Il sacco di Jesi del 1517 – Conferenza di storia della Ass. Culturale Euterpe

COMUNICATO STAMPA

Domenica 27 novembre alle ore 17:30 si terrà presso la Biblioteca “La Fornace” di Moie di Maiolati Spontini (AN) una conferenza di storia ideata e promossa dalla Associazione Culturale Euterpe.

L’evento è volto a ricordare e ad indagare con maggiore attenzione un anno fondamentale nella storia della città federiciana, il 1517, durante il quale ci fu il “Sacco” della città di Jesi. 

Interverranno Stefano Vignaroli (scrittore, appassionato di storia) che parlerà delle motivazioni politiche e del contesto storico all’interno del quale si è sviluppato il fenomeno del sacco di Jesi e Riccardo Ceccarelli (storico) che si concentrerà, invece, sulle ripercussioni e le conseguenze del saccheggio nella Vallesina. 

Durante l’evento verranno proiettate le tavole grafiche (disegni a china) inerenti al periodo di riferimento, opere del prof. Mario Pasquinelli, con il gentile permesso del figlio.

Si terranno, a margine della conferenza, ance delle letture scelte dal romanzo di Stefano Vignaroli, “L’ombra del campanile”, nei passi nei quali le vicende narrate si iscrivono direttamente all’interno dell’avvenimento storico datato 1517 oggetto della conferenza. 

La conferenza sarà moderata da Marinella Cimarelli. 

Info:

http://www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.

Tel. 327 5914963

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Selezione di poesie per l’antologia civile “Non uccidere” a cura di L. Spurio e I.T. Kostka

ANTOLOGIA TEMATICA

NON UCCIDERE

CAINO ED ABELE DEI NOSTRI GIORNI

Selezione di materiali

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Si selezionano poesie di impronta civile per una antologia tematica dal titolo “Non uccidere. Caino ed Abele dei nostri giorni” che sarà pubblicata da The Writer Edizioni nei primi mesi del 2017.

L’intenzione è quella di proporre, mediante una serie di liriche selezionate dai curatori Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, un percorso concreto all’interno di difficili dinamiche sociali che caratterizzano la nostra contemporaneità dove la violenza, l’indifferenza e l’abuso verso le minoranze sembrano dominare in modo ancor più marcato da come ci viene dato di conoscere mediante la stampa.

Questa antologia parlerà di ciò che di nefasto ed imprevedibile accade nel mondo, di quelle notizie terribili che giungono alle nostre orecchie e che ci fanno star male anche se non vissute direttamente. Il volume darà voce al tormento e alla sfiducia, ma anche all’indignazione e ai moniti di ribellione, farà parlare gli animi di persone che non accettano le ingiustizie che dominano in un mondo gravato dalla corruzione, dal materialismo, dalla facile convenienza. Canti di denuncia, brani di disprezzo e voglia di verità, brani impegnati o semplici riflessioni dettate dal clima di allarmismo e sfiducia nel quale l’uomo purtroppo in questi tempi è piombato.

A seguire le indicazioni tecnico-logistiche per poter prendere parte al progetto antologico:

Tematica:

Si prediligeranno tutti quei componimenti che lasceranno parlare l’uomo stanco di episodi di violenza e discriminazione, casi di violenza domestica, stupri, femminicidi, incesto, pedofilia, abuso psicologico e fisico, bullismo, episodi di xenofobia, omofobia, fanatismo, violazioni dei diritti, tirannie, sistemi corrotti e antidemocratici, nonché si riferiscano a una azione malvagia dell’uomo contro i suoi simili: guerre, scontri civili, lotte di autodeterminazione, segregazioni, discriminazioni razziali, religiose, etc., stragi, terrorismo, minaccia nucleare, insensibilità e disprezzo nei confronti dei propri simili, degli animali e degli ecosistemi.

In base alle varie tematiche i curatori provvederanno ad istituire sezioni interne dedicandole a ciascun argomento/tema trattato.

Non verranno accettate poesie che presentino elementi razzisti o di incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza, aspetti denigratori, offensivi, blasfemi, pornografici o politici.

Elaborati:

Ciascun poeta può inviare un massimo di tre poesie inedite in lingua italiana. Non verranno prese in considerazione poesie in lingue straniere o in dialetto, seppur accompagnate da relativa traduzione in italiano. Ciascun testo dovrà essere scritto e salvato in formato Word e dovrà avere una lunghezza massima di 30 versi (senza conteggiare gli spazi tra strofe, né il titolo). È gradito, in apertura a mo’ di dedica o in nota a piè di pagina, un accenno diretto al fatto storico/di cronaca al quale ci si riferisce con la lirica o da quale episodio è stata evocata. La nota dovrà essere breve e avere una lunghezza di non più di due righe.

Assieme alle tre poesie è richiesto l’invio della propria nota biobibliografica, in un altro file Word, che dovrà essere scritta in terza persona ed avere una lunghezza non eccedente le 15 righe.

Fotografie:

Si selezionano altresì immagini (fotografie) che richiamino o siano collegate ad una delle tematiche di cui sopra, affinché i curatori provvedano a scegliere tra quelle che perverranno l’immagine di copertina del volume. Ciascun autore può inviare un massimo di tre proposte. Le foto dovranno pervenire alla mail di cui sotto in formato .jpeg. Se di grande dimensioni potranno essere inviate mediante sistema di condivisione We Transfer e ciascuna dovrà avere l’indicazione del suo titolo.

Scadenza:

Gli elaborati dovranno pervenire alla mail proartem@yahoo.com   entro e non oltre il 10 dicembre 2016.

Selezione:

I curatori del progetto antologico, Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, leggeranno tutti i materiali pervenuti e provvederanno a selezionare quelli che a loro discrezione e giudizio riterranno più pertinenti e di buona qualità. Entreranno nel volume un massimo di 40 poeti che potranno essere presenti –a seconda della selezione- con un unico testo, due poesie o tutte e tre.

I curatori provvederanno ad informare dell’avvenuta selezione entro il 10 gennaio 2017 mediante comunicato diffuso sui Social ed inviato a mezza mail a tutti i partecipanti.

La selezione operata dai curatori è insindacabile e non verranno fornite motivazioni circa l’esclusione al progetto di determinati testi od autori.

Pubblicazione:

Ogni autore selezionato si impegna, con successivo modulo-liberatoria che verrà poi inviato, all’acquisto minimo di 2 (DUE) copie della antologia al prezzo di 20€ (VENTI EURO) comprensivo di spese di spedizione mediante piego di libro ordinario. Il pagamento dovrà essere fatto verso The Writer Edizioni i cui riferimenti verranno forniti in un secondo momento.

Beneficenza:

Scopo dell’iniziativa è quello di sostenere economicamente con questo progetto una realtà di emarginazione, dando vicinanza e supporto anche materiale nei confronti di un ente che si occupa della difesa delle donne

I curatori del volume, d’accordo con The Writer Edizioni, hanno deciso che i ricavi derivanti dalla iniziativa antologica detratti le spese di stampa e i costi tecnici editoriali verranno destinati totalmente all’Associazione contro la violenza sulle donne “Pronto Donna” di Arezzo (www.prontodonna.it).  I curatori provvederanno a dare notizia dell’avvenuto versamento effettuato da The Writer con tale iniziativa antologica mediante i loro canali.

Presentazione:

L’antologia verrà presentata al pubblico in alcuni eventi in varie parti d’Italia durante il 2017 secondo un calendario di date e di eventi che verrà poi indicato per tempo e divulgato affinché i poeti partecipanti alla iniziativa possano intervenire per dar lettura ai propri componimenti.

Norme importanti:

I partecipanti inviando propri componimenti dichiarano automaticamente che le poesie/fotografie sono frutto del proprio unico ingegno e che ne detengono i diritti ad ogni titolo. Dichiarano altresì –per la sezione poesia- che esse sono inedite, dunque non pubblicate in altri volumi cartacei –personali o collettivi- dotati di codici ISBN. Qualora tali indicazioni non saranno rispettate, la responsabilità ricadrà direttamente su di loro.

Informazioni:

Per ciascun tipo di richiesta o di informazione, gli autori possono scrivere alla mail proartem@yahoo.com che verrà letta da entrambi i curatori o scrivere in Facebook nella pagina relativa all’evento, raggiungibile a questo link:

 

I curatori

Izabella Teresa Kostka

Lorenzo Spurio

Luciano Domenighini su “Tra gli aranci e la menta” di Lorenzo Spurio

Tra gli aranci e la menta.
Recitativo dell’assenza per Federico Garcia Lorca  di Lorenzo Spurio
Commento critico di Luciano Domenighini
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                              Il volume

Undici titoli (di cui uno,”Nella magnolia”, anche tradotto in spagnolo da Elisabetta Bagli) a raccontare la vita e la morte di Garcia Lorca, via crucis, elegia, epitaffio, epicedio.

In una lingua lussureggiante, naturalistica, piena di colore e di luce, e insieme erudita, disseminata di ricercatezze lessicali e di inedite soluzioni retoriche ad estendere ed arricchire l’ambito simbolico, Spurio dipinge questo polittico multicolore, intesse i ricami
di questa porpora riprendendo e citando  lo stesso Lorca, a celebrare il poeta, l’uomo, il martire civile.
Il risultato letterario è ragguardevole, sia per i pregi sopra menzionati, sia per la capacità di coniugare e fondere il proprio modus poetico, manifestamente espressionista, con i riverberi del tragico e spregiudicato lirismo proprio della poesia del genio granadino.
Lorca è immenso, incalcolabile. Fantasioso e ridondante, è una macchina inesauribile di invenzioni verbali, nel suo simbolismo ostinato, nel suo surrealismo acrobatico eppure fortemente naturalistico, nel suo inesausto vitalismo, acquatico e terrestre, astrale e floreale, tragico e festoso.
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Lorenzo Spurio

Spurio con la sua lingua poetica aspra e perentoria ma altrettanto incline all’ideazione simbolica, in qualche modo ne echeggia le valenze più crude, ne riproduce i connotati più scabrosi.

I versi impiegati sono di varia lunghezza, con predilezione per l’alessandrino, ma non è la cadenza a intrigare il poeta marchigiano quanto piuttosto la consequenzialità della trama sintattica, il fascino della raffinatezza verbale quando non il gusto per il neologismo, il varo del tropo inedito, elaborato, spiazzante.
Di taglio accademico e come rivendicando un’anima aristocratica, questo linguaggio poetico ha qualcosa di orfico, di iniziatico, non solo per la citata ricercatezza verbale ma anche e soprattutto pere la sua natura bifronte, ossimorica e, di conseguenza, sibillina, tutta giocata sui contrasti e sugli imprevisti accostamenti.
In definitiva la breve raccolta di “Tra gli aranci e la menta”, omaggio e tributo a Garcia Lorca,  rappresenta di fatto un’originale riproposta letteraria,  una rilettura alquanto stimolante della poetica del grande poeta andaluso.
Luciano Domenighini
luglio 2016.

A San Benedetto del Tronto la presentazione di “Convivio in versi” di Lorenzo Spurio

Convivio il versi: parlano i poeti delle Marche

A San Benedetto la presentazione dell’antologia curata da Lorenzo Spurio

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Lo scrittore e critico letterario jesino Lorenzo Spurio, dopo due anni e mezzo di intenso e serrato lavoro di ricerca e studio ha pubblicato per i tipi di PoetiKanten Edizioni di Firenze una antologia sulla poesia marchigiana in due volumi.

In Convivio in versi, Spurio ha raccolto le esperienze poetiche di un gran numero di intellettuali che, nati o vissuti a stretto contatto con la Regione, hanno prodotto una significativa attività poetica e letteraria. L’opera, che ha ottenuto i Patrocini Morali dei maggiori comuni della Regione e dell’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino,  prende in esame esponenti dell’intera Regione nati a partire dal 1850 sino ad oggi. Nella nota introduttiva il curatore chiarifica l’intento di una operazione editoriale di questo tipo, ben sintetizzato dal sottotitolo stesso dell’opera che recita Mappatura democratica della poesia marchigiana.

Dopo gli incontri che si sono svolti a Sassoferrato, Marzocca e Porto Recanati, domenica 3 Aprile a partire dalle ore 18 presso la Sala della Poesia di Palazzo Piacentini a San Benedetto Alta (Via del Consolato 14) si terrà la presentazione dell’opera.

La serata di presentazione sarà condotta dalla poetessa e scrittrice Stefania Pasquali che presenterà il volume e l’autore con un intervento della scrittrice Susanna Polimanti. La serata sarà allietata dagli intermezzi musicali di Silvia Talamonti (chitarra classica) e Alice Di Monte (violino).

A seguire si terranno le letture di testi poetici dall’antologia da parte dei poeti presenti all’evento e, nell’occasione, si potrà acquistare il volume.

Esce “Convivio in versi” l’opera antologica sulla poesia marchigiana a cura di Lorenzo Spurio

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MAPPATURA DEMOCRATICA DELLA POESIA MARCHIGIANA

A CURA DI LORENZO SPURIO

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COMUNICATO STAMPA

Dopo due anni e mezzo di serio lavoro è uscita l’opera antologica  sulla poesia marchigiana curata dallo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio. L’opera, edita dai tipi di PoetiKanten Edizioni di Firenze, è composta da due volumi: il primo volume contempla i poeti marchigiani in lingua italiana mentre il secondo volume i poeti dialettali. L’operazione editoriale di Lorenzo Spurio annovera all’interno di questo ampio censimento denominato Convivio in versi. Mappatura democreatica della poesia marchigiana le voci poetiche  che hanno contraddistinto e che identificano il panorama poetico regionale. Tra di loro poeti che purtroppo sono poco conosciuti e altri che nel corso della loro ampia attività culturale sono venuti alla ribalta tanto da guadagnare una precisa collocazione all’interno dello scenario della letteratura nazionale. Spurio ha selezionato, secondo dei parametri che ha ben delineato nella nota introduttiva del suo testo, un novero ampio di poeti e cultori della poesia per un totale di 286 voci che in questo denso itinerario tra epoche, aree geografiche, sensibilità liriche diverse, finiscono per rispecchiarsi e dialogare tra loro in un convivio plurimo e frenetico che esalta il potere della parola.

Per la significativa rilevanza culturale dell’opera, l’intero progetto ha ottenuto i Patrocini Morali dei Comuni di Pesaro, Urbino, Fano, Ancona, Senigallia, Jesi, Civitanova Marche, Fermo, Ascoli Piceno, San Benedetto del Tronto e della Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”

INFORMAZIONI BIBLIOGRAFICHE DELL’OPERA COMPLETA:

Titolo: Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana

Curatore: Lorenzo Spurio

Editore: PoetiKanten Edizioni – Sesto Fiorentino (FI) – Anno: 2016

Volumi: 2 (come di seguito indicati)

Pagine: 707

ISBN opera completa: 978-88-99325-34-3

Costo: 50 €

 

VOLUME 1 – POESIA IN LINGUA ITALIANA

cover_volume1-page-001Un’antologia di poeti regionali presuppone da una parte un fascino incondizio­nato verso la lettura, l’analisi e lo studio della poesia (e spesso di testi poco noti, ma non di scarso valore) e dall’altra un grande amore per la superficie geografi­ca sulla quale si è deciso di focalizzarsi, in questo caso le Marche, dove sono nato e vivo. […] Dal poeta che è anche fine critico e si è occupato di storia della let­teratura e che s’identifica con la cultura accademica, al poeta di provincia, delle piccole realtà comunali dove è anima populi e colora la toponomastica con i suoi versi scanzonati e domestici, al poeta-marinaio dei tanti piccoli porti del nostro litorale che “crea” in comunione con le acque negli squarci di riposo dalle ore di lavoro, sino al poeta contadino delle variegate valli che occupano la Regione, in quel colloquio intimo e serrato con la terra che cela un canto di meraviglia (Dalla Prefazione)

INFORMAZIONI BIBLIOGRAFICHE:

Pagine: 462

ISBN: 978-88-99325-30-5

Costo: 30 €

Numero di poeti antologizzati: 173

 

VOLUME 2 – POESIA IN DIALETTO

cover_volume2-page-001Non esiste e non è mai esistito (dunque forse mai esisterà) un dialetto marchi­giano, ossia un dialetto unico dal quale magari dipartano piccole differenze o va­rianti ma che abbia una struttura di base univoca. […] Nella presente antologia trovano posto poesie di un gran numero di dialetti distanti tra loro, più o meno lontani dalla lingua italiana, motivo per il quale dette liriche sono accompagnate, a conclusione, della relativa traduzione per facilitarne la comprensione del testo a chiunque. Si spazia dall’urbinate (Germana Duca Ruggeri,…) allo jesino (Martin Calandra, Aurelio Longhi, Marco Bordini,…), all’anconetano (Palermo Giangia­comi, Mario Panzini, Emilio Mercatili,…) al sambenedettese (Bice Piacentini Ri­naldi), all’ascolano (Giuliana Piermarini) al civitanovese (Sandro Bella), passando anche attraverso numerose varietà indipendenti e tipicizzanti: il monsampietrino di Domenico Polimanti, il petritolese di Giovanni Ginobili, il portorecanatese di Novella Torregiani, il montignanese di Edda Baioni Iacussi e numerose altre (Dalla nota introduttiva)

INFORMAZIONI BIBLIOGRAFICHE:

Pagine: 280

ISBN: 978-88-99325-32-9

Costo: 20 €

Numero di poeti antologizzati: 113

 

Notizia del curatore

Lorenzo Spurio è nato a Jesi nel 1985. Si è laureato in Lingue e Letterature Moderne all’Università degli Studi di Perugia. Per la poesia ha pubblicato le sillogi Neoplasie civili (2014) e Le acque depresse (2016). Ha curato le antologie Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano (2015) e Risvegli: il pensiero e la coscienza. Tracciati lirici di impegno civile (2015). Numerose le sue poesie pubblicate in antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa II. Nessun uomo è un’isola (2015), Poeti contro la crisi (2015). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti Ritorno ad Ancona e altre storie (2012), La cucina arancione (2013) e L’opossum nell’armadio (2015). Quale critico si è occupato prevalentemente di letteratura straniera con una serie di saggi in volume sull’autore anglosassone Ian McEwan dedicando altresì uno studio sulla poesia italiana contemporanea: La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi (2015). Nel 2011 ha fondato la rivista online di letteratura «Euterpe», un aperiodico tematico di letteratura al quale collaborano poeti e scrittori da ogni parte d’Italia e con il quale organizza eventi culturali. È Presidente del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi e Presidente di Giuria nei premi letterari “Città di Fermo” e “Città di Porto Recanati”. Sulla sua produzione hanno scritto Corrado Calabrò, Ugo Piscopo, Antonio Spagnuolo, Ninnj Di Stefano Busà, Umberto Vicaretti, Sandro Gros-Pietro ed altri.

 

MODALITÀ D’ACQUISTO

  1. Casa Editrice

È possibile corrispondere il relativo importo con una delle modalità di seguito indicate. Sarà necessario inviare la ricevuta scannerizzata o ricopiare i dati del bollo di pagamento unitamente all’indirizzo dove spedire i libri alla casa editrice all’indirizzo poetikantenedizioni@gmail.com in modo che la stessa possa provvedere agli invii. Alternativamente l’invio della ricevuta potrà avvenire per posta cartacea indicando il proprio indirizzo dove far pervenire le copie. In questo caso si potrà spedire a: Associazione PoetiKanten – Via di Castello 164 – 50019 Sesto Fiorentino (FI)

 Bonifico

IBAN: IT19N0760102800001029344650

INTESTAZIONE: Associazione PoetiKanten

CAUSALE: “Convivio in versi” (indicare quale volume o se entrambi e la quantità di ciascuno)

 Bollettino postale

CC: 001029344650

INTESTAZIONE: Associazione PoetiKanten

CAUSALE: “Convivio in versi” (indicare quale volume o se entrambi e la quantità di ciascuno)

 Le spedizioni verranno fatte con sistema raccomandato, dunque tracciabili e il loro costo sarà a carico dell’editore.

 2.   Librerie online (si consiglia in special modo la piattaforma ibs.it )

 3.   Contattare il Curatore

Il curatore potrà spedire copie del volume, unitamente alla sua dedica, dietro pagamento del relativo costo che potrà avvenire mediante bonifico o bollettino postale. È necessario mettersi in contatto con lui servendosi della mail lorenzo.spurio@alice.it dove lo stesso invierà i riferimenti per il pagamento. Le spedizioni verranno fatte con sistema raccomandato, dunque tracciabili e il loro costo sarà a carico dell’autore.

 4.  Durante le presentazioni della antologia che verranno programmate e delle quali gli autori verranno informati in anticipo. La vendita dell’opera completa (volume 1 e volume 2) durante le presentazioni sarà scontata da 50€ a 40€.

22-02-2016 – SASSOFERRATO (AN) – Università degli Adulti

28-02-2016 – MARZOCCA (AN) – Biblioteca Comunale “Luca Orciari”

03-04-2016 – SAN BENEDETTO DEL TRONTO (AP) – Sala della Poesia “Bice Piacentini”

16-04-2016 – ASCOLI PICENO – Libreria Rinascita

24-04-2016 – FALCONARA MARITTIMA (AN) – [Location da definire]

29-04-2016 – MOIE DI MAIOLATI SPONTINI (AN) – Biblioteca La Fornace

08-05-2016 – FERMO [Location da definire]

15-05-2016 – JESI (AN) – Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni [da confermare]

27-05-2016 – PESARO – Alexander Museum Hotel

“Nel secco degli aranci” poesia di Lucia Bonanni dedicata a Garcia Lorca con un commento di L. Spurio

Nel secco degli aranci

di LUCIA BONNANI

A  Federico García Lorca

Nelle tue mani

di rugiada

fazzoletti ricamati, una conchiglia

e nacchere sonanti.

Sulle tue labbra

insonni

canzoni per bambini, drammi di vita

e pianto per gli amici.

Nel tuo cuore

di raso

rose frantumate e grani di salsedine

a imperlare l’anima irredenta.

Tra mute campane e l’esilio di chitarre

indossavi la camicia bianca

quel giorno

nel secco degli aranci,

sudario gridato verso Oriente

e purezza di ideali

da mascherate di polvere e fuoco

zittiti per vizio di vendetta.

Vigliacchi fino al midollo

per guardarti in faccia

nel momento tetro

della solitudine visiva

e del sangue che nutriva

la terra

a far germogliare

non “frutti di tristezza”

ma nardi di giustizia.

Commento critico di Lorenzo Spurio

Un sentito e profondo omaggio a Federico García Lorca, il poeta andaluso che nell’Agosto del 1936 in piena guerra civile spagnola, venne fucilato (secondo le interpretazioni più accreditate) barbaramente per essere un “rojo”, temuta spia dei russi comunisti. Sul suo decesso e soprattutto sul possibile luogo del seppellimento del poeta si sono espressi in molti nel corso della storia sino a giungere alla considerazione più nota, cioè che venne sepolto in una porzione dell’assolata campagna granadina a metà strada tra i pueblos di Víznar e Alfacar. In tempi a noi recenti, però, e precisamente nel 2009, le operazioni di scavo volute nella zona per l’esumazione dei resti e per dar prova a quanto indicato in tanti manuali, biografie e studi sull’autore fosse in termini concreti vero, ha dato esito negativo in quanto non vennero rinvenuti resti ossei del poeta. Questo animò una serie variegata di possibili piste sulla destinazione ultima dei resti del Nostro, tra chi sostenne che vennero inumati nella cripta della Cattedrale di Granada e chi, secondo una ipotesi quanto mai improbabile e sicuramente la più stravagante, sosteneva che i resti fossero stati trafugati per volere del miliardario Enrique Amorim, possibile amante di Lorca, e condotti a Salto (Uruguay) dove nel 1953 vennero inumati all’interno di un monumento in sua memoria. Comunque stiano i fatti e comunque sia la realtà storica non ancora svelata a causa di una reticenza della famiglia Lorca nel farsi carico di appurare il vero luogo del seppellimento e il disinteresse vergognoso della Destra (Partido Popular) che non ha mai preso le distanze dal franchismo e dai suoi gravissimi errori perpetuati contro l’umanità, è incoraggiante che ancora oggi, a distanza di settantanove anni dal suo assassinio, ci sia chi continua a ricordarlo, ancor più di una qualsiasi decisione politica o tentativo di rilettura della storia, per mezzo dell’arte che a Lorca stava di più a cuore, la Poesia.

300px-04_Taronjes_caigudesÈ il caso, dopo varie liriche d’impatto del palermitano Emanuele Marcuccio scritte nel corso degli anni e da me recentemente commentate, della poesia di Lucia Bonanni intitolata “Nel secco degli aranci”. Il titolo, evocativo e coloristico, ci immette subito nello scenario prediletto dal Lorca cantore del popolo, quello dell’Andalusia autentica, degli aromi speziati, delle corride, dell’arte flamenca e della tradizione del cante jondo. La Bonanni già nel titolo con una tecnica sintetica circoscrive due delle caratteristiche della terra andalusa, poste quasi in controtendenza l’un l’altra da costituire un ossimoro che, a ben vedere da vicino, tale non è. Il “secco” è la conseguenza di una esposizione della natura a temperature estremamente alte, a un sole forte e opprimente che più che scaldare sembra addirittura ardere, dall’altra parte ci sono gli aranci, immagine di una natura colta nella sua fase di splendore: nello sboccio del fiore, nella maturazione del frutto e, comunque, nell’odorosità leggiadra capace di edulcorare l’aria.

Contrariamente il verso della Bonanni non è volto ad addolcire o alleggerire la realtà fattuale della tragica sorte toccata al poeta in una assolata e assonnata giornata di Agosto, nei campi che abbracciano i piccoli pueblos di provincia. Numerosissimi e quanto mai importanti i richiami simbolici alla cultura folklorica andalusa tanto cara a Lorca a partire dai “fazzoletti ricamati” che fanno pensare a quelli a volte tenuti in mano durante la danza flamenca da qualche donna che vengono fatti sussultare al ritmo del ballo o quelli, rigorosamente bianchi, che la folla alza festante alla plaza de toros come segno di riconoscimento alla bravura del torero nelle sue acrobazie contro il toro. La “conchiglia” richiama il mondo marino ma anche la natura intesa nel senso di filiazione e maturazione in quanto simbolo che sta per i genitali femminili. A completare il panorama delle suggestioni visive atte a calarci nello scenario regionale andaluso, nella sua anima campestre, nella sommessa ritualità delle genti e inscindibilità dall’elemento sonoro, sono le “nacchere sonanti” a chiudere questa prima strofa ricca di colori e densa di simbologie cariche di impronte lorchiane.

Se nella prima strofa si poneva attenzione alla dimensione tattile, ossia in che modo il Nostro (a Lorca è dedicata la lirica ma in effetti la Bonanni sembra descriverlo sulla scena, presente nelle spicciole e canoniche abitualità del popolo di provincia) sperimentava l’universo sensoriale legato al percepire con mano, la seconda invece è improntata alla resa della dimensione orale in cui è in linguaggio a far da padrone

Vorrei aggiungere in tal senso, per sposare la considerazione di Carlo Levi che scriveva “le parole sono pietre”, un episodio deprimente concernente la fine di Lorca nel quale è evidente quanto anche l’universo linguistico possa essere utilizzato come arma per ferire e annichilire l’altro. Si sa che l’uccisione di Lorca fu dettata dall’esser percepito dai nazionalisti quale pericolosa “espia de los rusos”, come “rojo” e quant’altro sebbene egli non avesse mai aderito manifestamente a movimenti e partiti politici  e, in aggiunta, molti altri non mancarono di schernirlo per la sua manifesta omosessualità bollandolo come “maricón” (anche la stampa in alcune circostanze non risparmiò una terminologia poco felice e rispettosa). La biografia di Ian Gibson sull’autore riporta la rivelazione balorda di Juan Luis Trecastro de Medina, autore  materiale dell’esecuzione, che spavaldamente ricordò di avergli “tira[do] dos colpos en el culo por maricón” ossia di avergli “sparato due colpi nel culo per essere frocio[1]” con la quale possiamo ancor più rabbrividire non tanto per la ferocia in sé dell’azione brutale (quella di sparare) né della modalità scelta (quella di sparargli nel di dietro) ma per l’offesa perpetuata sul suo corpo a condanna di una visione ideologica (libertaria e repubblicana, ugualitaria e libera) non concepita dai nazionalisti. L’atto tremendo della fucilazione e la registrazione verbale e scritta delle modalità dell’uccisione pensate dall’assassino come regolamento supremo, come forma repressiva giusta per il rispetto della morale dei nazionalisti si mostra, così, ancor più abominevolmente costruita perché tesa alla soppressione di una ideologia e di una propensione sociale.

Lorenzo Spurio, critico letterario, autore del presente commento.
Lorenzo Spurio, critico letterario, autore del presente commento.

La Bonanni non parla di questo, di quelle che sarebbero potute essere le ultime parole del Nostro prima di morire, né delle grida dei motti repubblicani, ma dell’oralità dei tanti personaggi delle costruzioni letterarie del Nostro: dalle “canzoni per bambini” ai “drammi di vita” ma aggiungerei anche ai romances della terra, alle poesie surrealista dal tono sfiduciato e ancora tanto altro ancora. Dei “drammi di vita” in cui è la parola a riecheggiare forte nelle spoglie case delle famiglie contadine dove Lorca ambientò i suoi drammi rurali (vere e proprie tragedie che non hanno nulla da invidiare all’opera shakespeariana) mi viene alla mente la ribellione della bella e giovane Adela nei confronti della dispotica Bernarda Alba nell’opera La casa de Bernarda Alba che, insofferente alle logiche di sopruso della madre, non manca di fronteggiarla con azioni esemplari volte a indicare lo sfarinamento di quel potere creduto indiscusso. Ma è anche Yerma dell’omonima opera che, addolorata per la sua infertilità (in realtà l’opera non lo chiarisce, ma è possibile che sia il marito ad essere sterile!), e affossata nel relegato clima familiare cerca comprensione e maggiore affetto dal marito che, insensibile e interessato solo al lavoro, non le concede mai grande spazio né tempo se non per reprimerla. Ciò scatenerà lo sviluppo di una vera e propria vena di follia nella donna che la condurrà a uccidere il marito e, nel finale, a proclamarsi assassina del figlio mai nato (“Yo misma he matado mi hijo”). Chiaramente sono solo dei piccoli riferimenti che andrebbero, magari, meglio richiamati e spiegati con più attenzione, ma bastino qui quali elementi per sottolineare quanto il tessuto orale del linguaggio sia importante nelle varie opere lorchiane. Il linguaggio, qui, non è quello dotto dei libri, né delle università, né quello degli specialisti su un dato tema, ma è il linguaggio della natura (spesso anche le piante, i fiori e gli animali parlano, si pensi all’opera teatrale El maleficio de la mariposa) ossia quello della terra, è il linguaggio che scaturisce dalla vita domestica e da quella lavorativa nei campi: è l’Andalusia speziata e assolata a parlare, come un’eterna confidente della sua meraviglia.

Si arriva così alla strofa cardine del componimento della Bonanni dedicata a dipingere, dopo l’esperienza tattile e verbale, quella emozionale dettata dall’immagine del “cuore”. Ritorna l’attenzione per il mondo delle trame e dei merletti: se i fazzoletti erano ricamati (intuiamo di pizzo), tesi cioè a marcare un gusto estetico per l’elaborato, il cuore è di “raso” come se in effetti necessiti di una protezione ulteriore da quella fisiologica del corpo umano e della cassa toracica per attutire i colpi, tanto fisici quanto verbali, del mondo esterno.

muro-a-secco-diroccato-arancetoL’immagine che fa eco a questo cuore involucrato in un tessuto tanto nobile è quella di “rose frantumate” e “grani di salsedine” tesi in un unico verso a tratteggiare la complessità degli scenari andalusi: dalla rosa di giardino, figlia del lavoro e della coltivazione dell’uomo (come non ricordare le rose dello zio in Doña Rosita la soltera?), a quella di un mare infinito che accarezza le coste trasformandole da roccia sapida a litorali densi di sapori.

A seguire la Nostra ci parla di un mondo che ha perso, sembrerebbe di colpo, l’elemento sonoro (“mute campane” che ricorda il verso lorchiano “Cuando sale la luna/ se pierden las campanas[2]) dove la de-sonorizzazione dell’ambiente dovuta a una risposta corale della natura che si è sentita offesa per la cattura del Nostro, come una sorta di ammutinamento, si fa assordante anche per l’ “esilio di chitarre”, sprofondando in un silenzio pauroso e annichilente.

Il Nostro sembra con questa rapsodia silente di versi incamminarsi alla sua morte e “la camicia bianca” fa pensare alla tunica ampia e fluttuante di una vergine scalza abitante la campagna, una idea di candore e libertà che invece è bandita in quella terra “nel secco degli aranci”. Ben presto la Nostra ci immette in un canale simbolico improntato sul concetto di trasformazione: la camicia, da indumento connotante il Nostro, diviene un “sudario gridato verso Oriente” ossia emblema di una morte che avrà eco in ogni dove. Ed è così che il bianco della camicia sotto l’insensata violenza delle azioni umane, quelle dei suoi aguzzini franchisti, si volge in un colore scuro e indistinto fatto di “polvere e fuoco”. È la sfumatura cromatica del piombo fuso, della morte per fucilazione, della polvere da sparo che invece di sfumare nell’aria e depositarsi non vista a terra, sembra solidificarsi e diventare blocco di metallo, una sovraccarica cappa di tormento che produce un’asfissia delle vie aeree.

La parola “vendetta” che compare al termine della penultima strofa della poesia della Bonanni credo che non sarebbe piaciuta a Lorca che nella sua vita non era persona da guardare l’altro se non con comprensione e vicinanza. Di vendette o pseudo-tali credo, però, che nella storia del periodo ce ne siano state e anche a dismisura, nelle battaglie tra i due schieramenti, ammazzamenti, stupri, saccheggi di chiese, scontri d’artiglieria, fucilazioni sommarie, rivolte e crimini di varia natura, ma che essi non abbiano avuto grande senso e abbiano contribuito solo a rallentare l’acquisizione di una sana democrazia.

Ed ecco nella strofa finale l’accusa verso i criminali del Nostro resa dalla Bonanni con un malcelato sentimento di angoscia e al contempo di ribrezzo che la porta a definirli “Vigliacchi fino al midollo”. Non è certo se il poeta venne fucilato dal boia direttamente faccia a faccia o se, invece, come già detto sopra anche per ulteriore motivo di offesa verso la sua inclinazione sessuale, venne trivellato di colpi alle spalle e al posteriore. Sta di fatto che l’esplosione dei colpi nell’ambiente (il non-suono rotto dal suono della morte) corrisponde alla “solitudine visiva” del poeta ossia alla sua morte fisica. Nel “sangue che nutriva/ la terra” sembra possibile leggere il sacrificio dell’uomo che, pur di non rendere insignificante il suo trapasso, è per lo meno lieto di abbeverare la terra madre del suo sangue, ricongiungendosi ad essa in un ciclo vitale fatto di continui cambiamenti di stati di materia. Ritorna alla mente il sangue dell’amico Ignacio Sanchéz Mejías che bagnava la sabbia dell’arena dopo la tremenda cogida fatal che il poeta, timidamente e con costernazione, diceva nel famoso Llantoque no quiero verla” in un atto di dolore portato fino allo spasimo.

Noi tutti, abitanti di terre diverse, più o meno giovani, abbiamo “visto” la sangre derramada di Lorca inzuppare la sua camicia e poi colare nella terra andalusa, in quei campi talmente secchi da avere rughe di vecchiaia dove il sangue, stilla di vita, scende per rigenerare il terreno. Da quella fertilità sacrificale nasce il canto di indignazione alla violenza e la lotta indistinta alle forme di sopruso che la Nostra evoca quasi arcadicamente nei “nardi di giustizia” emblemi di una purità antica che perpetuamente vanno difesi con orgoglio.

Lorenzo Spurio

Jesi, 17-08-2015

[1] La parola ‘frocio’ qui utilizzata non viene impiegata con un intento denigratorio nei confronti degli omosessuali, ma per mantenere la carica di violenza e disprezzo impiegata nello spagnolo ‘maricon’, termine assai duro e offensivo.

[2]quando spunta la luna tacciono le campane”,

“L’impronta lorchiana nella poetica di Emanuele Marcuccio”, saggio di Lorenzo Spurio

L’impronta lorchiana nella poetica di Emanuele Marcuccio

saggio a cura di Lorenzo Spurio

Assassinio. Terzo omaggio a García Lorca

Poesia di Emanuele Marcuccio 

(da Per una strada, SBC, Racenna, 2009, p. 75)

Putrida vena,

d’un orizzonte disseccato.

I nardi esplorano

il loro chiacchiericcio inconsueto,

e nuvole di fango inondano

coi loro piombi infuocati.

Un’alba azzurra

si stende solitaria

su ambiguo crocevia,

e un riverbero di verde luna

si accende, su occhi di fumo.

Lapide commemorativa

Omaggio a García Lorca 

Poesia di Emanuele Marcuccio

(Da Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 74)

Felce d’azzurro,

scrosci di tempesta vespertina,

autunno vaporoso e nodoso,

rammarico dell’ormai svanito,

vita rossa di sangue coagulato,

erpici identici e convessi

in un plotone di fucileria,

schizzi incandescenti trasvolano

per la dura terra,

per un cielo di speranze placate,

di ardente divampamento di luce

a foggia di croce,

verso un punto centrale.

 

Commento storico-letterario di Lorenzo Spurio  

Nel periodo immediatamente successivo alla diffusione della notizia della fucilazione del poeta granadino Federico García Lorca, avvenuta nell’agosto del 1936 nella campagna sterrata tra Víznar ed Alfacar, un gran numero di intellettuali, soprattutto di nazionalità spagnola e che avevano avuto l’opportunità di averlo conosciuto di persona e non solo tramite i suoi scritti, come oggi è dato a noi posteri, scrissero e dedicarono liriche, più o meno intimiste, talora aggressive e sfiduciate verso l’abominio della guerra civile, tal altra incentrate sugli sprazzi di amicizia rievocati nella tragica occasione. Tra di loro Antonio Machado, celebre per le raccolte poetiche Campos de Castilla e Soledades nelle quali è possibile rintracciare una pagina vivida di alcune tra le più importanti tendenze di inizio secolo scorso: il novecentismo e il modernismo. Antonio Machado, che apparteneva a una generazione precedente a quella di Lorca, e ad un ambiente regionale profondamente diverso dall’Andalusia torrida e fiera dei romances di Lorca, ossia quello della Castiglia autentica, di quello scenario castizo nel quale la tradizione ci dice che fu culla della lingua e della cultura castigliana prima e spagnola poi, dedicò al granadino scomparso la celebre poesia “El crimen fue en Granada” volendo intendere con Granada non tanto la città dove pure Lorca con la sua famiglia visse per vari anni ma, come si dice in spagnolo, el entorno, ossia la zona di provincia ad essa prossima dove, appunto, secondo le documentazioni più attestate, avrebbe trovato la morte. Il condizionale è d’obbligo perché dalla data della sua fucilazione, modalità dell’esecuzione sulla quale gran parte degli storici sono concordi quasi da descrivere una posizione unanime, sino ad oggi si è prodotta una grande quantità di testi improntati a una resa biografica delle vicende di Lorca e vere e proprie cronache documentarie fatte di investigazioni, repertazione di materiali e tanto altro per cercare di poter scrivere in maniera più verosimigliante alla realtà quanto di drammatico accadde.

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Il punto dove probabilmente venne sepolto il poeta assieme ad altre persone giustiziate sommariamente nella campagna andalusa. http://politica.elpais.com/politica/2011/08/10/actualidad/1313000420_372889.html

La stampa spagnola ha llevado a cabo, ossia ha portato avanti, nel corso degli anni e in maniera sempre più attenta e scrupolosa in tempi a noi più vicini, un particolare interesse documentario verso gli ultimi istanti della vita dell’uomo, del luogo del suo assassinio (ancora dibattuto e non localizzato con certezza) e soprattutto del seppellimento. Persistono, infatti, considerazioni diverse in merito al luogo di sepoltura che negli ultimi anni alcuni gruppi ideologici che conservano la memoria del poeta sono giunti alla richiesta di scavo di alcune delle zone identificate con i materiali documentari per provvedere all’esumazione del corpo ed, eventualmente, ad esami di Dna. Ma tale direzione delle ricerche storiche, che debbono essere necessariamente condotte per poter far chiarezza e cancellare la possibilità della formulazione di piste revisioniste che ne infangherebbero la memoria, è stata ben presto sbarrata dalla famiglia García Lorca quando decise di non dare il consenso all’esumazione dei possibili resti del congiunto per motivazioni di carattere personale.

Alcuni studiosi hanno anche avanzato la possibilità che Federico García Lorca in effetti non si troverebbe sepolto in qualche recondito spazio della campagna andalusa dato che uno dei suoi ultimi amanti, l’uruguayo Enrique Amorim, grazie alle sue fornitissime possibilità economiche avrebbe provveduto alla traslazione (o al vero e proprio furto?) della salma fatta arrivare sino a Salto (Uruguay) dove oggi sarebbero conservate le sue ossa in una cassa murata all’interno del monumento in onore a Lorca. Posizione questa che ha avuto poca eco e che non è mai stata accreditata sebbene lo scrittore peruviano Santiago Roncagliolo abbia deciso di dedicare un intero volume, con documenti alla mano, a sostegno di questa tesi.[1] Senza ombra di dubbio restano documentati l’affetto e l’amore di Lorca per Amorim al quale dedicò pure dei bozzetti e con ampia probabilità una serie di poesie che hanno finito, poi, per costituire la raccolta di Poemas del amor oscuro, ma reputo azzardata (pur non avendo letto il volume di Roncagliolo) la sua posizione soprattutto alla luce di una impraticabilità dell’esumazione dei resti avvenuta in sordina dalla famiglia, dagli enti locali e dalla Spagna tutta.

imagesMa per ritornare ad Antonio Machado nella lirica citata ci troviamo dinanzi a una elegia che utilizza un tono indignato con parole dure, tese a fotografare l’attimo di dolore catturato nella viltà della fucilazione: “Mataron a Federico/ cuando la luz asomaba./ El pelotón de verdugos/ no osó mirarle a la cara […]/ Muerto cayó Federico/ -sangre en la frente y plomo en las entrañas”.[2] Il pianto che parte da Granada, dal luogo del tragico misfatto, si fa nazionale, internazionale e cosmico abbracciando quanti hanno indefessamente difeso l’ideologia repubblicana (democratica) contro il franchismo (il totalitarismo). Il dolore è pungente, totalizzante e disarmante, privo di retorica e le descrizioni lapidarie di Machado sono altamente visive, tanto che riusciamo a veder scorrere sotto ai nostri occhi le immagini dell’abominio. La seconda strofa del carme luttuoso che si intitola “El poeta y la muerte” è come un lento passaggio su uno stradello che ci incammina al camposanto. Il poeta ora non è più in compagnia del nemico, del torturatore, dell’annientatore delle libertà ma al contempo non è neppure solo: Machado trasmette qui un ultimo accorato tentativo dialogico di García Lorca; quasi non accettando la sua dipartita fa ancora parlare l’amico Federico in uno squarcio di conversazione profondamente lirica in cui il poeta appena deceduto si intrattiene con la Morte. Il crimine, come recita il titolo della poesia, accadde a Granada ma esso fu pianto in ogni angolo del mondo.

Pablo Neruda, con il quale García Lorca strinse una conoscenza piuttosto importante per entrambi durante gli anni di frequentazione della Residencia de Estudiantes a Madrid in una lirica a lui dedicata (prima della sua morte) lo definiva in maniera alquanto poetica con l’espressione sintetica di un naranjo enlutado[3] ravvisando nel granadino sia la componente più primitiva, naturalistica e popolare caratterizzante la sua appartenenza all’Andalusia, terra di zagare e profumi speziati, sia una infelicità o una turbolenza di fondo nell’animo del poeta (forse dovuta dalla critica situazione politica venutasi a creare in Spagna con l’avvento della guerra civile e il fatto che venisse stigmatizzato dalla cultura ufficiale o ancora la sua condizione di omosessuale di certo non apprezzata né consentita dalla società ultra-moralizzatrice del periodo).

Queste sono solamente due delle testimonianze alla memoria di García Lorca che debbono necessariamente essere tenute da conto quando ci si avvicina alla sua poliedrica personalità come avviene in questo caso in cui l’amico e poeta palermitano Emanuele Marcuccio pone alla mia attenzione due liriche ispirate e dedicate al poeta granadino. Sono poesie già di mia conoscenza sia per averle apprezzate in lettura, sia per averle commentate in almeno una presentazione dei libri dell’autore ed anche per essermi occupato delle relative traduzioni in spagnolo.

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Per uno come Emanuele Marcuccio che si è formato sui classici ed ha amato instancabilmente la poesia tradizionalista, si veda Leopardi, anima d’influenza notevole nella sua prima produzione e poi Pascoli e Carducci, aver posto l’attenzione nei riguardi di Federico García Lorca è cosa già di per sé notevole: sia per aver allargato lo sguardo verso una letteratura straniera, sebbene sia praticamente “sorella” di quella italiana, sia nello specifico per essersi interessato alla figura di un intellettuale come quello di García Lorca che ha al suo interno un universo di mondi tutt’altro che tradizionalisti e canonici. Di García Lorca in questi suoi due componimenti a Marcuccio non interessa tanto la sua produzione poetica (che dimostra, comunque, di conoscere per la scelta azzeccata e consona di alcune terminologie e simboli) né quella teatrale (García Lorca fu uno dei maggiori drammaturghi del secolo scorso, influenzato nel suo teatro da varie ispirazioni: dal surrealismo al comico-burlesco, sino alla serie dei drammi rurali, nonostante in Italia il suo nome venga richiamato spesso unicamente in relazione alla sua attività poetica), ma un evento determinante della stessa componente biografica dell’uomo: la sua morte.

García Lorca morì nel 1936, nell’anno che detta l’inizio di una dolorosissima guerra civile dove i repubblicani si scontrarono contro la frangia nazionalista dei militari appoggiati anche dai monarchici, dai carlisti e dalla Chiesa. Le tante battaglie che infuocarono il paese non furono solo dettate da una strenua difesa delle rispettive ideologie ma riguardarono per l’appunto anche la dimensione religiosa tanto che esponenti del bando repubblicano (socialisti, comunisti, anarchici, laici) provvidero anche a una serie di attacchi, saccheggi e distruzioni di luoghi religiosi con un gran numero di preti massacrati e giustiziati in processi sommari. Chi conosce l’universo poetico di García Lorca sa che esiste nella sua visione del mondo una dimensione religiosa, un Dio, spesso insito nell’ambiente che lo circonda sebbene eviti di appellarsi a lui, di invocarlo o di pregarlo in una maniera che ci consentirebbe di definirlo una persona animata da un sentimento cattolico. Sappiamo anche che dal punto di vista ideologico e per il suo serio impegno nel sociale che lo portava sempre a schierarsi in prima linea per la difesa e la tutela dell’emarginato, il poeta si collocava all’interno della dimensione anti-militare, anti-nazionale. I nazionalisti, strenui difensori di un concetto di moralità intoccato e devoti al potere dell’onore, si scaglieranno duramente contro García Lorca ritenuto un rojo pericoloso perché persona con un grande seguito e portavoce di ideali repubblicani, democratici. Ed è così che poco dopo le attività del teatro itinerante “La Barraca” ideato assieme ad Eduardo Ugarte sono stroncate e messe a tacere del tutto perché Lorca viene a rappresentare per i nazionalisti una spia comunista, un acerrimo nemico, profondamente temuto proprio per le grandi masse che lo apprezzano e lo seguono. Qualcosa di simile avverrà con la messa in scena dell’opera teatrale Yerma nella quale Lorca mette in scena la storia di una donna che, a causa della sua infertilità e della inaffettività e trascuratezza del marito, finirà per perdere la testa e rendersi colpevole di uxoricidio. Nell’opera, al di là del tragico epilogo, la finalità era quella di diffondere e inscenare un universo domestico in cui la donna (che nella visione dei nazionalisti deve essere assoggettata all’uomo, l’unico padrone, perché ad egli è inferiore) non solo non accetta i divieti coniugali che le impongono di essere relegata in casa e di non intrattenere conversazioni con nessuno, ma addirittura si arma della propria forza fino ad allora repressa ed affronta, con violenza, il marito, fino a vincerlo e ucciderlo. Sono contenuti, questi, estremamente pericolosi che mettono in scena un ribaltamento sconveniente per i nazionalisti nel modo di intendere la famiglia spagnola: non più il patriarca o padre-padrone che comanda e la donna che esegue, ma la donna che, stanca e sfiduciata, razionalmente portatrice di una visione ugualitaria, cerca ed ottiene l’equiparazione dei sessi, smitizzando i pilastri della società retrograda.

Perché García Lorca viene assassinato? È presto detto: perché è una persona temuta e fastidiosa per il neonato regime totalitario, perché è portavoce di ideali repubblicani nutriti dalla difesa della democrazia e dal rispetto delle libertà, perché è un intellettuale di spicco con una grande presa sulla società, perché con la sua letteratura (il teatro itinerante “La Barraca” e la trilogia drammatica) è portavoce di una società provinciale retrograda e dispotica in cui la donna è considerata inferiore, perché sfida lo stringente concetto di onore di impronta settecentesca, lo minaccia, lo de-costruisce e ne mette in luce le idiosincrasie nel suo periodo; perché è omosessuale e in quanto tale portatore di una stravaganza di fondo che non collima con la rettitudine e l’austerità del pensiero anti-liberale dei nazionalisti difensori dell’idea del “sesso forte”. Ma non è solo questo, infatti in tempi a noi più recenti alcuni studiosi hanno voluto leggere nell’omicidio di Lorca non il motivo ideologico-politico ben noto a tutti, quanto, invece, un terribile episodio di vendetta, un regolamento di conti tra esponenti di famiglie storicamente avversarie nella Vega[4] granadina. In particolare è Miguel Caballero Pérez il difensore di questa tesi che viene esposta in maniera documentata nel suo recente libro nel quale non manca di portare episodi concreti di animosità e vere e proprie lotte familiari per il controllo e il prestigio nella zona.[5] Questo per dovere di cronaca per quanti vorranno effettuare maggiori letture ed analisi in tale direzione ben tenendo in considerazione, comunque, che a tutt’oggi la pista più creduta e credibile, data per ufficiale, sia quella che vide Lorca assassinato per ragioni ideologiche (la sua adozione alla Repubblica) e per oscenità/discredito della morale (la sua omosessualità).

Per tornare ai componimenti di Emanuele Marcuccio è necessario osservare come il linguaggio tendenzialmente rilassato del poeta si faccia in queste liriche fortemente spietato, condensato nelle immagini e pregno di desolazione. In “Assassinio: Terzo omaggio a García Lorca”[6] (poesia scritta il 18 dicembre 1997) Marcuccio esordisce con un verso forte dal quale traspare vivida una suggestione olfattiva nauseante collegata da subito al tema della corporeità e del sangue (una delle immagini-simbolo nella produzione di García Lorca): “putrida vena”. Il Nostro però sembra volersi interessare qui, più che al fermo immagine di una scena di guerra in cui la morte è fagocitata dal processo di decomposizione del corpo che produce un olezzo “putrid[o]” alla definizione del paesaggio, cioè al tratteggiamento del locus che ospita la nefanda azione umana. È quello di uno scenario abbandonato, stepposo, arido e apparentemente privo di presenze umane; quell’ “orizzonte disseccato” è uno spazio-trappola nel quale il Sole, unico indiscusso sovrano e il silenzio dei campi sembrano eludere ogni altra presenza che, invece, si farà viva e in maniera alquanto sadica nel corso della lirica. L’occhio del Marcuccio si posa con meticolosità negli “angoli” di quella campagna che apparentemente è una campagna comune e che non ha nulla di particolarmente rilevante se non fosse che i nardi (fiori che pullulano di vita nelle poesie lorchiane[7]) vengono colti nel loro “chiacchiericcio inconsueto”. Sono i primi testimoni del massacro, la natura è pavidamente spettatrice dell’abominio che di lì a poco si consumerà dinanzi ai propri occhi, impotente e addolorata essa stessa. Le “nuvole di fango”, se si eccettua il verso d’apertura, è la prima immagine perturbante che interviene nella lirica a descrivere un cielo coperto e minaccioso, ben diverso da quel sole accecante che il lettore ha potuto cogliere, non nominato, nei precedenti versi che descrivevano un “orizzonte disseccato”. Inizia in questo modo la parabola degradante della poesia: Marcuccio costruisce in primis con soverchia attenzione il setting dell’azione passando poi a connotarne con particolarità alcuni degli elementi che lo compongono sino a che il cielo sembra abbuiarsi di colpo e farsi di “fango”, indistinto, melmoso, viscido e pesante; il grigiore vacuo del cielo lascia ben presto il posto a quello ben più doloroso delle munizioni d’artiglieria colte nel momento del fuoco. Il silenzio della campagna prima armonizzato dalla presenza di un lieve “chiacchiericcio” dei nardi, ora è rotto per sempre in maniera irreparabile. I “piombi infuocati” sono stati azionati e hanno colpito i bersagli.[8] È il momento della morte fisica del poeta, della sua caduta scomposta a terra, faccia sull’erba secca, della fine delle speranze e al contempo un ammutinamento della natura che, indifesa ed oltraggiata, non è capace di osservare il sangue che cola a terra.

La poesia è sapientemente costruita tenendo in considerazione un’ampia realizzazione temporale che si delinea in un prima della fucilazione e in un dopo. Il post-mortem lorchiano è investito da una “alba azzurra” che ha perso, però, la coralità autentica della natura e il conforto del cantore del popolo ed infatti essa appare “solitaria” quasi da stonare con quella scena di morte che si è consumata nelle ore precedenti sotto di essa. Tutto a questo punto resta galleggiante nell’indefinitezza, nell’impossibilità di caratterizzazione, ora che è morto il poeta che più di ogni altro aveva cantato la Terra: l’alba è “solitaria” e anche il crocevia nei pressi dei luoghi della tragedia è “ambiguo”. Sia  perché, come detto sopra, il luogo dell’esecuzione di Lorca non venne mai identificato con indubbia certezza e permangono ancor oggi posizioni discordanti in merito, sia perché è inutile dinanzi alla Morte che esacerba dolori e sconfigge il tempo utilizzare un metro toponomastico: non ha senso identificare quale sia il crocevia della Morte perché in ogni spazio ora si rammenta il lutto e ci si strugge.

Marcuccio mostra di aver letto con profondità le liriche del Nostro e di conoscerle con doviziosità, soprattutto nel momento in cui mostra interesse verso la componente cromatica degli elementi, aspetto che costituisce uno dei nerbi costitutivi della liricità lorchiana. Ed ecco che dopo il giallo accecante dei campi “disseccat[i]”, il grigio scuro delle nuvole, l’argento pesante del piombo fuso, il rosso dell’incandescenza dei colpi d’arma da fuoco e del sangue, sopraggiunge prima l’azzurro a rischiarare l’ambiente come una sorta di purificazione ed ancora, la luna nel suo “riverbero di verde”. La luna quale simbolo nella “mitologia” lorchiana è sempre sintomo o sinonimo di morte così come lo è il verde: si pensi ad Adela in La casa de Bernarda Alba che, contro il parere della madre che la obbliga a vestire il lutto per la morte del padre, decide di indossare l’abito verde e deroga a una serie di atteggiamenti che le sono stati imposti tanto da divenire una delle “ribelli” lorchiane più note. Chi conosce il dramma sa anche che a dispetto di tanto vitalismo ed energia (altro significato del verde visto nel cambiamento e nella fertilità) al termine la ragazza troverà la morte in una delle scene più commoventi dell’intero teatro del Nostro.

Ed è così che in chiusura, dopo aver tratteggiato l’ambiente naturalistico che accoglie la morte e avendoci fornito l’immagine sonora della fucilazione, che Marcuccio ritorna a serrare le fila sul corpo martoriato del poeta. I suoi “occhi di fumo”, ormai vacui ed eternamente incantati, privi di lucidità e di movimento sembrano rilucere sotto quella luna argentea e rimandare l’errore sperimentato negli ultimi istanti di vita. La luna è così testimone di una morte dolorosa che ogni notte, con il suo lento incedere nel cielo, sembra riproporsi con la sua inaudita ferocia. Quegli occhi svuotati, ormai fatti cenere rappresentano lo sguardo mitico di un uomo che ha combattuto con la parola in difesa del diverso e che ha ricevuto l’oscuramento dell’esperienza visiva quale condanna estrema, proprio lui che era affranto di luce e signore indiscusso nell’utilizzo della tavolozza dei colori.

images (1)Nell’altra poesia lorchiana di Marcuccio (“Omaggio a García Lorca”, scritta l’1 maggio 1997)[9] ritroviamo il livore del colore azzurro, ora legato all’immagine muschiosa della felce a descrivere uno scenario naturalistico più paludoso ed umido, differente rispetto al precedente in cui l’azione bruciante del sole aveva prodotto campi “disseccat[i]”. Pur condividendo una sintassi aspra e tagliente in linea con la durezza degli elementi evocati, questa poesia si discosta dall’altra per avere maggiormente i connotati di una vera e propria elegia. La lirica infatti non fotografa il momento della fucilazione, del trapasso dell’uomo, ed ha piuttosto la fisionomia di una commemorazione nei tempi successivi all’assassinio: si parla di “autunno vaporoso e nodoso” benché Lorca venne ucciso nell’estate del 1936 ed è da intendere, allora, il ricordo doloroso che Marcuccio ne fa attraverso il tempo, ripensando all’atto nefando che provocò la morte del poeta. Non a caso è richiamato il “rammarico dell’ormai svanito”: a questo punto la storia è stata scritta e non c’è niente da fare se non tributarne il ricordo (diversamente dall’altra lirica che, invece, verseggia l’accadimento nefasto quasi in presa diretta). Il sangue non è liquido e neppure caldo, non sgorga dal corpo, i zampilli non imbevono la terra (come avveniva nell’elegia che Lorca dedicò all’amico e torero Llanto por Ignacio Sánchez Mejias) poiché il sangue si è rappreso, il sole lo ha seccato e il trascorrere del tempo lo ha “coagulato” privandolo della sua materialità fluida da divenire roccia di una vita ormai tramontata. E conseguentemente segue il ricordo visivo del momento dell’esecuzione con gli “schizzi incandescenti” di vita del poeta che, trivellato da colpi alle spalle, finiva per esalare gli ultimi respiri. La terra si è fatta “dura” perché le stagioni l’hanno appiattita, impoverita, sfruttata ma anche perché è l’uomo che l’ha esacerbata e oltraggiata con l’azione ignominiosa e perché è lui ad essere duro (cinico ed insensibile). La vita, vista nel regolare scorrere dei fluidi, ha subito un arresto che l’ha condotta a un processo di deumidificazione e vera e propria corificazione. Solo il cielo, allora, proprio come avveniva nella lirica precedente, sembra mantenere il suo stato di materia, vacuo e aeriforme, uno spazio incontaminato che, però, fa da cappa stagnante a quanto sulla terra accade. L’accecante luce di un “ardente divampamento” sembra quasi il riflesso di un rogo disumano che ha la sembianza indistinta di una forma ectoplasmatica dotata di luce propria, impossibile da concepire che marca il luogo della disfatta e della viltà umana.

Le immagini costruite dal Marcuccio, la “putrida vena”, le “nuvole di fango”, gli “schizzi incandescenti”, l’ “ardente divampamento”, apparentemente stridenti perché costruite spesso su sistemi di sineddoche e sinestesie trasmettono con vividezza la scena di dolore e sono altresì capaci di fare risaltare dimensioni sensoriali quali l’udito nel boato del fucile, la caduta, goffa, del corpo a terra e di far echeggiare quel silenzio massiccio e pungente che come un manto torna a coprire la scena dopo l’oltraggio al mondo della natura. La meticolosa resa visiva delle immagini tanto da poter parlare di un concretismo materico iperrealista, contribuisce nettamente alla trasposizione di un sentimento profondamente indignato ed offeso verso lo scempio perpetuato. I tragici quadri paesaggistici ed emozionali si fanno così proclami di una ingiustizia dolorosa dovuta alla messa al bando delle libertà fondamentali e al contempo costruiscono visivamente un manifesto convinto alla lotta non violenta e alla salvifica confessione nella Parola.

LORENZO SPURIO

Jesi, 10 Agosto 2015

[1] Santiago Roncagliolo, El amante uruguayo. Una historia real, Alcala Grupo Editorial, 2012.

[2]Ammazzarono a Federico/ quando la luce spuntava. Il plotone dei boia/ non osò guardarlo in faccia […]/ Cadde morto Federico/ -sangue alla fronte e piombo negli intestini”.

[3] Un arancio in lutto.

[4] Pianura.

[5] Miguel Caballero Pérez, Las trece últimas horas en la vida de Garcia Lorca: el informe que da respuesta a todas las incognitas sobre la muerte del poeta: ¿Quién ordenó su detención?, ¿Por qué le ejecutaron?, ¿Dónde está su cuerpo?, La Esfera de los libros, 2011.

[6] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC Edizioni, 2009, p. 75.

[7] Si legga ad esempio l’incipit del “Romance de la luna, luna”: “La luna vino a la fragua/ con su polisón de nardos” (“La luna arrivò alla fucina/ col suo paniere di nardi”).

[8] Anche se ci interessiamo alla sorte del poeta va osservato che venne fucilato assieme ad altre persone che vennero poi gettate in un’unica fossa.

[9] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC Edizioni, 2009, p. 74.