Recensione di “Cetti Curfino” di Massimo Maugeri a cura di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

Andrea Coriano, protagonista del romanzo, è un trentenne giornalista free-lance che stenta ad  affermarsi perché ancora non ha trovato la storia da raccontare. Intanto vivacchia in casa della zia Miriam che l’ha amorevolmente accolto sin dalla nascita, assumendo il ruolo della  madre morta di parto. La  sua vita  scorre  monotona, scandita dalle modalità di gestione della casa amorevolmente imposte dalla zia, che, sebbene accettate, lo avviliscono, finché non s’imbatte nella storia a lungo cercata, quella di Cetti Curfino, rea confessa di un grave delitto, adesso in carcere.

La storia ha avuto  una immediata eco mediatica, ma poi è stata dimenticata. Andrea decide di incontrare la donna in carcere, di parlare con lei per portare alla luce quello che ancora non è stato rivelato, l’elemento di mistero, l’enigma  che si nasconde dietro al crimine.

download.jpgDal primo incontro Andrea resta affascinato non soltanto dalla bellezza sfolgorante della quarantenne, ma dall’incanto ferale che emana. Cetti potrebbe essere una donna fatale, ma le manca la consapevole perversione del ruolo, perché, al contrario, lei cerca di sminuire e occultare la sua bellezza, di cui conosce il pericolo. Ha fatto esperienza  di quanto sia difficile mantenersi salda su onesti  principi. Cetti, facciamo le cose regolari, Cetti, che chi non le  fa poi la piglia in quel posto, le diceva sempre il marito prima che morisse. Ma non è facile per Andrea portare avanti il progetto del libro anche se condiviso da Cetti, perché La donna è il negro del mondo….è la schiava degli schiavi dice J. Lennon in Woman is the Nigger of the world, canzone  citata nell’esergo del libro e  indicata dall’autore come colonna sonora del romanzo.

La narrazione scorre fluida lungo i trentasette capitoli che alternano la  lingua italiana di Andrea e zia Miriam e altri personaggi al dialetto siciliano, che aspira a un’italianizzazione precaria e scorretta, usato da Cetti nel  suo inconsapevole percorso di autoanalisi nelle lettere scritte al  commissario Ramotta per racconta tutta la sua storia. Cetti si fa scudo delle sue esperienze per migliorarsi, per uscire  al più presto dal carcere, attuando una condotta irreprensibile, per imparare ad esprimersi correttamente con la speranza di riabbracciare il figlio e costruirsi una vita migliore. In questa sua scelta è autentica e determinata.

La storia di Cetti, che come s’intuisce da un solo indizio è ambientata a Catania, viene contestualizzata in temi di forte attualità, quali la condizione femminile, la situazione carceraria, la difficoltà dei giovani a trovare una condizione economica adeguata, la delinquenza, il lavoro in nero. La lotta della donna per trovare uno spazio vitale in una società maschilista appare ancora lontana dal successo, ma è guardata con interesse dallo scrittore che con chiarezza esprime il suo sostegno.

La storia di Cetti  ha già attratto Maugeri che l’ha raccontata in “Ratpus”, pubblicato nella raccolta Viaggio all’alba del millennio edita da Perdisa; ma la ripresa in forma di romanzo matura quando il regista Manuel Giliberti traspone il testo in un monologo interpretato da Carmelinda Gentile. Si può cogliere un una linea di continuità del romanzo Cetti Curfino con la precedente prova narrativa di Maugeri Trinacria Park, edita da e/o nel 2013 nella tema siciliano, lì affrontato in maniera esplicita dal punto di vista dell’immobilismo dell’isola: E vui, biddizza mia, durmiti ancora, canzone siciliana che fa da colonna sonora alla narrazione; mentre in Cetti Curfino la Sicilia appare in maniera più sfumata, non soltanto per la focalizzazione su un  personaggio, ma per una volontà di dare alla storia un significato più ampio in cui ogni lettore può riconoscersi.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autrice della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Annunci

“Il segreto, l’attesa, Penelope ed Enrico V: “Berta Isla” di Javier Marías” di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini  

Sullo sfondo di una Spagna in cui si consuma l’interminabile fine del Franchismo, tra minacce golpiste, attivismo dell’Eta, omicidi di stato dei temibili “Sociales” alimentati dal vento del Maggio francese e radicato perbenismo borghese filo-monarchico, si accende, con “ardente, precoce e risoluta passione”, l’amore di una vita, “definizione che si dispensa assai spesso ad un prescelto quando questa non ha fatto che cominciare e non si ha la minima idea di quanti amori potrà albergare né di quanto potrà essere lunga”.

978880623743HIG.JPGDi Tomás Nevison (padre inglese, madre spagnola), occhi inquieti ed inquietanti, ironico, brillante, impenetrabile, fascinoso come (a scelta) un pilota anni ‘40/un musicista/un attore alla G. Philipe, miracolosamente versato nelle lingue e destinato a sicuro successo in (a scelta) finanza, diplomazia, politica, carriera universitaria si innamora al liceo, con la cieca, primitiva cocciutaggine di una passione “elementare e arbitraria, estetizzante e presuntuosa”, Berta Isla, protagonista dell’ultimo, omonimo romanzo di Javier Marías (Einaudi, 2018).

Madrilena da cinque generazioni, di una “bellezza mora, temperata, dolce e imperfetta”, non abbagliante ma capace di turbare, sprigiona tutto il magnetismo di un’allegria spontanea, impaziente, anche sfacciata, capace di convertirsi repentinamente in tristezza o rabbia e, comunque, convivere con un carattere risoluto e coraggioso che la condannerà ad “insediarsi indefinitamente nell’attesa” di un uomo tenacemente desiderato e incomprensibilmente spinto (per sua scelta? Che significa scegliere? Chi è veramente libero di farlo?) a trascorrere un’esistenza “itinerante, logora, clandestina, finta, vicaria, usurpata, ingannevole, confinata…defunta”.

Vera, moderna Penelope, impossibile per lei  “chiudere definitivamente con ciò che non sarà mai limpido né sgombro, ma sempre oscuro e fumoso” e che nemmeno, forse, è mai realmente stato. Durante il lungo fidanzamento la Musica del caso (P. Auster) prima che una consuetudine diffusa in contesti sociali altolocati anni ’60, induce Berta a vivere il primo rapporto fisico con il mai dimenticato, candido, non sfuggente né mortificato banderillero “sciolto” Esteban Yanes e Tomás – talentuoso studente ad Oxford – ad incontrare chi, meno seducente di Calipso, suonerà sullo spartito del suo destino come una tragica, inattesa stonatura. Troppo versatile il giovane nell’imitare gli altri (gesti, sfumature dialettali, sorta di Zelig che rinvia al J. L. Romand de L’avversario di Carrère) per non attirare l’attenzione dei Servizi di Intelligence britannici i cui agenti possono nascondersi dietro paludati docenti oxoniani (MI5, MI6 e quanto rimane del PWE di Delmer e della sua temibile “guerra sporca” antinazista), troppo ingenuo per non illudersi che “il segreto sia una forma suprema di intervento nel mondo – una realtà priva di tenebre è destinata a sparire per sempre e chi agisce nell’ombra “lo turba e lo pungola il mondo” – e condurre una vita fittizia significhi, su questa terra, aggiungere o levare, sommare o sottrarre: “un filo d’erba, un granello di polvere, una guerra, un po’ di cenere, un vento, dipende. Ma qualcosa”.

Javier-marias
L’autore del libro, lo spagnolo Javier Marías

Di fronte ad un evento che rimanda palesemente a Domani nella battaglia pensa a me (non è l’unica affinità), alla fine troppo impaurito per non (dover) comprendere che i servizi segreti sono “una convenzione che si accetta come si accettano senza obiezioni gli accidenti, le malattie, le catastrofi, le fortune”…e le disgrazie, soprattutto quando, incolpevoli, si vuole evitarle anche a costo di perdere – amandola quasi quanto lei ama lui – la sua donna, nell’istante stesso (1974) in cui la sposerà.

Ci fermiamo qui negli accenni al plot narrativo cercando, semmai, di evidenziare perché Berta Isla è, probabilmente, il miglior romanzo di un autore straordinario e molto amato. I temi programmatici della sua poetica, da Un cuore così bianco a Gli innamoramenti compaiono tutti: il tempo, che scorre inesorabile anche quando crediamo ci attenda, agisce sulla nostra coscienza desta o dormiente, consuma, snatura e deforma i volti, (con)fonde luoghi ed oggetti affidati ad istantanee che ostracizzano/cancellano contorni e lineamenti, l’illusorietà dei rapporti sentimentali (“tutto ciò che prova l’amato appartiene al campo dell’immaginazione. Non lo si può mai sapere con certezza […] non si può sapere neppure se le dichiarazioni più ardenti siano verità o convenzione, se siano sentite o siano quello l’altro crede di provare o è disposto a dire”), il potere ipnotico del sogno, quello devastante del caso, l’attesa come ineluttabile condizione di sopravvivenza (“quando si aspetta per troppo tempo si scopre di essere ormai abituati ad aspettare: forse è meglio che tutto rimanga incerto e fluttuante per coltivare la speranza che la nostra esistenza possa tornare ad essere come vorremmo, o avremmo voluto, fosse”), il sottile confine fra la vita e la morte, la persistenza/necessità del ricordo – “la pessima memoria del mondo, labile, dubbiosa, mutevole ce ne porge la possibilità su un piatto d’argento” – e, fra tutti, il mistero che, per lo scrittore, costituisce il nostro status naturale: “non sapere nulla, muoversi a tentoni, essere ingannati e, ancor più, mentire”. Talmente ossessivo questo archetipo, che azzardiamo l’ipotesi sia, per Marías, alla fine necessario in amore e non ne costituisca un limite: per alimentarne l’intensità, salvarne il fascino, mettere in fuga la stanchezza della perfezione e far sì che il legame non divenga “un baule o un secchio della spazzatura o un mobile”.

Mentre, però, lo sviluppo di queste tematiche, nelle precedenti opere, era affidato per lo più alle monologanti riflessioni introspettive dei singoli personaggi, rese attraverso uno stile “vertiginoso e ricco”, come ha ben sottolineato Mario Fortunato, non esente da un certo “narcisismo”[1] a tratti criptico e involuto (a detta di molti lettori, che ora non hanno più alibi), qui viene da un lato tradotto in una avvincente e ben congegnata struttura noir (una sola pecca – trovatela! – del resto nessuno esige il rigore del giallista, ci mancherebbe…anche la sceneggiatura de La donna che visse due volte faceva acqua e non citiamo a caso il gioiello di Hitchcock), dall’altro assume un respiro storico del tutto inedito.

Così la vicenda dello struggente “innamoramento in assenza” della protagonista viene scandita dagli accadimenti dell’ultimo trentennio del XX secolo: il contraddittorio post-franchismo del “macellaio di Malaga” Arias Navarro e di Adolfo Suarez (nomina regia), l’era pre-thatcheriana di Callaghan, Wilson e Heath, la sanguinosa questione irlandese con il “Bloody Sunday” di Londonderry del 1972 e “L’uccisione dei Caporali” a Belfast nel 1978, la “piccola guerra” delle Falkland e quella immane del Vietnam, lo scandalo Watergate e la caduta del Muro dello scandalo, ma anche dai risvolti culturali, dalle icone filmiche, dai miti musicali degli intensi anni ’80 (Beckett e Cassavetes venerati entrambi) nonché dalla persistente presenza di scrittori e testi evidentemente cari all’autore: Melville, Faulkner, i classici della “Letteratura del ritorno” (Il Colonnello Chabert, La moglie di Martin Guerre, Dumas e il più autorevole, Omero…lo strano caso di Mattia Pascal lo aggiungiamo noi d’ufficio alla lista) con Eliot e Shakespeare a svolgere il ruolo di virtuale coro che lega gli snodi dell’intreccio. Stavolta non Riccardo III ma – felicemente – l’Enrico V che, travestito, si infiltra fra i suoi soldati per spiarne umori e pensieri.

Non ci meraviglieremmo se avesse pensato prima al riferimento che alla struttura della trama…grandezza del Bardo. In conclusione un’osservazione sullo stile che – come ben sa chi lo conosce – è spesso aforistico (abbiamo riportato molte citazioni testuali, che assumono valenza assoluta…imbattibili quelle sull’amore), sontuoso, ipotattico. Il narratore è, alternativamente, esterno onnisciente (compare una felice definizione di questa funzione narratologica, brillantemente legata al ruolo dell’agente segreto)[2] e interno (focalizzazione sulla protagonista, che riporta solo il poco che sa, altra geniale intuizione), mentre alcune scene vengono descritte, come ne L’amante di Yehoshua – maestro in questo – da entrambe le ottiche, spesso assai diverse. Carver o Franzen, De Lillo o Kent Haruf non spenderebbero due righe per descrivere capelli e occhi di un personaggio: secondo gli esponenti della narrativa americana – e qui il discorso si farebbe lungo – sono i fatti narrati a determinarne l’aspetto anche fisico, oltre che psicologico. Marías vi indugia con una raffinatezza unica, che accresce il piacere della lettura e di cui non possiamo rendere conto se non, brevemente, in nota:[3] anche questo fa di Berta Isla (insieme a Giuda di Amos Oz) uno degli esiti letterari più interessanti ed intriganti degli ultimi anni. Già un classico.

 MARCO CAMERINI 

 

NOTE

[1] M. FORTUNATO, “Incantesimo di coppia”, L’Espresso, 24 giugno 2018, p.96.

[2] “Non ha nome e non è un personaggio, viene creduto e ci si fida di lui. Si ignora perché sa quello che sa, perché omette quello che omette e come mai ha il potere di determinare il destino di tutte le sue creature, c’è ma non esiste, è evidente che esiste ma è introvabile, è indiscernibile e neppure l’autore, che se ne sta a casa sua, può spiegare come mai sa quello che sa”, pp. 107-108.

[3] “Agli occhi chiari mancava solo un minimo di curvatura per risultare sporgenti, e se fossero stati di un tono più chiari sarebbero stati color vino bianco passito, giallastri”!

 

L’autore della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Declinano l’amore i racconti (straordinari) di Jeffrey Eugenides, a cura di Marco Camerini

A cura di Marco Camerini  

Che Eugenides sia uno degli scrittori più schivi, originali e talentuosi degli ultimi vent’anni è confermato dalla recente silloge dei racconti Una cosa sull’amore (Mondadori 2018, copertina felice), imperdibile per ben “cinque ragioni” secondo quanto ha scritto in un appassionato, bellissimo intervento su “La lettura” del Corriere Alessandro Piperno, ammiratore confesso del suo “talento mimetico che sfiora l’orecchio assoluto”.[1]

41+vZwX0JCL._SX323_BO1,204,203,200_.jpgNel deserto rovinoso di un presente segnato da solitudine, incomprensioni, sconfitte, fra gli spettri opprimenti di una vecchiaia mai ammessa né accettata, naufragi matrimoniali drammaticamente (o penosamente) negati, rimpianti e rinunce, ciniche rivalse e frustranti derive economiche, alienati e lancinanti smarrimenti, è certamente il “tema ossessivo dell’inadeguatezza”[2] il legame che unisce tutte le storie, ma anche, ci sembra, la tenace e irrinunciabile fiducia in un sentimento che salva e redime dall’angoscia, se non dal fallimento più o meno annunciato. È l’amicizia senile tutta femminile di Della e Cathy, insoddisfatte Brontolone[3] in eterno sovrappeso, anticonformiste e umorali che perdono mariti, figli “pallidi, sinistri, circospetti come gli assassini di un film di fantascienza” ma non se stesse, risolute – proprio nel momento in cui la più anziana precipita nel gorgo invalidante di una “violenta e aggressiva” demenza – a disseppellire “l’ascia” per uccidere insieme le avversità. O l’attrazione per l’assoluto flusso energetico dell’Universo (om cosmico, musica delle sfere, perpetua capacità di rigenerazione terrestre) del protagonista di Posta aerea il quale, alla ricerca di un’identità perduta nello scialo della propria esistenza, la ritrova nel panico, trasfigurante abbraccio di una fascinosa natura esotica (Bangkok, Bangalore, Calcutta) alla percezione di “un trillo”, sorta di pirandelliano “fischio del treno” che lo proietta al di là di ogni coordinata familiare, sociale, umana. È l’insopprimibile istinto materno di Tomasina (Siringa per ungere la carne), 40 anni 1 mese e 1 giorno, sontuosa dimora in Hudson Street, lavoro appagante, disposta –  fallito “il piano A” (“improbabile armata di adulteri e perdenti, gli uomini”) – a ripiegare sul meno romantico, più solitario e triste ma anche coraggioso e creativo piano B: un figlio “senza lui”, o meglio “con tutti i lui” della sua disincantata vita di rimorsi (comunque l’amore si impone grazie a chi innamorato lo è veramente, l’ex Wally Mars, donatore mai domo e figura vincente in uno spiazzante, struggente finale) o la passione musicale di Rodney (Musica barocca), jocyana “piccola nube”, razionale e un po’ rigido maestro di clavicordo (“bordura dorata e giardino geometrico dipinto, famiglia del clavicembalo”) travolto – dopo una fugace bohème giovanile vissuta fra Berlino, Heidelberg, Kurt Weil e gli amati Bach “père et fils” – dalla squallida marea di polizze, conti in rosso, rate inevase, “cifre atroci sulla carta di credito”, (in)adempienze domestiche avvilenti di un quotidianità prosaica e assai poco artistica. Sono la nostalgia di un’America democratica, rurale, libertaria e tollerante di Kendall (Great experiment), poeta fallito non per incapacità, “intelligente ma non ricco”, costretto a fare i conti con la deriva tecnologica di una plutocrazia fondata su software personalizzati, malversazioni e “delitti fiscali di broker ludopatici” nella quale la frode bisogna saperla pensare e perpetrare alla grande, non con remore letterarie (altrimenti meglio restarsene in uno squallido loft dove piove dal soffitto a riflettere sulla Democrazia in America di Tocqueville) e il tentativo di Charlie – architetto separato, vittima di ordinanze restrittive più o meno d’urgenza che si aggira patetico intorno alla vecchia casa “a distanza di 50 piedi” – di riaccendere “il tizzone” di un rapporto nel quale nessuno dei due deve Trova(re) il cattivo, scappare o inseguire l’altro, ma accoglierlo e dire “eccomi”. Facile come “colorare un arcobaleno”, perché una “cosa” nell’amore che tiene unite le coppie “non sono i soldi, i figli o una visione condivisa della vita, ma avere cura uno dell’altra. Sono le piccole gentilezze reciproche, chiedere come è andata la giornata fingendo che ti interessi”. Soprattutto, alla fine, è l’intima necessità di sentirsi vivi e di giocarla comunque la partita con la disperazione: può essere sufficiente un pasto miracoloso a base di carciofi per metterla in fuga, come accade in Giardini volubili, il racconto forse più riuscito della raccolta. Al lettore il piacere di scoprirlo, come anche di fare la conoscenza del prof. Luce, endocrinologo/anglo-irlandese/episcopale non praticante/amante di Bruegel, strepitoso protagonista di un’ironica  proto-versione del mitico Middlesex.

Eugenides_J.jpg
Una foto dell’autore, Jeffrey Eugenides, tratta dalla rete. – Fonte: https://www.whiting.org/awards/winners/jeffrey-eugenides

Lo stile di Eugenides, per citare ancora Piperno, “è un manufatto superbamente rifinito […] le frasi sono tornite al punto da non mostrare alcuna asperità. Dovendo fare due nomi: Nabokov e Salinger”.[4] Necessario, essenziale, strutturato sui dialoghi, privo di lirismo e per lo più nominale (minime le sequenze aggettivali), è capace di delineare fulminanti, efficaci ritratti come la Prokrti di Denuncia tempestiva (squarci di vita indiana ricordano J. Lahiri)[5] e solo in quest’ultimo racconto (il più recente insieme a Le brontolone, 2017) cede alla (troppo) diffusa tendenza della narrativa contemporanea di inserire brani non letterari, mail ed sms in caratteri tipografici differenti. Semmai andrà sottolineata l’intrigante “struttura aperta” delle storie, con splendidi finali che suggeriscono, non chiudendola, un’evoluzione extra-testuale della vicenda per lo più angosciosa e non consolatoria (cfr. Multiproprietà), insieme alla magistrale capacità dello scrittore di ricorrere – anche se non è certo simbolico il suo modello di scrittura – ad oggetti epifanici catalizzatori del significato più profondo del testo: l’ascia e i carciofi citati, guanti spaiati, un giocattolo, preziose statuette di giada e orwelliani…topi.

 MARCO CAMERINI

NOTE:

[1] Cinque ottime ragioni per leggere Jeffrey Eugenides, “La lettura”, 26 agosto 2018. Brevissima recensione nella recensione: l’articolo citato conferma (non che ve ne fosse bisogno) l’autorevolezza di Piperno critico e saggista militante. Raffinato, acuto e, insieme, piacevole alla lettura, mai pedante o accademico. Raro.

[2] A. PIPERNO, art. cit.

[3] Vengono riportati in grassetto i titoli dei singoli racconti.

[4] A. PIPERNO, ivi.

[5] “leggins neri, scarponcini Timberland, calzettoni viola da escursionista, volto da miniatura indù, occhi di un colore sorprendente che poteva esistere solo in un dipinto in cui l’artista avesse mescolato verde, blu e giallo indiscriminatamente che la facevano assomigliare a una ballerina gopi o a una santa bambina venerata dalle masse”

 

L’autore della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Il “Fondo Desideri” donato alla Biblioteca Comunale di Massa Marittima. La presentazione sarà venerdì 23 novembre

Sono circa 1500 i volumi del prof. Antonio Desideri, docente e scrittore, ceduti per volontà della famiglia.“Un vero e proprio tesoro per la nostra istituzione bibliotecaria”, ha detto Marco Paperini assessore alla cultura.

volantino Fondo Desideri-page-001.jpg

La Biblioteca “Gaetano Badii” di Massa Marittima (Gr) amplia in modo importante la sua proposta di libri grazie alla donazione dei libri di Antonio Desideri studioso della letteratura e indimenticato docente e preside delle scuole medie e del  ginnasio a Massa Marittima dal 1943 al 1956. Proprio per il grande attaccamento del professore alla città del Balestro che la famiglia ha deciso di donare circa 1.500 volumi alla biblioteca. Dopo l’approvazione della donazione da parte del Consiglio Comunale di Massa Marittima, all’inizio del 2018 i libri del professore sono stati portati nella Biblioteca e si è proceduto al lavoro di inventario e presa in carico.

La presentazione al pubblico del Fondo si svolgerà venerdì 23 novembre alle ore 17 nella sede della Biblioteca in Piazza XXIV Maggio, con un evento dal titolo: “La biblioteca di Antonio Desideri tra Massa Marittima e Firenze. La scuola, l’impegno civile, la storia”. Saranno presenti i figli dello studioso: Paolo, Alberto e Laura Desideri, quest’ultima direttore della Biblioteca del Gabinetto Viesseux di Firenze, l’assessore alla cultura Marco Paperini, il direttore della Biblioteca Comunale Roberta Pieraccioli e Aldo Simeone della Loescher Editore, la casa editrice che ha di recente ripubblicato un manuale di storia scritto da Desideri per i licei dal titolo “Storia e storiografia”. In occasione della presentazione del Fondo, sarà anche inaugurato lo scaffale con i libri scritti dal professore. Desideri ha lavorato come docente e preside a Massa Marittima in un periodo difficile giocando un ruolo importante nella riorganizzazione delle scuole della città nel periodo tra l’occupazione tedesca e il primo dopoguerra.

Desideri a Massa Marittima.jpgNato a Pitigliano nel 1915 e morto nel 2004 a Castiglione della Pescaia, laureato in Storia Romana a Firenze nel 1939, entra di ruolo nella Scuola Media inferiore e Ginnasio Superiore Statale di Massa Marittima il primo ottobre del 1943, ma vive sfollato con la moglie e i primi due figli a Gerfalco fino alla liberazione di Massa nell’estate del 1944. A Massa Marittima qui nasce la terza figlia. Nell’ottobre del 1956, dopo 13 anni, Desideri con tutta la famiglia si trasferisce a Firenze, dove insegna Latino e Storia all’Istituto Magistrale e inizia la sua attività di studioso e autore di testi e manuali scolastici per case editrici di rilievo come La Nuova Italia e D’Anna Editore. Pur vivendo a Firenze, Desideri resta sempre molto legato a Massa Marittima e al territorio tanto che la sua figura è ricordata ancora oggi da molti che lo hanno avuto come insegnante e collega. Tra i libri che sono stati donati alcuni sono testi scritti dallo stesso Desideri e una parte più cospicua costituita da libri di storia, di letteratura, saggi vari che il professore ha raccolto e utilizzato per la sua attività di saggista e docente tra cui 800 volumi circa di storia tra storia generale e storia di specifici periodi dall’antichità alle soglie dell’anno 2000, volumi di saggistica politica e sociale; 700 volumi circa di letteratura classica italiana e straniera, di musica, cinema, arte e opere di consultazione quali dizionari ed enciclopedie. “Si tratta di una donazione importante – ha detto l’assessore alla Cultura Marco Paperini – il professor Desideri ha costruito la sua biblioteca con una logica didattica in funzione dei suoi studi per redigere una serie di manuali di storia della letteratura: si tratta quindi di un valore culturale alto che arricchisce il nostro patrimonio bibliografico”.

Massa Marittima, 19 novembre 2018

“Morte a Milano – Ernest” di Antonio G. D’Errico – Prefazione di Michela Zanarella

Prefazione di MICHELA ZANARELLA

morteamilano.jpg

Lo sviluppo del genere noir è fluttuante, così come si evidenzia nel romanzo di Antonio G. D’Errico, e ancora oggi per i suoi scenari cupi e pessimisti ha i suoi adepti. Il noir tratta la realtà senza tante illusioni di salvezza o miglioramento, dove il male si è impossessato di insospettabili uomini. Le ambiguità delle situazioni sociali suggeriscono il ricorso alla psicoanalisi. Questi complessi fattori rappresentano, in nuce, il lato oscuro del comportamento umano. L’universo del noir è rappresentato per lo più da uomini soli che vagano spinti da motivazioni sconosciute, che risiedono nel profondo del loro passato abusato e travagliato. Sono personaggi spesso rudi, malinconici, che percorrono itinerari cittadini, dove non c’è possibilità di salvezza in una società ostile e internamente malata. Antonio G. D’Errico è uno scrittore di talento che sa muoversi bene in più generi letterari. ‘Ernest. Morte a Milano’ è un noir di qualità, scritto con un linguaggio moderno, avvincente, dallo stile originale e interessante. La trama parte dalla traduzione di un manoscritto di Monnais, già edito in Francia, che l’editore italiano vorrebbe far conoscere ai suoi lettori. Il romanzo si apre sul dialogo tra lui ed un suo collaboratore, al quale chiede con insistenza a che punto sia la traduzione del libro. Il traduttore, preso dalla rabbia e dall’inquietudine per quel comando a sbrigarsi nel lavoro, presenta il protagonista della storia di Monnais: Ernest, un giovane rimasto orfano della madre, mandato dal padre a vivere con gli zii. Qui non voglio svelare alcun altro passo ai lettori. Pagina dopo pagina ci si accorgerà comunque dei disagi psicologici esistenziali, tra cui realtà o fantasie erotiche subite per troppo tempo taciute, sdoppiamenti, riflessi.  Il traduttore, andando avanti nel suo lavoro, presuppone che Monnais cerchi di alleggerire il peso della vergogna, assegnandone una parte a un altro personaggio, la zia, colpevole di un lungo silenzio. Si interroga sulle soluzioni narrative dell’autore francese. Domande e risposte saranno opera dei lettori di questo avvincente noir. Su tutto dominano i bagliori di ombre oscure di Henry James in ‘Ritratto di signora”. Sembra quasi che le esistenze dei personaggi confluiscano in un unicum narrativo dove D’Errico ha la chiave della soluzione. L’autore è abile nel proporre il mistero, suscitando curiosità. Crimini, avvicendamenti, omissioni, omicidi, da chi sono compiuti? In un alternarsi di identità, tra realtà e mistero, si snoda tutta la vicenda che rende particolarmente intrigante il libro di Antonio G. D’Errico, ambientato nella nordica città scaligera. L’autore è riuscito a costruire un noir che ha tutte le caratteristiche tipiche del genere: esiste un assassino, c’è un’indagine, gli indizi e le ipotesi sembrano casuali, ma non è così, nasce una sfida per scoprire il perché, si va alla ricerca di una verità tra vendette e rancori. Si susseguono emozioni e sentimenti contrastanti. Si racconta di violenza, abusi, amore, abbandoni, possessione, nostalgia, gelosia, disagi psicologici e follia: le molteplici fragilità umane. Con un’analisi quanto mai lucida e attenta della società, D’Errico ci proietta in una dimensione in cui finzione e realtà si intersecano e si sovrappongono in un interscambio emotivo: si entra in un labirinto di pensieri e ci si trova a dover scostare il buio, a farlo affiorare per poi poterlo affrontare. La scrittura è matura, consapevole, molto visiva e cinematografica, non ci sono mai tentennamenti narrativi o eccessive forzature e pesantezze linguistiche. Tutto scorre fluido, mentre la suspence cresce scena dopo scena. Si delinea il ritratto di un uomo smarrito e svuotato della sua identità, che non si fida di nessuno, nemmeno di se stesso. Il protagonista incarna l’uomo di oggi senza certezze, vive nel dubbio, crede di saper amare e si aggrappa alla sete di vendetta, pensando che sia l’unica soluzione per risollevare le sorti dell’umanità. Sulla scia di Raymond Chandler, altro maestro moderno del noir, ci troviamo in questo romanzo a scandagliare la psiche, ad affrontarne i limiti, a conoscere la paura, accettandone le contraddizioni. Solo andando oltre le cose e vivendo si può riuscire a trovare il giusto equilibrio. D’Errico ci accompagna in un viaggio dell’anima, dove l’unica soluzione per il lettore è arrivare alla fine.

 

SINOSSI DEL LIBRO

Dino Lenza, traduttore di romanzi gialli, è alle prese con l’ultimo lavoro dello scrittore francese Jean Baptiste Monnais, dal titolo “La morte di uno sconosciuto”. Il protagonista è il giovane Ernest, che è stato vittima da bambino di ripetute violenze sessuali da parte dello zio. Lenza resta scosso da quelle descrizioni, rivivendo le angosce del personaggio, immedesimandosi nei suoi stati d’animo. Trova anche nei tratti somatici del protagonista una certa somiglianza coi suoi. Viene colto da un moto intimo di rabbia, come non si era mai manifestato prima.

Elimina completamente dalla traduzione le pagine scritte dell’autore francese e inizia la scrittura del suo giallo. I toni si fanno aspri e cruenti, il cinismo e la follia omicida non lasciano più uno spiraglio per il perdono. Il commissario incaricato delle indagini, pur nutrendo forti sospetti su tutti quegli omicidi, non riesce a trovare una spiegazione efficace per evitarli.

Una figura di rilievo della narrazione è la zia del giovane traduttore, pittrice famosa e donna di grande bellezza. Il rapporto tra i due lascia intravvedere un’ossessione seduttiva reciproca.

 

L’AUTORE

Antonio D'Errico.jpg

Antonio G. D’Errico, poeta, scrittore e sceneggiatore. Premio Grinzane Pavese, nel 1998 e nel 2000. Ha scritto numerosi testi di argomento musicale. Nel 2011 pubblica per Rizzoli la biografia di Eugenio Finardi, Spostare l’orizzonte, scritta insieme al cantautore milanese e, nel 2015, esce presso Mondadori con la biografia di Pino Daniele, Je sto vicino a te, scritta insieme a Nello Daniele, fratello di Pino. Il suo esordio nella letteratura di genere noir gli vede assegnare il terzo posto dalla giuria dei lettori al “Premio Scerbanenco, Courmayeur noir in festival”, con l’opera per ragazzi Il Discepolo, ispirato ai fatti di cronaca legati alla sette sataniche. Successivamente dà alle stampe l’originale thriller sul mondo della scuola, La governante Tilde. Con Morte a Milanoritorna al noir tematico di genere, dopo aver pubblicato da poco per Controluna edizioni la delicatissima silloge poetica dal titolo Amori trovati per strada (Luglio 2018).

 

L’autrice della prefazione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Una società diversa: ricordi di una Trapani trascorsa, viva nel ricordo fulgido e costante. Recensione di “Spigolature” di Vittorio Sartarelli

A cura di Lorenzo Spurio

Vittorio Sartarelli è nato a Trapani nel 1937 da una modesta famiglia. Ha seguito studi umanistici e poi si è laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo. Nel 1958 venne assunto dal settimanale politico trapanese “Il Faro” dove operò a diverso titolo per quattro anni. Nello stesso periodo collaborò anche con altre testate sino a che nel 1963 venne assunto in un istituto di credito dove è rimasto sino alla data del suo pensionamento.

Come autore ha esordito nel 2000; scrittore attento al dettaglio, insaziabile pittore di vicende vissute e nostalgico nel recupero di memorie che hanno contrassegnato i suoi anni passati, Sartarelli si mostra versatile per i suoi interessi verso la prosa autobiografica, memorialistica e descrittiva con particolare attenzione anche alla descrizione degli ambienti nei quali si percepisce l’attaccamento per Trapani e le affascinanti manifestazioni etno-culturali della sua terra.

1397120943-0-tra-sale-e-palazzi-benvenuti-a-trapani.jpg
Uno scorcio della città di Trapani

Tra le varie pubblicazioni si segnalano “Territorio e motori” (2006), un volume tascabile, una sorta di guida con informazioni sugli aspetti storico-culturali, tradizionali della capoluogo siculo in cui è nato con particolare attenzione anche allo sport. Allo sport, in particolare, Sartarelli è stato legato, in modi e in età diverse sia con il ciclismo (di cui era molto affascinato in età giovanile rimanendo affascinato da Bartali) che dall’automobilismo, seguendo la capacità meccanica e creativa del padre, meccanico arguto, che nel 1951, dopo aver creato un auto da corsa fiammante, “vinse nella sua categoria la XXXVI Targa Florio, classificandosi anche sesto assoluto nella classifica generale” (90). Quest’ultima vicenda è contenuta in particolar modo nel volume “Francesco Sartarelli” (2000) da lui definita la “biografia di un campione trapanese degli anni ‘50” ma se ne parla abbondantemente anche nel racconto “Mio padre” presente in “Spigolature” nel quale l’autore traccia la vicenda esistenziale del genitore paterno ripercorrendo alcuni degli episodi d’affetto più incisivi che li hanno visti legati sino al sopraggiungere della malattia del padre che l’autore percepisce come una “mutilazione” (91) parlandone in questi termini: “Esisteva ancora, era vicino a me ma, era diventato un’altra persona, lontana anni luce da quella che mi aveva seguito con affetto paterno e condividente durante la mia vita, il faro che costituiva per me un punto di riferimento e di orientamento costante si era spento” (91).

Il sentimento di comunione, il fascino e la completa sintonia con il contesto ambientale, sempre ben radicato nelle sue narrazioni, sono meglio esaltati in “Cara Trapani” (2007) che si configura come una sorta di almanacco dotto e utile, ricco di informazioni e nutrito di ricerca bibliografica, frutto della volontà di contenere in un libro elementi di storia, etnologia e tradizioni della sua magica città. Chiaramente non si tratta di una prosa fredda e clinica, atta a descrivere storicamente con un linguaggio critico e umanamente impassibile, al contrario nell’elencazione arguta delle nozioni storiche, geografiche, culturali è unita in maniera indissolubile una carica viva e spontanea che sgorga dal sentimento coinvolto.

Quella di Sartarelli è così sia una narrativa documentaristica (le branche del sapere che lo coinvolgono sono varie, dalla scienza all’enologia, dalla storia all’archeologia e mai coniugate tra loro con forza o in maniera improvvisa) e al contempo una prosa personale, intima, familiare, ricca di aneddoti personali, vicende proprie, memorie di momenti vissuti con parenti o di incontri, come quello con lo zio d’America, contenuto nel volume “Spigolature” (2017), una prosa che, per certi versi, fa ricordare il Sciascia narratore degli esordi.

Altre opere dell’autore sono “I racconti del cuore” (2008), un saggio di carattere sociologico “La famiglia, oggi” (2009) e un excursus dell’intero periodo lavorativo in “Memorie di un bancario” (2009).[1] Vittorio Sartarelli è anche blogger, recensore di critica letteraria, saggista. Nel volume antologico sulla poesia e cultura siciliana curato dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi che uscirà il prossimo anno l’autore ha collaborato con una recensione-documento all’opera nel dialetto locale “Petri senza tempu” del poeta trapanese Nino Barone. Collaboratore di vari giornali e riviste di cultura e letteratura tra cui “Il Salotto Letterario” (Torino), “Progetto Babele”, “Euterpe”, “Il Club degli Autori”, è risultato vincitore in numerosi premi letterari nazionali ottenendo premi da podio, premi speciali, menzioni e altri riconoscimenti che ne attestano le indiscusse capacità letterarie e comunicative. È accademico dell’Accademia Internazionale “Il Convivio” di Catania e Socio ordinario dell’Ass. Culturale Euterpe di Jesi (AN).

A spiegare il titolo della raccolta “Spigolature” (Elison Publishing, Lecce, 2017) è lo stesso autore che, nella presentazione al libro, così scrive: “Spigolare chiarisce la sua definizione come un’azione antica […] di raccogliere ogni spiga rimasta sul terreno dopo la mietitura per cui ogni singola spiga di grano poteva fare la differenza; […] spigolare può avere anche un significato che ai più appare recondito, ma che è ormai entrato nel comune linguaggio culturale, come raccolta o scelta privilegiata di concetti” (3). Dunque un volume che raccoglie una crestomazia di testi, un florilegio particolare, una selezione particolarmente significativa per l’autore, dunque non un semplice compendio che agglutina la produzione, ma un testo che propone una scelta ponderata e motivata dei componenti che lo contraddistinguono, nella sua totalità, come opera unica e compatta.

9788869631405_p0_v1_s550x406.jpg“Spigolature” – “libro eclettico”[2] – si compone di una serie di racconti di diversa lunghezza nei quali l’autore rievoca momenti particolari della sua storia passata, spesso è una semplice immagine, come quella del mare nell’omonimo racconto, a riallacciare al passato: l’autore ci racconta del rapporto di amore-odio verso il mare e ce ne spiega le ragioni e, a seguire, con evidente orgoglio della sua sicilianità, passa in rassegna agli aspetti più tipicizzanti della città natìa di Trapani: da narrazione biografica[3] si passa così, senza cesure nette, a una prosa scientifica, di documentazione storica e sociale quando ci parla delle saline e delle tonnare, particolarmente presenti nella zona di Trapani (visitai qualche anno fa la Salina di Paceco e ne conservo uno splendido ricordo e, sull’isola di Favignana, la guida ci spiegò che la tonnara lì presente aveva smesso da anni di funzionare ma che una volta l’attività era frenetica e determinante per l’intera economia dell’isola). Respiriamo, leggendo queste pagine di Sartarelli, un’aria a noi diversa, che è quella calda e speziata della terra di Sicilia. Emanuela Riverso nella sua recensione a “Cara Trapani” dell’autore ha osservato questa capacità di Sartarelli di dar sapore e colore, anche sulla carta, ai suoi amati spazi toponomastici: “Il racconto della storia e dei luoghi di Trapani si fonde con le suggestioni personali dei mille ricordi legati alla città […] Il raccontare la città si identifica con il raccontare se stesso. […] Trapani nel corso della storia, dalle origini ai giorni nostri e destano molta attenzione anche le pagine più personali, lì dove ci si accorge che il racconto di una città non può essere disgiunto dal racconto della vita di chi la abita e la vive”.[4]

La narrazione si presta anche come fine documento storico nei tanti rimandi alle varie fasi di buio e di sviluppo della nostra nazione dall’età della Ricostruzione, che fa seguito al secondo conflitto bellico di cui Sartarelli parla nel racconto “La maestra della Scuola Elementare”, alla venuta dello “zio d’America” nel 1947 dopo un lungo periodo nel quale a causa delle “operazioni belliche non era stato possibile comunicare” (40) porta in Sicilia il progresso americano rappresentato dai nuovi beni di consumo quale la cioccolata, il chewing-gum e altri beni d’utilizzo per la famiglia. Dello zio d’America l’autore ha un ricordo duplice: grande gioia e aspettativa prima della sua venuta e curiosità di conoscere il parente che vive e ha costruito una sua famiglia dall’altra parte del mondo e, di contro, un uomo leggermente freddo, ormai avulso da quella realtà di provincia siciliana che, decenni prima, l’aveva visto nascere. L’autore così riflette: “Non riuscivo a comprendere, tuttavia, come mai uno zio che, per trenta anni era rimasto lontano dal suo Paese e dall’affetto dei suoi cari, una volta ritornato tra loro, non riuscisse a manifestare almeno esteriormente una maggiore affettuosità” (43).

Sempre a livello storico e proseguendo in forma cronologica, Sartarelli dedica un intero capitolo, o racconto, a “Quei favolosi anni ‘60” nei quali ci parla del rinato clima di benessere a seguito del boom economico che permetterà per un periodo una vita migliore, anche grazie a misure di sostegno giunte, a conclusione della seconda guerra mondiale, da parte degli Usa. È il periodo del cosiddetto “miracolo economico” nel quale l’Italia sembra incanalarsi verso una stagione diversa e, sulle ceneri di una ricostruzione lunga e non priva di un malcontento psicologico, si proietta verso un futuro pregno di nuova speranza. Arrivano così gli elettrodomestici quali il frigorifero e, per la prima volta viene introdotta la televisione, mezzo di comunicazione e svago, ma anche collante sociale che ha, tra le sue primarie funzioni, quella di permettere una standardizzazione della lingua ufficiale italiana incentivando, dunque, anche il sentimento di coesione nazionale. La televisione, come osserva l’autore, “avrebbe trasformato oltre che la cultura italica, anche le tendenze e il modo di pensare, avrebbe sicuramente modificato il sistema di vita delle famiglie” (55).

image.jpg
L’autore, Vittorio Sartarelli

Ci sono pagine amare nel ricordo di vicende antipatiche come la rottura dell’amicizia con un ragazzo da sempre considerato un buon compagno, di vero dolore nell’apprensione che si nutre dinanzi al tremendo terremoto del Belice nel gennaio del 1968 dal nostro ricordato nel brano dal titolo “Quando la Terra trema” e dell’infarto subito in periodo più recente, qualche anno fa, del quale Sartarelli ci trasmette una cronaca puntualissima. C’è poi il mondo del lavoro, come funzionario in un istituto di credito, del quale si è accennato in precedenza e di cui ha avuto modo di parlare ampiamente in un’altra precedente pubblicazione. Nel racconto “L’Onorevole” contenuto in “Spigolature” ci narra, grazie a un sistema di consigli e raccomandazioni tra uomini influenti diffuso ancora oggi, della sua possibilità di accedere a un colloquio di lavoro che poi gli avrebbe consentito di lavorare in quella stessa sfera per molti anni sino al pensionamento. L’autore, senza riserbo alcuno con la finalità di non macchiare quel realismo onesto di cui è peculiare esponente, scrive: “La politica quindi, grazie alla raccomandazione, esercitava una nobile funzione sociale, favorendo il benessere e il miglioramento economico e sociale delle famiglie” (67) mettendoci al corrente di un sistema diffuso di mutuo sostegno e di ‘piaceri’, di collaborazione e influenze tra “poteri”, diffusa e consentita, ma che, com’è questo il caso, ha dato frutti preziosi rappresentato dall’encomiabile impegno professionale e dedizione di Sartarelli nel suo lavoro.

Se in “Spigolature” Sartarelli ha raccolto “il grano migliore” della sua produzione, i suoi progetti non terminano qui e, forse un po’ più ambiziosi, si spingono oltre nell’arrivare a pubblicare un volume unico, una sorta di opera-omnia o, comunque una pubblicazione che, ordinatamente e in forma completa, contenga tutta la sua intera attività scrittoria, di narrativa breve, romanzi, articoli, saggistica, recensioni e quant’altro. Così, in un’intervista rilasciata a “Recensione Libro.it” ha osservato: “Ho allo studio la realizzazione della raccolta di tutte le mie opere che vorrei lasciare come ultima testimonianza della mia attività letteraria, ma è ancora presto per poterne parlare e scrivere in modo definitivo”. Dette opere, la cui ideazione nasce da motivi sempre pregevoli che mostrano una grande concretezza dell’uomo che le propone, spesso sono poco attuative non perché tecnicamente difficili o azzardate ma semplicemente perché è preferibile scrivere all’istante, la vita d’oggi o ciò che essa riflette del passato, badando – nella stessa vividezza che sostiene l’autore – al dedicare attenzione a ciò che ha per noi senso. Difficile concepire un’opera completa e finale quando ancora – com’è il caso di Vittorio Sartarelli – c’è ancora tanto da raccontare ed esprimersi, narrare e studiare, affrontare indagini, ricercare il senso delle cose e di sé, in quell’ambiente folto di pensieri e custode di dolci melodie di età andate, nel materiale, eppure ancora così vive.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 15/10/2018

 

NOTE

[1] La recensionista Nicla Morletti sottolinea lo spettro meno felice di sentimenti provati dall’autore (sofferenza e delusione, finanche scoramento e insoddisfazione) in relazione ad alcune vicende accadute, nel corso degli anni, sul suo luogo di lavoro scrivendo che lì “Emergono la malvagità, la cattiveria, la superbia, la sete di denaro, l’arrivismo e la prevaricazione da parte di altre persone”, in Nicla Morletti, “Vittorio Sartarelli: 35 anni da bancario”, «Il Molinello».

[2]  Così viene definito nella breve recensione dal titolo “Di cosa parla il libro “Spigolature” di Vittorio Sartarelli” apparsa in internet sul sito «Recensione Libro». Lo stesso autore, in un’intervista concessa dallo stesso sito citato, ha definito “Spigolature” in questi termini: “uno Zibaldone, un revival, un vademècum”.

[3] L’autore in un’intervista rilasciata al sito «Il Giallista» ha confessato al riguardo: “Non ho bisogno di ispirazione artistiche per i miei scritti ma solo ricordi reali e i miei libri non hanno trame inventate o romanzate ma solo descrizioni di realtà avvenute, in un passato prossimo o purtroppo, ormai remoto ma vero e non inventato”, in “Intervista a Vittorio Sartarelli, autore di “Spigolature”, «Il Giallista», 9 Gennaio 2018.

[4]  Emanuela Riverso, “Vittorio Sartarelli e la sua cara Trapani…”, «Luoghi d’Autore», 8 Gennaio 2015.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

“Il senso del ridicolo”. Bianca Pitzorno al Festival Italiano sull’umorismo di Livorno

La lectio magistralis dialogata
tra Bianca Pitzorno e Davide Tortorella
inaugura venerdì 28 settembre

IL SENSO DEL RIDICOLO

Festival italiano
sull’umorismo, sulla comicità e sulla satira
Livorno, 28-30 settembre 2018
terza edizione

Venerdì 28 settembre 2018 a Livorno inaugura la terza edizione de IL SENSO DEL RIDICOLO, festival italiano sull’umorismo, sulla comicità e sulla satira diretto da Stefano Bartezzaghi, promosso dalla Fondazione Livorno, gestito e organizzato dalla Fondazione Livorno – Arte e Cultura, con la collaborazione del Comune di Livorno e il patrocinio della Regione Toscana.

bianca-pitzorno
La scrittrice per l’infanzia Bianca Pitzorno

Alle ore 17,00, in Piazza del Luogo Pio, dopo i saluti istituzionali, la grande scrittrice Bianca Pitzorno e il traduttore e autore tv Davide Tortorella, parleranno della storica trasmissione della Tv dei Ragazzi “Dirodorlando”. 
Nel 1973, un programma televisivo del sabato pomeriggio fece impazzire mezza Italia. Difficile definirlo. Era un gioco a squadre un po’ delirante, ambientato in un Medioevo fantastico, dove tra le altre stranezze si parlava una lingua inventata, il dirodorlandico. Tra gli inventori del programma la allora giovane funzionaria Rai Bianca Pitzorno e il dodicenne Davide Tortorella, figlio dell’autore e regista Cino. Prima degli spettatori, erano gli ideatori a divertirsi come matti nel progettare ogni singola puntata. Oggi Bianca e Davide ancora complici dopo quarantacinque anni, ricorderanno come si rideva dietro le quinte del Dirodorlando e come ridevano davanti allo schermo i suoi 15 milioni di spettatori.

La serata di apertura del Senso del ridicolo, alle ore 21,30 al Teatro Goldoni, sarà dedicata a una stella dell’umorismo e della commedia italiana, Paola Cortellesi, che ha cominciato tredicenne cantando la sigla del Cacao Meravigliao per Renzo Arbore a Indietro tutta e quest’anno ha conquistato premi e incassi con Come un gatto in tangenziale, il film di cui è protagonista (assieme a Antonio Albanese) e coautrice. Rubando una serata alla lavorazione del suo nuovo film, viene a Livorno per ripensare, con Stefano Bartezzaghi, alle tante risate e ai tanti pensieri che il pubblico in questi anni ha dovuto a lei, alla sua musica, alla tv, alla radio, al teatro, al cinema.

Alle 21 al Teatro Vertigo verrà proiettato il film “Romanzo Popolare” di Mario Monicelli, con Ugo Tognazzi e Ornella Muti (1974).

Nel pomeriggio alle ore 16, alla Sala degli Archi della Fortezza Nuova ci sarà l’inaugurazione di «ABAB – La stanza dei giochi di Alighiero e Agata Boetti»
La stanza dei giochi era quella che l’artista Alighiero Boetti aveva allestito nel suo studio di Trastevere per giocare con i suoi figli. La figlia Agata ha trasportato quella stanza alla Fortezza Nuova e invita tutti, piccoli e grandi, ad ammirare lo zoo e a partecipare ai giochi che allora aveva inventato assieme a suo padre. ABAB sono le iniziali di Alighiero Boetti e Agata Boetti, sono le rime alterne di una quartina e sono il titolo di un piccolo libro, edito da Corraini.

Come negli anni passati, il festival sarà incorniciato e sostenuto dall’attività di molti giovanissimi volontari, che a loro volta ascolteranno e guarderanno. Lo hanno fatto anche nelle precedenti edizioni e alla Bottega del Caffè si potranno ammirare le fotografie, bellissime, che hanno scattato ai protagonisti e al pubblico del festival, pubblicate anche nel libro Gli occhi del ridicolo.

Dal giorno dell’inaugurazione del festival sarà scaricabile gratuitamente, in formato pdf dal sito http://www.ilsensodelridicolo, l’e-book “La comicità dei copioni”, che raccoglie gli interventi della tavola rotonda organizzata lo scorso aprile da Il Senso del ridicolo presso la IULM di Milano, in collaborazione con la SIAE. Con il doppio senso che contiene, il titolo “La comicità dei copioni”, vuole sottolineare quell’intreccio fra comicità e lavoro creativo che è tornato prepotentemente al centro della discussione con l’avvento del web. L’e-book, curato da Gabriele Gimmelli, contiene interventi di Stefano Andreoli, Stefano Bartezzaghi, Walter Fontana, Pietro Galeotti, Roberta Maggio, Biagio Proietti.

IL SENSO DEL RIDICOLO 
Livorno, 28-30 settembre 2018
www.ilsensodelridicolo.it 
Facebook: Il senso del ridicolo | Twitter: @sensoridicolo | Instagram: @ilsensodelridicolo | hashtag: #sensodelridicolo

UFFICIO STAMPA
Stilema srl
via Cavour 19, Torino – tel 011 5624259
Roberta Canevari per carta stampata, radio e tv nazionali: canevari@stilema-to.it 
Sara Iacomussi per web e social: ufficiostampa@stilema-to.it
Elena Scroffa per stampa locale e regionale: elenascroffa@gmail.com