“L’impudicizia dell’anima” di Letizia Tomasino, recensione di Francesca Luzzio

downloadAforismi, poesie in un continuum emotivo-razionale che mette a nudo, senza pudicizia, l’anima di Letizia Tomasino. Il titolo della raccolta, L’impudicizia dell’anima (2017), stupisce e incuriosisce il lettore, inducendolo a congetturare contenuti scandalosi, osceni, ma di fatto, se il lettore si accosta all’opera con tale curiosità, alla fine resta profondamente deluso perché di fatto l’impudicizia a cui allude la poetessa-scrittrice è soltanto l’apertura totale del cuore e della mente, la schiettezza  con cui si pone di fronte a se stessa e alla realtà, ai problemi dei nostri tempi, ora esponendo  il suo sentire, quale, ad esempio, l’amore per il suo uomo (“Quannu mi chiami “Amuri” io mi sentu ricca,/nu  tantu di ricchizzi dila terra/quantu di sentimenti e cosi duci”; in “Beddi paroli”, p. 24) o l’amarezza del suo abbandono (“Fino a ieri ero la tua stella, il tuo sole, il tuo tutto/e adesso mi butti via come si buttano delle ciabatte” in “Bugiardo amore”, p. 8), ora, facendo le sue riflessioni su tematiche etico-morali, quali la carità, la misericordia che dovrebbero caratterizzare i nostri comportamenti, a prescindere dalle religioni praticate e dall’epoca in cui si vive, perché espressione di civiltà e umanità. Così di fronte ad alcuni eventi tipici dei nostri tempi, ma anche ricorrenti nella storia dell’umanità, quale, ad esempio, l’emigrazione, la poetessa Tomasino si rivolge all’immigrante con questi versi: “inutilmente cavalchi l’onda,/la  stessa che ti ricopre/Fuggi dalla tua terra/e sei merce in mano/a gente senza scrupoli/…smarriamo memoria di avi, migranti anche loro, come voi/…” in “Migranti”, p. 34).

Non stupisca neppure la connessione degli attributi “emotivo” e “razionale” perché l’autrice compone esprimendo i suoi sentimenti e le sue emozioni, ma anche proponendo il suo punto di vista razionale, in una miscela in cui i due elementi si equilibrano, considerato che il razionale è condizionato dai principi etico-morali che costituiscono il presupposto della nostra essenza, insomma, come in un particolare e personale processo dialettico di stampo hegeliano (tesi: ragione; antitesi: emozione, sentimento), l’autrice perviene a una sorta di sintesi superiore che si chiama  “Poesia”.                                                                                                                     

Questa liberamente si espande nei versi che progressivamente propongono  tematiche esistenziali, connesse, come già si è rilevato, al suo presente o ai propri personali ricordi (“Avresti potuto amarmi per come meritavo/avresti potuto darmi il bene che cercavo/Scusami tanto papà Se non mi hai capito, te lo dirò nell’altra vita oppure all’infinito” in “Papà”, p.87), ma pure a tematiche relative all’uomo in quanto tale (“Non esiste prigione peggiore per l’uomo/ che l’essere schiavo del suo corpo e del tempo,/ma anche delle malattie che angosciano/la mente” in “Prigione”, p. 29),  con un percorso che, in modo spontaneo e semplice, scivola nel sociale, al nostro ieri e ai nostri amari tempi. (“Una valigia è di cartone se il suo contenuto/sa di rassegnazione ed emigrazione./L’emigrante…/Torna, ogni tanto, a visitare il paesello/vedendolo sempre come un gioiello” in “La valigia”, p. 54).

I versi poi diventano aforismi, quando Letizia Tomasino con saggezza ci detta massime, fa osservazioni che sanno di sapienza di vita, fondata sulla conoscenza della grandezza e della miseria umana e, proprio per questo, sa anche farci sorridere quando corona le sue riflessioni con le conclusioni a effetto, con l’ironia, talvolta amara: “Credo che molte persone invece di parlare di tutto senza saperne nulla, potrebbero limitarsi a parlare del nulla di cui sanno tutto!” (in “Parole vuote”, p. 59). Molti aforismi, oltreché per il loro contenuto, si caratterizzano anche per il lirismo che li pervade e, pertanto, li rende associabili alle poesie che ad essi si alternano.                   

Il lessico semplice, ma semanticamente pregnante sia nelle liriche in italiano, sia in quelle in dialetto siciliano, la versificazione libera, pur nella presenza di rime (“ ….difetto/ …/ …petto” in “Cuore mio”, p. 23),  assonanze (“…sguardo/ …/ …passo”, idem), consonanze (“… sera / …amore”, in “Notte stellate”, p. 31), come anche le figure retoriche, quali anafore (“se ti cerco…/ se mi vieni…\ se percorro…” in “Nostalgia”, p.30), metafore (“Mi bevo a piccoli sorsi il tuo sorriso” in “Bevanda amara”, p. 39) etc…, avvalorano ulteriormente “l’impudicizia dell’anima” di  Letizia Tomasino.

FRANCESCA LUZZIO

 

L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

 

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Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

“Scrivere significa vincere il tempo”, il volume antologico di testi per ricordare la giovane Sara Iommi

Venerdì 23 dicembre alle ore 17:30 presso la Biblioteca Comunale di Agugliano (AN), recentemente dedicata alla memoria della giovane intellettuale Sara Iommi, si terrà la presentazione di un volume fortemente voluto dalla sua famiglia per ricordarla. Libro nel quale la casa editrice Italic Pequod di Ancona ha pubblicato una serie di testi, commenti, riflessioni e appunti che la ragazza, grande amante della letteratura e della cultura locale, ha lasciato.

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Sara Iommi

Così si definiva la giovane Sara Iommi sul seguito sito internet da lei curato, deceduta all’età di trentatré anni lo scorso giugno a seguito di un gravissimo incidente stradale che l’ha strappata a i suoi cari e a quanti l’hanno entusiasticamente conosciuta: Marchigianetta trapiantata (dolorosamente) in Emilia. Bibliofila, gattofila, lunatica, curiosa, nomade. Comunista. Coraggiosamente fragile. Apparentemente semplice. Un po’ martire come tutte le donne. Trafficante di sogni, stupratrice della penna (o della tastiera)”.

Appena un anno prima aveva conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Bologna con una tesi dal titolo “La rappresentazione cinematografica del mondo agropastorale nel documentario corto italiano (1939-1969)”. Nel corso degli ultimi due anni lavorò presso l’ E.C.Co. (EASTERN COLLEGE CONSORTIUM) di Bologna, un consorzio di Università americane (Vassar College, Wellesley College e Wesleyan University) dapprima come istruttore amministrativo poi come docente del corso “Il mondo che abbiamo perduto. L’Italia degli anni Cinquanta tra cultura tradizionale e modernità”.

Numerose le sue pubblicazioni in volumi antologici: i saggi “La rappresentazione cinematografica delle donne nel mondo contadino dell’Emilia Romagna”; “Della fine di un mondo. Vittorio De Seta”, “Presupposti per una formazione dell’audiovisivo a partire dall’ambientazione filmica”, “The Film’s setting. Notes for a pedagogy of the space/environmental functions of film”, oltre ad alcuni racconti.

Vari i riconoscimenti e le segnalazioni ottenute in numerosi premi letterari nazionali tra cui per il racconto tra cui al “Corto letterario e l’illustrazione” di Varese, al Premio “Uscita di sicurezza” di Lucca, al Premio “Città di Melegnano” e la nomina di “Aguglianese per la cultura” per meriti di produzione narrativa.

Durante la presentazione del volume Scrivere significa vincere il tempo, patrocinata dal Comune di Agugliano, interverranno il giornalista Rai e scrittore Giancarlo Trapanese, Lucia Tralli e Gabriele Ponzi.

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“Fragile come un fiore di cristallo” di Annalena Cimino, recensione di Lorenzo Spurio

Annalena Cimino, Fragile come un fiore di cristallo. Poesie e Aforismi, Intermedia Edizioni, Orvieto, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio 

14322398_968626626616905_5088924773168214516_nLa nuova pubblicazione di Annalena Cimino è la naturale prosecuzione del suo primo libro, L’amante della luna, pubblicato nel 2015. Prosecuzione che non sottende a una vera e propria evoluzione tematica e stilistica e che, piuttosto, si attesta come felice continuazione dopo il breve intervallo nel quale la poetessa ci ha lasciati soli per un periodo di tempo abbastanza lungo. A renderci conto che Annalena prosegue nel suo modo di poetare chiaro ed avvolgente, carico di simbolismi e pregno di presenze naturali, è la lirica d’apertura intitolata “La passione della luna”. Si riallaccia, così, un profondo legame a quel lungo filo che la Nostra ha gettato con la prima pubblicazione dove la luna quale presenza, tema, ossessione, immagine, proiezione, entità e presenza animica e misterica, costituiva il collante principale.

Le tematiche sono quelle care e al contempo cementizie della poesia di stampo classico: l’amore e l’abbandono, la lontananza e la solitudine, il desiderio e il canto alla natura, il destino e il tempo, l’universo dei ricordi, la memoria che riaffiora, la nostalgia, l’incanto, la promessa, la speranza.

Come ancor meglio accade nella sezione dedicata agli aforismi, anche nei versi spesso il linguaggio si fa perentorio ed assertivo, atto a enucleare una considerazione alla quale la Nostra è giunta a seguito di un percorso esperienziale, di maturazione e crescita: “Non muore il ricordo/ finché sopravvive il pensiero” che ricorda una famosa chiosa di S. Agostino che spesso si richiama nel momento dell’addio di un congiunto. La luna, da compagna e presenza fissa, da signora elegantemente imbellettata, è sempre lì ad osservare dall’altro, ride e si nasconde, si mostra e fa l’occhietto alle stelle. Essa è faro, segnale di orientamento e salvezza, ma anche svelamento del dramma personale (“La luna illuminava il mio dolore”) atto a favorire una presa di coscienza, pur dinanzi alle difficoltà.

Si percepiscono nettamente anche le sensazioni meno leggiadre e colorate quali possono essere la nostalgia e il rammarico, la percezione di solitudine e di desolazione, la lontananza dall’amato, il senso d’oppressione, il desiderio non sempre coronato, la titubanza, raggi di una meraviglia dinanzi all’esistenza talmente lucenti da destare appannamento e un senso di lieve panico.

Curiosa ed apprezzabile anche la polifonia di note a commento, in apertura e in chiusura, scritte da vari poeti attivi nell’ambito culturale odierno che –pur se non forniscono una vera e propria chiave interpretativa alla silloge- senz’altro la arricchiscono con appunti e note personali anche in relazione al grado di amicizia con l’autrice e dunque si configurano come chiari messaggi di stima, convinzione e affetto.

La componente aforistica del volume apre a divagazioni molto ampie che concernono vari ambiti dell’esistenza: si parla, infatti, di vizi e virtù dell’uomo con particolare attenzione a tutte quelle cattive manifestazioni di narcisismo, ipocrisia e menzogna che nel nostro oggi finiscono per essere tanto abusate. Annalena non si pone dall’altra parte della cattedra snocciolando verità ed assiomi ai quali è bene credere a seguito di un sano ragionamento, piuttosto fornisce pillole sul senso dell’esistenza, sulle sue problematiche –intese da un punto di vista oggettivizzato e non sociale-, sulle mancanze dell’uomo, ma sono ricche, pure, di riferimenti alla natura, in particolare la Luna che, come un’elegante signora agghindata, sembra a tratti insuperbirsi dinanzi a un cielo esteso e clemente. Tra gli aforismi anche enunciazioni in forma di frammento capaci di fornire una sintesi di immagini e contenuti come quando scrive “La casa dell’arte non sarà mai vuota”.

A dominare è l’universo dei ricordi, non tanto nella funzione di reminiscenze intime che la Nostra riporta a galla piuttosto è la memoria, nelle sue forme, che risalta come tematica universale. Quando la Nostra ci parla di ricordi lo fa in maniera oracolare, come divinando una verità, ergendosi ben al di sopra di quelle che possono essere le concatenazioni empiriche e razionali di una mente elucubrante.

Frasi –quelle degli aforismi- che non abbondano di liricità ma che preferiscono concentrarsi sull’ampiezza del messaggio comunicativo contenuto.  Rimarchevole è l’attenzione che la Nostra ricalca negli aforismi in merito all’insensibilità e l’ipocrisia dilagante quasi a riportare con vivo realismo una società perduta e quasi caricaturale. Dinanzi a tutto ciò la Nostra corrobora l’autenticità della persona riconoscendo all’essere –nelle sue complete facoltà, prive di contaminazioni di ciascun tipo- una forza primigenia ed istintiva fondata sul suo “giudizio intransigente della propria coscienza”.

Nella purità degli elementi che questa poesia richiama, nella fascinosa cornice di un naturalismo inviolato ed edenico quale è l’isola di Capri, la Nostra ci fornisce versi pregni di riflessione e di sana considerazione su ogni forma di sensazione umana. L’ineludibile forza che le è propria deriva proprio da quel palese canto alla vita che sorge da ogni lirica, dal rimarchevole connubio con la dea Selene, incarnata nella luna, la cui luce è mistero e conoscenza, incanto e velleità di conoscere.

Ecco perché anche un fiore può morire, ma al contempo lascia tutto di se stesso: “Una rosa è sempre una rosa/ può aggredirla il vento/ e tentare di sciuparla,/ ma non perderà mai la sua essenza”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 21-09-2016

Emanuele Marcuccio: cronistoria della sua poetica

La mia poetica

di EMANUELE MARCUCCIO

Scrivo poesie dal 1990 (per essere precisi, dal 1989 ho iniziato con dei primi esercizi di poesia, che non sono da pubblicare, né pubblicherò mai); nell’agosto 2000 ventidue poesie sono state pubblicate dalla milanese Editrice Nuovi Autori, nel volume antologico, Spiragli 47 e nel marzo 2009 è uscita la mia prima raccolta di poesie, che ho intitolato Per una strada.

Non scrivo in rima per scelta, per me questa blocca o vincola l’ispirazione poetica, su quasi centocinquanta poesie, ne ho scritto solo tre interamente in rima, in rima libera. In altre poesie, se la rima raramente è presente, è solo spontanea.

La rima libera non spontanea l’ho utilizzata soltanto in una poesia, per puro sperimentalismo stilistico.

Nella mia poetica ci sono tre punti fermi: la spontaneità, la musicalità e la scorrevolezza, la fluidità del verso.

Il mio ideale poetico si esprime nell’essere semplice e al tempo stesso profondo. Cerco anche la musicalità del verso, cosa oltremodo difficile, se non si scrive in rima.

Quando uso dei termini che possono apparire un po’ antiquati, degli arcaismi, lo faccio unicamente per la loro insita musicalità, non perché io voglia servirmi di un linguaggio anacronistico. Nelle mie poesie alcune volte ho usato delle parole tronche (delle apocopi) come “cuor”, “cor”, “duol”, “dolor”, altre volte non le ho usate; di conseguenza, ogni mio verso, ogni mia parola non sono messi a caso, ma seguono un fine musicale, sono messi lì, per una maggiore scorrevolezza nel ritmo. Ad esempio, nella poesia “Indifferenza” (da Per una strada) uso sia “duol”, sia “dolor” e, nella poesia “Là, dove il mare…”, il ritmo si alza e si abbassa, quasi ad imitare il flusso e riflusso delle onde del mare e quelle parole tronche (quelle apocopi) non le ho messe a caso, ma per mantenere quel ritmo e quel particolare suono.

Emanuele Marcuccio
Emanuele Marcuccio

Nel fare poesia seguo una struttura su due fasi fin dal 1990: la prima è quella che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”, che può giungere in qualsiasi momento con l’affiorare alla mente dei primi versi o di uno solo; quindi, appunto in brutta copia su di un qualsiasi foglio o pezzo di carta (pensate che il grande poeta Giuseppe Ungaretti appuntava le sue poesia anche in trincea utilizzando la carta che avvolgeva le cartucce) e, mentre scrivo, penso i successivi versi da mettere sulla carta. La seconda ed ultima fase si riferisce alla ricopiatura in bella copia, aggiungendo a volte, anche dei nuovi versi o parole. In seguito, durante la correzione di bozze e in previsione della pubblicazione, potrei operare dei piccoli cambiamenti variando la posizione delle parole, sostituendo qualche parola, la disposizione dei versi, a volte anche gli “a capo” perché, quello che cerco, oltre alla freschezza della spontaneità, che è la prima cosa, è la fluidità e la musicalità del verso, senza quasi mai usare la rima, servendomi di giochi fonetici delle consonanti e coloristici delle vocali giungendo in alcune poesie alla metrica spontanea (come ha notato un critico letterario, nella prima recensione su Per una strada e, successivamente, in maniera più ampia, nel saggio critico-antologico), senza mai stravolgere il senso e l’ispirazione primigenia della poesia. Metrica spontanea nel senso di lassa e non di strofa, che, non potrà mai essere spontanea.

Volendo essere più preciso, da ca. cinque anni, dopo aver appuntato la poesia su un foglio di carta, non la ricopio subito sul quaderno (un quaderno dalla copertina nera e che utilizzo fin dal dicembre 1999), ma lascio che passi anche una settimana o un mese mettendo il foglio in mezzo al “quaderno nero”, come se volessi farla “decantare”.

Diverso è stato il caso della mia unica poesia scritta in rima non spontanea, in cui dapprima è arrivato il “primo fuoco dell’ispirazione” con i primi due o tre versi, successivamente mi sono dedicato alla ricerca della rima, unita al tipo particolare di rima (forse la più difficile, quella incatenata e senza usare la metrica, quindi, rima assolutamente libera e non canonica), alla proprietà di linguaggio, quello dell’italiano antico (precisamente il volgare trecentesco di ascendenza stilnovista) con l’applicazione delle figure retoriche più adatte.

Come vedete, in questo caso ci sono state tre fasi, e mi meraviglio che mi siano bastati soltanto due giorni; l’ho scritta mentre mi preparavo agli esami di Maturità Classica e vocaboli danteschi frullavano impazziti nella mia testa, bisognava farli uscire, quasi per un bisogno fisiologico.

Uso le figure retoriche e cerco di usarle in maniera spontanea, ho usato anche lo zeugma, presente molto in Dante. La figura retorica che uso di più è l’enjambement, mi piace molto l’anafora e indulgo all’elisione, sempre per esigenze di fluidità del verso e musicalità.

Alcune curiosità: una poesia,“Per una strada”, dapprima l’ho scritta su uno scontrino della spesa, poiché, appunto, mi trovavo per strada, una poesia sulla propria ispirazione poetica. Da questa poesia ho tratto il titolo della prima raccolta, pubblicata il 26 marzo 2009 dalla ravennate SBC Edizioni e, citando dalla prefazione che ho dovuto scrivere io stesso (in caso contrario il mio libro non ne avrebbe avuto una), “Con questa mia, apparentemente semplice poesia, scritta dapprima su un semplice scontrino, poiché mi trovavo per strada e non avevo null’altro su cui scrivere, ho cercato di esprimere proprio il processo misterioso della mia ispirazione poetica.

E pensare che, all’inizio non l’ho compreso nemmeno io il suo significato profondo.

Quanto mi sembrarono quasi insignificanti quei versi, e invece, mi sono accorto, con mia grande sorpresa, che nascondevano il significato stesso della mia ispirazione furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i miei versi, che metto sulla carta, passa e vola via, e non si sa più dove mai sia.

Nel 2006 ne ho scritto anche una in piedi sull’autobus affollato, che è l’ultima delle poesie pubblicate nel libro.

A partire dal 2013, abbandono completamente la punteggiatura, dopo due esempi isolati nel 2010 con le poesie, “Trascinarsi” e “Supersonica” (da Anima di Poesia, seconda silloge poetica del 2014). Attualmente la mia poesia è alla ricerca dell’essenzialità e dell’estrema sintesi, cadono, quindi, anche le complicazioni sintattiche, le pause diventano gli “a capo” e il doppio “a capo”, in questo vedo maggior respiro. Ed ecco che, dopo l’abbandono della punteggiatura, in cui trovo maggior respiro, vado ad abbandonare anche l’incipit con lettera maiuscola, a riprova di ulteriore sintesi ed essenzialità, come a sottintendere un verso e tutti i versi precedenti, quasi in un continuo richiamo tra explicit e incipit. Tuttavia, non credo ci sia rivoluzione ma solo evoluzione; rari prodromi di estrema sintesi (tranne l’abbandono della punteggiatura) sono rilevabili nella mia produzione precedente, soprattutto nella silloge Per una strada.

Da sinistra: Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio e Lorenzo Spurio, alcuni dei membri di giuria della 2° edizione del Premio Nazionale di Poesia
Da sinistra: Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio e Lorenzo Spurio, alcuni dei membri di giuria della 2° edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, in un momento della Premiazione svoltasi a Firenze. Foto di Deliri Progressivi – per gentile concessione di Annamaria Pecoraro

Il critico letterario Luciano Domenighini ha definito il mio attuale modus poetandi, con l’espressione di “ermetismo cosmico”. Così si è espresso il critico a riguardo: «“Ermetismo” perché il dettato è a un tempo sintetico e codificato, iniziatico, a tratti sibillino. Certe soluzioni originali e inedite del suo linguaggio poetico d’altra parte, vanno in questa direzione. “Cosmico” perché, rispetto alla sua poesia di una volta, si inoltra in una dimensione cosmica, spaziale, astrale, ultraterrena».

L’essenza della poesia è la sintesi, non intesa nel numero dei versi (anche una poesia lunga deve avere sintesi), nessun verso in più né uno in meno che pregiudichi il suo respiro; deve avere musicalità (non dettata unicamente dalla rima), respiro; se poi eliminiamo anche i luoghi comuni, le frasi fatte, c’è perfetta poesia. Alla base deve però esserci la spontaneità dell’ispirazione, in caso contrario, tutto si risolverebbe in un freddo artificio formale.

Secondo il critico letterario Luciano Domenighini, “Dolore” (la poesia più breve che io abbia mai scritto e che consta di soli due versi), rappresenta il vertice letterario di tutta la raccolta Per una strada, come ha ben evidenziato nel saggio critico-antologico sulla stessa silloge.

Un caso a parte è la scrittura del mio dramma in versi, ambientato in Islanda, dove, per seguire una trama, non ho potuto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come ho fatto di solito con le mie poesie; la spontaneità rimane però la prima idea, il primo fuoco dell’ispirazione che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino e -adesso scrivo- sono passati più di vent’anni da quell’abbozzo in prosa del solo primo atto (1989) alla sua stesura definitiva (mi manca di terminare di scrivere il quinto ed ultimo atto e dare una revisione finale al terzo e quarto atto).

Proprio perché la poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo. Ho scelto quindi il teatro e un dramma in versi liberi per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta.

La poesia bisogna ascoltarla e non semplicemente leggerla, bisogna leggerla ad alta voce per sentirne tutta la musicalità e fluidità, soprattutto rispettando gli accapo. Così, capiremo se l’accapo andava messo proprio lì o, se quel segno di interpunzione è corretto in quella posizione, o se quel verso va bene o va modificato. La poesia è ribelle alle regole della prosa e della sintassi in genere, ribelle anche ai segni d’interpunzione, le pause della poesia non sono le pause della prosa. In poesia ogni singola parola deve essere considerata in relazione al ritmo e alla sonorità nel verso, ogni parola non è soltanto significato ma soprattutto significante, il suono, il segno grafico, l’emozione in cui ci trasporta la poesia.

Come scrivo ancora nella prefazione alla raccolta, Per una strada, La poesia non bisogna semplicemente leggerla, ma sentirla, ascoltarla; non nel senso di ascoltare una recita, ma leggerla con il cuore, interiorizzarla, farla propria, renderla partecipe delle proprie emozioni.

Le sue interpretazioni non si esauriscono in una sola, non sarebbe più poesia, ma della prosa travestita di versi con degli “a capo” dati a caso.

Non è necessaria la metrica e la rima per fare poesia, ma basta un certo accostamento di parole, di frasi e di suoni, aperti alle molteplici interpretazioni; bisogna anche che il poeta metta del suo, anche se in maniera trasfigurata. Il difficile è saper disporre il tutto in una maniera tale per far sì che, chi legga o ne ascolti una recita, senta la poesia.

Emanuele Marcuccio sulla balconata del Colle dell'Infinito a Recanati (MC) nel Maggio del 2014
Emanuele Marcuccio sulla balconata del Colle dell’Infinito a Recanati (MC) nel Maggio del 2014

La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce a portare allo scoperto l’anima, come scrivo in una poesia, riesce a portare allo scoperto “l’obliato proprio sé fanciullo”. La poesia è anima che si fa parola, la poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario, fa sì che l’oggi non si perpetui nello ieri e, in qualche maniera, contribuisce a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri. La poesia, infatti, è piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore.

La poesia si nutre di sogni e il poeta non è solo un cultore di sogni ma, sogna, si emozione e si meraviglia lui stesso; spesso vorrebbe perdersi in quei sogni, ma deve ritornare alla realtà, alla dura realtà, che usa come filtro e come ancora per non annegare. La poesia si nutre anche di musicalità, di armonia tra le parole, senza necessariamente fare uso della metrica o della rima. Al massimo deve far uso di metrica qualitativa (cadenza, ritmo, etc.) non di metrica data dalla quantità delle sillabe. Come ho scritto sopra, la narrativa e la prosa in genere, preferisco leggerla e non scriverla ma, anche nella prosa possiamo trovare poesia. Anzi, la poesia, nella sua accezione più ampia, non è specificatamente legata ai versi ma all’arte in genere, quindi, anche alla musica, sia classica che leggera. La poesia è ciò che si avvicina di più alla musica. Cito un mio aforisma, il n. 36 dalla silloge, Pensieri minimi e massime del 2012: «Penso che la musica sia la forma di espressione umana più alta e superiore a tutte le arti, anche alla poesia. Grazie alla musica, nella sua grandezza e profondità, possiamo arrivare persino ad intuire l’universo». Ovviamente, mi riferisco alla musica, nella sua grandezza e profondità, non certo a musica da semplice intrattenimento; mi riferisco a musica con la “M” maiuscola. E, citando ancora dalla prefazione a Per una strada, “La poesia è la forma verbale più profonda che possa esistere, per esprimere i più reconditi sentimenti umani.

Se invece vogliamo parlare di espressione umana in senso generale, la musica per me supera tutte le arti, a patto che sia musica con la “M” maiuscola.

Ecco perché musicare una poesia è qualcosa che supera ogni immaginazione.

Quanta poesia possiamo ascoltare ad esempio in una canzone di Battisti o in un’Opera di Puccini, o in un notturno di Chopin! O quanta poesia possiamo ammirare ad esempio nella Gioconda di Leonardo o nella Pietà di Michelangelo!

La poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione, come ad esempio l’uso dei vari termini e verbi indecorosi, espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione.

Non si potrà mai dare una definizione definitiva di poesia ma solo innumerevoli interpretazioni, lo stesso verbo “definire” vuole tracciare dei confini ma, la poesia non ha confini, il suo spirito vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni.

E Picasso, a proposito della pittura ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto». Infatti, un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni.

E, come scrivo in un altro aforisma, il n. 25, sempre da Pensieri minimi e massime: «Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento.»

Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione.

Emanuele Marcuccio

Palermo, 2 agosto 2015

“Sussurri e silenzi (aforismi)” di Emilio Rega, prefazione di Lorenzo Spurio

“Sussurri e silenzi”

Raccolta di aforismi di Emilio Rega

Prefazione di Lorenzo Spurio

 

sussurri-e-silenzi-emilio-rega-L-FRKGB5Gli aforismi di Emilio Rega contenuti in questo libro spaziano tra tematiche molto diverse tra loro: l’autore riflette sul senso e sui limiti dell’arte, soprattutto quella poetica, da’ insegnamenti esemplari partendo dalla constatazione di una società disturbata e minacciata dalla corruzione, fornisce analisi personali sulla natura del sé cosciente nel nostro periodo storico. Il percorso che il lettore è chiamato a intraprendere non è unico, ma molteplice: si potrà partire a leggere dall’ultimo aforisma per poi tornare indietro a leggere tutti gli altri, si potrà aprire il libro a caso e leggere oppure iniziare la lettura dalle prime pagine come canonicamente viene fatto. Perché un libro di aforismi, per quanto sia dotato di una struttura concettuale, è un testo sfuggevole, ispirato e denso di prospettive: gli aforismi non sono semplici sintagmi, né haiku dal verso rotto, tanto meno delle parole in libertà o dei ricercati sillogismi. O forse sarebbe opportuno dire che sono tutte queste cose allo stesso tempo, ma sono anche delle preghiere laiche, delle critiche taglienti, dei sassi scagliati, rapidi flussi di coscienza e tant’altro. Lo stesso autore in uno dei suoi aforismi scrive: Contrariamente a quel che si pensa in generale la scrittura di un aforisma efficace non è immediata: occorre  prima pensarne almeno altri due o tre privi di nerbo. Rega è sicuramente un autore che ha instaurato un certo rapporto amicale e confidenziale con questo genere poetico, se teniamo conto che questa raccolta di aforismi non è che la sesta nella sua ampia produzione; si ricordi, ad esempio, Oltre le stelle (Edizioni dell’Oleandro, 1997, con prefazione di Dante Maffia) e Ad libitium (Mario Baroni Editore, 1999).

In questo libro si parlerà delle ragione con le sue manifestazioni (scienza, conoscenza, empirismo) e dell’universo irrazionale (la religione, l’amore); curioso a questo riguardo l’aforisma che, laconico, recita: L’amore esalta lo spirito, la passione annichilisce l’anima.

Alcuni aforismi rasentano un’atmosfera comica che, però, proprio per la sua drammatica rispondenza alla scoraggiante situazione che viviamo, finiscono per mostrarsi altamente grotteschi e paurosi: Troppo intelligente? Licenziato! dove l’autore, dotato di grande sintetismo, ingloba un mesto colloquio a due voci fatto di domanda e risposta, una risposta che, con il punto esclamativo che la segue, ne sottolinea ancor più vivamente il senso alienante della condizione umana. In altre parole, forse meno “aforistiche”, Rega consacra sulla carta una sacrosanta verità: sono gli ignoranti, gli opportunisti o i raccomandati (a volte le tre sfaccettature, addirittura, sono presenti in un unico essere) ad andar sempre avanti e a vedersele tutte andare dritte. Idea questa che Rega ripropone anche in un altro aforisma, ancor più esplicito: Le migliori intuizioni le ha il cosiddetto idiota , non l’intelligente.

Quasi mosso da una forza avanguardistica (Il passato pesa come un macigno sulle nostre teste e nonostante ciò non possiamo non fare i conti con esso) , l’autore rintraccia nei segni degradati della nostra contemporaneità (fiction, vip, personaggi famosi, l’arrivista, il fascino perverso della celebrità) degli stereotipi vergognosi, il cui superamento è necessario per metter fine all’ilarità e gratuità dominante nel nostro comune vivere quasi a sottendere che la genuinità e quel sentire di purezza non possono essere rintracciati in persone che hanno fatto dell’esaltazione dell’ego la loro religione: L’egoismo acceca l’uomo e lo rende stupido, scrive Rega in un altro aforisma.

E in questa riflessione a tratti vorticosa a tratti amara neppure la religione viene risparmiata, l’autore scrive: Quel tarlo del dubbio che ti toglie il gusto della fede. Ma la domanda, spontanea e lecita, che mi pongo: può un tarlo, per quanto ossessivo e fastidioso possa essere, minare la ferma credenza di un cattolico? O di un credente in generale dato che qui non si parla propriamente di cristianità? Al lettore sta a decidere sulla questione.

Rega non risparmia proprio nessuno ed è chiaro il suo messaggio carico di disprezzo e di sfiducia nei confronti del nostro mondo: c’è gente che parla solo perché ha la bocca, sembra dire l’autore; ci sono megalomani, potenti, false dive, arroganti e so-tutto-io: tutti condividono una grande ignoranza di fondo, ignoranza che, offende la cultura e chi realmente opera per essa: L’Italia è un tale paese di ignoranti che basta avere una laurea o aver frequentato un Master per sentirsi chi sa chi (per non parlare dei rappresentanti del mondo accademico).

Emilio Rega è critico e a tratti polemico (Italiani: “brava gente” o gente furba?) con la gente che lo circonda, con la società e con i tempi in cui vive. Non è un provocatore, né un qualunquista, ma una persona dall’animo meditabondo a cui piace soffermarsi per guardare la realtà da fuori e cercare di interpretarla. Il grande Gozzano scriveva in una sua lirica che il mondo è “quella cosa tutta piena di quei cosi con due gambe che fanno tanta pena”. Qui, in questa opera, si respira quella stessa aria.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 21-04-2013

Giorgia Catalano su “Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio

“PENSIERI MINIMI E MASSIME”
di Emanuele Marcuccio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (NA), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Saggistica/Aforismi
 
Recensione a cura di Giorgia Catalano
 
 
 
“La felicità dura il tempo di un istante e, attimi di felicità si perdono nella nebbia del tempo.”
 
 
cover (1)Questo, uno degli ottantotto aforismi che compongono l’opera di Emanuele Marcuccio: poeta, aforista e critico letterario palermitano, di grande levatura e competenza.
Un fermo-immagine sulla caducità del tempo, sull’effimero esatto istante in cui la felicità ci abbraccia, per abbandonarci subito dopo.
Come le onde di un mare vivace, i pensieri di Marcuccio approdano sulle spiagge delle nostre menti, inducendoci con dolcezza a meravigliarci delle sue riflessioni.
La Poesia, intima amica e compagna di avventure, ha, in questa opera, un ruolo rilevante.
L’Autore cerca di spiegare al lettore, attraverso le sensazioni di un poeta di razza quale lui è, che cosa succede nel cuore e nella mente di chi coglie a piene mani l’essenza della vita in ogni sua sfumatura, diventando ispirazione profonda e, quindi, Poesia.
E il poeta altro non è che un servo della bellezza e dei sentimenti che lo sfiorano talvolta come la carezza di una piuma, altre volte come l’incedere impetuoso di una valanga e lo accompagnano, per mezzo dell’ispirazione, a rendere indelebili le proprie emozioni.
E che cosa è l’ispirazione? Come lui stesso ci suggerisce: “[…] è caos, siamo noi che cerchiamo di dargli un ordine con la scrittura.”
Non siamo di fronte ad un trattato filosofico, ma ad una raccolta di riflessioni e pensieri che conducono il lettore in una dimensione fatta di sfumature tenui e nel contempo incisive, che lasciano un segno profondo.
Meticoloso ed appassionato, Emanuele Marcuccio, in chiusura del suo testo, narra l’origine della Poesia, fornendoci elementi che fanno anche storia, oltre che cultura.
Una mescolanza ben riuscita di profumi d’emozioni che allietano lo spirito del lettore, permettendogli di guardare la realtà con altri occhi: quelli di un Poeta.
 
Giorgia Catalano
(Poetessa, scrittrice)
 
Torino, 26 agosto 2014