Come oltrepassare lo specchio nella contemporaneità: “Laura y Julio” di J.J. Millás. Un commento di Lorenzo Spurio

Laura y Julio
romanzo di JUAN JOSE’ MILLAS
Recensione di Lorenzo Spurio
Il destino sembrava scritto nei fatti banali, nei dettagli periferici, nei sobborghi dei fatti[1]
 

imagesIl romanzo Laura y Julio di Juan José Millás presenta delle caratteristiche tipiche della narrativa dell’autore: il partire da episodi quotidiani e domestici, l’attenzione per il dialogo e lo scambio d’opinione, la mancanza d’affiatamento coniugale e di un rapporto amoroso autentico e sentito, la fragilità interiore, la perdita d’identità e l’acquisizione di una nuova identità dopo una fase di transizione, o meglio di metamorfosi. Quest’ultimo aspetto ben richiama il processo di cambiamento di Elena Rincón, madrilena quarantenne protagonista del romanzo La soledad era esto, vincitore del Premio Nadal nel 1990. Il processo di cambiamento, di metamorfosi, è la base del romanzo stesso e più in generale della ricerca e dello studio che Millás fa attentamente sui suoi personaggi.

La storia che viene narrata in Laura y Julio in apparenza sembra essere quella di una comune coppia sposata da diversi anni dopo molti anni di fidanzamento. In realtà non è così, la coppia è solo una struttura apparentemente valida ed efficace per loro due. La coppia sembra essere priva d’amore (per lo meno in questo momento della loro vita, dato che riferimenti alla loro gioventù non vengono forniti) e per di più non ha figli. L’immagine di un rapporto coniugale strano, sghembo e d’indifferenza è spesso al centro della narrativa di Millás (presente ad esempio nei romanzi precedenti La soledad era esto, Volver a casa). Tutta la loro vita è pero impostata sulla presenza di una terza persona, Manuel, loro vicino di casa. La presenza del vicino è per entrambi (in maniere diverse) costante tanto che non riuscirebbero a  vivere senza di lui, né tantomeno lui senza di loro. Al momento in cui Manuel ha un grave incidente stradale e viene condotto in ospedale in fin di vita, Laura e Julio iniziano, individualmente, a sviluppare un movimento di pensiero e un loro fare impostato a partire dalla persona di Manuel: Julio si introdurrà in casa di Manuel di nascosto e vivrà lì alcuni giorni, impadronendosi dei i suoi abiti e assumendo le sue tendenze; Laura invierà una serie di mail al computer di Manuel in cui gli parlerà a cuore aperto del suo amore per lui, dell’inettitudine di suo marito (Julio) e del fatto che sta aspettando un figlio da lui. Le mail verranno lette da Julio che oramai, nelle vesti di Manuel e calatosi nella sua personalità, deciderà alla fine (quando oramai Manuel in ospedale è morto) di inviarle una mail di addio molto significante appunto nelle vesti di Manuel.

Come si è precedentemente accennato, Julio si introduce nella casa di Manuel e comincia a vivere la sua vita, cominciando a vestire come Manuel (anzi, i panni di Manuel) ed a mangiare ciò che mangiava Manuel; tutto questo lo porta ad avere l’idea che per un attimo sia riuscito a raggiungere l’altra parte dello specchio. Quando ancora viveva con Laura dal suo appartamento aveva sempre visto Manuel dalla sua parte, dal suo punto quotidiano, ora lui si trova dall’altra parte, al posto di Manuel. La presenza di Julio nelle vesti e nell’identità di Manuel non è, però, quella di un semplice scambio d’identità, egli infatti è come se fosse un morto o un’ombra. E’ un altro o forse è semplicemente l’ombra di un altro che oramai non c’è più, perché agonizza in ospedale. Alla stessa maniera <<pensò che il suo fantasma, o il suo riflesso (forse la sua ombra) si trovava nella casa al lato, vicino a Laura>>[2]. Abitare l’altro lato dello specchio significa abitare un’altra porzione di sé stesso. Non si tratta di un processo semplice e l’autore, oltre a sottolineare che Julio si era ormai impossessato di tutto ciò che c’era di Manuel (la casa, i vestiti, il cibo, il profumo, gli abiti), <<cercò di pensare ai suoi problemi con la testa di Manuel>>[3].  Da questa nuova prospettiva Julio, ormai impadronitosi completamente degli interessi e delle peculiarità di Manuel, osserva quello che ora è l’altro lato (e che prima era stata la sua parte): osserva Laura.

JJMILLASQuando Laura chiama il marito per chiedergli di recarsi a casa a prendere tutte le sue cose Julio, entrando, si sente quasi male e non riesce a riconoscere la casa, si sente spaesato e disorientato: è il chiaro segno che oramai la sua vecchia identità si è disintegrata e lì, nella vecchia casa, per lui non c’è più niente di familiare e, l’autore ci dice che  <<notò che già era uno straniero [in quella casa]. Si muoveva per la casa come un intruso e si affacciava alle camere come un vagabondo>>[4]. Non solo, il profumo di sua moglie diffuso per la stanza, che negli anni precedenti sempre aveva sentito e riconosciuto ora gli era sconosciuto ed era come se appartenesse ad un’altra donna. Nel raccogliere la sua vecchia roba la paragona con quella di Manuel notando che la sua era è di scarsa fattura (oramai non le piace più) e gli sembra qualcosa di inclemente, di troppo austero, <<le sembrò gli abiti di un morto>>[5].

Il senso di cambiamento d’identità (e di vita) di Julio che si sviluppa dal momento dell’annuncio dell’incidente di Manuel ai giorni che seguono la morte dell’amico in ospedale viene chiaramente definito come metamorfosi e Millás con la sua tecnica attenta riferendosi a lui dice <<Camminava come se fosse un altro, o come se fosse abitato da un altro che governava i movimenti del suo corpo con la destrezza di un pilota esperto>>[6]. Alcune pagine più avanti, ci rendiamo però conto che questa metamorfosi non si è ancora compiuta nella sua interezza giacchè viene detto che Julio <<dedicò i giorni seguenti a perfezionare le sue abitudini>>[7]. Sue nel senso le abitudini che erano proprie di Manuel, abbandonando nello stesso tempo quelle che erano state autentiche di sé come l’amore per la moto. Più avanti viene detto che <<aveva acquisito alcune abitudini gastronomiche di Manuel>>[8], si capisce che il percorso di metamorfosi da uno ad un altro non è facile ma necessita di tempo e soprattutto di analisi dell’altro e delle sue tendenze.

Verso la seconda parte dell’opera Julio ha come delle visioni e si vede in un’altra epoca, in altre situazioni e contesti a lavorare in una lavanderia. Pensa che gli abiti portati sporchi in lavanderia in fondo sono pregni di vita e d’identità mentre l’atto del lavaggio è solo un <<processo di spersonalizzazione>>[9]. Con questo processo l’abito torna, sì, pulito come nuovo, ma è come se non appartenga a nessuno, o possa appartenere a chiunque.

Quando oramai Manuel si sta spegnendo in ospedale, corrisponde in Julio uno stesso momento di perdita di vitalità, si dimagrisce diversi kili e sembra che il suo corpo non contenga più istinti vitali tanto che <<Chi teneva la febbre ora era la realtà>>[10]. Lui non aveva febbre, non aveva più temperatura, era ormai come morto, cosi come era deceduto fisicamente l’amico Manuel. <<Tutto aveva la febbre, tutto era malato, perché tutto –anche oggetti semplici come il rasoio elettrico- era vivo>>[11]. Tutto, tranne lui.

Nel momento in cui Julio oramai sta compiendo la sua metamorfosi per divenire Manuel, legge le mail che sua moglie Laura aveva spedito clandestinamente a Manuel con il quale aveva avuto una relazione amorosa clandestina e Julio giunge a chiedersi il perché nelle mail di risposta a Laura Manuel parlava tanto di Julio e l’autore conclude dicendo <<intuì che entrambi, Manuel e lui, erano oscuramente uniti per dei vincoli che erano più forti rispetto a quelli dell’amore e dell’odio>>[12]. Nella parte finale dell’opera, Laura avverte una certa presenza in casa di Manuel (il suo odore nel pianerottolo delle scale), in realtà è Julio che ha assunto le caratterizzazioni di Manuel. La metamorfosi è compiuta interamente quando Julio, oramai Manuel, decide di rispondere alla mail della moglie dicendo <<Cara Laura, non è cosi strano che hai sentito nell’ambiente alcuni segnali miei. Avevi ragione: esiste un’energia indipendente dal corpo. Grazie ad essa ho viaggiato durante gli ultimi giorni il mondo al quale sono appartenuto per congedarmi da lui dato che sapevo che la mia fine era vicina. […]. Mi sono convertito, come tu supponevi che accade ai morti, in una forza invisibile ma reale obbligata a partire per un lungo viaggio>>[13]. Al termine della lettera Julio (oramai di forma Manuel) dice alla moglie, che lo crede essere davvero Manuel <<credo che il padre [del bambino] debba esser Julio. […]. Julio ed io, nonostante tutto eravamo uniti da un legame di complementarietà. […]. In un certo modo, questa creatura che tieni nel grembo è figlia di tutti e tre>>[14].  Più avanti, nelle pagine finali segue però l’avocazione quasi gloriosa a sé del figlio (quando in realtà era stato concepito, materialmente da Laura e Manuel), l’autore ci dice, riferendosi a Julio <<sentì […] che il figlio era suo e di Manuel, che Laura non era altro che lo strumento necessario affinchè loro due –l’unione dell’astratto e del concreto- potessero procreare>>[15]. Infine, Julio decide di abbandonare gli abiti e le abitudini di Manuel, <<si lavò il collo e la faccia per eliminare il profumo dell’odore di Manuel e si cambiò i vestiti indossando degli abiti propri>>[16], ritorna a casa da Laura (la quale convinta che la mail ultima era stata scritta da Manuel e rappresentasse una sorta di suo testamento) riprende con sé suo marito Julio con il quale, come aveva voluto Manuel (ossia Julio) crescerà il nascituro, al quale per volontà, desiderio, ricordo, amore ed elogio viene messo il nome di Manuel.

Millas è attento al termine della storia a spiegare il gioco minuzioso e abile di realtà e finzione di cui è un grande artefice della postmodrnità dicendo <<Solo Julio  avrebbe conosciuto la differenza tra la storia reale ed il mito perché c’è sempre qualcuno  […] che per sua sfortuna conosce di più dell’altro. Forse, con gli anni, Laura sarebbe caduta nella tentazione d raccontare a suo figlio, in segreto, chi era stato veramente suo padre […] e che modo misterioso avrebbe adottato affinchè a lui continuasse ad ingannare Julio. In questa maniera, la leggenda si trasmetterebbe di generazione in generazione, durante secoli, come un racconto familiare>>[17].

LORENZO SPURIO

 


[1] Gli stralci di testo riportati qui nel saggio sono una mia traduzione dal testo in lingua spagnola  Laura y Julio di Juan José Millas (2006), Booket, Seix Barral, Barcelona. Pag. 149, righe 11-13

[2] Ibidem, pag. 40, righe 9-10

[3] Ibidem, pag. 54, righe 1-2

[4] Ibidem, pag. 97, righe 23-26

[5] Ibidem, pag. 98, righe 9-10

[6] Ibidem, pag. 99, righe 23-26

[7] Ibidem, pag. 107, righe 1-2

[8] Ibidem, pag. 99, righe 23-26

[9] Ibidem, pag. 150, riga 27

[10] Ibidem, pag. 153, righe 19-20

[11] Ibidem, pag. 153, righe 23-26

[12] Ibidem, pag. 144, righe 24-27

[13] Ibidem, pag. 184, righe 11-21

[14] Ibidem, pag. 184-185, righe 25-37

[15] Ibidem, pag. 185-186, righe 57-61

[16] Ibidem, pag. 186, righe 6-8

[17] Ibidem, pag. 187, righe 10-20

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Anna Maria Balzano su “Flyte e Tallis” di Lorenzo Spurio

Flyte & Tallis
Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese
di LORENZO SPURIO
Photocity Edizioni, 2012
 
Recensione di ANNA MARIA BALZANO

copertina solo frontNon esito a definire veramente molto interessante questo saggio di Lorenzo Spurio su due grandi opere della letteratura inglese: Espiazione di Ian McEwan e Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh. L’analisi di Spurio è dettagliata e puntuale: l’intento è dimostrare come questi romanzi, di autori così diversi per fede e ideali, abbiano invece molti punti in comune.  

Spurio mette subito l’accento sulla centralità della casa, come dimora familiare, nella quale e intorno alla quale si svolge la vita di due grandi famiglie.

Villa Tallis e Brideshead sono entrambe dimore fatiscenti, la cui decadenza strutturale diviene metafora della decadenza fisica e morale dei loro abitanti. Spurio poi sottolinea come in entrambi i romanzi assumano grande significato la presenza di una fontana, di fronte alla casa, e della biblioteca all’interno, luoghi nei quali e intorno ai quali si svolgono eventi importanti che inducono il lettore anche a considerazioni sull’arte.

Procedendo nell’attento esame dei testi, l’autore del saggio fa notare come la disparità sociale e il  contrasto di classe, diversi, ovviamente, da quelli dell’epoca vittoriana, siano presenti in entrambi i romanzi e ne costituiscano un punto  centrale. Se in McEwan ci si concentra di più sulla crisi della borghesia in Waugh si pone l’accento sulla decadenza e l’anacronismo dell’aristocrazia.

Ciò che accomuna più palesemente le due opere, dice Spurio, è certamente il tema della guerra e delle sue conseguenze: esso occupa grande spazio all’interno della narrazione.

Uno dei punti più interessanti di questo saggio consiste nell’aver individuato in due autori tanto dissimili per impostazione e fede religiosa, alcuni elementi che li avvicinano. Spurio esamina, a cominciare dal titolo dell’opera di McEwan, quegli indici che, in Espiazione, tradiscono l’insegnamento cattolico: e ciò nonostante il dichiarato ateismo dell’autore.

Né mi sembra di minore importanza aver rilevato come in entrambi i romanzi si continui una tradizione già solidamente radicata nella letteratura inglese, che vuole che la storia finisca là dove è incominciata, dando all’opera una struttura circolare. In questa prospettiva Spurio critica giustamente la versione cinematografica di Espiazione che vuole una fine in un luogo diverso da Villa Tallis.

In conclusione al saggio si sottolineano le citazioni e gli accenni ai grandi autori che si incontrano nel corso della lettura di queste opere: ciò è di aiuto anche per capire quali siano state le influenze e i riferimenti culturali dei due romanzieri.

La bella prefazione di Marzia Carocci e la traduzione di Spurio dell’articolo di Brian Finney alla fine del saggio, completano questo lavoro di grande interesse e utilità, non solo per gli studiosi del genere.

 

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA DIETRO CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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“Io venditore di elefanti” di Pap Khouma, recensione di Lorenzo Spurio

Io, venditore di elefanti
di Pap Khuoma
con introduzione di Oreste Pivetta
Garzanti, Milano, 2006
ISBN: 9788811045038
Pagine: 188
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

“Io sono tra i primi ad aver conosciuto l’emigrazione e la clandestinità, sono passato attraverso tempi duri e avventurosi, ho sofferto la fame e ogni genere di umiliazioni, la solitudine, la nostalgia” (p. 118).

 

$(KGrHqNHJEoE912FcOh1BPh+gdOWn!~~60_35Io, venditore di elefanti è la storia di un povero immigrato africano che, giunto nel nostro paese, finisce per fare il vucumprà con tutti i problemi che questo comporta. Seguiamo il protagonista, riflesso diretto dell’autore Pap Khouma nei suoi numerosi spostamenti: da Dakar, capitale del Senegal, fino ad Abidjan, la vecchia capitale della Costa d’Avorio dove il protagonista impara “a vendere elefanti”.  Si tratta della sua prima esperienza con il mondo del commercio e del lavoro, un’occupazione che in Costa d’Avorio rende abbastanza, ma che non è in grado di sposarsi con i desideri del giovane africano. E così, dopo aver lasciato Dakar, il protagonista giunge a Roma, poi a Rimini e al periodo trascorso nella riviera romagnola sono dedicate le pagine a mio avviso più belle del libro. Il protagonista, così come molti altri suoi connazionali, vivono in condizioni di illegalità, in sovrannumero all’interno di un appartamento, privi del permesso di soggiorno e sono dediti alla vendita ambulante. E’ per questo che la loro vita si configura come una fuga continua da quelli che l’autore chiama “gli zii”, ossia la Polizia e più in generale da tutti i “tubab”, termine impiegato in maniera un po’ dispregiativa dai neri per definire i bianchi. Ma in tutto questo l’autore regala anche pagine ricche di profumi e colori legati alla terra d’origine come quando descrive la festa del tabaski.  Il “mito europeo” presente nell’immaginario dell’immigrato si realizza anche con il viaggio in Francia anche se l’autore osserva: “Odio la Francia perché ci ha colonizzati e sfruttati” (p. 42).

Segue il racconto diaristico e dettagliato del difficile ritorno in Italia con i vari problemi di poter esser individuato alla Frontiera (la storia è ambientata, infatti, prima dell’abolizione dei punti doganali secondo quanto previsto dal Piano Schengen). Questo continuo peregrinare di Pap Khouma, metafora del povero immigrato che lascia paese e famiglia per inseguire un mondo migliore, è a tratti triste e duro da accettare, a tratti critico nei confronti di certi strati della società, e in alcuni punti è addirittura comico. Tra tanta difficoltà e povertà, l’autore ci lascia però con delle considerazioni positive: “C’è sempre qualcuno che prende le nostre difese. Tra le umiliazioni, le offese, i furti, c’è sempre qualcuno che prende le nostre parti” (p. 63).

Ci sono descrizioni che feriscono e infastidiscono, come gettare lo spirito su una ferita aperta. Ferita che, pur chiudendosi, mai si cancellerà. Sono i passi in cui Khouma descrive le ostilità, le umiliazioni e addirittura le violenze fisiche di uomini che dovrebbero essere i garanti della Legge. Pagine dolorose, ancor più se penso che quanto Khouma descrive avviene proprio nella mia zona d’origine:  Nella spiaggia di Marina di Montemarciano non ci sono quasi ombrelloni. La prima volta che mi ha portato fortuna, anche se pare poco favorevole al commercio. Ci provo e mi sembra che tutto funzioni bene. Ma ecco che compare una macchina dei carabinieri. Percorre a lieve andatura la strada, a pochi metri dalla sabbia. I carabinieri sono due. Sono di pattuglia. Non so cosa mi prende. So purtroppo che mi metto a correre come un disperato, con le collane attorno alle braccia, i calzoncini che danzano, i miei lunghi piedi che perdono presto i sandali. Le collane volano a terra. Non ho speranze: da una parte c’è il mare, dall’altra l’auto dei carabinieri, alle spalle un carabiniere che mi insegue a piedi, davanti un canale, che è poi una fogna a cielo aperto, a sbarrarmi la corsa e a togliermi ogni possibilità. Mi arrendo. Mi fermo. Il carabiniere mi è addosso, rosso, eccitato, sbuffa e bestemmia: “Maledetto negro”. Non reagisco. Mi afferra per il collo e mi trascina in macchina. Sospiro: “Lasciami camminare. So camminare”. “Brutto stronzo, credi di scappare. Noi siamo militari. Noi siamo più forti, noi corriamo più veloci di voi. Vaffanculo voi del Senegal”. Lo guardo meglio. Per essere italiano è alto. Mi sbatte contro la macchina e mi stringe le manette ai polsi. Comincia a picchiarmi. Scende anche il suo socio e volano ancora pugni, calci, insulti. Qualcuno si muove dalla spiaggia. Ha assistito a tutta la scena, l’inseguimento, la cattura, le botte, e adesso protesta: “Basta. Non potete trattarlo così. Non ha fatto niente di male. Ha solo venduto le sue collane. Basta. E’ una vergogna”. “E a voi che cosa ve ne frega? Stiamo facendo il nostro mestiere con questi bastardi” (pp. 96-97).

15180726-venditori-ambulanti-sulla-spiaggia-a-piediLa nostalgia per la terra natia si respira in ogni singola parola e ancor più quando l’autore paragona gli spazi occidentali, come il Duomo di Milano, a realtà a lui locali, completamente diverse: “Le guglie [del Duomo] sembrano gli alberi delle nostre campagne e delle nostre foreste. Ma sono bianche e senza vita. Questa non è la nostra terra” (p. 81). Ed è in questa citazione che forse l’autore sottolinea questa dicotomia Europa-Africa, Italia-Senegal, Milano-Dakar, ricchezza-povertà, costruzione-desolazione, cultura-natura in maniera ineguagliabile. E dopo un anno e mezzo, dopo aver ricevuto vari fogli di via, Khouma ritorna a Dakar la cui prima immagine che ci viene data è olfattiva, “la nostra aria profumata di mandorle” (p. 106). Lì resta pochissimo perché dopo aver appurato che non ci sono possibilità lavorative e il desiderio di andare in Spagna, paese che sente in un certo senso più vicino e ospitale nei confronti della sua cultura, finisce per ritornare in Italia: “Il destino e questo misero e immobile paese mi riportano in Italia” (p. 108). Nel nostro paese le condizioni nei confronti degli immigrati migliorano, anche se non di molto, con l’introduzione nel 1987 dei famosi “permessi di soggiorno” ed è con un barlume di speranza che la narrazione-biografia si chiude: “Molti restano, lavorano, vendono, diventano operai, anche se sfruttati più degli altri. Molti restano e conoscono delle ragazze italiane. Si innamorano. Ci sono matrimoni, e poi anche separazioni e divorzi. E poi ancora altri matrimoni. Nascono bambini” (p. 141).

Il testo è arricchito nella parte finale da un compendio all’analisi e allo studio del libro che può essere uno strumento molto valido per i ragazzi della scuola media come testo che sottolinei temi centrali quali l’immigrazione, la povertà e l’intercultura.

 

Spurio Lorenzo

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi, 16-01-2013

 

Chi è l’autore?

Pap Abdoulaye Khouma (Dakar, 1957) è uno scrittore senegalese naturalizzato italiano. E’ immigrato in Italia nel 1984, stabilendosi a Milano, dove si occupa di cultura e letteratura. È iscritto all’Albo dei giornalisti stranieri dal 1994 ed è cittadino italiano. Ha pubblicato, firmato con Oreste Pivetta nel 1990, “Io, venditore di elefanti”, che narra la storia dello stesso Khouma alle prese con il duro destino di venditore ambulante e immigrato. Nel 2005 pubblica “Nonno Dio e gli spiriti danzanti” e nel 2010 “Noi neri italiani”. È il direttore di “El Ghibli”, rivista online di letteratura. Fondatore e direttore responsabile di una rivista online di informazione italo africana. (biografia tratta da Wikipedia)

Sandra Carresi su “Un fiorentino a Sappada” di Massimo Acciai

Un fiorentino a Sappada
di Massimo Acciai
Lettere Animate Editore, 2012

Recensione di SANDRA CARRESI

 

Massimo_Acciai_Un_fiorentino_a_SappadaAveva perfettamente ragione Paolo Ragni nella sua presentazione al libro di Massimo Acciai il 12 gennaio. E’ un libro semplice, ma per niente banale. 

Dalla fervida fantasia di Massimo, questi nove racconti sono una “bevuta” che raccoglie la fantasia, la fotografia di queste montagne in pieno luglio, gli  acquazzoni improvvisi, il sole della montagna, la mescolanza di periodi storici diversi, il sinistro, la timidezza patologica e le “impacciature” di chi, forse sa navigare molto bene dentro un libro e con la penna, poco con gli approcci della vita.

Ho respirato aria fresca e ascoltato temporali inquietanti, ma quello che più mi ha colpito, è la solitudine che ogni uomo si porta appresso, anche se geograficamente in un posto rilassante, piacevole, in compagnia della natura, di amicizie, in vacanza,  ma, le inquietudini, le malinconie, i ricordi di chi non abbiamo più accanto per partenze anche premature, modellano stati d’animo tali da ricercare nell’aria, nell’immenso, un grande alleato, quale è la fantasia, e la voglia di raccontare.

Personalmente amo molto il mare, ma la lettura di Massimo ha scatenato in me un grande curiosità su Sappada, di cui, francamente, non conoscevo neppure il nome e non solo, pur non essendo una camminatrice, mi sento molto attratta dalle Alpi, in particolare, dalle Dolomiti, dove ho trascorso tre anni della mia adolescenza. Chissà, potrei ritrovare quella ragazzina….

Direi che leggere, -Un fiorentino a Sappada – è come bere un bicchiere d’acqua fresca a un tavolino di un bar al riparo dalla calura estiva.

SANDRA CARRESI

14-01-2013

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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Lo scrittore marchigiano Luca Rachetta presenta il nuovo libro “Le oscure presenze”

Giovedì 24 gennaio 2013, alle ore 17.30, presso la Sala Conferenze della Biblioteca Antonelliana di Senigallia, si terrà, nell’ambito della rassegna “Sognalibro”, la presentazione dell’ultimo libro di Luca Rachetta dal titolo Le oscure presenze, pubblicato per i tipi della Edizioni Creativa.

Luca Rachetta, che ha già dato alle stampe il saggio Vitaliano Brancati. La realtà svelata, le raccolte di racconti Dove sbiadisce il sentiero e La teoria dell’elastico, il racconto lungo La torre di Silvano,  i romanzi La guerra degli Scipioni e La setta dei giovani vecchi e l’ebook La missione di San Silvestro, propone questa volta il romanzo Le oscure presenze, già presentato in anteprima al Pisa Book Festival del novembre scorso e alla fiera del libro di Roma “Più libri più liberi”, svoltasi nel mese di dicembre. Nel libro di Luca Rachetta il protagonista, Andrea Bardi, assume i tratti dell’uomo contemporaneo, in bilico tra sogno e pragmatismo, alle prese con dubbi, paure, sensi di colpa e allo stesso tempo animato da uno slancio vitale inestinguibile, che lo porta a misurarsi con le oscure presenze che lo circondano e lo inquietano per conquistarsi così la sua piccola oasi di serenità.

La serata sarà condotta da Fabrizio Chiappetti, che curerà l’intervista all’Autore, mentre a Mauro Pierfederici sarà affidata la lettura di alcuni passi dell’opera. In conclusione Luca Rachetta accoglierà gli eventuali commenti e risponderà alle domande del pubblico. 

 

Rachetta locandina

 

 

“Il quaderno quadrone” di Massimo De Nardo

Il quaderno quadrone
di Massimo De Nardo
Rrose Sélavy, 2012
ISBN: 978-88-907970-0-2
Costo: 10,20 €

 

Sinossi:

582482_465580216812296_470196528_nNimbo e Dizzy fanno due mestieri davvero speciali: Nimbo ripara le nuvole, Dizzy cerca le parole. Quando non piove o piove troppo, arriva Nimbo e mette tutto a posto; quando fai i compiti e non trovi la parola giusta o ce l’hai sulla punta della lingua e non viene fuori,basta telefonare a Dizzy e lui risolve la faccenda. Ma questa volta accade qualcosa di strano nei loro strani mestieri. Sapranno cavarsela? Scopriamolo pagina dopo pagina, anche nella meraviglia dei fantastici disegni di Tullio Pericoli.

 

E’ USCITO IL NUOVO NUMERO DELLA RIVISTA EUTERPE DAL TEMA “L’INTERCULTURA”

Rivista EuterpeE’ appena uscito il sesto numero della rivista Euterpe, rivista di letteratura diretta da Lorenzo Spurio, scrittore e critico-recensionista e gestita assieme agli scrittori e poeti Massimo Acciai e Monica Fantaci.

La rivista si apre con un editoriale che affronta il tema dell’intercultura e che è firmato da Monica Fantaci, poetessa palermitana e vice-direttrice della detta rivista.

Numerosi i testi a tema e quelli a tema libero che coprono tutti i generi: poesia, narrativa, saggistica, recensioni, interviste. Al termine si offre, inoltre, una serie di segnalazioni di concorsi ed eventi letterari appositamente scelti per la diffusione.

Il nuovo numero della rivista può essere letto e scaricato cliccando sul logo della rivista qui sopra.

Hanno collaborato al presente numero della rivista: Monica Fantaci, Fiorella Carcereri, Lorenzo Spurio, Cinzia Tianetti, Mauro Biancaniello, Emanuele Marcuccio, Anna Maria Folchini-Stabile, Michela Zanarella, Massimo Acciai, Luisa Bolleri, Fiorella Carcereri, Patrizia Chini, Federico Caruso, Alessandro Dantonio, Gennaro Tedesco, Monia Minnucci, Valeria Di Iasio, Iuri Lombardi, Elisabetta Polatti, Emanuela Di Caprio, Giuseppe Bonaccorso, Annamaria Pecoraro, Fiorella Fiorenzoni, Antonella Santoro, Martino Ciano, Miriana Di Paola, Anna Alessandrino, Giuseppe Giulio, Cristina Lania, Anna Santoni, Francesco Martillotto, Ivan Pozzoni e Maria Rosaria Di Domenico.

Si ricorda, inoltre, che il prossimo numero avrà come tema “La città” e che i materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 25 Febbraio 2013 alla mail della rivista:  rivistaeuterpe@virgilio.it

In Fb è presente l’evento per il prossimo numero della rivista, a questo link: https://www.facebook.com/#!/events/311224935664927/?notif_t=plan_user_invited

Grazie a tutti per la collaborazione e l’attenzione.

Lorenzo Spurio

Direttore Rivista Euterpe

Firenze, ieri pomeriggio letterario con la presentazione dei libri di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai

Ieri ala Cabina Teatrale di Saverio Tommasi a Firenze (zona Rifredi) si è parlato di letteratura e scrittura presentando i libri “Flyte e Tallis.  Ritorno a Brideshead ed Espiazione. Una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese”, un saggio di critica letteraria scritto da Lorenzo Spurio e “Un fiorentino a Sappada”, raccolta di racconti di Massimo Acciai.

Relatori della serata sono stati: Iuri Lombardi (poeta e scrittore), Sandra Carresi (poetessa, scrittrice e vice-presidente dell’Ass. Culturale TraccePerLaMeta), Rita Barbieri (docente di lingua cinese), Paolo Ragni (poeta e scrittore), Lorenzo Spurio (scrittore, critico-recensionista e direttore rivista Euterpe) e Massimo Acciai (poeta, scrittore e direttore rivista Segreti di Pulcinella).

 

Guarda il video della presentazione.

Grazie a tutti coloro che sono intervenuti e hanno condiviso questo pomeriggio letterario con noi.

Gli eventi da noi promossi a Firenze e provincia continuano secondo questo calendario:

LOCANDINA EVENTI GENNAIO-FEBBRAIO FI-page-001

“K L’arte dell’amore” di Hong Ying, recensione di Rita Barbieri

K, L’arte dell’amore
di Hong Ying
Traduzione di B. Bagliano
Garzanti, Milano, 2007
Pagine: 222

Recensione di RITA BARBIERI

Nella creazione di un romanzo credo si debba seguire un unico criterio di base: un romanzo dovrebbe essere ‘una buona storia ben raccontata’ (…)” (1)

copQuesto romanzo dell’autrice cinese Hong Ying, pubblicato in Italia per la prima volta nel 2005, prende spunto da una storia realmente accaduta. La scrittrice, nella postfazione al libro, che negli anni ’80, periodo in cui in Cina si svilupparono numerose correnti letterarie, avanguardie e nuove tendenze stilistiche sull’onda anche dell’influenza della letteratura occidentale, aveva iniziato per curiosità a frequentare numerosi circoli letterari clandestini e ufficiali.

Continua a leggere la recensione cliccando qui.

“Cecità” di José Saramago, recensione di Anna Maria Balzano

Cecità

di Josè Saramago

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

sCredo che a buon diritto Cecità di Josè Saramago possa essere definito  romanzo dell’assurdo, come lo fu La peste  di Camus.

Iniziamo con l’analizzare il titolo: è significativa la scelta di un sostantivo astratto, che, nell’uso assoluto che ne fa l’autore, libero cioè da qualsiasi articolo che aggiunga una connotazione al termine, si impone, attraverso il suo significato,come una condizione propria a tutto il genere umano, una sorta di categoria dello spirito.

Immediatamente dopo un breve primo paragrafo scritto in uno stile tradizionale, Saramago stravolge ogni regola e comincia ad accorpare le frasi, dando ad esse solo delle pause logiche segnate dalle maiuscole, con una tecnica del tutto simile a quella del flusso di coscienza la cui massima espressione è il monologo di Molly Bloom nell’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce. Nell’opera di Saramago il pensiero del singolo si fa tutt’uno col dialogo tra i personaggi, creando, attraverso l’espressione verbale, l’esatta idea del caos esistente nel mondo: d’altra parte i personaggi stessi non si distinguono per il loro nome, ma solo per alcune connotazioni fisiche o sociali. Così ci troviamo di fronte al medico, alla moglie del medico, al ragazzino dall’occhio strabico, alla ragazza dagli occhiali scuri e via dicendo.  La perdita di identità è dunque uno dei temi fondamentali di questo romanzo: la vicenda descritta riguarda Ognuno, una sorta di Everyman della tradizione medievale, riguarda l’Uomo e non il singolo. Tutti dunque si trovano nella tragica condizione di cecità, ad eccezione della moglie del medico. E questo, a mio avviso, è un’altra scelta significativa dell’autore, perché solo a lei, a questa donna dotata di coraggio, di generosità e di senso di solidarietà verso il prossimo, è affidato il compito di dare testimonianza di ciò che ha visto e di ciò che è accaduto. La sua funzione non è diversa da quella che Melville attribuì a Ishmael nel suo Moby Dick: solo Ishmael potrà raccontare l’avventura tragica di Achab e della balena bianca e lasciare al lettore la libertà di coglierne il significato simbolico attraverso la forza della parola.

La cecità, dunque, che dilaga come un’epidemia, porta alla luce la parte bestiale e primitiva dell’uomo messo a nudo e privato di ogni condizionamento civile. Violenza e prevaricazione schiacciano i più deboli, abusi di ogni tipo si effettuano in un manicomio dismesso trasformato in lager. Non si può non rilevare, in questo contesto, il chiaro significato politico dell’opera.

Come nei convogli della morte e nei lager nazisti, l’uomo perde totalmente la sua dignità, si trova immerso nei suoi escrementi, che diventano quasi un’estensione del suo corpo. In queste condizioni l’orrore si sostituisce alla normalità, il fetore all’odore, l’atto sessuale diventa perversione e la diffidenza e l’odio si diffondono persino tra le stesse vittime, tra coloro cioè che condividono una sorte sciagurata e malvagia. In questa prospettiva il linguaggio che crea le scene dei ciechi che camminano in fila indiana avendo come riferimento  strisce di stoffa che fungono da guida, suscita lo stesso raccapriccio e sconcerto che suscita l’immagine pittorica ne La parabola dei ciechi di Pieter Bruegel.

La cecità, d’altronde, è l’unica condizione, nel mondo di Saramago, per giungere alla conoscenza, proprio come lo fu la peste per gli abitanti di Orano nel romanzo di Camus. Non possiamo non ricordare, a questo punto, che nella tradizione classica, sono proprio i ciechi, quelli che “vedono” realmente: da Omero a Tiresia a Edipo. Si consideri l’interpretazione di Pier Paolo Pasolini del mito di Edipo: qui la cecità è  espiazione e riscatto per l’uomo di ieri come per quello di oggi. L’Edipo di Pasolini nasce negli anni venti, vive nell’antica Tebe e muore nella Bologna degli anni sessanta. Nulla di più efficace per esprimere il concetto che questa condizione di morte in vita non appartiene a un’epoca ma è insita nel cuore degli uomini finché non siano essi stessi a prenderne coscienza e a superarla.

ANNA MARIA BALZANO

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I poeti contemporanei 66
di AA.VV.
Editore Pagine, 2012
Formato Kindle
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1Sinossi:  La modernità comporta velocità ed estensione: si arriva in un baleno a tante persone, nei luoghi più diversi e lontani. Può rifiutarsi
a questo la poesia, tenuta così a lungo appartata? Ma la poesia ha per sua natura la grazia di  darsi ad ognuno, di condurlo nell’altrove
della parola destinata a durare e del pensiero che rende chiari e colmi i giorni della vita.
Così, in questi libri in cammino, nei loro versi, nelle loro frasi, troveremo il molto che ci portavamo dentro inespresso, la vicinanza di chi rivelandosi ci rivela a noi  stessi. E daremo voce a sentimenti che fremevano dietro mura di silenzio,  traverseremo mondi che ci appartengono e che mai prima avevamo nemmeno intravisto. Ognuno di questi libri nasce come un bene comune
e un  avvio.

Elio Pecora

Autori:
Marianna Corsaro
Marise
Gallo
Emanuele Marcuccio
Giovanni Moschella
Mario Pieroni
Fabiana
Pisetta
Cesare Rosati
Umberto Siotto
Alessandro Sturiale
GianPietro
Tomasini
Antonino Stampa
Genesia Vincis
Janet Viola

“Sorgo rosso” di Mo Yan, recensione di Anna Maria Balzano

Sorgo Rosso di Mo Yan (premio Nobel 2012)

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

8806178520Non è semplice per chi ha una visione eurocentrica del mondo, sia pure scevra da pregiudizi e aperta allo studio e all’analisi di culture diverse,  cogliere le sfumature e i significati reconditi di un’opera come Sorgo Rosso di Mo Yan.

Siamo di fronte a un romanzo epico, la cui struttura si basa sulla divisione in cinque libri, Sorgo Rosso, Vino di sorgo, Le vie dei cani, Il funerale del sorgo, Pelli di cane, ognuno dei quali è quasi un romanzo a se stante. La scelta di dividere l’opera in libri, all’interno dei quali vi è un’ulteriore suddivisione in capitoli, rispetta i canoni dell’epica classica: si pensi anche solo all’Iliade, all’Odissea e all’Eneide. D’altra parte come nei poemi greci e latini si raccontavano le gesta eroiche, i miti, le tradizioni dei popoli e delle genti, al fine di conservarne e tramandarne la storia e la civiltà, così in questo romanzo contemporaneo, si raccontano le vicende di una famiglia e dei suoi componenti  sullo sfondo di fatti storici reali, arricchiti e integrati da storie tratte dalla tradizione popolare, spesso esagerati per la presenza di superstiziose credenze e di fobie materializzate.

Il racconto è affidato all’ultimo discendente che in prima persona rievoca la vita e le esperienze dei suoi avi. La progressione narrativa non è lineare, ma si svolge attraverso numerose digressioni che riportano al passato e proiettano continuamente nel futuro. Così vediamo che personaggi di cui si descrive la morte già nei primi capitoli, ritornano continuamente, per vivere e morire di nuovo. E’ il caso dello zio Liu, scorticato vivo, o della nonna del narratore.

Più che ad una progressione temporale orizzontale, dunque, qui siamo di fronte ad una progressione verticale, come se l’autore avesse scelto di creare dei bozzetti, degli studi, con tecnica pittorica, componendo dei veri e propri quadri, delle scene, per poi poter raggiungere una sintesi finale, nell’assemblaggio delle varie parti.

Ogni parte, dunque, ha la caratteristica di un romanzo nel romanzo.

Non ci è ovviamente possibile apprezzare le sfumature linguistiche, senza conoscere la versione originale dell’opera, ma se, come lo stesso autore ha dichiarato, l’intento è stato quello di usare un cinese classico contaminato da termini derivati da lingue occidentali, l’opera di sintesi compiuta appare ancora più ardua e ambiziosa.

Tra i personaggi sono di grande spicco quelli femminili: la nonna, che appare risoluta e emancipata, pur provenendo da una società contadina arretrata, fa scelte personali autonome e dalle parole del narratore traspare tutta la sua ammirazione. Anche la seconda nonna di cui si sottolineano maggiormente le qualità estetiche appare come un’eroina ed è vittima degli avvenimenti tragici che la travolgono. 

Il bandito Yu Zhan’ao, ora eroe, ora vile, ora combattente in difesa del proprio paese, viene descritto talora con ironia, talora con tacita disapprovazione.

Sullo sfondo del racconto, o meglio dei racconti, vi è sempre l’elemento naturale: il sorgo rosso è il letto su cui si concepisce la vita, su cui si nasce e su cui si muore. La natura è vista nella sua dimensione idillica e al tempo stesso crudele.

L’elemento animale è altrettanto polivalente: il cane è il fedele amico, ma è anche il feroce attaccante pronto a sbranare, a mangiare il cadavere dell’uomo, per finire esso stesso pasto per i poveri e gli affamati e la sua pelle servirà a coprire dal freddo. Il mulo è ora il mezzo di trasporto affidabile, ora l’ottusa e recalcitrante bestia, ostacolo alla salvezza del padrone. In questa evidente complessità narrativa si innestano i riti e le tradizioni del popolo cinese: il rito del matrimonio, con il trasporto della sposa sulla portantina, e il rito del funerale, raccontato in più riprese; se si tiene conto degli sconvolgimenti sociali e politici che il popolo cinese ha subito nel ventesimo secolo, si capisce come anche questi riti siano radicalmente cambiati, a volte siano stati persino soppressi.

Ciò che colpisce in questo romanzo è come tutta l’azione si svolga prevalentemente all’esterno e non siano presenti descrizioni d’interni: questo conferisce maggiore spessore alla narrazione epica. Non mancano episodi ansiogeni e claustrofobici, come quello in cui si descrive l’esperienza di colei che diventerà la madre del narratore abbandonata con il fratello dai genitori in fondo ad un pozzo perché possano sfuggire alla violenza del nemico. Un racconto che, per l’atmosfera che crea, ricorda molto da vicino “Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe.

Il premio Nobel conferito a Mo Yan è motivato dal “magico realismo che mescola racconti popolari, storia e contemporaneità”, per cui qualcuno ha voluto accostarlo a “Cento anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez. Le due opere, però, sono, a mio avviso, molto lontane, soprattutto per la visione e la concezione del mondo totalmente diverse, visione più cruda e pessimistica in Mo Yan, più leggera e fantastica, pur nel suo profondo significato, in Marquez. 

DI ANNA MARIA BALZANO

 

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