Premio alla Carriera ad Anna Santoliquido, la motivazione del conferimento avvenuto il 10/11/2018

A continuazione viene riportata la motivazione di conferimento del Premio Speciale “Alla Carriera” attribuito alla poetessa e scrittrice Anna Santoliquido  conferitole in data 10 novembre 2018 a Jesi (AN) presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni in seno alla premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato e presieduto da Lorenzo Spurio e organizzato dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi:

Anna Santoliquido è una poetessa lucana conosciuta a livello internazionale. Nel corso della sua carriera da scrittrice le sono stati conferiti numerosi riconoscimenti letterari come la “Laurea Apollinaris Poetica” nel 2017, premio alla carriera per i migliori poeti italiani viventi. La sua bibliografia è vastissima. È forenzese, ma appartiene al mondo, come lei stessa ha dichiarato più volte in alcune interviste.

La sua poesia è in continuo movimento, guidata dalla costante ispirazione, curiosità e voglia di confronto con gli altri. Considera la scrittura un ponte tra interiorità e società e non poteva dare definizione migliore per le sue poesie. Ogni verso è caratterizzato da un’estrema semplicità: l’autrice riesce a condurre il lettore nei luoghi che descrive, glieli fa toccare con mano. Le emozioni arrivano con naturalezza.

Una scrittura essenziale, ma di rara bellezza, molto visiva, che fa vibrare le corde dell’anima. Dialoga con le pietre e ci fa sentire le parole della terra. Ci fa ascoltare la bellezza della vita e dell’amore, mentre la schiuma del Gargano riflette l’incanto dei luoghi. È osservatrice attenta del mondo, narratrice della storia e dei suoi miti, oltre che testimone delle intimità dei poeti, ai quali dedica versi intensi e profondi. La Giuria ha scelto di assegnarle il Premio alla Carriera non solo per il suo notevole percorso letterario e per le tante attività che svolge come promotrice culturale, ma soprattutto per quella dote innata che l’ha portata ad essere autrice capace di lasciare un segno autorevole nel panorama letterario odierno. Il suo impegno nel fare cultura, nel dare voce alle donne è un esempio positivo per le nuove generazioni.

Michela Zanarella

Presidente di Giuria

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Da sinistra: Michela Zanarella (Presidente di Giuria), Lorenzo Spurio (Presidente del Premio), Anna Santoliquido (Premio alla Carriera) e Luca Butini (Assessore alla Cultura e Vice-Sindaco di Jesi)

Una scelta di testi poetici dell’autrice sono stati pubblicati nella antologia del Premio assieme alla summenzionata motivazione del Premio e alla nota bio-bibliografica che segue.

Anna Santoliquido è nata a Forenza (PZ), vive a Bari dove si è laureata in Lingue e Letterature Straniere. Docente di Inglese, ha collaborato nella stessa Università. Poetessa, scrittrice, saggista. Ha fondato e presiede il Movimento Internazionale “Donne e Poesia”, giunto al 33° anno di attività, organizzandone i Convegni. Traduttrice, fa parte delle redazioni di diverse riviste, tra cui “La Vallisa” e “Clic: Donne 2000” – giornale delle italiane in Germania. Collabora a varie testate anche on line. Opera in associazioni culturali. È membro del Coordinamento della Sezione Nazionale Scrittori SLC-CGIL e responsabile per “Puglia‑Basilicata”. È anche responsabile per la Puglia del PEN Club Italia. Dirige laboratori di poesia. Ha svolto stimolazione poetica in Istituti di pena.

Per la poesia ha pubblicato I figli della terra (1981), Decodificazione (1986), Ofiura (1987), Trasfigurazione (1992), Nei veli di settembre (1996), Rea confessa (1996), Il feudo (1998), Confessioni (di fine Millennio) (2000), Bucarest (2001), Quattro passi per l’Europa (2011), Nei cristalli del tempo (2015), Versi a Teocrito (2015).

Nei Balcani sono apparse le sillogi Kamena kuća (La casa di pietra,  1988), Putovanje (Il viaggio, 1994) e il volume di racconti Bela jedrilica (La vela bianca, 1994), traduzioni in serbo di Dragan Mraović, Utazás (Il viaggio, 2004) traduzione in ungherese, Ed è per questo che erro (2007, edizione bilingue), Città fucilata (2010, edizione bilingue) entrambi con traduzione di Dragan Mraović, Med vrsticami (Tra le righe, 2011, edizione bilingue), traduzione di Jolka Milič, Casa de piatrǎ (La casa di pietra, 2014, edizione bilingue), traduzione di Rǎzvan Voncu, I have gone too far (2016, edizione armeno-inglese), traduzione di Vardan Hakobyan, Profetesha (La Profetessa, 2017), traduzione in albanese di Albana Alia. Ha tradotto dallo spagnolo Diez – poesie (1986) e dall’inglese vari poeti contemporanei. È presente in numerose riviste, antologie e saggi critici nazionali e stranieri, tra cui Scrittrici Italiane dell’ultimo Novecento, di Neria De Giovanni, a cura di Giacomo F. Rech, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra Uomo e Donna (2003), Pet Sodobnih Italijanskih Pesnikov (2003), a cura di Jolka Milič, La VallisaI nostri primi vent’anni con la Serbia (2007), a cura di Dragan Mraović e I nostri primi trent’anni. La Vallisa – Serbia (2015), a cura di Daniele Giancane e Dragan Mraović. Ha curato Zgodbe z juga – Antologija južno italijanske kratke proze (2005), traduzioni di Jana Okoren.

Sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo, serbocroato, cecoslovacco, greco, sloveno, rumeno, armeno, cinese, albanese, francese, ungherese, arabo, tedesco, russo, macedone, turco, latino, polacco, bulgaro e in braille. È componente di giuria di premi letterari in Italia e all’estero.

Ha curato 5 pesetas di stelle ‑ antologia della nuova poesia spagnola, con Daniele Giancane (1985), traduzioni di Emilio Coco, Donne e poesia 1985 (1986), Le tigri e le mimose (1987), Trasgressioni di marzo (1988), Primule gialle (1989), Rondini e sirene (1990), Stelle zingare (1991), Seni con le ali (1992), Il vivaio allo specchio (1996), I diritti negati, con Patrizia Sollecito, (2011).  Nel 1999 è stata rappresentata l’opera teatrale Il Battista, regia di Ettore Catalano.

Ha coordinato il volume La prosa breve slovenaAntologia di autori contemporanei (2006) a cura di Roberto Dapit.    Tiene relazioni e recital in Italia e all’estero. Nel 2008 ha tenuto incontri letterari a Smederevo, Pozaverac, Petrovac, Sremski Karlovci. Ha rappresentato ufficialmente l’Italia in molti congressi internazionali, tra cui Zagabria, Belgrado, Atene, Creta, Bucarest, Lubiana. Ha partecipato più volte agli Incontri Internazionali degli Scrittori a Belgrado. Ha rappresentato l’Italia in vari Festival Internazionali di Poesia: nel 2005 in Valacchia (Romania), nel 2011 a Francoforte, nel 2012 a Struga in Macedonia e nel 2013 a Istanbul in Turchia, Yerevan in Armenia e Reşita in Romania. Nel 2014 a Stepanakert nel Nagorno Karabakh. Nel 2015 a Magdeburgo in Sassonia-Anhalt (Germania). Ha conseguito numerosi riconoscimenti letterari nazionali e internazionali, tra i quali: il premio della Fondazione Hesperus di Bucarest (1993), il Premio Internazionale Europa – Sezione Poesia dalla Provincia di Pisa (1994), il prestigioso premio “Anello d’oro” (2009) dalla “PKZ Beograda” (Associazione per la cultura e l’istruzione di Belgrado) per il contributo particolare dato alla cultura serba; la “Carta di Morava” e la cittadinanza onoraria (2010). Membro onorario dell’Associazione Scrittori della Serbia e membro onorario dell’Unione degli Scrittori Indipendenti della Bulgaria. Ha ricevuto la Laurea Apollinaris Poetica dall’Università Pontificia Salesiana di Roma. Nel 2018 è stato pubblicato il volume Parole in festa per Anna Santoliquido e ha ottenuto il Diploma e la Medaglia d’Onore dell’Unione degli Scrittori Indipendenti della Bulgaria. La bibliografia sulle sue opere è vastissima.

 

Nota: La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore. 

Premio alla Memoria a Maria Ermegilda Fuxa (1913-2004), la motivazione del conferimento avvenuto il 16/11/2019 a Jesi

A continuazione viene riportata la motivazione di conferimento del Premio Speciale “Alla Memoria” attribuito alla poetessa Maria Ermegilda Fuxa (1913-2004)  conferito in data 16 novembre 2019 a Jesi (AN) presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni in seno alla premiazione della VIII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato e presieduto da Lorenzo Spurio e organizzato dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi. 

Maria Ermegilda Fuxa, di Alia (Palermo) fu una poetessa dal passato traumatico e doloroso, della quale a livello nazionale poco o mai si è parlato, ingiustamente, a dispetto dell’alta caratura della sua penna e della vastità del suo sentire umano. Dall’animo taciturno e schivo, la donna era particolarmente affascinata e legata a vari settori artistici: amava la scrittura, in particolar modo la poesia (molto, addirittura, il vernacolo che la legava alla sua terra) e finanche la musica (troverà ispirazione in Schubert, Mendelssohn e Beethoven). Tuttavia il suo senso d’in-appartenenza al mondo, la sua marcata solitudine, la trascineranno in una vera depressione che le aprirà le porte dell’istituto manicomiale dove venne trattata con la terapia dominante all’epoca: elettroshock e pesante somministrazione di psicofarmaci che la indebolirono e ne offuscarono, forse, le volontà, senza renderla, però, un’ombra. Difatti la sua penna è testimone lucida e inclemente di quei dolorosi momenti, descritti con automatismo e schiettezza al punto da percepirli così vividi ancor oggi. La sua produzione poetica è contenuta in tre lavori pubblicati dall’ASLA (Accademia Siciliana Letteratura ed Arti): Voce dei senza voce (1980), Lasciatemi almeno la speranza (1984) e Paesaggi d’anima (1990).  La donna è deceduta a Palermo nel 2004. Vincitrice di vari premi letterari, con questo nostro riconoscimento “Alla memoria” intendiamo riscoprire il valore culturale, anche in relazione al recente saggio critico su di lei prodotto dalla poetessa Maria Teresa Lentini, che ne ha studiato la poetica e che rappresenta una delle principali eredi della produzione letteraria della donna.

Lorenzo Spurio

Presidente del Premio 

 

Una scelta di testi poetici dell’autrice sono stati pubblicati nella antologia del Premio assieme alla summenzionata motivazione del Premio e alla nota bio-bibliografica che segue. 

 

download.jpgMaria Ermegilda Fuxa nacque ad Alia (PA) nel 1913; della sua città d’origine ebbe a scrivere: «T’amo o mio paese di Alia… ti nasconderò nei miei sogni… sei come preziosa perla e come purissimo fiore di neve…».

Dall’animo taciturno e schivo, la donna si mostrò, nel corso della sua tribolata esistenza, particolarmente affascinata e legata a vari settori artistici: amava la scrittura, in particolar modo la poesia (molto, addirittura, il vernacolo che la legava alla sua terra) e finanche la musica al punto da trovare ispirazione in Schubert, Mendelssohn e Beethoven. Tuttavia il senso d’in-appartenenza al mondo, la sua marcata solitudine e la non inclusione al gruppo familiare, uniti al disinganno amoroso fece sì che venisse trascinata in una vera depressione che le aprirà le porte dell’istituto manicomiale.

Alla morte di entrambi i genitori fu introdotta in una clinica psichiatrica del capoluogo siciliano dove venne trattata con la terapia dominante all’epoca: elettroshock e pesante somministrazione di psicofarmaci che la indebolirono e ne offuscarono le volontà. La sua penna è testimone lucida e inclemente di quei dolorosi momenti, descritti con automatismo e schiettezza al punto da percepirli così vividi ancor oggi.

La sua produzione poetica è contenuta in tre lavori pubblicati dall’ASLA (Accademia Siciliana Letteratura ed Arti): Voce dei senza voce (1980), Lasciatemi almeno la speranza (1984) e Paesaggi d’anima (1990); quest’ultima opere è adornata da una presentazione di Giuseppe Impastato. 

Numerosi i riconoscimenti letterari tra i quali il Premio Internazionale “Mario Giuseppe Restivo” (1963), il Premio Internazionale “Albatros” (1981), il Premio Internazionale “Orso d’oro” (1982), il Premio “Penna d’oro” (1983), il Premio Internazionale “Roma Aeterna” (1984), il Super-Premio “La caravella del successo” (1985), il Premio Internazionale “Guglielmo Marconi”.

La poetessa è deceduta a Palermo nel 2004.

Nel 2011 venne istituito un concorso di poesia in suo nome. A Maria Ermegilda Fuxa è stato intitolato nel novembre 2018 il giardino all’interno dell’ex-ospedale psichiatrico (presidio ospedaliero Pisani) di Via La Loggia a Palermo proprio in un momento in cui si ricorda e celebra l’introduzione della Legge Basaglia che, dopo un lungo dibattito parlamentare, votò per la conversione delle strutture manicomiali. In realtà non è la prima iniziativa promossa in ricordo della poetessa palermitana, infatti, nel giorno della Festa della Donna nel 2017 le venne intitolata la Biblioteca Comunale di Alia.

 

BIBLIOGRAFIA

Voce dei senza voce, ASLA, Palermo, 1980

Lasciatemi almeno la speranza, ASLA, Palermo, 1984

Paesaggi d’anima, ASLA, Palermo, 1990

 

 

Nota: La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.

Premio alla Memoria a Silvio Bellezza (1941-2000), la motivazione del conferimento avvenuto il 16/11/2019 a Jesi

A continuazione viene riportata la motivazione di conferimento del Premio Speciale “Alla Memoria” attribuito al poeta Silvio Bellezza (1941-2000) conferito in data 16 novembre 2019 a Jesi (AN) presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni in seno alla premiazione della VIII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato e presieduto da Lorenzo Spurio e organizzato dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi. Alla cerimonia era presente la cugina del poeta, Pinuccia Bellezza Mattia e l’Assessore alla Cultura nonché Vice-Sindaco di Lanzo Torinese Fabrizio Casassa.

Silvio Bellezza, che non ha da essere confuso con il poeta romano Dario Bellezza, nacque a Lanzo Torinese nel 1941, in provincia di Torino. Ci ha lasciato una serie di volumi di poesia, in italiano e in dialetto, contenenti anche alcuni racconti, che sono stati pubblicati dalla casa editrice Genesi di Torino sotto la supervisione e l’incoraggiamento del critico letterario Sandro Gros-Pietro. Due gli elementi distintivi di Silvio Bellezza: l’amore indiscusso per la letteratura e la scrittura in genere e la passione per l’alpinismo. Molte sue opere hanno come ambientazione la montagna, da lui così tanto frequentata e scalata, alla ricerca, forse, di quel percorso ideale dell’uomo in ricerca di sé e di una altezza da scalare nella quale riconoscersi, passo dopo passo. Centrale tra le varie opere appare il volume La neve rossa dove, nella seconda parte dell’opera, si possono leggere avvincenti narrazioni brevi. La poetica di Bellezza è un misto di rimpianto e di aspirazioni al bello, vicina al tradizionalismo e pure curiosa anche verso le introduzioni della novità. Il tono, in alcune circostanze, non manca di essere leggermente polemico, altre volte ironico verso se stesso, altre ancora predilige la costruzione iterativa e interrogativa con la quale cerca di sondare possibili spiegazioni a questioni, aporie, e dilemmi che lo pervadono. Un approfondimento della sua opera ci ha condotto alla decisione, appoggiata dalla famiglia dello stesso nella persona della signora Pinuccia Bellezza Mattia e del Comune di Lanzo Torinese, di ricordarlo con il Premio Speciale “Alla Memoria”. Alcuni suoi componimenti trovano spazio nella nostra antologia del Premio per permettere una maggiore diffusione e conoscenza della sua pregevole opera letteraria.

Lorenzo Spurio

Presidente del Premio

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Da sinistra: Lorenzo Spurio (Presidente del Premio), la sig.ra Pinuccia Bellezza Mattina, Michela Zanarella (Presidente di Giuria), Fabrizio Casassa (Assessore alla Cultura e Vice-Sindaco di Lanzo Torinese)

 

Una scelta di testi poetici dell’autore sono stati pubblicati nella antologia del Premio assieme alla summenzionata motivazione del Premio e alla nota bio-bibliografica che segue. 

 

silvio-bellezza-6282.gifSilvio Bellezza nacque a Lanzo Torinese (TO) nel 1941. Collaborò saltuariamente a riviste specializzate ed è stato redattore di Vernice. Presente in numerose antologie e dizionari di Autori contemporanei, ha collaborato con le case editrici Genesi di Torino e Miano di Milano.

Poeta e narratore, diede alle stampe i volumi Il senso degli anni (1972), Parti di un monologo (1974), Sensa pressa (1979), La rivoluzione mancata (1985), L’alfabeto del silenzio (1989), Il libro degli echi (1991), Una pace precaria (1993) e La neve rossa (1999).  Suoi versi sono stati tradotti in francese e rumeno. Per la saggistica letteraria ha dato alle stampe Il leggio incantato (1990) e Presenze poetiche del secondo novecento in Piemonte, ne La poesia contemporanea (1997).

È stato il più convinto promotore del Premio Letterario di poesia e prosa Città di Lanzo di cui ha seguito tutte le edizioni e che alla sua morte – avvenuta nella sua città nel 2000 – gli venne dedicato. Sulla sua opera poetica si sono espressi, tra gli altri, Giorgio Barberi Squarotti, Sandro Gros-Pietro e Piero Rachetto.

 

BIBLIOGRAFIA

 

Poesia

 Il senso degli anni, Torino, 1972

Parti di un monologo, Torino, 1974

Sensa pressa, Torino, 1979

La rivoluzione mancata, Forlì, 1985

L’alfabeto del silenzio, Genesi, Torino, 1989

Il libro degli echi, Torino, 1991

Una pace precaria, Genesi, Torino, 1993

La neve rossa, Genesi, Torino, 1999

 

Saggistica

Il leggio incantato, Genesi, Torino, 1990

Presenze poetiche del secondo novecento in Piemonte, ne La poesia contemporanea, Milano 1997.

 

Nota: La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore. 

Premio alla Memoria a Salvatore Toma (1951-1987), la motivazione del conferimento avvenuto il 16/11/2019 a Jesi

A continuazione viene riportata la motivazione di conferimento del Premio Speciale “Alla Memoria” attribuito al poeta Salvatore Toma (1951-1987) conferito in data 16 novembre 2019 a Jesi (AN) presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni in seno alla premiazione della VIII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato e presieduto da Lorenzo Spurio e organizzato dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi:

L’esperienza letteraria di Salvatore Toma, studiata e antologizzata anche in manuali di critica e storia della poesia regionale della Puglia, come il volume di Catalano, nel corso degli ultimi anni è stata riscoperta e resa fruibile a un pubblico maggiore. Deceduto giovanissimo nella provincia salentina, attorniato dagli immensi ulivi che spesso ritornano nelle sue opere, Toma è stato – forse in maniera troppo facile – inserito in una possibile pattuglia di poeti maledetti locali che, per ragioni e in modi diversi, sono scomparsi nel corso della loro gioventù o poco più come ad esempio la poetessa Claudia Ruggeri, conoscitrice di Dante e produttrice di un verso spesso enigmatico. Salvatore Toma, come avviene in Canzoniere della morte, opera postuma curata e pubblicata per espressa volontà della filologa Maria Corti, impronta un colloquio diretto e continuo, sofferto eppure vitale, con la morte. Il poeta considera alcuni degli aspetti più drammatici e deleteri della vita contemporanea quale la macellazione di animali al fine dell’alimentazione, la cupa solitudine che può gravare su un animo già di per sé depresso, l’effervescenza intellettuale che, se da una parte è origine di una scrittura particolareggiata, dall’altra può significare una sorta di ostacolo al quieto vivere. La produzione poetica di Toma, scomparso nel 1987, è stata recentemente implementata grazie a una edizione dal titolo Il Tomaverso curata da una fondazione di Maglie che, in tal modo, ne ha inteso percorrere il tragitto poetico dell’uomo. Il Premio Speciale “Alla Memoria” che oggi intendiamo attribuire al poeta salentino, con l’autorizzazione della moglie Paola Antonucci Toma, è teso a marcare la volontà di continuare in quel tragitto di conoscenza della sua opera e diffusione, che possa avvenire con iniziative dedicate e, magari, con una pubblicazione organica dell’intera opera omnia.

Lorenzo Spurio

Presidente del Premio 

 

Una scelta di testi poetici dell’autore sono stati pubblicati nella antologia del Premio assieme alla summenzionata motivazione del Premio e alla nota bio-bibliografica che segue. 

salvatore_toma-1.jpgSalvatore Toma nacque a Maglie (LE) nel 1951, località della Provincia salentina, feconda terra di distinti poeti. Assieme a Claudia Ruggeri, Toma è stato considerato parte di quell’età decadente della poesia della seconda metà del Secolo scorso, una Scapigliatura salentina i cui protagonisti, appunto, erano giovani ribelli e disadattati alla vita, insoddisfatti, scissi interiormente.

Toma, esponente senz’altro centrale, di questa pseudo-pattuglia di selvaggi salentini, durante la sua breve vita (morì nella sua Maglie nel 1987) pubblicò sei raccolte poetiche: Poesie (Prime rondini) (1970), Ad esempio una vacanza (1972), Poesie scelte (1977), Un anno in sospeso (1979), Ancóra un anno (1981), Forse ci siamo (1983).

Generalmente, complici le notizie non veritiere o imprecise, la morte di Salvatore Toma è stata descritta come suicidio sebbene alcuni parlarono di diabete etilico o di cirrosi. Che Toma fosse un bevitore sembra esser noto – e anche in alcune liriche se ne ha testimonianza – mentre la moglie del poeta adduce quale causa complicanze di carattere respiratorio intervenute durante il suo periodo di ricovero. È un dato di fatto, e di questo erano convinti amici e critici a lui vicini, che Toma si mostrò compiacente con la sua stessa patologia senza cercare di combatterla e adeguarsi a seguire un dato percorso di cure. La morte, dunque, in tale accezione, vista come il rifiuto delle cure e dei tentativi atti ad allontanarne lo spettro ultimo, potrebbe aver originato l’idea stessa che si fosse suicidato, dunque tolto la vita autonomamente. La filologa Maria Corti parlò di suicidio: «Drammatico è l’uso precoce dell’alcol […] sino al suicidio avvenuto il 17 marzo 1987 a 35 anni».[1]

Per ricordarlo, nell’occasione del decimo anniversario dalla sua morte, venne pubblicato Per Salvatore Toma (1997), antologia curata da Gaetano Chiappini. A livello nazionale le sue poesie vennero accolte dall’editore Einaudi che, solo dopo la sua morte, ne diede pubblicazione (opera oggi fuori catalogo reperibile solo in biblioteche): Canzoniere della morte (1999) a cura di Maria Corti, la nota filologa che, di fatto, lo scoperse e lo fece conoscere al grande pubblico.

Sulla produzione poetica di Toma si espressero anche eminenti critici letterari quali Donato Valli (Rettore dell’Università del Salento dal 1983 al 1992) e Oreste Macrì (ispanista) e, tra gli altri, Gaetano Chiappini, Nicola De Donno (docente e preside del Liceo “Capece” di Maglie che, come ricorda Mario Marti, fu una delle prime a credere nella poesia di Toma, ben prima di Maria Corti), Antonio Verri (poeta), Claudio Micolao, Maurizio Nocera, Claudia De Lorenzis, Giuliana Coppola e Antonio Errico.

 

BIBLIOGRAFIA

 

Poesie (Prime rondini), Gabrieli, Roma, 1970

Ad esempio una vacanza, Gabrieli, Roma, 1972

Poesie scelte, Ursini, Catanzaro, 1977

Un anno in sospeso, Lalli, Poggibonsi, 1979

Ancóra un anno, Capone, Cavallino di Lecce, 1981

Forse ci siamo, Quaderno del Pensionante de’ Saraceni, Lecce, 1983

Per Salvatore Toma, a cura di Gaetano Chiappini, Editrice Magliese, Maglie, 1997

Il Tomaverso. di anime animali creature senzienti, Fondazione “Francesca Capece”, Comune di Maglie, Maglie, 2017.

 

 

[1] Maria Corti, Introduzione a Salvatore Toma, Canzoniere della morte, Einaudi, Torino, 1999, V.

 

Nota: La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore. 

Premio alla Cultura a Rosanna Di Iorio, la motivazione del conferimento avvenuto il 16/11/2019

A continuazione viene riportata la motivazione di conferimento del Premio Speciale “Alla Cultura” attribuito alla poetessa e scrittrice abruzzese Rosanna Di Iorio conferitole in data 16 novembre 2019 a Jesi (AN) presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni in seno alla premiazione della VIII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato e presieduto da Lorenzo Spurio e organizzato dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi:

Rosanna Di Iorio, poetessa di Chieti, ha prodotto nel corso degli anni una ingente attività letteraria tanto in termini di produzione libraria, di cui il più recente la silloge poetica La stanza segreta (2018), che in termini di eventi culturali da lei ideati, promossi, co-organizzati e partecipati tra i quali figurano presenze in commissioni di giurie in premi letterari nazionali, presentazioni di libri, kermesse culturali e tanto altro ancora. Vincitrice di numerosi premi e riconoscimenti che la contraddistinguono per essere una delle poetesse contemporanee maggiormente apprezzate, tanto dalla critica che dal pubblico, spinta dal grande amore per la poesia e particolarmente attaccata alla sua città, ha fondato il Premio Letterario Nazionale “Città di Chieti” che, pur avendo avuto sino ad oggi solo tre edizioni, si è distinto per capacità organizzativa, serietà e ricchezza di contenuti e opere pervenute, nel panorama delle competizioni letterarie. La sua poesia è dolce e flautata, ricca di richiami alla cronaca dei nostri giorni, come non ricordare le poesie dedicate alla sfortunata Melania Rea o ai bambini di Bucarest dove si respira distintamente il pathos che pervade i versi. Anima profonda e intellettuale sincera e impegnata, Rosanna ha saputo costruire importanti sodalizi amicali, collaborativi e di stima reciproca e sentita, tra indiscussi esponenti del panorama culturale letterario che la apprezzano per la sua umanità, generosità d’animo e professionalità. Tale riconoscimento è teso a rimarcare la profonda e rara sintonia che in lei si trova tra bellezza poetica e bellezza interiore, nonché per il suo serio impegno in vari contesti culturali.

Lorenzo Spurio

Presidente del Premio 

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Da sinistra: Lorenzo Spurio (Presidente del Premio), Rosanna Di Iorio, Michela Zanarella (Presidente di Giuria)

 

Una scelta di testi poetici dell’autrice sono stati pubblicati nella antologia del Premio assieme alla summenzionata motivazione del Premio e alla nota bio-bibliografica che segue.

Rosanna Di Iorio è nata a Chieti dove vive. Per la poesia ha pubblicato le opere Oltre lo sguardo (2002), Stelle del nulla misterioso (2005), Con le nostre mani d’anime (2008), Un groviglio di sentimenti (2010), Sono cicala. Mi consumo e canto (2011), Arianna e il Filo. Geografia di Sentimenti (2013), La stanza segreta (2018).  La sua poesia è particolarmente attenta al sociale, alla memoria, agli affetti, all’Amore. Ha curato la presentazione di tre libri, due di racconti di Antonio Palombaro e uno di poesie di Fantino Mincone. Ha collaborato con il mensile La Voce dei marrucini e creato il Concorso letterario nazionale per poesie e racconti “Premio Città di Chieti”, giunta nel 2019 alla terza edizione. È presente in diverse antologie, è stata membro di Giuria del Premio “Mimesis” di Itri e da vari anni è membro di giura del Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”, dedicato al prof. Renato Pigliacampo, e del Premio “Novella Torregiani” indetto dall´Ass. Euterpe a Porto Recanati.

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Numerosi i premi letterari conseguiti negli anni, sia per la poesia che per la narrativa, con numerosi podi, premi speciali, menzioni e altri riconoscimenti. Tra i risultati più importati spiccano i primi posti ottenuti nei Premi “Histonium” (Vasto), “Hombres” (Pereto), “Ad un passo dalla poesia” (Tollo), “Domenico Stromei” (Tocco Casauria), “Elena Sprecacenere” (Pescara), “Certame Poetico poesia dialettale” (Manoppello), “Lorella Santone” (Faiete) Premio “Cesare Vedovelli” (Senigallia) “Portone” (Pisa), “Lettera d’Amore” (Torrevecchia Teatina) Citta di Vignola, Citta di Pianella. Tra i Premi Speciali quelli conseguiti ai concorsi “Laudato Sii, o mi’ Signore” (Falconara Marittima), “Novella Torregiani” (Porto Recanati”, “Vincenzo Travaglini” (Fara San Martino), “Il Faro” (Cologna Spiaggia), etc.

Sulla sua produzione hanno scritto Nazario Pardini, Benito Sablone, Antonio Spagnuolo, Vito Moretti, Massimo Pamio, Rodolfo Vettorello, Claudio Fiorentini, Antonella Pagano, Lorenzo Spurio e altri.

 

BIBLIOGRAFIA

 

 Oltre lo sguardo, Grafiche Edigraf, Pescara, 2002

Stelle del nulla misterioso, Edizioni Noubs, Chieti, 2005.

Con le nostre mani d’anime, Edizioni Noubs, Chieti, 2008.

Un groviglio di sentimenti, Grafiche Edicta, Ponte S. Nicolò, 2010.

Sono cicala. Mi consumo e canto, Edizioni ETS, Pisa, 2011.

Arianna e il Filo. Geografia di Sentimenti, Kairos, Napoli, 2013.

La stanza segreta, Vitale Edizioni, Sanremo, 2018.

 

Nota: La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore. 

Premio alla Carriera a Márcia Theóphilo, la motivazione del conferimento avvenuto il 16/11/2019

A continuazione viene riportata la motivazione di conferimento del Premio Speciale “Alla Carriera” attribuito alla poetessa, scrittrice e saggista brasiliana Márcia Theóophilo conferitole in data 16 novembre 2019 a Jesi (AN) presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni in seno alla premiazione della VIII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato e presieduto da Lorenzo Spurio e organizzato dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi:

Márcia Theóphilo, poetessa, scrittrice, saggista e antropologa di origine brasiliane, vive da molti anni a Roma dove ha conosciuto ed è stata amica di intellettuali di prim’ordine tra cui Alberto Moravia, Dario Bellezza, Amalia Rosselli, Rafael Alberti e tanti altri ancora. Ha conosciuto, tra gli altri, Ferlinghetti, Corso, Ginsberg, esponenti centrali della stagione beat e di controtendenza nella letteratura. Ha dedicato i suoi interessi, ricerche, studi e approfondimenti all’Amazzonia della quale – a ragione – può essere definita come una delle sue voci più distinte. Ha narrato i riti della foresta, ci ha descritto specie animali e arboricole particolari, dal nome difficile e intraducibile nel nostro idioma, per il semplice motivo che qui da noi non esistono. Ha espresso pensieri, inquietudini e percorso dilemmi della comunità indigena, affrontando l’ampio tema sia da un punto di vista antropologico, sociologico, sociale e ambientale. Candidata al Premio Nobel e vincitrice del noto premio Letterario “Città di Vercelli” (attribuito negli anni anche ad Adonis, Evthushenko) per la poesia civile, Márcia Theóphilo è uno degli esempi più vividi nella nostra contemporaneità di connubio inscindibile tra poesia e impegno, tra cultura e denuncia sociale. Le sue battaglie per la difesa ambientale, per la salvaguardia della biodiversità, per i diritti civili delle popolazioni indigene, il suo animalismo e preoccupazione per la situazione ambientale globale la fanno una poetessa seriamente schierata e risoluta il cui verso fluido è stato prodotto in portoghese, italiano e, in traduzione, in inglese, spagnolo, svedese e numerose altre lingue. Testimonial di prestigio delle questioni inerenti alla sostenibilità, il suo ricco e apprezzato repertorio di testi poetici, narrativi, saggistici e di critica sociale ne fanno un’intellettuale unica nel suo genere e di cui la nostra società ha bisogno. È un onore poterla avere oggi in questa circostanza e riconoscerle il Premio “Alla Carriera”.

Lorenzo Spurio

Presidente del Premio 

 

 

Una scelta di testi poetici dell’autrice sono stati pubblicati nella antologia del Premio assieme alla summenzionata motivazione del Premio e alla nota bio-bibliografica che segue.

 

Marcia Theóphilo (Fortaleza, Brasile, 1941) è poetessa e antropologa, scrittrice e giornalista. Dal 1986 rappresenta l’Unione Brasiliana di Scrittori in Italia (U.B.E.).

Come si legge dal suo sito personale: “la sua infanzia è stata influenzata dalla nonna paterna – che viveva in Acre, Amazzonia – che è stata la prima persona che le ha raccontato i miti della foresta, le grandi visioni del fiume, le voci del vento, le metamorfosi della luna, mettendola in sintonia con la polifonia delle voci della natura”.

Ha eseguito gli studi in Brasile e a Roma dove si è laureata in Antropologia. Nel 1972 ha lasciato il Brasile per sottrarsi, alla dittatura militare in corso che impediva di studiare, scrivere ed esprimersi sperimentando la condizione di esule per diritti civili. Ritornerà nel suo paese d’origine a dittatura terminata, vivendo a intervalli tra Rio de Janeiro e Roma.

Ha dedicato il suo studio, i suoi interessi e il suo lavoro a dipingere la situazione naturalistica, ambientale e socio-antropologica dell’Amazzonia alla quale ha dedicato numerosi volumi, sia in italiano che in portoghese, tra poesia, racconti brevi e saggi di approfondimento.

A Roma, grazie all’amicizia col poeta brasiliano Murilo Mendes (1901-1975), conosce Rafael Alberti (1902-1999) con il quale stringerà un forte rapporto, testimoniato anche da una serie di lettere, scritti critici e note di accompagnamento vergate da Alberti (che con lei condivise l’esperienza dell’esilio) alle sue opere stampate.

Partecipa a recital e incontri collettivi di scrittori e artisti e conosce, tra gli altri, Lawrence Ferlinghetti (n. 1919), Evgenij Evtušenko (1932-2017), Allen Ginsberg (1926-1997), Gregory Corso (1930-2001) e l’ermetico Mario Luzi (1914-2005).

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Numerose le conferenze, gli incontri e i programmi di interscambio tra Brasile e Italia dove risulta importante la figura dell’autrice, come co-organizzatrice o partecipanti, tra di essi si ricordano l’esposizione di artisti italiani e brasiliani “Per la democrazia in Brasile” che si tiene al Museo Sant’Egidio di Roma nel 1982 e i recital “Incontro con la poesia brasiliana” a Roma nel 1983 e la manifestazione della Biblioteca Centrale di Roma “Voci di vita” nel 1989.

Ha pubblicato numerosi libri tra i quali Os convites (1969), Bahia terra marina (1980), Catuete curupira (1983), O Rio, O Passaro (1987), Io canto l’Amazzonia (1992), Amazon Sings (2003), Amazzonia respiro del mondo (2005), Amazzonia madre d’acqua (2007), Ama + Zonia, Ogni Parola un essere… (2018),…

Alcune sue poesie figurano su alcune riviste di cultura e letteratura tra cui Euterpe e sono state pubblicate in numerose antologie tra le quali: Quel dio che non avemmo – 20 poeti dell’Europa e del mondo (1999), Poesie d’amore. In segreto e in passione (1999), Antologia de Poetas Brasileiros (2000), Antologia da Poesia Brasileira (2001), Per amore (2002), …

Nel 2011 al Salone del Libro di Torino ha tenuto una Lectio magistralis presso lo stand del Senato della Repubblica dal tema “Natura e nuova economia”. E’ stata presente nel giugno dello stesso anno all’Expo di Rio de Janeiro con il suo libro Ama+Zonia e conseguentemente, nel 2015, all’Expo di Milano.

Testimonial dell’iniziativa “Per una Cultura della Biodiversità”, promossa dalla Commissione Nazionale Italiana UNESCO nell’ambito della campagna di educazione allo sviluppo sostenibile (DESS). Ha ricevuto da Fulco Pratesi il “Panda” come testimonial biodiversità del WWF Italia. È candidata al premio Nobel.

Fra i numerosi premi ricevuti: “Nactional de Contos Editoria” (1969), “Minerva” (1983), “Città di Roma” (1992), “Premio Fregene per la Poesia” (1996), “Nuove Sant’Egidio” (2000),  “Premio Nazionale Histonium” (2003), “Carsulae: Prix international E.I.P. Jacques Muhlethaler” (2005), “I diritti umani e la natura”, “Leggere per conoscere-Un libro per la Scuola, un Autore per domani” (2006), “Un bosco per Kyoto” e “Comitato Foreste Per Sempre” (di quest’ultimo dal 2009 ne è membro della giuria), “Premio Green Book” (2010), Premio alla Carriera “Il senso di una vita”, Premio alla Carriera al “LericiPea” (2011), “Premio Montale Fuori porta” (2012), Premio alla Carriera al “Festival Internazionale di poesia civile – Città di Vercelli” (2015).

Sulla sua produzione hanno scritto: Rafael Alberti, Mario Luzi, Grazia Francescato, Ruggero Jacobbi, Armando Gnisci, Saverio Tutino, Dante Maffia, Dacia Maraini. 

 

BIBLIOGRAFIA

 

In doppia lingua portoghese/italiano

Poesia

Siamo pensiero, Cooperativa Guado, Milano, 1972

Basta! Que falem as vozes / Basta! Che parlino le voci, Roma 1974

Bahia terra marinha/Bahia terra marina, Roma 1980

Catuetê Curupira, La Linea, Roma, 1983

O Rio o passaro as nuvens / Il fiume l’uccello le nuvole, Rossi & Spera, Roma,1987

Io canto l’Amazzonia / Eu canto Amazonas, Edizioni dell’Elefante, Roma 1992

I bambini giaguaro/Os meninos jaguar, Edizioni De Luca, Roma 1995

Amazzonia respiro del mondo, Passigli, Firenze, 2005

Amazzonia madre d’acqua, Passigli, Firenze, 2007

Ogni parola un essere, Iride, Roma, 2018

Amazzonia è poesia, Alpes Italia, Roma, 2018

 

Teatro

Arapuca – “Poemateatrodocumento” (Trappola), I manoscritti del Ciclope, Roma 1979

 

In lingua portoghese

Narrativa

Os convites, Universidade de São Paulo, San Paolo, 1969

 

In lingua italiana

Poesia

Kupahúba, Albero dello Spirito Santo, Tallone Editore, Torino, 2000

Foresta mio dizionario, Edizioni Tracce, Pescara, 2003

 

Saggistica

Il massacro degli indios nel Brasile d’oggi, Eunno, Enna 1977

Gli indios del Brasile, Nuove edizioni romane, Roma 1978

 

Teatro

Dica a quelli che è da parte di Dulce, Franco Valente, Roma 1981

 

In altre lingue

Poesia

Canções de Outono / Canzoni d’autunno, Il Manoscritto, Roma 1977 (portoghese/spagnolo)

Amazônas canta / Amazon Sings, Abooks, São Paulo, Brasile, 2003 (portoghese/inglese)

Pjesme/Poemas, P.E.N. CENTRE, Zagreb, Croazia 2006 (portoghese/croato)

Amazonas världens andetag, 2 Kronors förlag, Höör, Svezia, 2009 (portoghese/svedese)

 

Nota: La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore. 

“Ebbrezze d’amore, dolcezze e furori” di Anna Manna Clementi, la nuova opera omnia della poetessa romana fondatrice del Premio “Rosse Pergamene”

Articolo di Lorenzo Spurio 

È uscito il nuovo libro di poesie della poetessa e scrittrice romana Anna Manna dal titolo “Ebbrezze d’amore, dolcezze e furori” per i tipi di Nemapress di Roma, Collana Poesie, che sarà presentato ufficialmente giovedì 12 dicembre a Roma presso l’Aula Magna di Palazzo Sora (Corso Vittorio Emanuele II n°217) in un evento tenuto presso il Sindacato Libero degli Scrittori Italiani.

79083015_2591622101066809_2234781216228245504_n.jpgAnna Manna Clementi ha pubblicato molti libri di poesia e racconti, tutti risultati pluripremiati in vari contesti letterari in numerose regioni italiane. Tra di essi i prestigiosi “Premio Teramo” e “Premio Alghero”, il “Premio Scrivere Donna” (Tracce Editore), il Premio “Sinite Parvulos” in Vaticano, Premio “Francesco Grisi”, “Calliope” e tanti altri ancora. Ha ideato, fondato e presiede il Premio Letterario “Le Rosse Pergamene” con sede a Roma, il cui nome è nato a partire da una delle sue numerose pubblicazioni. Per la poesia ha pubblicato Migranti (2016), Le poesie di Monteluco (2016), Maree amare mare e amare, Umili parole e grandi sogni. Cinque poesie per tre pontefici; per la narrativa ha pubblicato il romanzo A largo della polveriera (2002); per la saggistica Europa e cultura del Nuovo Umanesimo e L’Illimite . Incontro con il poeta Corrado Calabrò (2015). Sue poesie sono presenti in numerose antologie. È Presidente Fondatrice del Premio “Europa e Cultura” che si svolge presso il Centro di Documentazione europea “Altiero Spinelli” alla Facoltà di Economia dell’Università “La Sapienza” di Roma. Pluripremiata anche a livello istituzionale per la sua attività di cultural promoter. I suoi saggi sono stati presentati anche presso la Biblioteca della Camera dei Deputati e presso Casa Menotti a Spoleto. Si sono occupati della sua scrittura e della sua instancabile attività di promozione culturale i maggiori critici letterari e giornalisti del nostro Paese.

Prenderanno parte alla presentazione, oltre all’autrice del libro, Francesco Mercadante (filosofo del diritto, saggista, Presidente del Sindacato Libero Scrittori italiani), con un saluto di indirizzo che aprirà poi agli interventi di Neria De Giovanni (Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari) e Daniela Fabrizi (poetessa, con la quale Anna Manna nel 2016 pubblicò il libro a quattro mani Migranti, con prefazione di Dante Maffia e postfazione di Lorenzo Spurio). Ospiti d’onore saranno Diana Cavorso Caronia, Sabino Caronia e Mario Narducci. Ad arricchire il pomeriggio poetico saranno lette e commentate le poesie di Anna Manna presenti nel volume da parte di Fabia Baldi, Luisa Bussi, Jole Chessa Olivares, Tiziana Marini, Ruggero Marino, Artemide Napolitano, Antonella Pagano ed Eugenia Serafini.

78896107_576314213183830_1613542187163713536_n.jpgMondadori-Store così presenta, in forma sintetica, i contenuti di questo volume: “Il libro raccoglie le poesie di oltre vent’anni, rappresentando quasi un’opera omnia di una scrittrice e poeta molto nota in campo nazionale. Ne è la prova, non soltanto le liriche antologizzate, ma soprattutto l’ultima parte del libro, in cui numerosissimi saggisti e critici letterari si cimentano nell’analisi di singole poesie, scelte per empatia e vicinanza di tematiche tra saggista e poeta. Il libro è la sintesi di poesie d’amore e anche d’amore per l’arte e la bellezza. Si chiude con un omaggio poetico alla città di Roma”.

La scrittrice Neria De Giovanni, che ha curato la prefazione, così parla della nuova opera di Anna Manna: “è il resoconto di una vita di riflessioni, emozioni, immagini letterarie e realtà vissute. [Il volume] è composito e ricchissimo, con una voce poetica che a volte diventa anche preludio e presentazione critica per guidare, all’interno del volume, tra versi e prose critiche, illuminando un percorso sempre più accattivante e misterioso insieme. Anna Manna è certamente poeta, ma anche critico letterario e ideatore-coordinatore di eventi di alto spessore culturale. Pertanto ha voluto racchiudere in questo volume non soltanto le sue poesie migliori con un ordito rigoroso e motivato, ma anche testi critici di approfondimento e lettura dei suoi versi, da parte di lettori d’eccezione, critici militanti”.

Tra di essi figurano gli scomparsi Giorgio Carpaneto, Vittoriano Esposito, Pasqualino Fortunato, Gilberto Mazzoleni, Raimondo Venturiello, Mauro Milesi, Nino Piccione e Mario Mazzantini e viventi quali i contemporanei Renato Minore, Luigi Tallarico, Marianna Bucchich, Mario Narducci, Ruggero Marino, Franco Campegiani, Giuseppe Nasca, Liliana Biondi, Diana e Sabino Caronia, Fabia Baldi, Lorenzo Spurio, Michela Zanarella, Daniela Fabrizi, Jole Chessa Olivares, Fausta Genziana Le Piane, Lidia Popa, Luisa Bussi, Tiziana Grassi, Elisabetta Bagli, Romano Maria Levante, Carmelita Randazzo, Antonella Pagano, Tiziana Marini, Anita Napolitano. Le conclusioni critiche sono di Carmelo Aliberti e Giuseppe Manitta mentre i rapporti tra la poesia della Manna e la pittura sono analizzati e sviluppati dalla scomparsa Mines Preda De Carolis e dai contemporanei Stefania Camilleri ed Eugenia Serafini.

LORENZO SPURIO

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore. 

 

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“Metamorfosi e sublimazioni” di Rita Fulvio Fazio, recensione di Francesca Luzzio

Recensione di Francesca Luzzio 

Fazio Rita Fulvia 2019 [EL] - Metamorfosi e sublimazioni [fronte]Il titolo della silloge, Metamorfosi e sublimazioni (Guido Miano Editore, Miano, 2019), racchiude in sé gli effetti che la poesia è solita generare nell’anima di chi ad essa affida la propria anima, il proprio sentire.

Passione e amore, solitudine e sofferenza, serenità e gioia, insomma l’anima umana nel suo poliedrico sentire vive la metamorfosi e la sublimazione che la poesia nel momento in cui incide sulla carta il nostro sentire, concede. “Poesia in re”, come diceva Anceschi a proposito di Sereni, poesia che morde il reale sentire con l’intransigenza del pensiero e l’urgenza della parola.

Una proustiana “recherche” che diventa sequenza d’immagini, di vita vissuta, oppure un repertorio di possibilità interscambiabili: “… il grido d’entusiasmo…/…/… conservalo / per un nuovo bagliore di speranza…” (Nel dialogo taciuto, pag.46), ma spesso anche senza rinvio a nessuna compiutezza: “… Ogni volta si muore / ma non solo tu sei … / ma non solo io sono … / Insieme alla vita di qua / è frammista la vita di là…” (Ambra d’oro, pag.17).

Microstorie che narrano in versi una vita non tanto nella sua esteriorità effettuale, quanto nelle ripercussioni esistenziali che, grazie all’ispirazione poetica, subiscono una metamorfosi catartica e perciò una sublimazione nella quale anche la fugacità del tempo, nel momento stesso in cui con amarezza viene rilevata, perde consistenza. La levità affabulatoria, la forza icastica dei versi favoriscono l’oggettivazione lirica, la resa delle emozioni che, nude, vengono fissate nel fermo-immagine delle parole.

Francesca Luzzio

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“Semplicemente, la mia storia” di Barbara Colapietro, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Poesia del nostro tempo, quella contenuta in Semplicemente, la mia storia (Bertoni, Perugia, 2018), opera della poetessa Barbara Colapietro, estimatrice della grande poesia lirica del poeta spagnolo Federico García Lorca. Questo volume si compone di varie sotto-sezioni che, volutamente, tramite i titoli anticipatori, tracciano un po’ il segno del percorso (significativa, a tal riguardo, è l’evocativa immagine di copertina) che la Nostra si appresta a compiere e ci invita a raccogliere. Poesie che si nutrono della propria interiorità e che attraversano il tempo con lucidità, senza nessuna remore di mostrarsi allo sconosciuto lettore.

semplicemente-la-mia-storia.jpgLa prima parte “Apocalisse del cuore” ben mostra il sistema di contrasti che dominerà per tutto il corso del libro. Quello degli ossimori e degli opposti è uno dei sistemi più efficaci messi in campo da Barbara Colapietro per evidenziare lo scarto che esiste tra una realtà attuale desolante e caotica al contempo e una società improntata al bene e alla solidarietà che appare come ideale e irraggiungibile. In realtà con la sua poesia l’autrice chiama a un’analisi di questa condizione asfissiante e alienante nella quale siamo immersi. Si rimarcano, nei vari versi che appartengono a questa prima parte della silloge, gli aspetti più gravi e deleteri di una società asservita al Male: “In una sola notte/ hanno estirpato/ tutti i fiori” (18); “Hanno messo/ la passione nella bara/ per uccidere/ il ventre di una madre” (18). Per tali ragioni la Nostra si trova inserita in un contesto nel quale cerca di individuare una possibile strada di semplicità, una via nella chiarità che possa in qualche modo dare compimento alla nostra ricerca continua di una verità. Si percepisce un piano evidentemente spirituale, sorretto da un pensiero religioso che nutre l’esistenza della Nostra e ne corrobora i pensieri, anche quelli apparentemente più grevi. La giustizia (dall’omonima poesia) si tinge di quel monito sentito e di quell’impegno furente che ha la sembianza di una lotta per la verità.

Si parla di cattiveria, ipocrisia, di situazioni di marginalità, povertà economica quanto morale. Nella poesia “Apocalisse del cuore”, un po’ come il celebre poeta granadino, partidario de los que no tienen nada, la poetessa parla di persone “affamat[e],/ deris[e],/ calpestat[e],/ depredat[e],/ violentat[e]” (21).  Netto e chiaro è il grido di dolore di cui la poetessa si fa testimone nella dolente poesia “La voce della storia”, quadretto amaro di una realtà dove dominano il vizio, il peccato e il crimine. “Hanno strappato le mie radici con la violenza/ penetrando/la sopraffazione del prepotente” (22).

La falsità prende la forma non solo di atteggiamenti menzogneri improntati, furbescamente, a sovvertire la mente degli altri, ad uso e consumo, ma anche di veri e propri cambi d’abito e mascheramenti come sono quelli a cui si allude in “La chiave”: “Demoni travestiti da santi” (31) ed è questo, nella diffusa promiscuità di bene e male, tra falsità del bene, che è opportunismo e strumentalizzazione, e male atavico, che la società disillusa galleggia. Viene a mancare la possibilità di una speranza nei confronti dell’altro. Minacciata in maniera irriguardosa è la fede verso il gruppo umano, il senso di comunità, la possibilità di un’azione coesa e responsabile. In “Amico fuoco” dove la Colapietro ritorna ampiamente su tema della “falsità imperante/di questi giorni,/sempre in maschera” (33) si parla anche di tradimento che è forse, a qualsiasi livello e forma esso venga compiuto, la più bieca e offensiva azione che un uomo può commettere verso un suo simile.

La sardonica “Lettera alla società perbene” recepisce tutti questi motivi e li indirizza, senza mai cadere nell’uso di un linguaggio becero che cade nel populismo, a un possibile indirizzario. Non è un indice puntato verso qualcuno, né un tentativo – pur vago – di metter sotto processo qualcuno, piuttosto di marcare ancor più distintamente l’aspetto bifido dell’uomo: tra apparenza e intenzioni, tra forma e sostanza, tra veste che ricopre e interiorità celata. Si capisce che non è semplice mettere per iscritto la sofferenza che si prova, giorno dopo giorno, nell’apprendere e sperimentare sulla propria pelle di una società disattenta e sorda, indifferente e cinica nella quale, pur malvolentieri, siamo calati. Ciò comporta un ripiegamento dell’animo che fa seguito all’evidenza della vulnerabilità dell’uomo solo, solitario, immerso nei suoi pensieri: “Ho il cuore/ pieno di lacrime…” (37), scrive in “Le tue lacrime”.

La seconda sezione del libro, “Gocce di luce”, sembrerebbe aprire a una stagione meno fosca, caratterizzata da quella luce che, pur in forma distillata, riesce comunque a contaminare in senso positivo il mondo.  Sono liriche pervase da quel sentimento cristiano di cui si diceva, dove si allude spesso a una dimensione altra che non facciamo difficoltà a leggere come l’io lirico in rapporto con la dimensione religiosa, in cerca tanto di un conforto, che di una promessa. La poesia che apre la sezione s’intitola non a caso “Giuramento” e si parla di “Eterno presente” e di “armonia degli opposti” (41). C’è una rinata speranza che riaffiora: “Oggi canto il sole” (42) recita la Nostra che qui si dedica a tracciare momenti felici del passato, incontri amorosi, momenti di affetto e di dolcezza che neppure il tempo ha diminuito nella loro forte carica in termini di pathos e emozione. Seppure siano sempre presenti quelle “nebbie/ che accecano la Verità” (48) sembra che la poetessa abbia risalito la china rispetto alla foschia che contraddistingueva la prima parte del libro. La rinata consapevolezza di un mondo che, pur brutto e degradato, non annulla completamente la speranza del bello e del raggiungimento della felicità, si può collocare proprio in queste liriche che occupano la parte mediale del volume. Una sorta di rito intermedio, di passaggio, da una visione allucinata e criticamente lucida del vivere e una predisposizione alla levità (che si vedrà nella terza sezione), che passa immancabilmente in questo stadio intermedio, in questo anello comunicante, che è la riattualizzazione felice del passato, la riscoperta del colore, l’esigenza di un’alterità e il sentimento religioso a conforto. Alla domanda “Chi sono io?”, che almeno una volta nella vita tutti ci siam posti, Barbara Colapietro si auto-risponde: “Una voce vera/ nel deserto dell’uomo senza Dio” (49). Si procede con una apprezzabile poesia religiosa, potremmo dire quasi un poemetto data la sua lunghezza, dal titolo “Il Vangelo di Chiara” dove la poetessa liricizza l’esperienza errabonda e filantropica di Chiara di Assisi: “Emozioni espresse di una donna/ che ha vestito la sua carne/ col manto nudo/ del colore del vento/ per Amore” (50). Il senso di bellezza insito nella semplicità e nella povertà vissuta quest’ultima non come motivo di autocompiacimento o lamentazione, ma come motivo esso stesso di ricchezza, poiché motiva e arma l’uomo al fare. La vicenda della mistica è in qualche modo riecheggiata anche nei versi di “Oasi” dove si legge: “Sono una mendicante nel deserto./ […]/ e vago/ alla ricerca della mia oasi” (55).

La parte conclusiva del volume, “Il colore del vento”, è formata da diciotto componimenti, alcuni dei quali molto brevi e posti in coppia nella stessa pagina. Alcuni dei titoli chiarificano il percorso intrapreso nella precedente sezione, di matrice etico-religiosa, che qui si prosegue: “Il mio pane”, “Sui sentieri di Chiara e Francesco”, “Chiara di Dio”, “Viandante dello spirito” e così via. Sono poesie che sono testimonianza di un percorso iniziato e nel quale ci si è introdotti. Un tragitto di conoscenza interiore e del mondo, sostenuti dalla dottrina cristiana che è custode dell’anima dell’uomo. La poesia conclusiva del volume, “Sulle orme del tempo”, ben si coniuga anche alla foto scelta per la copertina nella quale non vi è una presenza umana in forma diretta, ma in forma indiretta vale a dire mediante le orme che attestano un passaggio, una presenza nel passato prossimo. Queste orme sono i segni distintivi di un attraversamento e, dunque, di una presenza vera vissuta, concreta e documentabile. Qui, in questa poesia, si parla di tracce di un amore che restano indelebili nel cuore e che, neppure il passare del tempo, ha la capacità di sbiadire: “Il tuo cuore di madre/ è stato bruciato/ sulla pira del potere.// […]/ Vivi la vita” (71). È un messaggio di speranza e di ritrovata tranquillità. Quella pace con noi stessi e col mondo – spesso friabile – che si può ottenere forse solo con un vero percorso di analisi, ricerca, approfondimento e lettura di sé, e di sé in relazione con gli altri.

Lorenzo Spurio

29-10-2019

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

“Quando le macchine “vedono cose che noi umani….” Il retro-futuro di Ian McEwan nel nuovo romanzo “Macchine come me”, recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini 

317Dk9l3noL.jpgLa “letteratura ucronica” (suggestiva variante del filone fantascientifico), nella quale si prospetta un passato avveniristico alternativo al presente della realtà storica, vanta una ricca tradizione novecentesca – da La svastica sul sole di Ph. Dick al Complotto contro l’America di Roth, da IQ84 di Murakami allo splendido, dimenticato Ada di Nabokov – e ancor più consolidato è il topos dell’umanoide/cyborg[1] che annovera illustri precedenti ottocenteschi quali il Frankenstein di M. Shelley (McEwan riprende in chiave parodistica il momento dell’attivazione/risveglio della Creatura, sostituendo ad “Allora funzioni!” un significativo “Come stai?”), L’uomo della sabbia di Hoffmann e, al femminile, Eva futura di A. de L’Isle-Adam, attraversando l’intero “secolo breve” con Meyrink (Golem), Wells e ancora il Ph. Dick de Il cacciatore di androidi, spunto per il capolavoro filmico Blade runner. Senza timori reverenziali lo scrittore inglese, nel suo ultimo libro Macchine come me (Einaudi 2019) tenta – riuscendovi – di rileggere in chiave colta, attualissima, struggente ed ironica insieme il genere e la tematica, non facendo certo rimpiangere il precedente Nel guscio: in entrambi, comunque, due “entità” che paiono saperla assai più lunga dei comuni mortali.

Anni ’80: in un’Inghilterra bipolare che registra alti tassi di disoccupazione, inflazione, scioperi, diffusione della xenofobia, vertiginosa crescita di suicidi ma anche incremento dell’istruzione universitaria, quote rosa in Parlamento e casi clinici risolti con l’innesto di cellule staminali, mentre sei premi Nobel in due anni vengono assegnati a cittadini britannici, si moltiplicano speranza e disperazione, frustrazione e buone occasioni (“C’era di più in ogni cosa”). Intanto viene proclamato il lutto nazionale per i 2920 soldati morti nella guerra, perduta, delle Isole Falkland (dimissioni per la Thatcher? Le chiedono anche i “centristi non pavidi”, inaccettabile la sconfitta dell’Invincibile Armata), i giovani rappresentanti del “baby boom” votano il laburista Tony Benn, che finisce ucciso in un attentato dell’IRA, Kennedy non è morto a Dallas, gli attempati Beatles, ricostituitisi dopo dodici anni, interpretano brani dal “sentimentalismo robusto” (incisi con orchestre sinfoniche!) e Sir Alan Turing – “espressione del volto nervosa, famelica, feroce in un volto aperto e infantile” – scoppia di salute. In un retro-futuro che ha declassato a residui di modernariato interfaccia cervello-macchina, caschi di potenziamento cognitivo e frigoriferi parlanti dotati di olfatto, proprio il glorioso inventore del Codice Enigma, codificatore dell’intuito artificiale conseguente al deep learning di software complessi in possesso di reti neuronali superiori, potenzialità decisionali di tipo probabilistico e consapevolezza emotiva, acquista uno dei primi umanoidi in circolazione (12 Adam e 13 Eve) grazie ai quali “non si poteva escludere la tragedia” susseguente al loro ramificato impiego nel tessuto lavorativo (diritti tutelati?), ma certamente la noia. Un esemplare (lo sceicco di turno se ne è regalate tre per ampliare l’harem) può permetterselo, in seguito ad una eredità, anche Charlie Friend, cinico narcisista confesso, “adolescenza senza favole della buona notte, poesia, mitologia, curiosità” e “personalità in stand by”: “né appagato né mesto, pochi rimpianti, ancor meno inquietudini sul futuro, semplicemente vivo” in un presente di fallimenti professionali, interessi ondivaghi (elettronica, antropologia), atonia umorale, schizofrenia lavorativa, esercizio sistematico – questo sì riuscito – della sperpero di quanto fortunosamente guadagnato con rocambolesche transazioni on line. Per sé, certo, ma anche per conquistare definitivamente (grave errore, il lettore avrà già capito…”curiosità, frutto proibito da Dio, M.Aurelio e S.Agostino”) la misteriosa, razionale, pensosa e seducente  Miranda, amica dal nome shakespeariano, “occhi che parevano stringersi nello sforzo di mascherare l’allegria […] teorema, ipotesi, magnifico gioco di luce sull’acqua” e vittima (vittima? non per l’androide) di torbidi eventi intorno ai quali l’autore – maestro in tale meccanismo narratologico – costruisce una magnifica “storia nella storia” della quale non sveleremo nulla. Dunque, “con” e “fra” i due protagonisti, Adam, figlio/amico/ domestico-robot/altro? di ultima generazione, uno dei caratteri (a pieno titolo) più felici dell’autore di Espiazione, dopo il feto “pensante e parlante” del citato Nel guscio. Esemplare artificiale assolutamente realistico nell’aspetto fisico (ampia gamma di etnie, modello arabo poco distinguibile dall’ebreo, caratteri turchi quello di Charlie), alimentato con spina da 13 ampere, pelle morbida e tiepida al tatto, suoni prodotti da fiato, lingua, denti e palato non microfonici, corporatura solida, cedevole compattezza dei muscoli, viso affilato capace di 40 espressioni facciali, occhi celesti “pensosamente socchiusi” dotati di battito palpebrale calibrato per reagire a umori/gesti anche altrui (avrebbe superato l’infallibile test oculare di H. Ford in Blade runner, del resto vive 15 anni in più dell’evoluto modello NEXIUS 6) e riflesso cigliare per proteggersi da corpuscoli in volo (!), non ha sangue, (ma “una pulsazione regolare e placida nella parte sinistra del petto simula il ritmo giambico del cuore”) e parla con accento da inglese middle class “appena colorito di cadenze vocaliche del sud-ovest” ricorrendo – c’era da aspettarselo – ad un lessico variegato e alto. Alla fine – inseriti taluni parametri comportamentali attraverso opzioni/combinazioni suggerite dal monumentale manuale di istruzioni (livello di socialità, estroversione, apertura mentale…il rischio è creare un doppio ideale) e grazie all’elaboratissima capacità di apprendimento dati (nessuna fonte gli è preclusa) – Adam evolve, per la gioia di Turing, in sistema operativo caratterialmente autonomo e, ben presto, riflette sul concetto di trascendenza, cita Schopenauer, compone Haiku, applica la reticenza e il sarcasmo, simula emozioni (la fascinosa replicante Rachel/Sean Young ne era priva, purtroppo), scopre la riservatezza e l’autocontrollo, ha nozione della bellezza disinteressata dell’arte – il Barocco, Artemisia Gentileschi, i 37 drammi del Bardo e i relativi debiti con Montaigne non hanno segreti per lui – medita, a tempo perso, su questioni di dinamica quantistica e sui limiti della letteratura contemporanea che “sembra descrivere solo varianti di fallimenti umani a livello di buon senso  e solidarietà”. Non rinuncia ai sentimenti più intimi, a chiudere gli occhi sulle ingiustizie e gli orrori cui il genere umano pare essersi assuefatto – convertendosi nella sua scomoda coscienza – tantomeno ad innamorarsi (di Miranda, letterariamente inevitabile…corrisposto, questo è il problema: ha impostato lei, di nascosto, un amante ideale?) trasformando Charlie “nell’ultimissimo modello di cornuto”, capace com’è, fra l’altro, di trasferire nel rapporto intimo la sua infaticabilità di automa. Clamorosamente infranta la Iª legge della robotica di Asimov[2] diviene, da intrigante, esclusivo gadget, “individuo” che, con responsabile libero arbitrio, non accetta di essere “spento” (accessibile il pulsante dietro la nuca), sogna la palingenesi di un mondo rigenerato dall’altruismo e dalla solidarietà, percepisce – non programmato com’è a cogliere le contraddizioni planetarie – la sofferenza, soprattutto la sua inaccettabilità quando è causata dall’egoismo di una collettività assai poco solidale, ottusa e violenta. Al punto di…

Macchine come me, con toni anche di raffinato umorismo (memorabili la scena del tradimento, i consigli eno-gastronomici di Adam e amaramente sarcastico suona il titolo), affronta originalmente problematiche oggi nodali: la prospettiva regressiva di una società schiava dell’inazione per l’impiego su larga scala di dispositivi meccanizzati, le conseguenze etiche legate alla messa a punto di congegni sorretti/guidati da principi morali e imperativi categorici afferenti la possibilità di scelte immediate sottratte alla labilità psichica dell’uomo, i rapporti fra deontologia e personalità, i limiti del pensiero e le modalità del pensare. Una curiosità: il film di R. Scott, cui abbiamo più volte accennato, risale al 1982, anno nel quale è ambientato l’intreccio narrativo…quello dell’azione filmica era l’allora futuribile 2019. Non una coincidenza, forse, e ha ragione Antonio D’Orrico: “Accademici svedesi, che tanto avete bisogno di riscattarvi, cosa aspettate a premiare McEwan? Non creiamo un altro caso Philip Roth”.[3]

Marco Camerini

L’autore della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

[1] I termini non sono sinonimi perfetti e l’argomento meriterebbe ben più ampia analisi. Rimandiamo in proposito all’esaustiva, preziosa Guida alla letteratura fantascientifica di C. Bordoni, Odoya 2013.

[2] “Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danni”…inclusi quelli morali? N.d.A

[3] A. D’Orrico, Il male di vivere sbaraglia l’algoritmo, “La lettura”, 6 ottobre 2019.

Ugo Foscolo e il giovane Napoleone in un percorso parallelo, a Senigallia sabato 9 novembre

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Sabato 9 novembre alle ore 17:30 presso il Museo del Giocattolo Antico a Senigallia, in via Pisacane n°43-45 si terrà una serate letteraria organizzata dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi. L’evento, dal titolo “Il giovane Napoleone e Ugo Foscolo” è teso a scandagliare, tra storia ufficiale, produzione letteraria e sensibilità dominanti nel periodo di riferimento, le esperienze umane di due esponenti di spicco della cultura europea.

Durante la serata verranno presentati al pubblico i volumi “Il giovane Napoleone. Tra lo Sturm und Drang e il Romanticismo” del poeta, scrittore e saggista Valtero Curzi pubblicato per i tipi di Intermedia Edizioni nel 2018.

Parimenti la poetessa croata Bogdana Trivak presenterà il suo saggio “Ugo Foscolo e il viaggio sentimentale” pubblicato dalla Fondazione Mario Luzi nel 2018.

Nel corso dell’incontro – che sarà focalizzato sulla fase giovanile del futuro imperatore Napoleone e sulla produzione letteraria di Foscolo – si individueranno possibili tratti d’unione tra i due uomini, percorsi di analisi paralleli, aspetti che possono risultare interessanti per una trattazione allargata che contempli elementi di carattere storico, letterario e umanistico. Un pomeriggio all’insegna della cultura, per approfondire un temperamento nuovo nell’Europa a cavallo tra due secoli, anticipando elementi e attitudini che nel Romanticismo troveranno il loro apice e naturale completamento.

“Dialetto e musica del Salento: Officina Zoè e Antonio Castrignanò”, articolo di Stefano Bardi

Articolo di Stefano Bardi 

Salento, terra dall’arcaica storia e dall’arcaico dialetto come per esempio quello leccese in continua evoluzione e molto parlato ancora oggi. Dialetto che è usato nella letteratura popolare fatta di musica e di parole da gruppi locali come Briganti di Terra d’Otranto, Tamburellisti di Torrepaduli, Zimbaria, Alla Bua, Manekà, I Calanti, Lu Rusciu Nosciu e il gruppo Officina Zoè nato nel 1993. Questo gruppo è formato attualmente da Cinzia Marzo (voce, flauti, tamburello, castagnette), Donatello Pisanello (organetto diatonico, chitarra, mandola, armonica a bocca), Lamberto Probo (tamburello, tamborra, percussioni), Giorgio Doveri (violino, mandola), Luigi Panico (chitarra, mandola, armonica a bocca), Silvia Gallone (tamburello, tamborra, voce) e Laura De Ronzo (danza). Le sue produzioni si basano su musiche tradizionali con testi in salentino trattanti temi legati al lavoro in campagna ma anche temi amorosi, etici, sociali e altri ancora.

0006206_terra-officina-zoe_550 (1)Il 1996 è l’anno dell’album autoprodotto Terra, che sarà poi ripubblicato nel 2005 da Anima Mundi. Terra, qui, intesa sia come Salento in cui far fiorire magici amori sia come campagna, in cui possiamo vedere la sua carne lacerata, con addosso ferite che versano per l’eternità. Lettura quest’ultima che è rappresentata dal forte utilizzo musicale del tamburello salentino che musicalizza i dolorosi aneliti, gli straziati battiti spirituali e i laceranti pianti della campagna salentina.

Una prima tematica è di stampo religioso attraverso la figura di San Paolo, ovvero, il protettore celeste delle vittime tarantate che sono da esse purificate attraverso la sua dolce voce in grado di uccidere la demoniaca tarantola e di riportare l’amore nel cuore della tarantate. Parole, quelle del santo, che sono simboleggiate dal suono del tamburello, non costruito da mani umane, ma nato dal puro spirito divino e in grado di scatenare nelle carni delle tarantate un’intesa eccitazione, che le obbligherà a compiere un ballo liberatorio.

Una seconda tematica è legata alla terra e, più nel dettaglio, alle lavoratrici di tabacco considerate come inutili cerature da umiliare nella canzone “Fimmine fimmine”, alle contadine viste come schiave nella canzone “La tortura” e alle contadine malpagate e sfruttate nella canzone “Lu sule calau calau”.

Una terza tematica riguarda l’amore, dal gruppo salentino musicato come una ragazza dalle divine carni, dai magici e luminosi sguardi, dalle tenebrose e chimeriche chiome, dalle ubriacanti movenze fisico-corporali e dal cuore divoratore di uomini.

Una quarta e ultima tematica riguarda la mitica origine del mare salentino nella canzone “Lu rusciu de lu mare”, dove le cristalline acque sono le dolorose lacrime versate dalla figlia di Nettuno, a causa delle umane cattiverie nel Mondo.

Il 2000 è l’anno dell’album Sangue vivo pubblicato da CNT-Cantoberon. Sangue che è inteso come l’ardente sangue dei salentini tutti, ma anche come resurrezione allo stesso tempo. Sangue letto attraverso il tema del vento nella canzone “Jentu”. Vento sanguinante di passioni che ci abbeverano l’aspra bocca, ci quietano lo straziato spirito, ci riscaldano la bocca di affettuosi baci, ci immergono in elisiache primavere e ci fanno consumare la Vita in nome della frenesia. Vento e sale attraverso la canzone “Sale” che ci allontana dalle luminose esistenze del Padre Celeste per tuffarci in false materialità terrene. Sangue dai toni ancestrali nella canzone “Mamma la luna”, poiché come la luna muove il mondo e i suoi abitanti, lacera le carni e lo spirito e infine, ci affoga nell’eterno sonno per farci poi rinascere come creature ultraterrene dal candido, vergineo e cristallino spirito. Un sangue infine dal passato storico, attraverso la canzone “L’America”, che racconta la partenza dal Sud di molti ragazzi per raggiungere la nuova Terra Promessa, ovvero, l’America. Stato questo in cui si trovava la fortuna e allo stesso tempo però ci si scordava delle proprie mogli, che, ormai da anni senza più notizie dei loro mariti, si rifacevano una nuova vita.

Il 2004 è l’anno dell’album Crita pubblicato da Polosud Record. Un primo tema è sviluppato nella canzone “Ferma ferma”, dove l’erotismo è visto come un lussurioso gioco carnale e come il motore che anima i piaceri, le spiritualità, le luminose gioie, gli inebrianti profumi e i divini amori del Mondo. Erotismo che, però, si basa sull’amore qui musicato nelle canzoni “Anima bella” e “Allu sciardinu”. Nella prima canzone è rappresentato con le sembianze di una dolce fanciulla vista a sua volta come un dolce e caloroso sogno, come una divina ombra da osannare e come un prezioso tesoro da proteggere dalle cattiverie. Nella seconda canzone, invece, è concepito come un magico giardino dalle elisiache atmosfere. Album con tematiche dai magici toni, attraverso le canzoni “L’acqua ci te llavi” e “Tambureddu meu”. Nella seconda canzone, il tamburello salentino è concepito come un magico strumento in grado di creare frenetiche melodie, di accendere l’erotica passione nel cuore dei ragazzi. Album questi affiancati da altri album in studio e live del gruppo salentino, senza però che nessuno degli altri possieda la stessa potenza poetico-musicale di quelli da me analizzati e che rappresentano ad oggi, il testamento poetico-musicale degli Officina Zoè.

Sempre per rimanere nella tradizione e per iniziare un discorso di innovazione, dobbiamo occuparci del cantante e tamburellista salentino Antonio Castrignanò (Galatina, 1977). Il 2010 è l’anno dell’album Mara la fatìa prodotto da Felmay, composto, musicalmente parlando, da pizziche e da tarantelle che musicano il maro, ovvero, l’amaro e aspro universo dei mezzadri salentini. Universo questo trattato nelle canzoni “Mara la fatìa”, “Lu Sule Calau” e “Tremulaterra”. Una canzone, la prima, dove la fatica mezzadra è vista come una necessità economica imposta da altri sulla propria pelle, come un massacrante sforzo psico-fisico, come una straziante lacerazione delle carni e come un universo animato da irreali e spettrali amicizie. Una fatica, che, come ci viene mostrato nella seconda canzone, è regolata dal sole visto come un padrone che tutto decide e che regola la Vita contadina, non tenendo conto delle gioie e dei dolori umani. Campagna infine vista nella terza canzone, come una creatura che si nutre del sudore e del sangue dei braccianti. Sangue e sudore, che sono i principali alimenti delle giovani ninfe partorite dalla campagna salentina. Tematiche queste affiancate da quelle riguardanti la figura del carrettiere e la figura della donna. Carrettiere trattato nella canzone “Cantu a trainiere” dove è visto come una creatura dall’infernale voce, in grado di lacerare le carni, di creare fantastiche storie e di trasportare gli Uomini in chimerici universi. Donna infine poetizzata attraverso la canzone “Signora Madama” e che ci mostra la donna salentina come una schiava del proprio marito, ma anche, come una creatura avara, passionale, focosamente erotica e pia.

antonio-castrignano-fomenta.jpgIl 2014 è l’anno dell’album Fomenta prodotto da TUK Record. Termine fomenta in italiano come infiammazione e che rimanda, alle emozioni che ardono, infiammano, consumano e bruciano lo spirito attraverso canzoni tematicamente forti e accompagnate da tradizionali musiche salentine contaminate da sonorità balcaniche, zingaresche e arabo-gitane che rappresentano l’innovazione poetico-musicale di Antonio Castrignanò. Una prima tematica la possiamo trovare nella canzone “Core meu”, dove il padre e la madre gli vengono nel sogno, il primo con parole colme di sangue e la seconda con parole colme d’amore. In particolar modo attraverso il ritornello, la madre è rappresentata come una creatura colma di amore, bontà, luminosità, dolcezza e come una saggia consigliera per quello che riguarda l’eterna giovinezza, dall’artista salentino riprodotta attraverso il suono del tipico tamburello salentino in grado di salvare gli Uomini dalla terrena Morte e farli vivere, in un universo animato da dolci nostalgie e commoventi reminiscenze. Una seconda tematica la troviamo nella canzone “Fomenta”, dove la Vita è vista come la taranta, ovvero, come un’ardente, passionale ed erotica danza all’interno di una Vita composta da laceranti dolori, da sofferenti croci esistenziali, da oscure brume spirituali e popolata infine da Uomini che muoiono e rinascono ogni giorno. Dolori e sonni eterni che possono essere curati attraverso la pizzica vista come una creatura dalla divina voce, in grado di farci rinascere come paradisiache creature dai dolci aneliti, dalle leggiadre carni, dalle ubriacanti movenze, dall’ardente sangue e da un candido spirito che profuma di libertà. Il tutto musicato da sonorità salentine e gitano-zingaresche realizzate da violini, fisarmoniche e tamburelli a sonagli che simboleggiano gli umani singhiozzi colmi di sofferenza e di lacrime. Una terza tematica è racchiusa nella canzone “Li culuri te la terra” dove l’amore è concepito come una tavolozza dai mille colori simboleggianti dolci reminiscenze, amare ombre esistenziali, accecanti allucinazioni paradisiache e ardenti amori passionali come la melodia della pizzica, le parole della taranta e le sanguigne lacrime della campagna salentina.

Una quarta tematica, la possiamo leggere nella canzone “Furtuna” dove è trattato il dolore spirituale dell’io costretto a consumare i suoi giorni, all’interno di una società insensibile alle emozioni e all’amore. Una quinta tematica, la possiamo ascoltare nel brano strumentale “Terraferma” dove la musica salentina e arabo-gitana simboleggino il cammino migratorio degli Uomini fatto di dolore, lacrime, sangue e morte. Un cammino quello umano che vuole condurre i suoi figli, a una nuova Terra Promessa dove poter vivere nella pace psico-fisica, nell’amore spirituale e nella purificazione carnale. Una sesta e ultima tematica, la rintracciamo nella canzone “Luna otrantina” dove la luna di Otranto è vista come uno specchio riflesso, dove vediamo immagini riguardanti l’esistenza di questa città animata da fatiche marittime, da dolci e amari sogni e da interminabili notti.     

STEFANO BARDI

 

Discografia di Riferimento: 

Officina Zoè, Terra, autoprodotto 1996 e ristampa Anima Mundi, Otranto, 2005.

Officina Zoè, Sangue vivo, CNT-Cantoberon, 2000.

Officina Zoè, Crita, Polosud Record, Napoli, 2004.

Antonio Castrignanò, Mara la fatìa, Felmay, Torino, 2010.

Antonio Castrignanò, Fomenta, TUK Record, 2014.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

 

 

 

 

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