“Morte di Stato” di Ruben Trasatti: segnalazione del libro

Scheda tecnica del libro:

Titolo: Morte di Stato
Autore: Ruben Trasatti
Pubblicato: 19 novembre 2017
Genere: Fantapolitico / Distopico
Pagine: 496 (disegni inclusi)
Prezzo: 4,99 Euro (digitale) / 14,98 Euro (cartaceo)

Sinossi:

COVER finale MDS europaseries-vers JPEG (1).jpgRoma, 2030. Nicola Balestrieri è un impiegato dell’Agenzia per il Controllo del Cittadino Europeo, ente nato a seguito della creazione di uno Stato Unito d’Europa per mettere in pratica le sue nuove leggi. Il turnover generazionale è favorito dalla “morte statale”, un processo obbligatorio che pensiona in anticipo i lavoratori costringendoli a morire una volta compiuti 70 anni. Chi non rispetta il patto viene considerato un emarginato e ricercato per essere ucciso. La Nuova Europa è anche lotta contro lo straniero: le frontiere chiuse si spostano in mare per bloccare i migranti e i musulmani europei rischiano di ripercorrere il destino degli ebrei della Seconda Guerra Mondiale. Col passare del tempo, Nicola si rende conto di essere dalla parte sbagliata della storia: costretto ad accompagnare alla morte suo padre e a vivere i primi rastrellamenti, deve decidere se difendere i diritti dei cittadini o essere un servitore dello Stato.

L’autore

Ruben Trasatti è nato il 26 settembre 1992 ad Ascoli Piceno. Da tre anni collabora per il settimanale milanese Telesette occupandosi di programmazione televisiva. E’ un grande appassionato di videogiochi e per molto tempo ha fatto parte della redazione del sito MondoXbox. Per Epic Games ha gestito la community italiana di Gears of War e ha contribuito come Graphic Designer e Concept Artist per il remake di Unreal Tournament.

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“Da Jack Fruciante a Razorama: leggendo Enrico Brizzi da vicino”, a cura di S. Bardi

Articolo di Stefano Bardi

Letteratura generazionale fu definita, quella dello scrittore Pier Vittorio Tondelli riferita agli anni ’80 e i primi ’90. A mio giudizio chi meglio incarna tale definizione al giorno d’oggi è lo scrittore Enrico Brizzi (Bologna, 20 settembre 1974). Scrittore degli anni Novanta le cui trame sono ispirate agli anni Settanta-Ottanta, dove ampie classi giovanili hanno espresso con urla e fiamme tutte le loro esigenze.

Letteratura, quella brizziana, che nasce quando ancora il giovane autore, da studente liceale, collaborava con la rivista di fumetti Frigidaire, in cui redasse articoli aggressivi contro l’antiquato insegnamento scolastico, articoli accompagnati da ben espresse denunce contro i media spesso disattenti. Una letteratura che ha come scopo principale quello di creare opere letterario-cinematografico-televisive, grazie anche all’utilizzo di un registro cantilenato, composto da intonate melodie vocali e linguistiche.

Un linguaggio in cui a volte si esprime volutamente con un dizionario rozzo, blasfemo e lubrico per rappresentare e denunciare le virtù esistenziali. Dizionario composto da un italiano medio mischiato e fuso con diverse placche linguistico-verbali angloamericane, ispaniche e francesi, che sono concepite dallo scrittore bolognese come vocaboli graziosi da contrapporre alla lingua quotidiana. Anche i latinismi e i culturismi fanno breccia nelle sue opere, per essere però usati come canzonature sulle nozionistiche degli adulti, sulle mente dei giovani. Accanto a questo complesso linguaggio, Brizzi usa gerghi musicali e sociali, con neologismi della generazione giovanile degli anni Novanta. Possiamo dire che i suoi romanzi hanno la stessa funzione della letteratura orale, ovvero sono stati pensati dallo scrittore per una lettura a voce alta, in modo che possano prendere una loro melodia, possano perseguire determinati scopi e possano realizzare sentiti attacchi sociali. Per fare tutto ciò il Nostro s’ispira a piene mani alla cosiddetta “letteratura minore”, ovvero ai fumetti, al cinema e alla musica per rileggere nel profondo, la società italiana degli anni Novanta e anche degli anni Duemila. Un veloce excursus tra le sue maggiori opere letterarie.

jackfrusciante.jpgIl 1994 è l’anno del romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Una maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale; vi è raffigurato un tipico scenario degli anni Novanta, uno spazio in cui gli adulti sono accentuate nella loro condizione di emarginazione. Gli amori vissuti sono perennemente tristi e la vita è immensamente illuminata. All’interno di questo mondo c’è il giovane diciassettenne Alex D. del quale è narrata la storia attraverso un lungo flash-back mediante una voce onnisciente. Alex, dopo varie peripezie, riuscirà a consumare un’esistenza “anarchica” e oltre il “piccolo mondo facile”, che i suoi genitori hanno creato attorno a sé. Punto vitale del romanzo è la storia d’amore platonico, fra il giovane Alex D. e Adelaide, che è una storia a sua volta colma di rimandi melodici e cinematografici collocati all’interno di una scenografia composta da accadimenti quotidiani, dell’età dei protagonisti (scuola, ore d’aria amici, vacanze-studio, litigi genitori-figli). Una storia d’amore che è consumata dai due ragazzi, senza nessuna cornice precettistica, ma unicamente con un pungente sarcasmo studentesco. Un Alex D. che è in realtà un finto ragazzo vestito da “hardcore boy”, al tempo stesso è anche un ragazzo coraggioso, millantatore, dolce e maledettamente punkettaro. Ci troviamo dinanzi a un ragazzo con un “io” ben affermato, che non riesce a imporsi universalmente ma per frammenti. Ben diversa, invece, è Adelaide, rappresentata da Brizzi come una ragazza borghese indossatrice di vestiti trasgressivi e follemente innamorata della letteratura zen. Un altro punto fondamentale all’interno del romanzo in questione è rappresentato dal suicidio di Martino (amico di Alex), che si è tolto la vita poiché scoperto come drogato. Questo suicidio apparirà agli occhi del suo miglior amico come un gesto per l’affermazione totale della sua autonomia e della sua identità. L’unico lato oscuro dell’opera brizziana è rappresentato dalla famiglia di Alex, rappresentata come una pesante ombra antisociale, come una piatta e scialba realtà etico-umana e come una creatura relegata ai confini del romanzo. Una rappresentazione famigliare quella del Brizzi, che è creata dall’autore come un forte atto di denuncia contro i protagonisti del ’68 che, dopo aver abbandonato i valori e i principi rivoluzionari, si rintanarono nell’oscura intimità collettiva, che prende ancora oggi il nome di famiglia. Tale giovane, metafora di un’ampia generazione, desidera follemente scappare e svincolarsi da tutto ciò che significa omologazione, per poi rinascere e vivere un’esistenza in nome dell’insicurezza, dell’ineguaglianza, dell’indifferenza, dell’assenza di valori programmati,

Il 1996 è l’anno del romanzo “Bastogne”, ambientato durante la finale offensiva nazista dopo lo sbarco in Normandia, avvenuta nella città di Bastogne nel 1944. Romanzo che rappresenta un Resistenza al contrario, essendo concepita dallo scrittore bolognese come un’immagine simbolica e “sacrale”. I personaggi sono “selvaggi” e questo denota la concezione dello scrittore volta a un intendimento di denuncia contro la città in guerra e allo stesso tempo. Immagine fondamentale dell’intero romanzo è quella del gruppo, concepito dallo scrittore come un luogo sociale in cui si può trovare rifugio e protezione dall’uggia esistenziale, combattuta attraverso la follia omicida, il sesso selvaggio e l’estrema violenza.

Il 1998 è l’anno del romanzo “Tre ragazzi immaginari”, narrazione dalle tinte autobiografiche in cui viene compiuta un’auto-analisi da parte dello scrittore sulla sua passata esistenza adolescenziale e sui suoi “peccati” fatti, per ricavarne da tutto questo una nuova strada. Autoanalisi divisa in due parti: Brizzi rivive mentalmente il suo passato attraverso l’odio verso la scuola, la famiglia, i ragazzi “casa e chiesa”, e contro tutti quei ragazzi senza spina dorsale. Nella seconda parte, invece, il Brizzi del passato vede già mentalmente il Brizzi attuale attraverso i fanciulleschi amori consumati nel 1994.

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Lo scrittore bolognese Enrico Brizzi. – Foto tratta da http://librinews.it/flash/matrimonio-mio-fratello-nuovo-romanzo-enrico-brizzi/ 

Il volume “L’altro nome del rock” viene pubblicato nel 2001; esso è composto da un romanzo breve e otto racconti scritti a quattro mani, con l’amico e compaesano Lorenzo Marzaduri che dà voce ai crucci dei quarantenni, mentre Brizzi dà spazio e voce ai crucci della leva giovanile. Un romanzo che gli scrittori bolognesi costruiscono come si “costruisce” un vinile, ovvero le vicende al pari delle canzoni si legano insieme attraverso un fitto sistema di equivalenze logico-geometriche. Tale opera è un riflesso dell’Uomo e delle sue intense emozioni, delle sue lacrimanti nostalgie esistenziali, delle sue quotidiane guerriglie spirituali, delle sue intime cadute psico-fisiche e delle sue sopravvivenze etico-morali alle emarginazioni, alle sofferenze, e agli avvilimenti. Tutto questo sempre nel nome del rock, concepito dagli autori come uno strumento mutativo e come unica via da percorrere, per raggiungere e approdare alla verità.

Il 2003 è l’anno dell’ultimo lavoro brizziano, il libro “Razorama”. Romanzo che nasce da esperienze personali fatte dall’autore: viaggi compiuti in Africa nel 1999 e nel 2001. Personaggio principale dell’opera è Rodrigo, che è dislocato da Brizzi all’interno del romanzo fra l’avidità dell’uomo occidentale e la magia della popolazione africana, ovvero fra la vita e morte. Un uomo bianco Rodrigo, che ha volutamente voltato le spalle al suo paese per vivere nell’Africa e da essa farsi curare attraverso i suoi riti. Accanto a Rodrigo altri due personaggi, seppur minori, bisogna ricordare: Adriano e Mauro. Il primo è assai rispettoso della cultura africana, concepita come l’unica cura in grado di curare tutti mali degli Uomini e del Mondo, mentre il secondo rimane maggiormente attaccato alle tradizioni e conoscenze occidentali.

STEFANO BARDI

 

L’autore del presente articolo dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere frutto del suo unico ingegno e di non riprendere in tutto o in parte testi di terzi tutelati da DD.AA.

L’autore acconsente alla libera pubblicazione del suo articolo su questo spazio digitale senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro al gestore del blog.

A Fabriano un incontro per ricordare lo scrittore generazionale Pier Vittorio Tondelli

A Fabriano un incontro per ricordare lo scrittore emiliano a 25 anni dalla morte

Sabato 14 ottobre alle ore 17 presso la Sala “D. Pilati” della Biblioteca Multimediale “R. Sassi” di Fabriano si terrà una conferenza a cura dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi tesa a ricordare lo scrittore generazionale emiliano Pier Vittorio Tondelli a venticinque anni dalla sua morte. Aprirà l’evento lo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio (Presidente della Ass. Euterpe) con un saluto d’apertura e un breve intervento introduttivo.

Pier_Vittorio_TondelliPier Vittorio Tondelli (Correggio, 1955 – Reggio Emilia, 1991) personaggio controverso e dibattuto della scena culturale degli anni ‘70/’80: ritenuto maledetto e degenerato, per le tematiche che presentavano i caratteri di un morbo endemico, dunque pericoloso, è stato riscoperto e riletto solo recentemente, a distanza dalla sua morte, permettendo un congruo inserimento nella scena sociale del periodo in cui visse di cui si contraddistinse per eccentricità e grande fame di vita. Il suo primo libro, “Altri Libertini” (1980), ben presto un must del momento tra i giovanissimi, venne accolto con fastidio e riprovazione dall’opinione pubblica d’impostazione conservatrice, difatti la pubblicazione venne di fatto sequestrata perché contenente materiale osceno. Tra le sue altre opere i romanzi “Pao-Pao” (1982), “Rimini” (1985), “Biglietti agli amici” (1987), “Camere separate” (1989) e le raccolta di saggi “L’abbandono” (1981) e “Un weekend postmoderno” (1990).

Lo scrittore e studioso Enos Rota, che fu amico dello stesso Tondelli, ne parlerà al pubblico tracciando la complessità della sua figura umana e letteraria fornendo un puntuale inserimento nel contesto sociale in cui visse. Rota tratteggerà la storia dello scrittore di Correggio passando dal successo letterario, al suo rapporto con i lettori e la sua scrittura emotiva, calda e avvolgente, finanche le controversie, le critiche suscitate. Lo studioso parlerà di questo e altro proponendo un percorso ravvicinato e amicale nella storia difficile e così breve di Tondelli fornendo anche alcune tracce di lettura contenute nel volume di cui è autore, “Biglietti a un amico” (Edizioni Magellano, 2017) dedicato all’amico scomparso.

Stefano Bardi, collaboratore della rivista di letteratura online “Euterpe” con saggi e critiche letterarie, interverrà ponendo un approfondimento in merito all’attività editorialista di Tondelli e in particolare sulla curatela in tre volumi da lui prodotta del noto progetto under 25 “Giovani Blues-Belli & Perversi-Papergang” con il quale si proponeva la valorizzazione di giovani esordienti. Lo stesso Bardi poco tempo fa ha dedicato allo scrittore di Correggio un approfondimento sull’attività letteraria di Tondelli dal titolo “Omosessualità e transessualità. L’amore è sempre amore: Pier Vittorio Tondelli” pubblicato sul numero 18 della rivista “Euterpe” (Gennaio 2016).

Durante l’intero evento verranno proiettate immagini inerenti a Pier Vittorio Tondelli: la sua vita, le amicizie, le sue frequentazioni, tanto letterarie che non, da averne permesso la costruzione di una sorta di mito generazionale, in parte impolverato e che è doveroso ricordare adeguatamente, avendo dettato pagine importanti della letteratura italiana contemporanea.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

 

Biblioteca Multimediale R. Sassi

info@bibliotecafabriano.it

Tel. 0732 709390

 

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Cinzia Perrone con “Mai via da te” sabato 30 settembre alla Bibl. Diocesana a Jesi

Associazione Culturale Euterpe

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Sabato 30 settembre alle ore 17:00 presso la Biblioteca Diocesana “Cardinale Petrucci” (Via Santoni) a Jesi si terrà la presentazione del romanzo breve “Mai via da te” (Montedit, 2017) della scrittrice napoletana Cinzia Perrone che da vari anni vive a Jesi. Un romanzo doloroso e autentico nel quale traccia, con una scrittura spigliata e di semplice fruibilità, i difficili momenti che hanno fatto seguito alla prematura e inaspettata morte dell’amato fratello. Un percorso di rinata autoconsapevolezza e crescita interiore che si realizza anche mediante lo spostamento tra la Jesi dove la donna ormai vive in forma stanziale e il capoluogo partenopeo che l’ha vista nascere, crescere e dove ancora oggi è custodito il suo cuore.

L’evento è organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe con il Patrocinio del Comune di Jesi e della Provincia di Ancona e sarà introdotto da Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Culturale Euterpe). Interverranno Stefano Vignaroli (scrittore) e Marco…

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La Jesi rinascimentale rivive con il nuovo romanzo di Stefano Vignaroli

A Jesi venerdì 21 Luglio alle ore 21 la presentazione del nuovo romanzo di Stefano Vignaroli, “La corona bronzea”.

Associazione Culturale Euterpe

cover.jpgCompleta immersione nella Jesi rinascimentale venerdì 21 Luglio con la presentazione al pubblico della nuova creatura letteraria dello scrittore e amante di storia Stefano Vignaroli. L’autore, dopo varie esperienze di pubblicazione e il romanzo “Lo Stampatore – L’ombra del campanile” (autoprodotto), felicemente presentato in più occasioni, farà conoscere al pubblico il suo seguito raccolto sotto il titolo de “La corona bronzea” con esplicito riferimento a uno dei principali e intramontabili emblemi della città.

L’evento, organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe di cui Vignaroli è socio fondatore e Consigliere e con il Patrocinio del Comune di Jesi, si terrà il 21 Luglio alle 21 nella piazzetta Ghislieri, dinanzi il Caffè Pergolesi, e sarà condotta dallo scrittore e storico Marco Torcoletti.

Le letture saranno affidate, invece, a Luigi Ramini e Patrizia Giardini. L’accompagnamento musicale sarà a cura di Sara Bonci.

Lo stesso autore, che durante la serata farà conoscere i principali protagonisti della…

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Il nuovo numero della rivista “Euterpe” dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks” (invio partecipaz. entro 31-07-2017)

Ritorna l’appuntamento con le pagine della rivista online di letteratura “Euterpe”, aperiodico tematico fondato e diretto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio nell’ottobre del 2011 ed entrato a far parte delle attività più interessanti e coinvolgenti dell’omonima associazione culturale fondata nel marzo 2016 a Jesi (AN). 

Numerosissimi gli interventi in questi ventitré numeri della rivista che per ogni numero proponeva una tematica o un’immagine di riferimento alla quale potersi rifare argomentando una propria visione o pensiero. Particolarmente curata a trattare le varie sezioni, dalla poesia alla narrativa breve passando alla saggistica con attenzione per la critica letteraria, la forma testuale dell’articolo e della recensione libraria. Interessante anche l’apparato dedicato alle interviste, introdotte a partire dal n°16 della rivista, la cui sezione è curata dalla poetessa, scrittrice e haijin Valentina Meloni. Ad arricchire i contenuti anche la sezione di critica d’arte (denominata “Démon du midi”), introdotta a partire dal n°22 e curata dallo scrittore, poeta e critico Antonio Melillo. 

Assai ampio il repertorio delle voci poetiche, critiche e di estimatori dell’arte e della cultura che in questi sei anni hanno scritto sulle pagine di “Euterpe”; tra di esse è bene citare la presenza in rivista di testi – editi e inediti – di Dante Maffia, Corrado Calabrò, Marcia Theophilo, Nazario Pardini, Franco Buffoni, Elio Pagliarani, Tomaso Kemeny, Mariella Bettarini, Giorgio Linguaglossa, Donatella Bisutti e tanti altri ancora.

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Il prossimo numero della rivista, che propone un tema nevralgico e al tempo attualissimo, fonte di indagini di carattere sociali e di studi veri e propri su tendenze dei nostri giorni, sarà dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks”, vale a dire ci si domanderà, nelle forme che ciascuno reputa maggiormente proprie, quale è l’incidenza di internet e dei social, la potenzialità e quanto funziona, in termini sociali e collettivi come collante o, al contrario, come deterrente. Culturalmente, in un’età in cui le riviste cartacee stanno scomparendo o sono già avito ricordo di un’età di splendore delle Lettere, cosa apportano o come migliorano la nostra conoscenza i Social Network se, effettivamente, ci poniamo nell’ottica di riconoscegli una propensione e una finalità comunicativa e sociale? 

Sarà possibile partecipare al prossimo numero della rivista inviando i propri elaborati (attenendosi alle Linee redazionali contenute sul sito cliccando qui) entro il 31 Luglio 2017 inviando le proprie proposte unitamente a una propria scheda biobibliografica o curriculum letterario alla mail rivistaeuterpe@gmail.com 

Per chi, invece, voglia avvicinarsi alla rivista come “lettore”, facilitiamo il link di riferimento al sito dove possono essere localizzati tutti i numeri precedenti divisi in ordine cronologico e per tematica. Numeri che possono essere scaricati facilmente in formato .pdf, salvati e letti comodamente a titolo gratuito. 

“Nella casa del glicine” di Anna Maria Boselli Santoni, recensione di Lorenzo Spurio

Anna Maria Boselli Santoni, Nella casa del glicine, Pragmata, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

Copertina Casa glicine.jpgUn nuovo libro d’amore, questo di Anna Maria Boselli Santoni, Nella casa del glicine, curiosamente ambientato nelle Marche centrali, tra Civitanova Marche, Cingoli e il capoluogo dorico. L’amore che descrive Anna Maria non è quello facile e beato, quello struggente e mieloso, è un sentimento vivo che fa soffrire, che si nutre di rapporti non sempre facili, è un canto alla vita e una difesa preziosa verso i legami più autentici.

Nel nuovo romanzo, infatti, seguiamo le vicende intime di un anonimo nucleo familiare presentate – ed è questo il punto di forza – da una serie vasta di narratori che si intercalano, si intervallano, si danno man mano il testimone affinché la narrazione sia il più possibile vera e oggettiva. Ecco allora che, sulle traccia di quanto era già accaduto nell’apprezzato romanzo La dolce Rua Sovera (2014), la scrittrice non fa parlare solo gli esseri animati, vale a dire i rappresentanti di quella famiglia, ma anche gli spazi. Quei luoghi domestici dove la vita si compie, dove la famiglia snocciola giorno dopo giorno felicità e affronta difficoltà, dove si riunisce e dove, come vedremo, si rende manifesta una viva preoccupazione. Il fatto che sia un oggetto, e non un soggetto, a darci delle impressioni, a descrivere la storia, a sondare l’animo del personaggio posto sotto la lente di ingrandimento è assai rilevante e permette alla narrazione di avere uno sfogo ulteriore. I cambi di punti di vista, non solo sono significativi per il raggiungimento – nel lettore – di una panoramica più ampia e precisa di quanto in quella famiglia accade, ma sono essi stessi canali espressivi che celano codici sociali-antropologici-psicologici ben più ampi di quanto si crederebbe e che la scrittura rivela.

L’intenzione principale della Nostra era quello di creare una storia nella quale venisse posto come motivo centrale la scoperta, da parte di una madre affettuosa e ansiosa e da un padre leggermente reticente, di una disaffezione psicologica nel figlio, quello di essere affetto da un disturbo maniacale e compulsivo quale è la bipolarità. Uno stato di disagio che non deve o non dovrebbe rappresentare un tabù e che risulta assai più diffuso di quanto non si creda: una malattia invisibile nella quale il soggetto è in completa balia di un demone oscuro che si realizza concretamente con l’adozione di atteggiamenti inconsulti e violenti, o semplicemente incontrollati, tra euforia e disperazione. Fasi che il soggetto di per sé non è in grado di controllare né di riconoscere come tali, che necessitano la supervisione continua e il monitoraggio attento mediante intervento farmacologico.

La ultraffettiva madre è la prima a comprendere che c’è qualcosa in Giorgio che non vada, l’unico dei sei figli talmente diverso dagli altri, scapestrato e inarrivabile, smanioso nelle conquiste amorose, collazionatore imperituro di oggetti di bellezza mentre compie un’operazione economica incontrollata che ben presto non mancherà di evidenziare la degenerazione della sua vita dispendiosa e apparentemente irragionevole. La vita di Giorgio viene tratteggiata così per mezzo della preoccupazione materna che via via si fa sempre più incalzante tanto da motivare ansia anche nell’altro genitore e portarli a chiedere un consulto medico. Il professionista, ascoltato il racconto concitato e avvilito della madre, infatti, e analizzati i palesi e maniacali atteggiamenti descritti, non fa difficoltà ad individuare nell’anamnesi un disturbo maniaco-depressivo. Non solo: traccia le caratteristiche del disturbo, l’eziologia (chiarendo che non è da imputare a ragioni familiari né ad una educazione approssimativa) e fornisce indicazioni importanti sul trattamento, su quale deve essere l’approccio alla malattia, ovvero la cura per mezzo del litio.

La madre, conoscendo bene suo figlio, insofferente a ciascuna forma d’autorità, è piuttosto sicura che mai si sottoporrà alla cura che il medico ha previsto; con ellissi narrative veniamo, però, a sapere che Giorgio inizia la cura traendone, dopo un periodo effetti positivi, di maggiore rilassatezza con il raggiungimento di uno stadio di benessere e di allontanamento dalla dipendenze.

Questo volume intende, infatti, pur con l’artifizio narrativo, trattare una storia reale, che può essere talmente comune nelle nostre famiglie e si rende assai gradevole nonché utile perché impiega un tono informativo in una maniera non dotta né specialistica, ma originale e semplice. Ci avvicina a un mondo che – anche se non appartiene alla nostra specifica realtà – è bene e necessario conoscere. Ci fornisce i tratti distintivi di questa malattia che, chiaramente, ha numerose varietà e forme sintomatiche proprie e che nel nostro protagonista ha più la forma della mania degenerativa che dei veri sbalzi umorali tra euforia e depressione. Come viene chiarito nel libro, infatti, la storia di Giorgio è quello di un ragazzo che si rapporta al mondo in maniera distorta inseguendo sempre l’accumulo, l’eccesso, il lato superlativo di ogni esperienza, sia essa amorosa, sia di benessere fisico –di cui c’è riferimento all’uso della droga- e tanto altro ancora. Il suo disturbo, per come la narratrice ce lo rende, resta per lo più compreso tra una situazione di latente normalità e una palese esagerazione di toni che tendono all’euforia, al fagocitamento spasmodico dell’esistenza. Non si percepiscono in Giorgio, infatti, momenti di appiattimento o di vero stordimento, di negazione di sé nelle quali la depressione, vale a dire una condizione di profonda perdita di conoscenza di sé e di tristezza, può portare all’adozione di atteggiamenti lesivi per sé o per gli altri, finanche il suicidio.

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L’autrice del libro

Concettualmente sono configurabili all’interno della narrazione una serie di location che, oltre a essere tra loro concatenate, sembrano essere l’una inserita all’interno dell’altra, come una sorta di scatola cinese. La casa del glicine, che si identifica con l’emblema della famiglia ma anche dell’infanzia, è un mondo di pensieri positivi, felici ricordi e unità domestica, ed è pertanto un mondo di colore: essa tinge di viola, di questa tinta cromatica un mondo che, pur bello e auspicabile, l’avanzata della storia ci descrive come minacciato, ipotecato e infine perduto. Dall’altra parte possiamo intuire un nero o, comunque, una tinta fosca e indistinta che va a localizzarsi come non-spazio o come forma allucinata di realtà che Giorgio vive e consuma, senza rendersene conto. È un recesso oscuro che la coscienza non riesce a governare, un mondo fatto di probabili psicosi e di atteggiamenti maniacali, ridotti a mera ripetizione finalizzata all’ottenimento di uno scopo che si è in qualche modo perso di vista e per questo si rincara sempre più la misura di tutto. Vediamo nelle pagine che chiudono questo denso romanzo una graduale appropriazione del mondo delle tenebre su quello spazio di natura e di beltà autentica rappresentata dalla casa del glicine e dalla ormai lontana spensieratezza familiare. Una sorta di battaglia che si compie tra l’ottundimento della ragione e la forza d’essere, tra l’irresponsabilità e l’orgoglio ed ancora tra la sanità e una caduta, non solo psicologica, ma anche in termini morali, di dignità e rispetto della persona.

Un evento inaspettato e tanta buona fiducia nell’anima buona di Lucrezia permetteranno, nel dolce finale, di squarciare quel nero che si è fatto sempre più fitto con la definitiva riappropriazione della casa del glicine, luogo dell’incanto e dell’amore, contorno speziato di una presenza rassicurante e necessaria per il futuro a venire.

I miei complimenti ad Anna Maria per questo suo nuovo lavoro e per la sua ineffabile capacità di saper trattare tematiche non sempre semplici, fornendocele, però, attraverso il tocco amoroso di una donna che vive sulla sua pelle gioie e dolori, che sa interiorizzare le situazioni con una notevole forza espressiva e rendercele nella loro conturbante drammaticità. Trovo assai giuste e pertinenti le osservazioni di Enrica Santoni Rothfuss, poste come nota di lettura in appendice al libro, quando parla della struttura teatrale dell’opera, che difatti è divisa in atti, non mancando al contempo di rivelare che si tratta di un romanzo. Aggiungo che vi sono delle parti (compresa l’invocazione alla Vergine) di intensa emotività e di apicale espressionismo che contengono – pur nella forma prosastica – un animo lirico e di forte empatia con il narrato.

 La casa, nolente confidente dei pensieri e dei tormenti di ciascun personaggio, è una presenza assai importante che, pur muta, è come se confortasse la stessa Lucrezia, raccogliendo le lacrime e le notti in bianco per un dolore col quale non si sa quali armi impiegare. L’ambiente che lo circonda è dotato di per sé di energie proprie capace di infondere rilassatezza e riconoscenza al creato, in quella terra plurale di colli e riviere che è le Marche, dalla Nostra definita con affetto “terra ricciolina”. Di questa regione vengono offerti altresì rimarchevoli descrizioni e riferimenti ad alcuni degli elementi più caratteristici, tanto architettonici e religiosi com’è il caso della preziosa casa mariana all’interno del Santuario di Loreto, o addirittura culinari, quando richiama il saporito frustingo, dolce tipico del Maceratese.

Dati i recenti movimenti tellurici che hanno investito anche la mia regione e che hanno riguardato in particolare alcune zone del Maceratese che ancora versano in gravi condizioni non posso che appropriarmi dell’immagine della casa nel romanzo di Anna Maria Boselli Santoni, culla di protezione, dominio degli affetti, ricca ancestralità e spazio identitario.  Dimore che nell’attualità di una cronaca scomoda sono collassate o hanno riportato seri danni da decretare l’inagibilità: universi creduti invincibili al tempo e ad ogni legge fisica di colpo sfarinatesi, assieme ai sogni, lasciando polvere su visi, insozzando labili certezze. L’autrice del romanzo, forse in maniera inconsapevole, con questa robusta e pregnante narrazione qui ambientata, – giunta proprio in questo momento complicato – innalza un dolce inno a una delle regioni più belle che l’Italia possa contare, fa librare una preghiera accorata con il pensiero pesante verso chi il sacro tetto familiare l’ha drammaticamente perso. Un romanzo che, letto in questo momento e con le naturali implicazioni affettive che mi lega alla mia Regione, ha la forma di un potente monito di convinta speranza nel miglioramento anche se, non bisogna mai compiere l’errore di sradicarsi dalla realtà dei fatti poiché, come diceva Kay Redfield Jamison, – che la Nostra cita -, “perfino il tempo/ impiegò il suo tempo,/ e non fu dolce”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 03-05-2017