegno.