N.E. 01/2023 – “La rosa segreta. Velate assenze d’armoniche rime” di Paolo Ottaviani. Recensione di Lorenzo Spurio

Il mondo parla una sua lingua oscura

di cui l’anima avverte rare note

che il verso dona in una lingua pura. (p. 49)

Il poeta umbro Paolo Ottaviani (Norcia, 1948) ha recentemente dato alle stampe, per i tipi di Manni editore, una nuova raccolta di poesia dal titolo evocativo e curioso La rosa segreta. Il testo, che porta quale sottotitolo Velate assenze d’armoniche rime, si apre con due citazioni in esergo, una tratta da “Settima fuga” del triestino Umberto Saba e l’altra da L’ordine del tempo del fisico Carlo Rovelli nella quale saggiamente sostiene che “la nostra esperienza del mondo è dall’interno”. La doppia apertura nozionistica, per estratti, quella da un’angolatura poetica e meramente letteraria di Saba e quella scientifica di un’analista e investigatore della realtà fisica, sul tema dell’interiorità, dell’intimità e della segretezza (richiamata nell’opportuno titolo dell’intero lavoro), è il metro duplice – mai bipartito e scisso, ma molteplice e complessivo di una dualità in sé non manifesta – che l’Autore propone al lettore, l’andatura cadenzata che la successione dei vari componimenti propone e facilita. Lo si vedrà anche con la poesia “Gli Infiniti” che nella citazione fa riferimento ai due “infiniti”, quello introspettivo e filosofico tutto leopardiano (“tra questa immensità / s’annega il pensier mio”) e quello del fisico Stephen Hawking connaturato nella complessità della sua “teoria del tutto” che apre varchi a nuove letture della realtà fisica e dei suoi meccanismi (non a caso uno dei suoi maggiori volumi conosciuti nel nostro Paese è l’autobiografia-testamento Verso l’infinito edito da Piemme nel 2015).

La nuova opera s’inscrive in un percorso professionale e letterario di tutto rispetto e motivo di attenzione da parte della scena culturale contemporanea. Laureato in Filosofia con una tesi su Giordano Bruno, Ottaviani ha pubblicato negli «Annali dell’Università per Stranieri di Perugia» saggi sul naturalismo filosofico italiano. È stato direttore della Biblioteca della medesima Università e ha fondato la rivista «Lettera dalla Biblioteca». Quale poeta ha pubblicato le opere Funambolo (1992), Il felice giogo delle trecce (2010), Trecce sparse (2012), Nel rispetto del cielo (2015) e La rosa segreta (2022). In idioletto neo-volgare (con traduzione in italiano) ha pubblicato Geminario (2007). Hanno scritto di lui, tra gli altri, Maria Luisa Spaziani, Paolo Ruffilli, Maurizio Cucchi e Mauro Ferrari. Il poeta marchigiano Eugenio De Signoribus, inoltre, nella sua qualità di Direttore Letterario, lo ha invitato a pubblicare suoi testi nei fascicoli d’arte “Passaggi” editi dall’Associazione Culturale La Luna.

La nuova opera fornisce al lettore quattro percorsi (se non tematici, in qualche modo organizzativi del vario materiale da parte dell’Autore) contraddistinti dalle quattro porzioni che lo contraddistinguono, “Comete e comete” (pp. 7-29) che è la parte iniziale e quella contenutisticamente più nutrita; “20 sonetti” (pp. 33-52) in cui con fedeltà alla metrica Ottaviani si allinea a una tradizione alta e sempre rispettata del “far poesia”; “Spigolature” (pp. 54-65) che, come recita il titolo, sono di genere vario e di tipologia diversa (vi troviamo, infatti, testi nell’idioletto umbro, il nursino d’epoca medievale, da lui impiegato ma anche distici e haiku) e, infine, una sezione contenitiva ben più generica sotto la definizione di “Altre poesie” (pp. 69-77).

Immergendoci nella raccolta incontriamo poesie dedicate alla meraviglia naturale degli ambienti a lui cari, tra cui il Monte delle Rose, il Lago Trasimeno, mare dell’Umbria, la natia Norcia (“questa mia terra inghiotte ogni altra terra”) e le cascate delle Marmore che lo animano a una riflessione continua sull’esistenza, sui rapporti primordiali dell’uomo tra natura e cultura: “Se l’Uomo o la Natura / a governare l’immane potenza / delle acque dottrina più sicura // non può mai dire. S’inchina la Scienza / alla Bellezza” (p. 35). Non mancano i ricordi di momenti appartenuti a un’altra fase dell’esistenza impressi attorno a immagini indelebili o contenuti olfattivi che, con l’atto della rimembranza, l’autore sembra riconquistare.

Ottaviani, che è un grande cultore della materia letteraria (non mancano citazioni dantesche ma anche dediche a poeti dei nostri giorni quali Franco Scataglini, difensore originalissimo di un dialetto neo-volgare con recuperi dell’antico veneziano intessuti nel dettato gergale dell’anconitano) fa ricordare il Genio Recanatese quando nella lirica “Sorella mia ginestra” parla di un fiore tanto amato a Leopardi e al quale dedicò uno dei componimenti più celebri. Il testo del poeta umbro è, a suo modo, un valido viatico per una rilettura del presente e una comprensione degli istanti che fuggono; non è un caso che la chiusa, dal velame esistenzialista, contenga queste parole: “dimmi se il tutto è solo un vano errore” (p. 14). Il canto della terra, che in Ottaviani ben si eleva da liriche di diverso contenuto, è forse meglio espresso in “Madre nostra terra”, componimento dedicato alle esistenze disagiate delle popolazioni che, tra Marche e Umbria, furono duramente colpite dal terremoto del 2016: “Più d’un mare in tempesta madre nostra / terra da furie e viscere irrequiete / smuove montagne altere e qui ci prostra/ […] // Madre perché, perché ci sei sì cara?” (p. 22).

Non manca in questa raccolta l’adesione ai fatti del mondo, la compartecipazione autentica e sentita ai drammi quotidiani come è evidente in “Cera una volta”, lirica dedicata – come recita il sottotitolo che parla di “favola” (una favola amara, è vero) – a un “meraviglioso ragazzo friulano” ovvero al ricercatore Giulio Regeni assassinato in Egitto nel 2016 e sulla cui vicenda non si sono mai dileguate ombre né e opacità. Ottaviani nella sua poesia che, come nella migliore delle favole inizia con un “C’era una volta”, ci fa ricordare la brutta vicenda di un giovane dileguatosi in una terra straniera, percepita ancor più inospitale e disattenta verso la natura spassionata del sorriso del ragazzo: “Oggi Giulio splende con la luna”, chiosa il Poeta nell’explicit, un messaggio lapidario e dolente, una sintesi innaturale di un’esistenza dissipata nel bel mezzo del suo fulgore. L’idea della luce – quale segno vivo che testimonia una presenza, seppur in altra dimensione – è l’immagine scelta dal poeta umbro per dire che quella di Regeni è una storia che non dimenticheremo (che non dovremo mai dimenticare).

La poesia “Queste placide nuvole” è dedicata alla sciagura più grande dei nostri tempi, quella dell’epidemia del Coronavirus che “traghetta[…] il dolore / tra gli oscuri riverberi che allagano // il verde della terra e ne dismagano / il volto” (p. 38). C’è spazio anche per affrontare, col solito piglio garbato e rispettoso, un altro grande tema, quello dell’immigrazione, quando l’Autore parla delle “bocche dei vivi o morti in mare” (p. 9).

In “Un invito a cena”, una delle poesie che chiudono la raccolta, Ottaviani riflette sulla figura del poeta considerando il tema del silenzio (requisito spesso necessario per la giusta captazione dal mondo e l’accoglimento della chiamata creativa). Già in “L’acqua senza suono” aveva riflettuto sulla dimensione di atonia, della mancanza di rumore, ma in questo caso “La vastità tranquilla del silenzio / induce a conversare di minuzie” (p. 75) sino all’evidenza dell’imperscrutato (il lettore consentirà l’uso di questa enigmatica costruzione che ben rimarca il labile confine tra il visibile e l’invisibile): “La poesia sembra non presente / ma sta in disparte, ascolta e lenta tra una / portata e l’altra / […] / volge in canto” (p. 75).

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Questo testo viene pubblicato su questo dominio (www.blogletteratura.com) all’interno della sezione dedicata relativa alla rivista “Nuova Euterpe” a seguito della selezione della Redazione, con l’autorizzazione dell’Autore/Autrice, proprietario/a e senza nulla avere a pretendere da quest’ultimo/a all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ vietato riprodurre il presente testo in formato integrale o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore. La citazione è consentita e, quale riferimento bibliografico, oltre a riportare nome e cognome dell’Autore/Autrice, titolo integrale del brano, si dovrà far seguire il riferimento «Nuova Euterpe» n°01/2023, unitamente al link dove l’opera si trova.

N.E. 01/2023 – “E’ già mattina. Storia di Alessandria”. La “bambina che visse due volte” di Alberto Samonà. Recensione di Giulia Maria Sidoti

 “E’ già mattina” è un romanzo-saggio che coinvolge e intriga a mano mano che si va avanti con la lettura; narra una storia vera ed incredibile. Tratta di un presunto caso di reincarnazione che riguarda un’ava dell’autore. Il caso sconvolge l’ambiente degli intellettuali dell’epoca, gli anni della belle epoque di una Sicilia che sta per  scomparire al progressivo avanzare della modernità. E’ la storia di Alessandrina, una bambina identica ad una sorellina morta che appena cresciuta manifesta ricordi di una vita precedente, quella appartenuta alla sorella, e straordinarie facoltà di sensitiva. La storia vera attraversa, passando per generazioni ed epoche diverse, la storia della Sicilia stessa. Il tema del “ritorno” sotto altre sembianze ha pieno compimento in senso metafisico e si incrocia perfettamente con la concretezza della realtà. E’ la storia di uno spirito che non muore, che ci dona una inquietante apertura e che ci conduce a pensare, in maniera diversa, all’eterno. Il romanzo oltre ad avere le caratteristiche del saggio e del romanzo storico, possiede una struttura particolare che è il risultato della varietà condotta con coerenza.

L’essenza di ciò che viene narrato ovvero l’esistenza di un sottile filo che lega la realtà del mondo concretizzatosi in atto e quella intangibile che si materializza in “momenti-vite”, è racchiusa tra le pagine dell’inizio e quelle della fine. Non si tratta di una semplice struttura ad anello che comincia dal presente o che vi ritorna alla conclusione del romanzo, ma sono i piani narrativi a costituire la cifra del suo lavoro, piani che Samonà sa giocare in modo originale; è una sua caratteristica, infatti, quella di intrecciare più piani temporali per descrivere l’infinito eterno, facendo sempre riferimento alla realtà, quella in atto. Il suo andare avanti ed indietro nel tempo del racconto, il suo disinvolto e naturale passeggiare tra i livelli temporali, realizzano unità, coerenza e chiarezza narrativa. Il narrare cose intangibili risulta concreto: parla di avvenimenti, di storia di luoghi e di generazioni. Ai superficiali, alcuni fatti potrebbero apparire tutt’altro che reali, ma il tutto è reso altamente credibile. Le descrizioni di luoghi e persone sono fotografie realistiche, riprese però con una sapiente velatura , come se questa fosse l’aura di un ricordo, ma del ricordo di qualcosa che è ancora vivo ed esistente, così come le descrizioni degli stati d’animo interni ai personaggi storici, perché realmente vissuti, sono carichi di un pensare poetico che spesso comunica la pudica nostalgia dell’autore per un mondo trascorso. Belle e delicate le pagine finali, costituiscono magistralmente una scena teatrale, visibilissima, che lascia intuire quanta struggente nostalgia e forse anche dolore vi sia nella sopravvivenza, in un’altra dimensione incastonata in un luogo reale, di spiriti ancor oggi presenti a Villa Ranchibile. La lettura si lascia assaporare e ci solleva dalle obsolete considerazioni sulla polarizzazione tra mondi materiali e i mondi dell’aldilà, aprendoci ad una prospettiva diversa ed unificante di tali dimensioni esistenziali dell’anima.                    

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N.E. 01/2023 – Alternanza lirica tra “vita” e “silenzio”: “Brezza ai margini” di José Russotti. Recensione di Angelo Maugeri

“Brezza ai margini” costituisce una sorta d’inventario dei momenti di maggior rilievo vissuti dall’Autore durante l’erranza “per i quotidiani incroci”, o il peregrinare “per riflessi di specchi / e scarti di memorie”. Il tutto, sperimentato da una marginalità esistenziale il cui sollievo è dato dallo spirare di un dolce vento: la brezza vitale che origina il canto della poesia, qui adombrato dall’“attesa del canto melodioso dell’usignolo”, come recita la poesia che inaugura la silloge fungendo da plausibile dichiarazione d’intenti.

Tutta la raccolta appare segnata da un’intensa attività memoriale divisa fra “brama di vita” e “cenere da inumare”, per il cui tramite l’Autore esprime i sentimenti suoi più profondi: lusinghe e disinganni, illusioni e delusioni, coraggio e paura, oltre al desiderio di un sereno ritorno all’amato paese d’origine della famiglia: “Se un dì verrete a Malvagna/” – scrive il Poeta – “a parlarmi del ciliegio sfiorito / o dei miei figli cresciuti in fretta, / non dite di me e del neo sulla guancia”. Ma soprattutto esprime ciò che sembra attraversare, più o meno scopertamente, l’intera silloge: i sentimenti di morte e di amore.

Infatti, a censire le parole ricorrenti nelle ventiquattro poesie della raccolta, ce n’è una che accompagna come un basso ostinato l’accorata musicalità dei versi ed è la parola “morte”. Di essa si dice che è “dura”, “amara e ingannatrice”, “stupida”, che “ha la sagoma scura dei tank”, che “è un gelido varco interno”.

Essa, tuttavia, non costituisce la soluzione definitiva, poiché le si contrappone, in funzione dialettica, la parola “vita” – già presente nella sezione introduttiva “Amare è vita” – che ne annuncia l’intenso sviluppo lirico, ritenendo lo stesso momento estremo come il “punto d’inizio o d’origine / di una seconda vita”.

L’alternanza lirica avviene fra la “vita” e il “silenzio. Ossia fra la vita e la morte, ossia ancora fra l’amore e quel silenzio che suggella “il vuoto degli assenti”. “Angoli bui nel silenzio”, del resto, è il titolo riassuntivo della seconda parte della silloge.

L’amore è precipua ragione di vita. Il Poeta ne sperimenta la realtà sulla propria carne nel consapevole dissidio fra amore e disamore, e così ne scrive: “Se dovessi frugare nel vano / del tuo ventre acceso / o nella finzione del tuo volto / che non tratteggia più stupore / avrò ancora la disperata voglia / di lambire la tua pelle? // E se non fosse più amore / ma tarantole infette / proverai con le tue esili dita / ad aprirmi il cuore?”.

Il Poeta si affida alla memoria con una precisa disposizione d’animo: “Come a voler frugare nei vicoli / carichi di remoti silenzi, provo / a scavare con le unghie dei piedi / tracce del mio passato”. Ne consegue che la ricerca di tali “tracce” comporti una totale immersione nelle pieghe del “tempo”, quel “Tempo” con la T maiuscola che “ha i colori dell’iride”, variamente aperto alla bellezza del mondo, che però si presenta come “l’inganno della vita”. Ricordi, dunque, elaborati lungo un percorso temporale – “l’osso duro che rimpingua il dolore” – che li rende vivi, dolorosamente vivi come una ferita mai rimarginata, cui può dare qualche lenimento l’invenzione (leopardiana?) di “brandelli di lusinghe”.

La poesia è nutrimento dell’anima. Ma è anche medicina, farmaco dell’anima. C’è tanta angoscia in questi versi: angoscia davanti all’imponderabile, all’inimmaginabile, al mistero dell’essere qui e ora (eloquente l’esergo heideggeriano). Si veda quanto e come agiscono nel tessuto lirico le parole “fiele” e “veleno”, tanto che per l’Autore la poesia non sembra porsi come medicina dell’anima ma come veleno. Sappiamo che la parola farmaco deriva dal greco antico e può significare sia «medicina» che «veleno». Contro ogni apparenza, tuttavia, per Russotti la poesia non è solo “veleno”, ma è anche “nutrimento”: linfa necessaria a sostenere il fardello dell’esistenza.

Lo spirito elegiaco che aleggia in queste liriche dà senso e significato al pianto e al rimpianto che intridono la storia personale dell’Autore costretto a scendere umanamente a patti con il dolore. Pur negli abbandoni, pur nei silenzi degli assenti, il percorso poetico di Russotti finisce per dare spazio a una consapevole riconciliazione con la vita: “Nel madrigale triste della sera / commuterò il ciclo dell’argilla e della corolla, / commuterò lo sterco in rimpianto / e come per incanto / sorgerà il sole del mattino”. Le immagini dell’io lirico, elaborate con sorprendenti divaricazioni di senso, ne offrono la logica riposta, la riflessione vitalistica propria dell’uomo in perenne dissenso con la morte.

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N.E. 01/2023 – “En cada ventana de azul / Ad ogni finestra d’azzurro” di Claudia Piccinno. Recensione di Annamaria Ferramosca

É con grande gioia che attraverso questa ultima raccolta di Claudia Piccinno, innanzitutto guardando alla bellissima intesa dell’autrice con l’amica poeta e sua straordinaria traduttrice Elisabetta Bagli, intesa che continua il dialogo intessuto dalle due amiche nella precedente intensa raccolta a quattro mani, dal titolo Versos Cruzados (Editorial Dunken, 2021).

Questa corrente empatica che porta a realizzare un dialogo poetico oppure, come in questo libro, a offrire le proprie poesie in traduzione, mi conferma l’efficacia comunicativa di una modalità di incontro tra poeti che riflette un profondo scambio emozionale, ma che si spinge al di là della solita dilatazione della parola oltre un confine linguistico. Leggiamo infatti questo scambio come qualcosa che, attestando l’incontro  tra due sensibilità, si oppone alla possibile deriva egoica e spesso autoreferenziale di una scrittura individuale tout court.

Ma cerchiamo di entrare nelle stanze di questa raccolta che nel titolo dichiara l’apertura all’azzurro, elemento cromatico collegato da sempre, oltre che alla spiritualità, alla profondità e alla vastità. Chi legge avverte infatti subito l’aprirsi di un largo cielo visionario che attraversa realtà e memoria, natura e mito, ma che diventa anche un mare, il mare della vita personale e collettiva, le cui onde sono gli infiniti e pure inaspettati eventi da affrontare, le ferite ricevute, l’incessante ripetersi di naufragi collettivi per gli errori umani, ma anche il resistere ostinato della speranza.

In questo vasto azzurro i testi si stagliano nella loro concisione e limpidezza, come a indicare l’urgente necessità di una sincera comunicazione volta ad un rigenerarsi collettivo, nonostante le rare gioie e le più frequenti amarezze oscurino l’intensità dell’azzurro con l’ombra del disincanto.

Così accade che la percezione degli eventi nel mondo e la riflessione sull’esistenza si mescolino di continuo dando vita a scene ed epifanie in un mosaico visivo e simbolico costantemente caratterizzato da un’incisiva impronta etica.

E percorrendo dall’inizio i testi notiamo subito come la prima urgenza comunicativa  sia stata quella di salvare la sacralità degli affetti fondamentali, sottraendo per sempre dalla evanescenza la memoria dei genitori scomparsi (Ad ogni finestra d’azzurro; A mio padre).

Sono queste prime finestre ad aprirsi e lo fanno in modo invertito, non aprendosi all’esterno, ma nel proprio cielo interiore, a indicare il senso profondo di un sentimento assoluto, incrollabile, dispiegato attraverso percezioni uditive (la voce materna che chiama dal cortile dei giochi), olfattive (il profumo delle arance raccolte dal padre), simboliche (la piuma, il vento, le corone d’alloro). Qui subito si evidenzia la cifra poetica di Claudia Piccinno nella forma e nel ritmo, con l’andamento libero e armonioso di un racconto-fabula in versi, a volte scosso dal battere delle anafore, spesso chiuso da un finale epifanico.

Un’altra finestra di grande delicatezza psicologica, che si apre nell’azzurro della memoria è quella che dice di un’altra mancanza, così crudele perchè avvenuta durante l’infanzia (Compagno di scuola), quando si è disarmati, tanto da sentirsi “in castigo” , per chissà quali piccole colpe ingigantite dalla perdita (quanti tra i lettori si riconosceranno in questa dimensione!).

L’esercizio incessante dello sguardo porta poi inevitabilmente l’autrice a notare le colpevoli incongruenze della contemporaneità, il mancato progresso sociale ed etico, se ancora  non solo non si è raggiunta la vera parità di genere (giacché la donna è ancora oggi paragonabile alla sapiente Aspasia di Mileto, non riconosciuta nel suo valore perfino dallo stesso Pericle che l’aveva amata), ma anche perché ancora l’umanità persevera nell’errore, non annullandosi l’assurdità di guerre e violenze. Sono, queste, le domande centrali dell’oggi, cui ogni poeta non può sottrarsi. Sono domande che sottendono il senso universale profondo dell’esistere, mentre si continua a percepire il correre della vita come un insulso girare a vuoto, anzi come solo “ rumore “, privo com’è della luce dell’incontro vero (Nel codice alfanumerico).

E l’autrice reagisce ad ogni deriva dichiarando di non poter che “predisporsi al silenzio”, come in una rassegnazione muta, che trova sollievo solo nella contemplazione e nell’ascolto della natura. Sì, perchè in natura perfino le pietre, con le loro soluzioni di saggezza geologica millenaria, ci parlano di un equilibrio tra materia vivente e non vivente ancora possibile (La rupe; Le pietre di Sardegna). Se sappiamo ascoltarlo, vi è un intero continente fuori di noi che ci parla: voci di rocce acque piante a indicarci, semplicemente coabitando in vantaggio reciproco, una dimensione armonica di salvezza.

Per Claudia Piccinno vi è anche un’altra soluzione di resistenza, che sale dal profondo della sua interiorità: è il fermo proposito di conservare intatta la propria schiettezza, non tener conto del disconoscimento altrui del proprio valore, di ogni ingratitudine, anche se è doloroso veder montare la disillusione e cadere l’entusiasmo.

Ci rendiamo allora conto che queste riflessioni di Claudia Piccinno sono anche le nostre, anzi riconosciamo, come sempre accade in poesia, il senso universale che investe questa parola poetica nel nostro tempo di deriva, tempo del disincontro, che scorre tra virtuale e tecnologia, tra indifferenza e superficialità. Claudia Piccinno, come altri poeti contemporanei (posso citare Jorie Graham, Cristina Bove, Laura Liberale, Giuseppe Yussuf Conte), sta lanciando un alert in poesia, che è la nostra fiera ribellione contro la disumanità che avanza con il suo corredo di potere, alienazione, mancanza di solidarietà. E dunque accogliamo la sua indicazione nel voler restare “vetro”, che sopravvive in virtù della propria limpidezza (Plastica nelle vetrine); soluzione di semplicità cristallina, non affidata a formule, ma al proprio istinto che, decidendo di sottrarsi ad ogni pesantezza da pensieri dolorosi o da urti ricevuti, cerca solo la levità, l’onestà, la benevolenza, l’incontro e il continuo stupore (L’arte del sottrarre).

Questa scrittura di donna non poteva poi escludere l’esperienza di madre tormentata, come lo sono tante madri, che però lascia sempre aperta la porta alla fiducia nel futuro, purchè sia costruita con il legno del coraggio e mai della resa (Lente le ore), con la consapevolezza che ogni esperienza, anche la più dolorosa, è riserva di forza e sempre di sovrabbondante voglia di donare (Il dolore che mi porto dentro).

 La scrittura ritorna poi a trasmettere le voci autentiche dell’umanità abbattuta e violentata nel passato, il grido di sangue versato nei conflitti che giunge da luoghi e immagini significative (Cracovia, il Piave, l’olivo di Fossoli giunto da Israele), per ricordare ancora una volta l’insensatezza della morte per-uomo (Zio Tore; Ciao Gazzella).

Non sono poi da tralasciare le poesie raccolte a fine libro nella sezione Frammenti di vita, dove l’autrice mostra la sua ricchezza visionaria unita alla sapienza nel mescolare immagini, colori e sensazioni e alla sua straordinaria padronanza del ritmo (Ragnatele cremisi e segg.).

Poesia profondamente civile e dunque profondamente contemporanea, pure poesia coraggiosa, che prende le distanze da ogni eventuale giudizio smaccatamente letterario-estetico, preferendo dichiarare la propria fede aperta alla parola della speranza: quella di un’inversione di rotta dell’umanità verso l’etica dei comportamenti, la sola dimensione che fa umano l’essere umano (E tu nascesti, nasci e nascerai).

Per queste ragioni sento questi versi costeggiare la Parola assoluta, divenire segno umano degno di memoria.

E per queste ragioni invito caldamente i lettori in due lingue a leggere queste pagine.

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N.E. 01/2023 – “L’essenza dell’essere: pensiero, anima e ragione”. Recensione a “Lockarmi e curarmi con te” di Zairo Ferrante. A cura di Maria Pellino

Nuovo capolavoro del poeta e medico radiologo Zairo Ferrante “Lockarmi” e curarmi con te, finito di pubblicare nel febbraio del 2002. La genialità di questo testo sta nella franchezza dei contenuti e nell’autenticità intellettuale del poeta che contraddistingue il suo agire pratico e ispirato ai più  alti valori morali.

La ricostruzione dell’essere attraverso la sublimità dei versi e la maestria della parola in racconto, questo intento ritroviamo nel libro di Zairo Ferrante, una vera e propria giostra di pensieri, una profonda riflessione sulla vita che traccia la nudità del sé tramite un’espressività concisa, delicata e infrangibile.

La narrazione esalta la duplice natura dell’autore di poeta e medico  che mai stride, ma rende compenetrante ogni lato, valorizzandone la sostanza senza mai essere antitesi.

Si nota un’arte poetica dal taglio intimista, filosofico, che si apre a un pensiero quasi ascetico dell’essere, dove la meditazione si riversa sul fare silente dell’amore universale.

Versi schietti, immediati, dalla verità impellente sussurrata senza orpelli, vividi di emozioni che si sentono vibrare, parole di una comunicazione in cui quasi a intermittenza la ragione diviene intercapedine tra le vie del sentimento umano su un terreno di rinascita. L’umanità è intreccio di sofferenza e speranza. In  ciò la poesia di Zairo si eleva al sublime, poeta smarrito nell’essenza dell’io che si ritrova nella propria luce.  

Si assapora la sua anima prima ancora di inoltrarsi in profondità. Un percorso dove si ritrovano i tasselli del sé  tra  gli abissi di questa umanità balorda che scaccia via la verità e si nasconde dietro le apparenze. Il cuore  è  passione e rispetto e il silenzio se ne prende cura. Un responso che si innesta dolcemente tra il respiro della vita e il sentire dell’anima.

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N.E. 01/2023 – La nostra casa sono i libri che amiamo. Libri da leggere, libri che ci hanno formato, libri amatissimi e speciali come quello di Giulia Caminito, “Amatissime”. Recensione di Loredana Magazzeni

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria esplosione di libri dedicati alla lettura, che siano le proprie letture di bambina e poi di adulta, che siano i libri che ci hanno formato, ammaliato con la propria grandezza e originalità, e reso quello che siamo. Trasuda amore per i libri, tanto da rendere reale il sogno di aprire una libreria in un piccolo cottage di un borgo della Toscana La libreria sulla collina (Einaudi, 2022) di Alba Donati. In quello che si rivela un avvincente diario della progettazione e poi realizzazione della piccola libreria ‘Sopra la Penna’ a Lucignana, iniziato con un crowfunding nel dicembre del 2019 e portato a termine grazie all’aiuto di tutta la comunità lucignanese e di una rete di amici e appassionati, Alba Donati riversa la propria competenza di poeta e di studiosa: ciascuna giornata del diario è conclusa dai libri venduti quel giorno, da Pia Pera a Christa Wolf, da Emily Dickinson a Simone De Beauvoir, con un invito irresistibile a seguire le sue tracce e caricarsi mente e anima di tesori. Sandra Petrignani e Bianca Pitzorno, la prima con Leggere gli uomini (Laterza, 2021), la seconda con Donna con libro. Autoritratto delle mie letture (Salani, 2022) compiono un’analoga operazione doppia: dell’ammirazione per la scrittura e il libro in sé e come specchio di sé. Come scrive Manuela Altruda nel recensire il primo dei due libri, con “esercizi di ammirazione e scatti di rabbia, attraverso memorabili citazioni, Sandra Petrignani ci porta dentro tante pagine indimenticabili, da Dumas a Roth, da Pavese a Proust, da Calvino a Tolstoj, da Gary a Dostoevskij, da Moravia a Mann, da Manganelli a Kundera, da Malerba a Čechov, da Nabokov a Chatwin, da Tabucchi a Kafka e a mille altri”. Per scoprire quanto gli uomini siano simili e diversi da noi, quanto gli scrittori amati ci abbiano rese le scrittrici che siamo. Ma vengo all’ultimo libro speciale di Giulia Caminito, Amatissime, (Giulio Perrone Editore, 2022) in cui la giovane autrice di L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani, 2021), o di La grande A (Giunti, 2016), rende omaggio alle madri letterarie e al nostro eterno debito di amore e venerazione. Ne sceglie cinque, le più care: Elsa Morante, Paola Masino, Natalia Ginzburg, Laudomia Bonanni e Livia De Stefani. Con loro intreccia da subito un dialogo impossibile, appassionato e autobiografico, in cui ciascuna amatissima occupa e rispecchia una fase della vita di Giulia. Elsa Morante è, per esempio, il ricordo di una grande foto della scrittrice sopra la scrivania della madre, che si laureò con una tesi su di lei. Madre doppia dunque, e doppiamente temibile. Giulia si accosta alla scrittrice da bambina, ce ne racconta i riccetti ribelli e i primi amori letterari, le prime scritture, storie di bambole, analoghe a quelle che Lena e Lenù si scambiavano nel primo libro di Ferrante, L’amica geniale. Genio e spiritello malefico è Elsa, pronta a ficcare la punta del suo ombrello in faccia a chi osi accostarsi troppo alle sue imprevedibili stranezze, al suo mondo interiore labirintico e favoloso. Paola Masino invece è nei vestiti: gli abiti usati della sorella, gli abiti anni Ottanta di Giulia, il ricordo di tutti quelli che hanno rivestito la sua vita, nel recentemente ripubblicato Album di vestiti (Elliot, 2015).

E con Paola Masino Giulia Caminito inaugura la serie delle amatissime recuperate, la schiera di valenti scrittrici dimenticate e uscite fuori dal canone letterario, ma che invece amarono e influenzarono la storia letteraria italiana, verso cui si rivolge la curiosità e l’amore delle giovani scrittrici di oggi. Al lavoro di editor di Giulia si affianca in parallelo una giovane Lisa Ginzburg, sofferente e umanissima, scopritrice di talenti e valida traduttrice per Einaudi, dopo la perdita precoce del marito Leone. Infine le due outsider, recentemente riscoperte e ripubblicate da case editrici coraggiose e sensibili come Cliquot, Laudomia Bonanni e Livia De Stefani. La Bonanni appare irrequieta anticipatrice di temi quanto mai attuali come il desiderio ambivalente di maternità, la violenza familiare, lo svantaggio sociale che pesa sulle donne e sui ragazzi del dopoguerra, la questione delle droghe e quella della solitudine dell’intellettuale che sceglie l’inappartenenza. Da insegnante aquilana a lungo impegnata in scuole di piccoli comuni di montagna, in quella frontiera di isolamento, freddo e miseria che il secondo dopoguerra aveva lasciato in eredità, soprattutto nei bambini che lei aiuterà e avrà sempre nel cuore, persino quando “delinquono”, e che seguirà nei Tribunali minorili come Giudice laico, Laudomia si accosta a Roma, ne frequenterà, grazie al successo dei primi romanzi, i salotti intellettuali, come quello di Maria Bellonci e degli Amici della Domenica, da cui nacque il Premio Strega, vinto da lei per l’inedito con i racconti de Il fosso, nel 1948. Caminito ne segue le vicende e i misteri, come quello della mancata accettazione da parte delle case editrici Mondadori e Bompiani, dell’ultimo romanzo della scrittrice, La rappresaglia, romanzo quanto mai amaro e simbolico delle ferite inferte dalla guerra e del prezzo pagato soprattutto dalle donne. Infine, tra i sei scatoloni di carte private della scrittrice De Stefani, “entusiasta per il tesoro e atterrita dal patrimonio”, Giulia Caminito assume su di sé il peso e la responsabilità di una vita di donna, tutta in quelle carte, “chilogrammi di vita” di una donna artista, che ci chiedono di non essere dimenticati, di essere riportati alla vita letteraria e alla dignità di patrimonio di noi donne tutte e uomini di oggi. Un libro, questo di Giulia Caminito, che ci insegna l’amore per la lettura delle scritture femminili come patrimonio immateriale della comunità, guida affettiva a una cultura letteraria più consapevole, profonda e carica di futuro.

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Questo testo viene pubblicato su questo dominio (www.blogletteratura.com) all’interno della sezione dedicata relativa alla rivista “Nuova Euterpe” a seguito della selezione della Redazione, con l’autorizzazione dell’Autore/Autrice, proprietario/a e senza nulla avere a pretendere da quest’ultimo/a all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ vietato riprodurre il presente testo in formato integrale o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore. La citazione è consentita e, quale riferimento bibliografico, oltre a riportare nome e cognome dell’Autore/Autrice, titolo integrale del brano, si dovrà far seguire il riferimento «Nuova Euterpe» n°01/2023, unitamente al link dove l’opera si trova.

N.E. 01/2023 – “La ragione della polvere” di Luca Pizzolitto: l’estrema fragilità del vivere. Recensione di Laura Vargiu

“E il naufragio ci colse nel sonno,/ nella quiete di un mattino d’aprile/ l’illusione di dividere l’azzurro in tanti,/ piccolissimi pezzi da conservare/ nello spazio sacro del sogno.”

È una raccolta poetica di pregio e raro fascino quella intitolata La ragione della polvere, uscita nel novembre del 2020 con la casa editrice peQuod di Ancona.

L’autore, il torinese Luca Pizzolitto, classe 1980, si dedica alla poesia da una ventina d’anni e ha all’attivo importanti premi letterari (tra i vari, il Premio Internazionale Città di Latina, 2019) e pubblicazioni nel settore. La sua è una scrittura fortemente incisiva che, già a una prima lettura, non può non lasciare traccia nella sensibilità del lettore.

“La cenere cadrà/ sui nostri giorni stanchi,/ il mio corpo troverà/ finalmente riposo./ Nel giaciglio disfatto/ di una parola mai nata,/ irrimediabile.”

Quelle della silloge in questione si rivelano pagine particolarmente intense, suddivise in cinque sezioni, nelle quali si riflette un io poetico consapevole che la vita “è questa cosa atroce e fragile” e “tutto ciò che vive soffre”; in essa, il tempo, che “scivola nel tempo”, fluisce facendosi spesso silenzio inquieto e disperato, nonché intima sofferenza. Nemmeno la luce dell’alba finisce per recare con sé autentica quiete all’anima.

Il mondo ritratto dal poeta, dunque, si rivela pregno di dolore, sebbene alcuni passi trasmettano un senso di pace ineguagliabile (“[…] Due monaci cantano/ il Magnificat:/ nel mio corpo, con dolcezza,/ scende la sera.”; “[…] La quiete di un istante,/ nell’accadere del nulla.”), mentre l’esistenza assume il sapore dell’esilio in quello che viene definito lo “sterminato silenzio di Dio”. Di quest’ultimo si respira di continuo l’assenza, il vuoto lacerante che pare ricordare all’uomo la propria condizione di estrema fragilità dove anche l’amore è intriso d’addii e parole amare.

“[…] Ti scrivo queste poche righe,/ ti scrivo mentre ancora abito/ la parte oscura del cuore,/ il desiderio incontenibile/ di essere amato.”

La dimensione del ricordo s’adorna di una nostalgia a tratti rabbiosa; nel suo spazio, tuttavia, si cerca e trova comunque rifugio. In fin dei conti, la vita stessa resta “un voltarsi, inconsapevoli,/ verso i volti amati, le cose perse,/ gli istanti di luce,/ i piccoli, brevi istanti felici.”

Attraverso immagini immediate e un linguaggio potente e suggestivo pur nella sua semplicità, la penna dell’autore si muove con assoluta maestria tra luce e ombra, stagioni e abissi dell’anima, all’incessante ricerca del senso del nostro umano vivere, sempre così difficile da trovare (e accettare), prima che la polvere, nella quale si tramutano a poco a poco i giorni, ricopra oggetti, corpi, sentimenti.

“[…] Ho osservato inerme il morire,/ l’inesorabile farsi polvere/ e svanire di tutte le cose.”

La ragione della polvere è un emozionante e coinvolgente viaggio in versi nelle profondità del sé talvolta sconosciute, mentre passato e presente si intrecciano e, forse, confondono. Senza dubbio, un’opera di notevole maturità poetica tanto per la forma quanto per il contenuto.

Curatore della collana di poesia portosepolto per conto della peQuod dalla fine del 2021, Luca Pizzolitto ha pubblicato con la medesima casa editrice anconetana, sempre all’interno della collana Rive, anche la successiva raccolta Crocevia dei cammini (2022). Il suo blog personale è www.lucapizzolitto.blogspot.com

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N.E. 01/2023 – Recensione a “Solchi nel bianco” di Franco Manescalchi. A cura di Anna Vincitorio

Le origini, per lui, sacralità e ricerca. Il caro nonno, “le nozze d’oro” che il tempo non ha scalfito. Quattro amici vicino e i calici di vino levati. Un semplice messaggio partito dal cuore che non invecchia e irradia gioia. Il legame forte di Franco con la madre che cuciva “le camicie a quadri…: a piede svelto su la pedivella”.

La madre che cantava cucendo. La madre che ha trasmesso in Franco, poesia. Il suo amore per ogni forma di bellezza: “la cupola grande del Brunelleschi/ ed ascolta/ un richiamo nel cuore/ Una volta per sempre figlio, figlio…”. Culto per la bellezza. Una bellezza umana di memorie di artisti, “volti amari, frustati dalla sferza/ della vita, quasi cancellati…”. Gioia, dolore, primavere all’inizio della vita e poi inverni, compagni del tramonto. Importante vivificare i ricordi e ritornare “alla siepe dell’orto/ come al mare/ più grande. Sotto la pioggia/ più non sorbisco il vino/ nel fervere del tino/ ora che conto gli anni alla rovescia…”. I ricordi sono vivi e caldi perché permeati d’amore. Un amore che abbraccia l’infinito. La casa antica che non c’è più, ma vive; il padre sotto il portico a riposare; la mamma a cucire accanto al fuoco; il vitellino – trampolante – nella stalla, il suo cane, il pane che la sua mamma faceva e le “castagne” che scoppiano sulle braci. In anni ormai lontani, per strada si vendevan “le bruciate” in sacchettini e il semellaio davanti alle scuole che gridava: semeli, semeli…

Semplici realtà che scaldavano il cuore in un tempo semplice dove ci sentivamo signori “con tre bricie e un dito di vinsanto”.

Una poesia che, parlando di cose semplici, sconfina in un infinito dove il parlare diviene sacro. “…Verso sera…tu ti fermasti lungo il viottolo/ affaticato/ avevi sete/ ti diedi l’acqua della mia mezzina/ che sapeva di pozzo/ Mi mettesti una mano sulla spalla/ come per dire grazie… Ed io/ divenni cristiano/ guardandoti negli occhi”. Intorno al mondo di Franco odore di cielo e di terra. A Franco piace ritornare al caminetto antico dove mette due legni a “fialoccare”. Non c’è nessuno intorno e lo assale, nostalgia. Sente i suoi anni di uomo solitario; solo, ma con il sentirsi sempre accanto i suoi perduti e mani tese verso quel fuoco.

Ha gli occhi volti alla natura: tra nebbie pallide e lontane “dietro una foglia il panorama appare”; l’Arno che scorre e all’orizzonte “le case mute di pietra cemento” e un vento triste sulla sera riporta il poeta alla realtà del suo scontento. Cosa può consolarlo? “la punta fiorita di un pennello/ apre un mondo che vivo s’indovina/ In una iridescenza di acquarello,….” e rivive il ricordo della donna amata, “quasi una bambina,/ mentre cogli i papaveri a mannello”.

Il mondo giovane di Franco è ammantato di fiori “come specchi”, di anemoni, fiori del vento e poi, le foglie d’autunno con la loro bellezza crepuscolare: “Voi siete la memoria dei fiori dell’estate”.

Ancora, vasi di fiori di campo e “distese di rosolaci (che)/ Insanguinavano i campi di grano/ giallo, non ancora brunito/ sgorgavano dalla terra profonda/ come sangue, a onda/ su campi di grano infinito”.

Franco Maescalchi

Le serene solitudini di Franco sono popolate di piccioni che “nella campagna si erano involati,/ ora sono con me, sulla poltrona,/ che qui in anni lontani sono nati./ Nacquero dal dolore: fu un gran volo/ perché mio padre se ne era andato/ lasciandomi nel giorno un po’ più solo…: ora che son tornati ai davanzali/ insieme a loro devo fare i conti/ E vorrei dirgli: spiegherete le ali/ quando la neve scenderà dai monti/ e nel candore blu dell’universo/ avrete scritto voi l’ultimo verso”.

Quando vado a trovare Franco, lo trovo col volto sorridente; il sole illumina il balcone e i suoi amici piccioni. La loro tenera giocosità, il loro volo lieve e il loro tubare, consolano Franco della tristezza del mondo. Tenera questa simbiosi tra Franco e gli uccelli: “Ne sottotetti dove hanno dimora/ oltre la mia terrazza e nella notte/ Mi sembra tutto un lieve pigolare/ come quello remoto, delle stelle/ E forse, mentre dormo un batter d’ali”.

Caro Franco che vivi nel tuo mondo di ricordi e di colori allietato dal volo dei tuoi amici piccioni. La tua solitudine trova compagnia in questi volatili che ti sono grati “per due semi da beccare”. Il tuo amico, detto il bianco, che ti guarda “con gli occhini rosso smalto”. Vola via, ma il suo esserci stato, diviene presenza, simbiosi. Franco vola con lui per poi ritornare “ed in studio, chiuso, resto”.

Ancora amore per Franco: il mare. L’attesa prima delle vacanze. Il grande respiro del “mar da cui tutto viene e tutto torna”. Il mare va ascoltato in silenzio…

Il bellissimo silenzio di Franco che si traduce in versi che, con parole chiare, aprono infiniti spazi all’amore.

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N.E. 01/2023 – “La “Lucania” di Mario Trufelli: il senso dell’appartenenza senza alcun possessivo”. Articolo di Vito Davoli

La Lucania è terra che ha dato i natali a poeti di intenso spessore che inevitabilmente hanno cantato il fascino dell’essenzialità e della durezza di una regione che, come poche, intesse continuamente relazioni creditizie e debitorie con la Storia; quella generale ma soprattutto la propria. Una terra che ha dato vita a straordinari poeti, da Rocco Scotellaro a Leonardo Sinisgalli, da Albino Pierro ad Assunta Finiguerra.

Accanto a questi nomi merita sicuramente menzione Mario Trufelli, lucano di Tricarico, lo stesso paese natio di Scotellaro. Premio Saint-Vincent per l’intensa attività giornalistica, ricordiamo che fu responsabile della Testata Giornalistica Regionale lucana della RAI. Di Sinisgalli fu allievo e amico e nel 1992 vinse il Premio Flaiano per la silloge Prova d’Addio. Ho scelto di ricordarlo attraverso i versi di una splendida poesia dal titolo, appunto, Lucania, parte della silloge L’indulgenza del cielo, che «con le sue 153 poesie, ha il merito di condurre il lettore in un viaggio unico con l’autore, lungo il suo straordinario e pluriennale percorso poetico e culturale» (N. Vitola)[1].

Io lo conosco
questo fruscio di canneti
sui declivi aridi
contesi alla frana
e queste rocce magre
dove i venti e le nebbie
danno convegno ai silenzi
che gravano a sera sul passo stanco dei muli.
È poca l’acqua che scorre
e le vallate son secche
spaccate, d’argilla.
Di qui le mandrie migrano
con l’autunno avanzato
per la piana delle marine
tuffando i passi nelle paludi.
Di qui è passata la malaria
per le stazioncine sul Basento
squallide, segnate d’oleandri.
Da noi la malvarosa è un fiore
che trema col basilico
sulle finestre tarlate
in un vaso stinto di terracotta
e il rosmarino cresce nei prati
sulle scarpate delle vie
accanto ai buchi delle talpe.
Da noi riposa il falco e la civetta
segna la nostra morte.
Da noi il mondo è lontano,
ma c’è un odore di terra e di gaggia
e il pane ha sapore del grano.

Una lirica intensa che intreccia alle raffinate evocazioni descrittive delle immagini di contesto una profonda riflessione, taciuta, nascosta, appena evocata in segnali semantici sparsi lungo tutto il dettato del componimento.

«(…) Silenzi / che gravano a sera sul passo stanco dei muli» oppure «le mandrie migrano / con l’autunno avanzato (…) / tuffando i passi nelle paludi» o ancora «la malvarosa è un fiore / che trema col basilico»… Tutti lievissimi accenni (straordinario il tremolio della malvarosa che quasi lascia intuire il resto dei dettagli stagliati sullo sfondo) a un movimento lento, impercettibile in un panorama di quasi assoluta fissità.

Trovo splendida questa poesia non solo per le meraviglie catturate e dipinte in un’atmosfera di lentezza e malinconia che mi paiono indiscutibili: i colori sono quelli dell’autunno e della sera, quasi sorprendenti nell’affresco di un panorama legato a una regione del Sud che probabilmente ci si aspetterebbe barocca di sole e di luce. Ma anche a questo non rinuncia il poeta, anche in questo caso racchiude l’evocazione dentro i suoi effetti, misurandola ancora in modo da non sconvolgere il panorama generale dato alla lirica: «È poca l’acqua (…) / le vallate son secche / spaccate». 

Epperò è il non detto a sorprendere davvero: un “silenzio” (oltretutto esplicitato – come significante e non casualmente – in un verso dove viene affiancato alla parola “convegno” insieme a nubi e nebbie) che dà all’intera lirica una forza che sembra quasi mancare alle delicatissime dinamiche rappresentate e che mi pare si esprima in due atteggiamenti l’uno celato, l’altro quasi sottinteso. 

Il primo: lo sguardo, celato appunto. I «declivi aridi / contesi alla frana», il passo stanco dei muli e delle mandrie, l’acqua che scorre e le vallate secche e spaccate; le paludi, le scarpate e i buchi delle talpe sembrano quasi oggetti di un’osservazione concreta che non stacca mai lo sguardo da terra, quasi a testa bassa in un atteggiamento che potrebbe essere percepito come rassegnata malinconia in un figurato passeggio: si ha quasi la sensazione di vedere il poeta, mani in tasca e – appunto – testa bassa, affondare i passi nella sua terra e descriverne tutto ciò che gli sale alla vista. Eppure non è rassegnata malinconia quella che si avverte.

Il secondo elemento, il sottinteso, conferisce all’intera lirica un carattere diverso e un sentimento più forte, direi di appartenenza che si esprime in un accenno di rivendicazione, un appena indicato tentativo di reazione. L’incipit assoluto «Io lo conosco» con un accento evidente sulla prima parola, l'”io“, sembra quasi voler sottintendere una negazione taciuta, una specie di “non tu” o “non voi” che sfuma le delicatezze descrittive di ogni verso con un colore più vivace, quasi polemico, risentito… e che trova eco negli iterati «da noi», «da qui»,, non da altre parti, non altrove.

Non casualmente la poesia termina con due chiuse: la prima è l’unico momento in cui quello sguardo a testa bassa si stacca da terra per osservare più in alto e incontrare la civetta che «segna la nostra morte» nella finale consapevolezza dell’inutilità e dell’ineluttabilità dell’assoluto; mentre la seconda («Da noi il mondo è lontano») sembra quasi l’identificazione finale di quel “tu” taciuto: il mondo, quello fuori dai confini metastorici qui rappresentati.

È un abbraccio stretto alla propria terra, una dichiarazione d’amore e di appartenenza che non ha vergogna di alludere anche a sentimenti diversi e più decisi. E il contrasto rende la lirica una sublime esaltazione di ciò che resta, tanto sul piano reale quanto su quello immaginifico, tanto sul piano semantico quanto su quello filosofico: l’essenzialità dell’ «odore di terra e di gaggia/ e il pane ha sapore del grano».

Mario Trufelli

È poesia con la P maiuscola quella che intesse al suo interno un profondo legame fra il detto e il taciuto e attraverso la perfezione delle immagini lancia ponti di percezione affinché il lettore si addentri in quello stesso percorso quasi guidandone i passi fino al punto di spiegarne i “perché” che qui sono tutti e semplicemente appartenenza e amore per la propria terra dove l’accento va, in modo particolare, sulla parola “propria”. Eppure non c’è un solo aggettivo possessivo in tutta la lirica! Non un “mio” o un “nostro” né un “tuo”. La potenza di tale significato è tutta affidata ad altro significante che qui è proprio la reiterazione dei «da qui» e «da noi» appena indicati.

La poesia avrebbe potuto intitolarsi tranquillamente “Terra MIA” ma forse l’identificazione netta, così come per le immagini descritte all’interno della lirica, con il nome della propria terra, la Lucania, è anche il nome di un amore vissuto, partecipato, vero; quasi della “persona” amata in un rapporto di scambio che è evidentemente biunivoco e reciproco o, per lo meno percepito, come tale. 

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[1] N. VITOLO in Francavilla Informa: https://www.francavillainforma.it/2020/06/29/lindulgenza-del-cielo-raccolta-di-poesie-di-mario-trufelli/

“Disadatti all’esilio” a cura di Giorgio Anelli. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Poche settimane fa, nella collana “Poesia” di Ladolfi Editore di Borgomanero (NO), Giorgio Anelli e Abigail hanno raccolto in un volume di pratica e piacevole consultazione una serie di testi scelti di poeti tra loro distanti (per appartenenza geografica, per periodo storico, per influssi e stile letterario) dal titolo emblematico Disadatti all’esilio.

Giorgio Anelli, che ha dedicato a Simone Cattaneo anche il prezioso volume di prose poetiche Di culto et orfico (Ladolfi, 2019), fornisce alcune considerazioni in merito a questa scelta d’inserimento. Nella quarta di copertina del volume (estratto dalla Prefazione) è possibile leggere: “Cosa c’entra un’antologia di poeti stranieri con Simone Cattaneo? Perché si è tentato un accostamento in apparenza bizzarro e inconsueto? E soprattutto, può avere senso? Forse, unicamente Andrea Temporelli ne potrebbe intuire la valenza ed il significato. Proprio lui [mi] […] raccontava del suo amico Simone Cattaneo, apostrofandolo quale nuovo Rimbaud. […] [La mia intenzione] […] è proprio quell[a] di dare (o quanto meno tentare di dare) giustizia al merito, ovvero di evidenziare una valenza europea ‒ se non addirittura internazionale ‒ nei versi, e quindi nell’opera, del poeta Simone Cattaneo”.

Ma chi era Cattaneo? Qualche nota biografica può risultare utile a chi non ha mai incontrato il suo nome né conosciuto i suoi versi lucidi e potenti. Simone Cattaneo (Saronno, 1974-2009) visionario e critico della società contemporanea, fu poeta irriverente e sfrontato. Nella sua poetica si avverte nettamente la tensione verso la libertà, la ricerca incalzante – fino al periglio – dello spirito libero. Dall’animo ribelle e refrattario al canone convenzionale, con la sua opera ha proposto la trattazione di tematiche vicine e afferenti non solo al disagio psico-emotivo e sociale ma anche alle condizioni spolianti, difficili e incerte dell’uomo nel contesto liquido e insicuro della società odierna. Il ricorrente dilemma esistenziale si coniuga alla crisi di valori e alla difficoltà di accoglimento in una società perennemente miope e disattenta. Pubblicò Nome e soprannome (Atelier, 2001) e Made in Italy (Atelier, 2008) mentre postuma è la raccolta-omnia Peace & Love (Il ponte del sale, 2012). Sulla sua opera poetica hanno scritto vari critici tra cui Roberto Roversi, Roberto Carifi, Andrea Temporelli, Giuliano Ladolfi, Davide Brullo, il sottoscritto e lo stesso Giorgio Anelli[1].

Cantore della disperazione e della vita appesa al filo (disoccupazione, malessere, solitudine, droga, immigrazione, violenza, etc.) Cattaneo è stato, pur senza volerlo, il Prometeo delle periferie, l’essere vagabondo che osserva criticamente, che denuncia con caparbia, che dice la sua in maniera netta e mai scontata, interloquendo con gli esponenti di una società dei recessi, che la norma non vorrebbe conoscere e finge di non sapere che esista. Come pure la loro richiesta d’aiuto silente. Autoironico e beffardo, non mancò neppure nell’atteggiamento cinicamente maldestro nei confronti di una società frantumata e colpevolmente disinteressata al bene sociale. In alcuni componimenti l’amara riflessione sul reale dà sfogo a un ripiegamento sofferto: “preferisco cercare una spiegazione che mi accompagni / dalla sera alla mattina come una sentenza capitale / che si possa eseguire solo lontano da te”.

A fianco di Cattaneo troviamo autori senz’altro importanti della letteratura internazionale seppur non propriamente canonici o ritenuti “classici” nel senso proprio del termine. In loro, per lo meno in senso generale e allargato, per ragioni di ordine diverso, la “consacrazione” unanime come autori imprescindibili non è mai giunta in forma inequivocabile. Ecco perché, con viva probabilità, i curatori del volume li accomunano a Cattaneo – maledetto contemporaneo – alla categoria labile e discutibile degli “esiliati”, di coloro che – sia in vita che in morte – sono stati minimizzati, tralasciati, più o meno volutamente dimenticati, relegati a una memoria asfittica e deludente, al cospetto di grandi indiscussi, giganti di pietra inscalfibili, auctoritas della contemporaneità.

Seguono nel volume le poesie di Emanuel Carnevali (Firenze, 1897 – Bologna, 1942). Entrambi i suoi genitori, che se lo contesero durante la sua infanzia per averlo con sé decretando in lui una condizione d’in-appartenenza e di squilibrio, erano italiani: il padre romagnolo, la madre torinese. La storia di Carnevali è quella di un racconto picaresco. Lasciata l’Italia alla volta degli Stati Uniti, lì visse a contatto con le sacche di emarginazione della metropoli a stelle e strisce imparando da autodidatta la lingua inglese e iniziando a scrivere versi (scriverà per sempre in quella lingua). Era ancora giovane quando venne colto da malattia e decise di ritornare nel paese natale. Condusse una vita disagiata in povertà e solitudine, passando da una clinica all’altra. Suoi i versi: “Io vado, solo come una roccia che sta / nuda e sola in un campo dove l’erba gioca. / Io vado, solo come un’orchidea in un bosco”. Unica compagna, fino alla fine dei suoi giorni, la scrittura che oggi ci permette di narrare la sua vicenda di disperato della nostra età. Autore sia di poesie che di racconti, molti dei quali raccolti postumi e riversati in italiano. Nel 1928, riferendosi alla luna, sua compagna di tante notti trascorse al freddo delle vie americane in compagnia di emarginati, scrisse: “Ma io voglio essere il tuo enfant terrible, / raccontare i tuoi segreti ad un branco di sciocchi, / raggirarti, tradirti, / Rivelare che la tua oscurità e il tuo candore / sono storie per creduloni”.

Incontriamo poi qualche opera dell’autore Benjamin Fondane (Iaşi, Romania, 1898 – Auschwitz, Polonia, 1944) scrittore e filosofo rumeno, di fede ebraica, naturalizzato francese. Fu vittima delle violenze antisionistiche del XX secolo. Negli anni ’20 fu nella capitale francese impegnato nell’attività di scrittore e pensatore. Secondo il suo approfondimento l’impegno in campo filosofico deve caratterizzarsi con una dimensione attiva, in un’azione, in una vera lotta in difesa della libertà. Arrestato nel 1944 dalla polizia collaborazionista della Repubblica di Vichy, venne deportato a Drancy e infine ad Auschwitz dove, come tanti, venne annientato nelle fameliche camere a gas. La sua opera maggiore viene considerata il Falso Trattato di estetica. Saggio sulla crisi del reale (1938).

Anelli ha inserito nel suo lavoro anche Catherine Pozzi (Parigi, 1882-1934) che sin da giovanissima fu a contatto con il mondo della cultura (i suoi genitori frequentavano, tra gli altri, Proust e Colette). Dal 1913 siglò le prime pagine personali di quello che sarà il suo “diario d’adulta” che non abbandonerà per tutta la vita e che oggi, quali strumento para-letterario, ci aiuta a conoscere la sua persona e ad approfondire la sua caratura intellettuale. Unita da una relazione turbolenta con il poeta simbolista Paul Valéry[2] (undici anni più grande di lei e al quale dedicherà la famosa poesia “Vale”) fino al 1928. Per mezzo di quest’ultimo conobbe un altro grande delle Lettere, Rainer Maria Rilke col quale fu platonicamente unita da una fertile corrispondenza datata 1924-1925. Nel 1927 pubblicò il racconto autobiografico Agnès e due anni dopo “Ave”, la sua unica poesia pubblicata in vita. Già cagionevole di salute da ragazza, i suoi ultimi anni furono segnati da un’infermità pesante.

La sua poesia è viscerale e appassionata, alimentata dagli ambienti foschi della notte, improntata alla predilezione dell’analogia, vicina all’orfismo mistico. Alcuni potenti versi impregnati di scavo emotivo e perlustrazione filosofica destinati all’amato Valéry ben evidenziano la sua ottundente passione di donna e l’originalità di poetessa: “Io ho ritrovato il celeste e il selvaggio / Il paradiso dove l’angoscia è desiderio. / L’altisonante passato che cresce di età in età / È il mio corpo e sarà il mio senso / Dopo la morte”.

Spazio anche a Victor Segalen (Brest, 1878 ‒ Huelgoat, 1919), scrittore, poeta, archeologo e critico letterario. Come archeologo importante fu il suo soggiorno nella Polinesia francese nel periodo 1903-1904. I suoi numerosi viaggi lo portarono anche in Cina e Giappone. Scrisse opere sul pittore Gaugain e il poeta Rimbaud, entrambe uscite postume. A lui è dedicata la seconda università della città di Bordeaux.

Il volume propone anche la quasi (completamente) sconosciuta Marceline Desbordes-Valmore (Douai, 1786 – Parigi, 1859) di professione attrice e cantante, che si esibì in varie circostanze a Bruxelles. Autodidatta, la sua prima raccolta di poesie, Élégies, è datata 1819. A questa seguirono altre raccolte che le diedero di che vivere, oltra a qualche premio a livello accademico. Seppur abbastanza nota al periodo, anche grazie alla considerazione di Baudelaire di cui vi è traccia, oggi è quasi completamente misconosciuta (di certo nel nostro Paese), sebbene possa essere considerata una precorritrice della poesia francese moderna. Complimenti, dunque, anche in questo caso, ad Anelli per il curioso “recupero” e per la riproposta della sua vicenda esistenziale, seppur in pillole, e del suo trascorso poetico. Una delle potenzialità di questo libro è proprio quella di accogliere questi “spunti” per un’eventuale ricerca delle loro opere e un approfondimento. Lirismo intenso e asciutto, il suo, dedicò anche alcuni versi al primo figlio morto, richiamato con il nome di Oliver. In una lirica amorosa leggiamo: “Ma se viviamo solo nella speranza e nell’allarme, / Smettiamo di vederci, / Condividiamo al meglio: io trattengo le lacrime, / Tu continua a sperare”.

Prima fila (da sinistra): Simone Cattaneo, Emanuel Carnevali, Catherine Pozzi e Victor Segalen.
Seconda fila (sa sinistra): Marceline Desbordes-Valmore e Benjamin Fondane.

Per concludere possiamo dire che quelle incluse in quest’opera sono voci particolari, senz’altro non canoniche, fuori dagli schemi ordinari e, in qualche caso, di insoddisfatti della vita, o di rimasti relegati al loro tempo storico in cui sono vissuti. Parole che in certi casi si fanno ispide, irruente ed emblematiche, dolorosamente ambigue, atte ad esprimere, proprio come i “pugni di Cattaneo, unici, irripetibili, inimitabili” il senso di disagio, l’in-appartenenza, la vulnerabilità, l’in-ascolto, la lontananza, la complessità del proprio io interiore. Un Parnaso degli inferi, potremmo dire, senz’altro un diorama complicato e frastagliato, poco approfondito, di certo in questa chiave antologico-comparativa che si allontana da qualsiasi prerogativa già percorsa imboccando un sentiero di particolare originalità, di cui Anelli ci aiuta a far luce, tramite versi drammatici e appassionati, a tratti coinvolgenti e a tratti quasi disturbanti. Opere che scantonano l’astratto per afferrarsi con le unghie alle difficoltà e al trauma del quotidiano, in un concentrato di versi che amplifica quella contaminazione totale tra vita e letteratura.

Lorenzo Spurio

Matera, 18/01/2024


[1] Una nota bio-bigliografica più approfondita può essere letta nel volume antologico del IX Premio di Poesia “L’arte in versi” curata dal sottoscritto dove a Cattaneo è stato riconosciuto il Premio Speciale “Alla Memoria” nel 2020. Nel medesimo volume trova collocazione la motivazione critica di conferimento del Premio. Entrambi i testi sono ripubblicati e disponibili online nell’apposita sezione “Alla Memoria” del Premio a questo link: https://premiodipoesialarteinversi.blogspot.com/2023/09/simone-cattaneo.html

[2] La poetessa e saggista Flavia Novelli ha approfondito la tormentata relazione amorosa ed epistolare tra Catherine Pozzi e Paul Valéry nel quattordicesimo capitolo del suo libro Amori diVersi. Le grandi storie d’amore tra poeti raccontate attraverso scambi epistolari, diari e poesie, Porto Seguro, Firenze, 2022. Una mia recensione a questo libro è stata pubblicata in «Verbum Press», anno IV, n°17, Febbraio 2023, pp. 100-104.


Nota – E’ severamente vietato pubblicare la presente recensione in formato integrale e/o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.

“Ricordo dell’editore e promotore culturale Guido Miano a un anno dalla sua dipartita”

A cura di LORENZO SPURIO

Ricevo con grande piacere dai fratelli Carmelo e Michele Miano il volume 16 (anno 2022) del repertorio letterario “Alcyone 2000 – Quaderni di poesia e di studi letterari” che dà in apertura la notizia della morte del loro genitore, il poeta ed editore Guido Miano[1], che, nel corso del tempo, ha pubblicato numerosi e pregevoli libri, volumi di poesia, saggistica, antologie, repertori letterari e non solo.

Al padre sono dedicate un cospicuo numero di pagine della prima parte che si apre con l’accorata e affettuosa lettera del figlio Michele che dal genitore ha ricevuto gli influssi positivi non solo dell’amore filiale e dell’affetto intimo, anche l’amore per la poesia e la letteratura in genere, divenendo anche lui un apprezzato “promotore culturale” (definizione che lo stesso Guido Miano impiegava per definirsi) oltre che poeta (ricordo la sua opera Deltaplano del 2014 di cui alle pagine 84-86 sono riproposti dei testi poetici oltre che un mio – ormai datato – intervento critico su questa sua plaquette). Alla pari è testamento culturale che Guido Miano ha lasciato all’altro figlio, Carmelo, che da anni cura l’attività redazionale, di stampa, di grafica e di divulgazione delle opere.

Michele Miano nella lettera mescola il dato bibliografico del padre ai ricordi di vita vissuta in sua presenza: la fondazione di una rivista letteraria importante (eppure colpevolmente dimenticata nella manualistica della letteratura italiana) dal titolo “Davide, rivista sociale di lettere e arti”[2], dal taglio tradizionalista d’impronta cattolica[3], fondata da Alessandro Miano (1920-1994)[4] nel 1951 e alla quale il fratello Guido, giovanissimo, prese a collaborare attivamente. Su questa rivista trovarono pubblicazione inediti di poeti e scrittori di primo piano della nostra letteratura nazionale (alcuni di loro allora ancora alle primissime armi e non ancora affermati nell’ambiente). Per ricordare solo qualche nome di autore, ricordiamo: Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, Giorgio La Pira e Mario Luzi[5]. Dopo aver curato alcuni volumi monografici, Guido Miano fondò la casa editrice omonima nel 1955 (esattamente il 18 giugno di quell’anno) specializzata in filosofia, poesia e critica letteraria (la sede iniziale di Catania sarebbe stata ben presto sostituita per quella canonica e ancora attiva nel capoluogo meneghino). Le collane editoriali e le pubblicazioni (in particolare per la poesia e il giornalismo[6]) esplosero in quantità e accuratezza formale e contenutistica oltre che pregio e autorevolezza degli autori da allora sin ai nostri giorni, grazie al suo importante “magistero” reso possibile da scelte editoriali rigorose e vincenti che hanno saputo fare la differenza e imprimere anche nell’attualità il vero senso del “fare editoria”.

Guido Miano (dx) con Maurizio Cucchi (sx) durante un evento culturale negli anni ‘90

Tra i maggiori autori che hanno visto pubblicate le loro opere con la Casa Editrice Guido Miano vanno senz’altro citati Lina Montessori, Franco Loi, Marco Danese, Cristanziano Serricchio, e, tra i più recenti, Nazario Pardini, Francesca Luzzio, Floriano Romboli, Sergio Camellini (ma la lista sarebbe oltremodo lunga, non adatta per un articolo di pochi paragrafi come questo).

A completare il ricco ricordo sulla figura di Guido Miano sono due contributi critici di due intellettuali e saggisti: Enzo Concardi (presente con un intervento dal titolo “Storia di un’amicizia e di un feeling culturale ed umano”) e Franco Lanza (presente con la premessa che scrisse per il libro Lamento dell’emigrante di Guido Miano pubblicato nel 2017[7]). Entrambi i contributi, pervasi da un’intuizione volta all’approfondimento, si prestano a conoscere ancor meglio la versatile e poderosa statura di Guido Miano quale uomo di lettere propriamente inteso.

Da sinistra il prof. Bruno Maier, n.d., il prof. Franco Lanza e Guido Miano

In Lamento dell’emigrante, che è strutturato in cinque sotto-sezioni, ritroviamo una scelta di testi lirici dedicati al ricordo soave e saporito degli aromi e dei colori vividi della sua terra natale, la Sicilia tanto amata, come avviene nel pregevole testo “Isola sempreverde”, due strofe di cinque versi l’una, in cui nella prima stanza, con una nettezza visiva senza pari e grande partecipazione dell’io lirico (come un piacevole viaggio a ritroso, “alle origini”), leggiamo: “Cogli un ramo d’ulivo saraceno, / il gelsomino bianco d’Arabia, / il mirto umile e sereno / nei giardini d’infanzia sempreverde / nella ridente isola del sole”.

LORENZO SPURIO

NOTE – E’ severamente vietato pubblicare questo articolo in formato integrale o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.


[1] Guido Miano era nato a Palazzolo Acreide (SR) nel 1931 ed è venuto a mancare a Milano il 18 giugno 2022.

[2] Il repertorio letterario “Alcyone 2000” al quale ci riferiamo nel presente articolo è da considerarsi come la naturale prosecuzione della pionieristica rivista “Davide” degli anni ‘50.

[3] Di quel cattolicesimo lucido e onesto, lontano da dogmatismi e intransigenze di sorta, in grado (e saggiamente abile) nell’accogliere anche idee e considerazioni dal “fronte” laico, dando spazio anche a esponenti di questa tendenza.

[4] Il sottoscritto ha avuto modo di occuparsi della figura di Alessandro Miano (Noto, SR, 1920 – Milano, 1994), poeta, scrittore, giornalista ed editore, avendo deciso di attribuire alla sua figura e impegno un Premio Speciale “Alla memoria” in seno alla VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” organizzato dall’Associazione Euterpe di Jesi (AN) nel 2017. La motivazione di questo conferimento è stata pubblicata, oltre che nell’antologia contenente le opere dei vincitori al concorso, sul sito dedicato al Premio: https://premiodipoesialarteinversi.blogspot.com/2023/09/alessandro-miano.html

[5] Il poeta ermetico fiorentino dedicò all’amico ed editore Guido Miano la poesia “Cosmografia improvvisa” che si apre con i versi “La purità dell’essere – ne aveva / e non ne aveva / lui barlumi / di prereminiscenza…”, pubblicata all’interno di questo numero della rivista “Alcyone 2000” a pagina 11.

[6] Non secondaria né collaterale all’attività editoriale fu quella dell’impegno giornalistico che nel 1957 lo portò a istituire il Corso Biennale di Orientamento Professionale di Giornalismo presso il Centro Sperimentale italiano di giornalismo. Da quell’intuizione i corsi, le lezioni, le conferenze, i convegni e le pubblicazioni curate sulla storia e gli arnesi del giornalismo (tra cui i ricchi manuali a firma di Giorgio Mottana, divenuti testi d’adozione anche in ambito accademico) mai vennero meno.

[7] Ricordiamo, altresì, che il professore Gualtiero De Santi, docente dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” e saggista, collaboratore assiduo di iniziative della Casa Editrice Miano editore, in quell’occasione scrisse la prefazione al volume Lamento dell’emigrante.

“Pirandello nell’era digitale: riflessioni sull’identità, la realtà e la comunicazione nell’epoca della tecnologia”, saggio di Francesco Scatigno

Di Francesco Scatigno

Luigi Pirandello, nato nel 1867 e morto nel 1936, è uno dei più importanti drammaturghi e scrittori italiani del XX secolo. La sua opera è caratterizzata da una profonda riflessione sulla natura dell’identità e della realtà soggettiva. Un elemento distintivo del suo lavoro è la concezione dell’umorismo[1] di Pirandello, inteso come un modo per esplorare la complessità della condizione umana. Attraverso i suoi lavori, Pirandello ha esplorato le complesse dinamiche dell’individuo nella società e le sfide legate alla comunicazione e alla comprensione reciproca.

Identità e realtà

La riflessione di Luigi Pirandello sull’identità e la realtà soggettiva costituisce uno dei pilastri centrali della sua opera. Pirandello sottolinea che l’identità di un individuo è fluida e mutevole, spesso influenzata da molteplici fattori come il contesto sociale, le aspettative degli altri e le maschere che ognuno indossa nella vita quotidiana.

Nelle sue opere, come ad esempio nell’opera teatrale “Sei personaggi in cerca d’autore” Pirandello esplora il concetto che ciascun individuo ha molteplici sfaccettature e che la sua identità può variare a seconda del ruolo che assume in una data situazione. Questa prospettiva è particolarmente rilevante nella società contemporanea, in cui le persone sono spesso chiamate a interpretare diversi ruoli nella vita di tutti i giorni, sia online che offline.

La realtà soggettiva, secondo Pirandello, è altrettanto complessa. Egli suggerisce che ogni individuo percepisce il mondo in modo unico, influenzato dalle proprie esperienze, emozioni e convinzioni. Questa idea può essere collegata all’era moderna in cui le informazioni vengono filtrate attraverso le lenti personali dei social media e delle narrazioni digitali, creando realtà soggettive diverse per ciascun individuo.

In sintesi, l’analisi di Pirandello sull’identità e la realtà soggettiva ci invita a riflettere su come le persone si definiscono e interpretano il mondo che le circonda. Questi concetti sono ancora oggi rilevanti per comprendere la complessità delle identità individuali e delle prospettive nella società contemporanea.

Crisi della comunicazione

La “crisi della comunicazione” è un tema fondamentale nell’opera di Luigi Pirandello, che risuona in modo significativo nell’attuale panorama mediatico e sociale. Pirandello riflette su come la comunicazione tra individui spesso sia compromessa dalla difficoltà di comprensione reciproca, dall’uso di maschere sociali e dalla mancanza di comunicazione autentica.

Nelle sue opere, come nel romanzo “Uno, Nessuno e Centomila” Pirandello mette in scena situazioni in cui i personaggi non riescono a comunicare le loro vere emozioni e intenzioni. Questo problema è oggi amplificato dalla crescente dipendenza dalle piattaforme digitali e dai social media, dove spesso si comunicano versioni idealizzate o distorte di sé stessi.

La “crisi della comunicazione” di Pirandello riflette anche il concetto di “fake news” e di disinformazione che affligge la società moderna. La difficoltà nel distinguere la verità dalla finzione è una sfida crescente, con importanti implicazioni per la società e la politica contemporanea.

Inoltre, la sua analisi sulla comunicazione mette in luce quanto sia complesso per gli individui comprendere veramente gli altri e se stessi, un tema che rimane estremamente rilevante nell’era dell’iper-connessione e della sovrabbondanza di informazioni.

La “crisi della comunicazione” di Pirandello è un richiamo a riflettere sulla qualità e l’autenticità della nostra comunicazione in un mondo sempre più dominato dalla superficialità e dalla complessità delle interazioni sociali e digitali.

Identità e maschere sociali

Nelle opere di Luigi Pirandello, la questione dell’identità e delle maschere sociali è un tema centrale. Pirandello osserva come gli individui siano spesso costretti a indossare maschere sociali per adattarsi alle aspettative e alle convenzioni della società, nascondendo spesso la loro vera identità dietro queste facciate.

Questo tema è particolarmente rilevante oggi, dove la pressione sociale e l’omologazione sono molto presenti nelle dinamiche sociali. Molte persone si sentono obbligate a conformarsi a ideali o standard imposti dalla società, dai media o dai social media, spesso a scapito della loro autenticità. Questo può portare a una sensazione di alienazione e insoddisfazione.

Le maschere sociali, come quelle rappresentate da Pirandello, sono visibili anche nell’era digitale, dove le persone possono creare identità virtuali che differiscono dalla loro vita reale. Questo solleva domande sulla genuinità delle interazioni online e sulla difficoltà di distinguere ciò che è autentico da ciò che è costruito.

Inoltre, l’opera di Pirandello suggerisce che le maschere sociali possono portare a conflitti interiori e dissonanza cognitiva. Questa dissonanza può essere ancora più pronunciata in un mondo in cui le aspettative sociali possono essere in conflitto con i valori personali o le convinzioni.

Crisi esistenziale

Nelle opere di Luigi Pirandello, emerge spesso un profondo senso di crisi esistenziale nei personaggi, una sensazione di smarrimento e alienazione rispetto al mondo che li circonda. Questa tematica della crisi esistenziale è straordinariamente importante nell’attuale contesto sociale.

La modernità ha portato con sé una serie di cambiamenti rapidi e una crescente complessità nella vita quotidiana. Questo può portare a una profonda riflessione sul significato della vita, sul proprio posto nel mondo e sul senso della propria esistenza. La sensazione di essere intrappolati in una realtà che sembra priva di senso o di autenticità è una sfida con cui molti si confrontano oggi.

Secondo Pirandello, la crisi esistenziale spesso deriva dalla mancanza di una “verità” oggettiva o di un significato stabile nella vita. Questa idea può essere interpretata in vari modi nella società contemporanea, dove le convinzioni tradizionali spesso vengono messe in discussione, e le persone cercano di trovare un senso in un mondo in rapido cambiamento.

La crisi esistenziale può anche essere vista come una conseguenza delle sfide dell’individualismo moderno. Mentre la società offre un maggiore spazio per l’autonomia individuale, questo può anche portare a una sensazione di isolamento e alla necessità di definire il proprio scopo senza il supporto di norme sociali rigide.

Questi interrogativi rimangono al centro del dibattito filosofico e culturale contemporaneo, mentre le persone cercano di dare significato alle loro vite in un mondo in costante evoluzione.

L’Influenza dell’individualismo

L’influenza dell’individualismo è un tema centrale nelle opere di Luigi Pirandello e ha rilevanza continua nell’attuale panorama culturale e sociale. Pirandello esplora l’individualismo attraverso personaggi che si scontrano con la società e cercano di affermare la propria individualità, spesso in modi radicali o estremi. Questo tema può essere analizzato in relazione al mondo contemporaneo in vari modi.

Nella società attuale, l’individualismo è una forza motrice significativa. Le persone cercano sempre più di affermare la propria unicità e autonomia, spingendosi a sfidare norme sociali tradizionali e a perseguire i propri obiettivi personali. Questo può portare sia a una maggiore libertà che a una maggiore alienazione. Alcuni individui possono sentirsi isolati o in conflitto con la società mentre cercano di trovare il proprio cammino.

Inoltre, l’avvento della tecnologia e dei social media ha amplificato ulteriormente l’individualismo. Le persone possono creare e curare le proprie identità online, esplorare interessi di nicchia e collegarsi con altri individui che condividono le loro passioni. Tuttavia, questo può anche portare a una sorta di isolamento digitale, in cui le interazioni faccia a faccia e le relazioni reali sono spesso trascurate.

Pirandello mette in guardia contro gli eccessi dell’individualismo, sottolineando come la totale autonomia possa portare all’alienazione e alla perdita del contatto con la realtà. Questo richiama l’importanza di trovare un equilibrio tra l’affermazione dell’individualità e l’appartenenza a una comunità più ampia.

Le maschere nell’era dei social media

Il concetto delle maschere, così dominante nelle opere di Luigi Pirandello, trova un terreno fertile nell’era dei social media, dove la rappresentazione di sé e l’identità digitale sono diventate parte integrante della vita quotidiana. Pirandello ha come le persone indossino maschere sociali per adattarsi alle aspettative della società, nascondendo spesso la loro vera natura. Questo tema è estremamente rilevante nel contesto dei social media moderni.

I social media offrono un palcoscenico virtuale dove le persone possono creare e proiettare le proprie identità secondo il desiderio. Ogni profilo sui social media è una sorta di maschera, mostrando solo ciò che l’utente vuole che gli altri vedano. Questo può portare a una distorsione della realtà, in cui le vite delle persone sembrano più perfette, felici o interessanti di quanto non siano in realtà. Le maschere digitali possono nascondere le sfide personali, creando una percezione distorta della vita degli altri.

Inoltre, i social media hanno introdotto il fenomeno della “comparazione sociale”, in cui le persone valutano se stesse in base a ciò che vedono online negli altri. Questo può portare a una pressione costante per apparire migliori, più attraenti e di successo di quanto si è realmente. Le maschere digitali possono quindi creare un ciclo di insicurezza e competizione.

Tuttavia, l’uso delle maschere digitali può anche avere un aspetto positivo. Possono essere uno strumento di espressione creativa e di connessione con persone che condividono interessi simili. Può essere importante ricordare che ciò che vediamo online spesso rappresenta solo una parte della storia.

Comunicazione nell’epoca digitale

Nell’epoca digitale, la comunicazione ha subito una trasformazione senza precedenti, e questo fenomeno richiama in modo evidente alcune delle tematiche affrontate da Luigi Pirandello nei suoi lavori, in particolare quelle legate all’ambiguità dell’identità e all’illusione della realtà.

Le nuove tecnologie digitali, come internet e i social media, hanno reso la comunicazione più accessibile, ma allo stesso tempo più complessa. Gli individui possono ora comunicare con chiunque, ovunque nel mondo, in tempo reale, ma questa accessibilità ha anche portato a una sovrabbondanza di informazioni e a una frammentazione dell’attenzione. La distinzione tra realtà fisica e virtuale è diventata più sfumata, e le persone possono creare identità digitali multiple attraverso avatar, nickname e profili online.

Questo scenario richiama le opere di Pirandello, dove i personaggi spesso indossano maschere sociali per adattarsi alle aspettative degli altri. Nel mondo digitale, le persone creano maschere digitali attraverso i loro profili sui social media, proiettando immagini selezionate di sé stesse. Queste rappresentazioni digitali possono essere parziali, distorti o idealizzati, e talvolta nascondono la complessità della realtà umana.

Inoltre, la comunicazione digitale è stata spesso criticata per la sua superficialità e la mancanza di approfondimento. La rapidità delle interazioni online e la tendenza a condividere informazioni superficiali possono portare a una percezione distorta della realtà, dove il contenuto viene semplificato per adattarsi agli algoritmi dei social media.

In sintesi, nell’era digitale, la comunicazione è diventata un terreno fertile per esplorare le maschere, l’identità e la complessità della realtà, temi cari a Pirandello. È importante sviluppare una consapevolezza critica quando si naviga in questo ambiente, riconoscendo che ciò che vediamo online può essere solo una parte della storia e che la realtà è spesso molto più sfaccettata di quanto appaia in un feed di social media.

L’influenza della tecnologia

L’influenza della tecnologia nell’opera di Luigi Pirandello e nella comprensione della realtà contemporanea è un aspetto di notevole rilevanza. La tecnologia, in particolare l’era digitale, ha introdotto una serie di dinamiche che richiamano le tematiche pirandelliane, sfidando e ridefinendo la nostra percezione della realtà.

Una delle principali influenze della tecnologia è la creazione di identità multiple. Pirandello esplorava l’idea che ogni individuo può avere molteplici “maschere” sociali e identità che emergono in diverse situazioni. Nell’era digitale, le persone gestiscono spesso profili online su diverse piattaforme, ciascuno dei quali può rappresentare una sfaccettatura diversa della loro personalità. Questo concetto di identità frammentata è profondamente radicato nell’opera di Pirandello e si riflette nelle nostre interazioni online.

Inoltre, la tecnologia ha reso possibile l’accesso istantaneo a una quantità straordinaria di informazioni. Questo accesso illimitato alla conoscenza può creare una sensazione di “sovraccarico informativo”, simile all’ansia che Pirandello ha descritto nei suoi personaggi. Le persone si trovano spesso a dover discernere tra informazioni veritiere e false, simili al tema della realtà soggettiva nell’opera di Pirandello.

Nell’era della comunicazione digitale, caratterizzata dalla velocità delle interazioni su piattaforme di messaggistica istantanea e social media, le comunicazioni possono apparire più rapide, ma talvolta risultano anche più superficiali. Questa sfida nella comunicazione online rispecchia in modo sorprendente le tematiche affrontate nelle opere di Luigi Pirandello, dove i personaggi spesso si scontrano nel tentativo di comunicare in modo efficace tra loro.

Infine, la tecnologia ha dato vita alla realtà virtuale e alla realtà aumentata, dove le linee tra il mondo fisico e quello digitale si fondono. Questo solleva domande sulla natura stessa della realtà, richiamando il concetto di realtà soggettiva di Pirandello.

Conclusioni

In conclusione, l’opera di Luigi Pirandello continua a essere di straordinaria rilevanza nell’analisi e nella comprensione del mondo contemporaneo, in particolare nell’era digitale. Le sue riflessioni sulla natura dell’identità, della realtà soggettiva e della comunicazione hanno acquisito nuovi livelli di complessità e rilevanza nell’epoca moderna, in cui la tecnologia ha trasformato radicalmente la nostra percezione del mondo e di noi stessi.

La tecnologia ha reso possibile la creazione di molteplici identità online, richiamando il concetto di “maschere sociali” pirandelliane. Inoltre, l’accesso illimitato alla conoscenza e la diffusione delle informazioni attraverso la rete richiamano il tema della realtà soggettiva, poiché dobbiamo costantemente discernere tra verità e falsità in un mondo digitale ricco di informazioni contrastanti.

La comunicazione digitale ha introdotto nuove dinamiche nelle nostre interazioni sociali, spesso creando sfide simili a quelle affrontate dai personaggi pirandelliani nella loro lotta per comunicare efficacemente. Infine, l’avvento della realtà virtuale e aumentata solleva domande fondamentali sulla natura stessa della realtà, richiamando il tema centrale della realtà soggettiva nell’opera di Pirandello.

FRANCESCO SCATIGNO

L’Autore del presente testo ha liberamente autorizzato la pubblicazione su questo sito senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in seguito.

È severamente vietato riprodurre il presente testo in formato integrale e/o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.


[1] Per un maggior approfondimento su questo tema si rimanda al saggio del medesimo autore dal titolo “L’umorismo di Luigi Pirandello e differenza con comicità e ironia” pubblicato sul sito “Il Mago di Oz” il 25/01/2023, link: https://www.magozine.it/lumorismo-di-luigi-pirandello-e-differenza-con-comicita-e-ironia/

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