45 autori uniti per “Il viaggio- Il canto”, primo volume di un progetto di Vetrina delle Emozioni

IL VIAGGIO – IL CANTO

Progetto di Vetrina delle Emozioni (Progetto web-CD)

 

Vetrina delle Emozioni, il Viaggio, il Canto Vol. 1Il Progetto Vetrina delle Emozioni. Il Viaggio, il Canto. Vol. 1 nasce come progetto di promozione comune grazie alla partecipazione di tutti gli autori – artisti presenti nella suddetta opera.

Questo progetto è stato realizzato da 45 artisti…. non c’è miglior luce, del piacere di condividere le nostre emozioni.

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© TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI

Il Progetto Vetrina delle Emozioni. Il Viaggio, il Canto. Vol. 1 è stato curato da: Gioia Lomasti, Marcello Lombardo, Stephen Alcorn, Francesco Arena, con un’introduzione a cura di Lorenzo Spurio e una nota di chiusura  a cura di Emanuele Marcuccio.

Editing impaginazione a cura di: Francesco Arena e Gioia Lomasti

Editing creazione supporto digitale a cura di: Marcello Lombardo e Gioia Lomasti

Original images: Sthephen Alcorn – www.alcorngallery.com

Original photos: Nicola Matta, Alessia Cutrufo

Editing images & photos: Francesco Arena, Gioia Lomasti 

 

SI RINGRAZIANO TUTTI COLORO CHE HANNO PARTECIPATO CON UN LORO RACCONTO O POESIA

Stephen Alcorn, Norman Zoia, Fabio Amato, Francesco Arena, Ivan Bacchion, Gennaro Bertetti, Carmen Biella, Carlo Bonanni, Mariano Brustio, Daniele Capuozzo, Donatella Calzari, Susanna Cargasacchi, Tamara Cavina, Vincenzo Cinanni, Gaetano Cuffari, Alessia Cutrufo, Alessandro Maria Marcello D’Angelo, Sergio De Angelis, Rebecca Figini, Mario Fiori, Valter Fornasero, Flavio Girardelli, Luca Ispani, Stefano Leoni, Gioia Lomasti, Marcello Lombardo, Emilio Lonardo, Fausto Giovanni Longo, Alessia Marani, Emanuele Marcuccio, Gilda Massari, Nicola Matta, Guido Mattioni, Matteo Montieri, Federico Negro, Marco Nuzzo, Cristina Pelucchi, Ornella Pennacchioni, Giacomo Seccafien, Alessandro Spadoni, Lorenzo Spurio, Chiara Taormina, Michela Zanarella, Anna Pizzuti.

 

A cura della Sezione di promozione Autori ed Artisti
www.vetrinadelleemozioni.com

“Un passaggio verso le emozioni” di Giorgia Catalano, prefazione di Emanuele Marcuccio

Un passaggio verso le emozioni

di Giorgia Catalano

Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 63

ISBN: 978-88-6682-321-6

Prefazione: Emanuele Marcuccio

Co-curatrice: Gioia Lomasti

Cover: Francesco Arena

Foto di copertina e illustrazioni: Giorgia Catalano

Prezzo: 8,14 €

 

PREFAZIONE

a cura di Emanuele Marcuccio

 

Giorgia Catalano - Un Passaggio Verso Le EmozioniGiorgia Catalano, che ha già pubblicato sue poesie in antologie di autori vari, esordisce in questa silloge, con la sua opera prima, dal titolo Un Passaggio verso le Emozioni.

Sperimenta la scrittura in versi fin dall’adolescenza ma, solo dal 2010, ormai in età matura, riesce a dedicarsi, con l’attenzione che merita, a una forma di scrittura così profonda e delicata; significativamente, le poesie qui raccolte, sono state scelte tra quelle scritte negli ultimi anni, precisamente dal 2010 al 2012. Quasi a voler sottolineare che quelle scritte precedentemente erano soltanto degli esercizi preparatori, un lungo periodo di apprendistato.

La prima impressione che ho avuto, dopo la lettura di queste liriche, è stata quella di una carezza gentile agli occhi e al cuore del lettore, proprio perché una poesia bisogna soprattutto ascoltarla nel profondo e nel silenzio del proprio cuore; anzi, bisogna rileggerla, per assaporarne nuove sfumature e interpretazioni a ogni rilettura.

Siamo di fronte a un poetare fluido, ricco di musicalità, indulgente verso elisioni e apocopi, un poetare spontaneo, ma che a volte si prodiga in raffinate figure retoriche, come nelle metonimie di “Porta Palazzo”: “Occhi a mandorla si perdon verso l’orizzonte / d’un monte lontano”. O come negli accusativi alla greca di “Sogno di neve”, con il soggetto abilmente in ellissi: “Lenta / cade / sull’asfalto bagnata / dalla pioggia” e, verso la chiusa “Ma poi tornano sulla strada, / sull’asfalto bagnata, / i loro piccoli pensieri,” si aggiunge anche l’ellissi del predicato. O come in “Ali d’un falco”, in cui abbiamo la raffinata figura del chiasmo: “Plasmata da mano divina / nella creta affondata” e, proseguendo nella lettura, degno di nota è l’enjambement “buoi, stambecchi e libere / ali d’un falco”.

I temi affrontati dalla Catalano, in questa silloge, sono perlopiù introspettivi, ispirati dalle gioie e dai dolori familiari. Tuttavia, anche quando l’autrice affronta i temi più dolorosi, il suo poetare non si abbandona mai a un canto disperato e i suoi versi si schiudono sempre alla speranza, come corolle di fiori che sorridono a un nuovo giorno. Come in “Anime spoglie”: “Un lampo squarcia / l’unica bianca nube seppellita da cumuli / anneriti dalla disperazione.”, quel lampo che, d’improvviso squarcia il cielo, quasi voglia alleviare il dolore di quella madre per la perdita del figlio. O come in “Più ed ora”, dove nella chiusa si apre alla speranza e al sogno: “Ora è più nulla di questo morire, / viaggiare per mare, pensare a volare. / Ora è quell’oggi / che sarà ieri, domani. / Altro futuro, / nuova traccia di vita / limpida / come mattutina goccia di rugiada”.

Auspico, dunque, come promette il titolo, che questa preziosa silloge sia davvero per il lettore Un passaggio verso le emozioni, verso emozioni vere, che non tramontano e che si rinnovano ad ogni rilettura.

 EMANUELE MARCUCCIO

Palermo, 18 aprile 2012

 

 

QUESTO TESTO VIENE PUBBLICATO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

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Qui, invece, è presente l’intervista che il poeta Emanuele Marcuccio ha rivolto all’autrice Giorgia Catalano:

https://blogletteratura.com/2011/09/15/intervista-a-giorgia-catalano-a-cura-di-emanuele-marcuccio/

Cinzia Tianetti sul saggio di letteratura inglese “Flyte & Tallis” di Lorenzo Spurio

Flyte & Tallis

di Lorenzo Spurio

Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012

ISBN: 978-88-6682-300-1
Numero di pagine: 143

 

Recensione a cura di CINZIA TIANETTI

 

La prima parte del romanzo Espiazione ha un tempo dilatato, lungo, preparatorio, per ambientare il lettore, immergerlo nel cuore della vicenda che si realizzerà per tutto il libro; Lorenzo Spurio lo fa lasciando che, a briglie sciolte, la trama si racconti da sola, attraverso l’immediatezza della sua esposizione affinché il romanzo cavalchi le scene dove si immortalano le immagini del lettore per catturarne l’attenzione e lasciare che lentamente scivoli, anche colui che non ha letto i due libri, nel cuore delle vicende. In tal modo l’autore di questo saggio, Flyte & Tallis, dilata il tempo di una critica analitica per la via che percorre la presentazione dei due libri, in cui costruttore e costruzione del romanzo si aprono al lettore insieme alle dinamiche psicologiche, nel tormento di colpe, desideri imbrigliati, brutti ricordi; così come intuitivamente dovrebbe far presagire il titolo del primo capitolo del primo romanzo preso in esame: Villa Tallis, la guerra, Londra. Comincia così il saggio di Lorenzo Spurio dandoci anche l’architettura del libro: al succedersi dell’esposizione dei due romanzi ne consegue l’atto comparativo, nel profondo senso che li accomuna.

Villa Tallis, la guerra, Londra: la scena primaria (che s’apre nell’afosa estate del ’35), strettamente legata alla seconda funzione, emblema del catastrofismo psico-emozionale e degli eventi poi l’ultima tappa, così lontana nel tempo, in cui si chiudono i conti. Tutto è detto, chi parla è il linguaggio stesso, perché il linguaggio ha in potere l’uomo, l’essere che si mette in opera; così per gli autori così come per Lorenzo Spurio, dove il suo linguaggio è condizione in cui si manifestano senso, corrispondenze, analisi, associazioni, nella semplicità dell’esposizione.

Più sotto riporta, sapientemente, l’autore: «Briony aveva la sensazione di avercela fatta, di aver trionfato» (191), antefatto e conclusione di una vita, quella di Briony, se vero è che se da un angolo dello sguardo di Briony si muoverà il fatto che condizionerà a vari livelli e personali sentimenti i personaggi, e dall’altro nel coincidere di hybris e coscienza, innescando il meccanismo dell’azione vera e propria, prenderà forma il senso di colpa e la disperata ricerca di una catarsi personale e dei personaggi messi in opera nel romanzo (che accompagnerà l’ultimo atto della vita di Briony), è anche vero che dal velo dell’innocenza si intravedrà un complesso edipico spostato dal fantasma della madre malata e dell’inesistente padre, alla sorella e al suo amante, cresciuto all’interno della famiglia Tallis come un figlio. Briony, difatti, accusa Robbie come molestatore maniaco, ma, come fa giustamente e sottilmente notare Lorenzo Spurio, citando l’episodio, ella è presa da passione infantile per lui: […]«durante una delle azioni belliche, Robbie ripensa a un episodio successo a villa Tallis tanti anni prima. Ritorna con la mente a quando Briony si era volutamente gettata nel fiume per farsi salvare da lui». Cui prodest? Si potrebbe suggerire: “cui prodest scelus, is fecit”.

“Una motivazione troppo semplice ed effimera che non sembra poter essere la causa degli eventi tragici che poi seguiranno” sente l’obbligo di precisare Lorenzo Spurio, perché ben sa che i fili che muovo le azioni, passioni, pretese, rivendicazioni desideri, sono tanti e non tutti ben determinabili.

Dunque già dal titolo e del citato passaggio del libro riportato si delineano, a mio avviso, in prima battuta luoghi e “seme pulsante” del sapiente mosaico ricostruttivo dell’autore, nel quale si mette in evidenza altresì manie e passioni di una psicologia fautrice di un dramma, proiezione di un talento artistico bisognoso di dare senso alla propria vita da protagonista: «Tutto il mondo è un palcoscenico e tutti gli uomini e le donne semplicemente attori.. »(William Shakespeare Iacopo: atto II, scena VII).

“Il McEwan di Espiazione è un McEwan diverso, sebbene alcune delle tematiche centrali della sua intera produzione (l’infanzia, la storia, la difficoltà dell’amore) ritornino qui riproposte all’interno di un’interessante cornice storica, quella della seconda guerra mondiale” scrive Lorenzo Spurio. Peraltro che cosa vi può essere di più “Macabre” di questa cornice storica dai volti nuovi di mostri e perseguitati ovvero perversi, violenti, maniaci e vittime, traendo inquietudine e suspense da una realtà storica che non trova ancora oggi la sua verità, nel tormento collettivo di consce e inconsce colpe ed espiazioni (senza per questo intrappolare nessuno in etichette)?

È nella parola che realtà e verità si cercano, che realtà e verità non si trovano; probabilmente perché è già la parola stessa ad avere una singolare avversità per la comune universale, direi, sociale verità e che contemporaneamente coniuga un tempo singolare di realtà in cui si tradiscono intenzioni ed intenti, visioni intime, giochi di ruolo. È “Briony … ” scrive l’autore “[…] attraverso le sue parole e le sue intuizioni sbagliate, a regolare lo sviluppo degli eventi che concernono l’intera famiglia”. Sviluppo della parola, sviluppo degli eventi!    

«Più ci allontanavamo da Brideshead, più [Sebastian] sembrava liberarsi del suo malessere, quella segreta inquietudine e irritabilità da cui era stato preso» (50).

Aprendo al lettore la seconda parte del libro Spurio introduce il secondo romanzo, donando con immediatezza e da subito i primi elementi di corrispondenza tra i due libri, nonostante la profonda diversità di scrittura e la differente caratterizzazione delle due diverse storie.

Nelle pagine dedicate a Ritorno a Brideshead si percepisce, legata ad una serrata simbologia religiosa, l’inquietudine tra fede o meglio religiosità perbenista e colpa, tra religiosità e vizi, in una cornice decadente.

Affascinante è il parallelismo tra l’ateismo o dovremmo dire l’agnosticismo di Charles e la fede di Sebastian per l’ambiguità che alberga in entrambe le figure giovani non ancora nella piena maturità, che prende forma nel tormento, nel dubbio, e ancora, soprattutto, nella stretta tra il confronto con se stessi e il conformismo del mondo. E “questi due diversi mondi interpretativi” precisa Lorenzo Spurio “in relazione all’aldilà vengono continuamente in contatto, a scontrarsi nel corso dell’opera”. Nella forte impressione che ciò che si ha per nessuno dei personaggi di Ritorno a Brideshead sia bastevole si sviluppa la storia come se fuga ed estraniamento potessero rendere possibile la vita che ognuno di loro si è trovato a vivere. All’isolamento che non trova soluzione di continuità nel interrelazione e condivisione Lorenzo Spurio richiama al tema della conversione che conclude il romanzo. 

Nelle disegno di Spurio la parola, strumento d’analisi, lavora non per la verità o realtà ma, attraverso la voce dell’autore e i protagonisti del libro, per provare a tracciarne propositi, rappresentazioni, strutture di scritture nell’ancor più ambizioso proposito di un attento sguardo multiplo a due romanzi.

La scrittura scorrevole, serrata mai ridondante avvince fin dalle prime pagine. Le parole danzano nei giri di valzer degli eventi raccontati rivissuti ed interpretati.

L’analisi interpretativa è attenta, l’oculatezza dell’esposizione di Espiazione prima e Ritorno a Brideshead di Waugh dopo si concretizza in una comparazione che tesse relazioni precise e profondamente rivelatrici di quanto riesce a cogliere l’autore di questa critica, di quanto allo sguardo dell’autore di Flyte & Tallis il mosaico si compone.

Non restano che due romanzi e del bandolo di “realismo psicologico” che coinvolge il lettore.

 

24/11/2012

                                                                                                          Cinzia Tianetti

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E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI, SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione di Natalia Di Bartolo

Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €
 
Recensione a cura di Natalia Di Bartolo

Leggere un libro è sempre opera di scoperta e d’indagine, non solo nei confronti dei contenuti espressi dall’autore, ma anche nei confronti di se stessi.

Di fronte alla raccolta Pensieri minimi e massime (Photocity Edizioni, 2012), di Emanuele Marcuccio, poeta palermitano, classe 1974, è consigliabile avere avuto un approccio non solo con la sua prima silloge poetica Per una strada (SBC Edizioni, 2009), che cronologicamente la precede, ma possibilmente anche con i suoi “documenti biografici” personali, quelli che l’autore denomina “cronologia bio-bibliografica”.

Tale denominazione dimostra a chi si accosti successivamente alla lettura del suo secondo libro, come nell’opera letteraria in questione ci si trovi davanti comunque ad una sorta di agenda-diario, in cui la vita e lo scrivere si fondono e si integrano inscindibilmente ed il cui archetipo è plausibile che sia stato generato (piace immaginarne il seguito scritto a mano ancora oggi), nei tempi della prima adolescenza, giorno per giorno, avvenimento per avvenimento. Ogni più piccolo dato “cronologico bio-bibliografico”, infatti, è stato ed è ancora oggi curato e “repertato” privatamente dall’autore con la certosina pazienza dettata dalla costanza e dal perseguire coscienziosamente lo scrivere, che egli ha ritenuto essere la propria strada e che adesso si è concretizzato anche in questa seconda pubblicazione, corredata da una personale “Introduzione alla Poesia” a cura dell’autore stesso.

Tale costanza, alimentata dalla passione per la propria attività, ha contribuito a rendere la strada suddetta decisamente valida da percorrere e questa, sia pure “sentiero scosceso” (22), in salita come tutte le “strade artistiche”, è stata ed è supportata da documenti vergati con tale determinazione e puntiglio da far pensare che quello dell’autore sia un metodo ammirevole e potenzialmente vincente.

Ma, tornando all’opera letteraria di cui trattasi, occorre leggere i pensieri e le massime di Emanuele Marcuccio soprattutto tenendo conto della sua indole di Poeta. È un’indole innata, che si manifesta fin dal 1990, in giovanissima età, sui banchi di scuola, che si pone come impellente ed imprescindibile, facendo sì addirittura che il poeta scriva per la strada, per esempio, dove, non avendo altro supporto cartaceo, appunta i versi su uno scontrino, o si destreggi in piedi con carta e penna su un autobus affollato: la forza incontenibile dell’ispirazione.

Ci si può chiedere, allora, come mai, quale seconda opera letteraria, il Marcuccio pubblichi un libro di pensieri e massime e non di altre poesie. Ad avviso di chi scrive, alla luce di quanto sopra rilevato a proposito del suo tenere in archivio ogni particolare della propria vita letteraria, il suo carattere è permeato anche da una positivamente pervicace volontà di “memoria esplicativa”, che serva a rendere pure più agevole il percorso della sua poetica, per il lettore e per se stesso. Il Poeta fa chiarezza, nei pensieri e nelle massime, perché ne sente la necessità, ma anche perché farlo è utile a chi legga ciò che ha già scritto in poesia e ciò che scriverà in futuro. Nulla è lasciato al caso, anche se aforismi e massime si rincorrono apparentemente senza ordine d’argomento.

S’inizia a trattare di Dolore: l’autore lo mette in prima linea, lo paragona al mare, con il fluire incessante dell’acqua, memore del bagaglio poetico degli studi umanistici, ma Uomo già abbastanza addentro alla vita per poter aver provato, come tutti, l’umanissimo, cocente sentore di sofferenza a cui si attribuisce l’ampia accezione di “dolore”, contro il quale, a suo dire, può solo l’Amore (8). E di nuovo campeggia tale Dolore, illuminato da un lampo di speranza (2). E dal dolore alla Musica (3), felice cambio di registro.

Poi, transitando per la Felicità (5), passa al Tempo (6); e dal Tempo, finalmente, alla Poesia, tema fondante dell’intera opera. Poesia che nasce dall’Ispirazione (10), punto nodale della poetica del Marcuccio.

Nell’Ispirazione egli ritiene che l’inconscio si possa addirittura perdere, come in una strada spoglia, senza fronde, senza appigli. Tenendo sempre quale fulcro la Poesia, scrive dell’Ispirazione in diversi aforismi, incrociandola con la Cultura, ritenendola madre della riflessione e della scrittura (22), entità breve, fuggitiva e svelta: ai poeti saperla afferrare e trattenere stretta al cuore (27), ma capricciosa padrona che spesso tarda a far loro visita (28); caos nel quale solo i poeti riescono a mettere ordine (53). E da qui si dipartono ancora riflessioni calzanti sulla Cultura, si ritorna alla Musica, ritenuta espressione superiore anche alla Poesia nell’essere capace di far intuire l’Universo (36) e si aprono ulteriori ma non secondarie digressioni sulla Lingua, sulla traduzione in lingua straniera dei testi poetici da effettuarsi senza esitazione possibilmente da parte dell’autore stesso (il Marcuccio è pure un ottimo traduttore in Inglese), perché, anche se “l’abito è cambiato”, permanga ugualmente il suo spirito (38); così come prima egli aveva posto l’accento sull’importanza del non rinnegare mai il proprio dialetto (20).

E ancora riflessioni sull’essere umano, sulla sua ipocrisia nella falsa amicizia (16), ma anche e soprattutto sul suo ruolo fondamentale di fruitore della Poesia, motivo per cui costui compare, a questo punto, tra gli aforismi e le massime. L’autore lo ritiene addirittura “creatore” del Poeta, che senza di lui e la sua trasmissibile emozione non esisterebbe (49) e si inoltra poi nell’ambito puramente tecnico-filologico di quella Lingua che egli ritiene adatta alla Poesia, dall’incipit all’explicit (55).

Musicalità, fluidità e spontaneità, sintesi folgorante, ispirazione, senza mediazioni né di metrica, né di rima: tutto questo è vera Poesia” secondo il Marcuccio (58), poeta “ribelle come il fuoco” (torna in mente Cecco Angiolieri) anche ai canoni della Prosa, così come un autentico poeta, a suo dire, deve essere (59).

Le pause in poesia ed in prosa (59 e 60), la punteggiatura, il bagaglio letterario in generale vengono presi in considerazione, così come si accennava precedentemente, in una volontà finalizzata anche all’esplicazione della tecnica poetica dell’Autore.

E dagli argomenti più specifici, ecco di nuovo dispiegarsi la concezione di Poesia del Marcuccio nel senso più ampio del termine. Egli, dopo gli aforismi riguardanti il proprio giudizio sui fruitori della Poesia , il “mercato”, i gusti dell’ “illetteratura” che imperano nel nostro mondo (70), si apre nuovamente alla ricerca di quella “definizione” di Poesia” che egli stesso sa introvabile, perché la Poesia non ha confini e quindi non può essere definita (73), “rende l’ordinario straordinario” (74), non è al sevizio di nessuno e “quando vuole ci visita, basta rimanere in ascolto attento e attentamente osservare” (76).

Ma il Marcuccio non si definisce “Poeta”: la ritiene una parola troppo importante per attribuirsela da sé: “è sempre meglio essere chiamato poeta dai propri lettori” (78). E’ dal cuore che i poeti traggono tesori (83), ma cosa c’è fuori dal proprio cuore? “Che cos’è la folla se non apparenza?” (86) e gli uomini hanno “gli occhi foderati dalle nebbie del pregiudizio” perché si fermano alle apparenze (87). Allora forse è meglio stare lontani dal mondo, quando si può, e leggere, perché leggendo si riesce a frenare il tempo (12) e “si vivono innumerevoli vite sognando” (84). E, come si era constatato nell’aforisma quaranta, è proprio perdendosi nei sogni che, secondo il Marcuccio, si riesce ad ignorare la realtà, ovvero il crudo dolore di vivere, che pure serve per non annegare: ecco il ritorno all’inizio, all’acqua, al mare, “nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante” (1); aggancio assolutamente velato, all’apparenza, ma che contribuisce a donare coerenza all’intera raccolta.

In essa il Marcuccio, intendendo mettere nero su bianco i suoi pensieri più pregnanti, invece di farlo in quella prosa ampia e stilisticamente coercitiva che non sente propria, lo fa in “pensieri minimi e massime”, come schivando la sua avversione verso la letteratura in prosa, ma servendosene ugualmente, con assunti sintatticamente spesso semplici, ma mai banali nei contenuti.

È riuscire a leggere il libro con la massima attenzione fin dall’inizio che ne dà il vero senso: al primo impatto, se quest’ultimo è superficiale, risulta possibile che l’opera non venga colta nella interezza della propria profondità e della propria utilità, perché potrebbe risultare un insieme apparentemente indistinto di riflessioni su argomenti svariati in ordine sparso. Se sviscerata con l’intento di penetrarne il significato fin dal primo pensiero, viene fuori, invece, il suddetto filo conduttore, tutto ciò che veramente l’autore ha sentito di esprimere, mediando pure tra Fede Cristiana ed amore per la Poesia Classica, in particolare per quella Tragica Greca (39) e per quella di Shakespeare, che traspare lampante da alcuni aforismi (non solo nel sessantanove, dove si opera palesemente una parafrasi della celebre frase de La Tempesta: “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, che qui diventano “le stelle”, ma anche nel ventotto e poi nel settantasei, dove aleggia lieve la Queen Mab di Romeo and Juliet).

Quasi liberatorio, poi, appare l’aderire dell’autore alla celebre poetica del Pascoli, in quell’“obliato proprio sé fanciullo” (da un verso della sua poesia “Sé e gli altri”, tratto dal volume Per una strada), condividendola ed esprimendone la condivisione senza alcuna remora né riserbo, senza alcun timore di ripetersi né di ripetere.

Il Marcuccio conduce il lettore tra le pagine di questa breve raccolta proprio con i pensieri che più lo rappresentano, che maggiormente danno l’idea della sua condizione di poeta che, pur nella sede specifica non poetando, sa trasmettere anche in tale contesto la profondità del proprio sentire, per se stesso e per chi legga. Quindi, ritornando all’inizio del presente commento, chi scrive, dopo aver condiviso tanti pensieri, dopo aver letto tante massime che a volte, proprio nella loro costruzione, esse stesse appaiono illuminate da un bagliore poetico, torna, chiudendo il personalissimo circuito del proprio sentire, a riflettere come sia vero che “leggere un libro è sempre opera di scoperta e d’indagine, non solo nei confronti dell’autore, ma anche nei confronti di se stessi”.

 

Natalia Di Bartolo

(Scrittrice, Poetessa, Critico Letterario-recensionista)

 

Catania, 19 novembre 2012

 

 

 

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“Flyte & Tallis” di Lorenzo Spurio, recensione di Emanuela Ferrari

Flyte & Tallis
di Lorenzo Spurio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012
ISBN: 978-88-6682-300-1
Numero di pagine: 143
Recensione di EMANUELA FERRARI 

Il nuovo lavoro elaborato da Lorenzo Spurio merita un‘analisi accurata per comprendere a fondo i significati e le modalità espressive che ne sono alla base.

Il testo intitolato Flyte & Tallis, con il sottotitolo Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese, si articola in più parti per ”proiettare” il lettore nella prospettiva narrativa dei due romanzi presi come riferimento da parte dell’autore, su cui poi si “fonda” la piattaforma interpretativa per possibili raccordi letterari e contenutistici.

Nello specifico, la prima parte dello scritto argomenta sulle vicende e personaggi legati al romanzo Espiazione di Ian McEwan, poi segue la trattazione dell’opera di Evelyn Waugh dal titolo Ritorno a Brideshead.

La seconda parte è incentrata sull’analisi semantico-narrativa delle parole conversione ed espiazione che si pongono come “metro” dialogante presente in entrambi i romanzi. Ci sono anche richiami alle rappresentazioni cinematografiche con rivisitazioni, a volte, discordanti rispetto alla traccia originaria.

Il saggio di Brian Finney si presenta come uno studio approfondito di Espiazione e “chiude” il lavoro di Spurio, il quale decide di fornire ai lettori anche un quadro bio-bibliografico dei due autori che hanno composto i romanzi su cui concentra la sua indagine. Questo modo di impostare il “corpo” del lavoro – a mio avviso – aiuta molto a penetrare nel “mondo” descritto dai due romanzieri e a focalizzare la simbologia che li domina, fornendo materiale anche per quella riflessione individuale e dal carattere soggettivo che induce a trovare spiegazioni nel modularsi del racconto. Lo sguardo insomma diventa più vigile su luoghi, descrizioni e personaggi per poter poi raccogliere quelle informazioni necessarie per farsi un’idea anche sull’autore del brano. Vorrei puntualizzare quest’ultimo aspetto partendo appunto dall’inizio, seguendo cioè l’impostazione adottata da Spurio. Andiamo con ordine… Nel paragrafo di apertura, intitolato Villa Tallis, la guerra, Londra, ci vengono presentati i personaggi che animano il romanzo Espiazione di McEwan. La famiglia Tallis è composta da cinque persone: Jack, un padre sempre assente che trascorre molto tempo a Londra per la sua carriera politica, Emily, la moglie perennemente ammalata di emicranie, e tre figli di nome Leon, Cecilia, conosciuta con il diminutivo Cee, e Briony di tredici anni, che si diletta a scrivere drammi. Quest’ultima sarà il personaggio chiave delle vicende familiari e la “penna” narrante di una storia parallela alla vita reale vissuta da chi la circonda.

La scena si amplia con l’arrivo dall’Irlanda dei cugini Quincey: due gemelli di nove anni, Pierrot e Jackson, e la sorella maggiore Lola. La scenografia si arricchisce con la presenza di un giovane “lontano” dallo status di questa famiglia altolocata. Lo scrittore McEwan inserisce appunto in questa cornice il figlio della domestica, Robbie Turner. Lo sfondo dove si ambienta tutto è, almeno nella parte iniziale, Villa Tallis, come alla fine della narrazione, quasi a “creare” un collegamento circolare, un rimando alle origini da cui tutto è dipeso, nonostante il trascorrere del tempo e la maturità raggiunta dai personaggi che abbiamo conosciuto nella fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Il “mondo” che si trova davanti il lettore è quello vissuto da un gruppo di adolescenti che si incontrano e passano del tempo insieme. In realtà, nella storia ci sono quattro eventi o svolte, che formulano una nuova prospettiva interpretativa: a) la scena della fontana che coinvolge Robbie e Cecilia, b) la lettera che Robbie consegna a Briony per Cee, c) la scena della biblioteca che coinvolge ancora i due giovani della prima scena, d) la violenza che subisce Lola. E’ importante rilevare che chi “vede” e “immagina” cosa sta accadendo è la scrittrice di atti per drammi, che è artefice delle liti tra i familiari per la “vicinanza” tra la sorella e Robbie. Quest’ultimo viene sempre visto con disprezzo, infatti finisce in prigione per una colpa, la violenza su Lola, che non ha commesso.

Inoltre, la guerra diventa un campo di prova per tutti, Robbie si arruola, Cecilia diventa infermiera… Poi un colpo di scena… nella parte finale del romanzo si apprende che “avevamo compreso” una storia che non era vera in quanto nata dalla mano di Briony, oramai scrittrice affermata, che aveva fatto rivivere la sorella e il suo amore per il figlio della domestica… in realtà entrambi erano morti da anni e, soprattutto, non si erano più incontrati dalle vicende legate a Villa Tallis!

In tale passaggio finale si comprende il valore della parola espiazione che dà il titolo al romanzo. Il tutto è iniziato perché Robbie, un giovane appartenente ad una classe sociale inferiore, ha “osato” troppo verso la famiglia che lo aveva ospitato insieme alla madre. La metafora significativa al riguardo è un richiamo alla differenza di classe sociale che “domina” tutta la narrazione, poi ”prende forma” la visione mono-direzionale della protagonista e artefice del dramma, Briony.

Nel romanzo, oltre ai personaggi che sembrano quasi “visibili” al lettore per la maestria descrittiva, emergono dei “sottotitoli” molto interessanti; mi riferisco ai “luoghi” che diventano il palcoscenico delle azioni narrate. Nello specifico, prendo a riferimento il giardino della villa, sterminato e guarnito da una fontana simile a quella del Bernini a Roma, e in un questo ambiente esterno si snodano due momenti: la prima e la quarta scena. Inoltre, all’interno della casa c’é la biblioteca, quindi un “luogo” interno in cui prosegue ciò che si è verificato all’esterno, ovvero l’ “avvicinamento” tra Cee e Robbie che “dovrebbe” continuare all’esterno di tale abitazione, quindi dovrebbe “essere parte” integrante della loro vita passionale…

Tutta la narrazione, di fatto, rievoca l’importanza delle parole, scritte o dette, sottolineandone sia l’aspetto positivo che, soprattutto, i contenuti dissonanti dal contesto reale. Le parole scritte di una lettera consegnata che non doveva arrivare, il libro che ha ispirato il contenuto della missiva, le parole che si mettono insieme per “creare” un dramma in atti, le parole che dovevano essere scritte per espiare una colpa commessa legata ad una falsa testimonianza ed ecco che… l’espiazione rimane “sospesa” tra le vite di coloro che avrebbero voluto, e soprattutto dovuto, vivere a loro modo senza intromissioni fanciullesche. Anche durante la guerra le parole “viaggiano” tra i protagonisti, le lettere comunicano un “sentire”, uno “stato d’animo”, come è accaduto durante la prigionia. La forza della parola, quale sinonimo di verità, sembra trovare una via di uscita nonostante le avversità.

La necessità di voler cambiare pagina, di lasciare alle spalle quanto è accaduto si rende palese nell’ultima parte del romanzo, quando Briony, oramai anziana ed affermata scrittrice, ritorna a Villa Tallis che, nel frattempo si è trasformata in un hotel. Il tempo trascorso si “rispecchia” nel cambiamento dei luoghi vissuti da bambina, ma forse Briony avrebbe dovuto “cogliere” già al tempo tanti cambiamenti abbandonando una visione miope degli eventi a cui fu particolarmente suggestionabile. Tutta l’opera è percorsa da due linee parallele che, essendo tali, non avranno mai un punto di incontro: la vita reale dei personaggi, legata a parole non scritte in quanto si tratta di un vissuto emozionale, e la vita rivista come scrittura parlante, come interpretazione solipsista espressa in un monologo che riempie le pagine di inchiostro “colorando” le vite di persone che non ci sono più da tempo.

Nel secondo romanzo, Ritorno a Brideshead – Le memorie sacre e profane del capitano Charles Ryder, c’è come sfondo iniziale la II guerra mondiale ed il protagonista è il trentanovenne Charles Ryder, che conduce il suo plotone in una dimora per essere adibita a caserma. Si tratta, in realtà, di una tenuta che egli aveva frequentato in passato, durante il periodo della sua magnificenza e sfarzo… Vi abitava un’aristocratica famiglia inglese, i Flyte, che il protagonista conobbe tramite Sebastian al college Hertford. Anche in questa residenza è presente un fontanone nell’ingresso esterno che si può “prestare” a varie interpretazioni simboliche, alcune delle quali marcatamente religiose: la necessità di “lavare” delle colpe, di avvicinarsi alla purezza, ma anche lo scorrere del tempo, l’armonia dell’ingegno umano con l’elemento naturale, quindi la sinergia tra creazione e creato quale connubio realizzabile, oltre ad una espressione estetica pura e completa – ed aggiungerei – quasi di inafferrabilità del tutto.

Proseguendo… si ravvisa una traccia di infantilismo anche in questo romanzo con la figura di Sebastian, un giovane molto bello che porta con sé l’orsetto Aloiso, ma – a mio parere – anche da parte della madre, Lady Teresa Marchmain, legata ad un mondo religioso che la “estranea” dalla quotidianità vissuta dalla sua famiglia.

I contatti tra il mondo ateo e quello religioso, ovvero tra Charles e Sebastian iniziano circa venti anni fa, durante il periodo di studio ad Oxford. Trascorrono insieme le vacanze, così l’amico conosce il resto della famiglia: Julia, la sorella dalla bellezza strabiliante proprio come Sebastian, il fratello maggiore Bridey, che prenderà il titolo di conte Brideshead, i genitori di Sebastian, Lord Alex Marchmain e Lady Teresa. Le vicende della famiglia però coinvolgeranno altre persone come Cara, una signora francese residente a Venezia con il ruolo di amante di Lord Alex, la tata Hawkins, Ned Ryder ovvero il padre di Charles ed altri ancora…

A questo punto è già possibile sottolineare delle similitudini con Espiazione: a) ci sono molti personaggi che ruotano intorno alla famiglia di Villa Tallis, come accade appunto per la tenuta a Brideshead, b) la narrazione ha il suo nucleo di partenza dalle amicizie e frequentazioni in età adolescenziale ed ancora una volta c) ci sono esponenti appartenenti a diverse classi sociali. Inoltre, si deve aggiungere la presenza di un elemento religioso che permane con insistenza nella vita dei personaggi di Brideshead, anzi è manifesto e quasi palpabile nell’aria, mentre nel romanzo di McEwan è un “ingrediente” che prende forma nel tempo per “soffermarsi” su Briony… Poi d) le due residenze, che fanno da sfondo ai due romanzi, assumeranno destinazioni diverse: rispettivamente un hotel e una caserma. Qui si può apostrofare una metafora: i luoghi nati per essere patrimonio esclusivo di un vivere familiare duraturo, quasi dinastico, si trasformano in sedi della temporaneità e della necessità del momento da parte di chi ne fa uso, si passa cioè dalla staticità di un mondo fragile alla dinamicità di una realtà che si “modula” davanti a ciò che trova…

Il tempo, altra metafora, porta comunque cambiamento e non sempre in senso positivo.

Non può mancare il senso della bellezza visibile negli arredi, nelle architetture che Charles, in quanto amante della pittura, non può non sottolineare. E qui si intrecciano altre possibili forme di raccordo con il romanzo precedente: Briony diventerà una scrittrice, mentre Charles un pittore di talento. Ed ancora il tema della differenza di classe è affrontato da entrambi gli autori e si personifica nel legame Cee-Robbie e nella frequentazione Charles-Julia, ricordando che sia Robbie che Charles studiano, di conseguenza migliorano il loro status. Forse, in questo passaggio è da sottintendere un’evoluzione dei costumi che rispecchia l’approssimarsi verso una nuova epoca, che inizia già ad assumere dimensione all’interno della famiglia di Sebastian attraverso la figura del padre che svolge una “nuova vita” amorosa a Venezia.

Nella parte centrale del libro Lorenzo Spurio dedica due sezioni rispettivamente al tema religioso e alle influenze letterarie che sono alla base dei due testi narrativi. Nello specifico, tracce di religiosità sono presenti nel titolo del romanzo Espiazione, mentre la famiglia Flyte ha profonde radici cattoliche, gli eventi si scandiscono in base a tali festività e la casa è piena di accessori e suppellettili religiosi, ma soprattutto è abitata da persone che fanno della religione l’unica regola di vita, come la madre di Sebastian, il fratello maggiore poi lo stesso Sabastian che, col passare del tempo e le varie vicissitudini, diventerà un predicatore per il mondo… E chi ha professato un fervente ateismo, come nel caso di Charles, come si comporta? Alla fine sembra quasi cedere a favore di una conversione…

Altro dettaglio in comune di notevole importanza – a mio avviso – è l’elemento bellico, che irrompe nella vita dei personaggi, si pone quasi come uno spartiacque tra la vita adolescenziale e quella matura.

Inoltre, è da notare che i due romanzi, così ben strutturati, sono stati presi come riferimento per serie televisive e cinematografiche tra il 2007-2008. Ritengo però che le trame narrate hanno un altro “sapore” se lette dalle pagine di un libro rispetto ad una trasposizione figurativa, sicuramente più immediata come impatto, ma meno interiorizzata dal pubblico. Sicuramente, come specifica Spurio, siamo di fronte a romanzi di grande valore nati da esperienze letterarie sofisticate, infatti, dalla biografia degli autori, risulta che McEwan studia letteratura inglese ed inizia a scrivere drammi, successivamente si dedica ai romanzi americani. Questa scelta segna una svolta significativa in cui esprime tutto il suo “carattere” avanguardista. Waugh è un importante scrittore del secolo passato, di lui ci rimangono numerosi articoli, saggi, romanzi, alcuni dei quali densi di quello spirito cristiano che diventa parte della sua vita a partire dal 1930.

In base a quanto evidenziato, risulta che tra le due opere prese a confronto nel lavoro di Spurio ci sia una coerenza quantitativa relativa appunto allo spazio dedicato alle loro rispettive trattazioni ed analisi, in realtà proseguendo nella lettura il giovane scrittore sembra – a mio parere – quasi fare una “scelta”, tende a prediligere o comunque a “proiettarsi” più nello stile narrativo di Espiazione rispetto a quello di Waugh. Un elemento dialogante di questa sua “partecipazione” credo di poterlo rintracciare dalla presenza del saggio di Brian Finney, dedicato in prevalenza alla figura di Briony, che si pone appunto come scelta letteraria dopo l’esegesi dei due lavori messi a confronto. Forse, questa “vicinanza” è da attribuire ad una passione per la letteratura inglese che accomuna McEwan e il giovane Spurio, ma non è tutto… Vorrei avanzare un’ipotesi, che ho maturato leggendo questo nuovo lavoro di ricerca letteraria. Credo ci sia un elemento “caratteriale” che si pone come chiave di raccordo tra i due autori (McEwan e Spurio) che identifico con il termine “escursionismo letterario” inteso come voglia di sperimentare, di provare a creare qualcosa di nuovo, di tentare in concreto altre strade sperimentando, essendo comunque entrambi impegnati su più fronti e, soprattutto, portati ad innovare. Questa “mia interpretazione” prende avvio anche dalla lettura del quadro biografico dello scrittore jesino da cui si evince una formazione in progress in ambito letterario attraverso la redazione di testi di vario genere.

 

 

Emanuela Ferrari

 

20-11-2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI.

 

E’ uscito “La riva in mezzo al mare” di Monica Fantaci

LA RIVA IN MEZZO AL MARE

DI MONICA FANTACI

 

 Comunicato Stampa

 

La riva in mezzo al mare è l’opera d’esordio della poetessa palermitana Monica Fantaci, grande amante della cultura letteraria e curatrice di un suo spazio internet, dedicato interamente alla poesia.

Nella nota finale che accompagna questa ricca silloge di poesia osserva: «La poesia non è una serie di versi messi su carta dal nulla, ma è la consapevolezza che esisti, che hai fatto qualcosa per la tua vita e nella tua vita, un’incisione che rimarrà indelebile nei cuori, nelle menti della gente, perché tutti siamo una catena fatta di condivisione, di lotta, di apertura verso sé, verso gli altri».

L’opera è edita da TraccePerLaMeta Edizioni, casa editrice dell’omonima Associazione Culturale nata nel Gennaio 2012 e all’interno della quale Monica Fantaci è socia. L’opera, la prima della collana di poesia Indaco-Butterfly, è introdotta da una prefazione a cura di Lorenzo Spurio nella quale il critico osserva: «La poesia di Monica, difficilmente catalogabile in una corrente ben definita, è un elogio

della Vita, un continuo canto d’amore, una lode al Creato, una presa di coscienza della bellezza del

semplice, del comune, delle piccole cose. È una poesia viva e pulsante, ricca di sfumature, colorazioni e tonalità che consegna al lettore un universo quanto mai piacevole ed eterogeneo. Ma è

anche una poesia romantica».

Il libro può essere ordinato e acquistato da subito mediante e-mail alla casa editrice TraccePerLaMeta (info@tracceperlameta.org) e a partire dalle prossime settimane su qualsiasi vetrina online di libri (Ibs, Dea Store, Librería Universitaria,..).

 

 

 SCHEDA DEL LIBRO

 

 

Titolo: La riva in mezzo al mare

Autore: Monica Fantaci

Prefazione: a cura di Lorenzo Spurio

Quarta di copertina: a cura di Salvuccio Barravecchia

Casa Editrice: TraccePerLaMeta Edizioni, 2012

Collana: Indaco – Butterfly (poesia)

ISBN: 978-88-907190-2-8

Pagine: 49

Costo: 9 €

 

“Vidas al límite” di Juan José Millás, recensione di Lorenzo Spurio

Vidas al límite

di Juan José Millás

prefazione di Ángel Gabilondo

Seix Barral, 2012

ISBN: 978-84-322-1049-5

Numero di pagine: 377

Costo: 19 €

 

Recensione di Lorenzo Spurio

«Le ombre dei cadaveri rimasero impresse nel suolo come il negativo di una foto. La gente rimase cieca, continuando a rendersi conto che la propria pelle si staccava dal corpo come la buccia di una banana. Per la strada correvano persone senza bocca, con il teschio aperto. Gli ospedali erano stati distrutti e molti dottori erano feriti o morti. Nelle vene scomparivano i globuli rossi e si moltiplicavano i globuli bianchi. Poi arrivarono la pioggia nera e la leucemia. Nel museo dell’olocausto una guida spiega che l’inquinamento di Fukushima è uguale a quello di Hiroshima»[1], scrive Millás nel racconto “Viaggio in Giappone” che chiude il libro in questione. Questo libro è un pugno nello stomaco. Non ce ne rendiamo conto una volta finito, ma racconto dopo racconto in cui Millás è come se punzecchiasse su una ferita fresca.

Juan José Millás, celebre narratore spagnolo con all’attivo una serie di romanzi e varie raccolte di racconti, ancora una volta dà prova di essere un grande scrittore. L’autore, celebre anche per i suoi “articuentos” (termine di sua invenzione, ossia una sorta di racconto e di articolo giornalistico) e per i suo “micro-relatos” è un grande artefice del genere narrativo breve. Nella sua nuova opera, Vidas al límite, titolo che non necessita di una traduzione, sono raccolti vari racconti scritti tra il 2008 e il 2012 e pubblicati su El País nei quali l’autore-narratore si cela nella forma di una “ombra” che segue fedelmente i personaggi che va descrivendo. Questi scritti sono racconti e al contempo non lo sono.  Millás inserisce la cronaca di sue esperienze, di suoi viaggi e soprattutto di suoi incontri, mistificando di certo in vari punti come ciascun buon scrittore sa fare, consegnandoci però un’opera che è anche e soprattutto una forte critica sociale contro il menefreghismo, ad esempio, la poca solidarietà o addirittura lo spietato colonialismo degli europei.

Le “vite al limite” che il narratore descrive sono quelle di personaggi deboli, al margine della società sia per colpa di quest’ultima che li ghettizza, sia per la loro condizione patologica. La raccolta si apre con un racconto dal titolo “Biografia di una mosca” nel quale Millás, attraverso uno scienziato, è in grado di tracciare la vita di una mosca, dalla sua nascita alla morte, per concludere che, sebbene possa sembrare una cosa stupida, l’esistenza dell’insetto non è che una replica della sua vita, sebbene estremamente ridotta dato che la vita media di una mosca è di appena trenta giorni. Nella stessa maniera apparentemente surreale e con la sua descrizione attenta al dettaglio ci accompagna in altrettante storie: osserva la vita di un cieco e prova a vivere la condizione di questi per un giorno; segue la giornata di un malato di Alzheimer e quella di un ragazzo Down, poi quella di un malato di cancro per il quale non rimane speranza e quella di un cieco sordomuto. Ma non è solo la malattia che viene investigata in questa maniera singolare (prima guardata a distanza come sempre fa la società, poi inserendosi in essa e vivendola per un giorno quasi sulla sua pelle, rendendosi estremamente abile nel gioco continuo di realtà e finzione). Segue un’attenta analisi del gravoso compito della donna di casa e quello del più stigmatizzato di una prostituta nella sua difficile, ma naturalizzata giornata di lavoro. In alcuni racconti l’autore sembra addirittura giocare con il lettore per indurlo a chiedersi: “ma cosa sta dicendo? cerca di prendermi in giro? io non ci credo a quello che dice!” ed è in questi scenari in cui Millás da maestro della finzione narrativa rende impossibile una semplice distinzione tra cronaca e immaginazione, che incontriamo personaggio quali Ronaldo, Penélope Cruz, Pasqual Maragall e Pedro Almodóvar.

Ma come si diceva non mancano pagine più amare con le quali Millás si trasforma in cronista di guerra come in “Orrore in Sierra Leone” raccontando la guerra civile del povero paese africano tramite la storia di due fratelli rimasti orfani dopo che i suoi genitori vennero uccisi e massacrati sotto ai loro occhi. Sono pagine dalle quali gronda sangue: storie di violenze, stupri, uccisioni, stermini, sopraffazione, roghi di abitazioni, traumi, amputazioni, ferite sempre lancinanti di dolore. E’ la storia di ciascuna guerra, certo, ma Millás con un attento riferimento allo scrittore Graham Green, parlando della capitale della Sierra Leone, il cui nome evoca un sentimento di libertà che contrasta dolorosamente con quel luogo, sostiene: “Tutte le cose più brutte di Freetown erano europee” passando poi per fare una lista. Con la dotta citazione Millás ricorda non solo i conflitti interni di paesi da noi tanto distanti, ma anche quanto gli europei abbiano contribuito a far male ai paesi colonizzati sia nel passato che tutt’ora nel presente tanto da ricordare che “i morti erano neri, ma le armi bianche”.

In “Inferno nella terra delle divinità” il tenore del racconto non cambia di molto, ci troviamo semplicemente in un’altra terra geografica, anche questa martoriata dalla violenza, a contrastare con la ricchezza ed eterogeneità dei culti e delle divinità che poco riescono a fare su quei popoli irrimediabilmente corrotti e votati al Male. Siamo nella regione di confine indo-pakistana, il Kashmir. Anche qui Millás adotta la lucidità dello stile, una cronaca tragicamente forte quasi che riusciamo a vedere le immagini scorrere davanti ai nostri occhi. Dolore, sangue e pagine drammaticamente dure da mandar giù. Eppure come possono infastidire persone ultra-modernizzate, ricche, acculturate che sono informate delle notizie di guerra leggendole comodamente a casa in Internet? A volte serve un cambio di prospettiva (‘prospettiva’, ‘visione’, ‘punto di vista’ sono termini importantissimi nell’intera produzione di Millás) per vedersi in contesti diversi, come appunto lo scrittore mostra di aver fatto superbamente in questa opera dove ogni racconto non è solo frutto di una squisita scrittura, ma di ricerca e di eventi visti dai suoi occhi.

Bisogna squarciare quel velo che, pur trasparente, ci circonda e sembra proteggerci.

Millás è attento nel cogliere dalla realtà che lo circonda esempi di finzione, di rappresentazione della realtà che sono solamente copie, sembianze grottesche, manipolazioni per trasmettere la sua visione del mondo, una continua ricerca volta alla scoperta del vero e alla differenziazione dalla sua sinistra rappresentazione come avviene in un passo tratto dal racconto “Viaggio in Giappone” che riporto di seguito: «Siamo arrivati in un mondo, in definitiva, nel quale le pasticcerie sembrano gioiellerie e le parrucchierie delle gallerie d’arte. E nelle quali le chiese cattoliche false sembrano chiese cattoliche vere. Diciamo questo perché nella nostra passeggiata allucinante per quella piccola Europa improvvisamente ci imbattemmo in una chiesa dai tratti gotici la cui presenza era scioccante  fino a che non ci spiegarono che si trattava, in effetti, di una chiesa cattolica falsa dove venivano celebrati dei falsi matrimoni cattolico il cui obiettivo era quello di fotografarsi sulla scalinata, alla moda delle coppie europee che vediamo nelle riviste di cronaca rosa. Gli piacciono la forma delle nostre nozze, sebbene non credono nella loro sostanza, ma quando a un giapponese gli piace la forma di qualcosa, la copia, migliorandola e se ne appropria».[2]

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Pamplona, 18-11-2012

 

 

JUAN JOSÉ MILLÁS è nato a Valencia nel 1946. Ha pubblicato i romanzi Cerbero son las sombras (Premio Sésamo, 1975), Visión del ahogado (1977), El jardín vacío (1981), Papel mojado (1983), Letra muerta (1983), El desorden de tu nombre (1986), La soledad era esto (Premio Nadal, 1990), Volver a casa (1990), Tonto, muerto, bastardo e invisible (1995), El orden alfabético (1998), Nos mires debajo de la cama (1999), Dos mujeres en Praga (2002), Laura y Julio (2006), El Mundo (2007) e varie raccolte di racconti tra cui le più recenti sono Lo que sé de los hombrecillos (2010) e Vidas al límite (2012). L’autore è anche giornalista e ha prodotto una serie di “articuentos”, un genere a metà tra il racconto breve e l’articolo di giornale. Ha ricevuto numerosi premi letterari nazionali sia per la narrativa che per l’attività giornalistica. I romanzi maggiori sono stati tradotti in italiano e in numerose altre lingue.

 


[1] La traduzione del testo è eseguita da me. La citazione in originale si trova a pagina 377 del testo.

[2] La traduzione del testo è eseguita da me. La citazione in originale si trova a pagina 344 del testo.

 

E’ uscito “Amici per sempre. Storie vere di animali”, raccolta di racconti curata da Lara Zavatteri

Amici per sempre. Storie vere di animali

AA.VV.

Curato da Laura Zavatteri

Youcanprint, 2012

ISBN: 9788867517091

Pagine: 140

Costo: 16 €

E’ stato pubblicato da Youcanprint il volume di racconti ideato e curato da Lara Zavatteri con il fine benefico di finanziare con il ricavato della vendita  l’Associazione Canile di Naturno Onlus.

Il libro, dal titolo “Amici per sempre” contiene racconti che hanno come tema l’amore, la difesa e la cura dei nostri amici a quattro zampe. Ma non solo. Il libro non si riferisce a una particolare cerchia di animali, ma a tutti, qualsiasi sia la loro specie. Il testo, nato dal desiderio di coniugare l’amore per la scrittura e la sensibilizzazione su un tema tanto importante quale è la difesa degli animali, contiene racconti dei seguenti autori:

Lara Zavatteri che ha curato l’iniziativa

Karin Bertagnolli attiva anche nel canile
Roberto Tartaglia
Susanna Polimanti
Serena Versari
Bruno Agosti
Massimiliano Lamberti
Rosaria Andrisani
Stefano Festi
Cristina Hueller
Donata Rotondo
Sandra Morara
Anna Maria Ariaudo
Lorenzo Spurio
Antonella Senese
Rossella Saltini
(Quasi tutti gli autori possono essere contattati su Fb, alcuni hanno anche un loro blog personale di scrittura)
Personalmente mi rendo conto che il prezzo di copertina (16 €) possa sembrare eccessivo, ma ricordiamoci che il ricavato andrà a sostenere una realtà che ha bisogno di fondi, quella di un Canile. E’ da piccole cose come queste che si riesce a sensibilizzare una popolazione e a renderla più consapevole delle sue azioni nei confronti della Natura. O, almeno, è questo il modo in cui noi autori l’abbiamo inteso.
Il testo potrebbe essere un interessante e piacevole regalo di Natale.
LORENZO SPURIO

“Patto con il vampiro” di Tiziana Cazziero

Patto con il vampiro

di TIZIANA CAZZIERO

Libro Aperto Edizioni, 2012

Costo: 12 €

 

Sinossi:

Sonia vive apparentemente una vita tranquilla, è una giornalista che ama il suo lavoro e che punta al successo e alla carriera. Il suo passato però è ombrato da un vecchio episodio che ha gettato del mistero sulle sue origini e la sua esistenza.  
 
La notte di Halloween rappresenta un’occasione particolare per il divertimento dei giovani: le feste in maschera sono al centro del divertimento per questa serata tanto particolare. In prossimità di questa festa Sonia fa uno strano sogno, un ritorno a quel passato che ha cercato di cancellare senza però riuscirci. Una insolita e inquietante richiesta di aiuto che torna dal sua enigmatico trascorso.
 
Decide così di occuparsi di un’inchiesta che riguarda strane sparizioni e morti violente e insolite di donne. Giovani vittime che trovano la morte in circostanze misteriose: nessun indizio, nessuna traccia di sangue, solo smorfie di dolore; le vittime sembrano essere morte di paura. Che cosa le ha spaventate a morte? Sonia inizia così la sua ricerca partendo da quell’ era lontana che racchiude un oscurità da scoprire.
 
Quando era un’adolescente ha vissuto quasi questa stessa esperienza, lei è stata fortunata, è una sopravvissuta, la sua amica Elena invece no. Da quella fatidica notte delle streghe avvenuta in età adolescenziale, di lei non si è avuta nessuna notizia.
 
Comincia così un percorso a ritroso nel tempo, dove la protagonista si ritroverà a scoprire le sue vere origini; quella che mai avrebbe potuto immaginare. Scoprirsi una strega, una tra le più potenti della magia, scoprire che forse il male sta prendendo il sopravvento dentro di te; essere disposta a tutto pur di non cadere vittima delle tenebre; anche a morire. E poi incontrarsi e scontrarsi con un vampiro, nemico giurato delle streghe che per una sorta di patto, è costretto a proteggere colei che forse potrà ucciderlo.
 
Una storia ricca di magia che vive la sua realtà nell’era moderna. Scontri tra streghe bianche e streghe nere, il bene contro il male che vede al centro della trama una conflittualità famigliare. 
 
Un segreto avvolto nel mistero che potrebbe essere la soluzione di tutto.
Un amore impossibile e condannato dal mondo magico quello tra streghe e vampiri, una storia destinata a finire ancor prima di iniziare. Sonia riuscirà a non cadere vittima di tutto questo?
Scoprire che le fiabe che ti raccontavano da bambina in realtà non sono solo fantasia, ma realtà, la tua, quella in cui tu sei la protagonista principale.
 
E poi l’amore e sapere di doverlo perdere subito, di non poterlo vivere, tutto per il bene supremo.
Book trailer: 

Domani esce “Miele”, nuovo romanzo di Ian McEwan

a cura di LORENZO SPURIO

Esce domani in Italia presso Einaudi il nuovo libro di Ian McEwan, Sweeth Tooth, tradotto in Miele. Lo scrittore britannico, che è stato recentemente insignito del Jerusalem Prize e che è stato in Italia, a Pordenone,  per ritirare il Premio “La storia in un romanzo”, regala al lettore un “romanzo di idee”, come piacque a lui riferirsi a una nuova stagione della sua produzione narrativa a partire dal 1997, inaugurata con Enduring Love, tradotto in Italia con L’amore fatale, contenente la storia di un inguaribile erotomane.

McEwan, grande amico e collega di quel gruppo di scrittori affermatisi soprattutto a partire dagli anni ’80 tra cui Martin Amis, Salman Rushdie e Christopher Hitchens, è considerato uno dei maggiori scrittori al mondo e spesso ritenuto come papabile per il premio Nobel per la letteratura. Esordì alla fine degli anni ’70 con due raccolte di racconti, First Love, Last Rites (Primo amore, ultimi riti) e In Between the Sheets (Fra le lenzuola) con le quali presentava l’uomo contemporaneo alle prese con i danni della psiche con le sue nevrosi e manie non mancando di tratteggiare squarci di infanzia deviata e aberrazioni sessuali. Un esordio che gli valse il poco felice nickname di “Ian Macabre” dal quale, però, nel corso della sua lunga carriera è andato distanziandosi. Celeberrimo il romanzo Atonement (Espiazione) pubblicato nel 2001  e portato sulle scene da un fortunatissimo adattamento di Joe Wright. Con quell’opera McEwan è stato a ragione considerato e inserito nel filone della grande tradizione del romanzo inglese, da Jane Austen passando alle Bronte, sino a Dickens e Lawrence. Per un’analisi più approfondita sul romanzo, è consigliato il mio recente saggio dal titolo Flyte & Tallis. Cliccare qui per saperne di più.

Il nuovo romanzo, Miele, propone una detective story ambientata negli anni ’70. Non è la prima volta che l’autore inserisce le sue storie in una cornice storica precedente al nostro oggi: si ricordi ad esempio il clima pesantemente moralista e pieno di tabù degli anni ’60 in On Chesil Beach o la violenza della guerra fredda in Black Dogs (Cani neri). La protagonista del nuovo romanzo, Serena Frome, è una spia che durante la sua attività segreta si innamorerà dell’opera e poi della persona di un giovane scrittore, Tom Haley. Ci sono vari riferimenti biografici all’autore nell’opera a partire dal personaggio di Serena Frome basato, come l’autore stesso ha rivelato, su una sua vecchia ragazza, deceduta nel 2003. Nell’opera figura anche l’amico-collega Martin Amis ed è dedicata in apertura all’altro grande amico, Christopher Hitchens, recentemente scomparso per un tumore.

Niente depravazione se si pensa alle opere d’esordio dell’autore, dalle quali spesso ha preso distanza osservando che erano “lavori giovanili”, anche se pure in questo romanzo si parla abbondantemente di sesso, sessualità e relazioni. Questo aspetto costituisce un filo rosso nell’intera produzione dell’autore se si pensa ad esempio ai recenti romanzi Saturday (Sabato) dove il personaggio Henry Perowne, nonostante le varie vicissitudini di una singolare giornata di lavoro, riscopre la bellezza di fare l’amore con la moglie e in Solar dove il protagonista, il poco affidabile fisico Micheal Beard, non è altro che uno stanco collezionatore di esperienze amorose.

Ampia la critica giornalistica sul romanzo uscito in lingua inglese appena due mesi fa. C’è da augurarsi che in Italia abbia altrettanto successo. La storia, come è stato sottolineato da varie recensioni, interseca il genere spionistico con la storia d’amore, non mancando di mostrarsi al lettore particolarmente avvincente per la consueta e consolidata abitudine dell’autore di narrare facendoci entrare direttamente in scena.

a cura di LORENZO SPURIO

11/11/2012

“L’essenziale curvatura del cielo” di Adriana Gloria Marigo, recensione di Lorenzo Spurio

L’essenziale curvatura del cielo

di Adriana Gloria Marigo

postfazione di Eros Olivotto

La Vita Felice Editrice, Milano, 2012

ISBN: 9788877994615

Pagine: 72

Costo: 10 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Del dicembre conosco le lune

il ritorno lento della luce

dentro il cristallo dell’aria

(Da “21 Dicembre 2010, p.30)

 

Dopo la fortunata e introspettiva silloge di poesie Un biancore lontano (Lieto Colle Edizioni, 2011), Adriana Gloria Marigo torna con un nuovo lavoro dal titolo quasi criptico, L’essenziale curvatura del cielo, edito dalla casa editrice milanese La Vita Felice. L’attenzione che la poetessa padovana pone nei confronti del cielo –richiamato anche nell’esergo, una citazione di Pierluigi Cappello- come elemento fisico e simbolico era già stata evidenziata nella mia recensione al suo precedente libro dove avevo avuto modo di sottolineare come l’elemento “celestiale” era sempre connesso a qualcosa di meraviglioso, ma al tempo stesso di non completamente raggiungibile, un qualcosa cioè di sfumato e sfuggente. La centralità del suo poetare si localizza nell’isotopia della luce, del colore, dei bagliori e di un universo che già ebbi a definire come “un percorso aereo, sospeso tra il cielo e l’atmosfera”. E di quel “biancore” evocato nella prima silloge si ritrovano tracce anche in questo nuovo libro in quel “silenzio bianco” (p. 36) e nel “gioco di chiaro” (p. 35) della bianca luce lunare anche se in una lirica il bianco, l’assenza di tinta, viene sopraffatto dal colore: “Del bianco non seppi/ poiché m’insidiò il blu” (p. 54).

Dalla presa di coscienza di un tempo che giunge all’anticipo della fine, l’autunno, nella lirica d’apertura dal titolo “Tutto si consuma nell’autunno” si passa a una serie di liriche dolci, sussurrate, quasi che il lettore sia chiamato a leggerle facendo delle lunghe pause tra un verso e l’altro per riuscire ad assaporarne il vero contenuto: “Non seppi dirti novella/ neppure accennare a un’aria di/ adagio o l’ovvia domanda,/ trapassata io a stalattite” in “3-4 Gennaio 2011” (p.11). In “Quando la materia della luce” (p. 13) Adriana Gloria Marigo ci consegna una sorta di soffice inno all’operosità e al tempo stesso alla ciclicità della natura che sempre si ripete nel suo “contrasto apparente del rigore”. E questo panismo lirico lo si ritrova in numerose altre liriche in cui la poetessa si abbiglia direttamente con gli elementi naturali, “m’assesto i pensieri/ come un cappello di fiori” (p.15); “pampini vestivano/ la tua nudità ammirata” (p.22); “il roseto in fiamme/ del mio pensiero” (p. 48). In “Rimbalzi specchiati” (p. 14) la poetessa sottolinea una realtà che è concretezza nella vita dello scrittore: chi scrive è anche un gran lettore e chi legge spesso ama anche scrivere perché le due cose, pur coinvolgendo due attività tra loro diverse, sono strettamente connesse quasi come un rimando di riflessi allo specchio.

La poesia di Adriana Gloria Marigo potrebbe sembrare criptica e a tratti addirittura ermetica perché attribuisce alle parole un valore, un significato, più ampio -perché interiorizzato- di quello che noi nella vita di tutti i giorni siamo soliti dargli. E’ una poesia riccamente elaborata che utilizza molti elementi della natura per “agghindarsi” e risplendere così come ci viene offerta. La luce, il sole, l’ombra o la mancanza di luce sono, oltre che caratterizzazioni visibili e temporali, fasi di un’anima sensibile stese sulla carta, momenti, sensazioni, colorazioni di episodi vissuti: “Se amore si fa quarto/ come la Luna, d’uno sguardo/ abbracci l’ombra e nel/ gioco di chiaro, di scuro/ avvampa il cambiamento” (p. 35).

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

11/11/2012

Chi è l’autrice?

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova nel 1951. Gli studi umanistici l’hanno condotta prima all’insegnamento, poi ad occuparsi di eventi di danza moderna e contemporanea, seguendo un talento versatile, sensibile all’arte, alla bellezza che trova dimora pure “dove l’ombra si gioca della luce”. Ha pubblicato L’essenziale curvatura del cielo (La Vita Felice Editrice, 2012) e Quel biancore lontano (Lieto Colle Edizioni, 2011).

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

“Preso nella rete” di Chiara Santoianni, recensione di Lorenzo Spurio

Preso nella rete

di Chiara Santoianni

Sesat Edizioni, 2012

ISBN: 978-88-97822-08-0

ISBN e-book: 978-88-97822-09-7

Pagine: 94

Costo: 8 €

 

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Questo libro di Chiara Santoianni è una facile lettura da fare in poche ore, piacevole. Un testo principalmente diretto a un pubblico giovane; ce ne rendiamo conto dalle prime pagine con le quali entriamo direttamente nel “diario di Matteo”, una narrazione diaristica fatta di annotazioni come un muro bianco pieno di post-it. E’ il racconto di Matteo a cui viene regalato un computer che subito si tramuta in un amico molto importante per lui in virtù della varietà delle operazioni che con esso possono essere fatte: chattare, giocare, scaricare musica e tanto altro. Niente di strano, una storia completamente realistica se teniamo in considerazione quanto il pc, i videogiochi e la televisione, occupino il tempo di giovanissimi, spesso addirittura con effetti deleteri. Ma non è propriamente questo il messaggio che Chiara Santoianni vuol mandare, perché questo libro in fondo è una favola contemporanea, un racconto che, però, fa riflettere.

Il pc per Matteo è infatti il custode dei suoi pensieri dato che viene da lui utilizzato anche e soprattutto come “amico elettronico”. E’ semplicissimo: con una password si può occultare un mondo tutto personale, trasposto nel mezzo tecnologico, e rimanere intatto, sconosciuto a tutti. Un amico fedelissimo al quale con regolarità si sente il bisogno di raccontarsi, aggiornarsi, un custode prezioso, un catalogo che giorno dopo giorno si arricchisce. Ed è in questa prospettiva che veniamo a conoscere della vita scolastica del ragazzo: interrogazioni, amici secchioni e altri meno studiosi e Pamela, la ragazza della quale si sente innamorato.

Come si diceva poc’anzi ogni mezzo della nostra contemporaneità può essere utilizzato in vari modi: con un uso pratico e coscienzioso, con un uso ossessivo e perturbante, un abuso pericoloso che conduce alla mania. E’ il caso che Chiara Santoianni mette in luce: quanto un pc inizialmente pensato come ausilio allo studio, per le ricerche, ben presto si tramuti in  un gioco accattivante del quale non si riesce a fare a meno sino a un pericoloso gioco senza via d’uscita: il gioco d’azzardo. Tutto questo fa quasi sorridere se pensiamo che il protagonista è giovanissimo, quasi con la bocca ancora sporca di latte e che se questi sono i presupposti di crescita, non ci è dato immaginare cosa diventerà da grande.

La narrazione, però, non è fine a se stessa e nella parte finale Chiara Santoianni dedica un’ampia porzione del libro che assume una dimensione conoscitiva-didattica volta alla spiegazione di cosa è un virus e un antivirus, delle tipologie di programmi scaricabili, della terminologia utilizzata in internet, delle periferiche e delle componenti fondamentali per la buona padronanza del mezzo informatico. Questo sussidiario, di facile utilizzo, può essere utilizzato con praticità e concretezza con i più giovanissimi per permettere loro di avvicinarsi al computer, tenendo bene in considerazione quali possono essere i problemi ai quali ci si espone. Al chiudersi in sé, isolandosi dalla famiglia, a creare una vita parallela da quella di tutti i giorni, a minare pesantemente le relazioni sociali. Proprio ciò che succede con Matteo nella prima parte del libro.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Pamplona, 05-11-2012

 

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