Decadenza dell’aristocrazia russa: ‘Il giardino dei ciliegi’ di Anton Cechov – Saggio di Lorenzo Spurio

Decadenza dell’aristocrazia russa: Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov[1]

Saggio di Lorenzo Spurio 

Anton Cechov (1860-1904) è stato un celebre scrittore e drammaturgo russo. Sono molto famosi i suoi racconti e soprattutto le sue opere per il teatro. Tra i racconti ricordiamo Степь (La steppa, 1888), Палата n. 6 (La corsia n.6, 1892) e Чёрный монах (Il monaco nero, 1892). Per il teatro le opere maggiori sono considerate Чайка (Il gabbiano, 1896), Дядя Ваня (Zio Vanja, 1899), Три сестpьі (Tre sorelle, 1901) e Вишнёвый сад (Il giardino dei ciliegi, 1903). L’opera che analizzeremo in questo capitolo è Il giardino dei ciliegi, ultimata da Cechov nel 1903 e messa in scena per la prima volta nel 1904, pochi mesi prima della morte prematura dell’autore avvenuta nel luglio dello stesso anno. Sebbene l’opera teatrale fu pensata da Cechov come una sorta di commedia (poiché presenta alcuni elementi divertenti che possono essere avvicinati alla farsa), nella prima realizzazione teatrale dell’opera, avvenuta nel 1904 e curata da Konstantin Sergeevic Stanislavskij e Vladimir Nemirovic-Dancenko, questa venne presentata principalmente come una tragedia.

image_book.jpgL’opera si compone di quattro atti ed è basata su elementi autobiografici dell’autore tra i quali i problemi economici che riguardarono sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La storia ruota intorno alla tenuta di una famiglia aristocratica russa con annesso un vasto giardino dei ciliegi ambientata nel momento immediatamente successivo alla concessione dell’emancipazione dei servi della gleba mediante l’abolizione del sistema feudale del 1861. Tale data segnò l’inizio di un’epoca buia per l’aristocrazia che entrò in una lenta decadenza: molti nobili, privati dei loro servitori che prima si erano occupati delle loro case, caddero in povertà, mentre lentamente prese a svilupparsi la classe borghese.[2]

La scena si apre col ritorno alla tenuta della proprietaria terriera Ljubov’ Andreevna Ranevskaja (Ljuba[3]), dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja, diciassettenne. Si tratta di un’aristocratica decaduta che, per far fronte ai debiti, è costretta a vendere la proprietà, compreso il tanto amato giardino dei ciliegi, simbolo dell’infanzia serena: tutta l’opera è incentrata, infatti, sulla vendita del giardino e sul conseguente abbattimento degli alberi. Sono molti i personaggi che popolano la scena e le cui vicende personali s’intrecciano: oltre a Ljuba e alle due figlie, Anja e Varja, c’è il fratello di lei, Gaev, il mercante Lopachin, amico della famiglia, lo studente Trofimov, il proprietario terriero Pišèik, la governante Šarlotta, il contabile Epichodov (soprannominato “Settantasette disgrazie” a causa della sua sfortuna, di cui tuttavia ride lui per primo), la cameriera Duniaša, il vecchio maggiordomo Firs, il giovane servitore Jaša, un anonimo viandante che fa una breve comparsa ed altri personaggi minori.

Ljuba e la figlia trovano una calorosa accoglienza al loro arrivo; ci sono tutti, familiari e servitori, compreso l’amico Lopachin che consiglierà di ricavare dal giardino tanti lotti da affittare ai villeggianti e salvare così la proprietà. La proposta non trova però ascolto, nonostante venga ripetuta più volte: Ljuba è riluttante e neanche gli altri sono molto d’accordo. La vicenda del giardino fa da sfondo ai rapporti che s’intrecciano tra i vari personaggi; storie amorose, mancati matrimoni e scontri scherzosi. Non ci interessa riassumerli in questa sede, ci concentreremo infatti su tema del giardino e su ciò che simboleggia per ciascuno dei personaggi. Per Ljuba, lo abbiamo già anticipato, esso rappresenta l’infanzia e la giovinezza passate, oltre che il ricordo del figlioletto morto annegato in un fiume nei pressi della casa, tragedia che scopriamo averla spinta alla partenza per Parigi:

Io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui… (Abbraccia Trofimov, lo bacia sulla fronte). Mio figlio è annegato qui… (Piange).[4] 

Il fratello di Ljuba cerca di richiedere un prestito e di farsi aiutare da qualcuno pur di non cedere la casa a un acquirente interessato a comprarla mediante l’asta. Tuttavia i vari tentativi saranno fallimentari e alla fine Ljuba dovrà dare un doloroso addio, al momento in cui apprenderà che il giardino è stato venduto:

Mio caro, dolce, meraviglioso giardino!… Vita mia, giovinezza mia, felicità mia, addio!… Addio!…[5] 

L’amarezza nella storia è data dal fatto che ad acquistare il giardino è stato Lopachin che non riesce a celare il suo grande entusiasmo quando comunica che è il nuovo possessore della casa:

Il giardino dei ciliegi adesso è mio! Mio! (Ridacchia). Dio mio, signore, il giardino dei ciliegi è mio! Ditemi che sono ubriaco, che ho perso la ragione, che mi sono immaginato tutto… (Pesta i piedi). Non ridete di me! Ah, se mio padre e mio nonno potessero venir fuori dalle loro tombe e vedere tutto quel che è successo, che il loro Ermolaj, quello che picchiavano, l’ignorante Ermolaj che d’inverno andava in giro a piedi nudi, se vedessero che quello stesso Ermolaj ha comprato la proprietà più bella che esiste al mondo. Io ho comprato la proprietà in cui mio nonno e mio padre erano schiavi, in cui loro non erano ammessi neanche alle cucine.[6] 

ciliegio-da-fiore_NG3.jpgL’acquisto del giardino dei ciliegi da parte di Lopachin, oltre a rappresentare una sorta di affronto nei confronti di Ljuba, ha tuttavia un significato più profondo. Lopachin è il figlio e il nipote di uomini che sono stati servi nella casa degli antenati di Ljuba ma, a seguito dell’emancipazione dei servi, quest’ultimi ottennero la libertà e iniziarono ad arricchirsi. Il fatto che sia Lopachin ad acquistare la casa e il giardino dei ciliegi viene dunque a configurarsi come il riscatto e la rivincita della classe popolare e sancisce in maniera netta l’irreversibile decadenza della nobiltà russa. Il giardino di Cechov è quindi una metafora della Russia e delle sue condizioni all’indomani dell’abolizione della servitù della gleba a opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Dirà infatti Trofimov, parlando con Anja[7], ormai disinteressata alla sorte del giardino:

Tutta la Russia è il nostro giardino. La terra è grande e bella, e piena di luoghi meravigliosi. Pensate, Anja: vostro nonno, bisnonno e tutti i vostri antenati erano possidenti, proprietari di anime. Non vedete che da ogni ciliegia di questo giardino, da ogni foglia, da ogni tronco vi guardano creature umane, non sentite le loro voci… Possedere anime vive: è questo che vi ha degenerati, voi tutti che vivete adesso e quelli vissuti prima di voi, e così vostra madre, voi, vostro zio non notate più che vivete in debito, alle spalle di altri, alle spalle di quella gente che non ammettete più in là della stanza d’ingresso… Siamo rimasti indietro di almeno duecento anni, non abbiamo nulla di certo in mano, non abbiamo un preciso rapporto col nostro passato, non facciamo che filosofare, soffriamo di nostalgia o beviamo vodka. È talmente chiaro che per cominciare a vivere nel presente, bisogna prima di tutto riscattare il nostro passato, farla finita; e riscattarlo è possibile solo con la sofferenza, solo con una continua e straordinaria fatica.[8] 

La riforma aveva significato la decadenza dell’aristocrazia che, non potendo più contare sulla forza lavoro della schiavitù, si vide indebolita e impoverita. Molte famiglie aristocratiche preferirono vendere le loro tenute a causa della loro incapacità di gestirle senza la servitù della gleba che nell’opera è rappresentata dal vecchio servitore Firs, quasi novantenne, uomo che simboleggia un’epoca ormai tramontata: da notare però che Firs rimane comunque a servizio della famiglia, rifiutando l’emancipazione.[9] La decadenza dell’aristocrazia, oltre ad essere individuata nella perdita di prestigio e di denaro della famiglia in questione, è presente anche sotto un’altra forma. Al termine della storia viene detto che Firs, l’anziano servitore rimasto fedele alla famiglia, si è sentito male ed è stato portato in ospedale. La malattia e la vecchiaia di Firs non è altro che una metafora della malattia e della vecchiaia dell’aristocrazia, del suo essere obsoleta, superata, troppo legata al passato.

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Il drammaturgo russo Anton Cechov

L’intera opera è attraversata da un certo fatalismo: tutti lamentano la perdita del giardino ma nessuno fa qualcosa di concreto per impedirla. Tranne Lopachin che è sempre intento a proporre a Ljuba il suo progetto di abbattimento dei ciliegi e di conversione dei terreni in lotti da affittare ai villeggianti, nessuno sembra realmente preoccupato dalla questione. Si festeggia e si amoreggia quasi a voler distrarsi da questo pensiero, che comunque riaffiora spesso. Alla fine ognuno va per la sua strada, verso una nuova vita, mentre gli alberi vengono abbattuti, immaginiamo per far posto ai villini per i turisti. Rimane solo Firs, appena tornato dall’ospedale, abbandonato al suo destino. Ci risulta difficile immaginare Firs lontano da quella casa e non più al servizio della famiglia ma la sua avanzata età si protende verso la fine, così come quella della classe aristocratica. È evidente la satira sociale contro l’aristocrazia, ma anche contro la borghesia (rappresentata da Lopachin) che non sa trovare dei veri valori su cui costruire una società nuova. Lopachin, che rappresenta il borghese nuovo che si fa da solo e acquista potere grazie alle sue intuizioni, viene a configurarsi come una sorta di nobile. L’opera può, in un certo senso, voler far intendere che laddove i vecchi nobili vengono spodestati e sfrattati dalle loro dimore, altri nuovi ricchi sono pronti a sostituirli.

Il giardino dei ciliegi del quale sappiamo solo che è molto grande, che è l’unica cosa notevole del governatorato e che è perfino menzionato nel Dizionario Enciclopedico, rappresenta quindi il passato della nazione e non solo di Ljuba e di Firs che viene abbattuto non senza un certo rimpianto. L’opera si può leggere anche più in generale come rimpianto per il tempo che passa. Possiamo essere abbastanza sicuri nel ritenere che il giardino dei ciliegi possa essere interpretato in una grande varietà di modi. È il luogo dell’infanzia felice e agiata, è lo spazio della spensieratezza e dei ricordi, è il luogo degli affetti, è espressione di un’epoca di splendore per l’aristocrazia, è simbolo di una Russia ottocentesca oramai obsoleta e tramontata, la Russia dei ricchi. Perdere il giardino significa per Ljuba perdere tutte queste cose allo stesso tempo e per questo sostiene:

Io qui sono nata, qui hanno vissuto mio padre e mia madre, mio nonno, io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui.[10]

La perdita di prestigio della nobiltà e la nascita della classe borghese possono essere viste entrambe in un’unica immagine che viene evocata più volte nel corso della storia. Non si tratta di un’immagine visiva ma di un elemento sonoro, quello dei sordi colpi d’ascia che abbattono gli alberi di ciliegio.

LORENZO SPURIO

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Note

[1] Capitolo estratto da LORENZO SPURIO, MASSIMO ACCIAI, La metafora del giardino nella letteratura, Faligi, Quart, 2011, pp. 142-148.

[2] Limitatamente alla decadenza dell’aristocrazia russa a seguito dell’emancipazione degli schiavi promulgata nel 1861, va notato che qualcosa di molto simile succede nel romanzo di Jean Rhys, Wide Sargasso Sea (1961) al quale è stato dedicato un capitolo limitatamente al giardino di Coulibri. In Wide Sargasso Sea la scrittrice fa riferimento all’emancipazione degli schiavi neri sull’isola della Giamaica ottenuta nel 1834. Con la fine dello schiavismo i neri, che prima venivano impiegati come forza lavoro nelle case dei ricchi, divennero liberi e al tempo stesso le dimore dove prima avevano lavorato entrarono in una lenta e progressiva decadenza. In entrambe le opere l’abolizione dello schiavismo (feudale nel caso de Il giardino dei ciliegi, razziale nel caso di Wide Sargasso Sea) si configura come un vero e proprio problema e disagio per i ricchi e l’origine della loro decadenza.

[3] La decadenza della nobiltà è presentata mediante la figura di Ljuba, rimasta senza un soldo a seguito dei debiti contratti da suo marito e a causa del suo comportamento dispendioso. Nel testo vengono impiegati vari termini economici che alludono alla precaria situazione finanziaria della famiglia: “debiti”, “prestito”, “cambiale”, “asta”, “vendita”, “rubli” e “denaro”.

[4] Anton Cechov, Il giardino dei ciliegi, Torino, Einaudi, 1970, Atto III.

[5] Ivi, Atto IV.

[6] Ivi, Atto III.

[7] Nel corso della storia Anja, pur essendo inizialmente molto legata alla casa e al giardino, finisce per mostrarsi sempre meno interessata avendo compreso la lezione che la classe popolare ha dato all’aristocrazia. Tuttavia non è pessimista come la madre e considera quell’avvicendamento di poteri come un cambiamento positivo, il punto d’inizio di una nuova vita.

[8] Ivi, Atto II.

[9] Firs sostiene infatti: «Quando hanno liberato i servi ero già cameriere anziano. Ho rifiutato la libertà, sono rimasto con i miei padroni», in Anton  Cechov, Il giardino dei ciliegi, Torino, Einaudi, 1970, Atto II.

[10] Ivi, Atto III.

Il mito della nobiltà inglese in letteratura

Conti, duchi, marchesi, baronetti o semplicemente Master e Lord abbondano nelle opere della letteratura inglese ottocentesca e novecentesca. Si tratta di opere che mettono al cento del loro interesse una famiglia nobile o comunque esponente dell’alta borghesia, analizzandone vizi e virtù.

Frequentemente gli autori si avvalgono della nobiltà per descrivere in maniera antitetica le indigenti condizioni delle classi popolari, delle masse, della bassa-media borghesia, raffigurata spesso attraverso i personaggi del custode, del guardiano, della governante e del giardiniere. I narratori sembrano essere particolarmente vicini ai personaggi meno ricchi e meno fortunati, trasmettendo un senso di pietà e di compassione, o più spesso di autentica vicinanza e comprensione. In molti casi l’esponente aristocratico è espressione di una condizione di superiorità e d’impostura verso gli altri personaggi che non appartengono alla famiglia.


Sono molte le opere che possono essere analizzate sotto questo punto di vista. Il nodo centrale dell’argomento è la grande utilizzazione in letteratura di personaggi aristocratici, nobili che vengono calati nel rispettivo ambiente familiare, quello della tenuta o della villa di campagna, residenza estiva della famiglia. Più spesso la casa ordinaria di questi personaggi non è altro che un castello particolarmente sontuoso ma al tempo stesso minaccioso o un immenso palazzo che non ha nulla da invidiare alla reggia di Versailles.
Il palazzo, il castello o la tenuta familiare in genere sono una proiezione sull’inumano del senso di autorità, regalità, ricchezza e superiorità nei confronti dell’ordinario. Molte delle vicende che vengono descritte in queste opere trovano spazio in vari ambienti della dimora familiare: il salone, la camera da letto, la soffitta, gli immensi giardini, la chiesa o la cappella adiacente alla tenuta.


Alcuni spunti di analisi secondo questa interpretazione potrebbero essere le opere Jane Eyre (1847) di Charlotte Brontë (1816-1855), The Secret Garden (1909) di Frances Hodgson Burnett (1949-1924) e Brideshead Revisited (1945) di Evelyn Waugh (1903-1966). È necessario dire che dal punto di vista tematico e stilistico sono opere profondamente diverse tra di loro ma, se prendiamo in considerazione l’elemento famiglia nobile-aristocratica, possiamo trovare alcune comunanze.


Per quanto concerne Jane Eyre, un’ampia porzione del romanzo è coperta dall’esperienza lavorativa dell’eroina come istitutrice della piccola Adele a Thornefield Hall, la residenza del signor Rochester. Il signor Rochester non ha dei titoli nobiliari ma è, ad ogni modo, espressione della classe aristocratica inglese durante il periodo vittoriano. Egli ha il titolo di Master . Il temperamento del signor Rochester è quello di un uomo severo, adirato e autoritario, impeccabile all’etichetta ed è particolarmente austero da sembrare addirittura quasi cattivo. Thornefield Hall, residenza del signor Rochester è una dimora fastosa, addobbata riccamente, con tende e mobilia ma è al tempo stesso un castello misterioso ed ambiguo, dalle stanze troppo grandi, che trasmette paura e che sembra celare un mistero.

Thornefield Hall è la tipica residenza familiare di una famiglia notevole con dei possedimenti nell’ampia campagna inglese. Nella realizzazione filmica dell’opera del 1996 per la regia di Franco Zeffirelli, Thornefield Hall è presentato come un castello maestoso ed imponente circondato da vasti campi. Le scene al castello sono state girate a Haddon Hall, tenuta del duca di Rutland nei pressi di Bakewell, Derbyshire. (foto a sinistra)
Della dimora vengono presentati i vari spazi: il salone, la camera del signor Rochester, la camera di Jane Eyre, le grandi scalinate, la lunga galleria, la soffitta, il frutteto adiacente al castello. Gli ambienti esplicano la ricchezza della famiglia che vi abita che, in virtù della sua posizione privilegiata, è portata a comportarsi in maniera superiore e prepotente (in realtà Mr. Rochester è l’unico esponente legittimo del suo casato a viverci in quanto la sua figlioccia, Adele, avuta con una ballerina francese, probabilmente non è neanche figlia sua).

 

In Brideshead Revisited di Evelyn Waugh ci viene presentata una famiglia aristocratica, i Flyte.

Della famiglia ci viene descritto ciascun personaggio in maniera molto completa. La residenza familiare, sede della dinastia Flyte da tempi immemori, è il castello di Brideshead. Si tratta di una edificio molto grande e curato, dagli ampi saloni e dalle sontuose stanze da letto che si innalza dinanzi a un immenso parco verde. Nella realizzazione filmica dell’opera il castello di Howard (Castle Howard), un palazzo imponente e maestoso dello Yorkshire è stato impiegato per rappresentare il castello di Brideshead (foto a destra). In realtà nel film più che un castello (dello stile di Thornefield Hall in Jane Eyre) ci troviamo di fronte ad un palazzo reale dal gusto settecentesco. La ricchezza, lo splendore e l’imponenza di un edificio di questo tipo è funzionale per sottolineare la grandezza, la potenza e lo spessore di una famiglia nobile come quella dei Flyte, descritta nel romanzo.

La storia dei Flyte riguarda l’impatto della nobiltà inglese con la seconda guerra mondiale, la diaspora religiosa dei diversi membri e il declino dell’aristocrazia. Con la morte dei vari personaggi, esponenti della famiglia Flyte, e il sopraggiungere della guerra, il castello perde il vigore e lo splendore descritti nella prima parte del romanzo. I busti, le statue di marmo e le opere d’arte verranno progressivamente ricoperte di lenzuola per evitare la corruzione degli stessi per la mancanza di pulizie e di manodopera e, durante la guerra, il palazzo verrà utilizzato dall’artiglieria come quartiere generale ed assolverà quindi al ruolo di caserma.

 
Nell’ultimo romanzo citato, The Secret Garden, la situazione familiare descritta è molto simile a quella di Jane Eyre. Esistono una serie di analogie o di veri e propri parallelismi tra i personaggi di Jane Eyre e di Mary Lennox che andrebbero affrontati e analizzati in maniera più attenta. Mary Lennox, bambina di dieci anni orfana di entrambi i genitori viene mandata a vivere a casa dello zio, a Misselthwaite Manor nello Yorkshire.

La tenuta dello zio è in realtà un vero e proprio castello, una costruzione fortificata e misteriosa, sfarzosa ma che, come Thornefield Hall in Jane Eyre, cela un mistero.

Nel film del 2003 sceneggiato da Agnieszka Holland, le scene che si svolgono a Misselthwaite Manor vennero girate a Allerton Castle, un castello gotico del North Yorkshire (foto a destra).

La zio, Lord Craven , proprietario della tenuta e capo famiglia ha un temperamento molto diverso da Rochester. Lord Craven è un personaggio assente, debole, che non si impone sulla storia e sugli avvenimenti, poco autoritario (la governante Mrs. Medlock sembra essere molto più autoritaria e severa di lui. In realtà è lei a rappresentare la figura del nobile virtuoso, autoritario, forte e imperturbabile all’interno della storia, sebbene non disponga del cognome Craven). Lord Craven è un personaggio buono ma privo di rilevo, la cui debolezza deriva dalla morte prematura della moglie e dal dolore per la salute cagionevole di suo figlio.

Mr. Rochester e Lord Craven rappresentano due anime diverse di una stessa natura, quella del nobile possessore di svariati acri di terreno e di un castello, residenza storica della loro dinastia, nella campagna inglese. È il capofamiglia e Master (denominato Lord nel caso di Lord Craven), colui che prende le decisioni e al quale tutta la servitù deve sottostare. Il personaggio di Rochester, più forte e delineato, sembra essere quello più credibile all’interno del suo ambiente mentre quello di Lord Craven viene a rappresentare un Master debole perché affetto da solitudine e da malinconia, forse un personaggio più in linea con i nostri tempi.

Va inoltre ricordato che in entrambi i settings, Thornefield Hall e Misselthwaite Manor sono il luogo della reclusione e del non detto. Entrambe le tenute celano due realtà che vengono tenute nascoste dalle rispettive governanti delle tenute poiché i rispettivi signori hanno deciso in questa maniera. Nella soffitta di Thornefield Hall è rinchiusa Bertha Mason, una donna creola pazza e violenta che era stata la prima moglie del signor Rochester che, una volta diventata pazza e pericolosa era stata rinchiusa in una stanza del maniero secondo una tradizione molto diffusa in periodo vittoriano.
A Misselthwaite Manor invece Mary Lennox troverà per caso una camera da letto nella quale si trova suo cugino, il figlio di Lord Craven da tutti ritenuto malato e prossimo alla morte. Lo stesso ragazzo è cresciuto con la convinzione della sua malattia e della sua disabilità motoria ed inizialmente si mostra riluttante nei confronti delle idee della cugina ma poi, lasciandosi lentamente trasportare dalla ragazza, riuscirà a rinsavire dalle sue false credenze e a lasciare quella stanza chiusa, buia ed asettica dove per troppi anni è stato recluso con l’idea di essere gravemente malato. Ovviamente questi due personaggi, Bertha Mason e Colin Craven avranno degli esiti molto diversi. Nel primo caso la reclusione di Bertha sfocerà nel suo tentativo di fuga e nell’incendio del castello durante il quale muore mentre nel caso di Colin Craven quest’ultimo abbandonerà spontaneamente la sua reclusione per conoscere direttamente il mondo esterno e abbandonare la sua credenza di essere malato. La prima reclusione si conclude con la morte del personaggio, la seconda reclusione si conclude con l’ottenimento della libertà, la scoperta del giardino segreto e l’amore corrisposto di suo padre.

Questi tre esempi mostrano chiaramente come all’interno della letteratura inglese ottocentesca e novecentesca esista un vero e proprio topos, quello della famiglia nobiliare o alto borghese descritta all’interno dei suoi ambienti: tenute di campagna, palazzi, castelli. Attorno a questi elementi (l’aristocrazia e la sua superiorità, il castello e i suo segreti) molti narratori hanno creato delle storie, intessendo a volte elementi gotici e misteriosi in grado da provocare suspance, altre volte vere e proprie storie di amore (Jane Eyre) o di riscoperta di buoni sentimenti (The Secret Garden). Altre volte (Brideshead Revisited) la famiglia nobiliare è stata descritta nel corso degli anni, con il passare del tempo, e in questo modo l’autore ha sottolineato una vera e propria metamorfosi della famiglia (e della tenuta familiare) che si è conclusa con la dissoluzione della famiglia, la decadenza della nobiltà, il deterioro e il riconvertimento della dimora aristocratica.

 

23 Gennaio 2011
Lorenzo Spurio