“Da Viznar a Prypiat” di Lucia Bonanni, con un commento di Lorenzo Spurio

Da Viznar a Prypiat” di Lucia Bonanni[1]

 

i bambini di Viznar

mangiano croste di pane

nero e sotto il lucore della luna

nuova al bivio di Alfacar

per la strada serpentina corrono

in cerca di poetiche presenze

 

i bambini di Prypiat

mangiano fette di pane

bianco, unto di scorie radioattive

 

tra fumi accecanti e case deserte

sotto i raggi di una luna in lutto

con la voce rotta dalle vampe

graffiano versi di preghiera

e le ustioni nelle ossa corrono

a cercare unguenti

nella foresta rossa dove si aggira l’orso

 

i bambini andalusi 

hanno negli occhi i sogni

delle mele rosse

e tra muri a secco e pallide infiorescenze

giocano con bambole di pezza

e spade di cartone

e già vedono nella città fantasma

i compagni ucraini che raccattano

numeri atomici e pezzi di reattori

 

dalle vie di Viznar alla città di Prypiat

la solitudine é tragedia immane

e la primavera ugualmente perde

le gemme tra aranci denudati

e il livore tossico di paludi oscene

 

 

Commento di Lorenzo Spurio

Una lirica costruita magistralmente su due piani temporali e spaziali diversi che hanno in comune il dramma dell’infanzia: bambini soli e denutriti, impauriti e minacciati da un morbo dal quale non ci si può sottrarre. La poetessa abruzzese Lucia Bonanni, che ha alle spalle un’intensa attività di insegnamento, pone al centro della sua attenzione e ricerca proprio la tragedia umana della miseria, della denutrizione e della malattia in ambienti dove si sottolinea la dolorosa assenza di una giovane voce stroncata troppo presto (Federico Garcia Lorca) o contrassegnati da un flagello smisurato che è figlio della deriva dell’uomo contemporaneo. La luna passa da un fulgore conoscitivo nel quale è insito il mistero della vita e l’affabulante ricerca del senso esistenziale (il “lucore della luna”) a una morte decisiva e virulenta, spasmodica e incontrollata (la “luna in lutto”) in parte già presente nella parte incipitaria se consideriamo che, nelle valenze allegoriche dell’Andaluso, la morte spesso s’annida nell’immagine sconsolata e preziosa della luna. La poetessa è capace di trasvolare età differenti, a distanza di circa un secolo, e di spalmare la sua sentita tribolazione dinanzi al tormento di un’infanzia derelitta, marginalizzata e contaminata, di proiettarsi in ambienti che appartengono a ecosistemi, geografie, nazionalità e latitudini diverse. Grida di dolore, dall’Andalusia accecata dal sole alla boscosa foresta – ora rossa – in Ucraina, che hanno una vibrazione che si palpa e un’eco inconfessata che screzia l’unico cielo.

Questa poesia è risultata vincitrice assoluta della V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” (2016), prima premiata su un totale di 986 testi giunti da ogni parte d’Italia. La motivazione del conferimento, prodotta dal poeta palermitano Emanuele Marcuccio, e letta nel giorno della cerimonia premiativa, così recita: “In cinque rapide e taglienti strofe la poetessa istituisce diacronicamente un raffronto spazio-temporale tra due ambiti socio-culturali lontani e diversi ribadendo i diritti dell’infanzia che sono uguali per tutte le latitudini. Presenta così, agli occhi del lettore “incantato” una invitation au voyage nella terra andalusa dei bambini di Viznar, all’indomani dell’assassinio del poeta Federico García Lorca, per poi catapultarlo, ai giorni nostri, nella terra ucraina dei bambini di Prypiat. L’intera lirica evoca in maniera inequivocabile un grido al mondo contro ogni regime totalitario.[2]

Poesia che rivendica il diritto all’infanzia felice e che condanna l’inciviltà e la mancata premura dell’uomo nel proteggere sé e le generazioni che seguiranno da quell’inquinamento putrido che esacerba le già profonde “ustioni nelle ossa”.

 

L’autrice

foto-lucia-bonanniLucia Bonanni è nata ad Avezzano (AQ) nel 1951. Dopo aver conseguito il diploma di Maturità Magistrale, si è dedica all’insegnamento e successivamente si è trasferita in un paese del Mugello, in provincia di Firenze, dove tutt’ora risiede. È autrice di poesia, narrativa, critica letteraria, e saggistica con all’attivo numerose pubblicazioni di articoli, racconti, saggi e raccolte di poesie oltre a recensioni e prefazioni per testi poetici e narrativi di autori contemporanei. In volume ha pubblicato le sillogi Cerco l’infinito e Il messaggio di un sogno, oltre a un cospicuo numero di testi poetici in antologie, raccolte tematiche e riviste di cultura e letteratura online e cartacee. Dal 2018 è redattrice per la rivista di letteratura online “Euterpe” nella sezione di saggistica “Ermeneusi”. Ha svolto e svolge il ruolo di giurata in commissioni di concorsi letterari nazionali. Quale partecipante è risultata più volte finalista, menzionata e vincitrice in premi letterari nazionali e internazionali, tra di questi il 1° premio alla VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi con un saggio dedicato ai Canti orfici e altri scritti di Dino Campana. Ha seguito corsi di fotografia e si dedica anche al linguaggio fotografico quale complemento dell’arte letteraria. 

 

NOTE

[1] In un tempo diacronico i bambini di differenti aree geografiche e diversa realtà socio-culturale narrano la vicenda umana e poetica di Federico Garcia Lorca, assassinato nei pressi di Viznar il 19 agosto del 1936, e il disastro nucleare di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile del 1986 e che portò alla distruzione della vicina città di Prypiat; nella sincronia dei piani evocativi i bambini andalusi e quelli ucraini levano la loro voce a difesa dei diritti dell’infanzia. [N.d.A.]   

[2] La poesia, unitamente alla motivazione del conferimento del premio, è stata pubblicata nell’opera antologica del premio. Il volume può essere consultato e preso in prestito nelle biblioteche dove è stato depositato, di seguito indicate: https://tinyurl.com/y6vcjtnv   

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79anni dalla morte di F. García Lorca. Una poesia di Lorenzo Spurio per ricordarlo

13826529--253x190Settantanove anni fa il poeta spagnolo Federico Garcia Lorca trovava la morte in una nefanda fucilazione nella campagna granadina poi passata alla storia. Convertitosi ben presto in emblema della Repubblica e degli ideali libertari in difesa della democrazia, dei diritti civili e dell’uguaglianza, il poeta ha lasciato un’ampia produzione letteraria raccolta in varie sillogi tra cui le celebri “Libro de poemas”, “Suites”, “Romancero gitano”, Poeta en Nueva York. Rilevante anche il suo contributo quale drammaturgo dove ha prodotto opere di pregevole tessitura e contenutisticamente formidabili: dai primi canovacci teatrali influenzati dall’avanguardia surrealista e vicini alla farsa, ai famosi drammi rurali in cui si annoverano opere come “Yerma, “La casa de Bernarda Alba” e “Bodas de sangre” ritenute dai nazionalisti pericolose perchè veicolanti ideali progressisti e contro la morale borghese del momento.  Nell’opera teatrale basata su un motivo storico, ossia la dolorosa vicenda dell’eroina granadina Mariana Pineda che troverà la morte per essere la compagna di un cospiratore del Re e che non accetterà di sottostare al servigio sessuale, machista, per riscattare la libertà, è forse possibile vedere in maniera talmente vivida lo stesso Federico Garcia Lorca, intellettuale scomodo e perseguitato perchè vicino alle idee di sinistra, critico nei confronti della società, dei pregiudizi e della morale dominante, omosessuale e amico fraterno dell’emarginato. Le opere teatrali nelle quali stigmatizzava mediante simboli e situazioni magistralmente rese contro il potere nazionalista, militaresco e dispotico della Spagna del momento,restano a testimonianza di una vita imbevuta di tormento e dolore, cancellata dalla faccia della terra per sopprimerne le vedute e gli ideali di fondo. Un atto abominevole, come tanti se ne ebbero nel corso del conflitto civile spagnolo, da entrambe le parti, che ancora i partiti di destra si rifiutano di commentare o di riconoscere, contribuendo a scrivere pagine di cronaca che consegnano la tragedia a un doloroso e ingiurioso processo di oblio.

La mia poesia per ricordare Federico, un grande poeta e un amico.

La luna si nasconde

di Lorenzo Spurio

A Federico, nel 79esimo anniversario dell’assassinio

Con lo scuro incorporato e la camicia inargentata

nelle ombre di roccia e polvere grigia

nel fango di idee retoriche e ciniche vedute

la luna, offesa, appariva stizzita e si celava.

Impavide risa imploranti aurea superbia

una mariposa verde al ciglio sdentato

a stento provò il volo ma cadde e ricadde:

neppure un alito di vento a sostenerla.

Dei pertugi infuocati nei crudi tessuti

lacerti di vita vermiglia e puzza di sangue,

con lui un banderillero in ginocchio

impiombato da banderillas fatali.

Allora i proclami, gli incarichi e le armi

le divise marroni, le folgori acuminate

e la libertà dissanguata, un osso privo di

osteociti inzuppato di viltà vischiose.

Gli occhi neroseppia, stinti per sempre

il cristallino smorzato dall’odio

la retina sprofondata in geroglifici infami

le palpebre impantanate di rena e di miseria.

Nelle tribolazioni invereconde e nella polvere

paraventi di luna che fugge alla notte

incunaboli di dolore in tabernacoli di pianto

il fluido rosso fondamento di sacrificio. 

Nelle cuevas gitane l’umidore sembrò placarsi;

quella sera la luna non si presentò

talmente impaurita preferì nascondersi

ma alle cinque, tu, dov’eri?

Dallo sparo inginocchiato d’angoscia

il disprezzo e la perdita secolare di voce

l’atonia di ogni cosa e a conforto

nardi candidi e una bandiera verde.

Cosa occupava il giardino della tua mente?

Osservavi la Sierra che buca le nuvole

o componevi melodie con foglie e formiche?

Suona pure coll’aria che noi respiriamo!

La storia si fermò senza dilungamenti

quella dei libri è stantia e deforme.

La roccia scheggiata è primavera di lutto

tu che mostri la faccia della Spagna.

Lorenzo Spurio (C)

La Semana Santa 3/4: i nazarenos

3. I nazarenos

I nazarenos o penitentes sono i confratelli di una confraternita religiosa che durante la Semana Santa prendono parte alle celebrazioni e al corteo religioso della confraternita alla quale appartengono.  Ogni confraternita ha un vestiario che la caratterizza. Dell’uniforme del penitente gli elementi principali sono:

–          il capirote (o capuz o tercerol o cucurucho), il singolare cappello a cono portato dal penitente che, per la sua struttura, vuole alludere a l’avvicinamento della persona che lo indossa verso il cielo, verso Dio;

–          la túnica (la tunica);

–          il cíngulo (la corda legata alla vita);

–          il cinturón (la cintura);

–          i guantes (i guanti);

–          gli  zapatos (le scarpe);

–          i calcetines (i calzetti).

Le differenze nel vestiario tra una confraternita e l’altra sono principalmente dovute a:

–          il colore del vestito

–          il tessuto del vestito

–          la presenza o l’assenza di emblemi stampati sulla tunica o sulle maniche

–          gli accessori che caratterizzano il penitente di quella confraternita.

Tra i penitentes durante il corteo c’è chi sfila scalzo, partecipando alla celebrazione rendendo la sua penitenza più dura ed esplicita, altri sfilano con la croce, altri ancora con particolari oggetti importanti per quella confraternita.

Mi trovai in Andalusia nel 2009 proprio durante le celebrazioni per la Semana Santa. Fui nelle citta di Granada e Córdoba, due delle città in cui, assieme a Siviglia, le festività sono molto celebrate e partecipate. Mi capitò di trovare in un bar un libricino con gli orari di tutte le processioni delle confraternite, i loro tragitti, i punti di partenza, di arrivo e nel libricino di ciascuna confraternita si spiegava l’anno della sua fondazione, quanti nazarenos sfilavano e le caratteristiche dell’abito. La trovai una cosa divertente, come se si trattasse di un libricino con  i vari appuntamenti di un campionato di calcio ma, ad una seconda lettura, si rivelò un interessante spunto per  l’approfondimento del complesso festivo-celebrativo che contraddistingonono la Semana Santa in territorio andaluso.

 

Sebbene il termine nazareno venga spesso impiegato come sinonimo di penitente all’interno della Semana Santa de Sevilla i due concetti non corrispondono. Nella città di Siviglia si chiamano nazarenos i membri della confraternita che indossano l’abto  e accompagnano i pasos reggendo dei ceri e alcune insigne della confraternita. I penitentes invece, sempre vestiti nell’abito della confraternita reggono delle croci dopo il paso.

A seconda della funzione particolare che il nazareno svolge durante il corteo è possibile distinguere:

  1. nazarenos de fila: regolano le file dei nazareni. Se portano dei ceri vengono anche chiamati nazarenos de luz.
  2. nazarenos con cruz: sfilano dietro il paso e portano delle croci. Secondo la terminologia sivigliana sono penitentes.
  3. nazarenos portadores de atributos o insignas: quelli che portano le insigne della confraternita (stendardi, libro delle regole etc)
A CURA DI LORENZO SPURIO 

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E DIFFONDERE QUESTO TESTO NELLA FORMA DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

Corride e letteratura: Llanto por Ignacio Sanchéz Mejías

Nel 1935 Federico Garcia Lorca, poeta granadino appartenente alla generazione del ’27, movimento letterario prettamente poetico spagnolo, pubblicò una famosa ode in omaggio all’amico torero Ignacio Sanchéz Mejías.

Di Lorca restano noti soprattutto il suo grande amore per Granada e per l’Andalusia, terra di sole e corride, la sua presunta omosessualità e l’amicizia con il poeta falangista Luis Rosales che pure lo nascose in casa sua durante i tragici momenti della guerra civile spagnola. Trovato dalle forze nazionaliste Lorca venne fucilato nei pressi di Alfacar (Granada) sebbene il suo corpo non venne mai trovato.

Lorca cantò nei suoi versi la cultura andalusa, quella gitana nel famoso Cancionero Gitano e Poema del Cante Jondo dove descrive questo tipo di canto accorato e intenso tipicamente gitano e spesso impiegato anche nelle canzoni e nel ballo flamenco. Fu un poeta tradizionalista, amante della poesia semplice e popolare: i soggetti principali delle sue liriche sono i campi desolati e arroventati dal sole, gli aranci in fiore, piazze semideserte, corride, i gitani. E’ espressione massima della cultura della Spagna meridionale ed è considerato uno dei massimi poeti spagnoli di tutti i tempi.

Nel 1927 un gruppo di poeti tra cui Lorca, Emilio Padros, Manuel Altolaguirre, Luis Cernuda, Rafael Alberti, Dámaso Alonso, Jorge Guillén si riunirono assieme sotto l’impulso di Ignacio Sanchéz Mejías, letterato e patrocinatore del nuovo movimento. La generazione del ’27 aveva come motivo unificante la celebrazione dei cinquecento anni dalla morte di Luis de Góngora, massimo poeta del Siglo de Oro al quale la pattuglia aveva intenzione di rifarsi.

Nel 1935 Lorca scrisse un accorato ed appassionato componimento di congedo, di pianto e di cordoglio nei confronti di Ignacio Sanchéz Mejías, valente torero spagnolo che era stato il promotore della generazione del ’27. Il Llanto è particolarmente bello e ricco di immagini pittoresche e vivide che richiamano l’atmosfera andalusa. Il componimento è diviso in quattro parti che segnalano quattro importanti momenti che fecero seguito alla morte del torero.

Ignacio Sanchéz Mejías fu cognato del mitico torero Joselito “El Gallo” e fece parte della sua cuadrilla. Con lui si formò ed ottenne la alternativa nel 1919 avendo come testimone un altro famoso torero, Juan Belmonte. Nel 1920 nella plaza de toros di Talavera de la Reina (Toledo) assistette alla morte di suo cognato Joselito a seguito di una cornata (nella foto a destra Sanchéz Mejías piange la morte del cognato e amico torero Joselito). Nel gergo taurino ci si riferisce alle cornate o alle ferite prodotte dal toro nei confronti del torero o di membri della sua cuadrilla come cogidas.

Dopo un periodo di allontanamento dalle plazas de toros, Sanchéz Mejías nel 1934 ritornò a calcare il ruedo (l’arena) e in una corrida venne colpito dal toro “Granadino” in modo serio e nei giorni successivi la cancrena lo portò alla morte due giorni dopo, il 13 agosto 1934.

Il componimento di Lorca è diviso in quattro parti: la cogida y la muerte (la cornata e la morte), la sangre derramada (il sangue versato), corpo presente (corpo presente) e alma ausente (anima assente) ed è caratterizzato da un tono doloroso ricco di mestizia e dispiacere per la recente perdita. La prima parte del componimento è basata su un ritmato ritornello che ritorna in maniera vorticosa recitando «a las cinco de la tarde» (l’ora della corrida e la stessa ora nella quale il torero venne ferito),  nella seconda parte il colore che domina è il rosso, sebbene non venga mai nominato. E’ il colore del sangue che il poeta non vuol vedere («que no quiero verla»), perchè gli darebbe troppo dolore. Invoca l’arrivo prematuro della sera e del buio che così non gli consenta di vedere il sangue dell’amico. Poi si dà spazio al dolore dalla presa di coscienza che un grande torero come lui non ci sarà più o che se ci sarà dovranno passare ancora molti anni. Sebbene come dice Lorca la gente lo dimenticherà in breve tempo come sempre succede con tutte le persone morte, lui intende elogiarlo, celebrarlo e ricordarlo con i suoi versi affinchè la sua memoria non venga mai meno.

Un pregiatissimo componimento che coniuga in maniera nobile poesia e tauromachia e che va letto in profondità.

LORENZO SPURIO

11-04-2011