“Deltaplano” di Michele Miano. Recensione di Lorenzo Spurio

Deltaplano
di Michele Miano
Introduzione di Davide Foschi
BastogiLibri, Roma, 2014
ISBN: 9788898457595
Pagine: 43
Costo: 8€
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
 
Un oceano di silenzio è muro
di queste illusioni
cassa ridondante di echi ormai lontani. (14)
 

Se è vero che qua e là nella poetica di Miano si ravvisano immagini in qualche modo funeste, collegate a un cupo sentire il dolore e la morte, come avviene nella lirica “Primavera” in cui la nuova stagione che si caratterizza per la rinascita dell’ambiente è collegata a immagini dure quali i “morsi di gelo”, le “profonde solitudini” e il tagliente “filo di vento”, non è mai un dolore che deprime o che angoscia il Nostro né il lettore che ne sperimenta la lettura perché mitigato dall’esperienza e fautore della costruzione di immagini. Michele Miano è un maestro nel plasmare la materia; ed è così che l’infinità della volta celeste diventa un mare in cui le stelle finiscono per annegarsi, per perdersi, fluttuare un po’ difficilmente, prima di inabissarsi completamente in quel blu denso e fagocitante (“Verso sera”, p. 7)

Il vento nelle liriche del Nostro non è mai portatore di una forza distruttiva o di un soffiare imperterrito, ma piuttosto è un residuo di vento, una ventilazione languida come il “filo di vento” (8), “un alito di vento” (9), “l’aria tiepida” (9) che ne caratterizza la mitezza degli ambienti e descrive questo aerare come lieve, appena percettibile. Gli spazi vengono descritti sempre da chi li abita, ed ecco allora che si incontreranno colombi, farfalle, ma anche germogli che lentamente crescono, proprio come le strilla di un ragazzino che gioca.

L’impiego nel lessico di una dimensione dicotomica o ossimorica è prevalente nella scrittura di Miano dove, come già detto, troviamo primavere di dolore, o “amaro miele” (11) ed ancora la sonnolenza di un’esistenza vissuta (s)regolatamente (“in bilico sul baratro”, 13) alla quale segue una nuova alba, fonte di un rinnovato auspicio e motivo di compiacimento con la natura tutta.

Non c’è nelle liriche di Miano la criticità che ci si aspetterebbe in un autore erudito che osserva il mondo e lo descrive vagliato dalla sperimentazione di certi sentimenti; ne consegue che non è propriamente esatto parlare di ermetismo della sua poetica perché non vi ravvedo il pessimismo di fondo; le immagini, laddove sono gravate di un sentimento esistenziale che potrebbe essere improntato alla desolazione, finiscono invece per essere impiegate come da contro-canto allo sviluppo della lirica e delle suggestioni sulle quali essa si regge.

La temporalità degli eventi nella poesia di Miano sembra essere sospesa e pare che l’autore l’abbia volutamente tale poiché non ci si sofferma mai con precisione e si configura come una sospensione del tempo; il Nostro è convinto che quando il ricordo è vivido e quando il sentimento è eternante, allora le categorie temporali non esistono e c’è un interscambio continuo ed efficace tra passato e presente: “E il giorno è come la notte/ la notte è come il giorno” (15).

Nel volume c’è anche spazio per un Miano indignato che denuncia le ambiguità del presente, le storture della vita contemporanea dove il Natale, emblema di pace, condivisione e speranza, ha una doppia natura: felice e agiato per i “ricchi e i grassi” e indecente e una giornata sventurata come tante per i “poveri e [i] reietti” (10). Il poeta è anche espressione del tempo in cui vive del quale non manca di osservare una certa delusione nei confronti della disagiata condizione sociale del presente, tanto morale quanto economica (parla di “clienti insolventi”, 20; di “paese di morti di fame”, 24; di “[persone] aggrovigliat[e] nella lotta per il boccone quotidiano”, 25). Non è sufficiente –sembra dirci Miano sussurrando all’orecchio- perseguire alacremente solo i propri interessi personali e fondare una ideologia del sé quando il mondo è società, senso di comunità e bisogno di condivisione. E’ così che dedica dei versi anche a tutti coloro che per mille ragioni non hanno voce –vuoi perché silenziati o censurati, vuoi perché perseguitati, massacrati od uccisi-: “Per frantumare il silenzio/ è necessario il coro degli angeli,/ grido senza voce dei condannati,/ gemito dei non nati./ Filastrocche mai cantate dagli uomini” (22).

Nella mente dell’io lirico c’è vita in tutto e per queste ragioni è possibile percepire la voce anche delle cose, dell’immateriale e dell’astratto, laddove siamo capaci di costruire un saldo legame con l’atto esperenziale e l’epifania del sentimento e vivificare in questa maniera immagini (illusorie) ed emozioni (evanescenti); il poeta è in grado di cogliere il “mormorio delle cose e dei ricordi” (18).

E’ così che Miano afferra e viviseziona il “nervo delle cose” (17) e istituisce quel necessario patto con il concreto, con la vita di tutti i giorni, fatta di intervalli di pace e delusioni che lui consacra sinteticamente nell’ “armistizio con la realtà” (26). Armistizio che è possibile solo laddove si abbia reale coscienza del proprio stato e una confidenza con se stessi che renda capaci di osservare il mondo che ci circonda con giustizia e curiosità nelle sue tante disparità e degenerazioni. Solo in questo modo è possibile, allora, scoprirsi uomini e donne completi che posseggono la fioca fiamma di una lanterna per svelare il difficile “sillogismo dell’esistenza” (17).

Un libro che offre validi spunti di riflessione e di autoanalisi, assieme a un insegnamento profondo che arricchisce la coscienza e la denuda nei confronti del reale: “Questa strada senza sole/ afflitta di nubi, dal frastuono della sera” (31) che è la vita, è il percorso che ci è stato dato e che dobbiamo onorare a chi ci ha voluti nel mondo, in questo “tempo balordo” (35) dal quale l’autore spera si risolleverà.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 28.10.2014

“D’un trasognato dove” di Felice Serino. Recensione di Lorenzo Spurio

D’un trasognato dove – 100 poesie
di Felice Serino
Ass. Salotto Culturale Rosso Venexiano, 2014
Pagine: 124
Costo: 12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Ha memoria il mare
Scatole nere sepolte nel cuore
Dove la storia
Ha sangue e una voce. (37)

 

D’un trasognato dove– 100 poesie scelte è la nuova densa raccolta poetica di Felice Serino, poeta nato a Pozzuoli nel 1941 che da molti anni vive a Torino.

L’autore mostra di aver compiuto una meticolosa operazione di cernita in questo “canzoniere dell’esistenza”, tante sono le liriche che ne fanno parte e tante le tematiche che Serino trasmette al cauto lettore. Il fatto che esse siano state raggruppate in filoni concettuali intermedi da una parte facilita al lettore la corretta comprensione delle stesse e dall’altra consente all’opera una struttura ulteriormente compatta e costruita organicamente. È così che questi microcosmi-contenitori delle liriche di Serino si concentrano attorno a questioni che hanno a cuore il rapporto con l’aldilà, il tema celeste, il senso dell’esistere, la potenzialità del sogno, l’inesprimibile pregnanza del tessuto semantico, l’impossibilità di dire (l’impermanenza) e si chiude con un nutrito apparato finale di poesie dedicate a personaggi più o meno famosi della nostra scena contemporanea dal quale partirò.

In questo apparato di dediche si concentra il fascino nutrito da Serino verso una serie di immagini-simbolo quali quello della luce e del sogno (nella lirica dedicata Elio Pecora), il tema della Bellezza (nella lirica a Papa Giovanni Paolo II), il risorgere (nella lirica dedicata a David Maria Turoldo) e lo specchio come proiezione e frantumazione dell’io (nella lirica dedicata a J. Luis Borges). Sono queste solo alcune delle liriche che compongono questo apparato finale poiché ve ne sono varie di chiaro interesse civile che affrontano disagi e tragedie dell’oggi quali i disastri per mare dei tanti immigrati che sperano di giungere in Italia, le precarie condizioni degli incarcerati o gravi casi di violenza in cui alcuni giovani hanno riportato la morte come Iqbal Masih, tessitore di tappeti portavoce dei diritti dei bambini lavoratori che venne ucciso nel 1995 all’età di 12 anni e del quale Serino apre la lirica in questo mondo: “come un bosco devastato/ intristirono la tua infanzia/ di pochi sogni” (107).

Nell’intera opera di Serino si nota una pedissequa attenzione nei confronti di isotopie, immagini costruite nelle loro archetipiche forme, che ricorrono, si susseguono, si presentano spesso perché necessarie; esse non sono solamente immagini che identificano o denotano qualcosa, ma simboli, metafore, mondi interpretativi altri: il sogno, la luce, il cielo, il Sole, tanto che permettono di considerare la poetica di Serino come celestiale proprio per il suo continuo rovello sull’aldilà, onirica perché fondata sull’elemento del sogno del quale si alimenta tanto da non poter dire spesso con certezza quale sia la linea di demarcazione tra realtà e finzione. Si penserebbe a questo punto che il tema del tempo possa essere altrettanto centrale in questa silloge di poesie dove, pure, si ravvisa un profondo animo cristiano, ma in realtà il concetto di tempo è ristrutturato da Serino in maniera meno pratica, in chiave esistenziale, come costruzione della mente umana che però risulta avere poca rilevanza nelle elucubrazione di una mente particolarmente attiva.

Il sogno, l’onirismo e il surrealismo (citato anche nel momento in cui viene nominato il pittore catalano Dalì) sono il nerbo fondamentale della silloge dove il trasognare ne identifica l’intero percorso di formazione e conoscenza. Non è un caso che in copertina si stagli un albero frondoso e, dietro di esso, uno scenario meravigliosamente pacificante di un cielo verde-azzurro tipico di una aurora boreale che fa sognare.

Dal punto di vista stilistico Serino predilige un’asciuttezza di fondo per le sue liriche (molte di esse sono molto stringate se teniamo presente il numero dei versi), dove il poeta evita l’adozione delle maiuscole anche quando queste dovrebbero essere impiegate ed ogni forma di punteggiatura, quasi a voler rendere in forma minimale il pensiero della mente proprio come gli è scaturito. Contemporaneamente il lessico impiegato è fortemente pregno di significati, spesso anche molteplice nelle definizioni, ed esso ha la caratteristica di mostrarsi evocativo, più che invocativo (anche se alcune liriche di invocazione sono presenti) o connotativo.

Sprazzi di ricordi salgono a galla (“in sogno sovente ritornano/ amari i momenti del vissuto”, 39) ma questi non hanno mai la forza di demoralizzare l’uomo o di affaticarne la sua esistenza poiché c’è sempre quella “comunione col sole” (47) che dà forza, garanzia e calore all’uomo che sempre ricerca risposte su sé, Dio e il mondo.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 28-10-2014

Manuela Mancini su “Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta” di Francesco Dezio

Francesco Dezio, Qualcuno è uscito vivo dagli anni OttantaStorie di provincia e di altri mali (Stilo 2014)

di Manuela Mancini

 

copertina dezio FRONTE OKIn Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Stilo, Bari 2014, pp. 128, euro 12), Francesco Dezio raccoglie otto storie di precarietà lavorativa e affettiva: i protagonisti appartengono tutti al proletariato della provincia pugliese degli anni Ottanta (Molfetta, Melpignano, Sansevero, ma soprattutto Altamura, città natale dell’autore). Un proletariato ora sbandato (Storia di un punk di provincia, cronache di tossicodipendenza e di AIDS ai margini della malavita e delle sue faide), ora vessato e sfruttato dai tirannelli locali (gli imprenditori del distretto del divano Santeramo – Altamura – Matera: Storia di Mino; Storia di Mimmo). Si passa, poi, al ceto medio proletarizzato degli anni Novanta e Duemila, talmente impoverito che passeggia negli ipermercati senza comprare, drogandosi di merci anche così (sottili i richiami interni al primo racconto), in un’allucinazione artificiale tra l’incubo e il fiabesco: straordinarie le descrizioni d’ambiente in L’Outlet di Molfetta e Appuntamento al Pianeta (il Pianeta è un ipermercato ormai dismesso della provincia di Foggia).   

    Ciò che tiene insieme queste storie è la tempra comicamente eroica dei personaggi, giovani e meno giovani che hanno ancora voglia di lottare mentre tutto va male, mentre la nazione si va irrimediabilmente sfasciando, mentre il paesello natale sfibra definitivamente l’illusione di essere nido, placenta protettiva (Storia di Carla). Una voglia di lottare che è furiosa, alla Tom Joad di Furore, ed è steinbeckiana nella certezza dell’imminente, ennesimo fallimento, che tuttavia non piega i personaggi: per esprimere questa furia disarmonica, stridente, che genera attrito quando incontra l’indifferenza degli indifferenti, Dezio mobilita tutti gli strumenti espressivi a sua disposizione.

     Innanzitutto la musica, che è la passione prima dei personaggi di queste storie, il loro stesso respiro: Lingomania, Sex Pistols, Pink Floyd, Joy Division, Subsonica, Arab Strap, Afterhours, Cure, U2, Church, Died Pretty, Simple Minds, Led Zeppelin, AC/DC, Clash, CCCP, Underage, Wretched, Ramones, Orda, Ultravox, Not Moving, Chain Reaction, Kranio, Negative Disarcore, Rich Fish in Hands, Delgados. Sono più di settanta i gruppi punk, rock, post-punk, post-rock e grunge citati nel testo in carattere rilevato, a formare un trattatello asistematico (perché narrativo), ma completo (ri-ordinato nell’ultima pagina, da cui è scaricabile con apposita applicazione l’intera playlist), un ‘commentario’ della storia della penetrazione delle controculture musicali di tutti i continenti in un’Italia provincialissima: “Prendiamo il ragioniere, quando ho capito che tipo era gli ho preso le misure e non è che gli concedessi tutta ’sta confidenza. Con lui era sufficiente parlare della Juventus e basta. C’era stato anche il tentativo di parlare di musica. Ma era a giocare. Perché si parlava di Toto Cutugno” (p. 67).   

    Dezio porta alle estreme conseguenze lo sperimentalismo del precedente romanzo, capostipite della narrativa ‘precaria’, Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli 2004). Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta non è né un romanzo né un racconto né un saggio musicale. Abolendo completamente la voce del narratore, con il suo filtro letterario e la sua funzione di raccordo nei fili della trama, Dezio lascia la parola direttamente ai personaggi, con la loro lingua imperfetta, sgrammaticata, nevrotica, con tutti le idiosincrasie del parlato, che rendiconta drammi individualissimi. L’effetto di verticale e profondissimo realismo è prorompente. Eppure i personaggi si muovono in un ambiente omogeneo, ruminano storie di provincia che appartengono a un immaginario collettivo: così, attraverso una sorta di discorso indiretto libero, piegato alla prima persona e contiguo al monologo, l’autore ricompone insieme le storie con un superiore risultato di unità, tutta affidata allo stile e non all’intrigo romanzesco. Questa è la vena autentica di Dezio, autore schivo e scarno, che non ama operazioni letterarie facili e preferisce farsi dimenticare piuttosto che ripetersi.

      Anche i bozzetti disegnati dall’autore (disegnatore e grafico precario) lasciano intravedere il tentativo di percorrere vie nuove. E persiste il ricordo delle due pagine post-dadaiste di Nicola Rubino è entrato in fabbrica, con la sintassi distrutta, con l’ingorgo di parole in libertà (oggetti in enumerazione casuale, cose della catena di montaggio, parole iperspecialistiche, metaletterarie, pezzi di anatomia femminile, nomenclatura di desideri e azioni sessuali…). Resta la quasi-certezza che l’autore scriverà non necessariamente più spessodi più, ma di cose nuove dette ancora in modo nuovo. Intanto aspettiamo.

Giovanni Chiellino su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio,  NEOPLASIE CIVILI

Edizioni Agemina FIRENZE  2014  € 10,00

 

Recensione di Giovanni Chiellino

 

cover front (1)Molti anni fa mi divertivo a scrivere Haiku e fra i tanti, alcuni pubblicati, uno recitava: “ Buca la neve /il fiore delle Alpi / e guarda il sole. 

Mi è venuto in mente leggendo i versi  di Lorenzo Spurio, un giovane poeta  che affronta il testo poetico guardando spesso con ironia o amaro sarcasmo la cruda realtà del vivere: “ Un camion betoniera m’occultò/ la vista verso il parco//  L’intonaco fradicio dalla recente pioggia / 

sembrava una spugna di sangue //gridai senza voce una qualche ballata/

dal ritornello enigmatico” (Giù la serranda) e chiudendo a volte, ma raramente, la composizione o restando nella consistenza di un realismo lucido e per questo razionale o abbandonandosi a una fuga nel sogno, a una speranza, a un’illusione di felicità o, spesso, a un realismo che supera i limiti della stessa realtà: “Le lacrime di un popolo/ scivolano copiose, per un momento;/ quelle di una madre/ non trovano fine.” (A una madre) per aprirsi a una intuizione di vita altra. Come il fiore delle alpi buca il gelido strato delle nevi per offrirsi al sole, Spurio attraversa la realtà del vivere per seguire una traiettoria di sogno, una proiezione nell’oltre , mentre è chiaro nei suoi versi il peso del reale, per cui la vita altra si coglie qua e là, s’intuisce  come una presenza di confronto: “ e quel cuore indomito,/ calamita a quello dei deboli/ non aveva perduto la carica” (Verde per sempre);  “I bambini rubavano il mare/ con gli occhi bagnati” (Piazza Tahrir)  e, a volte,  come una frustata di amara  ironia: “Alla fiera della vanità/ un viados comprava / caramelle alla fragola per suo figlio./ Io le presi al limone    (Verità talmente vere …)  o, ancora, come dura presa di coscienza che anche la bellezza e il profumo di un fiore possano nascondere un seme di tristezza: “Ho odorato ancora il fiore /accorgendomi che esalava tristezza/ e bisogno d’amore” (Il fiore giallo). Anche “un gatto senza coda/ (che) correva baldanzoso/zampettando felice” può aprire finestre di una trattenuta, o del tutto inconsapevole, malinconia.

Ed è un amaro rigurgito di sconforto e sofferenza osservare che: ”I bambini giocavano addolorati/ fra le pozzanghere nere/ senza fine”.

(Polvere e sangue) mentre il divino si piega sull’umana violenza incapace di redimerla per cui si abbandona al più umano dei sentimenti: il pianto “e Dio piangeva a fiumi,/genuflesso sui carboni ardenti.”.       (Ritornato sei !)  La grande sensibilità umana di Spurio si allarga e avvolge, in un abbraccio fraterno, i tanti profughi che affrontano le insidie del mare per fuggire da un mondo per loro inospitale.

Si emoziona il poeta a vedere “Polpastrelli dalle impronte/ slavate dal mare/ e stinti per sempre/ (che) affioravano ora qui, ora là” (Ora qui, ora là) o come ne (Il laido timoniere) , dove un maldestro e incosciente Capitano provocò per una errata manovra, il ribaltamento della nave e la morte di moltissimi giovani studenti in gita scolastica.

Da composizione a composizione, di verso in verso, l’autore snocciola pene e misfatti che sconvolgono l’umanità finché l’annoiata Atropo non decide di tagliare “senza pietà”  il filo della vita.

Si chiude, a questo punto, il canto amaro e realistico di Lorenzo Spurio che, avvalendosi di un linguaggio scarno ma sommamente efficace e di uno sguardo intellettivo penetrante e rivelatore del male nel cui Humus trovano nutrimento le radici di una umanità spesso disorientata e allo sbando, ci racconta dell’uomo e del suo viaggio.

Solo uno sguardo chiaro sull’esserci e un atto d’amore verso il “terreno” che ci sostiene e ci nutre, può rigenerarci.

“M’inginocchiai e baciai la terra / chiedendole scusa; /impastai terriccio e saliva/ e nel mentre dall’alto/ una pioggia acuminata/ m’infilzò dappertutto/ e mi rigenerò.” (Colloquio). Il poeta, e quindi la Poesia, riproduce in piccolo l’atto creativo di Dio.

 

Giovanni Chiellino

15-10-2014   

Giorgio Bàrberi Squarotti sulla poetica di Ninnj Di Stefano Busà

LA SCRITTURA di Ninnj Di Stefano Busà come risulta all’indagine esegetica della forma

saggio critico (a cura di Giorgio Bàrberi Squarotti)

                                                                                               

La parola di Ninnj Di Stefano Busà si è fatta sempre più alta, sollevandosi dal linguismo sopra le righe, già assai forte, delle prime opere, fino a raggiungere il sublime della sua ultima produzione: che va dalla ricerca del significato dell’esistenza alla riflessione più profonda e lucida, distaccata e sofferta delle vicende e delle esperienze attraversate, che talvolta sono riprese, (ri)narrate, (ri)esposte per spiegarne appieno il valore e la perdita, aggiungerne le sconfitte e le tensioni, l’esemplarità e l’inquietudine. La luce è quella della parola incomparabile: senza di essa tutto sarebbe confusione, incomprensibile caos, impossibilità a trovare valore e verità negli accadimenti così contorti, ambigui, contraddittori per il tempo umano che attraversiamo. La parola, allora, è sempre faticosa, dolorosa, ardua da tirar fuori dal magma della vita per portarla appunto alla luce del mondo, e un testo che è incluso nel libro ne è la prova evidente, poiché si conclude proprio in quella che è una dichiarazione di linguismo e una confessione di accettazione di pene, tenerezze, grazie e affanni, lacerazioni e suggestioni. Ecco, il programma scrittorio dell’autrice è di una totalità estrema, appartiene al mondo: non può disgiungersi da esso, tutto ciò che può essere sperimentato con l’anima e con i sensi, è dono di una grazia trascendente, perché la parola è dunque l’infinito strumento che può rivelarlo, raccontarlo, spiegarlo, al tempo stesso alacremente variandone le visioni, le esperienze, le capacità, gli stati d’animo del poeta, di mostrarne l’antica sua eco e la nuova scoperta. La costruzione dei testi si avvale di costanti analogie, per giungere a manifestarsi poi con ricchissime varianti, affermazioni, metafore, visioni, sentenze, similitudini, allegorie, usi e interpretazioni della parola che non mancano mai di stupire. Il punto di partenza è la constatazione di una forma o di un aspetto, di un’emozione, di una suggestione che la natura, la stagione o quant’altro trasmettono al suo repertorio. Un luogo anche minimo che la vita ci propone, e da lì, a poco a poco il discorso si sviluppa, quanto è stato visto o sentito si rivela come un messaggio, un emblema, perché il mondo non è quello che appare realistico e naturale, quando lo affronta il poeta lo sente ingannevole e denso di incognite, caotico, contraddittorio, e non è mai ingenua e sentimentale la poetica che origina da una sensibilità extra, quasi in interiore, scavando nelle ambiguità dell’essere la sostanza fruibile della sua bellezza e del suo canto. La poesia, quando c’è va al di là degli oggetti e delle apparenze visibili, è costituita da exsempla che sollecitano immediatamente ad essere identificati. 
La natura si rivela, allora, come una sequenza affollata di segni, di tracce e Ninnj Di Stefano Busà li mostra pressoché quali rivelazioni di malessere, di disagio, pur con le dovute aperture d’ali, pur con aureole solari, nel segno di luce o di tenebra esplicita la speranza, non è mai succube dell’oscuramento, mai refrattaria al cielo. Il raffronto fra le presenze naturali delle scoperte è il riconoscimento della condizione umana di pena, (il male di vivere montaliano), però, esistono in questa scrittrice. Penso al suo ultimo romanzo, alle sue ultime opere in poesia: “la giovinezza se n’è andata.” Sono i dati di un giorno di vita, che per la potenza e la forza del pensiero e della parola, si rivelano subito come visioni metaforiche di trafitture, di disagio, di pena, che l’anima coglie in piena consapevolezza del suo status, e ne esce profondamente turbata. La metafora assume la sua forma perfetta e mirabile non solo la realtà in sé conclusa. Continua la rappresentazione della parola alta, potente: “………..” sia in versi che in prosa. Vi è l’incrinarsi dell’essere, della vita, il trasfigurarsi nell’altro cielo, quello pacificato e rasserenato che è poi l’aspirazione frequente nel discorso poetico dell’autrice, ma a fronte ha sempre la consapevolezza della caducità, del dolore e della fatica del quotidiano, in ogni momento la razionalità e l’intelligenza del cuore (come elle stessa le definisce). C’è in questo impegni di scrittura l’aspirazione a un labile conforto, a un’apertura d’ala, a un cielo più sereno. L’allegoria è particolarmente grandiosa e rivelatrice: il nostro corpo è l’abito minimo, come la conchiglia che vagamente aspira alla grandezza del mare aperto. E lo spirito è partecipe del divino, e l’ascensione alla trasfigurazione celeste è difficile, precaria, contraddittoria, mai ampiamente conclusa, perché il mondo offre minimi episodi di chiarezza, pochi modelli di perfezione per il conforto del cuore. Per emblemi il discorso di Ninnj Di Stefano Busà giunge all’esemplarità dei concetti. Intorno c’è il turbinare delle apparenze, delle contraddizioni che appaiono forme e vicende della natura, degl’innumerevoli episodi o esperienze umane, e di fronte, ecco le sentenze, le verità, le aspirazioni e il dolore. Non è, (si badi bene) un giudizio e una considerazione sulla propria vicenda di vita e di pensiero, ma la suprema spiegazione più logica della condizione di tutti gli uomini, fra pena che trascina l’anima nella violenza confusa delle situazioni e il volo verso l’infinito, cui l’anima “semplicetta” di ogni individuo e di cui parla Dante è orientata.
Ma è la tensione irresistibile, eppure sempre così difficile, faticosa, delusa, ferita a drenare nell’autrice il privilegio della parola. La costruzione linguistica di Ninnj Di Stefano Busà è costantemente dichiarativa, per poi svolgersi fino alla sequenza degli emblemi, delle metafore che tendono ad accogliere da un testo all’altro, e da un libro all’altro, gli aspetti e le forme dell’esperienza esistenziale, che si mantengono sempre a livelli molto alti, (bontà della parola quando è vera!) con toni sacrali, ma anche dolorosi fino a concludersi in una compresenza di immagini, di indizi che anelano alla profondità dell’anima. Il discorso non è mai dettato dalla vicenda personale del poeta, ma si esplicita come significato universale, per i tempi e i luoghi che sono del tempo stesso di contraddizione, di crisi, di assenza di valori, e quasi privi del tutto del sacro e del sublime: versi….., che iniziano da un concetto generale, per piegare quasi subito dopo all’evocazione emblematica e naturalistica del mondo, come analogia con l’umano, e proprio con quella stagione che preannuncia il germoglio  della rinascita.
Questo romanzo: Soltanto una vita, è, allora, un supremo modello di varianti che si commisura con l’abbondantissima logica del pensiero e delle proposte, uno spartito denso di concetti e di immagini, di indagini e scavi intorno all’esistente e all’assente. La scrittura di questa autrice è ben riconoscibile; è un florilegio che si avvale di un ritmo particolarmente efficace, fascinoso, che dà esiti felicemente raggiunti, ma è anche una lezione alta di letteratura per le molteplici varianti che adotta nell’elaborazione, le quali a seconda dell’esigenza del discorso, a volte, si contraggono o si prolungano, altre si armonizzano e si allineano ad atmosfere intensa, di grandissime aperture che fanno molto riflettere. Tutta la produzione di Ninnj Di Stefano Busà è un impianto straordinario, una costruzione verbale di grande afflato che stabilisce in modo forte e deciso la verità della poesia indefettibile, straordinaria, forte e potente. Questa scrittrice, lo andiamo ripetendo da anni ormai, è giunta a segnali altissimi di linguismo.

 

Giorgio Bàrberi Squarotti

“Volo dell’anima – Poesie dell’ombra” di Augusta Tomassini, recensione di Lorenzo Spurio

VOLO NELL’ANIMA – POESIE DELL’OMBRA

DI AUGUSTA TOMASSINI

Commento di Lorenzo Spurio

 

 

downloadQuesta di Augusta Tomassini è una silloge poetica nata ed ispirata a una persona speciale per la Nostra, il marito scomparso che come lei riconosce all’interno del testo “ha saputo far volare la [sua] anima dall’ombra alla luce”.

Augusta è una donna impegnata attivamente nel sociale: ha parte attiva da varia anni all’interno della Commissione Pari Opportunità della Regione Marche e fa parte dell’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti di Pesaro.

Il libro è composto da una serie di liriche fortemente descrittive che rievocano il passato tra ricordi più o meno belli che la Nostra nutre e rivive ancora oggi al presente.

Le tematiche della silloge sono prevalentemente circoscrivibili attorno a due sfere concettuali:

  1. il contrasto tra il mondo di luce e il mondo di ombra
  2. la solitudine e il dolore per la perdita dell’amato

Tematiche che spesso finiscono per contaminarsi e congiungersi in quello che la Tomassini propone come un meticoloso percorso nel recupero della memoria. Alcune poesie celebrano e rendono immortali certi momenti vissuti dalla donna con grande partecipazione ed entusiasmo: la nascita di un figlio, le esortazioni a una nipote, bambina, ormai donna, a mantenersi sempre fedele alle leggi del proprio cuore,..

Quelle assenze assordanti, quei silenzi che fanno male, la desolazione e la solitudine che qua e là si respirano nella silloge sono in parte colmate da un grande fascino e amore verso la natura (numerose sono le descrizioni paesaggistiche, sia marine che campestri) con i suoi colori, rumori, gli abitanti della fauna e le varie espressioni vegetali. Augusta scrive: “Da tante cose belle/ sono circondata,/ la natura va amata” (92); in questa citazione ravvisiamo anche un monito ecologico. I colori, le tinte, la componente estetico-visuale degli elementi e degli ambienti è una caratteristica comune delle liriche di Augusta.

Vi sono liriche in cui la Nostra mostra difficoltà (è una difficoltà consapevole) nei confronti della distinzione tra un mondo reale e concreto nel quale è chiamata a vivere e uno illusorio, dominio del sogno e proiezione dell’inconscio. Mondi che si configurano distanti e in sé inconciliabili, forse, proprio perché dominati l’uno da una dimensione di ombra, l’altro di luce e dalla spensieratezza.

Augusta Tomassini ci parla di “ombre del silenzio” (55), di solitudini e di “pensieri [che] seguono percorsi sconosciuti,/ [che] imboccano vie deserte o affollate”, passando in rassegna ricordi indelebili nella mente come quello del ricordo della neve o di una giornata al mare, a quello del giorno del matrimonio o a quello meno felice della dipartita dell’amato.

C’è molta tristezza in queste liriche ma è una tristezza che non pesa, che non sfocia nella delusione né ammorba la nostra nella cupa depressione perché il dolore è vissuto e interpretato, contemplato e rimembrato, in un certo modo fronteggiato con forza, soprattutto in quelle liriche dove la nostra esalta la natura o colloquia con il suo amore.

Poesie d’amore, sul ricordo dell’amore e su un legame che si conserva contro spazio e tempo, contro le leggi della fisica, un sentimento puro che mai decresce e che anima la nostra ad andare avanti con la certezza che il colloquio intimo con l’altro sia non solo possibile ma fonte di protezione e custodia.

Riverberi, fasci di luce, bagliori, cromatismi accentuati o smorzati, ci insegna la Nostra, sono percepibili benissimo anche da chi, come Lei, non ha la facoltà di vedere il mondo che la circonda, poiché è nella profondità d’animo e nella ricchezza interiore e morale che la luce, come il sorgere e il calare del sole, può compiere i suoi intervalli di illuminazione e calore.

 

Lorenzo Spurio

 

Urbino, 08.10.2014

“Venere storpia” di Sunshine Faggio, recensione di Lorenzo Spurio

Venere storpia
di Sunshine Faggio
Montedit, Milano, 2014
Pagine: 31
ISBN: 9788865874219
Costo: 6,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Ma ancora la
poesia mi salverà
ancora
fino a
l’indugiata
morte. (16)

 

2433Dopo una prima silloge poetica dalle tematiche dure e acuminate dal titolo “Infezione”[1] nella quale Sunshine Faggio poneva l’attenzione sia su una serie di espressioni di violenza, tanto nel privato quanto nel pubblico, mediante il recupero di una lirica tagliente e viscerale, la poetessa ritorna con una plaquette dal titolo “Venere storpia”, pubblicata per i tipi della Montedit di Milano.

La costruzione oppositiva del titolo di questa nuova raccolta (Venere è comunemente assunta quale emblema di femminilità, bellezza e risorgenza, mentre qui viene detto che è storpia, dunque il risultato di un processo di violenza, malattia o comunque di una invalidità motoria) è accompagnata da una immagine a carboncino dove intravediamo una donna nuda, ad eccezione degli slip. Della donna non ci è dato conoscere il volto (si tratta di un bozzetto e non di una foto) e soprattutto il volto della ragazza è stato espressamente sezionato dalla Nostra tanto che non possiamo che scrutarne solo la porzione inferiore. Di questa si avverte una sorta di smorfia innaturale della bocca, pure spaventosa o implorante; ad aggravarne l’immagine di non-attrazione è l’evidente clavicola che sporge distintamente e che, più che donarle un fascino della secchezza che tanto è in voga, fa pensare a una denutrizione non sana, a un impoverimento della carne e dunque a uno stato di malattia.

Nella raccolta il lettore non farà difficoltà a ritrovare le suggestioni carnali che ha già incontrato in “Infezione” esacerbate qua e là da una meticolosità disarmante nella descrizione di spiacevoli dettagli o incomprensibili caratterizzazioni che, congiuntamente, finiscono per donarci una poetica tendenzialmente stringata, caparbia e tumultuosa nelle immagini, violenta (di una violenza che, però, non ferisce, semmai chiama in causa una riflessione), minimale anche se non completamente minimalista, una scrittura che nutre un piacere quasi macabro verso il deperimento, il sangue e la patologia.

La poetessa riflette sulla propria anima, quasi come se adoperasse una divisione corpo-anima e potesse vedersi in questa maniera, sotto le due varie sembianze: quella della forma e quella del contenuto. Curioso è il fatto che l’anima sia sottoforma di una “gelatina rosa” (5) e che questo momento di riflessione avvenga in una circostanza forse fortuita e veloce, non preventivata e oltretutto in una condizione scomoda che dimostra un senso di malcelata auto-sufficienza: “su uno sgabello senza una gamba” (5). E in effetti l’elemento anticipatorio ha il suo naturale decorso quando veniamo a conoscenza nella seconda strofa che nell’attimo di ricerca di sé, la Nostra è poi finita per perdere quell’equilibrio instabile e cadere a terra. Una caduta precipitosa che non porta dolore, ma che decreta la rottura degli arti, “sono morti” (5) ci confessa la nostra.

Nella seconda lirica della raccolta che porta il titolo di “Le gole dei nostri polsi erano gigli coraggiosi” è presente una citazione in esergo alla poetessa americana Sylvia Plath famosa per i suoi versi concentrati e di difficile comprensione che decise di darsi la morte giovanissima. Sunshine Faggio non è nuova a intessere rimandi e riferimenti a quella che può essere considerata a ragione una delle sue scrittrici preferite, dacché anche in “Infezione” (il cui titolo rimanda a una stessa lirica della Plath) erano presenti vari cameo ed omaggi alla poetessa americana. La Nostra utilizza l’elemento generazionale, la data di morte della Plath, per instituire una sorta di riflessione sulla sua esistenza: “A trenta tu sei morta/ Io rinata” (7). Incipit che sembra voler costruire in maniera antipodale i due destini: la giovinezza distrutta dal suicidio della Plath e la riscoperta del bello e la rinascita della Faggio, ma a complicare il tutto è il verso che segue in cui leggiamo: “Entrambe sepolte sotto la neve di Londra” (7). L’universo concettuale della sepoltura presuppone una morte, un decesso, al quale farà seguito il deperimento del corpo, la polverizzazione e l’estinzione. La lirica serve invece alla Faggio  per tracciare le caratteristiche di un “ritorno alla vita” e una più concreta riappropriazione della propria volontà di donna.

Il linguaggio, com’è comune nella poetessa trapiantata a Londra da vari anni, di fonda su terminologie dure e dolorose, tendenzialmente non concepibili figurativamente nell’universo poetico: aborti, sangue, muco, pipì,tumori e quant’altro. Elementi che la rendono una poesia drammaticamente concreta e realistica, pulsante e vitale con i suoi immancabili recessi nella malattia e nella degenerazione (“nani mongoloidi/ giganti deformi”, 12).

Qua e là non mancano pensieri sofferti, considerazioni amare, delusioni e punti di vista che sembrano distorti e allucinati, la solitudine (“Anche se la libellula che mi teneva compagnia è morta”, 8), contenuti meramente scatologici (“feci la pipì e svuotai il cervello”, 8), addii imprevisti e teatralmente impressionanti (“ti accomodai su di una barca a remi/ abbandonandoti alla corrente”, 9), azioni deleterie contro sé stessi (“legavi i capelli con dell’ortica”, 10), tragiche risultanze di un amore che, come una febbre da 40° lascia senza difese e molto spossati (“E dall’amore uscivo/ massacrata e afasica”, 17), amplessi dalla forza devastante (“Mi scavi./ Mi svuoti”, 22) e aporie di impossibile risoluzione: “Bianca ed azzurra/ ancora non so/ se eri la Madonna/ oppure la Fata Turchina” (10).

Una maggiore attenzione necessita la poesia che dà il titolo alla raccolta, la più incisiva e dissacrante, quella in cui si sente con più forza quell’energia propulsiva insita nella Sunshine donna e poetessa. E’ opportuno riportarla per intero per poi passare ad aggiungere un breve commento.

 

 

Venere storpia
 
Osso per osso
ve lo sputo a dosso
il vostro canone storpio,
quella femminilità di plexiglass tanfante
cucitami sul dorso a mo’ di buccia.
Affetta dalla malattia
di quest’universo ammalato
con le mie mani m’ammalo,
vomito l’opulenza che mi circonda.
Sfuggo alla vostra depravazione
facendomi del male.

 

Una poesia di violenza e dolore dove la Nostra si scaglia contro il fenomeno della moda che incita le ragazze ad osservare supposti canoni di bellezza in cui la femminilità viene degradata e offesa dall’eccessiva riduzione delle taglie, da una magrezza disarmante emblema di in-sanità. L’asciuttezza ossessiva del corpo, la sua resa filiforme, è rifiutata dalla nostra in quella “ossificazione” del corpo che perde carne e tessuti e mostra sempre più in vista (come abbiamo detto accade nella immagine di copertina) la conformazione spigolosa (ossuta) dell’apparato scheletrico. Questa ossessiva rincorsa alla magrezza e la mercificazione del corpo a un “canone storpio”, stupido e incosciente, brutto e degenerante  che trasforma la natura femminile in un surrogato banale, in un artificialità plasticosa che è addirittura “tanfante” perché puzza di morte e ha l’olezzo della putrefazione.

La Nostra non si esime dal denunciare con una profonda violenza e stanchezza dinanzi a una realtà indecorosa come questa e punta il dito sulla società che è essa stessa “ammalat[a]” e in quanto tale non è in grado di produrre niente di sano né di benefico. La Nostra rincara la dose nei confronti di un universo collettivo che ha eretto la depravazione dei costumi e l’emarginazione del corpo a sistemi di pensiero e con un linguaggio tagliente come una lama, rifiuta l’assoggettamento alla “norma” denunciandone la pericolosità: “vomito l’opulenza che mi circonda”. Un fervido atto d’accusa, sdegnato e ben reso, su una situazione logorante e insidiosa quale è l’offesa al corpo e il soggiogamento delle menti.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 09.10.2014

 

 

[1] La mia recensione a questo volume è presente al seguente link: https://blogletteratura.com/2012/12/14/infezione-la-nuova-silloge-di-poesie-di-sunshine-faggio/

Neoplasie civili

La bellissima recensione dell’amica poetessa e scrittrice Valentina Meloni al mio libro di poesie “Neoplasie civili” (Agemina, Firenze). Buona lettura!

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Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Recensione a cura di Valentina Meloni

cover front (1)

Neoplasie civili” si presenta come un affresco moderno  della sostanza civile contemporanea: “piccoli colpi di pennello di un impressionista”, come definisce Corrado Calabrò le immagini poetiche di Lorenzo Spurio, e un’attenzione al reale, precisa  Iuri Lombardi  nei risvolti di copertina, che fanno di queste poesie un “flash rapido, quasi fossero una fotografia, delle vicissitudini umane e del dolore”.            Le pagine si tingono di tinte accese, colpi d’occhio e squarci quotidiani nitidi e sfrontati, sventolanti come panni tesi al sole. Non ci sono fingimenti, persino i vicoli vengono smascherati da una “ipocrita cucina casereccia”[1]; l’io poetico qui dichiara guerra ad ogni ipocrisia “L’inchiostro strillava indomito/ l’indomani del velato non detto”[2] e poiché “la battaglia  si vince solo intentandola”[3] Spurio si arma di parola e sdegno e reagisce alla storia, alla cronaca, alle…

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Susanna Polimanti su “Le voci della memoria” di Anna Scarpetta

Le voci della memoria di Anna Scarpetta è una silloge del 2011 editaIsmecalibri (Bologna) per la collana Omero Serie Oro. Leggendola con estrema attenzione, ho percepito la sensazione di essere direttamente a confronto con la poetessa, mentre i suoi versi scorrono in una poesia dialogata di un’immediata universalità del “sentire”, in ogni parola un suo personale messaggio. La poetessa svela al lettore un partecipe senso di pietà, in un linguaggio condiviso che attraversa il tempo e diviene artefice brillante di un’eredità memorabile, tradotta attraverso valenze di voci che “conoscono l’arte del narrare” le sole connaturate nella memoria del cuore, scevra da qualsiasi menzogna. Fantasia e immaginazione s’intrecciano con la realtà effettiva, creando la parte creativa di una poetica che s’incontra nell’esperienza di un itervitae, plasmato dalla risolutezza, dalla sensibilità e dalla grande umanità della poetessa. Anna Scarpetta utilizza “Lo scalpello del pensiero” per rivolgersi alla poesia, che è sua amica e confidente, ad essa affida la propria filosofia di vita, “Ci vorrebbe un’altra vita/per capire cos’è la vita [.]/ Me lo dico spesso con sincerità [.]” A ogni visualizzazione di vissuto si associano evidenze antiche e universali dei sensi, veri elementi trainanti per condurci dentro tematiche di spessore, il lessico impiegato fa scattare inevitabilmente un’attenta riflessione, richiama e riattiva un ricordo.

Lo stile della silloge è svolto con ritmo vivace, cattura la curiosità e l’impegno del lettore, scuote dal torpore ogni animo, risvegliando con rinnovata vitalità ogni coscienza sopita. Le strofe composte di versi lunghi, si susseguono per la maggior parte in terzine e quartine in un “parlato” che cela una forza prodigiosa di effetti dal più teso e fervido, al più dolce e sofferente. Persino le figure retoriche, che siano esse allusive, reiterate o termini anaforici, vengono elegantemente inserite a dar maggiore risalto, rendendo il verso più incisivo. La poesia di Anna Scarpetta coinvolge e sottintende una complessità intellettuale, è pervasa di una particolare carica religiosa e carismatica, segnata dall’alternarsi di voci in un coro di profonda e disperata consapevolezza nonché di una fiduciosa attesa di un mondo migliore. L’abbinamento degli aggettivi qualificativi precisa il pensiero, lo rende più efficace, esprime sfumature rilevanti ed evidenzia un dato interiore, che si esplica in pura potenza fonosimbolica.

scarpetta-susanna

(Nella foto Anna Scarpetta e Susanna Polimanti in una recente premiazione di un concorso,
nel Maggio 2014, nelle quali erano entrambe nella Commissione di Giuria)

In una ricerca spasmodica del significato del dolore e del perché della sofferenza, il richiamo della memoria si snoda in una sequenza di espressioni dalle quali si avverte uno strappo con ciò che è consueto, con ciò che la poetessa ama e ha amato “Nostalgia, stringimi forte e portami via/in un mondo che tu sola sai di vera magia [.] Sfoglia adagio le pagine più belle di questa vita/e leggi di me, ancora divertita, ogni cara emozione

Sensazioni, stati d’animo, serendipità, persone vicine e lontane, luoghi e considerazioni sociali, il tutto visto con gli occhi curiosi di una donna che “Sulle ginocchia del tempo” ritorna ragazzina attenta verso quegli affetti e quei luoghi della sua infanzia che mai ha dimenticato, pur vivendo ormai lontana e con alle spalle un percorso consolidato.

Invocazione ed evocazione a un tempo, una poetica particolarmenteequilibrata, educativa, morale e civile nonché personale e introspettiva a tal punto, da rievocare la poetica del vero manzoniana.

In ogni sua poesia si evince una tenace solidarietà per la sofferenza degli uomini tutti, per i perdenti consapevoli e inconsapevoli, tra loro per primi i bambini “erranti nel mondo” ai quali lei rivolge dei versi ricchi di pathos e di intensa umanità in assoluta condivisione, nonostante “l’indifferenza del tempo” ove le solitudini dell’infanzia si trascinano nell’esistenza, disponendosi a un confronto più drammatico con la realtà. I sentimenti evocano il ricordo del passato e sottolineano, vigorosamente, le incertezze del futuro.

Straordinaria e intensa la poesia che Anna Scarpetta dedica al suo Angelo Custode con il quale intrattiene un dialogo più aperto e cordiale, soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore, al suo stile di religiosa e pacata contemplazione.

La memoria del cuore è per la poetessa un dono, lei ci ricorda che “Il tempo è di Dio”, il suo cammino è lento e segreto, dalla terminologia utilizzata percepiamo l’assoluta impotenza di fronte a una più matura consapevolezza del proprio valore individuale e collettivo.

Le voci della memoria, una silloge colma di versi che si traducono in un grido di amore, stimolano a essere sempre sé stessi, a ritrovare le proprie origini e ravvivarne le radici. Sento di dover rivolgere ad Anna Scarpetta un degno plauso per essere riuscita a farci rivivere quei valori autentici che rendono gloriosa e benefica la nostra presenza in quello “strano luogo” che è il mondo, con la viva speranza di poterlo ancora osservare “con gli occhi curiosi della vita “.

SUSANNA POLIMANTI

Cupra Marittima, 27 settembre 2014

“La battaglia si vince solo intentandola”. Manuela Marino su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

“La battaglia si vince solo intentandola”

Commento di Manuela Marino a Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Edizioni Agemina, Firenze, 2014

 

Caro Lorenzo,

 

ti ho letto con molta partecipazione, concedendomi tutto il tempo prezioso per una lettura continua, direi ravvicinata e costante, di  una poesia dopo l’altra, come una full immersion nella tua poetica per me nuova, sia ragionando a livello tematico sia calandomi completamente nell’atmosfera fortemente evocata dai termini. Devo dirti che in questa raccolta c’è un bel continuum sia “ideologico” in senso positivo, sia di stile. Questo è importante e funziona anche nell’insieme, che risulta ben omogeneo, cosa non sempre facile con poesie scritte in periodi diversi e sulla spinta di eventi reali differenti. Eppure, molti sono i fatti, una la voce. Bravo.

Altra cosa che balza subito all’occhio è la concretezza ma non prosaica del tutto. Ciò che la parola divenendo poetica mostra e ben fonde, coniugando immagine e pensiero: non plastica descrizione fine a se stessa, non solo concetto o cerebralità.

Così il tuo cammino nel mondo, non da uomo insensibile né da intellettuale in cattedra, è quello del poeta civile nella sua vera accezione e, dovrei dire, spesso eccezione. Non c’è provincialismo, la terra che si “bacia” a partire dalla propria va ben oltre con l’universalità del messaggio poetico; Turchia, Egitto, Ucraina, ma anche Francia, Inghilterra, Venezuela etc., perché la cronaca, come accade alla propria biografia, possa essere testimoniata nell’impatto emotivo di chi la vive e rendercela in questa “visione parlata”e “sciolta” dei versi.  Che cos’è la poesia se non il tormento di una interpretazione sempre in cerca di oggettività, di universalità, anche e proprio se nulla è più soggettivo della parola poetica? Questo sentire che anela, talvolta contro se stesso, ad una verità: “Mi fingevo altro da me” e “Decisi di (…) darmi in pasto;/ m’abbeverai ad una fonte putrida” e, ancora, “ma ora ricerco una via unica”.

copertina-Lorenzo-Spurio-weQuesto piacere del vero o “dell’onestà”, per dirlo con Pirandello, che condivido e che ci accomuna, poiché il sentire anela sempre ad una verità, magari cruda, magari smascherata o sviscerata, eppure ancora esistente da qualche parte nel caos dentro l’uomo, o “nelle strade tra polvere e odio”… E per questo ancor più di vitale importanza, nel suo carattere universale.

Il poeta è forse per sua indole perennemente in una sorta di esilio, non di meno nella parola che lo rende continuamente funambolo su una eterna linea di mezzo o di confine, tra detto e non, tra potere evocativo e simbolico e istinto di significazione.

Io amo dire che ogni poeta è un po’ Cyrano di se stesso e fa continuamente la spola tra se e se, così come tra se e la realtà, per trovare la giusta espressione di ciò che sente…

In questa bella raccolta l’assalto condivisibile, (non confonda talvolta la musica melanconica che lo accompagna e che è un po’ il tuo “cor gentile”, la tua “educazione sentimentale”), l’attacco-difesa nei confronti di ciò che si vede e si vive, anche tentando lo straniamento, è la forza palpabile di questi versi, dove persino l’uso dell’imperfetto (che in genere io non prediligo) non precipita nella prosa dunque nella passività di qualcosa già accaduto, poiché l’uso pertinente dei vocaboli, la scelta di termini e di sofferta aggettivazione quasi “espressionista”, ne rende intatta la pulsazione come al presente.

Infine, ma si potrebbe continuare, che “strilli” pure l’inchiostro, che resti per fortuna “indomito” sempre contro il “non detto” (tema a me tanto caro), contro le “domande senza risposta”, le “occhiate ingannevoli”, o ancor peggio contro i “neuroni sfatti” e i “fantasmi purulenti” del nostro vivere così alterato, confuso in “specchi rotti”, costretto in “tenebre infamanti presto metaforizzate  in violenza”. Ma sì, certo, che parli la voce, pur rimettendosi sempre in discussione, non più silenzio, “non più favole”, non più “inciuci dorati all’ombra del Palazzo/ non lontano dai vicoli/ degli osti sguaiati./ Ipocrita cucina casereccia”. E dove si “de-moralizza” (si toglie anche etica) il “tragicomico della vita d’oggi, passando per la farsa e riducendo tutto in burletta”…

Ecco tutto ciò il poeta lo sa dire in versi senza farlo morire inesorabilmente. Sono versi di limpida potenza, scritti anche se “la caffeina” è ormai “pietrificata”, i vetri “appannati” come occhi di madri cui “il pianto non trova fine” o anime che sudano freddo. La pioggia è “solforica”, il fumo “canceroso”, l’intonaco è “fradicio della recente pioggia” e sembra “una spugna di sangue”, il fango si fa “cemento” e persino il sole non tramonta ma sembra oscurarsi lasciandosi andare,  “sviene” si dice. Ma noi siamo ancora sicuri che “la battaglia si vince solo intentandola” e portando all’occhiello il “fiore giallo” della poesia, che una volta colto emana la sua essenza esattamente come si esala un un ultimo nobile respiro, ma nella certezza che la parola poetica non sia mai vana né per chi la scrive né per chi la legge  e, riuscendo a sentirla, assorbendola, se ne nutre.

Già sai cosa penso della copertina, con questa bella idea del binario che finisce nel mare la sua corsa, il che non occorre spiegare, credo, parla veramente da se. Mentre un’ultima parola voglio spendere volentieri sul titolo, che trovo veramente appropriato, la sintesi perfetta di ciò che è all’interno. Occorre tagliare i rami secchi, come nella Bibbia si dice “Un fico che non porta frutto va tagliato” etc. mi pare Luca. Sono dolorosissime amputazioni, neoplasie addirittura di interi organi  o sistemi, divenuti cancrena della nostra società e della nostra esistenza, ma, lo sai bene, è proprio verso questo “appuntamento” non solo possibile ma immancabile che tende la “civile” arma della poesia.

Davvero complimenti.

 

Manuela Marino

Alla riscoperta del rispetto: L’ regul di Edda Baioni Iacussi – a cura di Lorenzo Spurio

Alla riscoperta del rispetto: L’ regul di Edda Baioni Iacussi

di Lorenzo Spurio 

 

[T]u p.r campà npò mej
in puisia hai da p.nsà…[1] (40)
 
Scrivo perché
la penna non trema
come la mia voce.
[…]
Scrivo perché
poi mi rileggo
per riuscire a capirmi. (75)

 

Ho scoperto la poetessa dialettale senigalliese Edda Baioni Iacussi recentemente, meno di due mesi fa quando, presso la Biblioteca Antonelliana della sua città, ho preso un volume in prestito dal titolo “Na manciata d’calcò” corrispondente per l’esattezza, alla sua prima silloge poetica pubblicata nel 1998 e alla quale è seguita a distanza di dieci anni “Ch.l mors d’mela”. L’ho conosciuta poi direttamente lo scorso Agosto a Marzocca di Senigallia durante la presentazione del suo terzo volume, “L’ regul”, libro del quale ho intenzione di parlare qui, in questa circostanza.

cover eddaCom’era stato nei precedenti volumi, la poetessa ha dedicato una prima parte del libro alle poesie in dialetto (quelle che a mio modo di vedere trasmettono in una maniera ineguagliabile sentimenti, emozioni e la forza del dialogato) e una seconda parte di liriche in lingua. Propedeutica e fonte di riflessione è la nota di prefazione firmata dal critico letterario Giuliano Bonvini in cui traccia a largo del tempo una sua ri-considerazione dell’utilizzo del vernacolo in poesia.

Edda Baioni Incussi è una donna che dona senza veli né riserbo le sue idee sul mondo, recuperando sia i momenti dolci del passato, sviscerando ricordi curiosi che sono resi indelebili nella sua mente e nel suo cuore e al contempo proponendoci pagine di analisi sulla società contemporanea, tanto diversa da quel ieri in cui –leggendo tra le righe- la Nostra localizza un età di splendore fatta di rispetto per gli altri, di riconoscenza e di solidarietà, oltre che di un vissuto votato all’autenticità.

La comprensione del dialetto senigalliese è per me qualcosa, se non di scontato, di estremamente facile (vuoi per la mia vicinanza fisica a Senigallia, vuoi per frequentarla) e laddove si presentano termini che possono sembrare leggermente criptici, nella maggior parte dei casi sono comunque intuibili. Con questo va subito fatta una piccola precisazione nel dire –come già hanno sostenuto in tanti, più o meno noti- che il dialetto di Senigallia è tipico e caratteristico del suo territorio (sono addirittura possibili dei sotto-dialetti, delle varianti, nel caso delle zone di Marzocca e Montignano) e non assimilabile in quello della Provincia a cui appartiene (non esiste un dialetto della Provincia di Ancona) né tanto meno a quella con la quale è più prossima al confine (Pesaro-Urbino) sebbene ci siano qua e là degli elementi che l’avvicinino al fanese (ma non al pesarese), molto di meno di quanto sia avvicinabile all’anconetano o allo jesino.

Ciò detto, il libro in questione è stato voluto da Edda Baioni Incussi per parlare di una società che cambia nel tempo e che nel presente osserva il suo stato di evoluzione (in tante cose quali l’industria e l’informatica), ma al contempo di involuzione (nei sentimenti, nel rispetto). Il titolo non poteva essere più chiarificatore di questa necessità di andare a riscoprire vecchi modelli per renderli attuali, di tenere a mente quelle che sono le regole semplici, del buon uso, del sano convivere, affinché non si maltratti l’ambiente, non si offenda l’altro e non si legittimi la violenza. Le regole esistono –ha osservato la poetessa nel corso della sua presentazione- il problema è che non le osserviamo, che non le facciamo nostre, che non le contestualizziamo nel giusto spazio o momento. E’ un annuncio questo che non intende gettare nella paranoia, ma che si nutre semplicemente di una osservazione cauta e scrupolosa di quanto avviene attorno a lei dove indifferenza, sconsiderazione, maltrattamento e iniquità sembrano essere gli attributi di una legge morale degradata alla marginalità. Per questo la Poetessa titola il libro con ‘L Regul come per dire che questo dovrebbe ritornare ad adoperarsi, ad essere osservato, denunciandone nella lirica d’apertura il rispetto nei confronti di queste leggi che l’uomo si è dato per il suo bene comune: “a risp.tall/ nun c’ pensa nisciun[2] (15). Ed ancora, nella chiusa della poesia la Edda incalza, sottolineando con audacia il deleterio menefreghismo dei più: “L’ regul c’enn tutt/ ma enn butat al vent/ p.rchè… ma no’ italiani/ nun c’ n’ frega gnent![3] (15).

eddaLe componenti concettuali di questo libro che ha molto da insegnare sono tracciate brevemente da Bonvini nella prefazione: dall’amore al sociale, dalla cronaca all’esigenza della fede, dal ricordo alla speranza, dalla natura incontaminata alla città cementificata. Partirei allora dalla cronaca, che la Edda ha voluto segnare sulla carta per mettere in evidenza, in particolare quel sentimento di ripudio di norme civili, morali e umane sulle quali dovrebbe garantirsi non solo la buona convivenza, ma anche dar concretezza allo spirito cristiano d’apertura, amore e solidarietà verso gli altri. Colpiscono alcuni dei fatti di cronaca sui quali la Edda ci offre squarci lirici, ben intuendo che sono stati eventi traumatizzanti e dolorosi da conoscere e da rielaborare come quello di una ragazza che, per non si sa quale ragione, viene colpita in strada da un uomo con violenza (mi ricordo a proposito un fatto del genere accaduto in una metropolitana di Roma pochi anni fa, ma non so se la Edda si riferisca proprio a questo) e, una volta caduta a terra priva di vita, dato che poco dopo la poetessa la chiamerà “’na donna […] murent[4] (18), la Poetessa, incredula e offesa dalla malignità umana, osserva lapidaria: “La gent passa/ i da’ na guardata/ s’ scansa ‘m tantin/ ma nun s’è curata…”[5] (18). La cronaca nera ritorna nella lirica dal titolo “La pr.s.ntatric” in cui la Edda si riferisce alla visione di un telegiornale tipo dei nostri giorni dove non fanno che abbondare le notizie crudeli di stupri, offese, aberrazioni e violenze di vario tipo; la Poetessa cita un caso di omicidio stradale (reato, ahimè, ancora non contemplato dalla nostra Giurisdizione Penale), il caso di un infanticidio commesso dalla madre, calamità naturali quali una valanga in montagna e un grave sisma che “distrugg ‘l paes[6] (43). La domanda finale, pulita e perentoria, è chiaramente retorica, ma la facciamo nostra perché tutti ogni giorno ne condividiamo il contenuto: “Arivarà ‘n giorn/ che ncora lia/ trasmett ma no’/ un po’ d’al.gria?[7](43).

La componente sociale del libro è molto amplia e densa; è un appello accorato al Signore affinché i mali del mondo vengano ridotti ed annullati: “Vuria ved la gent s.rena/ né mafiosi, né drugati/ mai più populi in miseria/ e l’ cursi(e) sensa malati[8] (34), un mondo nel quale vengano messe al bando la violenza e la spregiudicatezza (le organizzazioni criminali), la piaga dell’abuso di droghe, la miseria e le patologie. La Edda donna è irreprensibile nei confronti di atteggiamenti disumani, deleteri alla dignità, offensivi ed usuranti come la prostituzione e la mafia e non fa sconti alla prepotenza e alla indifferenza di ricchi e meno ricchi che perpetuano ed esasperano il divario tra abbienti e disperati tanto da farsi paladina del reietto o del dimenticato affinché possa godere del giusto rispetto e sia trattato con umanità: “Il povero si assistito/ come il ricco/ che il vecchio/ abbia ancora speranza…” (140). 

Il passaggio degli anni non si identifica solo nell’invecchiamento fisico della nostra al quale ella stessa fa riferimento (“J anni nun pes.n/ si tu nun j conti[9], 53), ma soprattutto nella metamorfosi dei comportamenti umani (l’abbiamo già detto abbondantemente) e degli spazi fisici in cui la Poetessa vive e ai quali è legata. E’ così che la Marzocca natale, quella sorta di eden di pace, spensieratezza e felicità, ci viene oggi consegnata diversamente come una spiaggia che sembra essere stretta, piena di persone, vocii e confusione, mentre una volta era un luogo ancora non preso d’assalto dai villeggianti e completamente naturale: “Prima d’ st svilupp/ al mar nun c’ s’ andava/ arivava ‘l cuntadin/e vacch e pegur c’ lavava.// P.nsè ch’è ‘na caulata/ ma è la v.rità/ chi l’ha s.ntita dai vecchi/ v’ l’ pol sempr arcuntà…[10] (67).

Le liriche ci trasmettono l’immagine di una donna sensibile, molto consapevole della sua condizione, che ha vissuto con profondità le varie vicende della sua esistenza, felice della sua famiglia e grata dell’ambiente attorno a Marzocca dominato dal mare nel quale è nata ed è vissuta. In tutto ciò, se da una parte la Poetessa avanza spesso dei pensieri sull’anzianità, dall’altro troviamo una donna molto giovane internamente, che ha tanto da rivelare e donare a tutti noi; con questo libro ci invita in maniera poetica a riscoprire quelle piccole condizioni che l’uomo stesso nel tempo si è messo, autogestendosi, per salvaguardare se stesso e la natura, per garantirne un futuro. E se la parola “regole” può sembrare troppo dura e sanzionatoria, allora è bene ricordare che la Edda parla delle regole non come ne parlerebbe un vigile, né un giudice, ma piuttosto come ne parlerebbe una persona che ama la sua terra in maniera sanguigna, riversando in queste piccole “prescrizioni” delle avvertenze la cui osservazione e concretizzazione non costano né tempo né soldi. E’ in questa maniera che la Poetessa tratteggia una società d’oggi caratterizzata dal caos dove l’uomo è sempre in corsa contro il tempo, tanto da divenire una sorta di caricatura o addirittura un automa, dove le nuove generazioni, caparbiamente fedeli alla scienza dell’informatica e dell’ultratecnologia, sembrano aver perso la consuetudine della considerazione di sé e degli altri, il rispetto e, dunque, anche quel livello di educazione basilare nel gestire la propria vita. Non è una questione di cultura, secondo la Edda, perché si può studiare tanto, essere laureati e poi non possedere il “regul” e allora, forse, diventa un problema non tanto del singolo, ma di una società tutta che è sempre meno attenta ai momenti di socialità, di sana convivialità e di apertura, di condivisione compartecipata senza finalità meramente legate a istinti egoistici o merceologici. Il rispetto allora non è che sia morto completamente, ma va in qualche modo incentivato e riscoperto, riattualizzato nella sua validità, fatto conoscere, un po’ come quelle regole delle quale ci parla Edda che, esistono, ma è come se non ci fossero perché nessuno le rispetta: c’è chi le dimentica, chi finge di sapere che non esistono, chi invece opportunisticamente le aggira.

I tre imperativi morali allora nei quali la Edda mostra che coesiste quell’attitudine sana e solidale stanno forse in tre concetti di fondamentale importanza sui quali uno stato democratico, sia esso rappresentato da una metropoli, da una città capoluogo o da una zona di provincia, dovrebbe fondarsi: “Fed, Amor e Lib.rtà[11] (19). Ciò che preme sottolineare ad Edda in quella necessaria e tumultuosa ricerca dell’approdo del rispetto, è una delle sue forme più sacrosante: l’onestà che è poi una manifestazione privata di rispetto che abbiamo nei confronti di noi stessi. All’onestà, a questa nobile virtù che non è di tutti[12], la nostra dedica una poesia in cui conclude: “L’un.stà è ‘na cumpagna/ ch’ nun t’ha da lasà mai/ si tu la tieni stretta/ la vita tua… è prutetta[13] (61).

La parte più interessante e vivida del libro secondo me è proprio quella in dialetto perché questa lingua ha la forza di trasporre sulla carta non solo un concetto, ma di darne anche l’estensione emotiva, la carica di coinvolgimento, l’empatia dei parlanti o del soggetto che osserva una realtà cogliendola dalla sua prospettiva. Ritroviamo, com’è nella tipica consuetudine della letteratura in vernacolo, anche poesie più dichiaratamente dal gusto comico e altre nelle quali un’ilarità di fondo è presente nei rapporti dialogici che si intrattengono tra più protagonisti (soprattutto marito e moglie, ma anche un uomo e i suoi amici) dove non manca un certo risentimento da una o più parti, un intento di “attaccar briga” o di punzecchiare l’altro con la battuta più spontanea e diretta, come avviene tra marito e moglie in “Fortuna la dota!” in cui i due, in camera da letto non riescono a prender sonno e finiscono per parlare di varie cose tanto che alla fine –non si sa come, né perché- finiscono per discutere su qualcosa. Quella cagnara che spesso si configura tra le stereotipate conversazioni marito-moglie nelle costruzioni poetiche in vernacolo è interessante e degna di una maggiore osservazione: la donna accusa l’uomo di qualcosa che non ha fatto, che ha fatto male o di non ricordarsi qualcosa, dall’altra la donna mostra un atteggiamento troppo irruento e quasi di dominazione sull’uomo che alla fine finisce per apparirne come la vittima della situazione. Questi siparietti di vita domestica descritti dalla Edda con insaziabile generosità e un linguaggio pungente che ne trasmette la vitalità delle battute sono senz’altro ben riusciti e ci tramandano immagini di un’età provinciale, domestica, votata alla semplicità di decenni fa che ora abbiamo perso, proprio come il pregare assieme a tutta la famiglia dinanzi al caminetto dove il nonno sgrana il Rosario e tutti recitano le preghiere mentre “La tremula fiamma/ scoppietta serena/ da un caminetto/ che ha i segni del tempo” (143).

 

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 25.09.2014

 

 

[1] Tu per vivere meglio/in poesia devi pensare…

[2] A rispettarle/ non ci pensa nessuno.

[3] Le regole ci sono tutte/ ma noi le buttiamo al vento/ perché… noi italiani/ non ce ne frega niente!

[4] Una donna […] morente.

[5] La gente passa/ dà una guardata/ si scansa un tantino/ ma non se ne cura…

[6] Distrugge il paese.

[7] Arriverà un giorno/ che sempre lei/ci trasmette/ un po’ d’allegria?

[8] Vorrei vedere la gente serena/ né mafiosi né drogati/mai più popoli in miseria/e le corsie senza malati.

[9] Gli anni non pesano/ se tu non li conti.

[10] Prima di questo sviluppo/ al mare non ci si andava/ arrivava il contadino/ e ci lavava le vacche e le pecore.// Penserete che è una stupidaggine/ ma è la verità/ chi l’ha sentita dai vecchi/ ve lo può sempre raccontare.

[11] Fede, Amore e Libertà

[12] A questo proposito c’è una lirica nel libro intitolata “C’era ‘na volta la… DC” in cui la Poetessa annota la sua delusione dinanzi a un vecchio mondo politico che si sfalda (La Prima Repubblica, nel 1994) a seguito di un sistema di devianza e di corruzione portato avanti dal processo a Tangentopoli. In questo caso, in particolare, la fine (o lo smembramento) della DC viene a significare nella nostra una sorta di salto nel buio nel quale è difficile potersi fidare delle nuove facce (con i loro nuovi partiti) che si propongono sulla scena.

[13] L’onestà è una compagna/ che non ti deve lasciare mai/ se tu la tieni stretta/ la tua vita… è protetta.

“Dipthycha” di Emanuele Marcuccio, recensione di Giorgia Catalano

DIPTHYCHA
di Emanuele Marcuccio e AA.VV.
Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2013, pp. 90
ISBN: 978-88-6682-474-9
Poesia/Antologie
 
Recensione a cura di Giorgia Catalano
 

 Dipthycha_original_front_cover_600Non mi è mai successo di recensire un libro che mi vede tra gli autori, ma colgo con interesse questa opportunità meravigliosa: esprimermi guardando l’opera da un’altra angolazione.

Emanuele Marcuccio, poeta, aforista, attento e sensibile critico letterario, ideatore di questa non solita antologia -come egli stesso ama definirla- ha raccolto in questo volume (che, già a guardarne nel dettaglio la copertina, profuma di storia, quindi, di qualcosa di importante ed incisivo) ventuno dittici poetici, per un totale di quarantadue diverse ispirazioni. Accomunate tra loro da uno stesso tema, abbracciano la Poesia nella sua accezione più estesa e più nobile.

Si parla di sentimenti, di stagioni, di sguardi introspettivi rivolti verso la società, la guerra, di eventi a volte anche non piacevoli, penso, ad esempio, al terremoto in Abruzzo (vedi il dittico, composto da “Distacco terreno” di Rosa Cassese e “Per i terremotati d’Abruzzo” di Emanuele Marcuccio) per mezzo di linguaggi diversi e diverse espressioni, attraverso il vissuto interiore -e non soltanto- dei singoli autori.

Riuniti in un’unica stretta di mano, i poeti, tutti, hanno elevato una voce corale, collettiva, rivolgendola a coloro che si nutrono di emozioni e che non potranno non ritrovarsi tra i versi indelebili racchiusi in questo scrigno prezioso.

Il Poeta parla del mondo, di quello fuori e dentro di sé, mettendo a nudo la propria anima senza vergogna, perché -come si evince dalla lettura di Dipthycha, opera unica nel suo genere- esistono sentimenti ed emozioni universali che non conoscono confini, né limiti di sorta.

Dipthycha: voci sussurrate, mai prepotenti.

 

Giorgia Catalano

 

Torino, 28 agosto 2014

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