Pensieri senza pretese, di Christian Lezzi

Pensieri senza pretese di Christian Lezzi

Arduino Sacco Editore, Roma, 2011

Recensione di Lorenzo Spurio



Christian Lezzi, scrittore ed opinionista milanese, mi ha proposto l’idea di scrivere una recensione per la sua raccolta di poesie. Non mi sono tirato indietro perchè il ruolo di recensore mi aggrada e perché questa silloge poetica dal titolo curioso ha richiamato da subito la mia attenzione. Mi piace molto soffermarmi sui titoli delle opere prima di proseguire nella loro lettura. Pensieri senza pretese è una raccolta di poesie che tratta temi diversi fra loro ma ogni lirica è accomunata da questo desiderio del Lezzi di presentare uno spaccato semplice, comune, senza orpelli, senza tante pretese per l’appunto. Ed anche nella prefazione, con una forma di diminutio tutta contemporanea, l’autore cerca in un certo senso di scusarsi per non essere in grado di riconoscersi un poeta propriamente detto. Preferisce definirsi opinionista ma è un dato di fatto che chiunque scriva una poesia, sia praticamente un poeta. Christian Lezzi non fa sicuro eccezione. La lirica che apre la raccolta, “Inchiostro nelle vene”, è una singolarissima sintesi della poetica del Lezzi, un prototipo di poesia personale che può essere poi riscontrato in tutte le altre: «un demone che si impossessa di te, questo è scrivere».

Il tema dell’amore è spesso presente in maniera esplicita o allegorica mediante alcuni immagini ricercate e interessanti ma spesso questo tema è minacciato dall’idea della morte o anche dalla nostalgia per i tempi andati. Le immagini che ricorrono maggiormente sono le risate, gli sguardi, labirinti, volti di donna ma, in via generale, la silloge si caratterizza per un’atmosfera grigia e cupa dovuta alle tematiche crepuscolari che affronta: il ricordo, il dolore, la guerra, l’esilio, la nostalgia e la solitudine. Un senso di sofferenza del protagonista aleggia intorno alla lirica “Resa” in cui il poeta invoca a lasciarsi andare per porre fine alle sofferenze terrene, è una dolce invocazione al suicidio: «Chiudi la partita senza aspettare un domani diverso che non sia solo l’estensione di ieri e di oggi con gli stessi pensieri tristi solitari e morenti», ma subito dopo si cambia registro ed è la vita a prevalere:  «oggi non è tempo di morire». In “Guerra” il Lezzi ci fornisce una fine lirica pacifista che, più che sottolineare gli aspetti più crudi degli scontri bellici, fa riferimento alla violenza e alla spietatezza del genere umano, incapace di evitare tragedie di inaudita gravità.

In “Cenere alla cenere” il macigno di un ricordo che immaginiamo doloroso e connesso, forse, alla perdita della donna amata si conclude però con la riappropriazione della propria vita, con la forza di ragione che riesce addirittura ad allontanare da sé quel momento del passato, quasi a voler ricordare che la forza della ragione può tutto, anche cancellare i momenti vissuti: «Come polvere alla polvere disperdi al vento il suo ricordo ti liberi del ricordo e finalmente torni a vivere».

Curiosissimi riferimenti al mondo dell’arte figurativa trapelano in “Incontri”: una donna che spicca fra i presenti «come una macchia di colore su una tela del Boccioni». Di Boccioni e del futurismo nella poesia è presente la tecnica della multi prospettiva e della immagini seriali. Un ottimo modo, a mio vedere, per celebrare un grande pittore e sculture poco ricordato. Il futurismo ritorna in maniera indiretta anche in “Metavita” dove il poeta fa riferimento all’uccisione del chiaro di luna che non può non farci pensare l’omonimo manifesto marinettiano del 1909.  In “Concetti spaziali” ritorna il tema dell’arte, in questo caso plastica, nell’atto di tagliare la tela con una lama, esperienza artistica che ci fa pensare direttamente all’opera di Lucio Fontana: «Afferri la lama e con gesto deciso ferisci il supporto aprendo un mondo nuovo creando una nuova dimensione». Una particolareggiata analisi nello scandaglio dell’io, nei recessi della personalità, è presente nella poesia che porta il titolo “Psiche” che sembra essere un vero e proprio omaggio al padre della psicanalisi.

Il tempo è il grande protagonista della raccolta mediante episodi della vita che fanno riferimento ad esso: l’infanzia o i ricordi del passato, il presente liquido e difficile, il futuro inconoscibile e apparentemente precario. Nella poesia “Tempo” è proprio quest’ultimo il vero sovrano, descritto mediante una serie di costruzioni metaforiche di particolare impatto poetico: il tempo si dilata e si comprime descrivendo quindi anacronismi che sono estranei al canonico scorrere del tempo.

Sono numerose le liriche contenute nella silloge e ciascuna meriterebbe un’analisi attenta ma posso concludere che la raccolta, pur non seguendo un ordine tematico come ha riconosciuto lo stesso Lezzi nella sua prefazione, finisce paradossalmente per avere una grande compattezza. La poliedricità dei temi trattati non è fastidiosa e l’interesse nella lettura è incentivato da questo continuo cambio di temi e di immagini evocate. L’unico cruccio, forse, risiede nella limitata musicalità delle liriche e nella trascuratezza metrica ma neppure questi aspetti sono capaci di minare l’ottima impostazione del Lezzi nel presentare squarci lirici talvolta drammatici, altre volte altamente romantici.

LORENZO SPURIO

Jesi, 4 Luglio 2011

Pure – Racconti Erotici (2009)

Il testo è stato pubblicato nel 2009 in modalità e-book e scaricabile in formato pdf con il pagamento di un prezzo irrisorio, pari a 3 Euro.  La finalità del testo, oltre a quella della divulgazione di una letteratura erotica breve, è quella di riservare il ricavo dalla vendita del testo all’Associazione Nazionale Erotica “Erotic Search”, com’è indicato espressamente nell’introduzione del testo.

Sebbene sia un avido lettore e mi piaccia scrivere racconti devo confessare che a tutt’oggi non mi sono ancora cimentato con in genere erotico, sebbene alcuni stralci dei miei racconti possano essere visti e letti sotto questa luce. La mia conoscenza della letteratura erotica è pertanto non molto vasta ma, utilizzando le conoscenze a mia disposizione, scrivo questa recensione i cui pareri ed eventuali critiche rimangono di mio appannaggio.

Il testo si compone di dodici racconti, per lo più brevi. Sono presenti racconti di Romeo Sanna, Daniela Rindi, Tinta, Cristiana Danila Formetta, Kristalia Conti, Ermione e Fausto Rampazzo, Valeria Ferracuti, Cristiana Longhi, Cristina Origone, Alemar, XLater e Luciana Cameli. È evidente da quest’elenco dei coautori dell’opera che c’è una netta presenza di autori donne quasi che venga da pensare che le donne siano più portate, o forse più brave, nel raccontare storie di sesso imbevute di erotismo. È una possibilità che può rivelarsi un’interpretazione giusta leggendo il libro.

Il curatore della raccolta ha espressamente voluto lasciare le scelte tipografiche (tipo e punti del carattere) di ogni autore perché è espressione della sua personalità. Tuttavia la raccolta si manifesta compatta e percorsa da un unico filo rosso, quello dell’erotismo appunto. È un erotismo diversificato, che prende forme e simbolismi particolari in ogni storia.

In “L’ovetto Kinder” (di Romeo Sanna) ci troviamo di fronte a una storia erotica che si basa sull’utilizzo di un oggetto il cui funzionamento viene regolato da un uomo. Si potrebbe vedere nel desiderio della donna un certo feticismo e nell’uomo una certa mania ossessiva.

Un cane incauto che fa cadere un podista è il motivo dell’incontro fortuito e dell’amplesso erotico che avrà luogo sulle rive di un mare ondoso è narrato in “Onda” di Daniela Rindi. Sebbene l’aggettivazione e la descrizione della storia sia convincente, la storia è carente di originalità.

In “Regalo di compleanno” di Tinta una ragazza ha un sensuale rapporto sessuale con l’amante che, al termine dell’amplesso, riceve una telefonata della moglie e la protagonista, frustrata, lascia l’amante da solo in albergo prendendo in mano le redini della sua vita e riconquistando il valore della sua libertà. La telefonata dell’amante viene a rappresentare una sorta di momento epifanico (caro a Joyce) dal quale nasce la liberazione e a partire dal quale le cose cambiano in maniera irreversibile.

“Come tu mi vuoi” di Cristiana Danila Formetta, particolarmente corto, adotta un linguaggio diretto che evita di essere volgare. La protagonista è sottomessa alle prescrizioni del suo uomo che «vorrebbe sembrare un lord invece sembra un pappone» il quale le dice come vestirsi, pettinarsi o come farsi trovare. È un sesso ripetitivo e abituale in cui si è persa la sensualità e il desiderio tanto che la protagonista finisce per essere un oggetto, un automa.

Un rapporto lesbo tra due donne sotto gli occhi di alcuni uomini e poi una donna oggetto sessuale di due uomini allo stesso tempo è raccontato in “La Preda” di Kristalia Conti dove pure fuoriesce una senso di apatia o di rassegnazione della protagonista nell’essere sottomessa sessualmente.

In “Veleno” di Ermione e Fausto Rampazzi vengono narrate scene di sesso in Grecia con ragazzi conosciuti al momento in un bar dove l’erotismo, il bisogno di sesso della protagonista e il suo linguaggio plurilingue si unisce ad un suo senso di maternalismo verso il ragazzo con il quale sta per fare sesso ma il racconto nasconde qualcosa di raccapricciante. È un racconto particolare e ben strutturato ma che non è in grado di emozionare il lettore come altri racconti della raccolta riescono a fare.

Una divertente chattata tra una donna e un uomo che verte sul sesso mentre la donna finge al marito di controllare la posta è dipinta in “Segreti” di Valeria Ferracuti. Mentre il marito si trova nell’altra stanza la protagonista si eccita vedendo il membro del suo interlocutore tramite la webcam. Se il racconto mette in luce un erotismo platonico e una storia abbastanza convenzionale, nella parte finale si intravede la concretizzazione di un amplesso con il suo partner.

Similmente agli spruzzi delle onde del mare durante l’amplesso nel racconto “Onda”, in “Una giornata di pioggia” di Cristiana Longhi ancora una volta è l’acqua l’elemento che risalta. L’acqua, le gocce, gli spruzzi richiamano una materialità liquida, viscida, che fluisce in maniera continua. L’acqua è chiaramente elemento simbolico che caratterizza la donna di contro alla solidità e alla secchezza maschile. Una giornata di temporale è per Cristiana Longhi un momento ottimo per un rapporto d’amore.

L’acqua ritorna ancora nel corso della raccolta nel racconto “Rendimi liquida” di Alemar dove il ricordo di un rapporto sessuale particolarmente edificante e vissuto come momento di auto annullamento porta la protagonista a questo desiderio di replicare l’evento e di sentirsi nuovamente amata, di essere liquida.

“Il Piffero” di Xlater mette al centro della narrazione un’orgia dai toni grotteschi. Il protagonista, carente di rapporti sessuali, si reca ad un’orgia dove spera di poter scopare con qualche donna ma, mentre sta leccando la vagina ad una donna impegnata in attività orali con altri uomini, viene sodomizzato. Inizialmente prova dolore e si sente offeso ma lentamente prova piacere mentre gli astanti all’orgia lo osservano curiosi ed attenti.

In “Dipendenza” di Cristina Origone è di scena un tradimento e il sadismo di una donna nei confronti del suo amante che, pur venendo da lei minacciato e battuto, non può fare a meno di lei, come richiama direttamente il titolo del racconto.

“Due Liti” di Luciana Cameli è un racconto breve ma ricco di aggettivi e di caratterizzazioni. Narra l’amplesso ricercato in maniera vivida e realistica, ponendo grande importanza sul tema della parola durante il rapporto. Da una parte le liti, le argomentazioni illusorie dominate da parole e dall’altra la necessità di mutismo e di silenzio durante il rapporto.

I racconti utilizzano un linguaggio semplice e comune che ben si adatta alle scene che vanno descrivendo. Le narrazioni sono molto brevi quasi intendano fotografare direttamente l’atto dell’amplesso. Evitano di dare interpretazioni dei fatti, giudizi o valori morali e dipingono in maniera diretta ciò che avviene.

È un erotismo segreto fatto di tradimenti, desideri erotici ossessivi, manie, finzioni e meccanismi per rifuggire dal legittimo partner. È un erotismo segreto che viene taciuto o che si realizza occultamente (in chat, in un’orgia, in riva al mare) e che sgorga da un incontro fortuito, da una combinazione di incontri o, come nel caso dell’orgia, da un fraintendimento. In tutti i casi si tratta di un sesso che si manifesta nella sua interezza e che non cela gli aspetti meno edificanti (odori, puzze, sudore) e che non si esime di utilizzare vivide immagini che sono espressioni di atteggiamenti particolarmente focosi e sessualmente accesi.

Una raccolta di racconti ben fatta e che mantiene una sua unità focalizzandosi sulla centralità del momento erotico, dell’amplesso vissuto istintivamente, dell’incontro fortuito portatore di sensazioni inimmaginabili. Di contro a tanta semplicità di linguaggio utilizzata nei racconti trovo difficoltà nell’interpretare esaustivamente il titolo della raccolta, Pure. Potrebbe sembrare un titolo da romanzo seriale che aggiunge qualcosa di nuovo ad una storia già nota. Esclusa questa possibilità il “pure” credo voglia riferirsi alla capacità degli autori di saper andare oltre, travalicare confini per raggiungere uno spazio edenico, quasi utopico, dove l’erotismo trova la sua manifestazione.

Il titolo resta ad ogni modo criptico al lettore e apre alla sua interpretazione, alla necessità di ciascun lettore dell’opera di intravedere in quella definizione un concetto esteso che possa abbracciare l’intera raccolta. Sotto questo punto di vista forse è un titolo ridondante che vuol far riferimento ad un materiale eccessivo e aggiuntivo, non presente nella raccolta. O semplicemente vuole riguardare l’ampia gamma di atteggiamenti che si possono vivere quando ci si trova in situazioni analoghe a quelle descritte, situazioni abbastanza patinate, stereotipate ma che non cadono nel banale. In quei contesti non c’è una scelta binaria di comportamenti ma una scelta infinita ed illimitata di possibilità nella quale, a mio modesto parere, si potrebbe vedere la vera connotazione del titolo Pure.

LORENZO SPURIO

Sensualità. Poesie d’amore d’amare, di Michela Zanarella

Sensualità – Poesie d’amore d’amare di Michela Zanarella

Sangel Edizioni, 2011.

Recensione di Lorenzo Spurio

Devo confessare che non conoscevo Michela Zanarella, giovane poetessa originaria di Padova ma attualmente residente a Roma fino a che non mi ha contattato. Il suo invito a leggere la sua ultima raccolta di poesie mi ha trovato entusiasta e, benché  sia un grande amante di narrativa piuttosto che di poesia, mentre snocciolavo un’attenta lettura delle sue liriche, mi sono trovato sorpreso io stesso. La prima volta ho letto l’intera opera tutta d’un fiato, costruendo nella mia testa una serie di topos che la poetessa ha utilizzato e che, riassunti, possono servire per dare un’analisi dell’opera nella sua interezza. L’aspetto più bello di una silloge poetica, a mio modo di vedere, è quello che non dobbiamo seguire un determinato ordine di lettura ma che possiamo iniziare dalla poesia che chiude la raccolta per poi tornare all’inizio e seguire zigzagando all’interno del testo. Devo confessare che una sola lettura non mi è stata sufficiente non tanto perché ho trovato le liriche difficili ma semplicemente perché ho sentito il bisogno di rileggerle in profondità. Varie liriche mi sono sembrate così, a una seconda lettura, strettamente legate l’un l’altra nei loro temi e nelle suggestive immagini evocate.

Michela Zanarella è una sensibilissima compagna in questo vivido viaggio nel mondo amoroso, dipinto con grande attenzione mediante un’ampia aggettivazione, soprattutto quella che si riferisce ai colori. Non solo nella poesia “Altro colore” incontriamo un affascinante e poliedrico cromatismo, ma un po’ in tutte le varie poesie: dominano il rosso e il blu, ma anche il bianco viene evocato frequentemente.

E’ una poesia calda e sensuale, addirittura focosa nel caso di “Il colore che s’affaccia” ma l’erotismo non è reso mai banale e fine a se stesso ed è invece capace di evocare quasi una dimensione superiore, quel senso d’infinità che la Zanarella spesso evoca. Così «l’aula del desiderio» e «le musiche appiccicose della femminilità», immagini allegoriche molto curiose e raffinate, finiscono per essere altamente evocative, pur conservando un’altissima carica metaforica.

E’ un amore quanto mai realistico e vivo, per nulla romanzato, che, come nella realtà, è irrimediabilmente esposto al «dolce aggredire del tempo» (in “L’amore intatto”) e alla lontananza tra gli amanti vissuta con sofferenza: «La vita è misera come un secco ruscello d’agosto senza il tuo fiato accanto» (in “Chi ama”).

Non da ultimo, una delle immagini più ricorrenti nella silloge che mi ha affascinato, è la presenza del destino, quell’entità che nulla ha a che vedere con Dio e che pone ogni cosa in uno stato di transitorietà, dubbio, insicurezza, in una condizione vacillante, di calma apparente. E’ il dubbio che aleggia su tutto, con il quale la Zanarella mostra di fare i conti nelle sue liriche d’amore: «siamo l’ombra di un destino» dice la poetessa in “Anche se non basta”. Non è il destino ad essere una sorta di ombra, un involucro indistinto alla nostra persona ma piuttosto il contrario. Siamo noi l’ombra, la proiezione del destino, di qualcosa che non è tangibile. Ma anche quando viene evocata questa dimensione fatalistica della realtà essa è sempre funzionale per presentare il tema amoroso: «mentre il cuore sorseggia il destino» (in “Un brivido di chilometri”).

Gli scenari di questi quadretti d’amore, per nulla banali, spesso richiamano il mare o l’acqua in generale (la rugiada, il fiume, il torrente), elemento naturale che rinvia direttamente al genere femminile, alla donna generatrice di sostanze fluide: le lacrime, gli umori, la saliva, ma anche l’acqua amniotica e il latte durante la maternità. La silloge descrive un affascinante universo fondato sui sensi e sulle sensazioni, tutte viste dal sensibile animo femminile della Zanarella. Ma è l’uomo, sembra suggerirci la poetessa, a rendere la donna consapevole della sua condizione: «te, che continui con cura a farmi donna e insieme un’isola». Ancora una volta ritorna il tema dell’acqua nell’immagine dell’isola, porzione di terra circondata dal mare. E sono proprio l’universo dominato dall’acqua, il senso del bagnato e la fertilità della donna che costituiscono il leitmotiv di questa incantevole silloge poetica.

MICHELA ZANARELLA è nata a Cittadella (Padova) nel  1980 ma vive attualmente a Roma. Ha iniziato a scrivere poesie nel 2004 e personalità di cultura e enti locali si sono subito accorti del suo talento di scrittura in versi. Ha vinto alcuni premi di poesia nazionali ed internazionali, oltre alla pubblicazione di suoi pezzi in antologie di poesia a tiratura nazionale. Ha pubblicato le raccolte di poesia Credo, Risvegli e la raccolta di racconti Convivendo con le nuvole. Tutti i suoi lavori hanno trovato un buon accoglimento da parte di critica e pubblico. Il suo ultimo lavoro è una silloge poetica, Sensualità, poesie d’amore d’amare. E’ attualmente alle prese con la scrittura del suo primo romanzo. Cura i siti internet:  www.apostrofando.it , www.screensoda.it , www.iltrovaevento.it .

LORENZO SPURIO

Jesi, 25-06-2011

Una sconfinata giovinezza (2010)

Il film Una sconfinata giovinezza (2010) del regista Pupi Avanti affronta la storia di Lino (Fabrizio Bentivoglio) e Francesca (Francesca Neri), una coppia sentimentalmente affiatata che viene destabilizzata dall’insorgenza del morbo dell’Alzheimer che colpisce Lino.

Lino Settembre scrive articoli sportivi per il giornale Il Messaggero mentre sua moglie Francesca è professoressa  universitaria di filologia romanza. Il film non si sofferma tanto a dipingere la storia d’amore della coppia e i suoi momenti felici e spensierati ma piuttosto sottolinea come la malattia degenerativa di Lino venga a significare un chiaro elemento di rottura della coppia.

Il film si apre con Francesca che accompagnata da un taxi si reca in un posto in campagna nella provincia bolognese per cercare qualcuno. E’ inverno e la giornata è particolarmente fredda, Francesca, triste ed invecchiata, si ferma ad osservare la campagna. Non sappiamo che cosa sia successo e chi stia cercando.

La storia si sviluppa su di diversi piani temporali che comprendono il tempo presente della relazione tra Lino e Francesca che viene minata dalla malattia di Lino e il tempo passato, la rievocazione del passato e dell’infanzia di Lino.

Nel film Lino perderà progressivamente la memoria, non riuscirà più a mantenere il suo lavoro di giornalista sportivo, e diventerà aggressivo nei confronti degli altri, compreso con sua moglie che da lui viene picchiata. Il film vuol mettere in luce come una coppia un tempo felice e spensierata possa trovarsi a fare i conti con una malattia non mortale ma che porta progressivamente alla perdita della memoria e quindi del ricordo e degli affetti.

Francesca decide di rimanere vicina al marito lungo questo percorso anche se le sue condizioni vanno peggiorando di giorno in giorno. Quando la malattia porta Lino ad usare la violenza su di lei Francesca decide che è meglio lasciare la casa e va a vivere momentaneamente da sua sorella. Lino viene accudito da due badanti.

Con ampie retrospezioni veniamo a conoscenza della vita precedente di Lino, della sua infanzia. I suoi genitori morirono quando lui era ancora molto piccolo in un tragico incidente stradale dal quale si salvò solo il cane, Perché. Il fratello del padre tenne per un periodo il ragazzo, accompagnandolo poi da sua zia materna, in campagna bolognese, a Sasso Marconi. Lì visse per un periodo, stringendo amicizia con due ragazzi del luogo dopodiché venne indirizzato agli studi.

C’è un buco, una grande ellissi tra l’infanzia di Lino e la sua relazione pluridecennale con Francesca che sappiamo essere stato coperta solo dal suo lavoro giornalistico e dall’amore verso Francesca. La coppia non ha mai avuto figli.

La malattia di Lino si fa sempre più grave e, superata ormai la fase aggressiva e violenta, si ritrova a compiere azioni e comportamenti caratteristici dell’infanzia: studia le tabelline, gioca con dei tappi su di una pista disegnata sul pavimento. Quando Lino scrive una lettera a sua moglie, ricordandola vagamente, lei va a visitarlo e decide di ritornare a vivere con lui. Se prima Lino era stato violento e pericoloso anche nei suoi confronti, ora è completamente inerme e docile, come un bambino. E’ l’occasione di Francesca per considerarsi madre di quel bambino che non ha mai avuto e di prendersi cura di lui in maniera materna: lo fa giocare, lo aiuta con le tabelline. E’ proprio qui che risiede il significato del film, di quell’eterna giovinezza che caratterizza Lino il quale ha perso la sua identità, il suo presente e l’unica cosa che gli consenta di sentirsi veramente qualcuno è il passato, gli sprazzi indistinti della sua infanzia. Per questo il film parla di una sconfinata giovinezza, di un’età infantile che si protrae, a causa della malattia, a dismisura fino alla maturità ed oltre. Questo può richiamare alla mente il film Il curioso caso di Benjamin Button dove mentre le persone normali si invecchiano con il passare del tempo, Benjamin Button, nasce vecchio, con vari disturbi tipici di un’età avanzata (artrosi, sordità, etc) e con il passare del tempo diventa sempre più giovane, ripercorrendo le varie fasi di crescita ma secondo un ordine inverso.

Quando alcuni ricordi confusi dell’infanzia fanno capolino nella mente caotica di Lino, decide di ritornare sul luogo della sua infanzia, a Sasso Marconi. Affronta il viaggio da solo senza comunicarlo a nessuno; prima va in treno e, una volta alla stazione di Bologna, prende un taxi che lo accompagna fino a Sasso Marconi. Lì cerca quelli che erano stati i suoi compagni e il suo cane che aveva dovuto abbandonare quando aveva iniziato gli studi. Nessuno se lo ricorda, lui è profondamente malato. Alla fine Francesca riesce a rintracciarlo a Sasso Marconi e si mette in viaggio assieme al fratello per andarlo a cercare. In questa maniera si conclude il film, ricollegandosi con la scena d’apertura. Lino, malato di Alzheimer, si è perso e nessuno riesce a trovarlo.

Un film molto appassionato e strutturato che riesce a tenere saldi capi di matasse diverse, quella dell’amore e della sua fragilità, quella della malattia, quello della perdita di memoria, d’identità e dei ricordi e quello della mancanza di maternità. Un film che dipinge magistralmente una condizione disperata e particolarmente realistica che potrebbe svilupparsi in una qualsiasi famiglia, addirittura con lo stesso finale d’incertezza e d’inquietudine per l’amato scomparso.

 

 

LORENZO SPURIO
11-03-2011

E’ uscito Segreti di Pulcinella n° 33

E’ uscito oggi il nuovo numero della Rivista online Segreti di Pulcinella, diretta dal sign. Massimo Acciai.

Questo numero è dedicato al tema dell’amore. Sono presenti interessanti contributi di prosa e poesia, recensioni di film recentemente usciti, articoli legati alla storia e alle lingue, interviste, rubriche di arte e fumetti. La rivista è molto eterogenea e molto ricca.

Sono presenti tra i vari materiali, alcuni miei contributi:

– Il racconto “Mi hanno schedato” alla sezione Letteratura-Narrativa

-Il racconto “Il tema più lungo” alla sezione Letteratura-Narrativa

-Il saggio “Letteratura e Logica Fantastica in Lewis Carroll” alla sezione Articoli

-Il saggio-articolo “Las generaciones como etapas de la literatura española” alla sezione Letteratura per la storia

La rivista può essere letta online all’indirizzo: http://www.segretidipulcinella.it/

dove pure può essere scaricata in formato pdf:

http://www.segretidipulcinella.it/sdp33/images/sdp33.pdf

Con questo numero la rivista festeggia i suoi primi otto anni d’attività.

Il prossimo numero della rivista, avrà come tema L’Unità d’Italia. I materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 31 Maggio 2011 a uno dei seguenti indirizzi:

Massimo Acciai, Direttore della Rivista:          massimoacciai@alice.it

Redazione della Rivista:           segretidipulcinella@hotmail.it

Grazie

LORENZO SPURIO

07-03-2011

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