Si chiude la trilogia “Infinito” del poeta anconetano Mauro Cesaretti; è uscito “Se è Amore, lo sarà per sempre”

Il poeta e performer anconetano Mauro Cesaretti torna in libreria e negli store online con la sua nuova silloge di poesie, Se è Amore, lo sarà per sempre edito Montag.  Trascorsi già quattro anni dal libro d’esordio, Se è Vita, lo sarà per sempre, che ha dato il via alla sua carriera letteraria, e dopo aver pubblicato Se è Poesia, lo sarà per sempre nel 2017, quest’anno conclude la stimata trilogia “Infinito” con l’uscita dell’ultimo volume.

Rispetto ai precedenti volumi della trilogia, Se è Amore, lo sarà per sempre è un’opera che vive l’amore negando l’amore stesso, che scopre l’essenza attraverso le varie sfumature del cuore, che soffre il dolore degli sbagli attraversando i ricordi. È, per dirla in sintesi, la conclusione della trilogia, ma anche l’inizio stesso, poiché volutamente il poeta ha inserito delle liriche risalenti al suo primo periodo per dare un senso di ciclicità e ricongiunzione.

In origine la trilogia doveva proporsi come una raccolta unica con tutte le poesie giovanili e solo successivamente è stata smembrata in tre volumi, ciascuno con un suo tema: vita, poesia e amore. Quello che ha rimesso in gioco l’intero progetto, infatti, è stata la morte del padre. Il tragico avvenimento, accaduto a cavallo tra il primo e il secondo libro, ha portato il giovane autore a far confluire alcuni canti nelle altre due sillogi mescolando quello che doveva essere il piano editoriale iniziale. Questo ultimo libro raccoglie le prime poesie d’amore dei 13-16 anni, quelle scritte per la sua ragazza del liceo e altre liriche varie elaborate durante l’arco dei suoi 19 anni.

183A3309.JPG
Il poeta anconetano Mauro Cesaretti

“È un’emozione indescrivibile poter pensare a questo piccolo traguardo della mia vita!”, ha spiegato Cesaretti, aggiungendo “Finalmente sono riuscito a portare a termine questo progetto incominciato cinque anni fa, che dopotutto mi ha permesso di elaborare al meglio la mia poetica e i miei pensieri intellettuali.”

Con questa raccolta Cesaretti può vantare ben 300 poesie, anche se come dice lui stesso, varie di esse sarebbe meglio definirle “riflessioni” o “piccoli pensieri” per rispetto dello studio concepito dietro ad altre composizioni. Nei suoi libri, infatti, ha cercato l’unione dei suoi appunti personali con le liriche, al fine di far capire l’origine del sentimento o la derivazione dei concetti.

Compagna di viaggio di questa trilogia è stata la Body Poetry, questa singolare e riuscita accoppiata di parola e movimento da lui sperimentata quale performance durante le presentazioni. Tale procedimento esibitivo gli ha permesso di collaborare con più maestranze provenienti da ambiti artistici diversi scoprendo in questo modo i vasti campi d’applicazione della poesia che solitamente viene rinchiusa tra una copertina e un retro di un libro, quando invece essa si propaga in quelli che sono aspetti teatrali e interpretativi volti al coinvolgimento e all’immedesimazione dei singoli individui.

COPERTINA.jpgDopo aver ideato anche il progetto di video-poesie “Istanti”, nel quale ha fatto confluire alcune poesie dei vecchi libri e sei esclusive di Se è Amore, lo sarà per sempre, da gennaio 2018 partirà sul canale youtube Mauro Cesaretti, l’ultima sperimentazione coreutica, Body Poetry – NeoBallet, interpretata da Homar Perchiazzo e Beatrice Guerri con l’accompagnamento musicale di colonne sonore reinterpretate da Jacopo Megarelli e Alessandro Bondi.

“Mi aspetto di poter stimolare la fantasia e suscitare emozioni nei miei lettori appassionandoli a quella che è stata la mia storia e le mie esperienze. Con ciò spero anche che si possano rivedere in alcune situazioni del mio vissuto trovando conforto e piacere!” ha rivelato il promettente artista.

Annunci

Intervista alla scrittrice ed editrice Rita Angelelli. A cura di Lorenzo Spurio

12961692_10204882259136370_3786960462861747023_nQuest’oggi abbiamo l’occasione di conoscere più da vicino Rita Angelelli, autrice e poetessa che tanto si sta impegnando per la promozione culturale credendo in autori esordienti e riconoscendo talenti a livello nazionale. Rita Angelelli è nata cinquantatré anni fa a Santa Maria Nuova (AN) dove attualmente vive. Ricamatrice di professione, creativa per passione e produce bigiotteria di alta classe per sé e per gli amici, nel 2017 ha fondato la casa editrice Le Mezzelane. Autrice di racconti e romanzi erotici (tra cui la trilogia Le nuove confessioni di Eva) e di sillogi poetiche (Ceramiche a capodanno del 2017 e Un’altra vita di prossima uscita), dopo la guarigione da una subdola malattia pubblica Salve amici della notte, sono Porzia Romano, un crudo resoconto di vita vissuta di cui è stata protagonista. Direttrice editoriale de Le Mezzelane, lettrice, relatrice in presentazioni di libri ed eventi, MC, performer.

  

L.S.: Che cosa rappresenta per te la letteratura?

R.A.: E’ la mia vita: è un mondo che mi affascina e nel quale mi sento realizzata, dove ho l’opportunità di conoscere gente e di entrare in contatto con realtà diverse. Questo, su un piano meramente personale, mentre a un livello superiore potrei dire che la letteratura è senz’altro un sapere che ha a che vedere con l’istruzione, con la fame di conoscenza. Essa ti permette di scoprire tante cose e anche di capire meglio te stesso.

L.S.: Quali generi preferisci?

R.A.: In particolar modo amo il genere rosa (ho letto moltissimi Harmony!), o romance come lo chiamano adesso, il thriller sino ad arrivare al giallo-crime e al noir. Negli ultimi tempi ho iniziato ad apprezzare anche il fantasy.

L.S.: Cos’è che ti piace di più del genere rosa e degli altri generi?

R.A.: La possibilità di scoprire personaggi realistici che hanno al contempo qualcosa di ‘fantastico’. Chiaramente molto affascinanti sono le ambientazioni da sogno e la capacità della narrazione di farti sognare e trasportare su ‘universi paralleli’. In particolare apprezzo molto le narrazioni di Daniel Steel e di Liala (pseudonimo di Amalia Liana Negretti Odescalchi, nota autrice di romanzi d’appendice). Mentre per quanto riguarda il thriller/giallo crime/noir mi piacciono quei passaggi dal ritmo elevato e i colpi di scena.

L.S.: Quali sono secondo te le principali difficoltà che incontra uno scrittore nella stesura di un romanzo?

R.A.: Secondo me la questione linguistica è importantissima. Anche io, che provenivo da tutt’altro mondo rispetto al sapere umanistico, ho dovuto fare un’attenta operazione di studio della grammatica, della sintassi e delle forme. Tale amore verso la letteratura mi ha portato recentemente a iscrivermi a un corso di letteratura antica che inizierò nei prossimi mesi. Particolare attenzione va riversata anche sulle ambientazioni: è sempre preferibile raccontare di episodi localizzabili in ambienti, contesti geografici, che, per qualche ragione, l’autore ha sperimentato direttamente perché li ha vissuti. L’utilizzo del flashback è una risorsa importantissima perché consente di portare a galla i flussi di coscienza dei personaggi e dunque di fornirne una tracciatura completa dei caratteri.

L.S.: Puoi parlarci del tuo progetto narrativo Le nuove confessioni di Eva?

R.A.: Le nuove confessioni di Eva è una trilogia di cui è stata pubblicata per il momento solo la prima parte. Essa è nata in maniera anomala nel senso che inizialmente avevo scritto un racconto breve, dotato di un suo finale e poi mi è stato proposto di ampliare l’intera storia e così, partendo proprio dalla chiusa, ho rielaborato il tutto con maggiori particolari e una più attenta tracciatura del personaggio di Eva e del suo vissuto. Pur essendo consapevole che i generi di racconto e romanzo sono differenti e distanziati tra loro, in tale circostanza la forma breve mi è servita come base, come abbozzo, per lo sviluppo nei dettagli e nella trama, di una narrazione più arzigogolata.

L.S.: Come definiresti la poesia?

R.A.: La poesia nasce in un momento d’intimità con sé stessi. Si tratta di un’esigenza di affrontare argomenti e renderli pubblici e dunque fruibili. E’ difficile definire la poesia in maniera univoca; io nel tempo ho scritto vari tipi di poesia, da quella amorosa, a quella più “pesantina” che ha a che fare con tematiche biografiche quali la malattia e la morte. Essa ha sempre la caratteristica di essere una scrittura istintiva, non mediata da un’analisi o da una ricerca come ad esempio può avvenire con la narrativa.

L.S.: Scrivi al pc o a mano?

R.A.: In entrambi i modi, indifferentemente. A seconda delle situazioni e della disponibilità.

L.S.: A quali poeti – italiani o stranieri – ti senti maggiormente legata?

R.A.: Mi piace molto la poesia realistica e concreta di Ezra Pound. Ho letto più volte Neruda. Per quanto concerne la poesia italiana, non farei nomi in particolare. Per il lavoro che conduco mi trovo spesso a leggere la poesia di autori giovani ed esordienti. Posso citare alcuni poeti che secondo me si mostrano – ciascuno a suo modo – veramente validi: l’aretino Davide Rocco Colacrai, il sardo Alessandro Madeddu, la padovana Michela Zanarella. Tra le voci di maggior spessore, consacrate alla letteratura del nostro secolo, senz’altro Dante Maffia.

L.S.: Per quale motivo una persona è portata a scrivere oggi?

R.A.: Mi trovo a individuare tre fasce di persone che scrivono. Chi lo fa per mera passione, e il più delle volte nemmeno pubblica niente, tenendo i propri scritti nel cassetto. C’è poi chi lo fa perché ha una reale esigenza di farlo (scrittura come terapia) ed ha dunque la necessità di condividere con un pubblico ciò che scrive. Raramente queste persone diventano famose come scrittori o poeti. C’è infine (pochissimi) chi è uno scrittore di professione, riconosciuto. Vale a dire che vive dell’attività della sua scrittura.

L.S.: Puoi parlarci del tuo nuovo libro di poesie, Un’altra vita?

R.A.: Si tratta di una raccolta di liriche scritte in un ampio arco temporale. Alcune contraddistinte da temi amari quali la malattia, la solitudine e la morte ed altre, più recenti, che parlano di gioia e soddisfazione e che aprono dunque a “un’altra vita”. Si tratta di poesie molto personali che toccano la mia interiorità, gli affetti e la famiglia, molte di esse sono poste nella forma della riflessione.

Un_altra_vita.jpgL.S.: Quali progetti personali ti vedono coinvolta in questo periodo?

R.A.: Il romanzo Solo sabbia tra le mani uscirà rivisto a breve con il titolo di Lucrezia. Si tratta di un romanzo ambientato tra Porto Recanati e Ancona che parte come erotico per diventare giallo e sfociare alla fine come un vero noir. Sono particolarmente legata al romanzo anche per il sistema di narratori che ho previsto: nella prima parte si narra in terza persona singolare, dunque da un punto di vista extra-diegetico, nella seconda parte si fa uso della prima persona singolare, dunque è una narrazione intimistica e diaristica, in presa diretta. Infine la terza parte è sempre scritta in prima persona ma ho adoperato una sorta di distaccamento dall’io narrante, come una proiezione distaccata ed esterna. Tra gli altri progetti dovrò lavorare a una riscrittura di Istinto e passione, il mio primo romanzo pubblicato nel 2012. Mi è anche stato chiesto di scrivere i testi per una serie tv, ma per quello ci sarà tempo da attendere. Qualcosa di bello ma al contempo impegnativo: vedremo come si metteranno le cose!

L.S.: Quali sono le tue considerazioni in merito allo sterminato scenario dei concorsi letterari in Italia?

R.A.: In Italia ci sono tantissimi concorsi, ma quasi nessuno dà veramente la fama e consente di essere conosciuti, apprezzati e diffusi. Tranne quei pochi concorsi risonanti, il cui numero si conta sul palmo della mano, devo riconoscere che la gran parte sono poco utili, spesso mal organizzati e privi di un reale intendimento nella questione sociale o, peggio ancora, macchine per far cassa. La mia esperienza con i concorsi mi porta a citare il premio di poesia e narrativa breve “La pelle non dimentica” da me ideato nel 2017 con lo scopo di dare la possibilità di sensibilizzare sui temi del femminicidio e della violenza di genere e di sostenere finanziariamente l’Ass. Artemisia di Firenze che si occupa di violenza sulla donna, sui bambini e di case famiglia. I concorsi dovrebbero essere motivati, al di là dell’effimero premio, da un sostegno verso realtà di disagio.

L.S.: Sei stata, assieme al sottoscritto, organizzatrice e MC di poetry slam. Che cosa ne pensi di questa formula di proporre la poesia?

R.A.: Si tratta di un bell’universo perché il pubblico è parte attiva della manifestazione. Il poeta si impegna e ci mette tutto se stesso per interpretare e dar forma ai suoi testi. È uno spettacolo vero e proprio che è anche bello condurre. Mi piace perché partecipano molti giovani e perché l’età anagrafica dei partecipanti è completamente ininfluente nei metri di giudizio della giuria pubblica.

L.S.: Perché hai deciso di aprire Le Mezzelane Casa Editrice?

R.A.: Ho sempre amato i libri e leggerli ma la decisione di aprire la casa editrice è nata più come sfida o ribellione nei confronti di (sedicenti) editori che in precedenti occasioni avevano interagito con me e le mie opere in maniera poco scrupolosa e professionale. Ho svolto per un paio di anni l’attività di talent scout e credo di essere abile nell’intuire se un autore valga. Il progetto è nato e si è sviluppato nell’arco di circa sei mesi e da allora (un anno e mezzo di attività) siamo orgogliosi nel riconoscere di aver 74 libri pubblicati e altrettanti – in forma di proposte – che verranno pubblicati nel corso del 2018. Abbiamo varie collane che si occupano di tutti i generi e al momento quelle maggiormente rappresentate sono “Ballate” per la poesia, “La mia strada” per la narrativa e “Tra serio e faceto” per l’umoristica. Abbiamo iniziato con un organico ridottissimo e ora siamo in quindici: la proprietaria, Camilla Capomasi, io che sono il direttore editoriale, la capo-editor Maria Grazia Beltrami che coordina undici editor e la grafica Gaia Conventi. Oltre al nostro sito – che ben presto verrà implementato anche con servizi aggiuntivi – i nostri libri sono acquistabili in tutte le librerie online e ordinabili nelle librerie fisiche. Il nostro distributore LibroCo, copre l’intero territorio nazionale in maniera efficiente e tracciata.

 

Jesi, 28-12-2017

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.

“Pietra e farfalla” di Paolo Mazzocchini, alcune note a cura di Lorenzo Spurio

A cura di Lorenzo Spurio

[H]o faticato un po’ a leggere il suo libro; […] questa non è minimamente una recensione, non ha nessuna velleità di mostrarsi come tale. Si evince dalle Sue liriche una netta predilezione per forme e immagini della classicità e ciò non potrebbe essere diversamente data la sua natura, la sua inclinazione e i suoi interessi che la vedono docente proprio in quella branca del sapere.

9788866443575_0_0_300_75Al di là della pregevole fattura del libro che testimonia come sempre la sopraffina cura editoriale di un editore quale Ladolfi, ho letto il suo libro in numerose riprese, ritornando spesso indietro, rileggendo anche due o più volte alcune liriche perché forse un’unica e sommaria lettura non poteva dirsi sufficiente nel permettere al lettore di avere gli arnesi interpretativi. Si tratta chiaramente di un’impresa che sempre si concretizza quando ci si pone dinanzi a un libro di poesia: da un lato si cerca di capire che cosa il poeta realmente intendesse, dall’altra si conclude spesso che la poesia è meramente una comunicazione pluri-evocativa, vale a dire che può – anzi deve – realizzarsi su più piani e dunque provvedere a varie chiavi esegetiche. Comprendere ciò che uno è in grado e vederci ciò quell’uno pensa di intravedervi.

La poesia contenuta in Pietra e farfalla s’inserisce in maniera ancor più vivida in questo approccio interpretativo e relazionale che il lettore intreccia ai vari righi. Il prefatore Giulio Greco credo che abbia delineato nelle sue note iniziali – con grande capacità – solo alcune delle angolature della sua opera poetica che, in effetti, risulta ben meno catalogabile e definibile di ciò che lo stesso – opinatamente – ha fatto. L’impalcatura volutamente ossimorica o manichea è ciò che ben salta subito all’occhio, sin dalla lettura del titolo, e da una serie di immagini, rimandi e riflessi che, lungo tutta l’opera, fanno capolino, ammiccano, s’intravedono e s’annunciano anche per mezzo di un linguaggio meno luminoso.

Alcuni versi che hanno colto positivamente il mio animo – e per la loro fattura e per la costruzione ficcante delle immagini – posso anche riportarglieli: “La notte è pure/ nuvola che dilaga imprevista/ per la ferita del monte” (p. 15); interessante anche la poesia “Ethos daimon” che, nel forgiare di un carattere, possiamo anche vedere la stessa natura primigenia dell’etimo del termine ‘poesia’ quale, appunto, atto creativo, di costruzione: “ti ho creato per gioco/ disperato bisogno” (p. 28).

M’impressiona molto quel “nulla che dilata” (p. 15), un ottundimento totale, un dominio della cofosi senza precedenti, uno squarcio netto su una tela che aspetta d’essere dipinta. Esso è anche un richiamo assordante e reiterato che minaccia le nostre orecchie nella società d’oggi divisa tra indifferenze e vocii, poco distante da un baratro non meglio definito né definibile. Di certo non è il ‘nulla’ in quanto tale a gettare nella cupa angoscia, piuttosto quell’anonima dilatazione, quell’apertura massiccia e ingestibile, quella voragine che s’amplia, quella macchia che si diffonde. Neppure la “pupilla nera” della notte che, pochi righi sotto la succede, è in grado di scalfire la durezza di quella costruzione che – mi sento in dovere di ripeterlo – è terrificante e al contempo imperiosa, indefinibile e tragicamente assurda.

RingraziandoLa ancora per il dono […] saluto sulle “punt[e] delle dita ai suoni/ che divampano sul frigido/ aplomb della tastiera” (p. 58) delle nostre “percezioni indirette”.

LORENZO SPURIO

 

Il presente testo è un estratto della lettera di lettura del volume inviata all’autore.  La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

L’AUTORE DEL LIBRO

paomazPaolo Mazzocchini (Castelfidardo, 1955), è insegnante di Lettere nei licei, studioso di filologia classica e leopardiana, autore di testi scolastici e scrittore. Nel suo settore di studi ha prodotto numerosi articoli raccolti ora, in gran parte, nella miscellanea Noctes vigilare serenas (Aracne, 2010); una monografia sulla rappresentazione virgiliana della guerra (Forme e significati della narrazione bellica nell’epos virgiliano, Schena, 2000); un’edizione critica commentata della Titanomachia di Esiodo di Giacomo Leopardi (Salerno, 2005). Autore di una raccolta di racconti (L’anello che non tiene, Prospettiva, 2007; Aracne, Roma 2013) e di libri di poesie: Zero termico (Italic Pequod 2014), Chiasmo apparente (Lietocolle, 2016) e Pietra e farfalla (Ladolfi, 2017). 

“Adriatico” l’antologia benefica della Ass. Euterpe il 16/12 a Marzocca di Senigallia

La nuova presentazione del ricco volume antologico curato dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi, interamente dedicato al mar Adriatico, si terrà il 16 dicembre a partire dalle ore 17 presso la Biblioteca Comunale “Luca Orciari” di Marzocca di Senigallia (Via del Campo Sportivo). In collaborazione con il Centro Sociale Adriatico, l’evento sarà imperniato sulla presentazione […]

via A Marzocca la nuova presentazione dell’antologia “Adriatico” a scopo benefico — Associazione Culturale Euterpe

I “Pensieri ricamati” di Anna Olivari. Recensione di Lorenzo Spurio

Anna Olivari, Pensieri ricamati, Affinità Elettive, Ancona, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

La prerogativa principale delle poesie della signora Anna Olivari – se di prerogativa è giusto parlare – è quella di parlare del tempo che cambia rendendo attuabili e vivibili nella sua realtà personale i carichi profondi di un passato che hanno dettato in maniera forte la sua crescita e passaggio nelle varie età. Già il titolo, Pensieri ricamati, evoca di per sé questo fascino verso il semplice, semplicità che si ravvisa non solo nei contenuti (pluri-tematici eppure con la solita trattazione leggiadra ed evocativa), ma anche nella forma. Versi prevalentemente corti contraddistinti spesso da cesure che giungono per dar maggior respiro alle stesse parole impiegate descrivendo distici – com’è il caso della poesia che apre la raccolta – o, più spesso, dando una costruzione pluristrofica, sempre di diversa forma, godendo di quella libertà di costruzione del verso che le consente – come dovrebbe essere – di esprimersi in maniera ariosa e di muoversi con maggior praticità. 

Anna Olivari, con la sua tecnica poetica minimale eppure di forte coinvolgimento e di empatia nel lettore, ci affida versi che sono riflessioni, sguardi sul mondo, approfondimenti interiori che fungono anche da ricordi e dunque come monito per non dimenticare (“il seme della memoria/ rode la mia mente” (40) scrive in “Ricordi”; vi sono poi varie liriche che fanno riferimento alla guerra) nonché delle pillole di profonda saggezza che – crediamo inconsapevolmente – offre al lettore. Poesia basica e pura, con un afflato lirico pregnante che trova i suoi acmi in alcune composizioni nelle quali è vivido e quasi palpabile il sentimento provato. Così, come una buona tessitrice, la signora Olivari “ricama” i suoi versi su una tela, dando preminenza a particolari immagini, ricordi, momenti, tematiche: l’ordito che ne fuoriesce è assai prezioso. I filamenti colorati delle varie liriche si uniscono in maniera ben più che perfetta a delineare un’immagine policromatica lucente, cangiante al sole, ricca di plurievocità.

Poetica del semplice, delle piccole cose, che nasce dalla quotidianità, dal guardare con stupore e interesse ciò che si staglia al di là della finestra di casa o basata sui ragionamenti lucidi, eppure di mondi immateriali, che la donna è in grado di fare in maniera assai pratica. Poesia evocativa, dove la stanza della casa, da scrittorio e fucina dei pensieri, non è altro che il trampolino di lancio verso mondi altri, riallacciati tra loro per mezzo dei fili del destino, della meticolosità della cura, dell’esigenza di raccontarsi.

10637429

Nelle pagine di questo libro, tra i ricordi e le speranze di una donna saggia e vegliarda che tanto ha visto accadere nel mondo del quale è protagonista, non mancano gli aneliti verso l’apertura di una stagione di pace, che sia seria e duratura, a permettere l’abbandono di odi, invidie e di lotte intestine. La spontaneità nel trattare questo e altri temi di portata universale (la poesia “Grazie potenti” è incentrata, ad esempio sull’endemico problema dell’immigrazione) fa sì che i suoi moniti non divengano retorica né puerile sfogo dagli intenti buonistici. Al contrario i versi – così ben espressivi e mai ridondanti – fungono da labile carezza verso quei volti di emarginati e disattenti, come un aiuto corale che vive della solidarietà e della bonomia dell’animo umano.

Esempio di virtù e di positività di cui abbiamo ben bisogno non solo per poter affrontare le troppo spesse fosche giornate dell’ordinario, ma per prenderci meno sul serio e vedere – con lo scandaglio del cuore, che mai mente – “che brutte cose fanno grandi e piccini” (25) e ricordare gli abomini che – in nessuna forma – dobbiamo mettere nelle condizioni di poter ritornare. Questo, perché, per richiamare alcuni versi di chiusura della bella poesia “15 aprile 1999” qui contenuta, si deve ascoltare il cuore, ben prima dell’intelletto, che spesso è soggiogato e non permette di attuare nel Bene: “[L]a ragione è smarrita/ la strada non si trova/ il cielo non manda più luce” (33).

Ad arricchire ulteriormente la silloge sono alcune liriche dedicate al ricordo di alcune località visitate che la poetessa descrive con tocchi di vivo espressionismo da permetterci di visualizzare con precisione i suadenti contesti geografici di cui scrive (La Maddalena, Santorini, Procida, solo per nominarne alcuni). Ad essi si associano anche alcuni importanti omaggi alla città che da anni l’accoglie, ovvero il capoluogo dorico, alla quale sono dedicate due liriche: “Piccola anconetana” (proposta anche in lingua greca) e “Cardeto” che, con perizia descrittiva, ci offre una bella miniatura del noto parco di Ancona dal quale si gode una vista mozzafiato. Non solo beltà paesaggistica (i colli e il mare) ma anche la capacità edilizia dell’uomo (il vecchio e il nuovo faro) e, ancora, la necessità del ricordo, lì tra le steli bianche con le incisioni difficili da sviscerare, che ricordano i tanti ebrei uccisi nell’età delle diaboliche persecuzioni e della vergognosa miopia dell’uomo.

Lorenzo Spurio

Jesi, 02-12-2017

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

Le vicende di un’intera famiglia tra varie generazioni: “L’inatteso” di Cinzia Perrone (Recensione di L. Spurio)

Cinzia Perrone, L’inatteso, Del Bucchia, Massarosa (LU), 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

 

23172642_363777467384562_2642203604729630886_nUna vicenda intricata dai toni per lo più amari quella raccontata da Cinzia Perrone, l’autrice partenopea da vari anni attiva a Jesi che ha recentemente pubblicato anche Mai via da te (Montedit, 2017), cronica romanzata di un momento personale di particolare tormento.

Qui, in L’inatteso (Del Bucchia, 2017), l’autrice ha predisposto una trama dal contorno storico. La cornice permette di iscrivere la storia all’interno di una data fase storica – anche ampia, come vedremo – che ha contraddistinto la vita sociale del nostro Paese. Non un romanzo storico propriamente detto, dunque, ma una serie di episodi collegati alla famiglia Selvaggi che danno vita, nel trascorso generazionale, a vicende successive, digressioni nonché incroci tra personaggi e curiosi ribaltamenti.

La narrazione, dalla cadenza spigliata e dalla preferenza semantica per un lessico piano e d’uso comune, prosegue in maniera piacevole tra i vari capitoli che compongono la densa narrazione. Densa per la gran quantità di personaggi che intervengono a costruire il romanzo, tra figli, nipoti e cugini, tutti in qualche modo legati tra loro – non solo per questioni meramente genetiche – ma per le tematiche di fondo che la Perrone sviscera.

Dal capostipite seguono almeno quattro generazioni che vanno a coprire un tempo superiore a un secolo, aprendosi la narrazione in un’età di fine ‘800 e concludendosi – intuiamo dai riferimenti – attorno agli anni ’70-’80 del Secolo scorso. In questa ampia fascia temporale nella quale l’Italia visse momenti critici come le due guerre mondiali, le problematiche relative alla Ricostruzione, il dominio del ventennio, la transizione democratica e tanto altro ancora alla Perrone non interessa ricostruire fedelmente, dando validi appoggi cronachistici, ciò che nel tessuto socio-economico-politico accadeva. Piuttosto – come già si è accennato – i rimandi a determinati periodi della storia (le due guerre, il regime, etc.) servono per meglio contestualizzare gli episodi di alcuni membri della famiglia e di darne, nel loro continuum, un tracciato completo di nascita, crescita, sviluppo e diffusione di un ceppo familiare.

silhouette-2478840_960_720

L’ambientazione – a differenza della cronologia – non è ben chiarita per espressa volontà dell’autrice ma non è difficile capire, da alcuni piccoli elementi sparsi qua e là, che ci troviamo in una qualche realtà di provincia del Meridione; quel regno del sud dei Borboni che di lì a breve tramonterà, aveva consentito un certo benessere sociale anche per mezzo di un propulsivo incentivo alle attività agricole. Si tratta comunque di un ambiente che la Perrone preferisce non connotare in maniera troppo netta né distintiva per permettere forse di poter leggere la storia come universale, come possibile di ogni ceppo familiare.

Difatti ciò che viene narrato appartiene alla consuetudinarietà della vita: tra figli non voluti, abbandoni, matrimoni che finiscono, allontanamenti, privazioni, precarietà e tanto altro ancora. Notevole il fatto che in tale ampio excursus episodico di vicende umane e familiari la Perrone abbia voluto riferirsi – nella narrazione delle nuove generazioni – a tematiche assai importanti e diffuse la cui trattazione è stata ed è nevralgica nella nostra società contemporanea. Mi riferisco alla questione delle ragazze-madri che consente di parlare e approfondire i temi del pregiudizio sociale, nonché delle difficoltà economiche e psicologiche di sostenere la crescita di un infante in mancanza dell’altra figura genitoriale. Meritano la giusta attenzione anche lo scottante episodio dell’abbandono del tetto coniugale (tema comunemente stigmatizzato come lascivia e immoralità della donna, in decadi a noi non troppo lontane) a seguito di episodi di violenza domestica. Non ultimo per importanza è anche il fatto di aver posto attenzione verso l’universo dell’omosessualità (altro tema che nella nostra società continua a essere stigmatizzato) e di aver, in qualche modo, proposto con la fusione abitativa dei due fratelli (ragazza-madre e omosessuale) un nuovo tipo di nucleo sociale – se non proprio di famiglia canonicamente detta – che può esser valido e aiutare la crescita dell’infante che, per lo meno, matura in un contesto d’amore e di pace tra gli adulti.

Lorenzo Spurio

Jesi, 02-12-2017

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.

L’antologia “Adriatico” della Ass. Euterpe a sostegno dello IOM sarà presentata domenica 3 dicembre a Jesi (AN)

Presso la sala maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Corso Matteotti) domenica 3 dicembre si terrà, a partire dalle 17:30, la prima presentazione al pubblico del volume antologico “Adriatico: emozioni tra parole d’onde e sentimenti” ideata e prodotta dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi. Il volume, curato da Stefano Vignaroli, Lorenzo Spurio e Bogdana […]

via A Jesi la prima dell’antologia benefica sul mar Adriatico a sostegno dello IOM — Associazione Culturale Euterpe