Esce “Il sospiro di Medusa”. La nota performer maceratese Morena Oro destruttura il mito classico e denuncia l’ipocrisia

A cura di Lorenzo Spurio

Allora l’esser mostro mi consola, 

riabilita l’anima mia intoccabile

ormai da qualsiasi dissacrazione.

È uscito da poche settimane il nuovo libro di poesie della poetessa e performer maceratese Morena Oro, Il sospiro di Medusa, per i tipi di Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova (AN). Il titolo, evocativo nei suoi legami più classici al noto mito di Medusa, richiama da subito un universo altro e sospeso immergendoci in un’alterità mitologica dalla quale, però, la Nostra subito intende smarcarsi; difatti nella sinossi da lei scritta e diffusa sul sito della casa editrice leggiamo: «La Medusa di Morena Oro si ribella all’interpretazione stereotipata del mito che la riguarda, vuol prendere coscienza del proprio ruolo all’interno di quella mitologia e stravolgerlo, sovvertirlo, farlo avanzare verso l’infinitudine delle possibilità ancora sconosciute ai più […] Questa Medusa sospirante non è che il mostro che ha compassione di se stesso, che si ama profondamente accettando la propria condizione divenuta simulacro della negazione degli altri al cospetto delle proprie deformità interiori. […] In ogni donna uccisa, decollata nel sonno, urla il mostro arbitrariamente giustiziato di Medusa».

La storia del mito di Medusa, che è ben nota ai più, è bene a questo punto richiamarla per una ragione semplicissima, ovvero per poter comprendere come poi, col suo lavoro, Morena Oro abbia operato secondo un approccio de-costruttivista (Guy Debord decostruiva spazi, qui si decostruisce miti), riscrivendone le peculiarità di questo personaggio diabolico e misterioso al contempo. De-costruire, che è un atto automatico e rigenerativo, prevede una sperimentazione autentica che porta a una nuova “costruzione”: la Medusa di Morena Oro, pur avendo senso per essere ciò che è e che comunemente noi concepiamo richiamando la mitologia e i riferimenti classici è, però, anche altro, perché ricaricata di un significato che l’autrice stessa ha deciso di affidarle.

L’etimologia di “medusa” sembra essere dubbia al punto tale che vi sarebbero varie idee al riguardo. L’idea preponderante che viene comunemente presa come maggiormente valida è quella di vedere la parola quale derivato del nome proprio di Medea il cui significato ha a che vedere con la capacità attrattiva e seducente, dell’ammaliare. Medusa si contraddistingue per essere un mostro alato dalle sembianze femminili, creduta come la più orribile e l’unica delle tre Gorgoni a non essere immortale.[1] Dal nome di Medusa deriverebbero terminologie la cui comprensione è facilitata se si pensa al comportamento della divinità, che hanno scarso impiego nell’uso comune della lingua: “medusare” quale sinonimo di “ammaliare” e “meduseo” ad intendere qualcosa che abbia natura ambigua e sinistra: ammaliante e tremenda al contempo o che si riferisca a qualche peculiarità fisica della divinità (la capigliatura con serpenti o la prerogativa pietrificatrice). Risulta dunque utile ed elemento di contestualizzazione ricordare l’origine classica del mito di questa figura ammaliante e intimorente; ne Le Metamorfosi[2] di Ovidio la vicenda di Medusa è contenuta nei Libri IV e V:  figlia di Forco, di lei si parla della “potenza del mostro” (Libro IV, v. 745)[3] e come “orrenda Medusa” (Libro IV, v. 784) e delle sue peculiarità trasformative da animato a inanimato (in roccia, per l’esattezza): “Per aver guardato la Medusa, erano stati mutati in pietra, perdendo la loro natura” (Libro IV, vv. 781-782). Medusa è l’unica “delle sorelle [che] portasse i serpenti intrecciati ai capelli” (Libro IV, vv.792-793), essere malevolo la cui fine, forse, ripaga della malvagità della sua essenza capace, però, di una progenie buona, il poco noto Crisaore, capostipite di una schiera di giganti.

La prima presentazione del volume si terrà a Corridonia (MC) il prossimo 28 ottobre presso l’Officina delle Arti. Il volume sarà presentato dal Direttore Editoriale de Le Mezzelane Casa Editrice, Rita Angelelli assieme alla dottoressa Loredana Finicelli (storica dell’arte) e Lucia Nardi (poetessa e critico letterario). Durante l’evento, che avrà inizio alle ore 17:45, l’autrice farà la performance omonima Il sospiro di Medusa.

In precedenza a questo lavoro, Morena Oro ha pubblicato i libri di poesia Affetti collaterali (2011), Anima nuda (2009), Autopsia del mio demone (2013) e Memorie dell’acqua (2017). Tra le sue ultime performance poetico-danzanti vanno ricordate “I mondi fluttuanti”[4] (Treia, gennaio 2018; riproposta a Montecassiano nell’aprile dello stesso anno) e “Dea ex Machina” (Ancona, luglio 2018). Alla scelta oculata e avvincente dei testi proposti e recitati con particolare verve – a seconda delle esigenze comunicative – Morena Oro non ha mai celato il fatto che ciascuna cosa, secondo lei, abbia una veste esoterica e, pertanto, gli oggetti sono sia quel che rappresentano ma anche il loro ‘simulacro’ ovvero la loro elevazione immaterica.

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La camaleontica poetessa Morena Oro, autrice del libro “Il sospiro di Medusa” (Le Mezzelane Editore, 2018)

Come si evince da alcuni titoli risulta evidente l’elemento dell’acqua[5] nel percorso poetico dell’autrice ed è ella stessa a rivelare significati reconditi e simbologie, richiami evocativi e misterici che essa, quale elemento fluente, assomma a sé: «Quindi acqua come elemento di trasformazione, flusso, conoscenza, come simbolo di qualcosa che non è mai uguale a se stessa pur essendo la stessa.  […] Acqua come purificazione, come lavaggio, come ascesa nello spirito, acqua come elemento malleabile che prende la forma di quello che riempie, al tempo stesso forza dirompente in grado di scavare la roccia con infinita pazienza e tenacia, di spazzare via tutto in maniera incontenibile.  Elemento che dà la vita ma anche la morte. […] Tutto si muove sempre come in una danza trasformandosi in qualcosa d’altro».[6] 

Per ricondurre il discorso all’oggetto principe di questo articolo, ovvero il nuovo libro di Morena Oro, credo che non ci siano migliori parole che quelle della stessa che, pur che fornirci una chiave interpretativa – come troppo spesso vien fatto in testi anticipatori o a preambolo – volutamente rende il tutto più ingarbugliato, diremmo enigmatico, con uno scopo fondamentale: quello di procedere nella lettura con consapevolezza e ragionamento. Poesie che vanno percepite per quel che sono, certo, ma che abbisognano di una introspezione propria per poter percepirne le vere ragioni che in qualche modo le hanno originate. La bellezza[7], da canone estetico e motivo di diagnosi sofisticata, diviene condizione labile da accettare nel suo deterioramento, scantonando meccanismi ipocriti che mascherano la realtà[8] o in qualche modo la distorcono impedendone il fluire proprio. Ecco, allora, che, nella macro-forma del ‘mostro’ che da sempre intimorisce ma apre alla perplessità che Morena Oro dibatte con questo libro in cui Medusa non è solo creatura ferina ma anche emblema di lotta, divenendo espressione di una rinata coscienza che può riaffiorare, pur con difficoltà, a seguito di un dato percorso che consapevolmente si è imboccato e percorso. Così scrive l’autrice: «Nell’epoca in cui si rincorre la bellezza artificiosa elevando a status l’immagine effimera di se stessi, l’unica maniera di affrontare il mostro che alberga in noi […] è aggirarlo alle spalle, coglierlo nel sonno e decollarlo, cancellandone il volto, negare perciò quella identità che risiede nei tratti somatici che lo scorrere del tempo acuisce, svilisce, rende sempre più marcati […]. Tagliare la testa di Medusa vuol dire quindi rendere sopportabile il mostruoso, il diverso, esponendo solamente il suo simulacro, la sua icona, il suo trofeo».

Le considerazioni poste in questo suo testo, che meriterebbero davvero pagine e pagine di analisi e approfondimenti, mostrano già di per sé la natura profondamente riflessiva, profonda e investigativa dell’animo della Nostra, unita a una critica velata, eppure percepibile, dinanzi a tendenze diffuse o, si dovrebbe dire, a mode comuni e automatiche, riproposte in maniera sciatta e priva di fondamento razionale spinte dall’ottenimento di un risultato assurdo che, in parte si raggiunge, con i suoi strascichi di un’insoddisfazione crescente che si autoalimenta.

Parlando della nostra società, riflettendo adeguatamente su alcuni comportamenti diffusi che si realizzano, l’autrice così annota: «Ogni epoca, di fatti, ha i propri mostri da distruggere, da decapitare, da affrontare evitando di guardarli negli occhi per non sentirne il peso e la storia. Vogliamo […] uccidere la caducità, il sentimento di precarietà percepito come mostruoso, pauroso, inaccettabile […], attraverso la perdita sistematica della sfera umana legata alla sensibilità, al sentimento, alla dimensione imprescindibile dello spirito e dell’anima». Tale tentativo di uccisione, di sparizione coatta, di meschino travestimento e, dunque, di rifiuto del normale scorrere del tempo con la soppressione dell’istinto e della passionalità ricorda, per certi versi, il motto vanaglorioso dei futuristi che, in un manifesto, inneggiavano a un’azione tanto nefanda quanto illusoria, quella, appunto, dell’ “uccidere il chiaro di luna”. Parimenti, in questo manifesto scritto e pubblicato in francese nel 1909 e in seguito, nel 1911 in italiano, Marinetti inseriva, in una narrazione di guerra, il celebre motto che avrebbe impiegato in un discorso nella città di Venezia nel quale si scagliava contro il sentimento, che in ogni modo, doveva esser appiattito: «Quando gridammo “Uccidiamo il chiaro di luna!” noi pensammo a te, vecchia Venezia fradicia di romanticismo! Ma ora la voce nostra si amplifica, e soggiungiamo al alte note: “Liberiamo il mondo dalla tirannia dell’amore! Siamo sazi di avventure erotiche, di lussuria, di sentimentalismo e di nostalgia”!».

Il discorso sulla bellezza che Morena Oro anticipa nel testo d’apertura e al quale dà forma nelle liriche del volume sembra un continuum ragionato e una sorta di risposta a un serrato contraddittorio sulle potenzialità tremende di Medusa, donna malvagia e anfibia, vittima ella stessa del male e della dominazione e che, di contro al suo potere disumanizzante verso gli altri, non ha il dono dell’infinitudine, della conservazione illimitata, della perdurante esistenza contro qualsiasi limite imposto al regno dell’umano. Ovidio, per bocca di un imprecisato “straniero”, a conclusione del Libro IV così riporta in relazione a Medusa, donna affascinante e terribile al contempo: «La sua fu una bellezza eccezionale e motivo di speranza e di gelosia per molti pretendenti; ma in lei tutta non ci fu una parte più bella dei capelli; ho incontrato qualcuno che diceva di averli visti. Si narra che il signore del mare la stuprasse nel tempio di Minerva: la figlia di Giove si voltò indietro, coprendosi i casti occhi con l’egida; ma, perché questo crimine non rimanesse impunito, trasformò la chioma della Gorgone in serpenti ributtanti. Anche ora, per atterrire e sbigottire i nemici, la dea porta sullo scudo stretto al petto i serpenti che fece nascere».

In qualche modo è insita, seppur celata, una forma di debolezza arcaica in Medusa, la cui sevizia sessuale sofferta ha probabilmente deviato la sua propensione sociale verso l’alterità, decidendo di attuare, parimenti alle sorelle, in maniera spregiudicata, vendicativa e molesta contro gli altri. Ma «nessuna donna è mai tanto bella/ come quando può essere fragile,/ fragile come un grappolo»[9] come scrive Morena e, in effetti, Medusa è affascinante, attrattiva e seducente ma in lei è celato il pericolo. Si faccia, però, attenzione che Medusa non dà direttamente la morte: non uccide, non trafigge, non decapita né dissangua (sorte che capiterà a lei), semplicemente opera trasformando la materia, riducendo a uno stato di inabilità e di soppressione degli istinti vitali. Il prodotto finale del suo agire, pertanto, non è il dar la morte, ma il tramutare. Nell’omonima poesia dell’autrice che dà il titolo all’intera raccolta netta e perentoria è la condanna verso l’universo maschile, patriarcale, negletto, che si è arrogato il diritto di padroneggiare su tutto. L’episodio della violenza sessuale sofferto da Medusa da derivarne – possiamo ipotizzare – oltre a un’onta corrosiva e un trauma logorante, diviene urlo carico di sprezzo: «Siate voi maledetti, uomini e divinità,/ che avete brutalizzato la mia innocenza/ quando era un soffio di grazia ineffabile,/ inginocchiata nel tempio di Atena/ a render venerazione alla sua potenza,/ ero avvolta nel vapore setoso dei miei capelli d’oro/ e non intendevo ancor ragione del perché/ la bellezza scateni implacabili vendette».

La denuncia va ben oltre ed assume una carica ancor più dirompente: non è solo l’uomo, meschino e usurpatore, ad essere imputato del peccato commesso con l’uso della forza ma anche – cosa ben più grave e ingiuriosa – la stessa Atena, divinità della sapienza, che, nel tempio dove ha dimora e dove si è svolto il misfatto, non è intervenuta per proteggere Medusa né deplora l’accaduto. Qualcosa che fa pensare alla vicenda della giovane Tamar che, stuprata con l’inganno dal fratello Amnon, nel racconto biblico non viene difesa dal padre di entrambi, il re David, che preferisce non castigare il figlio né mostrarsi solidale con la figlia. Nella Bibbia, come nei testi mitologici, lo stupro e l’incesto sono all’ordine del giorno e sono resi ancor più dolenti perché la vittima è costretta a permanere nel contesto ambientale nei quali li ha subiti, senza che vi sia una compartecipazione concreta al dolore sperimentato. Così l’autrice denuncia veemente: «Atena non sia lodata per la sua sapienza/ ma si erga trionfante come casta protettrice/ del più incallito e secolare maschilismo,/ la dea guerriera che infierisce sulla vittima/ invece di scagliarsi contro lo stupratore».

C’è in Morena Oro un’attenzione continua verso l’universo femminile, di quelle donne in qualche modo ingiustamente silenziate o tenute ai margini, di quelle donne timide e taciturne, che si sentono vulnerabili e non capite, la cui identità è scissa e percepita come problematica, non conformiste, difficilmente catalogabili, estranee, spesso, in un corpo che non riconoscono completamente. Ecco alcuni versi, che reputo di alta intensità lirica e di pregnante corporeità, di precedenti lavori della poetessa che, in chiusura, vorrei richiamare: «Siamo fatti di ferite,/ paesaggi scomposti/ di croste aride/ e abrasioni fresche,/ piaghe che il tempo non asciuga,/ infezioni arrossate che le medicine/ non possono stroncare.// …/ Siamo un planetario/ dove localizzare le nostre esplosioni»[10] e, ancora, nell’affascinante “Kintsugi”, metafora di un mondo lacerato eppure ricco ed espressivo: «Preferisco le persone rotte./Accasciate. Rappezzate./ Tenute insieme col nastro adesivo./ Amo le persone resuscitate mille volte.// […]/ Sono uguale ai perdenti nati,/ che hanno paura di tutto/ ma non si spaventano con niente».[11]

Medusa: mostro aberrante o carne dilaniata? Ecco, forse, quale potrebbe essere l’ambizione massima del filosofare d’oggi: «dissotterrare la poesia/ laddove ci sono solo sequenze».[12] Questo, nel ricordo certo eppure slavato nei dettagli, di quelle “memorie d’acqua” in cui «l’acqua on pensa,/ riflette-/ il cielo si specchia»[13], alla maniera di una formula da fare propria, scevri da briglie strette perché, per dirla con Juan Ramón Gómez de La Serna, se «l’acqua non conserva la memoria [e] per questo è così pulita», navighiamo sempre in acque fosche e dense di pulviscolo.

Lorenzo Spurio

Jesi, 17/10/2018

 

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NOTE

[1] Tale condizione è ricalcata dalla stessa autrice nella poesia che dà il titolo all’intero lavoro: «Io diversa lo fui da principio,/ di tre sorelle ero l’unica mortale,/ a me toccava, a lor differenza, d’invecchiare,/ di vivere col giogo del tempo intento/ a rosicchiare senza requie la mia beltà».

[2] Il riferimento a Ovidio non ha da esser considerato come forzato o causale. Nell’opera poetica di Morena Oro, a più livelli ed espresso in forme varie, ricorre il tema del cambiamento e della metamorfosi. In un testo poetico amoroso così si legge: «Ogni ferita col tempo/ si trasforma/ in raffinatissimo ricamo» (MORENA ORO, Memorie d’acqua, Simple, Macerata, 2017, p. 132) e in altri ancora: «Qui tutto muta ritornando sempre se stesso./ Come una fontana, zampilla, crea giochi d’acqua,/ si mescola e ritorna a zampillare./ Sempre diversa. Sempre uguale.// Tutto scorre/ ma non lo sa./ È sempre uguale/ la grande fontana della vita» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 215); «Guardare gli alberi/ è l’arte di/ osservare il mutamento» (Memorie d’acqua, Op. Cit.., p. 231), «Continue rinascite,/ laboriose metamorfosi che trasmutano/ quello che non passa in cieca esultanza» (MORENA ORO, Il sospiro di Medusa, Le Mezzelane, Santa Maria Nuova, 2018). Pochi versi più in là ci si riferisce ancora alla violenza quando l’autrice richiama l’estrema bellezza di Medusa e la carica di fascino che la sua sontuosa capigliatura trasmetteva agli altri: «Nel tempio di Atena fui concupita./ Gridai, mi negai e mi nascosi/ dietro la sua sacra effige ma quei miei capelli/ luminosi erano invitanti traditori».

[3] Tutte le citazioni da Le metamorfosi sono tratta da questa edizione: Ovidio, Le Metamorfosi, a cura di Nino Scivoletto, testo a fronte, UTET, Milano, 2005.

[4] A questo importante comparto concettuale dell’autrice, magistralmente inscenato nella suddetta performance, possiamo ascrivere l’omonima lirica, “Il mondo fluttuante”, nella quale leggiamo: «Tutto ciò che scrivo,/ ormai, sopravvive/ solo pochi momenti./ […]/ E più questa forma mi si avvicina/ più brevemente sopravvive» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 150).

[5] Un aforisma dell’autrice così recita: «Sulla sponda/ del fiume, ascolto./ L’acqua canta» (Memorie d’acqua, Op. Cit.,  p. 79). Curioso osservare che Pegaso, uno dei due figli di Medusa nato dal suo sangue che sgorga una volta che viene decapitata da Perseo, sia collegato con l’elemento dell’acqua. Nella sua etimologia più accreditata, di origine greca, “pègaso” deriverebbe da “fonte, scaturigine” e “generare” adducendo come giustificazione del termine che egli è «nato presso le fonti dell’Oceano o, perché aveva, come narra la favola, fatto con un calcio scaturire sull’Eliconia il fonte Ippocrene […] le cui acque destavano l’estro poetico in chi lo beveva» (Dal Dizionario Etimologico Online, www.etimo.it) Dalla narrazione di Ovidio, in merito alla genesi di Pegaso, leggiamo: «Mentre un sonno profondo teneva avvinte le serpi e lei [Medusa] stessa, le [Perseo] troncò il capo dal collo: dal suo sangue erano nati il veloce Pegaso alato e il fratello» (Metamorfosi, Libro IV, vv. 784-786). Al personaggio di Perseo la poetessa ha dedicato una lirica dal titolo “Perseo e lo scudo” nella cui chiusa si legge: «Quando tutto urla così silenziosamente/ sembra che esista solo l’assenza» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 22) mentre nel nuovo libro si sottolinea la sua genesi dal fluire del suo sangue per scannamento: «Perseo, ti dono tutto il mio sangue/ dal quale Pegaso si leva in volo/ risorgendo dalla mia grazia violata» (Il sospiro di Medusa, Op. Cit.).

[6]  Estratti da una conversazione privata avuta con l’autrice nei mesi scorsi.

[7] Cito ancora dalla nota che descrive il nuovo volume: «L’ingiustizia della bellezza che sfiorisce, della vita che ci segna e ci condanna in modi e condizioni che non abbiamo scelto ma che dobbiamo subire […], trovano a volte riscatto illusorio nell’accanimento contro il mostro riflesso che eleviamo a unica degna rappresentazione delle nostre paure […]. Nessun essere umano potrà mai sottrarsi al gioco degli specchi. […] Siamo chiamati a trovare il coraggio di mostrare ciò che siamo davvero».

[8] Cito dalla poesia “De Profundis”: «Scegliti la maschera per oggi./  Possiamo fabbricarne a iosa./ Tutte sono vere./ Nessuna lo è.// In profondità tutto si distorce./ Non c’è chiarore./ Nessuna ferma definizione./ La verità ama nascondersi» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 122).

[9]  Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 232.

[10] Poesia “Fiabe sfatate” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 73.

[11] Poesia “Kintsugi” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 90.

[12] Poesia “La sezione aurea del detto” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 116.

[13] Haiku contenuto in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 119.

 

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Lucia Bonanni: lettura critica a “Pensieri Minimi e Massime”, raccolta di aforismi del palermitano E. Marcuccio, già autore di “Per una strada” e “Anima di Poesia”

“Pensieri Minimi e Massime” di Emanuele Marcuccio

Saggio di Lucia Bonanni

 

L’anima del mondo ha ali

ad abbracciare il tutto.[2]

(Emanuele Marcuccio)

 

«L’aforisma è la sintetica risposta della prosa alla poesia». Ecco cos’è per me un aforisma, la prosa non è nelle mie corde di scrittura, preferisco leggerla, e l’anima dell’aforisma è la sintesi, così come lo è per la poesia ma in modi e caratteristiche differenti.[3]

 

Così afferma Emanuele Marcuccio, citando un aforisma scritto dopo la stesura di Pensieri Minimi e Massime, una silloge di aforismi e pensieri vari, scritti tra il 1991 e il 2012, a cui segue un’altra raccolta ancora inedita. Degli ottantotto aforismi già pubblicati, ben quarantotto hanno per tema la poesia ed alcuni si possono leggere anche nell’antologia del secondo premio internazionale per l’aforisma “Torino in Sintesi” del 2010. Nel 2013, una selezione di dieci aforismi dalla silloge edita, sono stati pubblicati nell’antologia della settima edizione del “Premio Nazionale di Filosofia”[4] dell’Associazione Nazionale Pratiche Filosofiche, in quanto l’autore è risultato finalista.

L’aforisma, dal latino aphorismum e dal greco antico φορισμός (aphorismòs), è una definizione, una massima, una sentenza filosofica o morale e può anche essere indicato come un ricordo, un pensiero, un assioma, un’antonomasia, una distinzione e un avvenimento. Alcuni autori del XX secolo ne diedero definizioni fantasiose come ad esempio: “frantumi”, “fosforescenze”, “barche capovolte”, “fuochi fatui”, “errori”, “schegge”, “minime”, “scorciatoie”, facendo coincidere il carattere metaforico dei pensieri con le caratteristiche strutturali degli enunciati e cioè i temi, i modelli e lo stile. Le tematiche più comuni degli aforismi sono: i vizi e le virtù degli uomini, l’etica, l’arte, il tempo, la filosofia; i modelli possono essere il dialogo, il racconto, la citazione, il saggio e l’uomo mentre lo stile si basa per lo più sulla brevità, sul poco e buono e su quel solo fiore che è da preferire alla moltitudine. La nozione di “aforisma cancrizzabile” appartiene ad Umberto Eco (1932 – 2016) che la fa derivare dal cancer latino, cioè “granchio”, ovvero che un certo tipo di aforisma può essere accettato sia nella sua forma usuale che in quella reversibile e rovesciata, come ad esempio possono essere il soggetto e il complemento; tale ottica, però, non prevede forme di conoscenza, ma soltanto espressioni sagaci.

D’altra parte, come scrive il critico letterario Luciano Domenighini, negli aforismi di Marcuccio “[i]l tono è austero, lontano dall’ironia, dal gusto per il paradosso, dal compiacimento per il calembour. Gli enunciati sono sentenziosi e lapidari, eppure spesso pervasi da una mitezza d’animo, da una fede, da un candore, che in qualche modo ne temperano il taglio perentorio e apodittico”[5]. I temi trattati dal Nostro sono: il dolore, i sentimenti, l’amore, gli aspetti sociologici, il tempo, la felicità, le riflessioni filosofiche, la letteratura, l’arte in genere, la musica e la poesia che è il tema portante dell’intera raccolta; lo stile varia dalla brevità dell’enunciato alla forma dialogica, dalla citazione concisa alla struttura minimale del saggio oppure possono essere presenti “frantumi, schegge e scorciatoie” che l’autore adotta per fermare i pensieri come usa fare per la poesia la cui ispirazione è talmente inattesa e fuggitiva che necessita di essere fermata, appuntata, anche su uno scontrino della spesa ovvero su un qualsiasi foglio di carta oppure, sul biglietto del tram e la carta delle cartucce, come invece erano soliti fare rispettivamente Montale e Ungaretti.

«[L]’intento della poesia è sempre quello di celebrare, costruendo un’architettura di parole nei più vari registri, dai più intimistici e introspettivi ai più altisonanti»[6].

Quindi la poesia è per Marcuccio un canto dell’anima creato con le parole, una “architettura perfetta” che esprime il paesaggio interiore di quanti fanno dell’arte poetica non un freddo artificio, bensì una rappresentazione artistica che eleva, purifica e libera lo spirito dalle nebulose del vivere. Lo sguardo attento del Nostro si posa all’interno del sé e fuori dal sé, portando l’autore a guardare al di là della folla indistinta dei pensieri e “[…] lungo [i] vicoli antichi[7] dove ristagnano i mali del mondo. La cognizione etica, le continue riflessioni morali e la connaturata capacità di trasporsi nell’altro tengono Marcuccio, che “[…] non è solo un cultore di sogni[8], ben ancorato alla realtà, un filtro atto a vagliare emozioni e sentimenti per dire che “[i]l dolore è come il mare, nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante[9].

L’attitudine empatica, il senso morale, il sentimento di misericordia e il rispetto per il prossimo nella sintesi dimostrativa di ciascun aforisma, sono rivolti a chi è vittima delle calamità naturali, delle azioni belliche come pure delle varie forme di violenza. Ecco allora che la vista dei “Corpi dispersi,/ corpi ritrovati/ vivi e feriti,/ che si perdono nella massa informe[10], le crude notizie della guerra che tutto distrugge e “Muta/ una nobile famiglia/ e rimane, muta/ divisa/ al presente…[11], e la consapevolezza che, allorché “[…] annotta la notte/ e profonda si inerpica/ su per le ore// [e in] quella nona vigilia/ che si perde[12] possono accadere tragedie come quelle avvenute negli ultimi tempi, provoca in Marcuccio profonda commozione. Per questo egli cerca di sublimare il dolore provocato da tali vicende, attraverso l’introspezione e la trasfigurazione degli eventi con la scrittura poetica, un’ispirazione che spesso si rivela “[…] breve, fuggitiva e svelta[13] per cui il compito che si dà come poeta, è quello di “[…] afferrarla e trattenerla stretta al proprio cuore[14].

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Il Nostro non è mai persona giudicante, mai si lascia condizionare dalle mode, dal consumismo oppure dal marketing. Nel pieno rispetto dell’unicità della persona sa bene che ciascun essere umano è “un mistero a se stesso[15] e, quando le avversità arroventano l’animo e impediscono l’andare e i pochi “[…] attimi di felicità si perdono nella nebbia del tempo[16], egli si rivolge alla “[…] poesia [che] è voce nel silenzio e visione nel buio[17] palesando così “le fondamenta cattolico-religiose del [suo] pensiero […] e il suo amore verso il radicamento regionale, la terra natia, esplicitato nell’aforisma dedicato ai dialetti”[18].

La linguistica indica per “dialetto” una varietà di una lingua dominante o “lingua tetto” come si definisce in sociolinguistica. Il dialetto è una lingua autonoma con caratteristiche territoriali, non subordinato alla lingua ufficiale, anche se possono verificarsi alcune somiglianze e, secondo alcuni linguisti, risulta essere il mezzo più antico di comunicazione da cui si è poi sviluppata la lingua madre. Seguendo tale logica formale, le lingue neolatine non sarebbero altro se non dialetti della lingua latina come il greco moderno dal greco antico, come le lingue creole sono derivazioni dall’inglese. Il criterio tassonomico usato per distinguere i vari dialetti di una lingua, è anche quello della suddivisione in rami secondari, maggiormente presenti nelle lingue neolatine come ad esempio l’italiano e lo spagnolo che presentano caratteristiche scambievoli che invece non possiede la lingua francese dove la trama evolutiva è stata più rapida. Come sinonimo della parola “dialetto”, è spesso usato il termine “lingua vernacolare”, una parlata circoscritta ad una realtà geografica e maggiormente usata dal popolo. Le minoranze linguistiche come il sardo, il friulano, il catalano, non sono invece definiti come dialetti ma come “varianti”. Sono vere e proprie varianti dell’italiano le parlate toscane e il romanesco oltre alle forme delle parlate regionali che nel lessico, nella sintassi, nell’intonazione, negli accenti e nel ritmo si conformano ai dialetti locali e alle lingue minoritarie.

Nel sistema linguistico dialettale si denota e si connota l’identità di un popolo che per la comunicazione interpersonale usa la medesima lingua. Marcuccio sa valorizzare in maniera assai pertinente sia il proprio dialetto sia il dialetto di altre regioni, logica esplicitata nell’aforisma che riguarda i dialetti: «Non rinneghiamo mai il nostro dialetto. Chi rinnega il proprio dialetto, ha rinnegato la terra che lo ha generato, ha rinnegato le proprie radici culturali»[19].

Nella silloge del Nostro trovano spazio anche aforismi riguardanti le tematiche sociali, come la vigorosa protesta contro le forme tentacolari della burocrazia e gli accadimenti allarmanti della quotidianità: «Cupo è il nostro tempo, cupa è la scena di questo mondo e il nostro sentire in una tempesta si inabissa»[20].

Amara è la constatazione di Marcuccio con la sensata presa di coscienza di quanto accade nel tempo e nella dimensione etico-sociale che talvolta risucchiano l’individuo tra le spire di una convulsa voragine. In un percorso à rebours, cioè a ritroso, all’interno dell’aforisma citato, si ritrova il germe corrotto della guerra civile spagnola che nell’agosto del ‘36 fu causa del crudo assassinio del poeta Federico García Lorca (1898 – 1936) al quale il Nostro dedica un ciclo di quattro omaggi poetici. “A strapiombo sul mare/ si staglia l’ombra/ d’un’alga rinsecchita,/ l’ombra d’un orizzonte/ chimerico[21]. Le immagini assai sintetiche ed essenziali evocano la realtà desolata della guerra dove tutto assume sembianze di precarietà e l’esistenza è relegata sul bordo spigoloso di uno strapiombo. In questo caso la contaminazione di senso può riguardare stati del sé psichico che cerca di ritrovare identità e quiete tra le trame di stati d’animo rinsecchiti, poggiati sul limitare dell’inquietudine.

[Tra] ammassi/ informi/ tesi all’invero limite[22] di un mondo totalmente avverso, l’uomo è soltanto un robot che cerca di sottrarsi alla realtà dei fatti e ormai privo anche degli ultimi pensieri smette anche di lottare perché il suo “[…] sogno elettrico/ è morto per sempre[23].

L’estetismo del Nostro, che è simile ad un desiderio di “Eternità […] dove passato, presente e futuro si fondono in un eterno presente[24], non si mostra con un atteggiamento riconducibile a vuoti formalismi oppure ad un modo di essere che sente la vita come culto esclusivo del bello. Il suo pensiero si volge alla creazione artistica e al gusto del bello, però non si perde in preziosismi di maniera e neppure manifesta la tendenza alle suggestioni formali; la sua teoria estetica privilegia virtù e valori morali, giungendo ai principi di verità con forme di realismo che contemplano la vita, la natura e la bellezza. Nel proprio percorso il Nostro non rinuncia alla fantasia per dare maggior spazio al tangibile, ma la modella in un continuum di ordine ed equilibrio, propri dello spirito apollineo. Secondo il suo pensiero, come ben enuncia nell’aforisma diciotto della silloge a pagina dieci, la cultura non è semplice erudizione, bensì un’entità viva e vibrante, generata dalla riflessione e da buoni lettori. La parola “cultura” contiene tutto ciò che si può coltivare e raccogliere e i buoni libri sono i suoi frutti più dolci e nutrienti. Infatti, “Nelle arti, come nella vita, se c’è spontaneità, c’è anche personalità[25] e negli scritti di Marcuccio la spontaneità è frutto dell’ispirazione mentre la sua personalità umana e artistica deriva dall’educazione ricevuta, un dettato etico che sempre mira alla speranza, “[…] alla gioia, alla concordia e alla pace” così come si evince dall’aforisma numero sette a pagina otto, sia da un’ampia conoscenza che non è “sterile costruzione”, ma un sapere interiorizzato e lungimirante che riesce a dare “[…] voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori, alle sue speranze [per] immergersi in un mondo lontano ma allo stesso tempo vicino ai nostri sogni, alle nostre speranze, ai nostri dolori[26].

Oltre che della poesia, Marcuccio si rivela attento cultore della musica, strumento culturale in grado di offrire la possibilità di intuire e comprendere la bellezza infinita dell’universo. La musica è una forma d’arte universale che muove le vibrazioni dell’anima e “nella sua grandezza e profondità” sa evocare sentimenti e ricordi. Neppure l’avanzata sordità poté impedire a Beethoven, “artista eroico” e geniale, di poter continuare a sentirla nelle profondità della propria anima. “Architettura perfetta/ note che si appaiano/ l’une per l’altre/ armonia infinita/ che nel basso si dilata/ e lontano/ la sua musica profonde[27]. Nei versi dedicati a Johann Sebastian Bach (1685 – 1750), un ruscello dalle infinite armonie, in modo conciso ed assai esplicativo Marcuccio evidenzia quelle che sono le caratteristiche dello stile musicale del compositore e musicista tedesco, uno dei più grandi geni della musica, che si distinse tra i contemporanei per la complessità armonica, l’invenzione del contrappunto e la sintesi tra lo stile tedesco e quello italiano. Per il Nostro la musica è un rincorrersi di note in “tersa armonia azzurra/ [e un] cantico in lontananza// [che] prorompono con impeto/ nella levità e nel sublime[28].

Se per Marcuccio “La poesia è anima che si fa parola”, come afferma nell’aforisma sessantatré a pagina diciannove, l’amore è l’unica arma che ciascun individuo ha a disposizione per combattere il dolore e la fragilità del cuore, incapace di perdono. Nell’intento di giustificare i propri fallimenti, l’uomo accusa sempre qualcun altro e nel suo “agire insensato” non considera che l’amore, come purtroppo spesso accade, non è soltanto fisicità, ma dialogo e “reciproco dono”: «Dolcezza, amore mio,/ hai avuto di me pietà!/ […]/ Come ho potuto essere/ così cieco,/ così sordo all’amore/ […]/ Come il vento soffia impetuoso/ e pieno d’ardore il sorriso d’aprile/ desta il tuo cuore all’amore,/ così, io voglio proclamare/ il mio nome a te:/ sorriso, incanto dolce e soave!/ […]/ Oh, amore mio, che gioia!/ Chi di me è più felice?»[29].

In riva al fiume tra il folto della selva, Sigurdh, il guerriero normanno, e Halldóra, la giovane indigena islandese, figlia del capovillaggio Ragnar, si promettono amore eterno, un sentimento che dopo ostacoli e preoccupazioni sarà benedetto da un prodigio inatteso di “[…] scie di nuvole/ luminose [che]/ scendono/ come sangue/ sulla terra…[30]

La speranza, la gioia, la concordia, la generosità e la pace sono sentimenti veraci che il Nostro coltiva con sincera spontaneità e in essi scopre e ravviva quel senso di empatia con l’altro dal sé e “[s]pesso il poeta raccoglie sogni che altri hanno disperso[31] e li fa rivivere in momenti diversi, ma non come fa un “ipocrita” (nell’accezione etimologica di “attore”) che si toglie la maschera e smette di recitare, come enuncia nell’aforisma sedici[32] di pagina nove: «Gli amici si mostrano tali nel momento del bisogno, gli ipocriti, invece, si tolgono la maschera e smettono di recitare».

Nella parte più recondita e profonda della propria anima, il Nostro trae veri tesori di poesia e nel movimento altalenante delle emozioni si comporta al pari di “[u]n fotografo [che] coglie un attimo di realtà imprimendolo nella pellicola[33].

Dall’idea di affinità elettiva e condivisione artistica, Marcuccio fa scaturire e promuove “Dipthycha”, un fortunato ed innovativo progetto culturale, iniziato con dittici “a due voci”[34] e continuato anche con trittici “a tre voci”; corrispondenze empatiche dove gli autori sono accomunati da “affratellamento, […] poetica consanguineità [e] l’impiego del metodo induttivo (dal particolare al generale) permette al Nostro di analizzare con onestà intellettuale i testi, nella loro individualità, e al contempo di introiettarli nello sterminato prato della sua mente poetica intuendo una scintilla, un richiamo, accogliendo il potere illuminante di un’epifania, assodando il pensiero di una effettiva carica empatica che si instaura tra testi diversi”[35]. Il progetto “Dipthycha”, avviato nel 2013, vede la pubblicazione di ben tre volumi di antologie poetiche e si appresta alla pubblicazione del quarto mentre è già avviata la raccolta di materiale per un quinto volume, sempre tenendo conto delle varie relazioni emozionali in una comunicazione empatica di significanti e poetiche affinità elettive. “Odo voci/ con volti/ senza volti/ che cercano/ esplorano[36], “Questa corrispondenza/ d’amorosi sensi,/ questa corrispondenza/ d’umano sentire,/ senza reale presenza,/ in questa telepresenza”[37]. Ed è proprio tale corrispondenza emozionale, il fulcro di ciascun dittico dove non esiste nessuna pratica imitativa di scrittura in quanto ciascun autore resta aderente al proprio modo di essere e al proprio modo di intendere e di fare poesia. Però, come scrive Marcuccio in nota alla Introduzione a Dipthycha 3, “[i]l tema comune, da solo, non fa un dittico a due voci, ci vuole altro, sarebbe troppo facile[38]; occorre, invece che si instauri una «“dittica” corrispondenza/comunicazione, anche se in toni diversi, anche se in tempi diversi, dando così vita a un dittico a due voci»[39].

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Emanuele Marcuccio, autore della raccolta di aforismi “Pensieri Minimi e Massime” oggetto di studio di questa lettura critica a cura di Lucia Bonanni

Forte di variegate competenze culturali e sensibilità umana e artistica, il Nostro si attiva affinché la voce della sua poesia non sia mai isolata e dipendente da schemi precostituiti, ma cerchi sempre di emozionare il lettore in modo che possa richiamare “l’obliato proprio sé fanciullo[40] e sia in grado di strutturare uno spazio comunicativo con l’autore, un momento che sia ascolto e non silenziosa lettura. Nei propri versi Marcuccio ricrea atmosfere classiche con archetipi di donne oltraggiate e uomini che le proteggono dagli abusi, definendo negli aforismi l’istruzione e la cultura come mezzi per sfuggire ad ogni forma di violenza. Nelle sue poesie sono presenti personaggi della classicità e dei vari ambiti culturali, riferimenti ai corpi celesti e ai fenomeni naturali, alle fasi del giorno, agli ambienti e agli animali e non ultimi gli affetti più cari. L’autore non inizia a scrivere, se non a seguito di un’ispirazione che lo raggiunge improvvisa, altrimenti preferisce lasciare il foglio bianco e attendere il momento magico che vede giungere la “capricciosa padrona”, che gli fornirà quel “primo fuoco d’ispirazione” su cui andrà a creare.

In un recente aforisma, Marcuccio rivolge la sua attenzione al rapporto controverso tra l’io lettore e l’io autore, un pensiero denso di significati: «Un autore non è mai completamente soddisfatto di ciò che ha scritto. Chissà, forse il lettore vorrebbe prendere il sopravvento sull’autore, ma alla fine quest’ultimo gli fa capire chi governa la “baracca”. Se ogni volta fossimo completamente soddisfatti, smetteremmo di scrivere» (aforisma inedito sessantasei). “Un poeta soddisfatto non soddisfa”, dichiara Mário Quintana (1906 – 1994), abile poeta di lingua spagnola; in qualche modo è necessaria questa insoddisfazione che sfocia nel desiderio di migliorarsi e fare sempre meglio, di contro ci sarebbe soltanto boria e presunzione.

Secondo Marcuccio la cultura è un divenire continuo perché essa è un’entità viva e i suoi frutti più succosi, oltre ai buoni libri, sono l’autonomia di pensiero, la libertà nel saper esprimere le proprie opinioni, lasciando da parte i vari casi di condizionamento ed essere parte attiva del tessuto sociale, tutto nel rispetto di se stessi e degli altri. Quindi, anche a supporto delle altre arti, è “[l]a letteratura [che] dà voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori, alle sue speranze e, leggere un classico significa immergersi in un mondo lontano ma allo stesso tempo vicino ai nostri sogni, alle nostre speranze, ai nostri dolori[41].

Con la scrittura del dramma epico in versi liberi, Ingólf Arnarson, Marcuccio esprime un ideale allegorico di libertà con rimandi all’argomento storico-fantastico e all’ambiente fascinoso dell’antica Thule, l’attuale terra d’Islanda. Il viaggio compiuto dal “gran drakàr” verso la “baia del fumo”, la moderna Reykjavík, può essere interpretato come un viaggio all’interno di se stessi in un percorso di redenzione, attuato con l’esplorazione del proprio essere in una dimensione parallela alla realtà e completata alla luce della fede. Infatti, così scrive Marcuccio nei suoi aforismi: «Ognuno, per sua natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé, alla continua ricerca della felicità [mentre] il cuore […] è sede degli affetti [e] da questo profondo abisso, i poeti traggono tesori e, a questo dolce vento affidano ogni loro pena»[42].

È dal proprio cuore che il Nostro trae la scrittura dei 2380 versi che compongono il dramma epico, inteso quale sintesi di un messaggio di speranza che l’autore ha voluto lanciare per “[…] commuovere cuori di pietra in un’alba d’amore, di pace e libertà[43].

In questo nostro tempo distorto e travagliato, saper riconoscere le proprie mancanze, le proprie debolezze e i propri errori e riuscire a superare disagi e incomprensioni, conduce alla riflessione individuale che porta al superamento del dolore e allontana dalla disperazione. Tale atteggiamento definisce un modo di comunicare tra individui che si denota quale espressione di umana solidarietà e, pur restando sempre se stessi, permette di procedere fianco a fianco e condividere i problemi e le insoddisfazioni derivati dalla non linearità delle Istituzioni in quanto “Lo stato non fa altro che importunarci con la sua fastidiosa e puntigliosa burocrazia che, non fa altro che pungerci e importunarci come uno sciame d’insetti[44]. Pertanto, come suggerisce Marcuccio, sarebbe auspicabile ed opportuno che gli artisti, e con essi anche gli insegnanti, riuscissero a costruire una corrispondenza relazionale di “stima reciproca” ed essere ribelli come lo è il fuoco nel contrastare i canoni velleitari dei burocrati, tracciando ben definiti confini culturali entro i quali muoversi in piena autonomia – “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” recita l’articolo 33 della Costituzione italiana – distinguendosi dalla massa che è solo apparenza, facendo dissolvere anche “le nebbie del pregiudizio” legati all’istruzione, evitando di essere risucchiati dalla “cupa […] scena di questo mondo”. “La libertà, per sua definizione, si oppone ad ogni azione o sentimento di intolleranza o prevaricazione sull’altro, come quello del razzismo, della xenofobia, dell’omofobia, dell’offesa contro ogni fede, perché non si giunga al suo contrario: la schiavitù” enuncia Marcuccio nell’aforisma inedito sessantaquattro.

I concetti espressi dal Nostro si allacciano ad altri enunciati aforistici in una circolarità logica e formale per cui “la raccolta in questione rifugge nella maggior parte dei casi un sentimento cupo o crepuscolare per manifestarsi, invece, come un vigoroso proclama che celebra il potere della parola”[45]. Una parola che può diventare di seta, se il poeta nella sua visione sa cogliere l’attimo fuggente dell’ispirazione e promuovere immagini di levità e suggestione armonica: «Di seta/ la parola// di poesia/ l’anima mia// investe il verso/ e para/ i colpi// verga/ veloce il rigo/ leggero// pieno»[46]. Un componimento, questo, in cui l’essenza delle immagini è la parola nel suo fluire simbolico, mentre l’elegante musicalità dei versi, lo stile edotto e originale, sono elementi che danno voce all’ampia gamma di stati d’animo e riflessioni profonde come più volte accade nelle “scorciatoie” ben orchestrate dei suoi aforismi.

LUCIA BONANNI

San Piero a Sieve (FI), 10 agosto 2018

 

NOTE

[1] Emanuele Marcuccio, Pensieri Minime e Massime, Prefazione di Luciano Domenighini, Postfazione di Lorenzo Spurio, con una nota di “Introduzione alla Poesia” dell’Autore, Photocity, 2012, pp. 47.

[2] Op. cit., aforisma n. 32, p. 12. Già edito, in AA.VV., Antologia del premio internazionale per l’aforisma “Torino in Sintesi”. II edizione – 2010, Joker, 2010, p. 85.

[3] Emanuele Marcuccio, in “Intervista ad Emanuele Marcuccio”, in Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi, PoetiKanten, 2015, p. 254.

[4] AA.VV., Le figure del pensiero. Aforismi, haiku, paradossi, epitaffi, Sillabe di Sale, 2013.

[5] Luciano Domenighini, Prefazione a Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, p. 1.

[6] Emanuele Marcuccio, Introduzione alla poesia, in Op. cit., p. 31.

[7] Id., da “Emanuele Marcuccio (Acrostico)”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 22.

[8] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, da aforisma n. 40, p. 14.

[9] Ivi, aforisma n. 1, p. 7.

[10] Id., da “Per i terremotati d’Abruzzo”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 18.

[11] Ivi, da “Muro, che ti discosti…”, p. 36. Già edita, in AA.VV., L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012), a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, Kairòs, 2013, p. 585.

[12] Emanuele Marcuccio, da “A notte”, in AA.VV., Nelle ferite del tempo. Poesia e Racconti per l’Italia, a cura di Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio, Photocity, 2016, p. 74.

[13] Id., Pensieri Minimi e Massime, da aforisma n. 27, p. 11.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, da aforisma n. 23, p. 11.

[16] Ivi, da aforisma n. 26, p. 11.

[17] Ivi, da aforisma n. 65, p. 19. Ri-edito, in AA.VV., Le figure del pensiero, Sillabe di Sale, 2013, p. 26.

[18] Lorenzo Spurio, Postfazione a Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, p. 27.

[19] Op. cit., aforisma n. 20, p. 10.

[20] Ivi, aforisma n. 42, p. 15.

[21] Id., “Distanza: Quarto omaggio a García Lorca”, in Visione, in AA.VV., I grilli del Parnaso, PoetiKanten, 2016, p. 82. Già edita, in Id., Per una strada, SBC, 2009, p. 91.

[22] Id., da “Carpe”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 42.

[23] Id., da “Ultimi pensieri di un robot”, in Per una strada, SBC, p. 71.

[24] Id., Lo stupore e la meraviglia. Aforismi e pensieri (silloge inedita), da aforisma n. 23, già pubblicato sul sito dell’autore al link “www.emanuele-marcuccio.com/antologia-aforismi”.

[25] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, aforisma n. 14, p. 9.

[26] Ivi, da aforisma n. 4, p. 7.

[27] Id., “Bach”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 32.

[28] Id., da “Musica lontana”, in Per una strada, SBC, 2009, p. 83.

[29] Id., Ingólf Arnarson. Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti, Le Mezzelane, 2017, atto II, scena II, vv. 171-172, 183-185, p. 78; vv. 197-202, p. 79; vv. 227-228, p. 80.

[30] Ivi, atto V, scena unica, vv 104-108, p. 159.

[31] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, da aforisma n. 31, p. 12.

[32] Come scrive l’autore in nota all’aforisma, “il termine ipocrita è […] usato in senso etimologico, dal greco ποκριτής (iupokrithés) ossia attore”.

[33] Op. cit., da aforisma n. 88, p. 24.

[34] Con felice accezione, per distinguerlo dal dittico poetico classico, che invece è scritto da un solo autore, così ha definito il dittico a due voci il nostro autore: “Una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica”.

[35] Lorenzo Spurio, Postfazione. Risonanze empatiche, lʼesperienza del “dittico poetico” di Emanuele Marcuccio a AA.VV., Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, a cura di Emanuele Marcuccio, PoetiKanten, 2016, p. 143.

[36] Silvia Calzolari, da “Vita parallela”, in Op. cit., p. 16.

[37] Emanuele Marcuccio, da “Telepresenza”, in Op. cit., p. 18. Già edita, in Id., Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 26.

[38] Id., Introduzione a AA.VV., Dipthycha 3, nota n. 2, p. 7.

[39] Op. cit., p. 7.

[40] Id., da “Sé e gli altri”, in Per una strada, SBC, 2009, p. 68.

[41] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, aforisma n. 4, p. 7.

[42] Op. cit., da aforisma n. 77, p. 22; da n. 83, p. 23.

[43] Id., Introduzione a Ingólf Arnarson. Dramma epico in versi liberi, Le Mezzelane, 2017, p. 22.

[44] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, aforisma n. 37, p. 13.

[45] Lorenzo Spurio, Postfazione a Op. cit., p. 28.

[46] Emanuele Marcuccio, “Di seta”, in AA.VV., Soglie, Limina Mentis, 2016, p. 124. Ri-edita, in AA.VV., Dipthycha 3, PoetiKanten, 2016, p. 54.

 

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Il n°27 della rivista di letteratura “Euterpe” dedicato a “profili ed esperienze femminili nella storia, letteratura e arte”

Dopo la recente pubblicazione del n°26 della rivista di letteratura online “Euterpe” che proponeva quale tematica “Emigrazione: sradicamento e disadattamento”, contenente pregevoli contributi critici e non solo tra cui brani di Mario Vassalle, Asmae Dachan, Rosa Elisa Giangoia, Maria Grazia Ferraris, Paolo Saggese e Valtero Curzi. 

La Redazione della Rivista ha diffuso nelle ultime settimane il comunicato relativo alla raccolta di materiali per il prossimo numero della rivista. Il nuovo numero monografico sarà aperto a contributi appartenente ai vari generi (aforismi, poesia, haiku, narrativa, saggistica, critica, recensioni, interviste) che abbiano relazione con il tema di riferimento: “Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella storia, letteratura e arte”. Sarà l’occasione per approfondire le esperienze umane e gli itinerari culturali di poetesse, scrittrici, donne di scienza, eroine e di altre donne che, a loro modo e nei relativi campi d’appartenenza, si sono distinte in maniera rimarchevole. Nel banner che identifica l’invito a prendere parte al nuovo numero figurano i volti di alcune celeberrime donne della letteratura: la poetessa lombarda Antonia Pozzi (1912-1938), suicida giovanissima, la scrittrice sarda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926 Grazia Deledda (1871-1936), la romanziera modernista Virginia Woolf (1882-1941), punta di diamante della letteratura contemporanea e la pacificante poetessa americana Emily Dickinson (1830-1886).

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I materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 15 Luglio 2018 alla mail rivistaeuterpe@gmail.com attenendosi alle “Norme redazionali” della rivista che sono consultabili cliccando qui.  Su Facebook è già presente il relativo evento Facebook che si può seguire, anche per rimanere aggiornati sullo svolgimento della selezione, per raggiungerlo, cliccare qui.

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“L’impudicizia dell’anima” di Letizia Tomasino, recensione di Francesca Luzzio

downloadAforismi, poesie in un continuum emotivo-razionale che mette a nudo, senza pudicizia, l’anima di Letizia Tomasino. Il titolo della raccolta, L’impudicizia dell’anima (2017), stupisce e incuriosisce il lettore, inducendolo a congetturare contenuti scandalosi, osceni, ma di fatto, se il lettore si accosta all’opera con tale curiosità, alla fine resta profondamente deluso perché di fatto l’impudicizia a cui allude la poetessa-scrittrice è soltanto l’apertura totale del cuore e della mente, la schiettezza  con cui si pone di fronte a se stessa e alla realtà, ai problemi dei nostri tempi, ora esponendo  il suo sentire, quale, ad esempio, l’amore per il suo uomo (“Quannu mi chiami “Amuri” io mi sentu ricca,/nu  tantu di ricchizzi dila terra/quantu di sentimenti e cosi duci”; in “Beddi paroli”, p. 24) o l’amarezza del suo abbandono (“Fino a ieri ero la tua stella, il tuo sole, il tuo tutto/e adesso mi butti via come si buttano delle ciabatte” in “Bugiardo amore”, p. 8), ora, facendo le sue riflessioni su tematiche etico-morali, quali la carità, la misericordia che dovrebbero caratterizzare i nostri comportamenti, a prescindere dalle religioni praticate e dall’epoca in cui si vive, perché espressione di civiltà e umanità. Così di fronte ad alcuni eventi tipici dei nostri tempi, ma anche ricorrenti nella storia dell’umanità, quale, ad esempio, l’emigrazione, la poetessa Tomasino si rivolge all’immigrante con questi versi: “inutilmente cavalchi l’onda,/la  stessa che ti ricopre/Fuggi dalla tua terra/e sei merce in mano/a gente senza scrupoli/…smarriamo memoria di avi, migranti anche loro, come voi/…” in “Migranti”, p. 34).

Non stupisca neppure la connessione degli attributi “emotivo” e “razionale” perché l’autrice compone esprimendo i suoi sentimenti e le sue emozioni, ma anche proponendo il suo punto di vista razionale, in una miscela in cui i due elementi si equilibrano, considerato che il razionale è condizionato dai principi etico-morali che costituiscono il presupposto della nostra essenza, insomma, come in un particolare e personale processo dialettico di stampo hegeliano (tesi: ragione; antitesi: emozione, sentimento), l’autrice perviene a una sorta di sintesi superiore che si chiama  “Poesia”.                                                                                                                     

Questa liberamente si espande nei versi che progressivamente propongono  tematiche esistenziali, connesse, come già si è rilevato, al suo presente o ai propri personali ricordi (“Avresti potuto amarmi per come meritavo/avresti potuto darmi il bene che cercavo/Scusami tanto papà Se non mi hai capito, te lo dirò nell’altra vita oppure all’infinito” in “Papà”, p.87), ma pure a tematiche relative all’uomo in quanto tale (“Non esiste prigione peggiore per l’uomo/ che l’essere schiavo del suo corpo e del tempo,/ma anche delle malattie che angosciano/la mente” in “Prigione”, p. 29),  con un percorso che, in modo spontaneo e semplice, scivola nel sociale, al nostro ieri e ai nostri amari tempi. (“Una valigia è di cartone se il suo contenuto/sa di rassegnazione ed emigrazione./L’emigrante…/Torna, ogni tanto, a visitare il paesello/vedendolo sempre come un gioiello” in “La valigia”, p. 54).

I versi poi diventano aforismi, quando Letizia Tomasino con saggezza ci detta massime, fa osservazioni che sanno di sapienza di vita, fondata sulla conoscenza della grandezza e della miseria umana e, proprio per questo, sa anche farci sorridere quando corona le sue riflessioni con le conclusioni a effetto, con l’ironia, talvolta amara: “Credo che molte persone invece di parlare di tutto senza saperne nulla, potrebbero limitarsi a parlare del nulla di cui sanno tutto!” (in “Parole vuote”, p. 59). Molti aforismi, oltreché per il loro contenuto, si caratterizzano anche per il lirismo che li pervade e, pertanto, li rende associabili alle poesie che ad essi si alternano.                   

Il lessico semplice, ma semanticamente pregnante sia nelle liriche in italiano, sia in quelle in dialetto siciliano, la versificazione libera, pur nella presenza di rime (“ ….difetto/ …/ …petto” in “Cuore mio”, p. 23),  assonanze (“…sguardo/ …/ …passo”, idem), consonanze (“… sera / …amore”, in “Notte stellate”, p. 31), come anche le figure retoriche, quali anafore (“se ti cerco…/ se mi vieni…\ se percorro…” in “Nostalgia”, p.30), metafore (“Mi bevo a piccoli sorsi il tuo sorriso” in “Bevanda amara”, p. 39) etc…, avvalorano ulteriormente “l’impudicizia dell’anima” di  Letizia Tomasino.

FRANCESCA LUZZIO

 

L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

 

Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

“Scrivere significa vincere il tempo”, il volume antologico di testi per ricordare la giovane Sara Iommi

Venerdì 23 dicembre alle ore 17:30 presso la Biblioteca Comunale di Agugliano (AN), recentemente dedicata alla memoria della giovane intellettuale Sara Iommi, si terrà la presentazione di un volume fortemente voluto dalla sua famiglia per ricordarla. Libro nel quale la casa editrice Italic Pequod di Ancona ha pubblicato una serie di testi, commenti, riflessioni e appunti che la ragazza, grande amante della letteratura e della cultura locale, ha lasciato.

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Sara Iommi

Così si definiva la giovane Sara Iommi sul seguito sito internet da lei curato, deceduta all’età di trentatré anni lo scorso giugno a seguito di un gravissimo incidente stradale che l’ha strappata a i suoi cari e a quanti l’hanno entusiasticamente conosciuta: Marchigianetta trapiantata (dolorosamente) in Emilia. Bibliofila, gattofila, lunatica, curiosa, nomade. Comunista. Coraggiosamente fragile. Apparentemente semplice. Un po’ martire come tutte le donne. Trafficante di sogni, stupratrice della penna (o della tastiera)”.

Appena un anno prima aveva conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Bologna con una tesi dal titolo “La rappresentazione cinematografica del mondo agropastorale nel documentario corto italiano (1939-1969)”. Nel corso degli ultimi due anni lavorò presso l’ E.C.Co. (EASTERN COLLEGE CONSORTIUM) di Bologna, un consorzio di Università americane (Vassar College, Wellesley College e Wesleyan University) dapprima come istruttore amministrativo poi come docente del corso “Il mondo che abbiamo perduto. L’Italia degli anni Cinquanta tra cultura tradizionale e modernità”.

Numerose le sue pubblicazioni in volumi antologici: i saggi “La rappresentazione cinematografica delle donne nel mondo contadino dell’Emilia Romagna”; “Della fine di un mondo. Vittorio De Seta”, “Presupposti per una formazione dell’audiovisivo a partire dall’ambientazione filmica”, “The Film’s setting. Notes for a pedagogy of the space/environmental functions of film”, oltre ad alcuni racconti.

Vari i riconoscimenti e le segnalazioni ottenute in numerosi premi letterari nazionali tra cui per il racconto tra cui al “Corto letterario e l’illustrazione” di Varese, al Premio “Uscita di sicurezza” di Lucca, al Premio “Città di Melegnano” e la nomina di “Aguglianese per la cultura” per meriti di produzione narrativa.

Durante la presentazione del volume Scrivere significa vincere il tempo, patrocinata dal Comune di Agugliano, interverranno il giornalista Rai e scrittore Giancarlo Trapanese, Lucia Tralli e Gabriele Ponzi.

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“Fragile come un fiore di cristallo” di Annalena Cimino, recensione di Lorenzo Spurio

Annalena Cimino, Fragile come un fiore di cristallo. Poesie e Aforismi, Intermedia Edizioni, Orvieto, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio 

14322398_968626626616905_5088924773168214516_nLa nuova pubblicazione di Annalena Cimino è la naturale prosecuzione del suo primo libro, L’amante della luna, pubblicato nel 2015. Prosecuzione che non sottende a una vera e propria evoluzione tematica e stilistica e che, piuttosto, si attesta come felice continuazione dopo il breve intervallo nel quale la poetessa ci ha lasciati soli per un periodo di tempo abbastanza lungo. A renderci conto che Annalena prosegue nel suo modo di poetare chiaro ed avvolgente, carico di simbolismi e pregno di presenze naturali, è la lirica d’apertura intitolata “La passione della luna”. Si riallaccia, così, un profondo legame a quel lungo filo che la Nostra ha gettato con la prima pubblicazione dove la luna quale presenza, tema, ossessione, immagine, proiezione, entità e presenza animica e misterica, costituiva il collante principale.

Le tematiche sono quelle care e al contempo cementizie della poesia di stampo classico: l’amore e l’abbandono, la lontananza e la solitudine, il desiderio e il canto alla natura, il destino e il tempo, l’universo dei ricordi, la memoria che riaffiora, la nostalgia, l’incanto, la promessa, la speranza.

Come ancor meglio accade nella sezione dedicata agli aforismi, anche nei versi spesso il linguaggio si fa perentorio ed assertivo, atto a enucleare una considerazione alla quale la Nostra è giunta a seguito di un percorso esperienziale, di maturazione e crescita: “Non muore il ricordo/ finché sopravvive il pensiero” che ricorda una famosa chiosa di S. Agostino che spesso si richiama nel momento dell’addio di un congiunto. La luna, da compagna e presenza fissa, da signora elegantemente imbellettata, è sempre lì ad osservare dall’altro, ride e si nasconde, si mostra e fa l’occhietto alle stelle. Essa è faro, segnale di orientamento e salvezza, ma anche svelamento del dramma personale (“La luna illuminava il mio dolore”) atto a favorire una presa di coscienza, pur dinanzi alle difficoltà.

Si percepiscono nettamente anche le sensazioni meno leggiadre e colorate quali possono essere la nostalgia e il rammarico, la percezione di solitudine e di desolazione, la lontananza dall’amato, il senso d’oppressione, il desiderio non sempre coronato, la titubanza, raggi di una meraviglia dinanzi all’esistenza talmente lucenti da destare appannamento e un senso di lieve panico.

Curiosa ed apprezzabile anche la polifonia di note a commento, in apertura e in chiusura, scritte da vari poeti attivi nell’ambito culturale odierno che –pur se non forniscono una vera e propria chiave interpretativa alla silloge- senz’altro la arricchiscono con appunti e note personali anche in relazione al grado di amicizia con l’autrice e dunque si configurano come chiari messaggi di stima, convinzione e affetto.

La componente aforistica del volume apre a divagazioni molto ampie che concernono vari ambiti dell’esistenza: si parla, infatti, di vizi e virtù dell’uomo con particolare attenzione a tutte quelle cattive manifestazioni di narcisismo, ipocrisia e menzogna che nel nostro oggi finiscono per essere tanto abusate. Annalena non si pone dall’altra parte della cattedra snocciolando verità ed assiomi ai quali è bene credere a seguito di un sano ragionamento, piuttosto fornisce pillole sul senso dell’esistenza, sulle sue problematiche –intese da un punto di vista oggettivizzato e non sociale-, sulle mancanze dell’uomo, ma sono ricche, pure, di riferimenti alla natura, in particolare la Luna che, come un’elegante signora agghindata, sembra a tratti insuperbirsi dinanzi a un cielo esteso e clemente. Tra gli aforismi anche enunciazioni in forma di frammento capaci di fornire una sintesi di immagini e contenuti come quando scrive “La casa dell’arte non sarà mai vuota”.

A dominare è l’universo dei ricordi, non tanto nella funzione di reminiscenze intime che la Nostra riporta a galla piuttosto è la memoria, nelle sue forme, che risalta come tematica universale. Quando la Nostra ci parla di ricordi lo fa in maniera oracolare, come divinando una verità, ergendosi ben al di sopra di quelle che possono essere le concatenazioni empiriche e razionali di una mente elucubrante.

Frasi –quelle degli aforismi- che non abbondano di liricità ma che preferiscono concentrarsi sull’ampiezza del messaggio comunicativo contenuto.  Rimarchevole è l’attenzione che la Nostra ricalca negli aforismi in merito all’insensibilità e l’ipocrisia dilagante quasi a riportare con vivo realismo una società perduta e quasi caricaturale. Dinanzi a tutto ciò la Nostra corrobora l’autenticità della persona riconoscendo all’essere –nelle sue complete facoltà, prive di contaminazioni di ciascun tipo- una forza primigenia ed istintiva fondata sul suo “giudizio intransigente della propria coscienza”.

Nella purità degli elementi che questa poesia richiama, nella fascinosa cornice di un naturalismo inviolato ed edenico quale è l’isola di Capri, la Nostra ci fornisce versi pregni di riflessione e di sana considerazione su ogni forma di sensazione umana. L’ineludibile forza che le è propria deriva proprio da quel palese canto alla vita che sorge da ogni lirica, dal rimarchevole connubio con la dea Selene, incarnata nella luna, la cui luce è mistero e conoscenza, incanto e velleità di conoscere.

Ecco perché anche un fiore può morire, ma al contempo lascia tutto di se stesso: “Una rosa è sempre una rosa/ può aggredirla il vento/ e tentare di sciuparla,/ ma non perderà mai la sua essenza”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 21-09-2016