Iuri Lombardi su “Il mistero delle due Veneri” di Alessio De Luca

Il Mistero delle Due Veneri: riflessioni sulla “drammaturgia” di Alessio De Luca

a cura di IURI LOMBARDI

                                                        

Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,

non sono venuti ad esibire un dolore;

che alla via della croce ha proibito l’ingresso:

a chi ti ama come se stesso.

(F.DE ANDRE’)

 

10968409_827120050667616_5783509143866921065_nIL MISTERO DELLE DUE VENERI, il nuovo romanzo dell’amico Alessio De Luca (TALOS EDIZIONI, 2015), pare definire Alessio oramai uno scrittore maturo nel quale gli elementi della sua poetica emergono chiari e al contempo netta pare delinearsi la posizione ideologica di De Luca stesso.

Posizione ideologica, prima di parlare di poetica, in quanto l’idea del libro – come i suoi precedenti IL CALORE DEL TUO SORRISO, e il giovanile LURLO DI ERIN– già delineava un umanesimo del tutto nuovo e oserei definire “vivibile” che Alessio rinnova con forza e vigore nel nuovo libro e che non mi stupisce conoscendo l’autore uomo. Umanesimo che questa volta pare ricercare le proprie origini nel Rinascimento di Marslio Ficino e del neoplatonismo inteso (nell’opera di De Luca) come coscienza o movimento di pensiero atto a stabilire una nuova locazione dell’anima e dello spirito. Anima e spirito che in tutta la vicenda del libro – che non svelo per questioni di onestà, spetta al lettore scoprire la storia- paiono essere gli elementi portanti. Elementi che fanno della sua ultima fatica non un mero romanzo ma un vero trattato sulla vita, sui propri affetti, scardinando i codici del pudore e di valori che per secoli ci sono stati tramandati. Valori, codici comportamentali che non solo Alessio rinnova ma che li fa suoi apportando una umanità che il poeta chiamerebbe una goccia di splendore. Umanità anzitutto che si concentra nel significato di verità, significato che diventa indagine sulla storia e intesa come dinamica evolutiva del tempo di un paese strettamente legata alla propria biografia, e intesa come propria storia. Il protagonista del romanzo Andrea, restauratore d’arte, fiorentino (e non poteva essere altro, la città di formazione di De Luca è Firenze), è infatti il vero Jolly della situazione ed è tramite di lui che la storia del libro troverà una soluzione. Ma andiamo con ordine.

Siccome non voglio svelare assolutamente niente della storia che è avvincente, piacevole, ben costruita, preferisco parlare dell’essenza del libro ancor fresco di stampa. Dirò infatti che la prima cosa che risalta, oltre all’allestimento di un nuovo umanesimo accennato prima è la drammaticità del linguaggio che questa volta De Luca sembra centrare in pieno. Un linguaggio che nelle precedenti opere non si presentava così maturo come in questa occasione e allora cosa c’è di diverso?

Anzitutto non è un caso che l’intera vicenda venga raccontata al presente e non al passato come di norma accade nei romanzi; non è un caso che la storia sia raccontata in prima persona, non è un caso che l’avventura letteraria (ma molto cinematografica) si misuri in questa occasione con la questione religiosa e nello specifico del cristianesimo, nel ruolo e nella storicità della natività del Cristo.

Ma partiamo dal linguaggio.

La questione della lingua ho avuto modo in diverse occasioni di riferire è determinante per costruire un buon romanzo come questo. Il romanzo, di fatti, a differenza degli altri generi letterari, a cominciare dalla poesia, da quel senso verticale della realtà o quel senso di vertigine montaliano, è legato all’idea e alla lingua. Idea che per scrivere un romanzo, il genere magistris della letteratura occidentale, deve essere chiara, assai netta e originale. Idea che porta con sé, nella sua architettura laica e narrativa una serie di elementi quali l’aspetto evocativo che pone la differenza tra un buon romanzo e un romanzo mediocre. Aspetto, o meglio minuziosa sfumatura che non solo fa la differenza ma che viene a determinare quel quoziente meta-narrativo indispensabile per un’opera moderna di finzione. E questo Alessio, nel MISTERO DELLE DUE VENERI, sembra averlo centrato con piena maturità e consapevolezza.

Consapevolezza che dicevo non solo si aiuta, trova ausilio nell’idea formidabile che chi la legge, colui o colei che si appresta a dedicare il proprio tempo alla lettura dice: “e’ così”- ma che si sviluppa e trova ragione artistica (variabile identificativa con il grado di finzione) proprio con la lingua e i suoi tempi verbali. Tempi verbali che se narrati in terza persona e al passato perdono quell’efficacia di attualità e di drammaticità che il romanzo in oggetto pare avere. Una drammaticità non solo legata al tempo presente ma che sta concentrata nel tempo in cui viene narrata.

L'autore del libro, Alessio De Luca
L’autore del libro, Alessio De Luca

In altre parole, se Alessio avesse sviluppato tutta l’intera architettura narrativa al passato e in terza persona (usando una distanza emotiva alla Brecht) non avrebbe raggiunto quel grado drammatico che tiene incollato il lettore alla pagina. Mentre in questo caso chi legge si ritrova in pieno e chi conosce Alessio di persona (i suoi valori, il suo modo di pensare, di amare la vita, la sua onestà perenne e immutabile,  i chiaroscuri della storia, la presa di coscienza su chi siamo e dove andiamo) non ha difficoltà nell’identificare l’autore con il protagonista. Alla fine se la letteratura e il romanzo in particolare trovano riscontro oggettivo nell’idea e nella lingua, per quanto concerne la drammaticità rientra quel gioco di identificazione  proiezione che l’autore del libro in questo caso fa in piena consapevolezza.

Altro aspetto, sempre legato agli elementi di cui sopra, è il narrare una storia, costruirla attraverso la falsificazione (che sta alla finzione del narrato) dell’epos letterario con gli elementi biografici e storici e sociali. Elementi che Alessio De Luca nel romanzo IL MISTERO DELLE DUE VENERI usa per fini artistici per avanzare il nuovo umanesimo. Un nuovo umanesimo che nel caso del libro precedente era identificato nella figura di Gabriel (Gabriel – Alessio) e che nell’attuale romanzo, sua ultima fatica letteraria, sia ha nel binomio identificativo Andrea- Alessio. Binomio che a differenza del precedente romanzo era visto attraverso l’ottica della passione in termini cristiani e del sacrificio che Gabriel si addossava per amore e amicizia ( ma d’altronde l’amicizia è anche sacrificarsi per l’amico e Alessio lo sa bene), e che nel nuovo libro rimanda invece ad indagare non più sul senso del sacrificio (l’agnello di Dio) ma attorno alla natività del Cristo e quindi della storia occidentale.  Storia rivisitata partendo dalla figura della Vergine e della concezione di Gesù attraverso la quale si cela non solo il mistero del credo, della preghiera, della religione, ma un nuovo messaggio per l’intera umanità. Messaggio rivoluzionario (come sottolinea esplicitamente il sottotitolo dell’opera) che se letto non nella chiave della finzione ma in termini realmente storici cambia il corso e il senso dell’intero universo occidentale. Ma anche in questo caso la natività, o meglio la concezione, pare essere legata a quel sacrificio primordiale, insito nell’uomo, che l’autore del libro confronta (pur sapendo di operare nella finzione) con elementi di studio (si entra nel campo della teologia e quindi della scienza sacra) sui vangeli sinottici, facendo trapelare per scopi artistici le differenze presentate dai quattro evangelisti secondo la propria vulgata. Atti apostolici, evangelici che qui sono rivisti attraverso la mediazione di un sentimento nuovo, molto più umano di quello che c’è stato tramandato. Di un nuovo umanesimo che Alessio avanza ed allestisce con disinvoltura e lucidità. Un umanesimo che trova le sue radici (e mi piace pensare che sia così) nella tradizione anarchica – nel termine nobile della parola- e in quella socialista, insomma nella tradizione di quel riformismo in termini politici che portò alla resistenza, che trova il suo apice nella cosi detta “sinistra-liberale”, e che nel panorama letterario trova messaggeri come London, Dylan Thomas, Sciascia, Fava, West, Bonaviri, Boll e tanti altri. Quell’umanesimo che Ernesto Rossi portò a scrivere COME SCONFIGGERE LA MISERIA e a Gide i SOTTERRANEI DEL VATICANO. Un umanesimo che in questa occasione (ma un’opera letteraria è sempre più di una occasione in quanto non è legata al tempo kronos) getta luce su alcune categorie di lavoratori come i restauratori che spesso la politica e i sindacati non contemplano. Lavoratori che portano un messaggio d’amore per l’opera d’arte unico e senza il quale apporto molti capolavori andrebbero perduti. Umanesimo come suggerivo poc’anzi legato alla verità dei fatti e che la letteratura contemporanea, come nel caso di De Luca, allestisce per interrompere lo scempio che i poteri forti e occulti e certi politici stanno compiendo nei confronti dell’intera umanità. Ma nello specifico, l’umanità avanzata da De Luca, vera, genuina, concreta nasce dal dolore di Alessio nel vedere il proprio paese colpito al cuore, sull’orlo di una povertà e di una miseria non solo politica ma sopratutto culturale. E sotto questo aspetto il sentimento di Alessio è legato ad un aspetto generazionale ma lucido e profetico. Insomma, si tratta di un umanesimo nuovo in cui l’uomo è costretto a guardarsi allo specchio per riconoscersi uomo.

In fine, ma le cose da dire sarebbero tante, mi viene istintivo ribadire certe sfumature riguardo lo stile e le possibili fonti di ispirazione. Uno stile fatto di ingranaggi, intrecci, personaggi che trovo molto cinematografico che è di per sé drammaturgico. Nello scrivere il romanzo Alessio De Luca sembra proprio usare un certo grado di teatralità, di drammaturgia che è tipico della sua letteratura, consapevole di fare narrativa e non teatro. Teatralità, drammaturgia che aumenta per eccesso il grado di “vivibilità” e accettazione del romanzo, che lo rende ancora più godibile insomma. Infatti i personaggi stessi, Andrea, Sonia, la nobile Vernini, il gigante Franz, paiono esibirsi in un autentico palcoscenico e di conseguenza loro essere delle drammatis personae e non dei protagonisti di un’opera narrativa. Ma ripeto questa caratteristica fa ancora più maturo il romanzo che pare confrontarsi e sintetizzare, nel senso di far convivere, più generi in un unica storia.

Ancora un altro elemento che il lettore si trova a vivere leggendo il libro, è la vasta conoscenza che l’autore del IL MISTERO DELLE DUE VENERI ha dell’arte pittorica e di Firenze (sua città di adozione), una conoscenza talmente grande che il libro è anche una guida su Firenze e la Toscana. Una guida fatta di intrighi, di misteri, di storie come quella di Fra Bartolomeo, il pittore protagonista del romanzo cui pare essere affidato il messaggio per una nuova umanità. Torno a ripetere, un linguaggio che scava nel mistero della concezione della Vergine e la natività di Cristo. Un enigma che oscilla tra sacrificio e redenzione.

 

Altra cosa, ma non per ordine di importanza, tanti sono i riferimenti letterari, artistici dai quali Alessio ha attinto per scrivere il romanzo. In primis c’è la lezione di Pasolini con il suo vangelo di Matteo, in cui il poeta friulano in un gioco di specchi e proiezioni si identificava con il Cristo, ma non è difficile scorgere il De André della BUONA NOVELLA, album capolavoro del 1969 in cui il poeta e cantautore genovese (caro a De Luca) avanza – e non è un caso- una nuova concezione di umanesimo rendendo umana e meno celestiale l’immagine del Cristo. In fine, buona è la conoscenza da parte dell’autore dei vangeli canonici e della questione relativa al pneuma che San Paolo intende come rinascita dello spirito e non della carne.

Insomma, ancora una volta con questo nuovo libro Alessio De Luca ci ha meravigliati, consegnandoci una lezione di umanità che al mondo d’oggi serve per crederci uomini atti all’amore per il prossimo in un corollario di affetti che altrimenti se non ci fossero vivremmo in un deserto senza vita.

 Iuri Lombardi 

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo “Bilancio interiore”, a cura di Lorenzo Spurio

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo libro Bilancio interiore / Inner Balance

  

a cura di Lorenzo Spurio

  

Dal giorno in cui ho capito le linee della mia mano

ho cominciato a litigare con la vita (34)

 

Il mondo è come un bel libro

e il tempo è il migliore maestro:

volendo, si può imparare quasi tutto. (110)

 

A testimoniare il fatto che gli incontri migliori e che più ti arricchiscono sono sempre quelli che capitano casualmente, o comunque senza nessuna coincidenza prestabilita, vorrei parlare del mio incontro con Umeed Ali, un signore pakistano della regione del Punjab, nato nel 1961 e poi emigrato in Italia in cerca di un futuro migliore molti anni fa. Non è la sua una delle tantissime storie di emigrati che tentano solamente di approdare in quello che ai loro occhi può apparire come il paese di Bengodi dove lasciarsi alle spalle le sofferenze e la povertà, ma è la vicenda amara salda nella credenza religiosa di una persona dall’animo profondamente sensibile. La scrittura, il suo amore per la poesia e la riflessione nel mondo di carta, infatti, lo ha portato a stringere un profondo legame con la parola: le sue prime opere, scritte già durante la sua esistenza in India, vennero scritte negli idiomi locali tra cui l’Urdu, il Saraiki e il Punjabi.

1424191142Ho conosciuto Umeed Ali durate un ciclo di eventi culturali che ho co-organizzato a Palermo a metà Aprile 2015 ai quali lui, grande amante della cultura e frequentatore della Libreria Spazio Cultura dove si tenevano gli eventi si è presentato interessato. Alto, dai profondi occhi neri e dal viso di una serietà dolce e pacata, con una generosità d’animo difficile da trovare oggigiorno si è presentato facendoci leggere anche alcuni estratti apparsi su giornali nazionali e locali di prestigiosi nomi che l’avevano recensito o conosciuto. Mi ha raccontato che la sua vita non era mai stata facile e neppure ora, pur trovandosi a Palermo da amici, ma sempre alla ricerca di piccole donazioni per potersi sostenere e inviare soldi alla sua famiglia in India. Ciò che mi ha colpito è stata la sua voglia di parlare: di narrare di sé ma anche di saper ascoltare le vicende altrui, cosa che raramente un recente conosciuto è portato a fare.

Ho scoperto così che nella sua attività di vucumprà che ha contraddistinto la gran parte della sua vita una volta giunto in Italia, ha praticamente viaggiato in su e giù quasi tutta la Penisola e che conosceva città, monumenti, collegamenti stradali e orografia ancor meglio di un qualsiasi nativo. Di esser stato vari anni a Padova dove, anche se non ha amato molto la mentalità della gente adducendo alla loro freddezza e riluttanza, d’altro canto gli è stata propizia perché proprio nel Triveneto è stato appoggiato da associazioni, biblioteche ed enti locali che gli hanno fatto vendere un gran numero di copie del suo libro. Della mia Regione mi ha detto di esser stato a Jesi, Ancona, Falconara Marittima, cioè praticamente di conoscere il territorio abbastanza bene e, si sa, un vucumprà che è costretto a muoversi di continuo e sulle sue uniche gambe è il miglior “viaggiatore” e conoscitore degli spazi che ci possa essere sulla Terra. Il viaggio, che non è un divertimento, è funzionale al sostentamento ma al contempo gli permette di osservare il mondo nelle piccole cose e di conoscere le persone così come il fatto che alla freddezza caratteriale e alla ricchezza (dei sostegni) del Nord da lui sperimentato preferisse la calorosità e la parsimoniosa e reticente offerta della gente del sud Italia. Mi  ha raccontato che ha vissuto tanti anni a Perugia (nella quale ritornerà dopo questa sua permanenza a Palermo) della quale conserva un bel ricordo e insieme abbiamo ripercorso i vari ambienti della toponomastica cittadina che ben conosco perché vi ho studiato due anni. Negli anni in cui io studiavo alla Facoltà di Lettere lui abitava poco distante da Piazza Morlacchi dove, pure, nella nota Libreria-Casa editrice Morlacchi aveva dato alle stampe il suo libro di poesie. Io a quel tempo mi servivo nella stessa libreria per testi universitari e dispense.   

copDurante la serata del 18 aprile in cui alla Libreria Spazio Cultura avevamo organizzato il reading poetico dal titolo “Grandi e Dimenticati: la poesia che non muore”, Umeed ci ha letto tre sue poesie presenti nel libro o, meglio, le ha recitate a memoria in parte chiudendo gli occhi ma dandone sempre il massimo della forza espressiva nel suo italiano, perfetto, con lievi sentori di un difficile percorso di apprendimento. Ci ha spiegato che nelle lingue indiane da lui conosciute una stessa parola in base alla lettura, alla sonorità che ne scaturisce dalla pronuncia è possibile ricavarne significati differenti, completamente distanti tra di loro e che c’è una ricchezza lessicale stupefacente. La sua difficoltà nell’esprimersi nell’italiano, negli anni, non è stato il semplice saper tradurre da parola a parola, cosa meccanica e semplice come potremmo fare tra una lingua neolatina e l’altra, ma andare a vedere se nel relativo termine tradotto in italiano, in effetti, si mantenesse il significato originario del termine, nella lingua pakistana, come lui l’aveva inteso e creato. Un processo senz’altro difficile al quale la sua poetica, raccolta in questo volume bilingue italiano-inglese, si è dovuta piegare ma che, a ben vedere, non ne ha risentito in maniera troppo dura. Così scrive nella poesia intitolata “Dal giorno in cui ho iniziato a scrivere in italiano”: “È difficile riuscire a trasmettere i sentimenti/ in una lingua straniera,/ perciò mi manca sempre qualche parola giusta/ o qualche frase,/ ma quando finiscono queste lontananze, di lingua e colore,/ siamo tutti vicinissimi” (66).

Le poesie di Umeed Ali parlano di solitudini e lontananze, di indifferenze sociali e di disagi che si realizzano distanti dagli occhi dei più, sotto la luce del giorno. Sono parole che risentono dell’offesa subita, della mancanza di aiuto, dell’insensibilità e di una divinizzazione dell’uomo contemporaneo portata all’estremo. Una società in cui, parafrasando Orwell ma anche Sciascia delle Favole della dittatura esistono maiali (potenti) e i topi (vittime) dove i primi che, in cima alla scala piramidale gestiscono l’esistenza di tutti, non fanno altro che incamerare ricchezze, riempirsi la pancia e, cosa peggiore, infischiarsene di coloro ai quali per lo meno potrebbero dare briciole dei loro “pasti” da nababbi.

A Palermo nell'aprile 2015 assieme al poeta pakistano Umeed Ali
A Palermo nell’aprile 2015 assieme al poeta pakistano Umeed Ali

In questo Bilancio interiore che è il titolo della raccolta, Umeed si denuda sulla carta per raccontarci la durezza di una esistenza improntata alla continua ricerca nell’altro di comprensione, apertura, vicinanza e curiosità. Anche la semplice parola, il regalare una conversazione a una persona sola, depressa, malata o denigrata può significare per essa la salvezza e al contempo scopriremo che sarà stato un regalo anche per noi stessi.

Il libro si apre con la poesia “Per Dio Grandissimo” e il “Dio Grandissimo” di Umeed chiaramente è Allah anche se lui non lo nomina e, parlando con lui di religione, ho percepito la sua indignazione su quel viso scuro prima rilassato e di colpo compunto e un’espressione schifata quando abbiamo parlato della nuova e grave minaccia terroristica che riguarda il mondo tutto. La religione per questi fanatici è solo un pretesto per ambire a qualcosa di più alto con l’aiuto di ingaggi internazionali che forniscono armi e coperture. Li ha definiti con i peggiori epiteti che si possano udire e ogni volta che ne fuoriusciva uno dalla sua bocca percepivo la sofferenza di chi ha sperimentato sulla sua pelle la violenza, la coercizione, lo sfruttamento, l’abnegazione a sedicenti logiche di salvezza.

Umeed è il poeta del sentimento, un uomo che dinanzi a tante difficoltà è riuscito a prediligere il lato umano e il rapporto interpersonale su ciascuna cosa ed è proprio per questo che è in grado di scorgere la bellezza, nella donna o nella natura, quando forse sarebbe più istintivo trovare spazio nello sconforto di immagini fosche e deprimenti: “Tocca la mia fronte/ perché il profumo della tua mano/ possa cambiare il mio destino” (28). Ed anche se la durezza di una vita trascorsa tra difficoltà (“io faccio sempre una dura vitaccia”, 56) e lontananze dai suoi cari è pesante da sostenere ed Umeed ci parla dei suoi “problemi di tutti i giorni” (34) il messaggio finale non è mai cupo, non tende al pessimismo, né allo scoraggiamento poiché, come lui stesso sostiene in maniera lapalissiana,: “La vita è una gioia e pure un dolore/ la vita è un’offesa e pure un amore” (46).

Per un emigrato in un paese talmente diverso dal suo luogo di nascita e dalla sua cultura ci sarà sempre spazio al ricordo, più o meno mesto, di ciò che ha lasciato per altre terre. Trovo che nella poesia “Nostalgia” di Umeed sia contenuto questo sentimento di angoscia-ossessione che lo lega a un passato distante non solo in termini cronologici, ma spaziali, culturali e soprattutto affettivi: nella poesia “Nostalgia” leggiamo: “Mia cara nostalgia rimani con me/ non devi lasciarmi solo/ […]/ Se vuoi stasera andiamo insieme/ in qualche luogo particolarmente bello,/ […]/ e ti racconterò una bella poesia/ dedicata a te, mia cara nostalgia” (60).

Un libro-testamento che ci consegna pensieri sulla vita, sul senso della stessa e su come potremmo tutti vivere meglio se allontanassimo da noi il narcisismo che dilaga, se rifuggissimo l’invidia e abbattessimo l’indifferenza che costruisce giganti di roccia, monadi in sé chiuse e apparentemente autosufficienti. Nessuno è autosufficiente a sé stesso. Nessuna famiglia. Nessuna società. Ed è così che Umeed Ali ci interpella su riflessioni di questo tipo alle quali tutti i giorni non diamo troppo spazio impegnati nei tanti impicci quotidiani assorbiti da una ritualità che ci ha fatto automi: “Se tutti siamo figli di Eva e Adamo, / come mai fra noi così mal pensiamo” (54). Due versi linguisticamente semplici privi di retorica che non hanno la volontà di metter a giudizio nessuno, ma di aprire alla consapevolezza in unione con una contemplazione e profonda gratitudine verso il Dio creatore che dobbiamo pregare, invocare e sentire vicino a noi, come un grande amico a guidarci verso il bene mettendo fine a ciascuna idea che consacri la violenza e il sopruso tra gli uomini: “Vergognati egoista, hai sempre sete/ del sangue del tuo fratello innocente./ Non devi scordare che esiste un vero potete, grandissimo/ Di universale misericordioso” (64).

I versi di Umeed riguardano verità sacrosante che vanno scolpite sulla roccia e incise sui muri delle città affinché restino lì, perentorie a informarci quale può essere lo spauracchio che dilania la comunità per chi ne svia il percorso e s’imbatte in territori dove la moralità e il senso di rispetto sono stati relegati a categorie inutili. La forza della parola è altisonante e diventiamo amici di Umeed uomo-esule-vucumprà-poeta-cittadino di nessun luogo che con l’arma più potente e persuasiva ci permette di guardare dentro di noi con più convinzione e serietà. Il suo verso si fa ora canto, ora preghiera, ora denuncia ora sdegno e commento critico sul mondo e nel complesso ci consegna un compendio autentico e sofferto del suo arcobaleno emotivo che, a intervalli, riaffiora nel cielo dopo momenti di pioggia e oscurità: “Quanto è bello stare con se stessi,/ raccontarsi di cose profonde/ e anche ascoltare se stessi” (92).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 30-04-2015

 

Stile Euterpe vol. 2 – Come partecipare all’antologia su Aldo Palazzeschi

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I redattori della Rivista Euterpe hanno inteso proporre il secondo volume del progetto Stile Euterpe – Antologia tematica per una nuova cultura.

Il primo volume di questa iniziativa è stato dedicato al poeta siciliano Leonardo Sciascia e l’antologia porta il titolo Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà (PoetiKanten Edizioni, 2015, 124 pp., prefazione di Nazario Pardini e postfazione di Antonio Spagnuolo, ISBN: 9788894038859, costo 10€; per acquisti: rivistaeuterpe@gmail.com).

 

Il progetto:

Ogni anno i redattori della rivista sceglieranno un autore contemporaneo.

I partecipanti potranno inviare saggi, racconti e poesie che siano fedeli allo stile,  alle tematiche e al curriculum letterario che ha caratterizzato l’intellettuale Aldo Palazzeschi. Il volume porterà il titolo di Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, il futurista, l’ironico.

Per la partecipazione all’iniziativa editoriale bisognerà riferirsi all’opera dell’autore fiorentino, alle sue fasi poetiche, al suo percorso letterario, ai suoi luoghi cari e alle tematiche di fondo della sua carriera poetica e della sua produzione narrativa (Sorelle Materassi, Il codice di Perelà,..) nonché saggistica quale firmatario di vari manifesti futuristi.

L’obiettivo non è quello di plagiare o scovare il nuovo Palazzeschi, bensì omaggiare o rileggere lo stile dello scrittore toscano attraverso un’antologia tematica, aperta soprattutto agli appassionati del genere e dello stile di uno dei più poliedrici intellettuali del primo ‘900. In questo modo Euterpe vuole dare risalto ad autori sommersi e amanti della vera letteratura.

 

Selezione del materiale e composizione dell’Antologia:

I partecipanti potranno presentare:

– 1 saggio breve o articolo (massimo 5mila caratteri spazi esclusi);

– 2 poesie (massimo 25 versi);

– 1 racconto (massimo 5mila caratteri spazi esclusi).

Ci si può candidare sola a una delle tre categorie.

I lavori, corredati dei propri dati personali e un curriculum letterario, dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@gmail.com entro il 20 settembre 2015.

La selezione sarà effettuata dai redattori della Rivista Euterpe (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/chi-siamo.html).

Entreranno a far parte dell’Antologia un massimo di 20 poesie; 10 racconti; 5 saggi brevi.

La pubblicazione dell’Antologia sarà affidata a PoetiKanten Edizioni e sarà dotata di regolare codice ISBN, immessa nel mercato librario online e disponibile al prestito in alcune biblioteche comunali della penisola dove i volumi verranno depositati.

La partecipazione al concorso è gratuita.

L’autore selezionato per la pubblicazione si impegnerà ad acquistare 2 copie dell’Antologia al prezzo totale di 25€ (spese di spedizione incluse) dietro sottoscrizione di un modulo di liberatoria che verrà poi fornito.

I redattori della rivista Euterpe non dovranno intrattenere rapporti personali e/o di corrispondenza con gli autori che parteciperanno al progetto pena la squalifica dei testi dalla selezione.

 

Premiazione:

Non vi sarà una premiazione vera e propria, in quanto non ci sarà una graduatoria di merito: tutti i selezionati verranno pubblicati in antologia secondo i criteri sopra esposti.

In base ai tempi di selezione e pubblicazione dell’Antologia, sarà scelta una location dove verrà presentata l’opera e alla quale gli autori presenti nel testo sono caldamente invitati a partecipare e intervenire.

  

Info:

www.rivista-euterpe.blogspot.com

rivistaeuterpe@gmail.com

E’ uscito il volume “Nuova identità. Il segreto, la biografia di Linda d”

Nuova identità. Il segreto, la biografia di Linda d

a cura di Michela Zanarella

 

11185497_872710919453748_2074576913_nTwins Edizioni presenta “Nuova identità. Il Segreto”, biografia della cantautrice italiana Linda d scritta da Michela Zanarella. Un romanzo intenso che descrive ed esplora con delicatezza le fragilità e i sentimenti umani.

La storia di quell’istante in cui non importa più cosa è giusto o cosa è sbagliato. La storia di una giovane coraggiosa, di una ragazza speciale. La storia di abbandoni improvvisi e di un amore che non conosce né tempo né ostacoli. Perché a volte l’unica cosa che conta è lottare per quello che si ama veramente.

Per saperne di più

Per conoscere l’autrice

 

Michela Zanarella è autrice di poesia, narrativa, testi teatrali, addetta stampa di diverse realtà di promozione artistica, freelance della Free Lance International Press. Nata a Cittadella (PD) vive e lavora a Roma, dove svolge la sua attività collaborando con varie testate giornalistiche on web. Ha ottenuto diversi riconoscimenti nazionali ed internazionali. La sua poesia è tradotta in spagnolo, romeno, francese, arabo e inglese. Ha pubblicato sette raccolte di poesia e una raccolta di racconti. E’ Presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze”. E’ alla direzione della collana poesia “ARTeMUSE” di David & Matthaus Edizioni Letterarie.

Il verbale di Giuria del I Premio Letterario “Città di Fermo”

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1° Premio Letterario “Città di Fermo”

VERBALE DI GIURIA

 

  

Le Commissioni di Giuria del I Premio Letterario “Città di Fermo” così composte:

Poesia: Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti, Lella De Marchi, Renata Morresi e Cinzia Franceschelli

Racconto: Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti, Luca Rachetta, Marco Rotunno e Fabiano Del Papa

dopo lunga e attenta operazione di lettura e valutazione dei materiali pervenuti, ha stilato il presente verbale contenente la classifica finale del premio e indicazioni importanti circa la serata di premiazione.

 

 

SEZIONE A – POESIA

Vincitori assoluti

1° Premio: FILOMENA MARTIRE (Roma) con la poesia “Il mio mare”

2° Premio: ENZO BACCA (Larino – Campobasso) con la poesia “Ti porterò un fiore Ahmed”

3° Premio: ROBERTO BORGHETTI (Ancona) con la poesia “In morte di un padre”

 

Premi Speciali

Premio del Presidente del Premio: MICHELA ZANARELLA (Roma) con la poesia “Come volano i gabbiani”

Premio del Presidente di Giuria: MARIA CHIARA QUARTU (Garbagnate Milanese – Milano) con la poesia “Lettera dalle stelle”

 

Menzioni d’Onore

ANTONIO DAMIANO (Latina) con la poesia “Pasubio”

CHIARA CAPPUCCINI (Scandicci – Firenze) con la poesia “Perfezione”

GIORGIA SPURIO (Caselle di Maltignano – Ascoli Piceno) con la poesia “Chi sono”

LORIANA CAPECCHI (Quarrata – Pistoia) con la poesia “La vita, un tracciato d’amore”

MARIA GRAZIA TOMASSINI (Riano – Roma) con la poesia “Oltre l’orlo scucito del tempo”

MAURIZIO BACCONI (Roma) con la poesia “Un porto nella nebbia”

ROSANNA DI IORIO (Cepagatti – Pescara) con la poesia “Ho visto le tue mani farsi voce”

STEFANIA PELLEGRINI (Nus – Aosta) con la poesia “Amàli”

TULLIO MARIANI (S. Giuliano Terme – Pisa) con la poesia “Paco de Lucía”

 

Segnalazioni

BARTOLOMEO BELLANOVA (Pianoro – Bologna) con la poesia “Le campane di Natale”

GENNARO DE FALCO (Milano) con la poesia “Viale Stelvio 67”

ILARIA FRAVOLINI (Roma) con la poesia “07.30”

LORENZO CARMINE CURTI (Morano Calabro – Cosenza) con la poesia “Un battito di ciglia”

LUCIA BONANNI (S. Piero a Sieve – Firenze) con la poesia “Fado”

OLIVIERO ANGELO FUINA (Oggiono – Lecco) con la poesia “Lui fronda nella brezza d’infinito”

RENATO PIGLIACAMPO (Porto Recanati – Macerata) con la poesia “Messaggio di voce”

SONIA LAMBERTINI (Ferrara) con la poesia “Brindo alla contraddizione”

STEFANO BALDINU (S. Pietro in Casale – Bologna) con la poesia “A due passi da uno specchio”

VINCENZO SCRETI (Sermoneta – Latina) con la poesia “Sant’Anna di Stazzema”

SEZIONE B – RACCONTO

 

Vincitori assoluti

1° Premio:  ANTONIO GIORDANO (Palermo) con il racconto “Ballarò”

2° Premio:  GLORIA VENTURINI (Lendinara – Rovigo) con il racconto “Come le mele”

3° Premio Ex-Aequo: ELISA MARCHINETTI  (Noceto – Parma) con il racconto “La parrucca”

3° Premio Ex-Aequo: ARMIDO MALVOLTI (Castelnuovo ne’ Monti – Reggio Emilia) con il racconto “Gervasio l’idealista”

 

Premi Speciali

Premio del Presidente del Premio: GIOVANNINO GIOSUÈ (Avezzano – L’Aquila) con il racconto “Le stelle non si raccontano”

Premio del Presidente di Giuria: DANIELE DONATI (Ascoli Piceno) con il racconto “La maschera di Carminio”

 

Menzioni d’Onore

ELISABETTA GHISELLI (Sassocorvaro – Pesaro-Urbino) con il racconto “Fave e crisantemi”

MANUELA GIACCHETTA (Ancona) con il racconto “Anna De Caroli in De Caroli”

MARIA TERESA MONTANARO (Canelli – Asti) con il racconto “Frammenti di vita”

PIERANGELO COLOMBO (Casatenovo – Lecco) con il racconto “La sete”

ROSSANA GUERRA (Sant’Ippolito – Pesaro-Urbino) con il racconto “La signora della Posta”

 

Segnalazioni

ANDREA MAURI (Roma) con il racconto “Viaggio nella notte”

ANTONIETTA LANGIU (Sant’Elpidio a Mare – Fermo) con il racconto “L’uomo sulla panchina”

AZZURRA MARCOZZI (Giulianova – Teramo) con il racconto “Zamfira”

DANIELE MASSI (Trecastelli – Ancona) con il racconto “A me gli occhi”

FRANCESCA COSTANTINI (Pesaro) con il racconto “Avanzi di vita”

LAURA COPPA (Arcevia – Ancona) con il racconto “Un pupazzo”

LUISA BOLLERI (Empoli – Firenze) con il racconto “Dal ponte”

 

 

Consistenza dei Premi

Come indicato dal bando di partecipazione al concorso i Premi consisteranno in:

Vincitori assoluti

1° Premio: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 150€

2° Premio: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 100€

3° Premio: Targa, diploma con motivazione della Giuria e libri

Premi speciali: Targa e diploma con motivazione della Giuria

Menzioni d’Onore: Coppa e diploma

Segnalazioni: Diploma

 

Pubblicazione in antologia

Tutti i testi dei Vincitori Assoluti, dei Menzionati e dei Segnalati verranno pubblicati in antologia. Per i vincitori Assoluti il proprio testo sarà corredato dalla motivazione della Giuria del conferimento del Premio.

Tutti gli autori (vincitori assoluti, menzionati e segnalati) sono tenuti ad inviare il loro testo con il quale sono risultati vincitori in formato Word a mezzo mail all’indirizzo premiocittadifermo@gmail.com entro e non oltre il 5 maggio 2015.

I testi inviati in digitale dovranno essere identici a quelli inviati in cartaceo e non dovranno pertanto riportare cambiamenti, correzioni od aggiunte.

Il presente messaggio non verrà reiterato a mezzo mail o telefonico ed è dunque ultimo e perentorio.

L’antologia del concorso sarà disponibile alla vendita il giorno della Premiazione direttamente all’entrata della sala dove si terrà la cerimonia conclusiva del Premio.

 

Ritiro dei Premi

Come indicato al punto 11 del bando di partecipazione i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.

Stessa cosa è da intendersi per coloro che hanno ottenuto una Menzione d’Onore, una segnalazione o un Premio Speciale.

 

La premiazione si terrà domenica 31 maggio 2015 a partire dalle ore 17:30 presso la Sala dei Ritratti del Comune a FERMO nella centrale Piazza del Popolo.

Si richiede la gentilezza di confermare la propria presenza o, diversamente, la propria impossibilità ad intervenire entro il 21 maggio p.v. ossia dieci giorni prima della Premiazione, per permettere una più attenta organizzazione dell’evento e delle eventuali tempistiche.

Per ogni altra richiesta di informazioni inerente alla Premiazione, si rimanda ai contatti mail presenti al termine del verbale.

 

LORENZO SPURIO – Presidente di Giuria

SUSANNA POLIMANTI – Presidente del Premio 

 

Fermo, lì 27 Aprile 2015

  

 

Per info:

premiocittadifermo@gmail.com

Pagina FB

La premiazione del 2° Premio Letterario “Nuovi occhi sul Mugello” il prossimo 16 maggio a Barberino

Premiazione

2° Premio Internazionale di Letteratura e d’arte “Nuovi Occhi Sul Mugello”

sab 16 maggio 2015 ore 16:30

c/o Nuovo Centro Civico

via Vespucci – Barberino di Mugello

PROGRAMMA DELLA SERATA:

Saluto e Ringraziamenti

Intervento di Giampiero Mongatti (Sindaco di Barberino di M.llo) e dell’amministrazione comunale

Presentazione delle Giurie

Intervento dott.ssa Stefania Paola Corti (resp. progetto SMARD1)

Proclamazione dei vincitori e lettura delle motivazioni

Diffusione dell’antologia del Premio cui il ricavato sarà interamente destinato alla ricerca scientifica sulla malattia rara SMARD1 condotta dal “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli studi di Milano.

La serata sarà allietata dal cantautore Francesco Fuligni e dal musicista Giacomo Tagliaferri

Ospiti enti pubblici, privati e sponsor che hanno sostenuto l’evento e Maria Carbognin (Scrittrice e coreografa), Roberta Calce (speaker radiofonica e poetessa), Gastone Cappelloni (Poeta), Daniele Locchi (scrittore e attore), Alessandra Barucchieri (fotografa).

Ingresso libero

INFO: Info@nuoviocchisulmugello.it

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A Massignano la presentazione della silloge “A denti stretti” di Stefania Pasquali

Presentazione del volume

“A DENTI STRETTI”

Di Stefania Pasquali

 

Una serata alla riscoperta del vernacolo e della cultura popolare

 

Sabato 16 maggio 2015

Sala Consiliare del Comune di Massignano – ore 21.00

 

Interventi:

Silvia Talamonti – Susanna Polimanti – Stefania Pasquali – Rosa Angela Parigiani – Luciana Leoni- Daniela Talamonti- Roberto Spalvieri – Angelo Talamonti 

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Sabato 18 aprile a Palermo il reading poetico in onore dei “Grandi e dimenticati”

Sabato 18 aprile 2015 a partire dalle ore 17:30 si terrà a Palermo presso La Libreria Spazio Cultura (Libreria Macaione) il reading poetico dal titolo “Grandi e dimenticati: la poesia che non muore” organizzato dalla Rivista di letteratura “Euterpe” in collaborazione con i blog di Luigi Pio Carmina ed Emanuele Marcuccio e la rivista “Postillare”.

Al reading interverranno i poeti:  Anna Maria Bonfiglio, Maria Bufalo, Luigi Pio Carmina, Pierangela Castagnetta, Francesco Paolo Catanzaro, Rosa Maria Chiarello, Palma Civello, Pietro Cosentino, Francesco Ferrante, Emanuele Insinna, Raffaella La Ferla, Francesca Luzzio, Claudia Magliozzo, Emanuele Marcuccio, Emilia Merenda, Pietro Mistretta, Giuseppe Pappalardo, Guglielmo Peralta, Michela Rinaudo La Mattina, Lorenzo Spurio che daranno lettura ai loro componimenti ispirati o dedicati a poeti ed artisti nazionali e internazionali, molti dei quali di nicchia e ingiustamente dimenticati dalla critica ufficiale. 

L’ingresso è aperto al pubblico e la S.V. è invitata a partecipare.

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

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Lucia Bonanni legge e analizza l’antologia poetica sulla città curata da Lorenzo Spurio

BORGHI, CITTÀ E PERIFERIE

L’antologia poetica del dinamismo urbano

a cura di LORENZO SPURIO

Nota critica di lettura di Lucia Bonanni

 

cover agemina stesa-page-001“Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del discorso é segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli e ogni cosa ne nasconde un’altra”.

Il filo segreto che unisce il discorso di questa raccolta antologica è ordito su un telaio immaginario e la spoletta passa da una città all’altra a tramare un arazzo di testi la cui rappresentazione artistica è data dalla voce di più figure poetiche.

Così abili mani  annodano argomenti quali le bellezze architettoniche e paesaggistiche, i ricordi, il contrasto tra la realtà del passato e quella del presente, il disagio esistenziale, il degrado dell’ambiente, la diversità, l’inquinamento, le trasformazioni subite dai centri abitati, la mancanza di lavoro, la speculazione edilizia, i vari accadimenti, il progresso tecnologico, l’emigrazione, le marginalità, le tradizioni popolari, le menzioni più o meno esplicite ai grandi poeti nonché il dialetto e quelle “escursioni fuori porta” che invitano il lettore ad una continua metamorfosi di analisi e sintesi e identificazione con i testi letterari.

“Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano” ed “È dolce il tuo abbraccio, così intenso e corposo,/ed io mi ritrovo ragazza, quando a vent’anni, /mettevo radici forti ai miei sogni infiniti” come dice Anna Scarpetta, pensando alla sua città, Napoli, il cui viso è ben scolpito nella sua mente con “il mare che scivola e unisce il limite del cielo” e   dove adesso “si fatica, per via della crisi, ad andare più avanti”.

Ma il passato delle città è anche “un segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole” e per Vincenzo Monfregolanon è facile raccontare dei sorrisi nati nel  degrado”, però l’autore non perde mai di vista la capacità di saper affermare la propria dignità di uomo e la “grande voglia di rivalsa”, cercando una catarsi anche dove “i fiori neri sembrano belli”; e se Anna Scarpetta ci dice delle bellezze architettoniche e paesaggistiche della sua città, Vincenzo Monfregola vuole “un prato verde/con alberi grandi” per raccontare al mondo di una gioia che chiamano vita. Ma nell’immaginario di ciascuno “Napule è” pur sempre “mille culure… e a voce de’ creature che saglie chianu chianu”.

La memoria storica di ogni città è scritta “negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre” e troviamo Luigi Pio Carmina a firmare la tela di un acquerello in cui Palermo è rappresentata in ogni suo aspetto, dai mosaici di Monreale, alla Vucciria dei mercati, ai veri quartieri cittadini, al festino dedicato alla Santuzza, alle bellissime spiagge dove le onde del mare alla sua “ode donano colore”; e poi c’è monte Pellegrino “antica roccia” che si erge dalle “salse acque/di Palermo” e che porta Emanuele Marcuccio a chiedersi perché le sue strade “stridono luttuose” e “remoti mali” la schiantano, realtà a cui fa riferimento anche Carmina, dicendo che l’intera isola “Chiu bella fussi senza vossia”, cioè senza quelle persone “carenti di onore” che si aggirano tra aranceti e vigneti.

Un populu/mittitilu a catina/spughiatilu/attuppatici a vucca/è ancora liberu. Livatici a tavula unni mancia/u lettu unni dormi/ è ancora riccu” un popolo diventa povero e servo “quannu ci arrubbanu a lingua”, allora è perso per sempre, è perso perché perde la propria identità culturale, le proprie radici, quella identità tramandata di padre in figlio  con gli usi, i costumi, le tradizioni che lo rendono forte e rispettabile. Però a Carmina “ni ristò a vuci d’idda” per cantare la propria terra come la voce di lei,  quella della madre, la parola dialettale, resta a Marinella Cimarelli che con piglio felice e fare giocoso ci fa conoscere la città di Jesi che è “’na bella cittadina… trullarero trullallà senza Jesi ‘n se po’ sta’” anche perché questa città con tutti quei nomi dei campioni , ha il vanto di essere la città dello sport per cui “non è fantasia, ma pura realtà… che questa seguro è la città de Jesi!”. E la parola dialettale resta anche per Mario De Rosa  che ci narra di Morano Calabro con profonda nostalgia tanto che “ti scinni ‘nd’u coru nu’ scurunu” perché poco distante da L’Annunziata “c’è un vicinato/dove prima regnava l’allegria/di gente buona/di gente buona con le vecchie usanze/che faceva teatro in mezzo alla via”. Il medesimo sentire si riscontra nei versi di Sandra Carresi che in “giro fra le bancarelle sotto il sole cocente d’agosto” ripensa che un tempo era tutto diverso, quando in giri valzer o danze più scatenate davano vita a legami amorosi, mentre nel tempo dell’oggi “nessuna musica, ognuno in casa  propria riposa… nella piazza solo qualche chiacchiera” e bottiglie vuote saranno “silenziose testimonianze del tempo che racconta il suo passaggio”; un passaggio  che si ferma in quella che è “una delle più belle Piazze del Mondo” per la rievocazione di un’antica usanza primaverile in cui il carro brucia e la “colombina (che) s’è rotta”. Intanto l’Arno continua a scivolare sotto i ponti “come un poeta visionario” e “a scalare/con fragore/le cascate” e Maria Luisa Mazzarini attraversa il ponte e dopo la Messa in chiesa va alla ricerca della tomba del Poeta. Dagli indizi che ci dà l’autrice, penso si tratti del ponte Vespucci che porta al quartiere di San Frediano e di lì per via Pisana a Badia a Settimo dove si trova la tomba del Poeta. Ma proprio perché si tratta di quel poeta che presso le Giubbe Rosse cercava di vendere i suoi Canti Orfici, mi piace immaginare che il ponte sia quello di Santa Trinità dove “i piloni fanno il fiume più bello/e gli archi fanno il cielo più bello”. “Dino Campana/Poeta 1885-1932” è l’epigrafe sulla tomba che si trova nella cappella della chiesa di San Salvatore. “Le donne dicevano ai ragazzi: è il poeta! senza sapere chi” scrive Piero Bargellini che dal cimitero di San Colombano fece traslare le spoglie mortali di Dino Campana nella chiesa di San Salvatore. “Sulle increspature/dell’Arno al tramonto/si è specchiato il tuo volto” e forse quello che cerca Anna Grecu è il volto del Poeta che in giro per la città “fugge l’inganno/di (quel) mare in tempesta” che è la sua stessa esistenza.

La metropoli, come ricorda Michela Zanarella, “ha i colori del tempo… nelle enormi arterie (si ) divorano mescolanze (e) grigie abitudini”, terreno fertile del disagio sociale, delle solitudini, delle marginalità, delle distanze e “tra casucce ammonticchiate/e vicoli oscuri”, quelli descritti da Francesca Luzzio, si vedono  “ventri gonfi di bambine/che danno vita/ma non sanno come” mentre il “passo tremante di ubriaco” rammenta ai passanti che “Si è/ vasi fragili/davanti/a certe aporie/dello spazio-tempo”, davanti a problematiche che non offrono soluzioni, che affannano e allontanano anche dall’essere persone coscienti del sé, per cui “nessuno sa/cercare/un passaggio orientato/nelle antinomie post moderne dell’identità” come sostiene Lucia Bonanni che insieme a Maria Rita Massetti nelle “cartilagini del tempo” vorrebbe rinvenire il “sospiro dei secoli… sui muri smemorati” delle case che cadono nel silenzio per destarsi poi “nel livore di un’alba/ancora assopita… assetata/di colori e rugiada”.

Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l’uomo cammina sui lentischi e sulla creta… scricchiola e si corrode ogni pietra, da secoli” scrive Salvatore Quasimodo nella prefazione del testo La terra del rimorso, sintesi della ricerca etnografica in Salento, condotta nel 1959 da Ernesto De Martino per studiare il fenomeno del tarantismo dal punto di vista storico, culturale e religioso. Fenomeno velatamente evocato nei versi di Teresa Anna Rita De Salvatore che in quella “Lecce franta nel ricordo” fa rivivere “gli incubi antichi” di una città quale “isolato tempio” con “i sogni dei poveri/(che) andavano a vedere in piazza i presepi” mentre i giocattoli grandi erano riservati soltanto ai bambini più ricchi. Ma la Puglia non è soltanto tarantismo, povertà e solitudine, essa è una terra ricca di arte, di storia, di cultura e di fede che si manifesta in “Cuore e spirito” all’interno  di un “sacro luogo di riconciliazione” dove ci conducono i versi di Maria Pompea Carrabba, decisa a difendere il “sacro luogo del cuore” in attesa che San Nicola faccia ritorno nella chiesa e si avveri “il sogno di un piccolo paese”. E “tra scorie di viaggi logori”, come vuole la tradizione “A piombo rappreso,/il Santo, nel suo tempio d’altezza,/guardava sonnolento” la città di Ancona di cui è Patrono; in questo caso è Lorenzo Spurio a narrare le atrocità inflitte a San Ciriaco, obbligato a ingoiare piombo fuso e poi decapitato. “Con Betlemme/hai piantato un ulivo” e in questi tempi di amarezze  il pensiero della De Salvatore si unisce a quello di Anna Scarpetta e va verso la Terra Santa dove il prezzo della cristianità è costato  sacrificaci crudeli per mano di “furiosi gendarmi”. La fede che è accoglienza, speranza, unione di cuore e spirito, accettazione dell’altro, condivisone, aiuto reciproco, nei versi di Elvio Angeletti  apre anche al “musicante (che sta) ancora lì/solo nel suo destino/ad aspettare la mano di una  amico” come si volge a chi è diverso,  “diverso da chi e da cosa/c’è forse una regola/c’è forse uno stampo” si interroga Franco Andreone, ricordando un giardino “nel bel mezzo di una piazza” dove un tempo “andava a far scorrazza”.

Un ragazzo moccioso/(con i) pantaloni larghi e  sporchi/(ma) lesto, furbo e sapiente”, tradito dagli uomini, si staglia nelle parole di Emanuela Di Caprio come nel dire di Osvaldo Crotti si anima un “temprato guerriero/dallo spirito ribelle/pioniere di lotte senza fine/unico e degno/ maestro/di tanta dignità” il Clochard con “gli occhi pieni di stelle” che vive per strada e la sua coperta è “un cartone e un pizzico di luna”. Tante volte nelle vie cittadine si incontrano “cani legati al guinzaglio dai loro padroni/che fanno il giro per i loro bisogni come barboni”, ma sono pigri e indifferenti con gli occhi pieni di tristezza e persino il loro abbaiare è diventato così poco credibile da sembrare addormentato; di questo si rammarica Patrizia Pierandrei che con occhio attento riesce a notare ciò che in altro contesto aveva subito notato il povero Marcovaldo un mattino mentre aspettava il tram. “Chissà da dove vengono quei poveri funghetti,/il vento forse li ha costretti,/a crescere tra le dure pietre lastricate”, ma quei funghi non possono nutrire né il barbone e neppure l’emigrato. Dato che “l’arte vuol sempre irrealtà visibili” proprio come afferma J.L. Borges, vediamo Cristina Lania perdersi nelle vie della sua  città, ricordando i fasti passati e l’autrice ritorna dove “la Madonnina del Porto/si erge come eterea vision/nitida nella sua unicità” e il mare è “effluvio e respiro della (sua) terra (e) Zancle non è più chimera lontana /(mentre) il cielo si frantuma in cristalli di luce”.

Per Francesco Paolo CatanzaroNella piazza il vecchiume si crogiola al sole./La città è solenne/nei suoi vapori di smog e di frenesia metal meccanica”, “Ci si accorgerà nel corso del tempo/quanto la tecnologia ha prezzo,/quanto la ferraglia, l’acciaio/inondi il paesaggio/ e provochi lo tsunami della civile inciviltà” in quel cuore di latta che, secondo l’autore,  ha adesso la città.

Ma la città è anche incanto e bellezza che giungono come un’eco sulle musiche di Respighi che celebra i pini e le fontane di Roma “per riapparire ancora” tra le righe di Giuliana Montorsi e in quelle di Michela Zanarella  in un “abbraccio universale/ eppur donato a ognuno” e “dove le pietre fondono memoria/freme l’asfalto confuso/ed il Tevere veglia/il sotterraneo mutare dell’aria/(che) si rinnova nell’incanto dei palazzi/e nello zampillo limpido delle fontane”. Cristina Vascon scrive che “tra le nebbie/sboccia una luce (e) mille albe si stemperano/in rugiade/(mentre) tra solchi d’immense nuvole/germoglia il sole”. Le due autrici, entrambi venete, fanno tornare alla mente i palù, quei paesaggi delle aree pianeggianti tra il Veneto orientale e il Friuli e il cui termine è usato al plurale come metonimia per indicare le aree prative dove cresce il palù, un’erba del genere carex, diffusa in quelle zone, oggetto di studi antropologici e rivisitata anche nei componimenti di impegno sociale, scritti da Andrea Zanzotto.

Dalla malinconia dei campielli si va “verso i pioppi sugli argini/là dove la curva del fiume/risplende/come lastra d’oro” e il fiume lambisce la città in cui “le cuspidi ardite/riecheggiano un passato di furiose/e crude lotte tra fazioni avverse/i merli ghibellini/sul mobilissimo Palazzo Gotico” mentre la nostalgia pungente per la propria terra si fa posto nella mente di  Giorgina Brusca Gernetti e gli echi delle aspre lotte per le investiture fanno pensare alle due torri, divenute nel tempo simbolo della città di Bologna. Elisabetta Mattioli ne ammira la statua del Nettuno “in connubio/ assieme all’acqua/e protettore silente/di un mare senza spuma/unito a una città senza tempo” mentre per Bartolomeo Bellanova Bologna si configura come “un luogo dato agli spettacoli” con i “passi che vanno e vengono, oscillano,/barcollano su un copione scritto/barcollando su una pagina bianca,/scia d’inchiostro esaurito” e il poeta resta “quello che nasconde i cocci sotto pelle,/aspettando la notte dopo”.

Nella profondità cittadina” di Francesco Paolo Catanzaroil vecchiume si crogiola al sole” e la città mostra il suo cuore di latta e quello che prima era un piccolo borgo si è ampliato e ha subito profonde trasformazioni e “ci si accorgerà nel corso del tempo/quanto la tecnologia ha prezzo/ e provochi lo tsunami della civile inciviltà”. Nell’orizzonte poetico di Gianluca Papa si profila la “torre alta/ovattata finestra/ indicibile/luminosa gloria” di Pisa, oggi splendente nei suoi alabastri. Felice di narrare le proprie emozioni, Massimo Rozzi volge il pensiero agli amici e da esule pone lo sguardo “alla meta della domenica”, il suo paese, dove adesso “i giovani trovano una speranza/sul loro futuro senza scappare”. Dalla profondità del silenzio come epifanico sentire prorompe la voce letteraria di Renato Pigliacampo, nemico talvolta a se stesso, “teso nei sogni” delle colline marchigiane che “nelle sere che calano sul mare” ancora gli parlano nella lingua dei padri per rinsaldare il vincolo d’amore con il proprio territorio e “oltre il Colle dell’Infinito” esiliato “in terre padane” allorché si affacciava alla vita ed ora tiene in un “abbraccio d’amore la sua Porto Recanati.“le luci rifrante, le case, i palazzi…/ e cerchi concentrici si intersecano allargandosi./E si dissolvono, emulando le vite… Cambieranno i passi, stanotte al molo,/e le barche r i marini moti” e là, oltre la risacca che si frange lungo la linea del porto, “Distante il falso/ mare rivendica/ la sua libertà incarcerato//in una fotografia ritoccata” e  Daniela Gregorini  all’alba  si ritrova a ballare tra i “tavoli impazziti” di una folle città per evadere verso le illimitate sponde del tempo mentre aspetta un tram “flouato”.

Nelle escursioni fuori porta anche all’estero, troviamo anche le città di Lorenzo Spurio che racconta di “cocci taglienti e scarpe spaccate/nella piazza centrale, assedio,/ contro un capo-cecchino/schifoso, come tutti i capi in guerra” e “la temperatura era buona, infingardi cani neri/agguantavano al collo/con guizzanti morsi”, trasformando il faraone di pietra in un “colabrodo/ di sangue rubato (e) i bambini rubavano il mare/con gli occhi bagnati”. Versi, questi, che ho avuto modo di apprezzare nella lettura della sua silloge Neoplasie civili (Agemina, Firenze, 2014) ed evocano altre piazze di libertà e indipendenza dal faraone di turno.

E per tutte queste caratteristiche “la città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare”.

Un lavoro poderoso, superbo, unico nella sua rara composizione quello che ha svolto Lorenzo Spurio, curatore di questa antologia poetica che nella selezione dei brani poetici ha dato vita ad un coro polifonico, ad una partitura in canone in cui ciascuna voce parte da un punto di vista personale e si ritrova in sintonia con i pensieri, i concetti, i contenuti, i sentimenti, le emozioni, le delusioni, i desideri, le paure, le vicissitudini in un labirinto di idee, legate le une alle altre da un unico tema, la città, ovvero da quel dinamismo che fa di ogni centro abitato un organismo vivente; un organismo il cui nucleo resta sempre il cuore pulsante dell’Uomo che sa irrorare le sue cellule di linfa vitale in uno scenario sempre mutevole e affascinante.

Onorata di far parte di questo lavoro e di questa compagine di sognatori che amano la Poesia.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve, lì 9 aprile 2015

“Gli argini non sono sponde. Poesie per un fiume”, antologia di poeti senigalliesi curata da Alessandro Seri

Presentazione del libro

“Gli argini non sono sponde” –  Poesie per un fiume

‘Un libro come questo è un atto d’amore e un esperimento di civismo sopraffino, un dono da lasciare a futura memoria, una testimonianza che ha l’umiltà di non essere monito ma solo suggerimento. Il fiume, come la poesia, non fa danni se lo si rispetta ma se lo si deturpa, se non lo si cura, così come la poesia, esso smette di avere una funzione vitale e trasforma le sue tante utilità in disastro.’ Così Alessandro Seri descrive il volume che verrà presentato domenica 12 aprile alle ore 18 e 30 nella Sala del Trono, presso il Palazzo del Duca, a Senigallia.

Saranno presenti, oltre a Alessandro Seri, Massimo Raffaeli, l’amministrazione comunale di Senigallia e i poeti dell’associazione ‘Nel verso giusto – Senigallia/Poesia’ autori della raccolta.

La presentazione sarà un’ulteriore occasione di connessione tra i poeti de ‘Nel verso giusto’ con la WPM, World Poetry Movement.

Il volume ‘Gli argini non sono sponde’, edito da Venturaedizioni, contiene poesie di Mary Aguglia, Matilde Avenali, Liliana Bellagamba, Annamaria Berni, Diana Brodolini, Antonietta Calcina, Maria Chiara Capone Di Donfrancesco, Francesco Cavallari, Silvia Cingolani, Rita Cursini, Elisabetta Freddi, Letizia Greganti, Marisa Landini, Paola Mazieri, Fiorina Piergigli, Maria Pia Silvestrini.

Locandina Presentazione 12.4.2015-page-001

“Frammenti di vita”, l’antologia di racconti di Marco Bertoli

Frammenti di vita. Antologia di racconti.

Editore: “Liber Iter” casa editrice elettronica.

Prezzo: Euro 4,99.

ISBN: 978-88-98906-16-1.

 

FrammentiDall’Introduzione

L’antologia “Frammenti di vita” raccoglie una serie di testi che l’autore ha scritto nel biennio 2013 – 2014.

I racconti sono inseriti nel cosiddetto filone “realistico”, poiché analizzano varie problematiche sociali e affettive che in alcuni casi riguardano la vita di tutti i giorni. Affrontano, cioè, situazioni peculiari dell’esistenza di un qualsiasi essere umano inteso, però, nella più ampia delle sue accezioni: i protagonisti, infatti, possono essere sia persone comuni che si ritrovano l’esistenza sconvolta all’improvviso oppure veri e propri serial killer e criminali, nascosti – e questa è la cosa peggiore – sotto apparenze innocenti o, invece, soldati alle prese con la drammaticità della guerra. Tutti, però, sono accomunati dalla profonda consapevolezza che la vita è molte volte un susseguirsi di azioni ed eventi imprevedibili che, spesso, ci travolgono con la loro violenza. In quei momenti di crisi solo la solidità delle radici a cui ognuno di noi àncora il proprio intimo impedisce di perdere la ragione e di cadere nella pazzia; in caso contrario le conseguenze possono essere tragiche.

 

Marco Bertoli è geologo. Vive a Pisa. Il suo romanzo “La Signora che vedeva i morti” ha vinto il Premio Scrittore Toscano 2012 selezione on-line e quello della Giuria al Concorso “Città di parole”, 2013. Nel 2014 ha pubblicato il suo secondo romanzo, “L’avvoltoio. Delitti all’alba della scrittura”, un giallo storico. Nel 2015 ha pubblicato l’antologia epub “Frammenti di vita”, una raccolta di racconti inseriti nel cosiddetto filone “realistico” scritti nel biennio 2013 – 2014. Suoi racconti sono inclusi nelle antologie “365” Delos Books. “Buchi” è stato finalista al Concorso Robot 2014, Delos Book, “Ali” pubblicato su Romance Magazine 13 e “- 40°C” su Terre di confine Magazine 1, il racconto “Processione” è stato selezionato nel Contest “Ira Domini” e pubblicato sul numero 41 della rivista “Writer’s Magazine”, Delos Books, e il racconto “Lampo nero” sul numero 5 della rivista “Il lettore di fantasia”. Numerosi altri hanno vinto concorsi, o classificati finalisti, e pubblicati in oltre settanta antologie.

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