Lucia Bonanni legge e analizza l’antologia poetica sulla città curata da Lorenzo Spurio

BORGHI, CITTÀ E PERIFERIE

L’antologia poetica del dinamismo urbano

a cura di LORENZO SPURIO

Nota critica di lettura di Lucia Bonanni

 

cover agemina stesa-page-001“Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del discorso é segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli e ogni cosa ne nasconde un’altra”.

Il filo segreto che unisce il discorso di questa raccolta antologica è ordito su un telaio immaginario e la spoletta passa da una città all’altra a tramare un arazzo di testi la cui rappresentazione artistica è data dalla voce di più figure poetiche.

Così abili mani  annodano argomenti quali le bellezze architettoniche e paesaggistiche, i ricordi, il contrasto tra la realtà del passato e quella del presente, il disagio esistenziale, il degrado dell’ambiente, la diversità, l’inquinamento, le trasformazioni subite dai centri abitati, la mancanza di lavoro, la speculazione edilizia, i vari accadimenti, il progresso tecnologico, l’emigrazione, le marginalità, le tradizioni popolari, le menzioni più o meno esplicite ai grandi poeti nonché il dialetto e quelle “escursioni fuori porta” che invitano il lettore ad una continua metamorfosi di analisi e sintesi e identificazione con i testi letterari.

“Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano” ed “È dolce il tuo abbraccio, così intenso e corposo,/ed io mi ritrovo ragazza, quando a vent’anni, /mettevo radici forti ai miei sogni infiniti” come dice Anna Scarpetta, pensando alla sua città, Napoli, il cui viso è ben scolpito nella sua mente con “il mare che scivola e unisce il limite del cielo” e   dove adesso “si fatica, per via della crisi, ad andare più avanti”.

Ma il passato delle città è anche “un segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole” e per Vincenzo Monfregolanon è facile raccontare dei sorrisi nati nel  degrado”, però l’autore non perde mai di vista la capacità di saper affermare la propria dignità di uomo e la “grande voglia di rivalsa”, cercando una catarsi anche dove “i fiori neri sembrano belli”; e se Anna Scarpetta ci dice delle bellezze architettoniche e paesaggistiche della sua città, Vincenzo Monfregola vuole “un prato verde/con alberi grandi” per raccontare al mondo di una gioia che chiamano vita. Ma nell’immaginario di ciascuno “Napule è” pur sempre “mille culure… e a voce de’ creature che saglie chianu chianu”.

La memoria storica di ogni città è scritta “negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre” e troviamo Luigi Pio Carmina a firmare la tela di un acquerello in cui Palermo è rappresentata in ogni suo aspetto, dai mosaici di Monreale, alla Vucciria dei mercati, ai veri quartieri cittadini, al festino dedicato alla Santuzza, alle bellissime spiagge dove le onde del mare alla sua “ode donano colore”; e poi c’è monte Pellegrino “antica roccia” che si erge dalle “salse acque/di Palermo” e che porta Emanuele Marcuccio a chiedersi perché le sue strade “stridono luttuose” e “remoti mali” la schiantano, realtà a cui fa riferimento anche Carmina, dicendo che l’intera isola “Chiu bella fussi senza vossia”, cioè senza quelle persone “carenti di onore” che si aggirano tra aranceti e vigneti.

Un populu/mittitilu a catina/spughiatilu/attuppatici a vucca/è ancora liberu. Livatici a tavula unni mancia/u lettu unni dormi/ è ancora riccu” un popolo diventa povero e servo “quannu ci arrubbanu a lingua”, allora è perso per sempre, è perso perché perde la propria identità culturale, le proprie radici, quella identità tramandata di padre in figlio  con gli usi, i costumi, le tradizioni che lo rendono forte e rispettabile. Però a Carmina “ni ristò a vuci d’idda” per cantare la propria terra come la voce di lei,  quella della madre, la parola dialettale, resta a Marinella Cimarelli che con piglio felice e fare giocoso ci fa conoscere la città di Jesi che è “’na bella cittadina… trullarero trullallà senza Jesi ‘n se po’ sta’” anche perché questa città con tutti quei nomi dei campioni , ha il vanto di essere la città dello sport per cui “non è fantasia, ma pura realtà… che questa seguro è la città de Jesi!”. E la parola dialettale resta anche per Mario De Rosa  che ci narra di Morano Calabro con profonda nostalgia tanto che “ti scinni ‘nd’u coru nu’ scurunu” perché poco distante da L’Annunziata “c’è un vicinato/dove prima regnava l’allegria/di gente buona/di gente buona con le vecchie usanze/che faceva teatro in mezzo alla via”. Il medesimo sentire si riscontra nei versi di Sandra Carresi che in “giro fra le bancarelle sotto il sole cocente d’agosto” ripensa che un tempo era tutto diverso, quando in giri valzer o danze più scatenate davano vita a legami amorosi, mentre nel tempo dell’oggi “nessuna musica, ognuno in casa  propria riposa… nella piazza solo qualche chiacchiera” e bottiglie vuote saranno “silenziose testimonianze del tempo che racconta il suo passaggio”; un passaggio  che si ferma in quella che è “una delle più belle Piazze del Mondo” per la rievocazione di un’antica usanza primaverile in cui il carro brucia e la “colombina (che) s’è rotta”. Intanto l’Arno continua a scivolare sotto i ponti “come un poeta visionario” e “a scalare/con fragore/le cascate” e Maria Luisa Mazzarini attraversa il ponte e dopo la Messa in chiesa va alla ricerca della tomba del Poeta. Dagli indizi che ci dà l’autrice, penso si tratti del ponte Vespucci che porta al quartiere di San Frediano e di lì per via Pisana a Badia a Settimo dove si trova la tomba del Poeta. Ma proprio perché si tratta di quel poeta che presso le Giubbe Rosse cercava di vendere i suoi Canti Orfici, mi piace immaginare che il ponte sia quello di Santa Trinità dove “i piloni fanno il fiume più bello/e gli archi fanno il cielo più bello”. “Dino Campana/Poeta 1885-1932” è l’epigrafe sulla tomba che si trova nella cappella della chiesa di San Salvatore. “Le donne dicevano ai ragazzi: è il poeta! senza sapere chi” scrive Piero Bargellini che dal cimitero di San Colombano fece traslare le spoglie mortali di Dino Campana nella chiesa di San Salvatore. “Sulle increspature/dell’Arno al tramonto/si è specchiato il tuo volto” e forse quello che cerca Anna Grecu è il volto del Poeta che in giro per la città “fugge l’inganno/di (quel) mare in tempesta” che è la sua stessa esistenza.

La metropoli, come ricorda Michela Zanarella, “ha i colori del tempo… nelle enormi arterie (si ) divorano mescolanze (e) grigie abitudini”, terreno fertile del disagio sociale, delle solitudini, delle marginalità, delle distanze e “tra casucce ammonticchiate/e vicoli oscuri”, quelli descritti da Francesca Luzzio, si vedono  “ventri gonfi di bambine/che danno vita/ma non sanno come” mentre il “passo tremante di ubriaco” rammenta ai passanti che “Si è/ vasi fragili/davanti/a certe aporie/dello spazio-tempo”, davanti a problematiche che non offrono soluzioni, che affannano e allontanano anche dall’essere persone coscienti del sé, per cui “nessuno sa/cercare/un passaggio orientato/nelle antinomie post moderne dell’identità” come sostiene Lucia Bonanni che insieme a Maria Rita Massetti nelle “cartilagini del tempo” vorrebbe rinvenire il “sospiro dei secoli… sui muri smemorati” delle case che cadono nel silenzio per destarsi poi “nel livore di un’alba/ancora assopita… assetata/di colori e rugiada”.

Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l’uomo cammina sui lentischi e sulla creta… scricchiola e si corrode ogni pietra, da secoli” scrive Salvatore Quasimodo nella prefazione del testo La terra del rimorso, sintesi della ricerca etnografica in Salento, condotta nel 1959 da Ernesto De Martino per studiare il fenomeno del tarantismo dal punto di vista storico, culturale e religioso. Fenomeno velatamente evocato nei versi di Teresa Anna Rita De Salvatore che in quella “Lecce franta nel ricordo” fa rivivere “gli incubi antichi” di una città quale “isolato tempio” con “i sogni dei poveri/(che) andavano a vedere in piazza i presepi” mentre i giocattoli grandi erano riservati soltanto ai bambini più ricchi. Ma la Puglia non è soltanto tarantismo, povertà e solitudine, essa è una terra ricca di arte, di storia, di cultura e di fede che si manifesta in “Cuore e spirito” all’interno  di un “sacro luogo di riconciliazione” dove ci conducono i versi di Maria Pompea Carrabba, decisa a difendere il “sacro luogo del cuore” in attesa che San Nicola faccia ritorno nella chiesa e si avveri “il sogno di un piccolo paese”. E “tra scorie di viaggi logori”, come vuole la tradizione “A piombo rappreso,/il Santo, nel suo tempio d’altezza,/guardava sonnolento” la città di Ancona di cui è Patrono; in questo caso è Lorenzo Spurio a narrare le atrocità inflitte a San Ciriaco, obbligato a ingoiare piombo fuso e poi decapitato. “Con Betlemme/hai piantato un ulivo” e in questi tempi di amarezze  il pensiero della De Salvatore si unisce a quello di Anna Scarpetta e va verso la Terra Santa dove il prezzo della cristianità è costato  sacrificaci crudeli per mano di “furiosi gendarmi”. La fede che è accoglienza, speranza, unione di cuore e spirito, accettazione dell’altro, condivisone, aiuto reciproco, nei versi di Elvio Angeletti  apre anche al “musicante (che sta) ancora lì/solo nel suo destino/ad aspettare la mano di una  amico” come si volge a chi è diverso,  “diverso da chi e da cosa/c’è forse una regola/c’è forse uno stampo” si interroga Franco Andreone, ricordando un giardino “nel bel mezzo di una piazza” dove un tempo “andava a far scorrazza”.

Un ragazzo moccioso/(con i) pantaloni larghi e  sporchi/(ma) lesto, furbo e sapiente”, tradito dagli uomini, si staglia nelle parole di Emanuela Di Caprio come nel dire di Osvaldo Crotti si anima un “temprato guerriero/dallo spirito ribelle/pioniere di lotte senza fine/unico e degno/ maestro/di tanta dignità” il Clochard con “gli occhi pieni di stelle” che vive per strada e la sua coperta è “un cartone e un pizzico di luna”. Tante volte nelle vie cittadine si incontrano “cani legati al guinzaglio dai loro padroni/che fanno il giro per i loro bisogni come barboni”, ma sono pigri e indifferenti con gli occhi pieni di tristezza e persino il loro abbaiare è diventato così poco credibile da sembrare addormentato; di questo si rammarica Patrizia Pierandrei che con occhio attento riesce a notare ciò che in altro contesto aveva subito notato il povero Marcovaldo un mattino mentre aspettava il tram. “Chissà da dove vengono quei poveri funghetti,/il vento forse li ha costretti,/a crescere tra le dure pietre lastricate”, ma quei funghi non possono nutrire né il barbone e neppure l’emigrato. Dato che “l’arte vuol sempre irrealtà visibili” proprio come afferma J.L. Borges, vediamo Cristina Lania perdersi nelle vie della sua  città, ricordando i fasti passati e l’autrice ritorna dove “la Madonnina del Porto/si erge come eterea vision/nitida nella sua unicità” e il mare è “effluvio e respiro della (sua) terra (e) Zancle non è più chimera lontana /(mentre) il cielo si frantuma in cristalli di luce”.

Per Francesco Paolo CatanzaroNella piazza il vecchiume si crogiola al sole./La città è solenne/nei suoi vapori di smog e di frenesia metal meccanica”, “Ci si accorgerà nel corso del tempo/quanto la tecnologia ha prezzo,/quanto la ferraglia, l’acciaio/inondi il paesaggio/ e provochi lo tsunami della civile inciviltà” in quel cuore di latta che, secondo l’autore,  ha adesso la città.

Ma la città è anche incanto e bellezza che giungono come un’eco sulle musiche di Respighi che celebra i pini e le fontane di Roma “per riapparire ancora” tra le righe di Giuliana Montorsi e in quelle di Michela Zanarella  in un “abbraccio universale/ eppur donato a ognuno” e “dove le pietre fondono memoria/freme l’asfalto confuso/ed il Tevere veglia/il sotterraneo mutare dell’aria/(che) si rinnova nell’incanto dei palazzi/e nello zampillo limpido delle fontane”. Cristina Vascon scrive che “tra le nebbie/sboccia una luce (e) mille albe si stemperano/in rugiade/(mentre) tra solchi d’immense nuvole/germoglia il sole”. Le due autrici, entrambi venete, fanno tornare alla mente i palù, quei paesaggi delle aree pianeggianti tra il Veneto orientale e il Friuli e il cui termine è usato al plurale come metonimia per indicare le aree prative dove cresce il palù, un’erba del genere carex, diffusa in quelle zone, oggetto di studi antropologici e rivisitata anche nei componimenti di impegno sociale, scritti da Andrea Zanzotto.

Dalla malinconia dei campielli si va “verso i pioppi sugli argini/là dove la curva del fiume/risplende/come lastra d’oro” e il fiume lambisce la città in cui “le cuspidi ardite/riecheggiano un passato di furiose/e crude lotte tra fazioni avverse/i merli ghibellini/sul mobilissimo Palazzo Gotico” mentre la nostalgia pungente per la propria terra si fa posto nella mente di  Giorgina Brusca Gernetti e gli echi delle aspre lotte per le investiture fanno pensare alle due torri, divenute nel tempo simbolo della città di Bologna. Elisabetta Mattioli ne ammira la statua del Nettuno “in connubio/ assieme all’acqua/e protettore silente/di un mare senza spuma/unito a una città senza tempo” mentre per Bartolomeo Bellanova Bologna si configura come “un luogo dato agli spettacoli” con i “passi che vanno e vengono, oscillano,/barcollano su un copione scritto/barcollando su una pagina bianca,/scia d’inchiostro esaurito” e il poeta resta “quello che nasconde i cocci sotto pelle,/aspettando la notte dopo”.

Nella profondità cittadina” di Francesco Paolo Catanzaroil vecchiume si crogiola al sole” e la città mostra il suo cuore di latta e quello che prima era un piccolo borgo si è ampliato e ha subito profonde trasformazioni e “ci si accorgerà nel corso del tempo/quanto la tecnologia ha prezzo/ e provochi lo tsunami della civile inciviltà”. Nell’orizzonte poetico di Gianluca Papa si profila la “torre alta/ovattata finestra/ indicibile/luminosa gloria” di Pisa, oggi splendente nei suoi alabastri. Felice di narrare le proprie emozioni, Massimo Rozzi volge il pensiero agli amici e da esule pone lo sguardo “alla meta della domenica”, il suo paese, dove adesso “i giovani trovano una speranza/sul loro futuro senza scappare”. Dalla profondità del silenzio come epifanico sentire prorompe la voce letteraria di Renato Pigliacampo, nemico talvolta a se stesso, “teso nei sogni” delle colline marchigiane che “nelle sere che calano sul mare” ancora gli parlano nella lingua dei padri per rinsaldare il vincolo d’amore con il proprio territorio e “oltre il Colle dell’Infinito” esiliato “in terre padane” allorché si affacciava alla vita ed ora tiene in un “abbraccio d’amore la sua Porto Recanati.“le luci rifrante, le case, i palazzi…/ e cerchi concentrici si intersecano allargandosi./E si dissolvono, emulando le vite… Cambieranno i passi, stanotte al molo,/e le barche r i marini moti” e là, oltre la risacca che si frange lungo la linea del porto, “Distante il falso/ mare rivendica/ la sua libertà incarcerato//in una fotografia ritoccata” e  Daniela Gregorini  all’alba  si ritrova a ballare tra i “tavoli impazziti” di una folle città per evadere verso le illimitate sponde del tempo mentre aspetta un tram “flouato”.

Nelle escursioni fuori porta anche all’estero, troviamo anche le città di Lorenzo Spurio che racconta di “cocci taglienti e scarpe spaccate/nella piazza centrale, assedio,/ contro un capo-cecchino/schifoso, come tutti i capi in guerra” e “la temperatura era buona, infingardi cani neri/agguantavano al collo/con guizzanti morsi”, trasformando il faraone di pietra in un “colabrodo/ di sangue rubato (e) i bambini rubavano il mare/con gli occhi bagnati”. Versi, questi, che ho avuto modo di apprezzare nella lettura della sua silloge Neoplasie civili (Agemina, Firenze, 2014) ed evocano altre piazze di libertà e indipendenza dal faraone di turno.

E per tutte queste caratteristiche “la città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare”.

Un lavoro poderoso, superbo, unico nella sua rara composizione quello che ha svolto Lorenzo Spurio, curatore di questa antologia poetica che nella selezione dei brani poetici ha dato vita ad un coro polifonico, ad una partitura in canone in cui ciascuna voce parte da un punto di vista personale e si ritrova in sintonia con i pensieri, i concetti, i contenuti, i sentimenti, le emozioni, le delusioni, i desideri, le paure, le vicissitudini in un labirinto di idee, legate le une alle altre da un unico tema, la città, ovvero da quel dinamismo che fa di ogni centro abitato un organismo vivente; un organismo il cui nucleo resta sempre il cuore pulsante dell’Uomo che sa irrorare le sue cellule di linfa vitale in uno scenario sempre mutevole e affascinante.

Onorata di far parte di questo lavoro e di questa compagine di sognatori che amano la Poesia.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve, lì 9 aprile 2015

“Gli argini non sono sponde. Poesie per un fiume”, antologia di poeti senigalliesi curata da Alessandro Seri

Presentazione del libro

“Gli argini non sono sponde” –  Poesie per un fiume

‘Un libro come questo è un atto d’amore e un esperimento di civismo sopraffino, un dono da lasciare a futura memoria, una testimonianza che ha l’umiltà di non essere monito ma solo suggerimento. Il fiume, come la poesia, non fa danni se lo si rispetta ma se lo si deturpa, se non lo si cura, così come la poesia, esso smette di avere una funzione vitale e trasforma le sue tante utilità in disastro.’ Così Alessandro Seri descrive il volume che verrà presentato domenica 12 aprile alle ore 18 e 30 nella Sala del Trono, presso il Palazzo del Duca, a Senigallia.

Saranno presenti, oltre a Alessandro Seri, Massimo Raffaeli, l’amministrazione comunale di Senigallia e i poeti dell’associazione ‘Nel verso giusto – Senigallia/Poesia’ autori della raccolta.

La presentazione sarà un’ulteriore occasione di connessione tra i poeti de ‘Nel verso giusto’ con la WPM, World Poetry Movement.

Il volume ‘Gli argini non sono sponde’, edito da Venturaedizioni, contiene poesie di Mary Aguglia, Matilde Avenali, Liliana Bellagamba, Annamaria Berni, Diana Brodolini, Antonietta Calcina, Maria Chiara Capone Di Donfrancesco, Francesco Cavallari, Silvia Cingolani, Rita Cursini, Elisabetta Freddi, Letizia Greganti, Marisa Landini, Paola Mazieri, Fiorina Piergigli, Maria Pia Silvestrini.

Locandina Presentazione 12.4.2015-page-001

Luisa Bolleri e Sandra Carresi su “L’opossum nell’armadio” dello jesino Lorenzo Spurio

“L’opossum nell’armadio”

di LORENZO SPURIO

PoetiKanten Edizioni (2015) – raccolta di racconti

RECENSIONE DI LUISA BOLLERI
Un’interessante raccolta di racconti brevi che rivelano, di pari passo con le peculiari caratteristiche morfologiche e comportamentali dell’opossum, le relazioni familiari e sociali, i malesseri, le manie e le ossessioni dei protagonisti di ciascuna storia.
Personaggi dagli atteggiamenti curiosi, conflittuali e persino patologici, che potremmo incontrare almeno una volta nel corso della nostra vita, che l’autore analizza acutamente col metro dell’introspezione psicologica. Quindi un’ansia che pervade ogni storia, un’inquietudine che dilaga.
Un grande lavoro di ricerca nel profondo, per estrarre la verità dall’armadio, metafora di tutto quanto è celato alla visuale, nascosto nell’ombra, sia che rappresenti la motivazione recondita delle azioni compiute, dei desideri inconfessabili o dei sogni, sia esso lo scrigno di sofferenze, sentimenti o ricordi rimossi. 
Come il lettore sa bene, la forma narrativa del racconto ha bisogno di una capacità espressiva particolare, per brevità e incisività. Riuscire a suscitare emozioni in poche pagine è cosa più ardua di quanto si creda.
Lorenzo Spurio ottiene egregiamente non solo di catturare l’attenzione del lettore con una narrazione di indagine e scoperta in divenire, suscitando uno stato di tensione e interesse, ma soprattutto è capace di legare tutti questi racconti con un unico filo conduttore, che studia e scandaglia gli atteggiamenti strani, nevrotici o psicotici umani.
Questa lista di comportamenti soltanto apparentemente insoliti viene paragonata, in parallelo e capitolo per capitolo, alla vita dell’opossum, piccolo e simpatico marsupiale americano, premendo gradevolmente anche sul pedale dell’ironia. Perché l’uomo rimane pur sempre un animale e come tale ha bisogni, istinti, strategie di combattimento e difensive che lo ancorano alla sua natura più primitiva.

LUISA BOLLERI

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Lorenzo Spurio – “L’opossum nell’armadio”

RECENSIONE DI SANDRA CARRESI

Dallo scrigno bianco di Lorenzo Spurio 21 racconti custoditi gelosamente graffiano il foglio bianco mettendo a nudo le pieghe nascoste nei cassetti della mente raccontando fragilità, disagi, desideri silenziosi, godimenti nascosti, tutte componenti che fanno parte dell’essere umano. Entrando in punta di piedi in – un mondo – più o meno nascosto, qualche volta addirittura celato alla persona stessa, ma che esiste e spesso ha voglia di uscire e di agire.

Una penna ben appuntita quella di Lorenzo Spurio che sa muoversi con delicatezza fra le componenti meno nobile dell’animo umano, portandole alla luce con il coraggio di esternare turbamenti e comportamenti volutamente velati dal dubbio della anormalità. Pensieri e azioni uniti dallo stesso filo di fragile seta.

Lorenzo Spurio, col suo – L’opossum nell’armadio – non ci invita ad una lettura leggera, non si fanno voli di gabbiani in cieli azzurri sfiorando mari spumeggianti, piuttosto una riflessione alla buona conoscenza di tutte le sfaccettature della nostra mente proprio per averne un atteggiamento pronto a saper riconoscere i propri desideri, bisogni, fantasie inconfessabili, saper  gestire il tutto con ironia,  senza entrare nel vortice dell’angoscia, della disperazione, fronteggiando con la conoscenza, soluzioni, senza chiudersi in spaventosi silenzi per azioni a cui vanno mille interrogativi tardivi.  

La particolarità di una giornata, un odore, un mobile, la pioggia o il caldo afoso, potrebbero scatenare sensazioni imprevedibili e sconosciute, o dare una svolta positiva alla nostra vita, chissà…

SANDRA CARRESI

I martedì con la poesia al Liceo Scientifico di Jesi (Marzo 2015)

Al Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Jesi – Viale Verdi 23

Elenco degli appuntamenti:

Martedì 3 marzo – FABIO MARIA SERPILLI – La poesia neodialettale

Martedì 10 marzo – ELISABETTA PIGLIAPOCO – Voci fuori dal coro. Storie di poeti marchigiani

Martedì 17 marzo – AUGUSTA TOMASSINI – Presentazione del libro “L’altra me. Bagliori in veri”

Martedì 24 marzo – LORENZO SPURIO – Presentazione del libro “Neoplasie civili”

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Il premio “A passo di notizia” il 7 marzo ad Asmae Dachan

La cerimonia si svolgerà alla sala Viani della Mole Vanvitelliana. Asmae Dachan esporrà anche le sue fotografie di reportage

L’Ordine dei giornalisti delle Marche organizza per il 7 marzo 2015 (ore 17), nella sala Viani della Mole Vanvitelliana di Ancona, la consegna del premio “A passo di notizia”, dedicato in questa edizione al giornalismo in zone di guerra. Il Consiglio ha deliberato di assegnare il premio, quest’anno, alla collega italo-siriana Asmae Dachan, per i suoi reportage nelle città siriane devastate dai combattimenti e nei campi profughi di confine, per l’intensa attività di informazione e sensibilizzazione svolta in stretto contatto con agenzie e reporter clandestini, e per l’impegno profuso nell’aiuto umanitario alle popolazioni civili coinvolte nel conflitto. Alla manifestazione pubblica del 7 marzo, che ha ricevuto il patrocinio dell’Assemblea legislativa e della Giunta regionale delle Marche, della Provincia e del Comune di Ancona, dell’Ordine nazionale dei giornalisti e dell’organizzazione umanitaria Onsur, sono state invitate le massime autorità civili e religiose regionali, provinciali e cittadine. Il programma prevede il saluto delle autorità presenti, la consegna del premio, una relazione della collega Dachan sulla situazione siriana e l’inaugurazione di una mostra fotografica che resterà aperta fino al 21 marzo.

Locandina Dachan
Fonte: http://www.odg.marche.it/notizie/iniziative/2015/mostra-e-premio-a-dachan

POESIA DOMANI N. 45

Un incontro sul ruolo e la presenza della donna nelle poesie del poeta romano Belli, domani in Ancona al Palazzo della Regione.

Avatar di Marco Di PasqualeIl fruscio secco della luce

A Poesia Domani (come ogni mercoledì sulle frequenze di Radio Domani alle 11.15) ancora si respira aria carnevalesca, con l’ironia, lo schiamazzo e l’irriverenza che essa porta con sé. Perciò, grazie allo spunto di un evento che accadrà domani ad Ancona, facciamo un salto indietro nel tempo per andare a ritrovare una grande firma della poesia satirica, cioè il romano Giuseppe Gioachino Belli, vissuto nella prima metà dell’Ottocento, voce graffiante e struggente al tempo stesso dello spirito più autentico della plebe della capitale, allora sotto il potere Pontificio.
Tra i tanti temi trattati nei suoi componimenti in dialetto romanesco, sono tanti i sonetti in cui Giuseppe Gioachino Belli si ritrova a parlare di donne, di ogni tipologia ed estrazione, rifacendosi anche alla sua esperienza biografica. Un elemento che le accomuna tutte è la prontezza nel rispondere a tono, nel dire la verità. In ogni testo si ritrovano tante scenette…

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IV Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a favore della Fondazione Salesi di Ancona per il bambino ospedalizzato

La IV edizione del Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”
scadenza 15 maggio 2015

Avatar di Emanuele MarcuccioIn parole semplici

IV Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”

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Emanuele Marcuccio su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

(Agemina Edizioni, Firenze, 2014)

 

Recensione di Emanuele Marcuccio

 

Neoplasie civili di Lorenzo Spurio
Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Ho letto con molto interesse la prima silloge poetica di Lorenzo Spurio, scrittore e critico letterario che, dal 2013 ha iniziato a scrivere anche in versi e, devo ammetterlo, questa Neoplasie civili non sembra una silloge di esordio, in essa si nota già uno stile originale e personalissimo; evidentemente Spurio ha riversato tutto il bagaglio di scrittore nella sua poesia. Abbiamo quindi, una poesia di riflessioni, di pensieri, di indagine; già il titolo Neoplasie civili è tutto un programma: poesie-“neoplasie” che, come tumori in metastasi vogliono erodere l’indifferenza verso i mali del mondo, perché di poesia civile scrive il poeta in questa silloge. Dalla prima “Giù la serranda”, immedesimandosi in chi vuol chiudere gli occhi di fronte al marcio lì fuori (“La sommità d’un capannone d’eternit/ mi squadrava sospetta.// L’intonaco fradicio dalla recente pioggia/ sembrava una spugna di sangue.”), tirando giù una serranda e infilandosi sotto le coperte; all’ultima “Colloquio”, tra l’io poetante e la natura, forse ispirato dal leopardiano “Dialogo della Natura e di un islandese”, lì Leopardi, attraverso l’islandese incolpava la natura dei mali del mondo, qui Spurio, attraverso l’io poetante le chiede scusa, ma la risposta della natura è sempre la stessa, funesta e terribile: “M’inginocchiai e baciai la terra/ chiedendole scusa;/ […] e nel mentre dall’alto/ una pioggia acuminata/ m’infilzo dappertutto […]”

In mezzo, l’indagine poetica e partecipante si sposta all’osservazione critica del mondo, dalla scena politica (“[…] exit polls ossidati/ da lacrime d’emoglobina.”; “Il presidente avrebbe lasciato,/ il tempo aveva fatto il suo corso;/ […] Il presidente era diventato re.”) a scene di guerra (“Non ho mai avuto tanto freddo;/ serravo i pugni con sovrumana forza/ con la speranza di polverizzarmi.// […] impavidi cecchini sparavano,/ uccidendo soldati amici.”), a scene di rivolta (“[…] una patria/ affollata nelle preoccupazioni,/ massacrata nelle opposizioni,/ martoriata dalle aberrazioni,/ […] e le donne denunciavano stupri/ mentre piazza Kizilay/ veniva sgomberata con la forza.”), alla tragedia del mare di Lampedusa (“Polpastrelli dalle impronte/ slavate dal mare/ e stinti per sempre/ affioravano ora qui, ora là.”) a quella dell’Oceano Pacifico (“Strozzai un bicchier d’acqua/ e mi commossi.// Il comandante oceanico/ […] accoltellava l’umanità di angoscia/ con il traghetto-catafalco […]”). Si sofferma sulla tragedia di cui rimane vittima la giovane quindicenne di Corigliano Calabro, accoltellata e poi arsa ancora viva: “Ritornato sei,// […] Le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna,/ l’hai arsa// […] e Dio piangeva a fiumi,/ genuflesso sui carboni ardenti.”

Si sofferma poi sul ricordo della “donna metallica”, con un omaggio al vetriolo a Margaret Thatcher, responsabile delle “bombe a Port Stanley” e non solo. Commosso, invece, l’omaggio alla “principessa triste”, Lady Diana, “Il suo biondo accecante,/ il suo amaro sorriso,/ […] e quel cuore indomito,/ calamita a quello dei deboli/ non aveva perduto la carica.”

Ed ecco che l’indagine poetica si sofferma sulla piaga della pedofilia: “Ho visto un bambino/ con strani lividi al volto/ e ho compreso perché il mare/ fosse purpureo.”

Infine, non posso non ricordare che, in alcune poesie l’indagine poetica e immedesimativa di Spurio si spinge in terreni impossibili, come quando l’io poetante, con il verbo al passato remoto, narra le circostanze della propria morte: “Ma di colpo un paraurti si fuse alla squama;/ un vigliacco servo della notte/ […] la vita mi scorciò per sempre.”

 

Emanuele Marcuccio

 

Palermo, 22 gennaio 2015

IV edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”

La segnalazione della IV edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” sul blog della poetessa e scrittrice Valentina Meloni (giurata nello stesso). Grazie!

Fabio M. Serpilli su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Collage per “Neoplasie civili”

di FABIO MARIA SERPILLI

 

copertina Lorenzo(Ho cercato di isolare quei nuclei poetici che mi avevano particolarmente colpito proprio per la loro valenza poetica e che, quindi, erano autosufficienti letterariamente, indipendentemente dalle implicazioni tematiche, che indubbiamente sono molto forti e avvertite dall’autore che, essendo giovane, ha il sacro fuoco – purtroppo perso dai più – dell’indignazione di fronte e in mezzo alle tante macerie d’ogni ordine: morale, civile, politico, letterario e artistico. Le reazioni di Lorenzo sono primarie, talora senza mediazioni culturali e pertanto  senza giustificazioni. La sua sensibilità, assistita da una coscienza limpida, rifiuta le situazioni (complicate e complici) di ingiustizia, violenza, ipocrisia che ‘sporcano’ e soffocano la storia individuale e collettiva. L’intenzione principale sembra dunque quella di denuncia, condanna attraverso una versificazione dai toni forti e senza indugi estetizzanti quasi ad operare interventi chirurgici (‘neoplasie’ non a caso è lemma appartenente al titolo stesso della raccolta e dunque estremamente semantizzante) volti a individuare il male ‘cancerogeno’  che infetta e porta alla distruzione della storia naturale-umana e tentare quindi un recupero valoriale… Questa forte scossa passa dalla scrittura di Lorenzo alla pelle del lettore.)

 

 

 

Gridai senza voce una qualche ballata

 

Il fango a volte

può diventare cemento

 

Le lacrime di un popolano

scivolano copiose, per un momento;

quelle di una madre

non trovano fine.

 

Perché non ti domandasti perché?

 

Non era stata una di loro

perché era stata una di noi.

 

I bambini rubavano il mare

con gli occhi bagnati.

 

La vittoria è un tramestio di nuvole

 

Il cemento si spaccava

sotto un sole impavido

 

L’orologio indispettito

batteva le ore

al contrario

ed era sempre presto.

Impossibile darsi appuntamento.

 

Mi fingevo altro da me

 

il mondo si mascherava…

nella convinzione di un nulla convinto…

ma ora ricerco una via unica.

 

e Dio piangeva a fiumi

 

Allora bandii le preghiere

da quella terra di pianto

 

e l’oceano mangiò se stesso…

Strozzai un bicchiere d’acqua…

 

Impossibilità di vedere una luce…

 

Non seppi più nulla di quell’immagine

 

Il sole sveniva

 

L’inchiostro strillava indomito

 

Alla fine mi sguaiai su un marciapiede

 

Ho guardato la terra e

le ho chiesto dove andasse…

Nessuna risposta

 

 

***

 

Caro Lorenzo, io spero di aver indovinato qualcosa con queste mie scelte di tuoi versi e di mie parole di commento. Mi sembra abbastanza certo comunque di avvertire in te quell’agostiniano «inquietum cor nostrum donec…» con quel che segue… senza disturbare il “Domine” finale…

Ciao e buon Anno… Fabio M. Serpilli

26-12-2014

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